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ORDINAZIONE EPISCOPALE DI MONSIGNOR LORENZO BALDISSERI
OMELIA DEL CARDINALE ANGELO SODANO*
Pisa - Sabato, 7 marzo 1992
Venerati Confratelli nell'Episcopato, cari Sacerdoti,
fratelli e sorelle nel Signore!
In questa stupenda cattedrale si compie oggi un atto di fondamentale rilevanza
nella vita della comunità cristiana: un vostro sacerdote, il carissimo Don
Lorenzo Baldisseri, sta per essere elevato alla dignità episcopale ed essere
così annoverato tra i successori degli Apostoli.
Per volontà di Cristo il Vescovo è figura centrale nella struttura della Chiesa.
Nelle sue mani, infatti, si assommano tutte le funzioni essenziali per la vita
del Corpo mistico di Cristo. Egli è il maestro della fede. Egli è colui che, «in
persona Christi», offre al Padre il Sacrificio della nuova Alleanza. Egli è a
guida del popolo cristiano.
In una parola, che tutto riassume, egli è il Pastore.
Carissimo Don Lorenzo, in un momento tanto significativo della tua vita credo
che non ti si possa rivolgere augurio più appropriato di questo: Sentiti sempre,
in ogni circostanza e davanti a qualsiasi persona, Pastore del Popolo di Dio.
Questa è la qualifica con cui Gesù stesso, nel Vangelo, volle presentarsi ai
suoi ascoltatori: «Io sono il buon Pastore» (Gv 10, 11). Questo l'impegno che
egli affidò a Pietro: «Pasci i miei agnelli... pasci le mie pecorelle» (cfr. Gv
21, 1.15-17). Questo il compito che, secondo le parole della Prima Lettera di
Pietro, gli apostoli trasmisero ai loro immediati collaboratori, i «seniores»:
«Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro: pascete il gregge
di Dio che vi è affidato...» (1 Pt 5, 1 ss.).
Non a caso, perciò, il rito dell'ordinazione episcopale pone sulle labbra del
Consacrante la bella preghiera: «O Padre, che conosci i segreti dei cuori,
concedi a questo tuo servo, da te eletto all'Episcopato, di pascere il tuo santo
gregge e di compiere in modo irreprensibile la missione del sommo sacerdozio».
Di tale compito è segno eloquente il pastorale, che viene consegnato al
neo-consacrato («baculum, pastoralis muneris signum» con la raccomandazione:
«Abbi cura dell'intero gregge, nel quale lo Spirito Santo ti ha posto come
Vescovo per reggere la Chiesa di Dio».
Nell'adempimento delle mansioni connesse col tuo ufficio, caro Don Lorenzo, è
alla bella e suggestiva immagine del buon Pastore che dovrai costantemente
riferirti. Ad essa dovrai ispirare ogni tua scelta, ricordando che il popolo
cristiano questo cerca in ogni sacerdote, questo s'attende in special modo dal
Vescovo.
Non è significativo che la prima raffigurazione di Gesù, tramandataci dalla
iconografia antica, sia proprio quella del buon Pastore che porta sulle spalle
la pecorella ritrovata?
Anche oggi la prospettiva non è mutata. I cristiani continuano ad attendersi dal
ministro di Dio la testimonianza di un amore disinteressato e coraggioso, capace
di donarsi e di sacrificarsi per le pecorelle del gregge (cfr. Gv 10, 11). Se
questa disponibilità generosa è presente, allora nasce la fiducia nel ministro
di Dio e l'animo si dispone ad accoglierne i richiami.
Bastano questi semplici accenni per lasciar intendere quali compiti esigenti
rechi con sé l'elevazione all'Ordine episcopale. È una responsabilità, anzi una
corresponsabilità, che prende le proporzioni del mondo. Come l'apostolo Paolo,
ogni Vescovo deve, infatti, sentir pulsare nel cuore «la preoccupazione per
tutte le Chiese» (2 Cor 11, 28).
La Seconda Lettera a Timoteo (1, 7ss.), poc'anzi ascoltata, ci ha ricordato che
il Vescovo è chiamato a vivere in se stesso non “uno Spirito di timidezza, ma di
forza, di amore e di saggezza». Egli non deve «vergognarsi della testimonianza
da rendere al Signore», ma deve invece esser disposto a «soffrire per il
Vangelo», consapevole di «esserne stato costituito araldo, apostolo e maestro».
Compito esaltante, ma in se stesso arduo, caro Don Lorenzo. Compito non di rado
superiore alle semplici forze umane. «Per questo motivo ti ricordo di ravvivare
il dono di Dio che è in te per l'imposizione delle mie mani» (2 Tm 1, 6). Questa
ammonizione dell'Apostolo, che faccio mia, ti accompagni nel tuo prossimo
impegno ed in ogni altro incarico a cui la Provvidenza divina ti vorrà chiamare.
