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L’ ORIZZONTE DEL 2000: VERSO QUALE CIVILTÀ?

Conferenza tenuta dal Card. Angelo Sodano, Segretario di Stato,
dinanzi agli Ambasciatori accreditati presso la Santa Sede

Roma, Ambasciata d'Italia - 1° dicembre 1999

 

Quand'ero giovane sacerdote avevo più tempo per dedicarmi allo studio. Insieme alle ricerche di teologia, sempre mi interessarono quelle di storia, della storia della Chiesa come di quella dei popoli. Fra i libri che allora mi impressionarono particolarmente, ve n'era uno scritto da un ricercatore nord-americano, Alvin Toffler, con un titolo significativo: "Lo choc del futuro" (A. Toffler, Lo choc del futuro, Torino, Einaudi, 1972).

L'autore parla delle scosse che le moderne tecnologie imprimono all'uomo, obbligandolo ad affrontare le sfide della modernità e di una universale socializzazione.

Nel mondo d'oggi, diventato un villaggio globale, alle soglie di un nuovo millennio, anche noi avvertiamo uno choc, che ci spinge a rivisitare in maniera globale il cammino percorso fino ad ora dalla civiltà umana ed a prendere atto di quali sfide ci attendono per l'avvenire.

1. L'orizzonte della storia

Come un alpinista che si attarda a considerare il sentiero percorso, il credente, alle soglie ormai del terzo millennio cristiano, si volge a meditare sul senso della storia, su questo incessante movimento dell'umanità verso il suo fine.

Alcune visioni filosofiche pessimiste, antiche e moderne, hanno considerato la storia come assoluta irrazionalità. L'uomo stesso sarebbe soggetto ad una forza cieca, che guida le stelle nel cielo e i viventi sulla terra. Questa tesi, già ventilata da alcuni filosofi greci, come ad esempio gli atomisti cinque secoli avanti Cristo, nei tempi moderni fu cara a Schopenhauer ed a Nietzsche.

Al contrario, le correnti idealiste hanno visto nella storia un'assoluta razionalità. Tutto sarebbe riconducibile alla ragione, come sviluppo crescente di un grande pensiero. Da parte sua, il marxismo ha interpretato la storia come risultato unicamente di fattori economici.

Secondo la visione cristiana, due sono i capisaldi della storia: da una parte, l'esistenza dell'uomo libero e, dall'altra, l'intervento della Provvidenza Divina, che veglia sulle vicende umane e sa trarre il bene anche dal male. E' una visione che dà valore all'uomo, consapevole di essere il libero costruttore del suo destino e, d'altra parte, gli arreca serenità, perché gli assicura che dall'alto Uno veglia su di lui e dirige ogni cosa con amore.

Guardando alla storia dei due millenni trascorsi, è inevitabile notare un incerto incedere dell'umanità, quasi come in un continuo zig-zag, che rivela il dramma dell'uomo, essendo egli responsabile di usare in bene o in male quella libertà ricevuta in dono da Dio. Tra un ottimismo che vede nella storia solo progresso e il pessimismo di chi considera soltanto le rovine causate dall'uomo, sta la teologia cristiana della storia: pur pessimistica sulle esistenziali possibilità della nuova creatura, essa è in definitiva ottimista perché è consapevole della presenza della Provvidenza Divina che senza sosta guida le sorti dell'universo.

2. L'orizzonte della civiltà

Alle soglie del Terzo Millennio, viene spontaneo chiedersi a quale grado di civiltà sia giunta oggi l'umanità.

