LA SPIRITUALITA DI SAN BENEDETTO E IL SEGRETO DELLA SUA
EFFICACIA
Omelia del Card. ANGELO SODANO, Segretario di Stato, nella Santa Messa in onore di S. Benedetto.
(Montecassino, 21 marzo 1999)
E commovente sentir proclamare le Beatitudini evangeliche fra le
mura di Montecassino. La loro lettura, prevista per la festa del Santo ed
eccezionalmente qui consentita per questa domenica, ben si colloca nellorizzonte
della Quaresima. Non è forse, questa pagina di vangelo, il manifesto
della vita cristiana, e perciò il punto di riferimento per ogni
autentico rinnovamento spirituale?
Nella vita dei Santi il discorso delle Beatitudini passa come luce
attraverso un prisma, ed ogni Santo ne accentua qualche tonalità.
Oggi lo vediamo riflesso nella vita di S. Benedetto, padre del monachesimo
occidentale e patrono dEuropa.
Questi due titoli ci ricordano oggi la grande schiera dei monaci che si
riconducono alla regola benedettina e che occupano un posto donore
nella storia di tante Nazioni.
Ringrazio perciò il Reverendissimo Abate Don Bernardo DOnorio
e la comunità di Montecassino per linvito che mi hanno
rivolto a presiedere questa Eucaristia, invito che ho volentieri accolto
anche per esprimere il mio apprezzamento per quanto questo illustre centro
di vita monastica ha dato nei secoli alla Chiesa e al mondo. Un saluto
cordiale va anche a tutte le autorità qui convenute, ed in modo
particolare al Signor Presidente del Parlamento Europeo D. José
Maria Gil-Robles, al Signor Ministro degli Affari Esteri dItalia,
On. Lamberto Dini ed agli Ambasciatori di vari Paesi.
Fu intuizione di uomini lungimiranti quella che, sulle macerie dellultimo
conflitto mondiale, additò in questa prospettiva una direzione
obbligata se si voleva che lEuropa volta e per sempre la pagina
delle sue guerre e si ponesse come erede e promotrice di civiltà
nel quadro di un nuovo ordine mondiale.
Altrettanto illuminata, e direi profetica, fu la scelta compiuta da
Paolo VI di proclamare S. Benedetto celeste Patrono del continente,
additando in lui non solo un protettore, ma anche un educatore, nella
consapevolezza che il suo messaggio spirituale rimane di grande attualità,
è capace anzi di offrire unindicazione di rotta, per evitare
che questo grande processo di unificazione si delinei allinsegna di
un pragmatismo privo di anima. E ben noto quanto su questa
prospettiva di unEuropa dei valori, ben radicata nella sua
tradizione cristiana, insista il Santo Padre chiamando continuamente i
cattolici a rendere in questo senso il loro insostituibile servizio.
A prima vista, la spiritualità monastica potrebbe suonare la più
lontana da questo processo di transizione epocale in cui siamo coinvolti..
Quella che portò il giovane Benedetto a lasciare Roma, dove si
era recato per studio, e prendere la via di Affile, poi di Subiaco, e
infine di Montecassino, per darsi alla vita di preghiera, fu una scelta di
abbandono del mondo, di fuga mundi. Se si opera un
confronto con il variegato scenario della vita monastica precedente e a
lui contemporanea, è facile notare come, sulla base di un comune
progetto ascetico, la stessa vita monastica poteva essere concepita in
modo diverso. Alcuni avevano scelto la formula radicale delleremitismo,
dal quale lo stesso giovane Benedetto fu attratto. Altri avevano optato
per la vita cenobitica, coniugando lansia della ricerca di Dio con i
valori della vita comunitaria. Ma anche in questultimo modello, si
aprivano diverse possibilità per la configurazione del rapporto tra
la vita monastica, quella pastorale, e la stessa storia civile.
S. Benedetto fece unopzione precisa, scegliendo, per sé e
per i suoi, la formula cenobitica, secondo una linea che sottraeva il
monaco sia al ministero pastorale diretto sia, a maggior ragione, allimpegno
secolare. La sua vita ha scritto de Vogüé
trascorrerà fuori del tempo politico, lontano dalla storia (S.
Benedetto uomo di Dio, Edizioni S. Paolo, 1999, p. 44).
