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CONFERENZA DEL CARDINALE ANGELO SODANO, SEGRETARIO DI STATO, NEL CONTESTO DELLA MISSIONE CITTADINA INDETTA DA GIOVANNI PAOLO II IN PREPARAZIONE AL GIUBILEO

24 marzo 1998

«La corteccia e il tronco. La Chiesa fra apparenza e realtà» è il tema della conferenza svolta dal Cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato, nella serata di martedì 24 marzo, nell'Aula della Conciliazione del Palazzo Lateranense. La riflessione proposta dal Cardinale Angelo Sodano — che si inserisce negli incontri di spiritualità promossi dal Vicariato nell'ambito della Missione cittadina in preparazione al Grande Giubileo — è stata rivolta, in particolare, ai giornalisti e agli operatori delle comunicazioni sociali, i quali hanno partecipato molto numerosi, gremendo la splendida Aula della Conciliazione.

Nell'introdurre l'incontro, il Cardinale Vicario, Camillo Ruini, ha sottolineato l'importanza del tema della conferenza, perché focalizza «il legame e la tensione» esistenti tra le manifestazioni esterne ed immediatamente percepibili della storia della Chiesa e la «dimensione più profonda» sottesa a questa storia, che può essere colta e compresa «solo con gli occhi della fede». Questa «duplice dimensione» — ha evidenziato il Cardinale Ruini — riveste un «fondamentale rilievo» sul piano umano, religioso e spirituale.

Di seguito pubblichiamo il testo della conferenza svolta dal Cardinale Angelo Sodano:

Fra le parabole tramandateci dal Vangelo di S. Matteo ve n’è una che ben indica un aspetto caratteristico della presenza della Chiesa nella storia.

«Il regno dei cieli — insegnava Gesù — è simile a un granello di senapa che un uomo prese e seminò nel suo campo. Certo, è il più piccolo di tutti i semi, ma, cresciuto che sia, ... diventa un albero, in modo che gli uccelli del cielo vanno a posarsi tra i suoi rami» (Mt 13, 31-32).

È questa una delle parabole, con le quali il Messia cercava di presentare ai suoi primi discepoli le caratteristiche del suo Regno: un Regno che iniziava con proporzioni quasi insignificanti, ma che era poi destinato a diventare un grande albero, mettendo le sue radici nella profondità della storia umana ed offrendo i suoi rami come rifugio sicuro agli uomini di tutti i tempi.

Ed in realtà lo sviluppo della comunità cristiana nel corso dei secoli rimane davvero un fatto sorprendente. Al termine della sua missione terrena, prima della sua Ascensione al cielo, Cristo lasciava a Gerusalemme un nucleo di appena 120 discepoli, stando a quanto riferiscono gli Atti degli Apostoli (At 1, 15). Però subito dopo Pentecoste, San Luca medesimo nel suo scritto ci dice che «furono aggregate alla Chiesa» altre 3000 persone (At 2, 41), mentre dopo le prime predicazioni degli Apostoli, nello stesso testo leggiamo queste parole: «Una moltitudine crescente di uomini e di donne abbracciava la fede» (At 5, 14).

Da allora il loro numero non si potrà più contare e sarà noto solo a Dio. Tacito, parlando dei tempi di Nerone, affermava che a Roma vi era «un’ingente moltitudine di cristiani» (Annali, 15, 44), mentre Plinio scrivendo all’Imperatore Traiano dalle rive del Bosforo, verso gli anni 111-113, gli riferiva che i cristiani erano ormai in numero ingente, in ogni ceto e condizione sociale, sicché era ormai impossibile perseguitarli.

Come spiegare il crescere rigoglioso di quest’albero? Come spiegare la forza d’attrazione di questa nuova comunità di credenti? La Chiesa aveva di fronte a sé l’umanesimo pagano, quella «sapienza del mondo» che non comprendeva «la stoltezza della Croce», per usare la terminologia di S. Paolo nella sua lettera alla comunità di Corinto (1 Cor 1, 18-25).

Gesù era un Giudeo condannato al supplizio ignominioso di quella croce, che, secondo Cicerone, nella sua orazione «Pro Rabirio», doveva star lontano dal pensiero, dagli occhi e dalle orecchie degli uomini» (Pro-Rabirio, 5, 16).

Le prime comunità cristiane erano oggetto di tali calunnie presso il popolo, che di ogni grande disgrazia erano chiamati in causa i cristiani. Scriveva, infatti, l’irruente Tertulliano nel suo «Apologeticum» nell’anno 197, ancora nell’epoca delle persecuzioni romane: «Se il Tevere sale sulle mura, se il Nilo non sale sui campi, se il cielo si è fermato, se la terra muove, se viene la fame e la peste, subito si dice: i cristiani al leone!» (Apologeticum, 40). Eppure i cristiani sono tali per una libera scelta, che dovrebbe essere rispettata. I cristiani — protestava Tertulliano — sono tali perché lo vogliono. «Fiunt, non nascuntur christiani» (Ibidem, n.18).

Eppure senza rispettare la libertà di coscienza dei singoli, su di loro soffiò fin dalle origini un uragano violento, che avrebbe potuto schiantare ogni altra istituzione. Eppure l’albero resistette e crebbe sino a dare frutti abbondanti di bene.

Seneca, il moralista più alto dell’Impero romano, annotava amaramente nel suo «De ira», descrivendo il livello morale dei suoi tempi: «Tutto è pieno di delitti e di vizi, se ne commettono tanti che è impossibile frenarli. Si lotta in una strana ed ingente guerra di iniquità: ogni giorno è più grande il desiderio di peccare ed ogni giorno diventa minore la verecondia. Scacciato il rispetto del meglio, ognuno fa come la passione gli suggerisce; né i delitti si compiono più di nascosto, ma sono palesi a tutti. L’innocenza non solo è rara, ma è nulla» (De ira, II, 8,24).

