 |
ORDINAZIONE EPISCOPALE DI MONS. PIERO
BIGGIO
OMELIA DEL
CARDINALE AGOSTINO CASAROLI*
Cagliari - Sabato, 25 febbraio
1989
«Come tu mi hai mandato nel mondo, così anch'io li ho mandati nel mondo». E per
loro consacro me stesso, affinché anch'essi siano consacrati nella verità (Gv
17,18-19). «La tua parola è verità» (ib.!17)
Così Gesù nella preghiera rivolta al Padre, al termine del commovente colloquio
d'addio con i suoi Apostoli, prima di lasciare il Cenacolo per recarsi al
giardino del Getsemani e verso l'ultimo atto della sua breve vita mortale: una
vita che stava per chiudersi con una morte dolorosa, ma volontariamente
accettata per la redenzione del mondo e che avrebbe significato – per Gesù
stesso e per quanti avrebbero creduto in lui – la definitiva vittoria della Vita
sulla Morte.
Per loro, per tutti i suoi discepoli, ma specialmente per i suoi Apostoli, che
lo avevano accompagnato dal battesimo di Giovanni sino agli ultimi giorni della
sua esistenza terrena, pregava il Signore: per loro che avevano ascoltato tutte
le sue parole – anche senza comprenderle, sempre - e assistito ai prodigi, segni
della sua potenza messianica.
Come il Padre aveva mandato Lui nel mondo, così Egli li inviava nel mondo:
continuatori di quella stessa missione che il Padre aveva affidata a Lui.
Già li aveva inviati qualche volta, i 12 uomini che Egli aveva prescelti-
«perché stessero con lui e potesse inviarli a predicare, col potere di scacciare
i demoni» (Mc 3,14-15). Li aveva inviati, ordinando loro di rivolgersi
«alle pecore disperse della casa di Israele» (Mt 10,6), evitando i
gentili e i samaritani (ib, 5). Dovevano predicare: «E' vicino il regno dei
Cieli» (ib, 7).
Ma ormai stava per giungere il momento solenne della loro piena investitura di
Apostoli, di «Inviati». Al momento di staccarsi definitivamente dalla terra, per
ascendere al Cielo, di dove tornerà nella sua gloria alla fine dei tempi, sul
monte della Galilea dove aveva dato loro convegno per l'ultimo incontro, il
dolce, il mite, l'umile Gesù di Nazareth si sarebbe eretto in tutta la sua
maestà di Figlio di Dio e Signore della storia: «Ogni potere mi è stato dato in
cielo e in terra» (Mt 28,18). Come e dire: niente e nessuno è sopra di
me; niente e nessuno può sfuggire a me; nessun potere è reale e duraturo se non
viene da me. Ogni potere! Non solo nel Cielo, dove sto per portare la mia
dimora; ma sulla terra, ugualmente, dove continuerà a permanere: con la realtà
del mio Corpo e del mio Sangue; con lo Spirito che il Padre invierà in nome mio;
con la presenza, con l'azione, con la parola di coloro che continueranno a
rappresentarmi visibilmente: tutta la Chiesa, mio mistico Corpo, radunata e
vivificata dallo Spirito; ma in particolare coloro che ho costituito e
continuerò a costituire Pastori del mio gregge, gli Apostoli da me prescelti e i
loro legittimi successori, i Vescovi della Chiesa di Dio.
«Ogni potere mi è stato dato in cielo e in terra»! «Andate, dunque, ammaestrate
tutte le genti» (Mt 28,19); «Andate per tutto il mondo e predicate il
Vangelo a tutte le creature» (Mc 16,15). Come il Padre aveva mandato
Lui, «a portare ai poveri il lieto messaggio», secondo la profezia dell'antico
Isaia, che Egli stesso aveva applicato a sé all'inizio del suo ministero
pubblico (cfr. Lc 4,18), così Gesù mandava i suoi Apostoli a portare a
tutti gli uomini il suo Vangelo, annuncio di gioia, di letizia, perché annuncio
di liberazione e di salvezza. Quel Vangelo che Egli aveva diffuso nella terra di
Galilea e di Giudea, senza disprezzare l'inospite territorio della Samaria.
Quell'annuncio della verità, alla quale Egli era venuto a «rendere
testimonianza» (cfr Gv 18,37).