Eppure, proprio di questuomo che altro non ambiva se non il quaerere
Deum, veniamo oggi a celebrare il ruolo storico che ha svolto
nel lungo cammino di formazione dellEuropa. Qual è la logica
di questo apparente paradosso?
In realtà, quella separazione dalla storia in nome del
radicalismo evangelico non era un rifiuto, ma una rifondazione.
Non era il mondo in quanto tale che Benedetto aborriva, ma i falsi valori
che lo abitano e lo inquinano. Egli intuiva che solo la scelta radicale
del vangelo riporta luomo e il mondo a se stessi. E la logica
del perdersi per ritrovarsi: Beati i miti,
perché possederanno la terra.
Per spiegare linflusso storico della regola benedettina è
un luogo comune far riferimento alla saggezza con cui il Santo legislatore
seppe conciliare la dimensione interiore della contemplazione con la stima
del lavoro: ora et labora! Paolo VI, nella Lettera apostolica Pacis
nuntius, sviluppò la formula di questa incidenza in tre icone:
la croce, il libro, laratro.
Ma se si vuol cogliere il punto focale della spiritualità di
Benedetto e il segreto della sua efficacia non cè
di meglio che partire dal discorso delle Beatitudini.
Qui emerge, da una parte, il contrasto netto tra lo spirito di Cristo e
lo spirito del mondo, contrasto che il monaco è chiamato ad
incarnare con tutte le sue scelte di vita; dallaltra, è
sottolineato che questo contrasto non implica unopzione di
pessimismo e di grigiore, ma al contrario è una condizione di gioia
profonda. Il criterio di questa gioia è nettamente rovesciato
rispetto a quello comune: beati sono detti i poveri, gli afflitti, i miti,
i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati
per la causa della giustizia e per il nome di Cristo.
In un mondo in cui la ricerca della gioia è legata alle
prospettive del successo, del denaro, del potere, le affermazioni di
Cristo suonano provocazione, e direi, contestazione.
Ma la storia della santità, e in particolare la testimonianza
della santità monastica, sta a dimostrare che Cristo non ci ha
ingannati.
Per capire il senso intimamente gioioso del discorso della
montagna, occorre guardare con sapienza dentro il cuore delluomo,
facendo luce sulle sue tendenze profonde. A queste profondità guardò
Benedetto, quando tradusse la logica delle beatitudini nella scala
dellumiltà.
Luomo che cede alla tentazione dellorgoglio può avere
per un momento limpressione di essere più forte. Ma queste
scelte contrarie alla legge di Dio non tardano a presentare il conto:
orgoglio chiama orgoglio, avidità chiama avidità, sopruso
chiama sopruso... Luomo si sperimenta come intrappolato e fa unesperienza
di sostanziale schiavitù.
Le istanze del vangelo, disegnate nella linea dellumiltà,
della rinuncia a se stessi e della dedizione agli altri, nellimmediato
appaioni come una via stretta, qual è la via della
croce; ma alla lunga si rivelano come condizione di vera libertà.
Benedetto intuì tutto questo. La scala dellumiltà
che egli disegnò nel capitolo VII della Regola, con i suoi dodici
esigenti scalini, non vuole rendere gli uomini privi di personalità.
Essa al contrario mette luomo in grado di innalzarsi fino alla
perfezione dellamore di Dio. Insieme rappresenta una grande scuola
del carattere, che rende la persona capace di affrontare, con la forza di
Dio, non solo le tendenze negative che abitano nel suo cuore, ma anche i
problemi della storia, guardando con umile coraggio agli stessi potenti
che il mondo teme. Ben lo mise in evidenza Gregorio Magno nella sua vita
di Benedetto, mostrando il tremendo re Totila ammansito dalla sua mite
chiaroveggenza.
Non si comprende nulla della grande tradizione benedettina, se non si
parte dal respiro contemplativo che la pervade. Il monastero che Benedetto
vuole è tutto concentrato su Dio: è la scuola del
servizio divino (Dominici schola servitii). E questo
il fondamento della regola: Dio come oggetto unico del desiderio e della
ricerca, Dio da lodare attraverso la celebrazione dellopus Dei,
Dio da celebrare e testimoniare attraverso limpegno della vita.