Orbene, pur essendo piantato in un mondo così depravato, l’albero della Chiesa riuscì a crescere ed a produrre frutti numerosi di santità. Gli Atti degli Apostoli ci parlano della concordia e della povertà volontaria dei primi cristiani (At 4, 32-37).

È ben nota poi la descrizione che, nel secondo secolo dopo Cristo, dava della vita dei cristiani l’ignoto autore della lettera a Diogneto:

«Abitano la loro patria, ma come pellegrini; partecipano a tutto come cittadini, tutto però sopportano come stranieri; ogni terra straniera è loro patria, ed ogni patria, straniera. Sposano come tutti, procreano: ma non gettano via la prole. Hanno la mensa in comune, ma non il letto. Sono nella carne ma non vivono secondo la carne. Sulla terra passano l’esistenza, ma del cielo sono cittadini... O, per dirla in breve, i cristiani sono nel mondo ciò che è l’anima nel corpo. Questa è diffusa per tutte le parti del corpo, così i cristiani sono diffusi per tutte le città del mondo. Ma come l’anima abita nel corpo, ma non fa parte del corpo, così i cristiani abitano nel mondo, ma non fanno parte del mondo...» (Epistola ad Diognetum, 5).

Alcuni di tali discepoli di Cristo nel corso della storia hanno testimoniato in grado eroico la loro identità cristiana: sono i Santi che la Chiesa venera come i frutti più belli che essa può offrire all’umanità. Ed intorno alle figure più celebri, in cui Dio ha mostrato il giogo amabile della sua onnipotenza, quante altre personalità minori, che Dio solo conosce.

Sono i frutti della vitalità, latente ma vigorosa, che Cristo ha inserito nell’umile granello di senapa, lanciato sul terreno del mondo.

Se poi, al numero dei Santi in generale, aggiungiamo, in particolare, quello ancor più eloquente dei Martiri, la costatazione della fecondità interiore della Chiesa diviene ancor più eloquente.

Dal protomartire Santo Stefano fino ai martiri del nazismo e del comunismo del secolo XX, vi è una moltitudine immensa di uomini e donne che, per la fedeltà a Cristo ed alla Sua Chiesa, hanno dato al mondo l’esempio del martirio.

Nerone nel 64 inaugurò qui a Roma la persecuzione ufficiale dei cristiani. Essa non doveva terminare se non con l’Imperatore Costantino nel 313. Furono 249 anni di dolorosa oppressione. Le catacombe di Roma ne sono ancor oggi un’eloquente testimonianza.

Qualcuno si è incaricato di studiare, almeno in modo approssimativo, il numero delle vittime: si è parlato di 100.000 e talora anche di 200.000 martiri. Così leggevo durante i miei studi alla Pontificia Università Gregoriana, in uno scritto di un noto storico gesuita, il Prof. Hertling S.J., intitolato «Die Zahl der Märtyrez bis 313», in «Gregorianum» 25 (1944), pp. 103-129. La popolazione italiana non superava forse i sette milioni (Enciclopedia Treccani, XXVII, 915).

Questa santità eroica non è però solo fiorita nei primi secoli del Cristianesimo: essa è una caratteristica costante che ritroviamo nelle comunità cristiane di ogni tempo.

Fra i milioni di morti che in pieno secolo XX furono sacrificati dalle ideologie imperanti, quanti cristiani subirono il martirio solo per la loro fede! Nei lager nazisti e nei gulag sovietici quanti sono morti lasciandoci un esempio di fedeltà imperitura a Cristo ed alla Sua Chiesa! Per fortuna esistono ancora alcuni superstiti che possono testimoniarci di tali eroismi.

In questo mese di marzo, ho avuto modo di ascoltare, ad esempio, le confessioni del neo-Cardinale Adam Kozlowiecki, che raccontava quanto aveva visto e provato per cinque anni, dal 1940 al 1945, nei lager nazisti di Auschwitz e di Dachau.

Quasi contemporaneamente mi è stato dato di ascoltare il racconto del Card. Ján Chryzostom Korec, Vescovo di Nitra in Slovacchia, sui 12 anni di carcere duro al quale era stato condannato dal regime comunista e sull’esempio eroico di tanti cristiani condannati a pene durissime per il solo fatto di essere fedeli al Vangelo.

Pochi giorni fa, ed esattamente il 15 marzo corrente, abbiamo assistito nella Basilica di San Pietro in Vaticano alla beatificazione del Vescovo martire Eugenio Bossilkov, fucilato in Bulgaria nel 1952, durante la persecuzione comunista. Dopo mesi di carcere e di torture nelle prigioni di Sofia egli fu fucilato con la sola motivazione di essere un «controrivoluzionario».

Delle circostanze esatte dell’esecuzione capitale il regime di Dimitrov non volle mai dare notizie ufficiali. Anche i morti facevano paura. Si seppe qualcosa di definitivo solo il 27 giugno 1975, allorquando Paolo VI di v.m. ricevette in udienza il Presidente della Repubblica Bulgara, il Signor Zhikov. Alla domanda del Papa di avere notizie precise della sorte di Monsignor Bossilkov, l’Interlocutore dovette confermare che l’eroico Vescovo di Nicopoli (oggi Roussé) era stato fucilato già da 23 anni!

Certo i totalitarismi non hanno fatto delle vittime solo fra i cristiani. Popoli interi furono quasi distrutti dalla follia omicida dei dittatori, come ben è stato recentemente sintetizzato nel noto libro di Yves Ternon, «Lo Stato criminale. I genocidi del XX secolo» pubblicato a Milano, dalla Casa Editrice Corbaccio nel 1997.

