PRESENTAZIONE DEL VOLUME "IL MARTIRIO DELLA PAZIENZA. LA SANTA SEDE E I PAESI COMUNISTI
(1963-1989)" DEL CARD. AGOSTINO CASAROLI
INTERVENTO DEL CARD. ACHILLE SILVESTRINI
Martedì, 27 giugno 2000
Il martirio della pazienza è frutto di una riflessione a
cui il cardinale Casaroli ha dedicato un lavoro personale e accurato, condotto
con rigore e acribia negli ultimi suoi anni. È la narrazione dei rapporti tra
la Santa Sede e i regimi comunisti dell’Europa dell’Est, un racconto pacato,
vigile, discreto, corretto nell’esporre i fatti, onesto nel documentarli senza
celare difficoltà e obiezioni. Una vicenda storica che parte dal 1963 e arriva
al 1989.
È la cosiddetta Ostpolitik della Santa Sede, contrassegnata da
tre fasi. La prima, dal 1945 al 1963, è l’antefatto della narrazione, che il
cardinale Casaroli chiama "abominatio desolationis", con gli arresti,
le condanne, la relegazione di un gran numero di vescovi, sacerdoti, persone
religiose e in primo luogo di Mons. Stepinac, del Card. Mindszenty, di Mons.
Beran e Mons. Wyszynski, la rottura drastica delle relazioni diplomatiche fra i
governi dell’Europa dell’est e la Santa Sede, e delle relazioni ecclesiali
tra questa e i vescovi e le comunità cattoliche. Agli inizi degli anni sessanta
molti pastori erano incarcerati o confinati, i monasteri e le case religiose
confiscate, i seminari chiusi o ridotti al minimo, le scuole cattoliche e le
organizzazioni di carità e apostolato soppresse; le curie vescovili erano
governate o controllate da commissari governativi; mentre infuriava una pesante
propaganda ateistica nei mass media e nelle scuole, ed erano attuate
discriminazioni sistematiche dei credenti nelle scuole e nelle università,
nelle amministrazioni, nelle aziende e in ogni manifestazione della vita
sociale.
Giovanni XXIII, che aveva appena aperto il Concilio Vaticano II,
sentiva profondo il desiderio di aprire una breccia in questo isolamento.
Nacquero, voluti da lui, i primi approcci ad opera del Card. Koenig e di Mons.
Casaroli: al primo venne affidata una missione di solidarietà verso i pastori
di quei paesi che erano legati all’Austria da una storia comune, al secondo il
tentativo di una soluzione negoziata dei casi Mindszenty e Beran.
Nel racconto emergono subito tre grandi figure: il Card.
Mindszenty, che impersonava la tragedia della Chiesa e del popolo ungherese;
Mons. Beran, Arcivescovo di Praga, mite protagonista di una duplice resistenza
al nazismo e al comunismo; e il Card. Wyszynski, che dopo tre anni di
relegazione aveva ripreso a guidare con vigore impavido e ardente la resistenza
a un regime che era in contrasto con tutta la tradizione religiosa e storica
della nazione polacca.
Accanto a queste tre figure di pastori tre grandi pontefici:
Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II.
Giovanni XXIII, tutto proteso a cogliere le misteriose vie della
Provvidenza per tentare qualche cosa di nuovo che favorisse un cambiamento.
Paolo VI che, pur rendendosi conto che il dialogo con i regimi comunisti era
difficile per non dire impossibile, affrontava "in nomine Domini" un
dovere morale che sentiva incombente al suo ministero: portare soccorso ad una
Chiesa che parlava solo con la sua sofferenza, e darle energie per un respiro
lungo nella incerta durata del comunismo ateo. E’ durante il pontificato di
Paolo VI che si svolge tutta la prima fase più faticosa della Ostpolitik, e
cioè il negoziato relativo alla situazione del Card. Mindszenty e alla
possibilità di nominare vescovi in Ungheria, le estenuanti interminabili
trattative col governo cecoslovacco, che si protrassero fino alla caduta del
muro, l’accordo di Belgrado col governo di Tito, e infine le conversazioni col
governo polacco. In quegli anni in Polonia emerge il capolavoro del Card.
Wyszynski con le celebrazioni per il millennio del battesimo della nazione
(1966) e con il messaggio profetico di riconciliazione, inviato dall’episcopato
polacco a quello tedesco, per accordare e chiedere perdono per le guerre e gli
odi che avevano contrapposto i due popoli. E si registrò allora anche il
rifiuto del governo a un viaggio di Paolo VI, anche solo per un pellegrinaggio
brevissimo a Czestochowa. Seguì la visita di Mons. Casaroli alle diocesi
polacche nel 1967, che lo portò a Cracovia per un incontro cordiale e
significativo col Card. Wojtyla.