Sappiamo bene che la civiltà è un fatto "umano". L'uomo diviene civile quando si eleva al si sopra dell'animale, che, per sopravvivere, vive guidato unicamente dall'istinto della propria conservazione e, quindi, dalla sola legge della forza. L'uomo, dotato anch'egli di istinti vitali, non ne è però schiavo, ma con l'intelligenza e la libertà può superarli. La civiltà è appunto il frutto di questo superamento da parte dell'uomo dei suoi istinti vitali, è il frutto del passaggio dall'istintualità alla razionalità. Civile è l'uomo quando passa dall'istinto di sopravvivenza individuale ed egoistica al senso sociale. Civiltà è quando gli uomini vivono il rispetto e la cura dell'altro, vale a dire avvertono di far parte di un gruppo sociale che si allarga ad altri gruppi, fino a costituire una grande comunità. Forma a noi ben nota di questa realtà sociale è lo Stato.

E' civile una società nella quale si è passati dalla forza che fonda il diritto al diritto che fonda la forza. In realtà è proprio l'esistenza del diritto che costituisce una civiltà: civiltà tanto più alta quanto più esteso è il campo del diritto, quanto più vasti i campi in cui vigono le leggi, valevoli per tutti.

Nell'ora attuale in cui si trova l'umanità, il cammino verso un alto grado di civiltà pare essere ancora lontano. Non può ritenersi infatti società civile quella che discrimina le persone secondo la razza o il gruppo etnico; quella in cui il potere è nelle mani di un regime dispotico, che non riconosce alcun diritto al di fuori della sua volontà; quella che legittima la morte di innocenti o la pulizia etnica. Come si è potuto contrabbandare il diritto all'aborto quale "diritto di civiltà"? Come possiamo dire di vivere in un mondo civile, quando nel nostro pianeta milioni di persone patiscono ancora la fame o sono private di un minimo sviluppo culturale?

Abbiamo molta strada da percorrere e l'avvento del Terzo millennio ci deve spronare a lavorare con rinnovato impegno per condurre l'umanità verso traguardi veri e duraturi di civiltà.

3. La civiltà cristiana

Compito del cristiano, poi, non è solo di cooperare con tutti gli uomini di buona volontà nel costruire in questo mondo un alto grado di civiltà, ma impegnarsi, in forza della sua stessa fede, a far sì che tale civiltà sia cristiana. A tale riguardo, sorge subito una domanda: Quand'è che una civiltà può dirsi "cristiana"?

La risposta è abbastanza semplice: una civiltà può dirsi "cristiana" quando s'ispira ai principi che il Vangelo pone alla base della convivenza umana. Per il Vangelo, l'uomo non è soltanto l'essere più alto e più nobile nella scala degli esseri viventi per la sua razionalità e per la sua capacità di dominare i suoi istinti, e, quindi, per la sua libertà, ma è l'essere creato da Dio per amore, chiamato a divenire figlio di Dio e destinato alla vita eterna con Lui. Ha, pertanto, una dignità "divina", non nel senso che egli sia di natura divina, ma nel senso che egli è l'"immagine" più perfetta di Dio e nel suo essere spirituale e fisico riflette qualcosa della sapienza, della pienezza e della bellezza dell'essere divino. Egli, a differenza di tutti gli altri viventi, è una "persona", che esiste in se stessa e per se stessa, è fine a se stessa: è l'unico essere che Dio abbia creato "per se stesso".

Una civiltà può dirsi "cristiana" quando pone alla sua base la "persona umana", rispettandone e promuovendone la "dignità": quando fa della valorizzazione della "dignità" umana in tutte le sue espressioni - intellettuali, morali e fisiche - il suo scopo; quando indirizza ogni sua attività alla crescita degli uomini in ciò che essi hanno di più specifico: l'intelligenza, la libertà, il senso di responsabilità, la coscienza, il senso di benevolenza, di socialità, di amicizia e di solidarietà verso gli altri.

Nella visione cristiana l'uomo è - per sua natura - un essere "religioso". Un essere cioè fatto per Dio e, dunque, nel suo profondo in cerca di Dio. In modo talora persino inconsapevole è mosso da quello che gli antichi chiamavano il desiderium Dei. Nello stesso tempo è un essere "morale", che tende cioè ed aspira al bene. Una civiltà è "cristiana" quando pone le persone nelle condizioni favorevoli per vivere liberamente la propria vita religiosa, quando difende e promuove i valori morali del matrimonio, della famiglia, della giustizia, della concordia tra i cittadini, del rispetto del bene comune, della pace sociale, estirpando le occasioni e le cause di odi e di conflitti.