Sono pagine agghiaccianti che passano in rassegna il genocidio degli ebrei, le stragi degli armeni, i crimini dei Khmer rossi in Cambogia, le vittime dei gulag sovietici, sino a giungere agli eccidi africani ed a quelli bosniaci.

Di fronte a queste vittime del terrore, ognuno di noi sente il dovere di inchinarsi, raccogliendo il loro grido di dolore: che crimini simili non accadano mai più!

Molti di loro furono trucidati per il solo fatto di essere cristiani: essi seppero accettare il dolore con profondo spirito di fede, offrendo la loro vita perché tali tragedie non accadessero mai più. È una nuova prova della vitalità dell’ideale cristiano, quando esso è intensamente vissuto. È una nuova prova della grazia di Cristo che sostiene interiormente la Chiesa, vivificandola con il Suo Spirito.

Qualcuno dei presenti però si chiederà: non è forse trionfalistica tale descrizione della Chiesa nella storia? Accanto alla numerosa schiera di Santi, non vi sono forse anche state delle legioni di peccatori? Accanto alla fedeltà di tanti figli della Chiesa, non vi è stata anche tutta una serie di eresie e di scismi? Accanto all’ardore missionario di tanti apostoli, non vi è stata anche l’apatia di tanti cristiani?

Certo anche un albero rigoglioso può subire delle malattie. Qualche ramo può seccare. Dei parassiti possono infilarsi sotto la sua corteccia e tentare di corroderne il tronco. L’essenziale però è che esso si mantenga sano ed abbia la capacità di riprendersi, anche dopo che una malattia abbia cercato di intaccarne il tronco.

Certo nella Chiesa, fatta di uomini, esiste il peccato, esiste l’errore, esiste il limite. Per questo si è giustamente parlato della necessità di una continua riforma della Chiesa. Nel secolo scorso, Rosmini parlava di cinque piaghe, di cui soffriva il corpo della Chiesa del suo tempo. Ed il noto filosofo di Rovereto era un grande innamorato della Chiesa, e desiderava vederla, appunto per questo, sempre più all’altezza della sua missione (Cfr A. Rosmini, Delle cinque piaghe della Chiesa, a cura di Mons. Clemente Riva, Brescia, Morcelliana, 1966, come la recente edizione critica curata da Nunzio Galantino, San Paolo, Milano 1977).

Nella storia della teologia contemporanea è ben noto l’ampio studio che già prima del Concilio Ecumenico Vaticano II il Padre Yves Congar O.P. pubblicava circa la necessità di una continua riforma nella Chiesa, come circa i criteri che la dovevano ispirare. Era il noto libro: «Vrai et fausse réforme dans l’Église». L’editrice Jaca Book lo fece conoscere ai lettori italiani con la bella edizione curata da Massimo Camisasca ed intitolata: «Vera e falsa riforma nella Chiesa» con il sottotitolo significativo: «Per recuperare le condizioni di ogni riforma ecclesiale, al di là delle astuzie inutili e dell’immobilismo presuntuoso» (Edizioni Jaca Book, Milano, 1972).

Il profondo studio del noto teologo francese — creato poi Cardinale dal Papa Giovanni Paolo II il 30 ottobre 1994 —, metteva bene in risalto la perenne identità della Chiesa nel suo tronco fondamentale, insieme poi alla necessità di un continuo sforzo di rinnovamento, affinché l’albero potesse essere sempre rigoglioso e produrre i frutti di bene voluti da Cristo.

Era un’ecclesiologia che si sforzava di distinguere ciò che è divino nella Chiesa e, quindi, immutabile da ciò che è umano, e quindi caduco e sempre necessario di rinnovamento. Era un’analisi che cercava di vedere ciò che è dato da Dio nella Chiesa da ciò che è fatto dall’uomo. È, in fondo, lo stesso sviluppo della Chiesa a comportare, da una parte, la continuità, la fedeltà alle proprie origini ed alla propria costituzione e, d’altra parte, uno sforzo di riforma, di movimento, di crescita, per rispondere all’ideale tracciato da Cristo per la sua Chiesa.

Certo, ogni istituzione corre il rischio di non rinnovarsi, se è inerte, se lascia che le sue strutture esterne ne offuschino l’aspetto originale. L’albero sovente va potato, lo stesso tronco va ripulito, affinché la linfa vitale percorra tutta la pianta e produca frutti rigogliosi.

È vero che il tema della riforma nella Chiesa è sempre molto delicato: è un tema che se mal impostato può portare a lacerazioni profonde, scindendo la veste inconsutile di Cristo. La storia della Chiesa lo ha dimostrato.

Per questo, Congar, nella seconda parte della sua opera, ci ha tracciato magistralmente le condizioni per una riforma senza scismi.

La prima condizione è data dal primato della carità. Sovente il riformista ha la tentazione di agire da solo e di non essere pienamente integrato nella Chiesa. L’essere un solitario costituisce una forza, ma anche un pericolo. È il pericolo di separarsi dall’unità ecclesiale fino al punto di cadere nell’eresia.

Invece di prendere il cristianesimo così com’è costituito nella Chiesa, come una realtà esistente a cui ci si deve assimilare, il riformatore tende a considerarla alla stregua di un dato umano da elaborare a piacimento. Per il riformatore la Chiesa è da inventare; per il fedele essa già esiste, così come Cristo l’ha voluta. Occorre solo servirla, amarla, ed agire nel suo ambito. Chi ama la Chiesa, saprà sempre stare entro i limiti di un riformismo autentico. Chi ama la Chiesa non cerca di farne un’altra, ma semmai cerca di renderla sempre più bella e splendente agli occhi degli uomini. San Francesco rappresenta l’opposto di Lutero, così come la riforma per via della santità si oppone alla riforma per via della critica.

