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DISCORSO DEL CARDINALE ANGELO SODANO, SEGRETARIO DI STATO, ALL'APERTURA DEI LAVORI DEL XXIII CONVEGNO NAZIONALE DELL'UNITALSI

Una testimonianza di carità

«L'accoglienza dei pellegrini che giungeranno a Roma per il Giubileo comporta strutture idonee, e di queste molto giustamente si parla. Comporta però in primo luogo cuori aperti e generosi che aiutino i pellegrini a sperimentare la misericordia divina ed il calore della fraternità, segno distintivo di ogni autentica comunità cristiana». Lo ha detto il Cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato, aprendo — nel pomeriggio di venerdì 19 febbraio, nell'Aula Paolo VI — i lavori del XXIII Convegno nazionale dell'UNITALSI, la storica Associazione che da 96 anni si occupa del trasporto degli ammalati a Lourdes e nei santuari internazionali.

Ci sembra opportuno pubblicare integralmente il discorso del Cardinale Segretario di Stato per «respirare» la grande storia di carità che da duemila anni segna profondamente la vita della Chiesa.

Vi ringrazio per avermi invitato a questo vostro XXIII Convegno nazionale, che vuole aiutarvi a riflettere su un tema quanto mai attuale: «L’UNITALSI in una società che cambia». La vostra benemerita associazione, nata 96 anni or sono, svolge un significativo apostolato fra sofferenti e ammalati: una straordinaria testimonianza di carità che da laici corresponsabili della costruzione della Chiesa, vivendo appieno il proprio battesimo, voi intendete portare avanti, al servizio degli ammalati e per la crescita della comunità ecclesiale. Chi, recandosi a Lourdes o a Loreto non rimane sorpreso dalla vostra silenziosa e preziosa presenza accanto agli infermi? So bene che la vostra missione non si esaurisce in questo pur meritevole servizio, ma mira alla formazione spirituale, morale dei membri dell’Associazione perché essi, come si legge nella premessa istituzionale al vostro Statuto, «non siano solo umili servitori degli ammalati durante i pellegrinaggi, ma soprattutto modello di vita cristiana e di caritatevole assistenza nelle parrocchie e nelle diocesi».

La vostra è così un’attività che vuole irradiare nel mondo della sofferenza la luce ed il calore del «Vangelo della carità», inserendosi nel filone della testimonianza evangelica della carità, che ha recato ricchi frutti di bene nel corso di 2000 anni di storia cristiana.

In questo incontro rifletterete sulle sfide del nostro tempo; ascolterete autorevoli interventi di ecclesiastici e di rappresentanti del mondo della politica, dei mass media e della società civile che vi offriranno elementi utili per la vostra considerazione; riceverete domani, a Dio piacendo, l’incoraggiamento e la benedizione del Santo Padre, sempre vicino a chi soffre e a chi allevia le prove dei fratelli. Di Sua Santità sono lieto anticiparvi il saluto questa sera. A me avete affidato come argomento da trattare: «Una testimonianza di carità». Mi sono chiesto: come aiutarvi a rendere la vostra testimonianza di carità, già tanto apprezzata e benvoluta, ancora più incisiva ed eloquente nel contesto italiano? Ho pensato, allora, più che tenere una lezione di teologia pastorale, di fare con voi una passeggiata nei due millenni del Cristianesimo per scoprire insieme il legame stretto che ha congiunto sempre la testimonianza evangelica del cristiano a quella della carità. Questo straordinario fiume della carità è sgorgato dal cuore di Cristo e, con il fluire del tempo, è andato crescendo. Ne sono sgorgati rivoli e affluenti, si è ramificato permeando l’intera umanità. Voi siete uno di questi freschi ruscelli d’acqua limpida, che reca sollievo ad un vasto settore della società italiana, segnato da malattie e sofferenze. Voi portate serenità e speranza, conforto ed amore; annunciate e continuate a testimoniare Cristo, il Buon Samaritano dell’umanità, di cui voi volete essere fedeli discepoli.