Ma come, Signore! Non conoscete voi questi uomini che volete associare a voi
nella vostra incredibile avventura della conquista dell'umanità intera, di tutti
i secoli, di tutte le razze, di tutti i ceti sociali, di tutte le civiltà? Essi
sono pochi, timidi, sprovvisti di ogni bene terreno, poveri di intelligenza,
privi di cultura, paurosi di fronte ai potenti e ai sapienti di questo mondo,
limitati nei loro orizzonti di piccoli provinciali. E voi volete lanciarli
lontano dal loro Paese, mandarli a popoli di lingue sconosciute e di sentimenti
ostili, orgogliosi del loro potere, della loro sapienza, dei loro dei, per
«ammaestrarli», per «rendere soggetto all'obbedienza a Cristo» – secondo la
forte espressione di San Paolo» ogni intelletto»(2 Cor 10,5)? Non
sapete quali difficoltà, quali pericoli li attendono?
«Viaggi innumerevoli – come sperimenterà poi lo stesso Apostolo Paolo pericoli
di fiumi, pericoli di ladri, pericoli dai connazionali, pericoli dai pagani,
pericoli nelle città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli dai
falsi fratelli, fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, digiuno
frequente, freddo e nudità» (2 Cor 11,26-27).
Ma a questi uomini Gesù aveva assicurato: «Io pregherà il Padre ed egli vi darà
un altro Paraclito, affinché sia sempre con voi, lo Spirito di verità» (Gv
14,16) . Quando verrà. «egli vi guiderà in tutta la verità» (Gv 16,13).
Certo, «in questo mondo avete da soffrire; ma abbiate coraggio ho vinto il
mondo» (ib, 33). Non resterete soli, nel lavoro apostolico, nelle fatiche, nei
pericoli, nel dolore, nella morte: Ecco: io sono con voi tutti i giorni, sino
alla fine del mondo»! (Mt 28,20).
Questi sono gli Apostoli; questi i loro successori, i Vescovi della Chiesa di
Dio. Continuatori della missione evangelizzatrice di Cristo; illuminati e
guidati dallo Spirito di verità; sorretti dalla corroborante e riconfortante
presenza del loro e nostro Signore: oggi, come ieri, e per sempre nei secoli:
sino alla fine dei tempi, sino alla conclusione della terrena vicenda dell'uomo.
Così, dopo la discesa dello Spirito Santo, il giorno di Pentecoste, il piccolo
drappello di uomini scelti da Cristo e da Lui investiti della sua autorità e del
suo potere si sparge per l'ampia superficie del mondo portando coraggiosamente
la «lieta novella».
Aiutati dai loro collaboratori, essi cercheranno di far giungere dappertutto la
luce del Vangelo: «In tutta la terra usci il loro richiamo, ai confini del mondo
le loro parole» (Salmo 18,5).
Separati dalle grandi distanze e dalle diverse situazioni, gli Apostoli – come
poi, e ancor oggi, i Vescovi loro successori nell'ufficio pastorali – rimarranno
saldamente uniti nella fede, nella speranza, nella carità, conservando «l'unita
dello spirito, nel vincolo della pace» (Ef 4,3).
Ma per dare alla loro comunione anche un fondamento visibile, Gesù aveva scelto
uno dei suoi Apostoli, non più forte, non più sapiente, non più santo degli
altri: ma per lui il Cristo aveva pregato in modo particolare, «perché la sua
fede non venisse meno» e, dopo il momentaneo turbamento, assumesse l'incarico di
«confermare i suoi fratelli» (cfr Lc 22,32).
Il suo nome era Pietro. Il nome dato da Gesù a Simone figlio di Giovanni,
costituito così la pietra, la roccia sulla quale il Maestro intendeva edificare
la sua Chiesa (cfr Mt 16,18).
Il suo nome è, oggi, Giovanni Paolo.
Molti e diversi sono stati i nomi dei Papi, successori di Pietro nella sede di
Roma, ma a ciascuno di essi Gesù ha rinnovato la solenne investitura: «Tu sei
Pietro e su questa pietra edificherà la mia Chiesa e le porte degli inferi non
prevarranno contro di essa» (ib.).
Il
Concilio Ecumenico Vaticano II, nel riflettere con particolare profondità
sul mistero della Chiesa, ci ha proposto, nella Costituzione dogmatica «Lumen
gentium», un quadro luminoso della bellezza di questa società
soprannaturale che raduna in unità organica uomini e donne di tutti i tempi e di
tutti i luoghi, formando di essi, non solo un'unica grande famiglia, ma il corpo
vivente che ha per Capo Cristo.
Tutti – fratelli e sorelle – uguali nella dignità e nell'eterno destino di
felicità, partecipi tutti del potere sacerdotale, profetico e regale di Cristo,
vi è però fra di loro un ordinamento gerarchico, che ha nei Vescovi e nel Papa
la sua suprema espressione.
Il Primato del Papa - che comporta la potestà suprema, piena immediata e
universale nella Chiesa (cfr
Can.331 del
C.I.C.); (cfr
Lumen gentium n.22), è ufficio di servizio e di amore. Non senza
motivo di titolo più solenne riservato al Sommo Pontefice è quello di «Servo dei
Servi di Dio».