Non per nulla la cosiddetta Contro-Riforma Cattolica si caratterizzerà per uno sforzo di rinnovamento interiore della Chiesa, per la via della santità. Giustamente il Papa Paolo IV, ai tempi del Concilio di Trento, ricordava che non si doveva riformare la Chiesa per mezzo degli uomini, ma gli uomini per mezzo della Chiesa.

La seconda condizione indicataci da Congar è collegata alla prima: un vero rinnovamento ecclesiale esige che si resti nella comunione del tutto. Se si rimane nella comunione con tutte le membra del Corpo Mistico di Cristo, lo Spirito Santo può agire nel cristiano ed insegnarli ciò che è giusto e santo.

L’unione ecclesiale comporta poi una stretta unione con i Pastori che lo Spirito Santo ha posto a reggere la Chiesa Santa di Dio. Non vi è, infatti, comunione cattolica se non nella comunione con gli Apostoli e con i loro Successori, se non nell’assiduità alla loro predicazione, come al regime comunitario che essi regolano in nome di Cristo. La Chiesa è formata da coloro che sono con gli Apostoli e gli Apostoli sono coloro che sono con Pietro (Mc 1, 36; Lc 8, 45).

Certo nella Chiesa vi è un grande spazio all’iniziativa individuale. Numerosi movimenti ecclesiali non sono nati direttamente dalla gerarchia. Lo diceva già il Papa Pio XII in un celebre discorso ai partecipanti al Congresso mondiale dell’apostolato dei laici, nel 1951: «Nelle battaglie decisive, talvolta le iniziative più felici vengono dalla prima linea. La storia della Chiesa ne offre numerosi esempi» (A.A.S. 1951, p. 789). Tali iniziative hanno però avuto sempre bisogno del collegamento con i Pastori della Chiesa, garanti dell’unità ecclesiale.

La terza condizione di un vero rinnovamento nella Chiesa è la pazienza. Anche per la comunità cattolica vale la legge della gradualità. Ci va il rispetto dell’attesa. Del resto, il lievito evangelico non agisce forse lentamente dal di dentro all’umanità?

I violenti che vogliono trasformare con la forza la società civile non sanno aspettare. Non è così per i discepoli di Cristo che vogliono trasformare dal di dentro l’umanità con la legge dell’amore. Non si tratta di temporeggiamento, ma di una disposizione dell’anima, che ben conosce i limiti della natura umana.

«Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» ci ha insegnato il Signore (Mt 26, 41). A volte i riformatori vogliono subito pulire il campo dalla zizzania. Ma la parabola evangelica ci insegna a rispettare i tempi della crescita della messe ed a non anticipare il futuro con una ricerca impaziente, tipica dei puristi. Ci può essere il rischio che con la zizzania si estirpi anche il frumento e si comprometta tutto (Mt 13, 29).

La quarta condizione di un vero rinnovamento nella Chiesa è il ritorno al principio della Tradizione. C’è sempre bisogno che l’albero assorba dalla terra ove è piantato la sua linfa vitale. C’è sempre bisogno che la Chiesa ritorni ai suoi principi, alla sua tradizione originale. Tradizione non vuol dire per noi abitudine. Tradizione non vuol dire nemmeno il passato, anche se essa comporta un riconoscimento del passato.

Tradizione è ben altro: è continuità dello sviluppo dell’albero «in eodem sensu eademque sententia», come diceva con la sua formula classica S. Vincenzo di Lerino, nel secolo V (Cfr Commonitorium, n. 23). Tradizione è fedeltà alla Rivelazione divina, all’insegnamento dei Padri della Chiesa, alle espressioni della fede e della preghiera della Chiesa, alla luce del magistero autentico dei suoi Pastori.

«Custodisci il deposito, depositum custodi» scriveva San Paolo al suo discepolo Timoteo (I Tim, 6, 20). Ed è questo ancor oggi l’ammonimento che la Chiesa rivolge ad ogni nuovo Vescovo, al momento della sua ordinazione episcopale.

Certo la Chiesa ha anche il dovere di cercare ogni via per annunziare il Vangelo: è la necessità dell’inculturazione, tema così caro alla pastorale contemporanea. È stato un tema molto dibattuto nell’Assemblea speciale per l’Africa nel Sinodo dei Vescovi e su di esso è ritornato il Papa Giovanni Paolo II nell’Esortazione post-sinodale «Ecclesia in Africa» del 14 settembre 1995. È da prevedere che tale sarà anche un tema molto dibattuto nel prossimo Sinodo per l’Asia, nel maggio prossimo, ed in quello per l’Oceania, nel novembre prossimo.

L’inculturazione ha però un limite preciso nel rispetto dell’identità cristiana. C’è un adattamento al quale i discepoli di Cristo non possono certo piegarsi: è l’adattamento allo spirito del mondo, come insegnava già S. Paolo ai fedeli di Roma: «Nolite conformari huic saeculo», «Non conformatevi a questo mondo» (Rom 12, 2).

Vi sono, infatti, in determinate culture degli elementi che mai il cristiano potrà assimilare, ma dovrà anzi trasformare con il lievito del Vangelo. Se una determinata cultura è impregnata, ad esempio, di agnosticismo, se un’altra difende la lotta di classe, se una terza esalta solo i valori materiali o l’ideale della forza bruta, i cristiani non potranno certo adattarvisi, ma dovranno piuttosto lavorare per trasformarle. Del resto, anche in campo laico si ammette che non ogni cultura è civiltà. Giustamente è stato scritto a tale riguardo: «La civiltà è cultura, ma non ogni cultura è civiltà» (Hervé Carrier, — Dizionario della cultura —, Libreria Editrice Vaticana 1997, pag. 93)

Giunti a questo punto, sorge spontanea una domanda: ma che cos’è questa Chiesa, così presente nella realtà della storia umana?