Ma questa curvatura dellesistenza verso il
trascendente, lungi dallessere in contrasto con il bisogno delluomo
di realizzarsi nella libertà e nella gioia, è il segreto e
la sorgente di tutto questo. Cè una paradossale coincidenza
tra la scala dellumiltà e la scala della libertà, tra
la radicalità dellobbedienza e la intensità della
comunione, tra la fuga mundi e lautentica stima
per il mondo, guardato alla luce di Dio.
Non sorprende dunque che lascetica benedettina abbia espresso il
ben noto apprezzamento anche per il lavoro manuale.
Il lavoro, infatti, prima di essere colto nella sua dimensione
strumentale, che spesso induce a praticarlo solo in funzione del guadagno
e della necessità, va visto in rapporto al disegno di Dio.
Comè noto, S. Benedetto offre due motivazioni per il lavoro
del monaco: la prima è unindicazione ascetica, ossia il
superamento dei pericoli derivanti dallozio; la seconda è
tratta dalla tradizione dei padri e degli apostoli: il vero monaco è
uno che vive col lavoro delle sue mani (cf. RB 48). Sono due prospettive
illuminanti, ma non certo una completa teologia del lavoro. Per riscoprire
la profonda intuizione del grande Legislatore, occorre attingere alle
linee della spiritualità del lavoro, come, sulla base della
Scrittura, le ha disegnate il Concilio e Giovanni Paolo II le ha poi
sviluppate nellenciclica Laborem exercens. Qui il lavoro è
presentato come partecipazione allopera del Creatore (n. 24).
E un discorso, questo, rivolto a tutti i cristiani. Ma il
monachesimo benedettino, inserendo lesperienza e la spiritualità
del lavoro nella sua tipica tensione verso Dio, ha mostrato come questultima,
lungi dal togliere forza allimpegno per le realtà terrene, lo
riempie di senso religioso. Fu in forza di questo che i monasteri
benedettini diventarono centri di irradiazione non solo di vita liturgica
e contemplativa, ma anche di una concreta civiltà del lavoro,
attraverso le molteplici opere compiute e promosse, dal dissodamento della
terra alle realizzazioni edilizie, dallassistenza sociale alla
costruzione di strade fino alla promozione di una vera e propria industria
artigianale. E impressionante come questo equilibrio della formula
monastica benedettina, pur nettamente disegnata nella logica delle
beatitudini e sul primato dellaldilà, illumini insieme la
vita quotidiana, come luce trasfigurante e trasformante, capace di
influire sulla costruzione della storia in modo certamente diverso, ma non
opposto, a quello tipico della vita laicale.
Questa singolare esperienza benedettina è patrimonio spirituale
da investire per il futuro. LEuropa che si sta formando, ne ha
bisogno più che mai, per darsi una fisionomia che unisca alle
ragioni delleconomico le ragioni del trascendente, restando fedele a
quella sintesi umanistica che il cristianesimo ha saputo promuovere nel
nostro continente.
A tal proposito è stato fatto acutamente notare che, ad
interpretare bene la regola, il classico ora et labora dovrebbe
essere integrato così: Ora, labora et lege! (cf. de Vogüé,
La Regola di S. Benedetto, Abbazia di Praglia 1998, p.336) Occorre
cioè mettere in evidenza il ruolo straordinario che Benedetto
annette, dopo la preghiera, e prima del lavoro manuale, alla lettura e
alla meditazione, ricordando che per lui la lectio per
eccellenza è quella della S. Scrittura, seguita da quella degli
scritti spirituali dei Padri, ma evidentemente senza escludere ogni altra
lettura fatta nello stesso spirito. Una lettura siffatta, lungi dal
distrarre dalla preghiera, la nutre e, nella rimeditazione, sostiene
spiritualmente lo stesso lavoro manuale.
Cari amici, non ci è dato di presagire quale figura di società
si affermerà nel terzo millennio ormai alle porte. Ma a questa
nuova società in formazione, con i suoi ardimenti e spesso con i
suoi fallimenti, i figli di S. Benedetto sono chiamati a ricordare i
valori della nostra civiltà cristiana. In particolare, essi sono
chiamati a ricordare che tutto è guadagnato mettendo Dio al primo
posto e tutto rischia di essere perduto, quando si perde il senso di Dio.
E questo il messaggio che ancor oggi, il padre del monachesimo
occidentale rivolge allumanità, allalba del terzo
millennio cristiano.
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