SINODO DEI VESCOVI
SECONDA ASSEMBLEA SPECIALE PER L'EUROPA
Gesù Cristo
vivente nella sua Chiesa
sorgente di speranza per l'Europa
I n s t r u m e n t u m l a b o r i s
Città del Vaticano
1999
© Copyright 1999 - Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi e
Libreria Editrice Vaticana.
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con la loro autorizzazione, a condizione che il contenuto non fosse
modificato e che due copie della pubblicazione siano mandate alla Segreteria
Generale del Sinodo dei Vescovi, 00120 Città del Vaticano.
PREFAZIONE
La Seconda Assemblea Speciale per l'Europa, che si celebrerà
nel periodo 1-23 ottobre 1999 alla chiusura del Secondo Millennio, è
l'ultima della serie delle assemblee continentali, posta a conclusione del
periodo di preparazione segnato da alcuni significativi momenti, come la
consultazione per il tema seguita dall'approvazione della sua enunciazione
da parte del Santo Padre e la pubblicazione dei Lineamenta (16
marzo 1998) con il Questionario, inviati a tutte le parti
interessate e principalmente alle varie conferenze episcopali d'Europa. La
pubblicazione del presente documento di lavoro, Instrumentum
laboris, che elabora le risposte al documento iniziale, costituisce la
fase finale nel processo preparatorio del sinodo.
L'annuncio della celebrazione della Seconda Assemblea Speciale per
l'Europa ha provocato, sotto ogni punto di vista, un grande interesse
nelle Chiese particolari del continente come nella Chiesa universale. Lo
si può notare nelle varie risposte e osservazioni ai Lineamenta
pervenute alla Segreteria Generale. Molte Chiese particolari hanno
profittato pienamente del periodo preparatorio e dei Lineamenta
per riservare tempo e preghiera ad una riflessione comune sui vari aspetti
del tema sinodale, garantendo così il ricco contenuto dell'Instrumentum
laboris.
Durante la quinta riunione del Consiglio Presinodale, svoltasi a
Roma dal 16 al 18 marzo 1999, il Consiglio Presinodale, in possesso di
tutto il materiale inviato alla Segreteria Generale nella fase
preparatoria, propose, con la collaborazione di esperti europei, una bozza
finale del documento di lavoro. In questa riunione, i membri hanno
studiato il testo provvisorio iniziale, composto sulla base delle risposte
e strutturato secondo i principali argomenti suggeriti dalle domande dei
Lineamenta. Infine, le osservazioni dei membri del Consiglio
Presinodale in quella riunione furono incorporate nelle varie parti del
testo finale, che è stato sottoposto al Santo Padre per
l'approvazione.
Affinché nella elaborazione del testo si riflettessero i
contenuti delle risposte e delle osservazioni, furono considerati tre
aspetti, raccolti tutti in qualche modo nella stesura definitiva: 1)
pareri unanimi 2) aspetti controversi e 3) possibili sviste nelle
risposte. Inoltre conviene ricordare che il documento contiene non solo i
punti suddetti, ma anche quegli argomenti che, stando alle risposte,
dovrebbero ricevere ulteriore trattazione e sviluppo. In questi casi,
sebbene non si possa dare ad essi maggiore attenzione nel testo presente,
se ne fa menzione perché possano entrare nel dibattito sinodale.
L'Instrumentum laboris, pubblicato in quattro lingue
(francese, inglese, italiano, tedesco) è composto seguendo lo
sviluppo logico delle idee sul tema sinodale: «Gesù
Cristo, vivente nella sua Chiesa, sorgente di speranza per l'Europa».
Secondo questo piano, il documento di lavoro si compone di una
introduzione e tre parti principali i cui titoli sono tratti dagli
elementi presenti nella formula del tema. Queste tre sezioni sono
ulteriormente ripartite in tre suddivisioni che trattano le materie
proprie. Il documento termina con una breve conclusione.
L'Introduzione si apre con la descrizione del contesto
presente nel quale il Sinodo si svolge e lo paragona a quello in cui ebbe
luogo la prima assemblea.
Nella prima parte L'Europa verso il terzo millennio
si offre un abbondante materiale per il necessario discernimento dei «segni
dei tempi», sia mettendo in risalto i cambiamenti intervenuti in
Europa nell'ultimo decennio, con le opportunità e i motivi di
speranza, ma anche le delusioni, i rischi e le preoccupazioni che
accompagnano questi mutamenti, sia soffermandosi su alcune questioni
particolari che emergono nell'attuale vicenda del continente europeo.
Interrogandosi, poi, sulle radici culturali che stanno alla base delle
novità e dei fenomeni descritti e analizzati, si conclude mostrando
come siano centrali e determinanti la questione antropologica e, ancor più,
la «questione della fede».