L’immagine evangelica dell’albero a cui stasera siamo ricorsi, non pretende di definirla. Come ogni immagine essa ne indica un aspetto, nella convinzione di non poterne descrivere tutta la profonda realtà. La parabola evangelica ci richiama però ad una sua caratteristica importante, e cioè al suo continuo sviluppo nel corso dei secoli.

L’immagine dell’albero che cresce ci fa evitare il pericolo di considerare la Chiesa come qualcosa di statico e di immobile nel corso dei secoli, ma ce la fa vedere come una realtà che cresce, che si rinnova anche dopo eventuali letarghi invernali, per ritornare a rifiorire a primavera, ridando fiori e frutti.

In un recente trattato di ecclesiologia scritto da un teologo tedesco, il Padre Gesuita Medard Kehl, professore nell’alta Scuola Filosofica-teologica di St. Georgen presso Francoforte sul Meno, si parla giustamente del pericolo di una concezione di Chiesa «pietrificata», come se essa fosse una struttura immobile, non preoccupata di dover sempre crescere nella sua adesione a Cristo e nel suo impegno missionario verso tutti gli uomini (Cfr Medard Kehl, La Chiesa: Trattato sistematico di ecclesiologia cattolica, traduzione italiana, Ed. S.Paolo, Milano 1995, p. 23-24). In realtà, se si è fedeli alla visione della Chiesa che ci ha trasmesso la Tradizione divino-apostolica, si evita tale pericolo.

Anche l’immagine paolina della Chiesa come Corpo mistico di Cristo è molto utile per rispondere alla domanda che ci siamo posti: ma cos’è questa Chiesa? Il corpo, infatti, è una realtà viva, composto da membra unite fra di loro; un organismo guidato da un capo e vivificato da un cuore che porta il sangue a tutte le cellule. Ed è così anche nella Chiesa Corpo mistico di Cristo.

Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha privilegiato il paragone della Chiesa come popolo di Dio. Anche tale figura ben indica una realtà viva, una comunità che cresce e cammina, sotto la guida dei propri Pastori. Ed è così che in questo momento si presenta dinnanzi a noi la Chiesa cattolica dopo venti secoli, da quando essa è uscita dal Cenacolo di Gerusalemme, dopo Pentecoste, per iniziare il suo cammino nel mondo: una realtà viva, che continuamente si sviluppa e si diffonde nel mondo.

Il Concilio Ecumenico Vaticano II, più che dare una definizione teorica della Chiesa, ne ha presentato i vari aspetti, la sua origine, la sua natura, la sua finalità, ricorrendo a tutte le immagini usate dalla Tradizione divino-apostolica.

Ed a tali documenti conciliari noi oggi di preferenza ricorriamo nella presentazione della realtà della Chiesa: sono i noti documenti che vanno dalla «Lumen Gentium, alla «Gaudium et Spes».

Ciò facendo non intendiamo dimenticare l’apporto che in ogni periodo storico il magistero della Chiesa, da una parte, e l’insegnamento della teologia dall’altra, hanno dato ad una sempre più profonda conoscenza del mistero della Chiesa di Cristo.

Nelle nostre Facoltà Teologiche si analizza giustamente questo sforzo di auto-comprensione che la Chiesa ha compiuto nel corso dei secoli. Nelle mani dei nostri studenti oggi vi sono dei testi profondi a tale riguardo. Basti pensare alla recente pubblicazione «La storia dei dogmi», sotto la direzione di Bernard Sesboüé. L’editrice Piemme ha pubblicato recentemente il terzo volume di tale opera, analizzando a fondo la storia del concetto di Chiesa nel corso dei secoli, dall’epoca apostolica ad oggi (Cfr Storia dei dogmi, Vol. III, Piemme, Casale Monferrato 1998).

I teologi italiani hanno recentemente contribuito a tale indagine, dandoci la nota «Storia della Teologia» pubblicata dalle Edizioni Dehoniane di Bologna. Il primo volume, dalle origini a Bernardo di Chiaravalle, è stato curato da Enrico Del Covolo, Salesiano; il secondo volume, che studia il concetto di Chiesa da Pietro Abelardo a San Roberto Bellarmino, è stato redatto da Giuseppe Occhipinti, ed il terzo che va dal 1600 ad oggi, e cioè dal Gesuita Vitus Pichler al Padre Henri de Lubac, è stato curato da Don Rino Fisichella, noto teologo del clero romano.

È davvero meraviglioso lo sforzo con cui la teologia, come «scientia fidei», sta cercando di presentare agli uomini ed alle culture di tutti i tempi il fenomeno della Chiesa.

Ciò facendo la teologia assolve la sua missione, qual è appunto quella di investigare a fondo la verità rivelata, alla luce della fede annunziata dalla Chiesa. Certo lo studio della teologia deve sempre continuare. È vero che la verità rivelata sulla Chiesa è immutabile ed assoluta. Ma la teologia è parola umana, e come tale imperfetta e limitata. Essa deve sempre progredire. In realtà, il mistero della Chiesa, come ogni altro elemento della Rivelazione cristiana, contiene tali e tanti tesori di verità, che mai potranno essere studiati adeguatamente.