La sorgente di questo fiume in piena d’amore per i fratelli è proprio lui, Gesù. Prima di tornare al Padre, egli, compiuta la sua missione, sul Monte degli Ulivi si congeda dai discepoli ed assicura loro: «Avrete forza dallo Spirito Santo... e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (At 1, 8). Essere testimoni di Cristo! Dal drappello iniziale degli apostoli, alle comunità cristiane delle origini sino ad oggi, quest’impegno, che contraddistingue i credenti, costituisce la missione della Chiesa, che, in ogni parte della terra e con ogni mezzo, proclama il Vangelo della salvezza; annuncia Cristo, morto e risorto per noi, ne testimonia la presenza viva ed operante: «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre» (cfr Eb 13, 8), come ricorda il Grande Giubileo, al quale siamo ormai prossimi.

Questa testimonianza, proprio perché investe l’intera esistenza dei cristiani, li spinge ad essere «agenti» di un profondo rinnovamento umano e sociale. Così è avvenuto all’inizio del Cristianesimo, così è nel corso dei secoli, come è facile verificare scorrendo le pagine della storia. I santi sono fari di alta spiritualità e di autentica umanità: essi ripropongono ai loro contemporanei il perenne messaggio evangelico, che è risposta alle attese più profonde dell’essere umano. Essi parlano con la vita, diffondono l’amore di Dio, seguendo fedelmente il comando di Gesù, che ha voluto fare della carità il fulcro e il motore di tutto. «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35), raccomanda il Maestro nell’ultima cena agli apostoli, ai quali aveva già sottolineato che nel giudizio universale sarà domandato conto a ciascuno di come concretamente avrà amato e servito il prossimo senza calcolo ed eccezioni, perché «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25, 40). Giustamente osserva san Giovanni della Croce: «al final de la vida seremos examinados del amor». È la carità fatta vita la testimonianza più eloquente della nostra identità cristiana.

Lo comprese bene la primitiva comunità che fece dell’amore fraterno la regola di vita e del servizio ai poveri la sua cura principale ed il proprio segno distintivo. Ci dice il libro degli Atti degli Apostoli che «la moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola... e ogni cosa era fra loro comune» (At 4, 32) ed aggiunge al cap. 6 che l’esigenza di accudire ai poveri e alle vedove spinse all’istituzione dei 7 diaconi, primo dei quali Stefano (At 6, 1-6). Nella prima Lettera ai Corinzi, san Paolo ci parla poi della «colletta in favore dei fratelli» di Gerusalemme (16, 1-4) quale segno di unità e di fraterna solidarietà. Bastano questi pochi cenni per porre in luce l’importanza della testimonianza della carità nella vita dei primi cristiani.

La testimonianza della carità prosegue, ed anzi s’intensifica nei primi secoli. Il compianto grande scrittore cattolico Igino Giordani, nel libro «Il messaggio sociale del cristianesimo», in cui confluiscono precedenti suoi studi e pubblicazioni, ce ne offre un’ampia descrizione. Percorriamo insieme questi anni della primavera cristiana.

L’epistola di Clemente di Roma (I secolo) ci racconta come la comunità cristiana, attraverso il suo vescovo, offriva irreprensibilmente i doni, fra i quali l’elemosina dei fedeli. In età apostolica la Chiesa tendeva a identificarsi con il «povero» che Gesù aveva dichiarato beato (Lc 6, 20). Nelle grandi città, come Roma, le chiese riuscivano a trovare i mezzi per sostenere il clero e anche i poveri e gli oppressi. La cura dei poveri rimaneva una funzione primaria dei vescovi. I cristiani cercavano di aiutare gli indigenti o coloro che si trovavano in situazioni di emergenza, come vedove e orfani, e provvedevano a trovare un ricovero per i malati e per i numerosissimi bambini abbandonati. A metà del III secolo, la Chiesa di Roma manteneva 155 ministri di chiesa e più di 1.500 vedove e bisognosi. Ad Antiochia di Siria, ora in Turchia, alla fine del IV secolo, il numero di indigenti ai quali la Chiesa provvedeva si aggirava attorno ai 3.000, registrati nei «matricula» che raccoglievano i nomi di tutti. I fondi ecclesiastici venivano utilizzati, in alcuni casi, per riscattare gli schiavi.

