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LA SANTA SEDE E LA TERRA SANTA
Mons. Jean-Louis Tauran Segretario per i Rapporti della Sede con gli Stati
Esporre il pensiero della Santa Sede sulla Terra Santa significa penetrare nel
cuore delle preoccupazioni di Papa Giovanni Paolo II. Il suo recente
pellegrinaggio in Terra Santa ha mostrato con quale libertà Egli affronta, in
una prospettiva tipicamente religiosa, le situazioni più delicate e più
difficili, e con quale efficacia riesce a mobilitare la coscienza dei popoli.
Qualche giorno fa, rivolgendosi al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa
Sede, il Papa Giovanni Paolo II ha detto: “Nessuno deve accettare, in questa
parte del mondo che ha accolto la rivelazione di Dio agli uomini, la
banalizzazione di una sorta di guerriglia, la persistenza dell’ingiustizia, il
disprezzo del diritto internazionale o il mettere in secondo piano i Luoghi
Santi e le esigenze delle Comunità Cristiane. Israeliani e Palestinesi non
possono progettare il loro futuro che insieme, e ognuna delle due parti deve
rispettare i diritti e le tradizioni dell’altra. E’ il momento di tornare ai
principi di legalità internazionale:divieto di acquisizione dei territori
con la forza, diritto di autodeterminazione dei popoli, rispetto delle
risoluzioni dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e delle Convenzioni di
Ginevra, per citare solo i più importanti.Altrimenti tutto è da temere:da
iniziative unilaterali avventurose a un’estensione difficilmente controllabile
della violenza.”
Uno degli scopi del pellegrinaggio del Santo Padre alle sorgenti del
Cristianesimo è stato quello di ricordare a tutti che dopo la caduta del muro
della vergogna, era sempre più imperioso abbattere il muro dell’odio e del
sospetto che, in questa parte del mondo, divide numerosi popoli.
Prima di continuare ritengo utile definire i termini intorno ai quali si
svilupperà la nostra riflessione: Santa Sede e Terra Santa.
1) La Santa Sede
a) La Santa Sede non è lo Stato della Città del
Vaticano. Si tratta piuttosto della personificazione giuridica del ministero di
comunione del Papa, uno status che la storia gli ha sempre riconosciuto: ”il
Papato”, centro di unità e comunione per le Chiese locali.
b) La Santa Sede si serve della sua autorità
morale internazionalmente riconosciuta per arrivare ad ottenere il bene della
Chiesa in tutto il mondo.
c) Ma, in quanto entità morale, la Santa Sede
ritiene che la sua missione includa anche la ricerca della pace, il
rafforzamento della giustizia, la difesa dei diritti fondamentali, la protezione
del povero e del debole.
d) La Santa Sede persegue questi due aspetti della
sua missione (dimensione ecclesiastica e dimensione di moralizzazione politica)
con i mezzi che sono a sua disposizione, compresa la diplomazia.
2) La
Terra Santa
a) Come dice la parola stessa, parliamo di un
territorio che non si può definire geograficamente. Nel corso dei secoli questa
espressione è stata usata per indicare la Palestina. Dalla conquista romana
alle crociate, il nome Palestina si applicava al territorio che si estende dal
Mar Mediterraneo fino all’altra riva del Giordano; includeva anche una parte
del Libano e della Siria attuali. Negli anni ‘20, l’Inghilterra , detentrice
del mandato sulla regione, utilizzava l’espressione per indicare i territori
che si trovavano ad ovest del Giordano e che, oggi, corrispondono allo Stato di
Israele nelle frontiere che aveva al momento della sua proclamazione e alla
Transgiordania, cioè la riva Ovest del Giordano. Nel mio discorso
l’espressione Terra Santa si applicherà solo a questi confini geografici, cioè
l’attuale stato di Israele e la Riva Ovest.
b) E’ “santa” per la sua relazione con la
fede e con Dio:
- per gli Ebrei, perché è la terra dei loro Padri ,la terra del Libro e della
rivelazione biblica;
- per i Cristiani, perché è la terra in cui Gesù
è nato ed ha insegnato, in cui hanno avuto luogo i grandi avvenimenti della
Redenzione e in cui le prime comunità di cristiani - che hanno continuato a
viverci - hanno la loro origine;
- per i Mussulmani,perché è la terra
tradizionalmente legata alle origini dell’Islam, la terra in cui i Mussulmani
sono stati continuamente presenti per più di mille anni.