La seconda parte Gesù Cristo vivente nella sua
Chiesadescrive gli elementi essenziali che permettono e
sostengono l'autenticità e la vitalità della fede. È
la parte più fondativa, che intende mettere in risalto come sia
possibile ridare e ritrovare la speranza solo se ci si basa sulla fede nel
Risorto, se si riconosce il bisogno di Gesù che è presente
in ogni uomo e donna, se si crede che lui è l'unico Salvatore e se,
guardando alla Chiesa nella sua realtà profonda di «mistero»
e di «comunione», si nutre la certezza che Gesù Cristo e
la Chiesa sono un tutt'uno.
Nella terza parte Gesù Cristo speranza per
l'Europa, dopo aver notato come è l'incontro stesso con
Cristo a generare la missione della Chiesa e dei discepoli, vengono
suggerite alcune condizioni preliminari che possono permettere alla Chiesa
di ridare speranza all'Europa di oggi e, per ciascuna di esse, si
sollecita una verifica sincera e coraggiosa. Si dice, in questo modo, la
necessità che la Chiesa sappia riconoscere e accogliere la presenza
e l'azione di Cristo e del suo Spirito, sia trasparenza reale di Cristo
perché continuamente modellata sul suo volto, sia un vero luogo di
comunione. Seguendo poi la triplice articolazione della missione della
Chiesa martyria,, leitourgia, diakonia
si mettono in risalto, perché siano discussi ed eventualmente
rilanciati, i modi con cui la Chiesa può annunciare, celebrare e
servire il «Vangelo della speranza» nell'Europa di oggi. In
questo quadro, in ordine all'annuncio e alla testimonianza, si affrontano
le tematiche della nuova evangelizzazione, dell'ecumenismo, del dialogo
con l'ebraismo e con le altre religioni, delle sette. Parlando della
celebrazione, si propone una verifica della coscienza della presenza del
Signore nella liturgia e della concreta prassi liturgica oggi. Infine, in
ordine al servizio, si pone l'accento sulla testimonianza della carità,
sull'impegno per essere artefici di comunione e di solidarietà, su
alcuni ambiti pastorali che sembrerebbero richiedere un particolare
investimento nel contesto attuale, sulla responsabilità e l'azione
per l'edificazione di una nuova Europa.
Dopo aver fatto memoria dei martiri europei di questo secolo e
sull'importanza di questa memoria in ordine al fiorire di nuova speranza
in Europa, il testo conclude mettendo in risalto il rapporto che
intercorre tra il Sinodo e il Giubileo del Duemila.
Per aiutare lo svolgimento del Sinodo e, prima ancora, per offrire
qualche contributo alla preparazione più immediata di quanti vi
parteciperanno, il presente Instrumentum laboris intende
individuare i punti nodali che interpellano oggi le Chiese in Europa. In
questo modo, si propone di dare gli orientamenti ritenuti più
opportuni per l'opera di discernimento che attende i Pastori nella loro
responsabilità e nel loro carisma di vegliare sul tempo che scorre,
per scrutarne i segni, cogliere ciò che lo Spirito dice alle Chiese
e individuare i passi da fare nel cammino futuro. Sarà, così,
anche di stimolo per un salutare «esame di coscienza». Ma,
soprattutto, vuole suggerire, perché siano discusse e verificate,
alcune linee essenziali per poter ridare speranza all'Europa di oggi. Esse
vengono individuate sia nella riscoperta e nella riaffermazione della fede
in Gesù, vivente nella sua Chiesa, come colui che solo può
dare uno speranza solida a ogni uomo e donna e a ogni popolo e nazione,
sia nella precisazione delle condizioni e delle modalità che
permettono alla Chiesa di svolgere la sua missione annunciando, celebrando
e servendo il «Vangelo della speranza».
Le informazioni contenute nell'Instrumentum laboris,
provenienti dalle risposte inviate alla Segreteria Generale, ritornano ora
ai vescovi d'Europa che parteciperanno all'assemblea speciale, per la loro
preparazione immediata, che comprende la scelta di punti particolari per
il loro intervento durante il sinodo. Il Santo Padre ha permesso la
pubblicazione del documento, perché tutti i vescovi d'Europa
vogliano usarlo per una ulteriore animazione delle loro Chiese particolari
e la partecipazione di tutti i fedeli nel processo sinodale.
Per sua intima natura l'Instrumentum laboris è un
documento di preparazione. Non deve essere considerato come
un'anticipazione delle conclusioni dell'assemblea sinodale, anche se, per
certi aspetti, il consenso risultante dalle risposte si rifletterà
senza dubbio sui risultati del sinodo.
Ho viva speranza che la Madonna, presente con i discepoli nel
cenacolo, guiderà la fase finale della preparazione e sarà
vicina ai partecipanti durante i lavori sinodali, affinché questa
assemblea possa portare molti a Cristo, vivente nella sua Chiesa, sorgente
di speranza per l'Europa, e guidare ad un vivo dinamismo nell'opera di
evangelizzazione del continente europeo, mentre la Chiesa si avvicina alla
soglia del terzo millennio
Jan P. Card. SCHOTTE, c.i.c.m.
Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi
INTRODUZIONE
Due Sinodi per l'Europa
1. Quando, nel 1991, si celebrò la prima Assemblea
speciale per l'Europa del Sinodo dei Vescovi, il nostro Continente si
trovava in una situazione di unità ritrovata. Da poco, era
iniziato un momento di grande liberazione quasi un'uscita dalle
catacombe e una sorta di «passaggio del Mar Rosso» per
tanti popoli europei.
Grande era la speranza. Come sottolineava Giovanni Paolo II, «un
comune sentimento sembra dominare oggi la grande famiglia umana. Tutti si
chiedono quale avvenire costruire nella pace e nella solidarietà.
[...] Alcuni muri sono crollati. Alcune frontiere si sono aperte. [...] Un
messianismo terreno è crollato e sorge nel mondo la sete di una
nuova giustizia. È nata una grande speranza di libertà, di
responsabilità, di solidarietà, di spiritualità.
Tutti chiedono una nuova civiltà pienamente umana, in quest'ora
privilegiata che stiamo vivendo. Quest'immensa speranza dell'umanità
non deve essere disattesa».(1) Il momento era «propizio per
raccogliere le pietre dei muri abbattuti e costruire insieme la casa
comune».(2)
E, nello stesso tempo, diventava necessario e urgente interrogarsi sul
senso della libertà ritrovata: la questione fondamentale
quindi come si vede anche dal tema del Sinodo «Ut testes
simus Christi qui nos liberavit» riguardava la vera
concezione della libertà che la Chiesa, con tutte le Chiese
cristiane, è chiamata a testimoniare, ad annunciare, a edificare,
nella lucida consapevolezza che tale libertà non può essere
se non quella che Cristo ci ha conquistato e che, di conseguenza, la
risposta propria della Chiesa deve essere quella di una «nuova
evangelizzazione».
Nato dalla consapevolezza che l'Europa si trovava in un momento storico
particolare, apportatore di grazia e di novità e, insieme, di
appelli da parte di Dio, il Sinodo, in quel contesto, si è rivelato
come un momento singolare e privilegiato di incontro tra vescovi e di
esperienza di cattolicità della Chiesa, per riflettere più
attentamente sulla portata storica dell'ora che stava caratterizzando
l'Europa e la Chiesa, così da scrutare i segni dei tempi e trarne
le indicazioni opportune circa il cammino da compiere in vista
dell'evangelizzazione nel terzo millennio, attraverso un reciproco scambio
di doni.
La strada da percorrere emerse con indiscutibile lucidità: si
trattava di «offrire nuovamente agli uomini e alle donne dell'Europa
il messaggio liberante del Vangelo».(3) Non c'era, appunto, altro
compito da svolgere da parte della Chiesa che quello della «nuova
evangelizzazione». Solo Gesù Cristo, infatti, è il
vero liberatore dell'uomo; solo lui può imprimere la giusta
direzione a quella situazione di libertà in cui si trovava
l'Europa.
2. Oggi, invece, a otto anni di distanza, l'Europa si trova in
una situazione che si potrebbe dire di unità minacciata. «Non
sarà dice il Papa che dopo la caduta di un muro,
quello visibile, se ne sia scoperto un altro, quello invisibile, che
continua a dividere il nostro continente, il muro che passa attraverso i
cuori degli uomini? È un muro fatto di paura e di aggressività,
di mancanza di comprensione per gli uomini di diversa origine, di diverso
colore della pelle, di diverse convinzioni religiose; è il muro
dell'egoismo politico ed economico, dell'affievolimento della sensibilità
riguardo al valore della vita umana e alla dignità di ogni uomo.
Perfino gli indubbi successi dell'ultimo periodo nel campo economico,
politico e sociale non nascondono l'esistenza di tale muro. La sua ombra
si estende su tutta l'Europa. Il traguardo di un'autentica unità
del continente europeo è ancora lontano».(4)
Da parte di molti si era creduto che gli avvenimenti straordinari del
1989 avrebbero cambiato radicalmente la storia e l'Europa non avrebbe più
conosciuto quei drammi e quelle divisioni che, invece, in questi anni
hanno ancora attraversato il suo territorio e le sue popolazioni. Ormai
alla vigilia del terzo millennio, il nostro Continente, pur nel pieno
possesso di immensi segni di fede e testimonianza e nel quadro di una
convivenza indubbiamente più libera e più unita, sente tutto
il logoramento che la storia antica e recente ha prodotto nelle fibre più
profonde dei suoi popoli, generando spesso delusione. Grande è,
quindi, il rischio che venga meno la speranza. L'interrogativo di
oggi riguarda
la possibilità di ritrovare la speranza smarrita, non in modo
superficiale e passeggero, bensì in modo profondo, solido e
duraturo.