Quando a Cartagine dilagò la peste nel 252, il vescovo Cipriano ordinò ai suoi di andare ad assistere gli ammalati e seppellire i morti. Più di un secolo dopo, l’imperatore apostata, Giuliano, deplorava l’interessamento che i cristiani dimostravano «non solo per i mendicanti, ma anche per i nostri». Come scrive Teofilo di Antiochia, «Nei cristiani... la pietà è apprezzata con i fatti». Il grande comandamento dell’amore divino, congiunto inseparabilmente all’amore del prossimo, sta in cima a tutta la catechesi. San Giustino scrive: «Noi che una volta amavamo il denaro sopra ogni cosa, ora dividiamo con tutti ciò che possediamo e soccorriamo chiunque sia nel bisogno».

Finite le persecuzioni, anche se la vita cristiana si fece un po' più «rilassata», la Caritas Christiana fioriva ancora ovunque, riuscendo, in certe circostanze, anche ad organizzare la difesa delle città. I vescovi monaci, come san Giovanni Crisostomo († 408), si preoccuparono grandemente di unire l’altare eucaristico all’altare dell’elemosina. Quando fu vescovo di Costantinopoli, Crisostomo destinò abbondanti fondi per le opere di beneficenza come aiuti per i bisognosi e per la costruzione e il funzionamento di ospedali.

Scrive san Giovanni Crisostomo: «Vi sono molti che amano nell’anima, ma non porgono le mani. Per questo l’Apostolo ci stimola da ogni parte all’amore. Non dice solo: “date”, ma “date con larghezza”; e non “aiutate” solo, ma “con sollecitudine”; né solo “fate opere di misericordia”, ma “con allegrezza”; e non solo “rendetevi onore”, ma “prevenitevi nel farlo”; né solo “amate”, ma “con sincerità”; né “astenetevi dal male”, ma “odiatelo”; né “attenetevi al bene”, ma “aderitevi”; né “amate”, ma “abbiate affetto”, e neppure solo “siate solleciti”, ma anche “senza pigrizia”» (Commento alla lettera ai Romani, 22, 2-3).

San Basilio († 379) considerava la filantropia come parte integrante della vocazione cristiana e fondò a Cesarea un vasto complesso di istituzioni caritatevoli, ospedali, orfanotrofi e ricoveri per i poveri. Tale complesso divenne così famoso da essere conosciuto in tutto il mondo antico come il Basilias. Esso venne imitato in tutta la Cappadocia e, dall’Oriente, giunse come esempio imitato anche in Occidente. Gregorio di Nissa, suo confidente, diceva: «È grande la moltitudine dei nudi, dei senzatetto che i nostri tempi ci hanno portato. Una quantità di prigionieri sta davanti alla porta di ciascuno. Non mancano gli stranieri, gli esuli, e ovunque si vedono mani tese a supplicare. Per costoro, la casa è il cielo, è l’aria aperta; l’alloggio sono i portici, gli incroci, gli angoli isolati delle piazze. Come gufi e civette si appiattano nelle spelonche. Il loro vestito, sono panni laceri; il loro vettovagliamento, la buona volontà dei misericordiosi; il loro cibo, ciò che dà loro il caso; la loro bevanda, le sorgenti, come per gli animali; il loro bicchiere, il cavo delle mani, il loro magazzino, le vesti, se non sono troppo lacere e coprono ciò che vi è riposto; loro tavola, le ginocchia unite; loro letto, il suolo, loro bagno il fiume o il lago, che Dio ha elargito a tutti come bene comune, non artificiale. La loro vita è errabonda e selvatica, tale non dall’inizio, ma per la sventura e la necessità.