Inoltre, al centro, come fonte e sintesi della sacralità di questa terra, c’è
Gerusalemme, “patria del cuore di tutti i discendenti spirituali di Abramo[…]simbolo di concentrazione, di unione e di pace per tutta la famiglia umana…[ma che sfortunatamente]…continua ad essere una causa di rivalità continua ,di violenza e di
rivendicazioni particolari”…patrimonio sacro di tutti i credenti e città
che dovrebbe essere un luogo di pace e di incontro per tutti i popoli del Medio
Oriente (Redemptionis anno, 20 aprile 1984).
Una terra divisa alla ricerca della pace
Gli avvenimenti che si sono succeduti tra la fine degli anni ’80 e l’ inizio
degli anni ’90 hanno contribuito alla nascita di un nuovo ordine mondiale ,
che ha permesso il crollo dell’architettura bipolare dei rapporti politici e
militari, nata dalle rivalità ideologiche tra le due “superpotenze”di
allora, e che ha permesso anche lo svolgimento della Conferenza regionale di
pace per il Medio Oriente a Madrid nell’ottobre del 1991.Da allora è stata
messa in atto una “dinamica della pace”.
Questo processo costituisce il tentativo più serio, sostenuto a livello
internazionale, per risolvere un conflitto che dura da decenni e che è la causa
dei rischi di instabilità nella regione. In definitiva, è il nodo della
politica in Medio Oriente, attraverso la quale passano, nella regione, i nuovi
equilibri e i corrispondenti rischi di disequilibrio.
Bisogna riconoscere che, anche se lungo e laborioso, il processo di pace ha già
prodotto notevoli progressi e ha messo in evidenza l’impegno ostinato di tutte
le parti di portarlo a compimento e di mettere così fine all’insieme del
conflitto.
Il raggiungimento della pace potrebbe, infatti, trasformare completamente la
regione del Medio Oriente, che attualmente si trova in una fase di transizione
verso nuovi equilibri. Tale fatto libererebbe energie e risorse enormi, che
potrebbero essere utilizzate per lo sviluppo e la crescita economica dei paesi
della regione, presi non solo individualmente ma anche collettivamente, nelle
loro reciproche relazioni come con gli altri continenti. La riduzione delle
minacce verso la sicurezza darebbe un impulso all’affermazione della società
civile, ai processi di democratizzazione politica; a sua volta, una maggiore
prosperità economica ridurrebbe sensibilmente lo sviluppo di movimenti
ideologici e politici di carattere estremista che nascono e si nutrono della
disperazione delle masse di diseredati.
Al contrario, il fallimento di una situazione attesa non può essere concepito
semplicemente come il prolungare indefinitamente lo status quo attuale.La
ripresa di uno o più conflitti armati non è che uno dei numerosi pericoli che
la regione potrebbe correre.Infatti molti paesi della regione rischierebbero di
essere trascinati in tensioni interne insopportabili, cosicché il rinvio della
pace o peggio ancora la sua non realizzazione, potrebbe significare anche il
rinvio delle speranze di democratizzazione politica, un rallentamento della
liberalizzazione economica, il mantenimento di concentrazioni di rifugiati o di
altri problemi marginali.Una tale tensione potrebbe estendersi inesorabilmente e
portare a crisi con conseguenze ben più disastrose.La pace è e sarà,dunque,
l’unica opzione da perseguire.