La sfida, ancora una volta, sta nel ritorno al Vangelo. Nella
convinzione che «non ci sarà l'unità dell'Europa fino a
quando essa non si fonderà nell'unità dello spirito. Questo
fondamento profondissimo dell'unità fu portato all'Europa e fu
consolidato lungo i secoli dal cristianesimo con il suo vangelo, con la
sua comprensione dell'uomo e con il suo contributo allo sviluppo della
storia dei popoli e delle nazioni».(5) Se questo è
l'insegnamento del passato, anche per l'oggi la certezza è che «il
muro, che si erge oggi nei cuori, il muro che divide l'Europa, non sarà
abbattuto senza il ritorno al Vangelo».(6)
3. Si situa in questo contesto la seconda Assemblea
speciale per l'Europa del Snodo dei Vescovi. Annunciata da Giovanni
Paolo II a Berlino, essa rientra nella serie dei Sinodi a carattere
continentale celebrati in questi anni in preparazione al grande Giubileo
del Duemila.(7) Suoi scopi fondamentali da raggiungere
riprendendo e sviluppando quanto emerso nel Sinodo precedente, verificando
quanto si è fatto in questi anni, realizzando una attenta opera di
discernimento e continuando l'impegno prezioso per un reciproco scambio di
doni sono di analizzare la situazione della Chiesa in Europa in
vista del Giubileo, offrire contributi e indicazioni perché le
grandi forze spirituali del Continente possano dispiegarsi in tutte le
direzioni, favorire e promuovere un nuovo annuncio del Vangelo, così
da creare i presupposti per un'autentica rinascita religiosa, sociale ed
economica.(8)
Il Sinodo vorrà, soprattutto, confessare che «Gesù
Cristo vivente nella sua Chiesa è sorgente di speranza per l'Europa».
Esso vorrà proclamare questa «speranza contro ogni speranza».
Lo vorrà fare attraverso una attenta e sapienziale lettura del
tempo presente, per scoprire in esso i «segni» e i «semi»
di speranza che, comunque, non mancano. Lo vorrà fare, soprattutto,
rinnovando la speranza propria di una Chiesa che crede.
Essa è autentica «speranza teologale». Non
consiste nell'ottimismo di chi prevede di farcela e di riuscire a
realizzare ciò che si era proposto. Non è neppure la
semplice confidenza nella bontà della causa europea, una bontà
che pure esercita la sua capacità di influsso positivo e
stimolante. È una speranza che sa fare i conti anche con il rischio
dell'insuccesso e con le fatiche. Ma, più radicalmente, è
una speranza fondata in Dio: è autentica virtù teologale,
che riconosce la «supremazia» e la presenza amorevole e
vittoriosa di Cristo; è la speranza di Abramo e di Paolo che non
vengono meno di fronte alle città in degrado. È la speranza
di chi, appunto, «spera contro ogni speranza», nella certezza
che Dio è fedele e non viene meno alle sue promesse e, in Gesù
e con la forza dello Spirito, non abbandona l'uomo, la società e il
mondo, ma si fa compagno di viaggio, luce nel cammino, forza e sostegno
nell'impegno.
4. Soggiacente a tutto il testo è il riferimento costante
all'episodio dei due discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35),
preso come «icona interpretativa» dell'odierna esperienza
europea. Come quei due discepoli, infatti, molte persone in Europa, in
contrasto con lo spirito euforico che caratterizzava gli anni della
celebrazione della prima Assemblea speciale del Sinodo, ora sembrano avere
i cuori affaticati e uno spirito abbattuto, poiché vedono le loro
aspettative non realizzate e guardano al futuro con incertezza e poca
speranza. Per queste persone, oggi come per i discepoli la sera di Pasqua,
solo l'incontro con il Risorto vivente nella sua Chiesa può far «ardere
il cuore nel petto» e permettere di «ripartire senza indugio»
per tornare là dove si svolgono le diverse vicende della storia
europea, per contribuire a trasformare l'intero Continente in una
convivenza a misura di uomo, senza esclusioni e barriere, ma
nell'accoglienza, nella solidarietà e nella pace.
Questo è il servizio che i cristiani e le Chiese possono rendere
alla costruzione di una nuova Europa dello spirito, capace di guardare al
di là dei propri confini e dei propri interessi, per offrire al
mondo intero un nuovo contributo di civiltà, di saggezza e di pace.