Nel pontificato di Paolo VI prende avvio anche l’esperienza
multilaterale della Santa Sede nella conferenza di Helsinki (1973-75), quando la
delegazione vaticana ottiene un esplicito riconoscimento della libertà
religiosa (7° principio dell’Atto finale), che offrì una formale
legittimazione alle richieste della Chiesa nei negoziati bilaterali coi singoli
governi. Il pontificato si concludeva con la richiesta fatta dal Papa al corpo
diplomatico nel gennaio 1978 a che i cattolici, e i credenti di ogni
confessione, "potessero beneficiare" dello spazio dovuto di libertà
per la loro fede nelle sue espressioni sia personali sia comunitarie. Questa
richiesta solenne sembrò avere il valore profetico di una consegna morale data
da Paolo VI al suo successore.
Nell’ottobre del 1978 l’elezione di Giovanni Paolo II
introduceva delle novità di grande rilievo nei rapporti con l’Est: 1) l’esperienza
personale di un Pastore che aveva sofferto le oppressioni e le ingiustizie della
sua gente; 2) l’affermazione, contenuta nella enciclica Redemptor hominis,
che i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali hanno un’unica radice
nella dignità della persona e costituiscono il criterio di verifica per la
legittimità dei regimi di qualsiasi paese; 3) la fierezza della nazione polacca
che rivendicava la restituzione della propria dignità cristiana. Fu una sfida a
tutto campo che il Papa venuto dall’Est lanciò all’URSS e agli altri regimi
comunisti, mentre i negoziati con i governi proseguirono con più forte impulso,
sempre sotto la guida del Card. Casaroli, divenuto segretario di stato.
Dalla narrazione minuziosa e pacata dei complessi negoziati con
i singoli regimi, è interessante raccogliere di Mons. Agostino Casaroli non
solo la pazienza instancabile, perseverante, collaudata da una grande esperienza
diplomatica, ma anche la sua fede sacerdotale, che egli esprime con un salmo che
gli era familiare: "Saldo è il mio cuore, o Dio, saldo è il mio cuore …
voglio destare l’aurora" (salmo 56). Egli voleva far sorgere l’aurora
di una luce di speranza nelle tenebre che gravavano su quelle Chiese. Nello
stesso tempo l’intelligenza acuta, finissima, dava a lui il senso delle cose
possibili e la priorità delle cose necessarie. Egli riteneva che il soccorso
più urgente per quelle comunità oppresse fosse nell’assicurare la
possibilità di una loro comunicazione con la Santa Sede, la quale a sua volta
potesse dare alle diocesi prive di pastore vescovi moralmente degni, fedeli alla
Chiesa che, accettati dai governi, provvedessero alla cura pastorale della
maggioranza dei credenti, che altrimenti sarebbero rimasti senza possibilità di
avere una vita religiosa e sacramentale.
Il confronto tenace, spesso durissimo di quelle trattative
riguardava quindi la pretesa dei funzionari governativi di strappare la nomina
di ecclesiastici legati al regime a cui si contrapponeva la resistenza ad
oltranza della Santa Sede per ottenere che fossero accettate soltanto persone in
grado di essere vescovi degni, animati da sicura ispirazione pastorale. Le
nomine ecclesiastiche, che il sistema di durissimo giurisdizionalismo dei regimi
comunisti voleva utilizzare per fare della Chiesa un "instrumentum
regni", furono il fulcro di un braccio di ferro condotto con tenace
intransigenza oltre venticinque anni, al fine di assicurare alla Chiesa e alla
vita religiosa un respiro di sopravvivenza, con una sfida rivolta al futuro.
"E’ per porre rimedio a così doloroso stato di cose, per correggerne il
corso nel senso della giustizia, che la Santa Sede ha intrapreso un dialogo
attivo e instancabile, paziente, franco, tanto fermo nell’affermazione dei
principi e del buon diritto della Chiesa e dei credenti quanto pronto alle
intese oneste e leali che con quei principi siano conciliabili" disse Paolo
VI al collegio dei cardinali il 21 giugno 1976. Queste "intese oneste e
leali" erano rivolte a ricuperare spazi di preghiera, possibilità di
formazione per la catechesi, diffusione di idee come la dignità della persona e
la libertà di coscienza, che erano in contrasto con l’ideologia e l’organizzazione
del mondo comunista. In tal modo questa azione paziente e instancabile
contribuì, nel lungo tempo, come ha rilevato una studiosa di valore, Helene
Carrère d’Encausse, a operare quella "erosione del sistema" dei
regimi comunisti, che li colpiva proprio in ciò che essi consideravano
essenziale per la loro ideologia, il "controllo degli spiriti".
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