Principi conduttori dell’azione della Santa Sede
Di fronte a tali prospettive, vorrei precisare alcuni elementi a partire dai
principi che guidano l’azione della Santa Sede nelle questioni di ordine
internazionale in armonia con la sua specifica missione.In seguito cercherò di
esporre come la Santa Sede li ha posti in essere nella sua attività a favore
della pace in Medio Oriente.
Per la Santa Sede libertà, sicurezza e giustizia sono i tre fattori
principali sui quali si fondano le democrazie moderne e intorno ai quali le
comunità cercano di organizzarsi. Se è vero che sicurezza e giustizia avanzano
di pari passo, è vero anche che in loro assenza non può esserci libertà. Di
conseguenza, il problema della giustizia costituisce il fondamento
indispensabile ad ogni forma di democrazia.
La Santa Sede ha frequentemente ricordato che la pace risultante da accordi deve
essere una pace giusta, non solo a titolo di imperativo morale, ma anche come
condizione di stabilità e continuità. Una pace che non fosse percepita dalle
popolazioni coinvolte come giusta ed equa non potrebbe durare a lungo, e
creerebbe dei risentimenti crescenti che non potrebbero restare inespressi per
sempre. Perché la pace sia giusta, è prima di tutto necessario che il cammino
per giungervi sia imparziale, che i negoziati si svolgano nel rispetto della
pari dignità delle parti e dell’uguaglianza delle loro rispettive esigenze di
libertà e sicurezza. Perché la pace sia duratura, deve essere veramente
“globale”, “comprensiva”, senza che dei gruppi sociali e politici
importanti siano esclusi da questa pace e dai suoi vantaggi.
L’anima di una regione in pace è la solidarietà, tanto tra le nazioni che al
loro interno.
Nel discorso al Corpo diplomatico del 10 gennaio 2000, il Santo Padre ha
affermato che il secolo che si apre dovrà essere quello della solidarietà.”Lo
sappiamo -diceva il Santo Padre- che non saremo mai felici e in pace gli uni
senza gli altri, e ancor meno gli uni contro gli altri”.
La solidarietà può manifestarsi nella divisione generosa e ripartita di
risorse essenziali, quali le risorse d’acqua, come anche nella creazione di
strutture regionali efficaci per lo sviluppo. Il fenomeno della globalizzazione
fa sì che il ruolo degli Stati si sia in parte modificato: il cittadino è
divenuto più attivo ed il principio della sussidiarietà contribuisce senza
dubbio alcuno ad equilibrare le forze vitali della società civile; il cittadino
è in misura maggiore “membro” del progetto comune (cfr. Discorso al Corpo
diplomatico del 10 gennaio 2000).
Malgrado il declino delle ideologie, non si può non essere preoccupati della
ricomparsa di altre rivalità più antiche tra grandi potenze che sono in
competizione per ristabilire o per acquisire zone di influenza in Medio Oriente,
regione la cui importanza è particolarmente strategica. E’ un processo che si
deve combattere, in modo che le conquiste e le speranze di questi ultimi anni
non siano rese vane.
Per questo la doppia presidenza della Conferenza regionale di pace è
particolarmente significativa, così come la partecipazione dell’Europa e di
altri paesi che hanno voluto apportare il loro contributo. Questa
corresponsabilità multilaterale dovrà essere conservata e rinforzata, non solo
mantenendo formalmente il quadro della conferenza ma anche trasformando in realtà
le sue reali e giuste intenzioni. Il riconoscimento obbligato del ruolo giocato,
in modo lodevole, da parte di una determinata potenza, non deve trasformarsi
nella concessione di un monopolio. Infatti, non solo l’efficacia stessa del
processo di pace, ma anche la necessità di evitare inutili competizioni,
sembrano esigere che la “sponsorizzazione” e “l’accompagnamento”
internazionale del processo siano effettivamente una responsabilità comune e
condivisa. L’insieme dovrà essere anche organicamente legato all’attività
delle più grandi istanze internazionali e alle loro direttive.