Parte prima
L'Europa verso il terzo millennio
Per un discernimento dei «segni dei tempi»
5. I due discepoli «erano in cammino per un villaggio
distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano
di tutto quello che era accaduto» (Lc 24, 13-14). Totalmente
immersi nelle vicende della storia, essi non rimangono indifferenti, ma
guardano a ciò che capita attorno a loro e si lasciano interpellare
da questi avvenimenti: essi, infatti, «discorrevano e discutevano
insieme» (v. 15). Ma, nello stesso tempo, il loro cammino è
segnato dalla tristezza «si fermarono col volto triste»
(v. 17) e dalla perdita della speranza «noi speravamo
che fosse lui a liberare Israele» (v. 21) ; ancora più
radicalmente è segnato dallo smarrimento della fede: «Gesù
in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano
incapaci di riconoscerlo» (vv. 15-16). Così commenta
sant'Agostino: «Dicono noi speravamo che egli fosse redentore
d'Israele. O discepoli, l'avevate sperato: Vuol dire che adesso non lo
sperate più. Ecco, Cristo vive, ma in voi la speranza è
morta. Sì, Cristo è veramente vivo; ma questo Cristo vivo
trova morti i cuori dei discepoli... Avevano perso la fede e la speranza:
pur camminando con uno che viveva, loro erano morti. Camminavano morti in
compagnia della stessa Vita. Con loro camminava la Vita, ma nei loro cuori
la vita non si era ancora rinnovata».(9)
I due discepoli sono così il simbolo di tanti uomini e donne del
nostro tempo e della nostra Europa un'Europa che, per altro, era
stata segnata dalla speranza nel Signore e che il Signore non ha
abbandonato che appaiono smarriti, confusi, incerti, minacciati
nella speranza e di non pochi cristiani che, oltre a condividere questi
stati d'animo, sembrano aver perso la fede o si limitano a mantenere
alcune pratiche o a vivere superficialmente qualche forma di religiosità.
Discernere i segni dei tempi
6. Ma, innanzitutto, i Vescovi riuniti in Sinodo, con tutte le
loro Chiese, fedeli alla loro missione profetica, sentono il bisogno di
«interrogarsi» per scrutare i segni dei tempi e
interpretarli alla luce del Vangelo.(10) Si tratta di «parlare di ciò
che accade in Europa», ma di farlo diversamente dai discepoli
di Emmaus lasciandosi interrogare e illuminare dalla presenza e
dalla parola del Signore che sanno essersi accompagnato al cammino
loro, delle loro Chiese e dell'intera Europa.
Già così era avvenuto in occasione della prima Assemblea
speciale per l'Europa del Sinodo dei Vescovi, convocata da Giovanni Paolo
II per riflettere attentamente sulla portata dell'ora storica che, con gli
avvenimenti del 1989, si era aperta per l'Europa e per la Chiesa e così
scrutare i segni dei tempi e trarne le indicazioni circa il cammino da
compiere, (11) cercando di capire sia ciò che lo Spirito di Cristo
aveva da dire alla Chiesa mediante le esperienze del passato sia la via
che Egli le stava mostrando per il futuro.(12)
Il compito del discernimento, tuttavia, non si è concluso con la
celebrazione di quel Sinodo, anche perché si tratta di un compito
che interpella in modo permanente i Pastori nella vita della Chiesa e che
si pone con rinnovata urgenza di fronte al mutare e alla novità
degli scenari che vanno presentandosi nella storia. Come ricorda Giovanni
Paolo II, è, quindi, nuovamente «necessario che i
cristiani sappiano cogliere le opportunità offerte dal kairòs
del momento presente e mostrarsi all'altezza delle sfide pastorali
emergenti dalla concreta situazione storica».(13)
Il Sinodo, quindi, si sente impegnato a rivolgere un'attenzione puntuale
e costante alle concrete vicende storiche che hanno caratterizzato
l'Europa negli ultimi anni e alle linee di tendenza che la stanno
caratterizzando nel presente: è un'attenzione che si fa
discernimento e giudizio critico, capace di mettere in luce sia gli
aspetti positivi sia quelli problematici o negativi e di indicare le vie
da percorrere, affinché lo stesso continente europeo non abbia a
tradire la sua identità o a venir meno alle responsabilità e
si possa così ritrovare la speranza. Si tratta, perciò, di
guardare all'Europa come ci testimonia e ci insegna
Giovanni Paolo II con amore e simpatia: atteggiamenti
propri di chi riconosce, apprezza e valorizza ogni elemento positivo e di
progresso che incontra, ma insieme non chiude gli occhi su quanto v'è
di incoerente con il Vangelo e lo denuncia con forza, mentre non si stanca
di suggerire e indicare mete ulteriori da raggiungere.
Le «res novae» nell'Europa dell'ultimo decennio
7. Anche se sono ormai passati dieci anni dal 1989 e quegli
eventi rischiano di essere percepiti da tanti come molto distanti, non è
spento l'influsso che essi hanno esercitato nella vita dell'Europa e, in
essa, delle Chiese.
Non c'è dubbio che, a seguito di quegli avvenimenti, si siano
verificati significativi cambiamenti nella vita delle Chiese.