Nella visione cristiana, poi, gli "ultimi" sono i "primi", i privilegiati nel Regno di Dio. Pertanto, Gesù nella sua vita e nella sua morte si è messo "dalla parte degli ultimi" e ad essi ha promesso la partecipazione al Regno di Dio. Una civiltà è "cristiana", allora, quando si prende cura particolare di coloro che sono "ultimi" culturalmente, economicamente e fisicamente: tali sono, nelle società moderne, gli anziani soli ed abbandonati e i bambini senza sostegno, i malati cronici, i disabili, quanti vivono al di sotto della linea della povertà ed è il caso di gran parte delle famiglie numerose, i senza casa e senza famiglia, i giovani che non trovano lavoro ed i disoccupati cronici, gli immigrati, i profughi e gli esuli. Una civiltà "cristiana" tanto più si qualifica e si mostra tale quanto più è capace di creare per gli "ultimi" condizioni di vita "umane". Coloro che nel campo sociale e politico si qualificano come "cristiani" e intendono operare per la creazione di una "civiltà cristiana" devono rendersi conto che come politici od operatori sociali cristiani devono impegnarsi perché i diritti di tutti e specialmente degli ultimi siano sempre rispettati e promossi.

Parlando della civiltà "cristiana", Paolo VI l'ha definita la "civiltà dell'amore". E' la definizione più giusta, perché Dio è Amore e Padre e perché il comandamento più alto - e anche più suo - che Gesù ha dato ai suoi discepoli è il comando dell'amore vicendevole. Giovanni Paolo II, sia con le grandi Encicliche sociali, sia con gli insegnamenti impartiti nei Viaggi apostolici, ha posto le solide fondamento di questa civiltà dell'amore, invitando i cristiani a costruirla, rifacendosi alle "radici cristiane" dell'Europa e della civiltà occidentale. E' un compito difficile, che richiede coraggio e sacrificio; ma nello stesso tempo è la grande sfida che sta dinanzi ai cristiani impegnati nella politica in questo passaggio storico tra il secondo e il terzo Millennio.

4. L'orizzonte morale

Cari amici, il nostro sguardo, alle soglie del Grande Giubileo del 2000, va quasi naturalmente alla gioventù, futuro e speranza della Chiesa e del mondo. Ad essi sentiamo il dovere di rivolgere un appello accorato per una rifondazione del loro senso morale.

Possano essi, in questo straordinario momento epocale, riascoltare la voce di Cristo che propone il suo esigente e vivificante insegnamento. Sempre attuale è il noto dialogo di Gesù con il giovane ricco, riferito nel capitolo 19 del Vangelo di San Matteo. Sulla traccia di tale dialogo, lo stesso Papa Giovanni Paolo II ci ha dato la nota Enciclica "Veritatis Splendor", "lo Splendore della Verità" (6 agosto 1993). "Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?", chiese un giovane a Gesù. E la risposta fu lapidaria: "Se vuoi entrare nella vita osserva i Comandamenti" (Mt 19, 16-21). Come questo giovane sconosciuto di cui narra il Vangelo, anche l'uomo d'oggi, e specialmente il giovane, si volge verso Cristo per avere da Lui risposta circa le sue scelte di vita.

In verità, l'uomo potrebbe già trovare in se stesso una prima risposta a tale domanda, dato che Dio lo ha creato con sapienza, ordinandolo al suo fine mediante una legge che gli ha scritto nel suo cuore, la legge naturale, definita così da San Tommaso d'Aquino, grande genio filosofico e teologico che l'Italia ha dato al mondo: "Essa altro non è che la luce dell'intelligenza infusa in noi da Dio. Grazie ad essa conosciamo ciò che si deve compiere e ciò che si deve evitare. Questa luce e questa legge Dio l'ha donata nella creazione" (cfr Veritatis Splendor, n. 12). Nella storia d'Israele, leggiamo che Dio ha continuato a tracciare un itinerario di vita all'uomo, in particolare con i Comandamenti del Sinai, mediante i quali chiamava Israele ad essere "una Nazione santa" (Es 19,56), capace di far splendere la sua santità fra tutte le genti (Sap 18,4; Ez 20,41).