Carissimo Don Lorenzo, tu vai ora come Pastore nell'Isola di Haiti, la terra
scoperta da Cristoforo Colombo proprio cinque secoli fa, al termine del suo
primo viaggio verso l'America.
Vai Pastore nella più antica Repubblica delle Antille. Tu già ben conosci il
popolo di quella Nazione e le aspirazioni dei suoi figli migliori; allo stesso
tempo sei però testimone anche delle sofferenze che, soprattutto i più poveri,
hanno dovuto subire.
Nei secoli la
vita associata vi è stata, purtroppo, turbata non poche volte dalla violenza:
quasi un appuntamento periodico, che ha segnato la storia di quella provata
comunità.
Il bellissimo golfo di Port-au-Prince è stato anche il terribile scenario
dell'iniquo traffico di migliaia di africani. Haiti è stata uno dei penosi punti
d'arrivo di quel terribile commercio di schiavi, che il Santo Padre recentemente
non ha esitato a definire come «Olocausto sconosciuto», e per il quale ha
chiesto perdono a Dio e alle innocenti vittime di tanta desolazione.
Haiti però è stata anche teatro delle più antiche lotte di liberazione delle
popolazioni oppresse: patria, in terra d'America, delle prime libertà
democratiche dell'era moderna. Dalle ceneri della colonia francese, già nel
1804, sorgeva infatti la Repubblica.
La storia stessa del popolo presso il quale vai quale Rappresentante Pontificio
insegna, però, a tutti che anche la convivenza democratica, se segnata da
rivendicazioni violente e da contrapposizioni inconciliabili, non riesce ad
appagare il bisogno di libertà insito nel cuore dell'uomo. Laddove c'è violenza
non c'è umanesimo, non c'è rispetto per la dignità dell'uomo.
In comunione con gli altri Vescovi che sono in Haiti, ti è affidato il compito
di proporre a tutti il Magistero della Chiesa, che illumina anche il delicato
ambito della vita sociale. A te, in particolare, è affidato il ruolo di
testimone della Chiesa Universale, e di promotore, insieme a tutti gli uomini di
buona volontà, di una convivenza fondata sui principi cristiani del vivere
sociale, cosi altamente proclamati e ribaditi dall'insegnamento pontificio: la
non violenza, la solidarietà, il rispetto reciproco, la giustizia e la difesa
della dignità della persona.
Tu vai Pastore nell'isola che porta l'antico nome indigeno di «la montagnosa»,
avendo vivo nel cuore il ricordo delle vette delle Alpi Apuane e delle valli del
Barghigiano dove sei nato. Ti auguro di saper amare, con cuore indiviso e
generoso, questa porzione del popolo di Dio, a cui sei inviato dalla carità del
Supremo Pastore della Chiesa.
Il tuo servizio alla Sede Apostolica ti ha già condotto in varie regioni del
mondo, presso numerose Chiese particolari, dalle quali hai tratto un'esperienza
notevole degli interrogativi profondi che il nostro tempo pone alla Chiesa.
Vai ora Pastore in Haiti, portando con te la memoria di questa Chiesa Pisana che
ti ha formato al Ministero e alla quale sei legato da vincoli profondi di fede e
di carità.
Ti circondano in questo momento i sacerdoti pisani, in particolare quelli che
con te iniziarono il servizio alla Chiesa e quanti ti furono maestri nella fede.
Oggi, di qua tu parti di nuovo per una missione più grande, che esprime una
caratteristica particolare di questa antica Chiesa di San Ranieri, pellegrino in
terre lontane, oltre che testimone della fede in Patria e nella Civiltà del
Medio Evo.
Ti invito a portare con te la memoria viva dei grandi Pastori di questa Chiesa,
perché tu sappia farne rivivere l'esempio e lo zelo.
Diventi Vescovo nella cattedrale che conserva le spoglie mortali del grande
Cardinale Pietro Maffi, che resse la Chiesa pisana in momenti non facili di
confronto e di lotta. Al suo esempio di Paladino delle libertà della Chiesa e di
grande ministro della carità, ti invito a ispirare il tuo nuovo Ministero. Tu
sai come egli, all'inizio del suo servizio, non poté neppure prendere possesso
di questa sua Sede primaziale, trattenuto dall'exequatur regio, che non veniva
concesso, per le indebite ingerenze del potere politico nella vita interna della
Chiesa. E tutto il suo Ministero di Arcivescovo fu segnato dall'impegno di
trovare giuste ed eque vie d'intesa tra la Chiesa e lo Stato in Italia,
difendendo con singolare coraggio i diritti dei cattolici, senza mai
misconoscere i valori delle Istituzioni civiche e il ruolo dell'Autorità dello
Stato.