Come già si sottolineava nel Sinodo di otto anni fa, la Chiesa,
all'Est come all'Ovest, «manifesta una nuova vitalità,
specialmente nel rinnovamento biblico e liturgico, nell'attiva
partecipazione dei fedeli alla vita parrocchiale, nelle nuove esperienze
di vita comunitaria come nella riscoperta della preghiera e della vita
contemplativa, e nel moltiplicarsi di generose forme di servizio ai più
poveri e agli emarginati».(14) Significativa è pure la
presenza di piccole comunità e di nuovi gruppi e movimenti
ecclesiali, esperienze tutte che sollecitano e favoriscono la freschezza e
la vitalità delle fede e possono ravvivare la comunione ecclesiale
ed hanno spesso «recato nella vita della Chiesa una novità
inattesa, e talora persino dirompente»:(15) diverse persone sono
state afferrate e trascinate dai carismi suscitati dallo Spirito verso «nuovi
cammini di impegno missionario al servizio radicale del Vangelo,
proclamando senza pausa le verità della fede, accogliendo come dono
il flusso vivo della tradizione e suscitando in ciascuno l'ardente
desiderio della santità».(16)
In particolare, nei paesi dell'ex cortina di ferro il soffio della
libertà e la proclamazione dei diritti umani ha consentito una ritrovata
libertà d'azione alle Chiese che hanno vissuto «in
cattività» per decenni. Nonostante le fatiche e le difficoltà
che la ricostruzione di un mondo lacerato dalla dittatura e da un erroneo
sistema di vita comporta anzitutto in ordine alla crescita interiore,
significativa si è dimostrata la testimonianza di queste Chiese e
pieni di promesse sono apparsi i progetti da esse elaborati per rispondere
al grande bisogno di «recuperare», a tutti i livelli, il proprio
patrimonio religioso e culturale lungamente oppresso ed emarginato e di
arricchirlo con la recezione del magistero conciliare e postconciliare.
Nello stesso tempo, fenomeni negativi caratterizzanti soprattutto
l'Europa occidentale come il materialismo pratico, il consumismo,
l'edonismo, il relativismo culturale e religioso non hanno mancato
di influenzare le popolazioni dell'oriente europeo rendendo più
arduo il lavoro delle Chiese locali. Né sono mancate situazioni
di sospetto, riscontrabili in alcune Chiese dell'Est nei confronti
di quelle occidentali, per il timore di non poter sostenere un
confronto e un dialogo «alla pari» e di perdere quell'influsso
che era stato guadagnato con sacrifici spesso eroici. A volte non è
stato agevole per religiosi e religiose provenienti dall'Europa
occidentale e inviati alle Chiese dell'Est comprendere le situazioni
locali e impostare rapporti di collaborazione con i vari soggetti
ecclesiali operanti sul territorio. Il passaggio da un cristianesimo
vissuto in situazione di oppressione a un cristianesimo da vivere in un
clima di libertà ha messo a nudo la debolezza di alcune posizioni,
con una ricaduta negativa anche a riguardo del flusso vocazionale,
soprattutto in paesi prima ricchi di vocazioni.
8. Grandi e significativi sono pure i cambiamenti
intervenuti a livello culturale, sociale e politico.
Si deve ricordare, anzitutto, che proprio in quest'ultimo decennio si
sta assistendo a un processo che a volte può sembrare di
rifondazione degli Stati e dell'intera convivenza e che, in ogni caso, fa
parlare di transizione politico-istituzionale tuttora incompiuta e
che purtroppo ha conosciuto e ancora conosce anche gravi forme di
conflitto cruento. È una transizione che ha a che fare con
la ricerca, in molti paesi, delle strade per un corretto esercizio della
libertà e della democrazia dopo gli anni del dominio comunista. In
altri paesi, tale transizione, con la crisi e il venir meno del blocco
comunista, si manifesta nel mutamento dell'assetto politico, con la
progressiva frantumazione del mondo cattolico a seguito di scelte
partitiche differenti, che hanno richiesto e stanno chiedendo alle Chiese
di ricercare nuove modalità di relazione e di presenza. La stessa
transizione, poi, è caratterizzata anche dall'apparire di nuovi
soggetti, popoli e nazionalità sulla scena continentale e mondiale,
con tutto quello che ciò significa in ordine a una corretta
interpretazione dei diritti dei popoli e delle nazioni.
La caduta della cortina di ferro, inoltre, ha prodotto, per la prima
volta dopo decenni, la possibilità di contatti diretti con i paesi
dell'Europa centrale ed orientale. Immediatamente si sono creati
flussi migratori dall'Est europeo, ai quali vanno aggiunti quelli
dal Sud e da diversi paesi dell'Africa e dell'Asia. Inoltre continua il
flusso dei popoli dell'Est verso l'Ovest e del Sud verso il Nord. I poveri
e i senza tetto di numerosi paesi dell'ex cortina di ferro, dell'Africa e
dell'Asia emigrano nelle città dell'Europa occidentale e in non
pochi casi si tratta di ingressi illegali. Questi flussi migratori stanno
creando in Europa molteplici problemi sociali e culturali, che chiedono di
essere affrontati con attento discernimento e con responsabilità.
Si viene creando così, di anno in anno una situazione sempre più
pluralistica quanto a condizioni etniche, culturali, religiose e sociali.
E tutto ciò costituisce una sfida per le Chiese che cercano, non
senza difficoltà, di farvi fronte con rinnovate iniziative di
accoglienza, di solidarietà e avviando tentativi di dialogo
interreligioso e interculturale.
Non si può neppure tacere il più generale fenomeno della
globalizzazione, che sta interessando e coinvolgendo anche i
popoli e gli stati europei.