Si tratta, in definitiva, di riconoscere l’importanza del diritto
internazionale e l’insostituibile ruolo che la comunità internazionale, nella
sua totalità, è chiamata a svolgere e che gli è stato affidato dal preambolo
della Carta delle Nazioni Unite.
Situazione in Medio Oriente
Come si presenta ai nostri occhi il Medio Oriente? Non si può che essere
colpiti dalla precarietà della situazione, che non si potrebbe certo definire
come una situazione di pace.
Per non dilungarmi oltre misura, vorrei ricordare solamente le situazioni più
preoccupanti.
· Il processo di pace. Sappiamo tutti che l’oggetto principale dei negoziati è un accordo che
suggellerebbe la nascita di uno Stato palestinese, permettendo a quest’ultimo
di vivere in pace con il suo vicino israeliano. Oggi, è evidente che
l’incertezza dei negoziati arabo-israeliani è dovuta alle esitazioni dei
negoziatori ad impegnarsi in maniera decisiva. Si è ancora alla ricerca di un
accordo capace di dare finalmente pace e sicurezza alla regione.
Ad ogni modo, i protagonisti del processo di pace non hanno altra scelta che
quella di trovare un compromesso sui tre punti essenziali del negoziato: le
frontiere del futuro Stato palestinese (e quindi l’avvenire degli insediamenti
ebraici), la questione dei rifugiati e Gerusalemme.
· L’Iraq si trova sempre in uno stato di isolamento e la sua popolazione vive una
situazione umanitaria drammatica alla quale la Comunità internazionale
dovrebbe, senza alcun dubbio, essere più sensibile. Il programma di controllo
della distruzione degli arsenali chimici e biologici ha segnato una battuta
d’arresto; la politica di embargo verso l’Iraq sembra essersi trasformata in
una politica mirante a rovesciare il regime attuale.
· Il Libano continua ad essere un paese a sovranità limitata, con la presenza sul suo
territorio di truppe straniere e di numerose milizie armate.
· La Siria è anch’essa un insostituibile elemento del processo di pace in Medio Oriente.
Dovrà tornare al tavolo dei negoziati e ci tornerà sicuramente con la ben nota
richiesta di restituzione delle alture del Golan, occupate da Israele nel 1967.
C’è una grande incertezza, peraltro, sulla posizione che assumerà in futuro
quanto alla sua presenza e alla sua influenza in Libano.
· L’Iran, infine, non può non essere menzionato, in ragione della sua importanza
geostrategica, ma anche della sua interessante evoluzione politica segnata
dall’elezione del Presidente Khatami, nel maggio del 1997, le cui
parole-chiave nel suo discorso programmatico all’inizio del suo mandato sono
state: dialogo, stato di diritto e promozione della società civile.
A questi elementi puntuali aggiungerei altri aspetti che preoccupano la
diplomazia della Santa Sede.
Il Medio Oriente è la regione del mondo che investe di più in armamenti. Le
correnti politiche islamiche estremiste sono presenti ovunque, e l’apparente
stabilità dei regimi della regione non può far dimenticare che l’apertura
economica degli ultimi due decenni ha sicuramente modificato gli equilibri
sociali, ma non ha prodotto una reale apertura politica. L’assenza
dell’alternanza politica, la povertà delle classi più deboli,
l’urbanizzazione non controllata, la disoccupazione cronica e la pressione
demografica, favoriscono una minoranza di privilegiati e la pratica della
corruzione.
Linee di forza nell’azione della Santa Sede
Di fronte ad un quadro simile, quali sono le linee di forza dell’azione della
Santa Sede? Le si possono riassumere come segue:
- rispetto delle persone, quale che sia la loro situazione religiosa e politica;
-libertà di coscienza e di religione;
-rifiuto della guerra e del terrorismo come soluzione delle divergenze tra gli
Stati.
Come si vede la Santa Sede non fa altro che restare fedele ai principi del
diritto internazionale che devono essere applicati in tutte le circostanze
e ai quali tutti sono soggetti.