È noto come il Cardinale Maffi più volte agì per incarico della Santa Sede,
dando cospicui contributi per avviare la «Conciliazione» tra Chiesa e Stato in
Italia. L'intervento personale in questa cattedrale, quando il Capo del Governo
nei 1926 volle visitare Pisa e le pazienti mediazioni con Casa Savoia a San
Rossore favorirono non poco il compiersi dello storico evento. Note sono anche
le forti prese di posizione dell'Arcivescovo, quando il Fascismo volle
interferire nella vita interna della Chiesa e negli ambiti delicatissimi della
formazione dei giovani mediante le associazioni cattoliche. Egli allora fu
capace di opporre ai potenti tutta la fermezza che i tempi difficili
richiedevano e, ad un tempo, di chinarsi, provvido pastore, sulle classi più
provate, sui bambini abbandonati e sugli orfani di guerra, con gli asili, le
opere pie e le tante istituzioni dell'Opera diocesana che di lui ancora porta il
nome. Abbi davanti a te questi esempi nella tua nuova missione. Tra i compiti
principali di Pastore della Chiesa, come Rappresentante Pontificio, avrai il
dovere di favorire il dialogo tra Chiesa e Stato nelle presenti difficili
circostanze, in completa comunione con i Vescovi di quelle Chiese particolari,
facendo salvi i diritti della Chiesa, pur tra le pressioni e le contraddizioni
che saranno le spine della corona che oggi ti viene posta in capo. Questa è la
tua mitria, da portare con dignità e coraggio, ad immagine del Cristo che,
attraverso le sue sofferenze, ci ha redenti.
Non si
disgiunge nella tradizione della Chiesa la carità dei soccorsi ai bisognosi,
secondo il precetto delle opere di misericordia. Riuscire a sensibilizzare
all'impegno civico il laicato è altissima impresa di carità apostolica. Anche in
tale delicatissimo ruolo ti sia di ispirazione e di aiuto la venerata tradizione
di questa antichissima Chiesa particolare.
Negli anni della tua formazione in Santa Caterina mille volte ti sei
inginocchiato davanti alle reliquie del Beato Giordano da Rivalso. Quante volte
ne avrai chiesto l'aiuto, quanto avrai desiderato di poterne seguire l'esempio!
Questa Chiesa pisana e le altre Chiese toscane furono beneficate dalla salutare
presenza del Beato: da qua, dalla sua predicazione e dalla sua indefessa opera,
partì nel Medio Evo il noto movimento d'impegno laicale che fu celebrato esempio
ai moderni movimenti di carità e all'associazionismo cattolico.
Come infine non ricordare, nella Primaziale di Pisa il Servo di Dio Giuseppe
Toniolo e la sua instancabile opera, come docente universitario e come fedele
collaboratore dei Vescovi, all'inizio di questo secolo, per far riassumere ai
laici cattolici italiani il loro ruolo nella vita dello Stato?
Quasi otto secoli fa, proprio in questo giorno, Papa Innocenzo III volle che
l'Arcidiocesi pisana fosse Chiesa madre e primaziale di tutte le Chiese delle
isole di Corsica e Sardegna, col compito di essere segno di comunione e di
solidarietà tra di esse. I suoi Arcivescovi per secoli hanno portato il titolo
di Legati dei Sommi Pontefici. Oggi tu parti di qua Legato e Nunzio verso Haiti,
primo in questo secolo tra i sacerdoti del presbiterio pisano, a rivivere il
mandato apostolico di Rappresentante Pontificio. Ti è conferita un'altissima
dignità. Ma non avrai altro potere che quello che il Cristo ci ha lasciato.
Sarai costituito in autorità quale collaboratore del Vescovo di Roma, che si
fregia del titolo di Servo dei Servi di Dio. Non potrai però svolgere il tuo
ministero se non saprai aggiungere al ruolo istituzionale, che la missione
canonica ti conferisce, l'autorevolezza di una vita tutta dedita alla Chiesa,
con santità personale e animo missionario.
Ti sia di interiore, efficace riferimento, San Francesco Saverio, il Santo
Patrono dei Nunzi Apostolici, lui che, partito dall'Europa come Legato
Pontificio, spese la vita al servizio del Regno di Dio come evangelizzatore e
missionario, ed ebbe la grazia di impiantare la Chiesa in terre lontane.
Uscendo come Vescovo da questo tempio porta con te, fissa negli occhi,
l'immagine dell'antica icona di Santa Maria di sotto gli Organi, che da secoli
si venera nella Chiesa Primaziale pisana. Mostra anche tu Cristo, con la tua
vita. Come la Vergine Madre, nell'immagine bizantina tanto cara al tuo popolo,
vera icona della Chiesa intera, sappi farti indietro, per far posto a Cristo;
sappi sempre indicare lui. Fa' che sia sempre Gesù in primo piano: benedicente e
sovrano. La lunga strada che di qua parte, ai Primi Vespri di questa Quaresima,
conduce assai lontano: porta infatti alla Gerusalemme del cielo, che è nostra
madre e nostra speranza. Hai scelto come motto del tuo Episcopato: «In itinere
laete servire Domino». Il tuo servizio episcopale possa condurre molti
all'incontro con Cristo!
*L'Osservatore Romano 9-10.3.1992 p.6.
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