Infine, negli anni più recenti, si è prodotta una accelerazione
del processo di unificazione e di integrazione europea tra i paesi
membri dell'Unione, fino all'avvio della moneta unica. La partecipazione a
questo processo ha permesso, forse per la prima volta, a gran parte dei
popoli del continente di misurare concretamente il crescente rilievo delle
istituzioni europee nella vita nazionale, superando una visione retorica e
distante dell'orizzonte europeo. In questo contesto si sono anche
ulteriormente sviluppate forme stabili di relazione, dialogo e
consultazione tra le istituzioni europee e la Chiesa cattolica (attraverso
la Commissione degli Episcopati della Comunità Europea) e tra le
Chiese cattoliche dell'intero continente (mediante il Consiglio delle
Conferenze Episcopali d'Europa), forme che appaiono fondamentali per la
partecipazione della Chiesa alla costruzione della nuova Europa.
Non è difficile vedere come, anche oggi, il momento storico che
l'Europa sta vivendo mostri come essa si trovi ancora a un crocevia nel
quale la costruzione, l'unione e l'evangelizzazione dello stesso
continente si presentano come altrettante fondamentali sfide. E, nello
stesso tempo, emerge con sufficiente evidenza che l'attuale fase della
storia europea come più volte ha ricordato il Santo Padre
è sì caratterizzata da forti cambiamenti e da non pochi
problemi, ma racchiude in sé anche insperate possibilità sia
in ordine all'evangelizzazione, sia a riguardo della convivenza e della
collaborazione.(17) È, in altri termini, quella attuale una congiuntura
gravida di speranza e di preoccupazione, che al Sinodo spetta
discernere con responsabilità.
Opportunità e motivi di speranza
9. Non sono pochi i motivi di speranza che si possono
rintracciare nell'attuale fase della storia europea, anche se più
spesso sembrano emergere motivi di preoccupazione o di delusione, che pure
non mancano. Si tratta, innanzitutto, di scoprire questi «semi e
segni di speranza» e di saperli valorizzare.
In generale, non si può non notare che le nuove
condizioni sociali e politiche rendono accessibile a un crescente numero
di cittadini europei una migliore qualità di vita, facilitano la
circolazione delle persone e una migliore conoscenza vicendevole tra
popoli dell'Est e dell'Ovest, ne incentivano gli scambi culturali,
favoriscono una frequente condivisione di esperienze religiose,
specialmente a livello giovanile, aiutano la messa in comune di iniziative
tendenti a costruire un'Europa come casa comune.
In ambito più propriamente ecclesiale, l'orizzonte appena
richiamato offre, indubbiamente, nuove ed ampie possibilità di
rapporti di comunione, solidarietà e condivisione tra tutte le
Chiese d'Europa e a tutti i livelli di responsabilità, anche se non
sempre la comunicazione sembra del tutto equilibrata e il tornare a «respirare
a due polmoni», per usare un'espressione cara a Giovanni Paolo II,
incontra ancora difficoltà e ritardi.
In qualche Chiesa dell'Est, in particolare, si assiste a significative
riprese dell'attività catechistica, liturgica, caritativa e
culturale; vanno rendendosi disponibili nuovi spazi per una presenza
evangelizzatrice della Chiesa e sembra crescere la possibilità di
utilizzare gli strumenti della comunicazione sociale al servizio della
missione. In alcuni paesi, le nuove condizioni offrono l'opportunità
per una nuova evangelizzazione soprattutto nel campo della formazione
cristiana e in quello delle vocazioni sacerdotali e religiose, che spesso
in precedenza erano state limitate anche con mezzi amministrativi. Con la
ritrovata libertà, gli appartenenti agli istituti religiosi hanno
potuto ritornare a vivere in comunità e a condividere progetti
pastorali superando, non senza sofferenze e difficoltà, precedenti
condizioni. Tra gli esiti positivi c'è stato, in alcune nazioni, un
incremento di vocazioni che lascia ben sperare. In alcuni paesi dell'Est,
dove la stessa vita liturgica era stata ostacolata, sono in ripresa la
frequenza alla Santa Messa e, più in generale, la riscoperta e la
pratica della liturgia nelle sue diverse manifestazioni. Non manca neppure
una maggiore diffusione, non sempre esente da qualche problema, di
movimenti di spiritualità; né si può dimenticare
l'esigenza che va emergendo tra i giovani di una spiritualità
autentica.