Verrà poi Cristo a completare quella Legge. Il suo Vangelo diventerà così la "magna charta" della morale cristiana e la sua Grazia darà all'uomo la forza di applicarla fedelmente.

Grande è l'ideale cristiano, ma grande è pure la grazia del Signore. Questo faceva dire a Sant'Agostino: "Da quod iubes et iube quod vis" (donaci la grazia di fare ciò che domandi e comanda ciò che vuoi) (Confessioni X, 29,40).

L'auspicio di tutti è che davvero il Terzo Millennio cristiano ridesti in ogni credente il desiderio d'una sempre più grande coerenza morale, rifiutando ogni comodo adattamento alle mode del tempo ed ogni cedimento ai venti di relativismo morale che soffiano in vari ambienti della cultura postmoderna.

E' sempre attuale il monito di san Paolo ai Romani del suo tempo: "Non conformatevi alla mentalità di questo mondo " (Rm 12,2). E' la tentazione di sempre a cui dobbiamo reagire con vigore.

5. Uno sguardo sulle moderne democrazie

Alla luce di quanto detto, possiamo ora volgere lo sguardo verso le democrazie moderne, chiedendoci: "Può esistere una vera democrazia senza il fondamento di autentici valori?". E' quanto si sono chiesti i Membri della Pontificia Accademia di Scienze Sociali, in un'Assemblea Plenaria tenutasi l'anno scorso in Vaticano. I risultati di tali lavori sono stati recentemente pubblicati dalla stessa Accademia con il titolo "Democracy, some acute questions, Vatican City 1999".

Interessanti furono soprattutto le relazioni del Prof. Zacher, dell'Università di Monaco di Baviera (Germania), del Prof. Nojiri, dell'Università di Osaka (Giappone), del Prof. Zampetti, dell'Università di Genova (Italia) e del Prof. John Di Iulio, di Philadelphia (USA).

Con vari interventi, essi hanno messo in luce che la democrazia può contribuire a promuovere certi valori, ma, se è carente d'un solido fondamento, può concorrere a distruggerne altri più alti inscritti nel cuore dell'uomo.

In realtà, esaltando l'individuo come fonte ultima della verità, si giunge a minare i fondamenti stessi della democrazia. Se la verità è data solo dal consenso, poco a poco vi è il pericolo che si instauri una vera rivoluzione antropologica: l'uomo non sarebbe più una persona, un essere cioè aperto alla trascendenza, ma un individuo, chiamato a darsi delle verità, a darsi un'etica di vita. In tale ottica, valore sarebbe ciò che gli fa piacere e non meraviglia che si possa giungere all'aberrazione di parlare perfino di diritto all'eutanasia!

Per secoli la concezione della politica derivava da una visione dell'uomo che supponeva un ordine morale oggettivo, una legge naturale previa a qualsiasi contratto sociale o legge positiva. Questa visione è venuta meno nell'epoca moderna con la tendenza sempre più accentuata a una concezione individualista dell'uomo e a una morale soggettiva. Attualmente il politico si trova di fronte a questa scelta: indirizzare la propria azione politica secondo una visione iusnaturalista (riconoscendo i beni oggettivi dell'uomo) o secondo una visione strumentalista che si accontenta di far funzionare bene i meccanismi contrattuali. Ricordiamo in proposito le parole di Paolo VI: "Senza dubbio l'uomo può organizzare la terra senza Dio, ma senza Dio egli non può alla fine che organizzarla contro l'uomo" (Populorum progressio). Giovanni Paolo II nell'Enciclica Evangelium vitae mette di nuovo il dito nella piaga: "se non esiste nessuna verità ultima la quale guida e orienta l'azione politica, allora le idee e le convinzioni possono esser facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si trasforma facilmente in un totalitarismo aperto o subdolo, come è dimostrato dalla storia" (n. 101).

