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ORDINAZIONE EPISCOPALE DI MONS.
PATRICK COVENEY
OMELIA DEL
CARDINALE AGOSTINO CASAROLI*
Cork - 15 settembre 1985
1. Quando nel suo viaggio avventuroso verso l'India il portoghese Vasco de Gama,
il 10 gennaio del 1498, giunse alla Baia di Inhambane sulle coste orientali
dell'Africa, egli la battezzò con il nome di « Terra da Boa Gente ». Una
denominazione che sembrerebbe suonare come un riconoscimento della qualità di
quella sconosciuta popolazione da lui per la prima volta incontrata. Anche in
altre località di quelle coste il grande navigatore gettò allora l'ancora: fra
di esse, in particolare, nell'isolotto di Mozambico, posto di fronte alla vasta
Baia di Marsuril, che avrebbe poi dato nome all'intero territorio per secoli
legato al Portogallo, come Colonia, prima, e poi come Territorio d'Oltremare.
Solo oltre un secolo dopo, nel 1612, il Papa Paolo V eresse quella regione in
giurisdizione ecclesiastica autonoma, separandola dall'arcidiocesi di Goa, alla
quale era sino allora appartenuta. Ma già dal 1559 i Gesuiti di Goa, appunto, e
poi i Domenicani avevano iniziato la loro opera missionaria fra le popolazioni
indigene dell'Inhambane e nel Regno del Monomotapa, nell'attuale territorio
dello Zimbabwe. A quella prima evangelizzazione non "mancò il sangue della
testimonianza, con l'uccisione del Gesuita P. Gonçalo da Silveira, che era
riuscito a convertire al cristianesimo il Principe regnante e alcuni Capi del
Monomotapa.
Oggi, nelle Repubbliche del Mozambico e dello Zimbabwe giunte recentemente
all'indipendenza — ognuna di esse con il peso della sua storia, le sue
caratteristiche proprie e i suoi molti problemi, politici, economici, sociali ed
umani — la Chiesa Cattolica è presente con una organizzazione sviluppata e
animata da un ammirevole ardore di testimonianza e servizio.
Mentre, ancora fino al 1940, il Mozambico contava una sola Prelatura, oggi conta
9 diocesi strutturate in 3 province ecclesiastiche; e lo Zimbabwe comprende oggi
6 circoscrizioni riunite in una provincia ecclesiastica ed una Prefettura
Apostolica.
2. Queste Chiese e i loro problemi hanno un posto di privilegiata importanza nel
cuore e nelle cure del Papa. Anche se il Vicario di Cristo non ha avuto ancora
modo di includerle nei Viaggi apostolici che lo hanno portato già in una buona
parte dell'Africa nera, esse restano costantemente presenti al suo pensiero di
Supremo Pastore della grande famiglia cattolica. In nome del Papa e dell'intera
Chiesa, la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli ne fa oggetto di
particolare attenzione. E quando quei Vescovi si recano a Roma, nel centro della
Cattolicità, specialmente in occasione della tradizionale Visita « ad limina
Apostolorum », essi trovano nel Sommo Pontefice, e nei Dicasteri che Lo
coadiuvano nell'esercizio del suo Ministero di Successore dello Apostolo Pietro,
orecchi aperti e cuori pronti all'aiuto.
Ma, in più, anche nel Mozambico e nello Zimbabwe il Papa desidera essere
presente, in una maniera più continuata: e lo fa servendosi della persona e
dell'opera di un proprio Rappresentante.
Nel Mozambico, dal 1974 risiede stabilmente un Delegato Apostolico presso i
Vescovi e i fedeli. Questo stesso Delegato è insieme Rappresentante del Sommo
Pontefice anche nel vicino Zimbabwe, con titolo, non di Delegato, soltanto, ma
di Pro-Nunzio Apostolico: egli, cioè, nello Zimbabwe, è inviato dal Papa, non
solo a rappresentarlo presso quelle Chiese particolari, ma anche presso il
Governo civile, con rango e funzioni di Ambasciatore. Il carattere diplomatico
nulla toglie, ma qualcosa aggiunge, alla funzione strettamente religiosa ed
ecclesiale della missione che gli è affidata e che pertanto, sotto questo
aspetto, in nulla differisce da quella che deve svolgere nel Mozambico. Del
resto, anche il compito diplomatico che spetta ad un Rappresentante Pontificio
(e sono 110, ormai, i Paesi che hanno rapporti ufficiali con la Santa Sede, da
piccoli Stati, come Monaco, San Marino e – proprio ultimamente – il Principato
del Liechtenstein, a grandi Nazioni, anche fra quelle che non potrebbero
chiamarsi cattoliche, quali da non molto tempo gli Stati Uniti d’America), un
simile compito diplomatico, dunque, nel Rappresentante del Papa, ha per oggetto,
non questioni di ordine politico o materiale, ma i legittimi interessi della
Chiesa nella società civile, e insieme le grandi cause – come ad esempio la pace
e la cooperazione fra i popoli, lo sviluppo dei Paesi meno favoriti, la lotta
contro la fame, la malattia, la mancanza di istruzione – che hanno aspetti
profondamente morali ed umanitari, tali da rientrare anch'esse, di pieno
diritto, nelle competenze della stessa Santa Sede e della Chiesa e da
coinvolgerne la responsabilità.