Qui sta tutta la grandezza della teologia: prendere il dogma qual è stato annunziato dalla Rivelazione e tramandato dal Magistero della Chiesa, approfondendolo poi e proponendolo agli uomini di ogni generazione. La teologia diventa così la collaboratrice del Magistero ufficiale della Chiesa nell’esposizione del mistero cristiano. Così cresce l’intelligenza della fede.

Il teologo dovrà, ovviamente, tener presente che il Magistero della Chiesa non è solo quello del passato, ma è quello che continua ad essere proposto nella Chiesa d’oggi dai Vescovi sparsi in tutto il mondo e dal Romano Pontefice, Pastore della Chiesa universale.

La legge fondamentale del metodo scientifico è di essere adeguato al proprio oggetto. Ora oggetto della teologia cattolica è l’insegnamento della Chiesa cattolica. Norma di fede per il cattolico è il magistero vivente della Chiesa, e non la Rivelazione interpretata individualmente. Del resto la più ampia aderenza al Magistero della Chiesa fu la luce che ispirò i grandi teologi di tutti i tempi. Basti pensare a San Tommaso che, pur su una questione minima disputata, scriveva: «La stessa dottrina dei dottori cattolici trae la sua autorità dalla Chiesa. Per cui bisogna stare più all’autorità della Chiesa che a quella di Agostino o di Gerolamo o di qualsiasi altro dottore» (Summa Teologica, II-IIae, q. X, a. 12).

«Sentire cum Ecclesia» od anche, come talora si dice, «Sentire in Ecclesia» fu poi la consegna lasciata da S. Ignazio a tutta la Compagnia di Gesù. Nel 1991, nel 450· anniversario della sua fondazione, sorsero vari scritti su tale motto ignaziano. Provocante ci sembra oggi la regola dettata da S. Ignazio nei suoi Esercizi spirituali (n. 365): «Per essere certi in tutto, dobbiamo sempre tenere questo criterio: quello che io vedo bianco lo credo nero, se lo dice la Chiesa gerarchica. Infatti noi crediamo che quello Spirito che ci governa e che guida le nostre anime alla salvezza è lo stesso in Cristo Nostro Signore, lo Sposo, e nella Chiesa, sua Sposa» (Cfr S. Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali, a cura di G. Raffo, S.J., Edizioni ADP, Roma 1991, pag.313).

È un testo ingombrante, che suona strano agli orecchi dei moderni critici della Chiesa. Se però teniamo presente l’ambiente in cui venne a trovarsi Ignazio di Loyola, ai tempi dei «novatori» della fede, se consideriamo che Erasmo da Rotterdam aveva appunto detto, con spirito polemico con la Chiesa, che il bianco non diventerebbe nero, neppure se il Papa di Roma lo affermasse, comprenderemo allora l’iperbole ignaziana.

Ed era appunto per ristabilire il principio generale dell’autorità pontificia che Ignazio ricorse a tale figura letteraria, che ovviamente non va staccata dal contesto. Rimane però valido il suo insegnamento sul dovere di profonda adesione, di mente e di cuore, al magistero della Chiesa, perché guidato dallo Spirito Santo.

Oggi il magistero della Chiesa, con gli attuali mezzi di comunicazione sociale, può diventare ancor più capillare. I Vescovi delle singole diocesi ed il Papa nella Chiesa universale possono far giungere più facilmente a tutti la loro voce di Pastori.

Anche in Italia, grazie a Dio, assistiamo ad una continua opera di diffusione del magistero ecclesiastico. Vi è la voce dei singoli Vescovi, vi è la voce collettiva della Conferenza Episcopale, sui temi ecclesiali di più grande attualità. Recentemente l’Editrice Piemme ha raccolto molti interventi del Card. Camillo Ruini, Presidente della C.E.I., in un libro dal titolo significativo: «La Chiesa del nostro tempo» (Casale Monferrato, 1996).

Ma ciò che più ha contribuito in questi anni ad illustrare la missione della Chiesa nella società contemporanea è stato il magistero di Giovanni Paolo II. Durante i suoi vent’anni di Pontificato, l’attuale successore di Pietro ci ha offerto un vero trattato di ecclesiologia, con le sue Encicliche, con le sue Esortazioni apostoliche, con le sue profonde Omelie, pronunziate a Roma e di fronte alle moltitudini dei Paesi da lui visitati.

È un’ecclesiologia che ci richiama a Cristo, autore della Chiesa, come ben appare fin dalla prima Enciclica del Pontificato, la «Redemptor Hominis» del 4 marzo 1979.

È un’ecclesiologia che ci ricorda che Cristo ha dato a questa Chiesa il Suo Santo Spirito, al fine di vivificarla interiormente, sì da essere chiamato «Anima della Chiesa». Una delle Encicliche che rileggo con sempre maggior gaudio spirituale è appunto quella dedicata allo Spirito Santo, l’Enciclica «Dominum et vivificantem» del 18 maggio 1986.

L’ecclesiologia del Papa Giovanni Paolo II ha poi degli aspetti tipici, quando con insistenza ci ricorda la posizione di Maria nella Chiesa: l’Enciclica «Redemptoris Mater» è un continuo richiamo a guardare a Colei che Cristo ha voluto come la figura più alta della sua Chiesa. Inoltre, nella visione del Papa, la Chiesa di Cristo, è per natura sua destinata a tutti i popoli.

È una Chiesa aperta verso gli altri cristiani, in un impegno di promozione dell’unità, voluta e sentita come esigenza impellente in vista del Terzo Millennio cristiano.

È un Chiesa in dialogo verso tutte le altre religioni, come verso tutti gli uomini di buona volontà.

È una Chiesa sollecita del progresso dell’uomo e della società, come dimostrano le grandi Encicliche sociali di Giovanni Paolo II.