In nessuna parte della Chiesa – ossia in nessun angolo del mondo – il Papa è
straniero. Senza nulla togliere alla autorità, alla responsabilità, alla
paternità dei Vescovi, egli è e deve essere ovunque presente con l'autorità, la
responsabilità, la paternità che l'ufficio petrino gli impone: lui, a cui
Cristo, prima di salire al Cielo, ha affidato il dolce, ma tanto esigente
incarico: 'Pasci i miei agnelli; pasci le mie pecorelle» (cfr Gv
21,15-17).
Stiamo ora per procedere alla consacrazione di un nuovo Vescovo, chiamato dal
Sommo Pontefice ad essere suo Rappresentante presso alcune Chiese particolari e
alcuni Governi civili.
Come Vescovo, egli, pur senza avere la responsabilità diretta della cura
pastorale di una diocesi, entrerà a far parte del collegio dei Successori degli
Apostoli e parteciperà così alla suprema potestà e alle responsabilità che nei
riguardi della Chiesa universale spettano ai Vescovi «in forza della
consacrazione sacramentale e della comunione gerarchica con il Capo e con i
membri del Collegio» (Can.
336 del C.I.C.); (cfr
Lumen gentium n.22).
Grazie alla imposizione delle mani ed alla orazione consacratoria, lo Spirito
del Signore scenderà su di lui e lo costituirà «araldo, apostolo e maestro» del
Vangelo (cfr 2 Tim 1,11).
Egli è figlio della vostra terra: questa Isola, nobile e gentile, piccola e
grande, che è la Sardegna, carica di incomparabili memorie e aperta ad un
avvenire di progresso che noi auspichiamo sempre migliore in tutti i campi,
religioso, morale, sociale, materiale.
Egli ha desiderato ricevere la pienezza del sacerdozio nella sua diocesi, nel
suo Paese, dove il novello Vescovo è stato richiamato dal ricordo dei suoi primi
anni di vita e dove è sbocciata la sua vocazione al sacerdozio.
Partecipando alla dolcezza dei suoi sentimenti, noi pregheremo con l'intera
Chiesa per lui, affinché lo Spirito lo riempia della ricchezza dei suoi doni.
Egli ne avrà particolare bisogno, per poter rispondere degnamente alla missione
nella quale è chiamato a svolgere il suo servizio episcopale: quale
Rappresentante, cioè, del Supremo Pastore della Chiesa presso i suoi Fratelli
nell'Episcopato che pascono il gregge del Signore nella regione del Bangladesh.
Regione nota a noi, in particolare, per le terribili prove inflitte a quelle
popolazioni dalle recenti disastrose inondazioni, che da poco ha preso
animosamente in mano i suoi destini quale Paese sovrano e indipendente e che è
deciso a far fronte alle sue responsabilità anche quale membro della Comunità
internazionale: per questo la Santa Sede è stata lieta di annodare, con esso,
rapporti ufficiali, di carattere diplomatico.
In quel Paese Mons. Piero Biggio dovrà essere l'occhio e l'orecchio paterno del
Sommo Pontefice, ansioso di conoscere la vita della Chiesa in tutte le parti del
mondo, per partecipare alle sue gioie e alle sue pene, alle sue speranze e alle
sue difficoltà, ai suoi programmi e ai suoi problemi; dovrà esservi il
messaggero e l'interprete del pensiero, della volontà, delle aspettative, dei
desideri del Papa; dovrà portarvi, soprattutto, l'eco vivente dell'amore del
Padre comune per tutti i suoi figli.
Missione bellissima, senza dubbio, ma che molto esige di intelligenza, di
preparazione, di esperienza, di cuore – da chi viene incaricato di svolgerla.
Per questo Mons. Piero Biggio molto attende dalle nostre preghiere, dalle
preghiere di quanti gli sono amici.
La nostra invocazione, dopo che al Padre Onnipotente, allo Spirito santificatore
e al Pastore eterno della Chiesa, si rivolge a Colei che della Chiesa è il fiore
più bello ed è stata riconosciuta Madre: la Vergine concepita senza peccato.
E' sotto il suo sguardo che si svolge il sacro rito che segna l'inizio d'una
nuova, importatissima tappa nella vita del nostro amico e fratello il quale
ripartirà portando nel cuore il ricordo del suo Paese, la dolce visione della
sua terra per consacrare le sue forze al servizio d'una eletta porzione del
popolo di Dio.
Voglia Essa stendere sempre su di lui il suo manto protettore, per aiutarlo ad
essere un degno Vescovo di Cristo sulla terra!
*Archivio dell’Associazione – Centro Studi Card. A. Casaroli,
Bedonia. |