Occorre, quindi, che si ritorni a riscoprire il valore della legge naturale, vera stella polare della democrazia.

Nella storia dei popoli, la legge naturale ha svolto, in realtà, una pluralità di funzioni. Ha aiutato a colmare le lacune della legge positiva e ad interpretarla con la dovuta equità; ha permesso e favorito il dialogo tra i popoli e le culture, come una grammatica comune necessaria a tale scopo; ha svolto una funzione critica nei confronti delle proprie formulazioni storiche e una funzione di prospettiva verso il futuro essendo stata capace di superare dettami ritenuti «naturali», spingendo la storia dei popoli verso orizzonti di maggiore giustizia. Ha funzionato in questo senso come una «prefigurazione dell'ordine giuridico futuro» (J. L. Aranguren, Ética y política, Madrid 1996, p. 39).

Quando si nega la dipendenza della libertà dalla verità, viene meno ogni valutazione morale degli atti umani. Ognuno diventa regola per se stesso. La ragione e la fede ci insegnano però che il potere di decidere del bene e del male non appartiene all'uomo, ma a Dio solo. Tenendo conto di tutto ciò, l’impegno a restaurare il senso morale costituisce un importante contributo all'instaurazione di vere democrazie nel Terzo Millennio che è ormai alle porte.

6. Il contributo delle religioni

A tale rinnovamento del senso morale i cristiani sono chiamati, in primo luogo, a prestare la propria opera. Secondo gli ultimi dati dell’Ufficio Statistico della nostra Segreteria di Stato (dati basati sull’Annuario demografico pubblicato dall’Ufficio di Statistica dell’ONU), al 30 giugno 1997 la popolazione mondiale era stimata in 5.820.767.000 di abitanti. Di questi i cattolici battezzati sarebbero 1.005.254.000 e cioé circa il 17,3% della popolazione mondiale. Ovviamente, tale percentuale su scala mondiale varia nei 5 continenti, passando dal 62,9% delle Americhe al 41,4% dell’Europa fino al 3% dell’Asia.

Ma alla presenza dei cattolici nel mondo si deve, poi, ovviamente aggiungere la presenza degli altri cristiani delle varie confessioni e così la percentuale del 17,3% sale a circa il 30%. È una presenza significativa quella dei discepoli di Cristo, da Lui chiamati ad essere «sale della terra e luce del mondo», anche del mondo del Terzo Millennio.

Nella promozione dei valori morali i cristiani trovano poi sul loro cammino i credenti delle altre religioni, in particolare della religione ebraica e della religione islamica, come tanti uomini di buona volontà.

È un’azione comune per dare un’anima alla civiltà del Terzo Millennio e far si che le Nazioni progrediscano verso livelli sempre più alti di vita sociale, senza ricadere nelle forme aberranti di cui il secolo ventesimo purtroppo ha dato prova.

Se si è giunti così a compiere tanti orrori contro l’uomo, è perché si è giunti a dimenticare l’esistenza della legge di Dio. Anche per me è stata agghiacciante la lettura di alcuni studi recenti, come quello di Yves Ternon - «Lo Stato criminale - I genocidi del XX secolo». E la traduzione italiana del libro pubblicato in Francia «L’Etat criminel» (Editrice Corbaccio, Milano 1997).

Tocca ormai a tutti i credenti impegnarsi a lavorare, nelle sedi nazionali ed internazionali, perché il nuovo Millennio della nostra storia segni una nuova pagina nel cammino dell’umanità. Il rispetto della legge naturale, scritta da Dio nella coscienza di ogni uomo, può essere la base per riportare la civiltà del 2000 verso traguardi migliori.



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