In sintesi, è un’ecclesiologia di comunione «ad intra» e di apertura «ad extra», al fine di contribuire a far sì che la Chiesa di Cristo possa realizzare il fine specifico che Cristo le ha tracciato, il fine di continuare la sua opera di salvezza «pro mundi vita».

Questa caratteristica missionaria della Chiesa come di un albero destinato a stendere i suoi rami su tutta l’umanità, è stata illustrata a fondo dal Papa Giovanni Paolo II nella sua Enciclica «Redemptoris missio» del 7 dicembre 1990. Il noto documento pontificio porta appunto come sottotitolo, circa la permanente validità del mandato missionario: «La missione di Cristo Redentore, affidata alla Chiesa — leggiamo all’inizio dell’Enciclica — è ancora ben lontana dal suo compimento. Al termine del secondo millenio dalla sua venuta, uno sguardo d’insieme all’umanità dimostra che tale missione è ancora agli inizi... . Difficoltà interne ed esterne hanno purtroppo indebolito lo slancio missionario della Chiesa verso i non cristiani, ed è un fatto questo che deve preoccupare tutti credenti in Cristo. Nella storia della Chiesa, infatti, lo spirito missionario è sempre stato un segno di vitalità, come la sua diminuzione è segno di una crisi di fede» (Ibidem, nn.1-2).

In realtà, il Vangelo di Cristo nulla toglie alla libertà dell’uomo, al dovuto rispetto alle culture, a quanto c’è di buono in ogni religione. Annunciare Cristo è rendere un servizio all’uomo d’oggi, per aiutarlo a trovare il senso delle realtà ultime e della sua stessa esistenza. L’annunzio e la testimonianza di Cristo, quando sono fatti in modo rispettoso delle coscienze, non violano la libertà, ma anzi l’aiutano a trovare quella verità, che ogni uomo ha l’obbligo morale di cercare.

Se la salvezza è destinata a tutti, essa deve essere in concreto messa a disposizione di tutti. Se il Vangelo deve diventare per tutti la «buona novella», a tutti esso deve essere annunziato nella sua interezza, «sine glossa». Questa è la missione della Chiesa, che non esiste per sé stessa, ma per gli altri, per gli uomini di ogni tempo e di ogni luogo.

Ed è a questa coscienza missionaria che il Papa Giovanni Paolo II vuole richiamare la Chiesa del secolo XX, che si prepara ad iniziare il terzo millenio della sua storia.

Certo, il campo che oggi si apre all’attività della Chiesa è immenso ed esige, anche per questo, vie diverse per l’annuncio cristiano. Paolo, dopo aver predicato in numerosi luoghi, giunse ad Atene e per annunziare la buona novella nell’Areopago, dovette usare un linguaggio adatto e comprensibile (At 17, 22-31).

Così oggi nuovi aeropaghi si presentano davanti al cristiano: sono aree culturali diverse, sono realtà nazionali ed internazionali, che devono essere illuminate con la luce del Vangelo. Pensiamo all’opera per la pace fra i popoli, alla promozione dei diritti umani, alla salvaguardia del creato, al vostro stesso mondo della comunicazione sociale, che sta unificando l’umanità, rendendola «un villaggio globale».

AtuttigliuominilaChiesahaunimmensopatrimonio spiritualedaoffrire,indicandoatutti Cristo,coma«laVia, la Verità e la Vita» (Gv 14, 6).

La Chiesa però è la prima ad essere convinta che tale opera grandiosa esige i suoi tempi. Il lievito non fermenta d’un colpo sotto la massa. E tale aspetto dell’opera salvifica della Chiesa era ricordato dal Papa Giovanni Paolo II nella catechesi del mercoledì 12 marzo corrente, parlando del «tempi di Dio» e ricordando le parole di Gesù, che correggendo l’impazienza degli Apostoli, diceva loro: «Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta» (At 1, 7).

A tale riguardo il Papa diceva testualmente:

«Questo monito di Gesù sui “tempi di Dio”» si rivela più che mai attuale, dopo duemila anni di cristianesimo. Di fronte alla crescita piuttosto lenta del Regno di Dio nel mondo, ci viene chiesto di fidarci del piano del Padre misericordioso, che tutto guida con sapienza trascendente. Gesù ci invita ad ammirare la «pazienza» del Padre, che adatta la sua azione trasformatrice alle lentezze della natura umana ferita dal peccato.

Questa pazienza si era già manifestata nell’Antico Testamento, nella lunga storia che aveva preparato la venuta di Gesù (Cfr Rm 3, 26). Essa continua a manifestarsi dopo Cristo, nello sviluppo della Chiesa (Cfr 2 Pt 3, 9)...

Inviata a tutta l’umanità, la Chiesa conosce momenti diversi nel suo sviluppo. In alcuni luoghi e periodi essa incontra speciali difficoltà ed ostacoli, in altri il suo progresso è molto più veloce. Si registrano lunghi tempi di attesa, nei quali i suoi intensi sforzi missionari sembrano rimanere inefficaci. Sono tempi che mettono alla prova la forza della speranza, orientandola verso un futuro più lontano.

Esistono tuttavia anche momenti favorevoli, in cui la Buona Novella trova un’accoglienza benevola e le conversioni si moltiplicano. Il primo e fondamentale momento di grazia più abbondante è costituito dalla Pentecoste. Molti altri ne sono venuti dopo e ancora ne verranno.

«Quando sopraggiunge uno di questi momenti, coloro che hanno una speciale responsabilità nell’evangelizzazione sono chiamati a riconoscerlo, per sfruttare meglio le possibilità offerta dalla grazia. Ma non è possibile determinarne in anticipo la data». (L'Osservatore Romano, 13 marzo 1998).