3. A rappresentarlo nelle Repubbliche del Mozambico e dello Zimbabwe il Santo
Padre ha ora scelto un figlio di questa nobile e a lui cara Nazione di Irlanda;
un figlio di questa diocesi di Cork, in questa città che celebra felicemente
quest'anno l'VIII centenario della sua costituzione: Mons. Patrick Coveney. Egli è
vissuto lontano dal suo Paese per tanti anni, occupato nel servizio della Santa
Sede: nella Segreteria di Stato, in Argentina, India e, ultimamente, nel Sudan;
ma alla sua diocesi e alla sua patria è rimasto profondamente attaccato e
affezionato. E qui egli ha desiderato ricevere la consacrazione episcopale; qui
dove è nata e maturata la sua vocazione al sacerdozio e al servizio delle anime,
ovunque la Provvidenza lo avrebbe chiamato: è stata essa, la Provvidenza, a
dirigere i suoi passi, sino a questo traguardo, che lo vede arricchito di costì
sublime dignità e caricato, insieme, di nuove, pesanti responsabilità; essa lo
accompagnerà ancora nel suo cammino, che gli auguriamo lungo, felice e,
soprattutto ricco di frutti di bene, per la Chiesa e per l'umanità.
4. Rappresentante Pontificio!
Vorrei fermarmi un attimo con voi, per meditare che cosa significhi, nella sua
pienezza, questo incarico, e che cosa comporti, per la Chiesa e per colui che ne
viene investito.
Nel documento con il quale un Capo di Stato presenta ufficialmente il proprio
Ambasciatore presso un altro Stato vi è una formula consacrata dall'uso
internazionale. Con essa il Capo di Stato accreditante chiede all'altro Capo di
Stato di voler prestare al suo Rappresentante la stessa fede che presterebbe a
lui stesso, se potesse parlare e trattare personalmente. E' la cosiddetta
Lettera di accreditamento: un accreditamento così pieno, che tende in certo modo
ad identificare il Rappresentante diplomatico, nell'ambito e quanto all'oggetto
della missione affidatagli, con Colui che egli rappresenta.
Questo accreditamento, se vale anche per il Rappresentante Pontificio nei
riguardi del Capo e del Governo dello Stato o degli Stati presso i quali è
inviato, è, per lui, carico di ben più vasto e profondo significato, nei
riguardi della Chiesa, o delle Chiese, che costituiscono il campo della sua
missione.
Il Rappresentante Pontificio è e deve essere veramente colui che rende presente
il Capo della Chiesa Cattolica là dove il Papa lo invia.
Lo è per l'autorità che la sua missione gli conferisce.
Lo deve essere per il modo con il quale egli adempie tale missione.
E qui vorrei rivolgermi al nostro Fratello Mons. Patrick Coveney: non per dirgli
qualcosa che egli già sa, ma per richiamare alla sua riflessione e al suo
proposito, in questo momento così solenne della sua vita, il principio
fondamentale che dovrà guidare la sua attività di Rappresentante Pontificio: la
sua persona, il suo modo di pensare e di agire, i suoi personali sentimenti
debbono in un certo senso scomparire, per dar luogo alla Figura e alla presenza
di Colui che lo ha inviato. In lui, non solo Governi e Autorità civili, ma ancor
più i Vescovi, i sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli, debbono vedere e
quasi « sentire » il Papa: non solo la sua autorità, il suo pensiero, la sua
volontà, ma i suoi desideri, i suoi sentimenti; non solo il potere che Cristo
gli ha conferito nella e per la Chiesa ma il suo cuore.
Il Papa è considerato nella Comunità internazionale come investito di un potere
sovrano, sia pure di ordine spirituale e morale, piuttosto che politico o
temporale, per il servizio del bene comune dell'umanità. E nella Chiesa detiene,
per volontà del suo Divin Fondatore, una suprema potestà datagli « in
aedificationem, non in destructionem » (2 Cor 10, 8).
Ma è, in maniera singolare, Padre: il Santo Padre! E' il Fratello di coloro che
« lo Spirito Santo ha posto, come Vescovi, a reggere la Chiesa di Dio » (At
20, 28).
Il Rappresentante Pontificio deve saper riflettere fedelmente, e quasi fare
propria, questa paternità, questo senso di fraternità.
Insieme con i Vescovi del luogo, egli vedrà e vivrà i problemi della Chiesa; li
studierà, li soffrirà: non come un estraneo o un osservatore freddo e talvolta,
forse, critico, ma come chi li sente propri. Così come propri li sente il Sommo
Pontefice, in quella collegialità di affetto e di azione che è caratteristica
nella divina costituzione della Chiesa.
Missione, dunque, che esige, sì, capacità, in certo senso, professionale;
specifica preparazione; lunga esperienza: ma richiede, soprattutto, cuore di
sacerdote e amore profondo alla Chiesa e alla famiglia umana, in seno alla quale
la Chiesa agisce come fermento di bontà, di unità, di fraternità.
