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DISCORSO DEL SEGRETARIO DI STATO, AGOSTINO CASAROLI,
IN OCCASIONE DELLA PRESENTAZIONE DEL CORPO DIPLOMATICO AL PRESIDENTE
DELLA REPUBBLICA ITALIANA FRANCESCO COSSIGA*
Venerdì, 4 ottobre 1985
Signor Presidente,
È per me altissimo onore poter presentare
a Vostra Eccellenza, nel quadro solenne di questa Sua Visita ufficiale al
Supremo Pastore della Chiesa Cattolica, una così cospicua rappresentanza di
illustri Capi delle Missioni accreditate presso la Sede Apostolica.
Non tutti essi hanno avuto la possibilità di prendere parte a questo
onorifico appuntamento, non risiedendo alcuni permanentemente a Roma ed essendo
trattenuti altrove da impegni del loro alto ufficio. Tutti pero sono qui
idealmente presenti, per prestare omaggio al Primo Cittadino di un Paese con il
quale anch’essi - come la Santa Sede - hanno un rapporto del tutto particolare.
Il Trattato Lateranense, infatti, a compensare le ben limitate capacità di
ospitarli nel minuscolo territorio dello Stato della Città del Vaticano, ha
fatto di Roma il luogo nel quale anche i Rappresentanti diplomatici accreditati
presso il Sommo Pontefice possono liberamente svolgere la loro missione, sotto
l’usbergo di una garanzia internazionale sapientemente concordata fra due Poteri
adusi da secoli al rispetto della sovrana dignità del Diritto: l’Italia,
naturale erede di quella millenaria culla del Diritto che fu l’antica Roma, e la
Santa Sede, che della grande tradizione giuridica romana fu e resta gelosa e non
inoperosa custode.
Così l’Urbe conferma la sua vocazione universale, ospitando tra le sue mura,
onuste ancora delle glorie di un Impero da secoli tramontato, insieme con il
Corpo Diplomatico accreditato presso l’Italia (per non parlare
dell’Organizzazione internazionale che si occupa di problemi della alimentazione
e dell’agricoltura nel mondo), le rappresentanze via via cresciute di numero, di
Paesi d’ogni Continente presso la Sede di Pietro: centro di un’universale
famiglia spirituale, che è società religiosa, ad un tempo, e fermento di unità e
di concordia fra genti di ogni latitudine, stirpe, civiltà o religione.
I diplomatici accreditati presso la Sede Apostolica apprezzano vivamente
l’atmosfera di universalità della quale sembrano tuttora impregnate le mura
stesse di Roma: vestigio di un passato venerando e realtà di un presente aperto
all’avvenire secondo, la promessa di Chi alla Sua Chiesa, e in particolare a
Pietro, ha assicurato di restare con loro sino alla fine dei secoli.
Tutto questo i rappresentanti diplomatici lo sentono e lo vivono, siano essi
appartenenti a civiltà collegate con quella romana o ad altre cattolici o non
cattolici, cristiani o di diversa tradizione religiosa od umanistica.
Per questo, Signor Presidente, il saluto che essi Le rivolgono, in questa
singolare circostanza, è pervaso di un rispetto cui non è aliena una sincera
cordialità. In Vostra Eccellenza, infatti, è ad essi caro vedere, non solo il
Supremo e degnissimo Rappresentante di un nobile Paese, con il quale i loro
hanno, in gran parte, ugualmente rapporti ufficiali, ma di un popolo altamente
apprezzato per la sua storia, e per il contributo che apporta, in Europa e nel
mondo, per grandi e generose cause: un popolo che hanno appreso a conoscere, ad
apprezzare e -voglio sperare- ad amare.
In loro nome, come in quello dei miei Collaboratori e mio, mi è gradito
esprimerLe, Signor Presidente, i migliori auguri per la Sua Persona e per la
Nazione italiana: sotto gli auspici benedicenti di quel Francesco d’Assisi che,
se è figura di significato e valore universali, ha con l’Italia e con Vostra
Eccellenza un rapporto tanto speciale.
Facciamo nostro, per tutti i Paesi del mondo, il suo voto così bello e così
rispondente al bisogno e alle aspirazioni di tutte le genti: Pace e bene! ».
*L’Attività della Santa Sede 1985, p.817-818.
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