Al termine di quest’analisi storica, non mi rimane che ritornare al punto di partenza: qual è la realtà di questa Chiesa, al di là delle sue apparenze e dei suoi limiti, al di là degli errori e dei peccati dei suoi membri, al di là delle pigrizie o delle impazienze di tanti suoi figli?

Certo la Chiesa è un’assemblea di credenti, come dice la parola greca «ecclesía» con la quale si iniziò a denominarla. Assemblea che prega innanzitutto: è il primo significato del termine «chiesa», un significato liturgico. Assemblea che vive ed opera intorno ad un Vescovo: è il suo secondo significato, il significato comunitario, proprio di una Chiesa locale. Assemblea che vive ed opera nel mondo intero riunita intorno al Papa: è questo il suo terzo e più alto significato, quello che designa il popolo dei credenti radunato nella Chiesa universale.

Di questa «assemblea», di questa «società» abbiamo cercato di descriverne gli aspetti caratteristici, ben convinti che il mistero della Chiesa non si lascia circoscrivere da una breve sintetica presentazione.

Comunque, io ricordo sempre a memoria la risposta che dava il Catechismo di San Pio X. Era una definizione che appresi da piccolo sulle ginocchia di mia madre e che mi fu a lungo ribadita sui banchi della parrocchia, nella scuola di catechismo: che cos’è la Chiesa cattolica?, io sapevo così subito rispondere: «La Chiesa cattolica è la società di tutti i battezzati che, vivendo sulla terra, professano la stessa fede e la stessa legge di Cristo, partecipano agli stessi sacramenti ed obbediscono ai legittimi Pastori, principalmente al Romano Pontefice». Era una definizione semplice, che oggi sembra molto stretta per il corpo della Chiesa, ma che allora mi lasciava intuire la natura di quella realtà che iniziavo a conoscere e ad amare.

Terminando il mio intervento, vorrei lasciare due messaggi. Il primo messaggio è rivolto a tutti gli uomini in cerca della verità. Non posso chiedere loro di fare un atto di fede nella Chiesa, così come lo fa il cattolico praticante, quando nel Simbolo apostolico professa di credere nella Chiesa, una, santa, cattolica ed apostolica. A tutti gli uomini che spassionatamente si pongono il problema della Chiesa, chiedo però di analizzare a fondo tale realtà, esaminandone tutti gli aspetti.

Come un’immensa catena di montagne, la Chiesa attraversa duemila anni di storia dell’umanità: è impossibile ignorarla. La sua mirabile propagazione, la sua stabilità nonostante le persecuzioni, gli scismi e le eresie, la santità eroica di molti suoi membri, nonostante le miserie di tanti altri, pongono degli interrogativi seri. Non sarà forse l’avveramento della promessa fatta da Cristo ai suoi discepoli, prima di salire al cielo: «Io sarò sempre con voi fino alla fine dei secoli?»... (Mt 28, 20).

Un bilancio storico di venti secoli di cristianesimo fa sorgere spontanea tale domanda. Recentemente ha cercato di rispondervi il teologo tedesco Hans Küng, nel suo libro «Cristianesimo. Essenza e storia», pubblicato da Rizzoli nell’ottobre scorso (Milano, 1997).

Al termine del suo studio voluminoso, dopo un lungo «excursus» storico egli dedica alcune belle pagine al mistero del cristianesimo, concludendo: «Perché questo cristianesimo è sempre sopravvissuto nonostante tutti gli elementi non cristiani della sua storia? Infatti questa religione si è continuamente inserita in nuovi paesaggi culturali, come un grande fiume, che incomincia da qualche parte in maniera modesta e si è incuneato in maniera sempre nuova nel paesaggio che si viene via dilatando... É un fiume che ha avuto anche delle cadute rovinose... Ma non si deve anche vedere il fiume di bontà, misericordia, disponibilità all’aiuto, solidarietà che a partire dalla sorgente, dal Vangelo, scorre attraverso la storia?... Che sorta di forza è questa che è all’opera ovunque? Tutto soltanto caso? Tutto soltanto destino?... (Ibidem, pagg. 784-787).

Il secondo massaggio che vorrei lasciare, alla conclusione della mia esposizione, è diretto a tutti coloro che sono membri della Chiesa. É un invito ad amare profondamente questa Chiesa, come una seconda Madre. Essa ci ha generato alla fede e continua a nutrirci con la parola di Dio e con i Sacramenti.

Anzi, l’amore alla Chiesa ci porterà anche a conoscerla più intimamente. É vero che, in genere, non si ama una persona se prima non la si è conosciuta, ma è anche vero che uno non la conosce veramente se non l’ama. Era questo del resto, un principio già enunziato versa la fine del secolo VI dal Papa san Gregorio Magno: «Quando noi amiamo le verità divine, amandole già le conosciamo, perché l’amore è esso stesso una conoscenza. Amor ipse notitia est» (Omelie sui Vangeli, II, 27, 4).

L’amore alla Chiesa ci porta poi, per conseguenza, ad amarne i Pastori e ad essere solidali con tutti i suoi membri, specialmente con i più poveri ed i più sofferenti.

Parlando di Cristo, san Paolo ci ha detto che Egli ha amato la Chiesa, immolandosi per essa. «Dilexit Ecclesiam» (Ef 5, 25).

Sulla tomba di un benemerito sacerdote ho visto un giorno che erano scolpite tali due brevi parole paoline, poste come a sintesi della sua esistenza: «Dilexit Ecclesiam!» Amò la Chiesa!

Personalmente sarei contento se sulla mia tomba si potesse completare la frase, scrivendo così: «Ha amato la Chiesa ed ha cercato di farla amare!».

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