In tre recenti occasioni la Santa Sede ha dimostrato di uniformarsi a questa
filosofia delle relazioni internazionali:
1. In primo luogo nel conflitto
israeliano-palestinese. Gli interventi dei Papi e dei loro più vicini
collaboratori possono essere così riassunti:ogni popolo ha diritto alla dignità,
alla giustizia, alla pace, all’autodeterminazione e alla sicurezza. Ma è
evidente che non si possono assicurare questi diritti a se stessi calpestando
quelli degli altri.
Ecco perché i Papi, come la Comunità internazionale, non hanno mai accettato
l’annessione dei territori con la forza ed hanno sempre invitato
all’incontro, al dialogo, ai negoziati. Ecco ancora perché Giovanni Paolo II
ha incoraggiato il processo di pace intrapreso con la Conferenza di Madrid (le
due lettere ai Presidenti Clinton e Gorbaciov ne sono una testimonianza
eloquente).
La Conferenza di Madrid e la sua dinamica hanno permesso alla Santa Sede di
concludere, nel dicembre 1993, l’Accordo Fondamentale con lo Stato d’Israele
(successivamente lo stabilimento di relazioni diplomatiche) e, all’inizio
dell’anno successivo, l’Accordo di Base con l’Organizzazione per la
Liberazione della Palestina.
E’ chiaro che questi accordi, come può dedursi dalla loro lettura, non hanno
affatto modificato le convinzioni della Santa Sede- soluzione pacifica dei
conflitti, rifiuto dell’occupazione di una parte di Gerusalemme con la forza,
richiesta di uno statuto speciale internazionalmente garantito per le parti più
sacre della Città Santa.
2. La crisi Libanese.La Santa Sede non si è mai stancata di ripetere che il Libano, paese fondatore
e membro delle Nazioni Unite, è un paese come gli altri, che ha diritto
all’indipendenza, alla sovranità e alla dignità.
Ancora oggi, dopo il ritiro delle truppe israeliane, la Comunità internazionale
aspetta che l’esercito regolare si schieri nella regione meridionale.
Per la Santa Sede un Libano unito e fedele alla sua storia è un punto di
ancoraggio per tutti i cristiani della regione del Medio Oriente. Inoltre, come
ha detto una volta il Papa, “questo paese che permette a tutte le comunità di
vivere insieme su un piano di uguaglianza è più che un paese, è un
messaggio”.
Di qui deriva l’importanza di salvaguardare la formula di coesistenza feconda
che ha fatto del Libano, per molti decenni, il paese più tollerante e più
democratico della regione. Per questo la Santa Sede ha sempre ricordato, a
coloro che erano tentati di dividere il Libano o di creare un piccolo Stato
cristiano, che l’avvenire del paese risiede nella salvaguardia del suo
pluralismo politico e religioso. Se posso riassumerla in un facile slogan, la
linea della Santa Sede è stata: salviamo il Libano per salvare i cristiani; e
non: salviamo i cristiani per salvare il Libano.
3. Infine, la terza occasione per riaffermare con
chiarezza i principi di fedeltà alla filosofia delle relazioni internazionali
fu offerta nel 1991dalla guerra del Golfo. Il Papa Giovanni Paolo II parlò
allora della guerra come “un’avventura senza ritorno” e fu particolarmente
attento a respingere ogni motivazione o interpretazione religiosa della crisi.
Invitando i protagonisti a percorrere il cammino del dialogo senza mai
separarsi, e a valutare le proporzioni tra i rimedi impiegati per scongiurare un
male (la violazione delle frontiere internazionali) e le loro conseguenze sui
popoli, il Papa dimostrò l’indipendenza dell’azione internazionale della
Santa Sede, che forgia sempre la sua condotta sui principi del diritto
internazionale e della morale internazionale.
Non sarete certo sorpresi se aggiungo una preoccupazione specifica della Santa
Sede, in ragione della sua qualità di soggetto di diritto internazionale a
carattere morale e religioso, cioè la difesa della libertà di religione e
di culto.