«A costoro, o tu che digiuni, provvedi. Sii generoso verso le sventure dei fratelli. Ciò che sottrai al tuo ventre, porgilo a chi ha fame. La tua elargizione, non è certo una perdita. Non temere: il frutto dell’elemosina germoglia rigoglioso. Semina le tue elargizioni e riempirai la tua casa di bei covoni» (L'amore per i poveri, 1).

Un magnifico esempio di beneficenza cristiana e di ascesi lo diede santa Melania la giovane, dell’alta aristocrazia romana, come ci informa Geronzio, che insieme col marito Piniano spese i suoi immensi beni a vantaggio dei poveri, delle chiese e dei monasteri, ritirandosi poi come badessa del monastero che aveva fondato a Gerusalemme e vi morì nel 439, mentre suo marito era monaco sul Monte Oliveto († 432). Sant’Agostino, morto soltanto nove anni prima di Melania, così osservava: «Solo l’amore distingue i figli di Dio dai figli del diavolo. Se tutti si segnassero con la croce, se rispondessero amen e cantassero tutti l’alleluia; se tutti ricevessero il battesimo ed entrassero nelle chiese, se facessero costruire i muri delle basiliche, resta il fatto che soltanto la carità fa distinguere i figli di Dio dai figli del diavolo. Quelli che hanno la carità sono nati da Dio, quelli che non l’hanno non sono nati da Dio. È questo il grande criterio di discernimento. La carità è, a mio parere, la pietra preziosa, scoperta e comperata da quel mercante del Vangelo, il quale, per far questo, vendette tutto ciò che aveva (cfr Mt 13, 46). La carità è quella pietra preziosa, non avendo la quale nessun giovamento verrà da qualunque cosa tu possegga, se invece possiedi soltanto la carità, ti basterebbe essa sola» (Commento alla prima lettera di san Giovanni, 5, 7).

Queste azioni scaturite dalla carità cristiana spinsero i governanti civili, da Costantino in poi, verso una legislazione dello stato più attenta ai bisogni dei poveri, degli schiavi, degli emarginati. È in questo periodo che agli edifici sacri della Chiesa viene riconosciuto pure il diritto d’asilo, luogo di rifugio per tanti sventurati.

Durante il medioevo, accuratissima fu l’elaborazione di un’etica per ogni classe sociale, che discendesse dalla carità. Per esempio, per i militari fu creata una cerimonia di ammissione all’ordine dei cavalieri che includeva la regola, oltre della fedeltà al proprio signore, della protezione dei bisognosi; con crescente interesse si elaborarono norme per i mercanti, definendo leggi precise per la concessione di prestiti a interesse.

Citiamo, tra gli altri, l’Ordine dei Trinitari fondato da san Giovanni de Matha († 1213) e Felice di Valois per il riscatto dei cristiani incarcerati e per il servizio umile e generoso dei poveri, come recita la loro Regola. Analogamente, l’Ordine dei Mercedari fu fondato da san Pietro Nolasco e san Raimondo da Peñafort nel 1218 per testimoniare l’amore di Dio per i più poveri, guardando alle diverse schiavitù presenti nella vita dell’uomo con le sue miserie morali e materiali.

Né si può dimenticare la grande epopea degli Ordini mendicanti (san Francesco, san Domenico, i Carmelitani, etc).