No! Un Rappresentante Pontificio non può adempiere veramente la sua missione se,
alle doti di mente e alla conoscenza di uomini e cose, non sa unire quella
carità di Cristo che ci fa urgenza (Or 2 Cor 5, 14) e quella genuina «
sollicitudo omnium Ecclesiarum» (2 Cor 11, 28) che, per titolo e
responsabilità del tutto particolari, è propria del Vescovo di Roma, successore
dell'Apostolo Pietro.
5. Per questo motivo è opportuno che il Rappresentante del Papa sia, anch'egli,
Vescovo: annoverato, cioè, nella schiera dei successori degli Apostoli. Benché
vi siano stati nella storia, anche recente, Rappresentanti Pontifici non
insigniti del carattere episcopale, è evidente che la figura e le sollecitudini
pastorali del Vicario di Cristo meno bene e meno convenientemente possono essere
rese presenti e operanti da chi non sia, come Lui, partecipe del carisma e della
missione pastorale che è sua caratteristica distintiva: « Pasce agnos meos!
Pasce oves meas! » (Gv 21, 15-17).
L'essere Vescovo per un Rappresentante Pontificio, non è solo un onore o un
elemento di maggior prestigio ed autorevolezza nello svolgimento del suo
incarico, ma qualcosa che tocca la stessa natura e qualità di questo incarico.
Egli è, e deve sentirsi, veramente Vescovo, Pastore fra i Pastori della Chiesa.
Ne riceve il carisma; deve averne l'animo, nutrirne i sentimenti, alimentarne la
passione.
Senza avere in proprio la cura di una diocesi, come Ordinario o come Ausiliare,
quale membro del Collegio episcopale, in unione gerarchica con il Vescovo di
Roma, condivide con l'insieme dei Vescovi la missione di istruire nella verità,
santificare, pascere la grande famiglia di Dio: l'unica santa, cattolica e
apostolica Chiesa, diffusa su tutta la terra.
Suo compito specifico è di prestare, nei Paesi nei quali è inviato, la sua opera
ausiliatrice al Papa nell'esercizio della sua universale funzione di Supremo
Pastore di questa stessa Chiesa: funzione che, mentre è di guida agli uomini
verso la realizzazione dei destini eterni, comporta anche il servizio di carità
– nel senso più alto e comprensivo della parola – all'umanità intera e ai
singoli popoli nel loro cammino terrestre. Compito bellissimo, ma carico di
responsabilità!
6. Per questo abbiamo invocato lo Spirito di Dio, Dio egli stesso, con il canto
che accompagna da secoli i momenti più solenni e impegnativi della vita della
Chiesa: « Veni, Creator Spiritus! ».
Per questo chiederemo fra poco l'intercessione della Vergine Madre di Dio, degli
Angeli e dei Santi, perché l'imposizione delle mani da parte dei Vescovi
presenti e la preghiera consacratoria trovino in questo nostro Fratello, eletto
all'Ordine episcopale, un cuore aperto al dono dell'Alto, un terreno reso
fecondo dalla grazia del battesimo e del sacerdozio e da lunghi anni di
preghiera e di servizio, affinché dia ricchezza di frutti il carisma singolare
che sta per essergli conferito e che lo annovererà, quale nuovo anello, nella
multisecolare successione apostolica.
Possano le sue future fatiche al servizio della Santa Sede, caro Mons. Coveney,
essere coronate, non solo dalla coscienza di aver compiuto un buon lavoro (cfr
2 Tm 4, 7), ma anche dal conforto di ottimi risultati.
7. Nel suo cammino di sacerdote, e d'ora in poi di Vescovo, Ella ha portato e
continuerà a portare la preziosa eredità di fede inconcussa, di fedeltà spinta
sino al sacrificio, di generosità apostolica che nei secoli ha contraddistinto
la Chiesa di Irlanda.
Dove non se ne vedono i segni? Dove non si trovano le sue vestigia: vestigia non
morte, come di eventi passati alla storia ma vive, ancora, e vitali?
Irlanda, terra di santi, dì anime consacrate, di eroiche testimonianze!
Irlanda, verde isola di speranza!
Questo tuo figlio, che sta per partire nuovamente da te, verso lidi lontani e
diversi, porterà sempre nel suo cuore la visione dei tuoi freschi paesaggi,
delle città, dei paesi, delle Chiese e Santuari della sua giovinezza. Più che di
nostalgia, il suo animo sarà ripieno di riconoscenza per quanto ha da te
ricevuto.
E tu accompagnalo, con il tuo affetto e con la tua preghiera: affinché, nelle
nuove, gravose responsabilità che gli vengono affidate, di Vescovo e di
Rappresentante Pontificio, sappia portare sempre lo slancio missionario,
l'ardore apostolico propri della sua Chiesa di origine.
E affinché porti molto frutto, e il suo frutto rimanga (cfr Gv 15, 16).
E così la sua gioia sia piena! (cfr Gv 15, 11).
*L’Osservatore Romano, 20.91985 p.5. |