L’interesse della Chiesa Cattolica nei confronti del Medio Oriente risale, in
realtà, ai primi anni dell’esistenza della Chiesa. Il destino dei cristiani
di questa parte del mondo è mutato in base agli avvenimenti politici, spesso
violenti, che hanno più volte modificato la configurazione etnica e religiosa
delle popolazioni. Inoltre, nel corso dei secoli, il destino dei cristiani in
questa regione è stato legato agli interessi delle potenze europee. In
occasione del processo di decolonizzazione del secolo scorso, i cristiani hanno
creduto di essere abbandonati di fronte all’Islam maggioritario, di fronte al
nuovo Stato creato per gli Ebrei e di fronte ai Palestinesi, impegnati
soprattutto nella lotta armata. Come è stato scritto un giorno: ”I
cristiani sono divenuti, poco a poco, tre volte minoritari: arabi in mezzo agli
ebrei, arabi cristiani in mezzo agli arabi mussulmani; minoritari nella società
cristiana”.
E’ normale perciò che i Papi proteggano - e all’occorrenza difendano –
l’esistenza dei cattolici e dei cristiani in questa parte del mondo. E la
Santa Sede ha sempre cercato di non far vivere i cristiani in un ghetto ma, al
contrario, in simbiosi con l’Islam e l’Ebraismo.
Il dialogo tra le religioni è considerato dalla Santa Sede come un fattore
decisivo per la pace in Medio Oriente, nella convinzione che la fede in Dio non
può essere che per la concordia e non per l’opposizione. Il Santo Padre lo ha
sottolineato ancora nella sua ultima lettera apostolica Novo millennio
ineunte , in cui ribadisce: ”Questo dialogo deve proseguire. In un
contesto di pluralismo culturale e religioso più marcato, qual è prevedibile
nella società del nuovo millennio, tale dialogo è importante anche per
assicurare le condizioni di pace ed allontanare lo spettro spaventoso delle
guerre di religione che hanno insanguinato molti periodi della storia umana. Il
nome del Dio unico deve diventare sempre di più quello che è, un nome di
pace e un imperativo di pace” (n. 55).
Per la Santa Sede, e il Papa lo ha ribadito con forza nel suo recente
pellegrinaggio in Terra Santa, ogni estremismo religioso per giustificare degli
atti di esclusione e di violenza non è che una perversione della religione e
dunque un’azione da condannare. Se Dio è uno solo, domanda a tutti noi di
riconoscerci come fratelli.
La Santa Sede si è fatta promotrice di una pedagogia della pace, che invita a
non considerare l’altro come un nemico da aggredire o da convertire, ma a
vedere in lui un compagno con il quale unirsi per fare un tratto di strada
insieme e costruire una società e un mondo dove si possa vivere bene.
Questa impostazione ha anche una portata universale dato che le tre religioni
monoteiste, che hanno le loro radici storiche in Medio Oriente, hanno discepoli
sparsi in tutto il mondo e inseriti in tutte le società. E’ per questo che la
Terra Santa, come i Papi amano chiamare il Vicino Oriente, dovrà essere, in
qualche modo, il laboratorio del dialogo interreligioso, e Gerusalemme, Città
Santa per eccellenza, il suo simbolo. Così si spiegano la perseveranza e
l’intensità con le quali, dopo il 1947, i Papi si sono fatti i difensori del
carattere sacro e unico di questa città.
Vorrei cogliere l’occasione per ricordare la posizione della Santa Sede in
merito alla Città Santa .
La Santa Sede ha sempre accettato ciò che fu fissato dalla Risoluzione 181 del
29 novembre 1947, cioè che Gerusalemme doveva essere oggetto di un regime
speciale, sotto l’egida della Comunità internazionale. Si parlò allora di un
“corpus separatum” che riguardava un’estensione molto più vasta della
Gerusalemme di cui si parla oggi. Questa Risoluzione è ancora in vigore.