I ceti agiati furono spinti a sovvenzionare la costruzione di ospedali, lebbrosari e scuole per i loro concittadini. Famose sono le scuole cattedraliche (istituite presso le cattedrali), ma sovvenzionate da ricchi del luogo o da intere corporazioni. Una specie di sponsorizzatori ante litteram. O addirittura, quelli che erano i doni lasciati dai pagani, specie nel mondo germanico, sulle tombe dei defunti su influsso del cristianesimo si trasformarono in fondazioni pie a favore della Chiesa e dei poveri (le Seelgeräte o Seelteil). Nacquero così ospedali, ospizi per i poveri, per trovatelli e per orfani, alberghi per pellegrini, lebbrosari. Sullo spirito della carità cristiana, nacquero canzoni, leggende, inni, poemi, canti di Chiesa e rappresentazioni sacre che incitavano ad una spiritualità concreta e ad una pietas che aveva nella carità il suo calore. Esempio sublime fu Dante che nella sua Commedia osservò «Tanto si dà quanto trova d’ardore si che, quantunque carità si stende, cresce sovr’essa l'etterno valore» (Pur 15, 57).

L’esempio di san Martino di Tours († 397), simbolo di carità per aver tagliato con la spada il suo mantello donandone metà ad un mendicante, forniva una motivazione spirituale a questa azione pratica della Chiesa, che sovveniva ai problemi sociali del tempo.

Tra il XIV e XV secolo qui a Roma si distinse per i suoi gesti di concreta carità santa Francesca Romana, a tutti nota perché, come narrano i biografi, lei pur essendo nobile non disdegnava di tirare il carrettino per le vie della città per recare aiuto ai poveri e agli ammalati. Negli anni tra il 1404 e 1410, in una Roma saccheggiata e dilaniata da guerre, preda della carestia e della peste, dopo aver distribuito ai poveri tutto il grano dei suoi granai ed il vino delle sue cantine, santa Francesca si mise a prestare assistenza negli ospedali di Santa Cecilia, di Santo Spirito in Sassia e soprattutto nell’ospedale di Santa Maria in Campitelli. Esercitava personalmente tutte le opere a sollievo degli infermi, preparando unguenti, chiamando medici al capezzale dei malati, tenendone lontano maghi e streghe che infestavano la città, pregando nella cappella per gli infermi e per i moribondi, operando conversioni. Non è molto dissimile il suo apostolato dal vostro, amici dell’Unitalsi, giacché alla cura del corpo essa univa la preoccupazione dello spirito. Curare i corpi e salvare le anime: ecco la sintesi autentica della testimonianza della carità.

Nella penisola Iberica, nel secolo XVI, troviamo un ex ufficiale dell’esercito che, convertito dalla predicazione di san Giovanni D’Avila, si consacrò ai poveri ed agli infermi abbandonati di Granada, girando per la città a questuare con una grande sporta e due pentole: è san Giovanni di Dio († 1550), fondatore dell’Ordine dei Fatebenefratelli. Il suo motto era: «Fate bene, fratelli, per amore di Dio a voi stessi». E non posso dimenticare su questa scia un altro gigante dell'amore del prossimo: san Camillo de Lellis († 1614), fondatore dell'Ordine dei «Ministri degli infermi». Egli, come affermò Benedetto XIV quando lo canonizzò, diede inizio a «una nuova scuola di carità». Sua vocazione, come egli stesso scrisse, era «servire con ogni perfettione i poveri infermi». Eccolo dunque a profondere le sue energie per «nettare le lingue», aiutando gli infermi a mangiare, riparandoli dal freddo d'inverno, rinfrescando loro la bocca d'estate, pulendoli e curando con diligenza e premura i loro giacigli, assistendo i morenti, accompagnando i defunti alla cella mortuaria «come si conviene ai servi di Dio».

Sul finire del XVIII secolo, accanto ad eventi che rivoluzionarono le concezioni di una pietà intimistica, sorsero le Associazioni benevolenti «per reprimere i vizi, eliminare la bestemmia, promuovere l'assistenza a marinai e soldati, allevare orfani, assistere le partorienti senza mezzi, ospitare i vagabondi, i rifugiati, i debitori “i bambini poveri criminali”». E ci avviamo rapidamente a precorrere gli ultimi due secoli di questo millennio. Il 1800 ha conosciuta una meravigliosa fioritura di santi «sociali», specialmente in Italia. Tra questi, ricordo san Giuseppe Benedetto Cottolengo, diventato il simbolo dell'accoglienza dei poveri e degli ammalati deformi e rifiutati da tutti. Che grande lezione di amore sono i «Cottolengo»! Queste case della carità conoscono ogni giorno autentici miracoli della provvidenza divina che si manifesta in mille modi diversi. Al Cottolengo (nato nel 1786 e morto nel 1842), che era travagliato interiormente su come servire al meglio Cristo crocifisso, venne una chiara risposta dall'incontro con Giovanna Maria Gonnet, madre di cinque figli, in attesa del sesto, colpita da grave malattia contagiosa. Il fatto che questa donna fosse rifiutata dagli ospedali, poverissima e sul punto di morire, gli chiarì definitivamente la vocazione. Con un prestito del Monte di pietà e l'aiuto di amici creò uno spazio per «i rifiutati». Da questo primo inizio nacquero le scuole per gli adolescenti privi di assistenza e di istruzione, dove imparavano un mestiere; creò un centro per sordo-muti, uno per gli orfani, strutture attrezzate per la cura e l'assistenza agli invalidi e ai malati psichici facendo della sua Casa della provvidenza una «cittadella autonoma» in tutto. Pio XI, durante la cerimonia della canonizzazione lo definì «genio del bene».

Sul versante dei laici impegnati, troviamo Bartolo Longo (1841 † 1926), il quale, originario della provincia di Brindisi, accettò come avvocato di occuparsi delle terre pompeiane della contessa De Fusco (divenuta più tardi sua moglie). Si accorse subito come in quella zona degradata imperversassero la miseria e l'ignoranza. «Credevo di venire a fare l'avvocato — scrisse — e venivo invece, per disegno di Dio, a fare il missionario». Riconosciuto quale «anticipatore dell'intelligenza laicale del cristiano moderno», Longo, oltre al catechismo che insegnò, costruì una vera e propria «città della carità», fatta di asili, orfanotrofi, ospizi per i figli dei carcerati, scuole serali, catechistiche e di lavoro, sorte all'ombra materna della Vergine di Pompei, in onore della quale edificò la famosa Basilica.

Col beato Bartolo Longo siamo già nel nostro difficile e straordinario secolo che ha visto grandi apostoli della carità come don Luigi Guanella (1842 † 1915), che aprì le braccia a poveri e handicappati; don Luigi Orione (1872 † 1940) che Pio XII definì «apostolo dell'umanità afflitta ed abbandonata»; san Massimiliano Kolbe (1894 † 1941), martire della carità, che offrì la sua vita in cambio di quella di un padre di famiglia, nel bunker della fame ad Auschwitz; don Giovanni Calabria (1873 † 1954), altro campione della carità che sarà canonizzato nel prossimo mese di aprile. Insieme a lui sarà proclamata santa la Beata Agostina Pietrantoni, morta il 13 novembre 1915 a Roma per mano di uno dei malati che ella curava. Potrei continuare a citare altri nomi noti a tutti. L'elenco è fortunatamente lungo e commovente: siamo in presenza d'una autentica costellazione di santi e sante della carità che nel mondo, ridotto spesso a deserto, tengono acceso il fuoco della speranza ed anticipano il chiarore del giorno della vittoria definitiva dell'Amore.