Da allora numerose Risoluzioni hanno ripreso questo principio e la Santa Sede,
soprattutto dopo l’ annessione con la forza da parte di Israele della zona est
della Città, ha perorato l’adozione di uno “statuto speciale
internazionalmente garantito” al fine di salvaguardare il carattere unico
delle parti più sacre della Città, care alle tre religioni monoteiste.
Agendo in tal senso la Santa Sede si è sempre curata di distinguere due
aspetti:
a) L’aspetto territoriale, che dovrà essere oggetto di un negoziato bilaterale tra Israeliani e
Palestinesi, sulla base delle Risoluzioni e delle Conferenze internazionali
(Madrid, Oslo).
b) L’aspetto multilateralederivante dalla dimensione religiosa e culturale della Città, essendo sì i
santuari una realtà sacra, ma inseriti in un contesto storico e culturale: mi
riferisco alle comunità umane che li circondano, con le loro lingue, le loro
tradizioni, le loro scuole, i loro ospedali, i loro commerci etc.
La Santa Sede è dell’avviso che questo Statuto sia l’unico mezzo valido per
evitare che in futuro, sotto la pressione degli avvenimenti o dei cambiamenti
politici, una delle parti possa rivendicare per se l’esclusività del
controllo dei santuari e delle realtà che li circondano.
Conclusioni
Di fronte alle scelte che i responsabili locali e quelli della Comunità
internazionale dovranno effettuare nei mese a venire, la Santa Sede continuerà
ad usare la sua forza morale per aiutare questi popoli così diversi ma uniti
dalla geografia, dalla storia (e, in un certo senso, dalla religione) a vivere
insieme e a praticare il rispetto dei diritti umani fondamentali e del diritto
internazionale.
Non sarà meno attenta a difendere i diritti di tutti gli Stati di esistere
entro frontiere sicure senza essere costantemente in stato di allerta. Ricorderà
infine a tutti che la guerra, che troppo spesso ha insanguinato la regione, non
potrà mai essere un mezzo degno per l’uomo - a maggior ragione se credente-
per risolvere gli inevitabili problemi tra i popoli.
In Medio Oriente è già stato dimostrato, nell’ultimo quarto di secolo, che
il coraggio politico (e personale), coniugato con l’immaginazione e
l’acutezza, è capace di rompere gli schemi, di superare ostacoli
apparentemente insormontabili, di osare - e anche ottenere - ciò che non
sembrava proponibile e, forse, di osare l’impossibile.
All’inizio di questo nuovo millennio il Santo Padre, nella sua risposta agli
auguri che gli erano stati indirizzati dal Corpo diplomatico accreditato preso
la Santa Sede, ha lanciato un appello al mondo intero per la difesa dell’uomo
e quindi dell’umanità.Evocando i rischi del desiderio di dominare la natura e
la storia, il Santo Padre ha detto:”L’egoismo e la volontà di potenza sono
i peggiori nemici dell’uomo.Essi sono sempre, in qualche modo, all’origine
di tutti i conflitti. Il credente – e in particolare il cristiano –sa che
un’altra logica è possibile. La riassumerò con delle parole che potranno
sembrarvi troppo semplici: ogni uomo è mio fratello. Se fossimo convinti che
siamo chiamati a vivere insieme, che è bello conoscersi, stimarsi ed aiutarsi,
il mondo sarebbe radicalmente diverso” (nn. 4-5).
Queste ispirate parole trovano una forte eco in Medio Oriente e sembrano
indicare con forza i soli mezzi capaci di rendere l’uomo degno della vocazione
alla quale Dio lo ha chiamato. Un’utopia? Non credo! O l’umanità progredirà
lungo il cammino della fraternità, della solidarietà e della pace, oppure le
barbarie si riproporranno, come hanno dimostrato le crisi che hanno diviso
l’umanità alla fine del secolo che si è appena concluso.
Marsiglia, 27 gennaio 2001
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