Vorrei chiudere questa mia carrellata di testimonianze evangeliche con una donna scomparsa di recente, minuta nel fisico, ma gigantesca nello spirito: Madre Teresa di Calcutta. Ho avuto l'onore di presiedere, a nome del Santo Padre, i suoi funerali. Vi andai per deporre sulla sua bara il fiore della più profonda gratitudine della Chiesa. Il suo è straordinario esempio della missione di carità, che nasce dalla costante contemplazione di Gesù sulla croce. Nel cuore della Chiesa, Madre Teresa rimane indimenticabile testimone di un amore tutto servizio concreto e incessante ai fratelli più poveri ed emarginati. Nel volto dei miseri ha riconosciuto quello di Gesù che dall'alto della Croce implora. «Ho sete».

Ha colto questo grido dalle labbra e dal cuore dei morenti, dei piccoli abbandonati, degli uomini e delle donne schiacciati dalla sofferenza e dalla solitudine. Percorrendo infaticabile le strade del mondo intero, Madre Teresa ha segnato la storia del nostro secolo; ha difeso con coraggio la vita; ha servito ogni essere umano promuovendone la dignità e il rispetto; ha fatto sentire agli «sconfitti della vita» la tenerezza di Dio, padre amorevole di ogni sua creatura. Ha testimoniato il Vangelo della carità, che si nutre del dono gratuito di sé sino alla morte. Fu madre dei poveri poiché essi, come lei diceva, sono i favoriti di Gesù. Perciò fu un'eroina dei tempi moderni... Nel grande stadio di Calcutta dove si sono svolti i suoi funerali, campeggiava una sua espressione: «Le opere di amore sono opere di pace».

Con la fatica quotidiana delle sue mani ha varcato i confini delle differenze religiose, culturali ed etniche, insegnando che vi è più gioia nel dare che nel ricevere.

Cari amici dell'UNITALSI, il nostro sguardo è proiettato verso l'ormai imminente Giubileo del 2000. Come posso allora, chiudendo questo mio intervento, non accennare alla grande epopea della carità che tutti i Giubilei sono stati dal 1300 ad oggi? Voi siete interessati e coinvolti in quest'attiva testimonianza di carità. L'accoglienza dei pellegrini comporta strutture idonee — e di queste molto giustamente si parla —; comporta però in primo luogo cuori aperti e generosi, che aiutino i pellegrini a sperimentare la misericordia divina ed il calore della fraternità, segno distintivo d'ogni autentica comunità cristiana.

Mi viene in mente, a questo proposito, san Filippo Neri che il Papa ha voluto ricordare nella recente bolla per l'indizione dell'Anno Santo, poiché nel 1550 diede inizio alla «carità romana» segno tangibile dell'accoglienza verso i pellegrini. Un biografo dell'epoca descrive così la sua opera sorprendente ed imprevedibile a favore dei pellegrini più poveri: «Fu cosa di molto esempio il veder l'affetto grande col quale Filippo ed i compagni servivano a tanta moltitudine, provvedendoli del mangiare, accomodando i letti, lavando loro i piedi, consolandoli con parole e finalmente facendo a tutti compitissima carità»

In un certo senso, la vostra opera si colloca pure sulla scia dell'intuizione felice di san Filippo Neri. Domani voi rifletterete sul servizio dell'UNITALSI «all'Anno Santo del 2000 per un Giubileo di comunione e di fraternità senza discriminazioni». Ogni miglioria organizzativa è certo necessaria e doverosa: quel che maggiormente preme è che la vostra sia sempre autentica testimonianza di carità. In tal modo però, inserendovi nella corrente profetica della carità cristiana, che prima indicavo come un torrente in piena che attraversa i secoli con tante ramificazioni e rivoli diversi, voi continuerete ad offrire ai fratelli sofferenti il segno tangibile dell'amore di Dio. Non è pura filantropia, la vostra: servirebbe a ben poco. È molto di più e di diverso: è riflesso d'amore di Dio che è Padre il quale ama tutti i suoi figli e che, — come scrive il Manzoni — «Non turba la gioia de' suoi figli, se non per prepararne una più certa e più grande» (Promessi Sposi, Cap. III).

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