Nelle chiese occidentali, sono sorti centri di ascolto e spazi di
confronto in cui si incontrano persone precedentemente schierate su
opposte posizioni ideologiche e si sono moltiplicati luoghi di accoglienza
per il crescente numero di immigrati. Anche in importanti paesi
occidentali si registrano lo sviluppo del catecumenato e il ritorno alla
fede di cristiani che avevano abbandonato la pratica religiosa da lungo
tempo. Alcune Chiese occidentali, pur avendo vissuto il cambiamento come
osservatori esterni, hanno visto crescere la realtà della «communio»
con le altre Chiese; hanno conosciuto la vita e la cultura di popoli fino
ad allora ritenuti estranei o addirittura nemici. Con la caduta degli
steccati, infine, istituzioni ecclesiali accademiche dell'Europa
occidentale hanno visto affluire un crescente numero di candidati al
sacerdozio, preti, religiosi, religiose e laici provenienti dai paesi
ex-comunisti e hanno agevolato l'invio di propri docenti ed esperti alle
Chiese dell'Est per prestazioni di docenza e di consulenza.
10. Anche in ambito culturale e sociale non mancano
opportunità e segni di speranza che chiedono di essere riconosciuti
e valorizzati.
Dietro e dentro il processo di transizione politico-istituzionale in
atto, non è difficile scorgere elementi e istanze di tipo etico che
non vanno sottovalutate, anche se spesso necessitano di un'opera profonda
di purificazione. Sono istanze che rimandano sia a un profondo anelito
alla libertà politica e, ancora più radicalmente, alla
possibilità di costruire una società pluralista dove i
diritti di tutti, comprese le minoranze, siano di fatto tutelati, sia a un
desiderio di libertà, anche economica, che pure domanda di essere
guardato e assunto come possibile fattore positivo di sviluppo e di
responsabilità.
La compresenza di diversi popoli, culture e religioni può
rivelarsi come occasione propizia e quasi obbligata, se non si
vuole ricadere in forme di conflitto permanente e di esclusione dei più
deboli per tendere a una unità culturale che, oggi, non può
più essere pensata in termini di «sola cristianità»,
ma in termini di «pluralismo dialogante e collaborativo», nel
quale i cristiani hanno un compito al quale non possono abdicare e per
realizzare quella «convivialità delle culture» che sa
trasformare ogni tentazione di contrapporsi in una gara di mutuo servizio
e di accoglienza, in una sintesi a misura di uomo e di cittadini, in una
grande realtà dove possano trovare casa tante piccole nazioni e
culture.
Anche il fenomeno della globalizzazione, pur con tutte le ambivalenze e
i rischi che comporta, racchiude in sé elementi positivi e
opportunità: essa può certamente significare aumento
dell'efficienza e incremento della produzione e, nello stesso tempo, può
rafforzare il processo di interdipendenza e di unità tra i popoli,
offrendo un reale servizio all'intera famiglia umana.
Nella costruzione dell'Europa, infine, anche la stessa unione monetaria
ha una sua importanza e un suo significato e pone di fronte a una grande
opportunità: oltre a esigere un ripensamento del senso e degli
ambiti della sovranità dei singoli stati, se realizzata in
un'ottica globale di solidarietà, essa può dare maggiore
stabilità all'Europa e al suo sviluppo economico, può essere
un grande strumento di libertà permettendo e favorendo la
moltiplicazione degli scambi, può costituire un salto di qualità
nel modo di concepire la convivenza nel nostro Continente. Anche se nella
logica dei piccoli passi, essa può portare a progressi concreti,
necessari per il raggiungimento dei valori che si rivelano più
urgenti e fondanti.
Delusioni, rischi e preoccupazioni
11. La lettura delle trasformazioni avvenute in Europa lungo
l'ultimo decennio, tuttavia, non può scivolare verso forme di
ingenuo ottimismo. Deve, piuttosto, rivestire le note del realismo, che
non si nasconde il carattere di incertezza e di fragilità
connesso con questa fase della storia europea. Non mancano, infatti, nuovi
rischi di illusione e di delusione, come ammoniva da subito Giovanni Paolo
II,(18) e non si può non riconoscere che esistono preoccupazioni e
pericoli non indifferenti. Ed è proprio questo insieme di
delusioni, preoccupazioni e rischi a delineare il volto di un'Europa che
sembra avere smarrito la speranza.
Ad alimentare un clima di delusione sembra concorrere anzitutto
la constatazione diffusa che, nonostante gli sforzi fatti e i passi
compiuti, la costruzione di una casa comune europea fondata su valori
evangelici si è rivelata come una meta molto più difficile
da raggiungere di quanto le Chiese auspicavano all'inizio degli anni '90.
Lo stesso progetto di un nuovo modo di organizzare le alleanze politiche,
economiche e militari, prescindendo da riferimenti ai valori cristiani, ha
dimostrato il suo vero volto di sola strategia di potere, ancorché
parzialmente rivolta al bene delle popolazioni delle singole nazioni.
Ci si è resi conto, in generale, che il comunismo non è
l'unico nemico. Al predominio culturale del marxismo, infatti, si è
sostituito il predominio di un pluralismo indifferenziato e
tendenzialmente scettico o nichilistico: esso ha radici capillari nel
vissuto sociale odierno e produce una antropologia fortemente riduttiva,
anzi non di rado la rinuncia ad offrire una qualsiasi prospettiva di
senso.
Nei paesi dell'Est, in particolare, si sono dimostrate illusorie alcune
attese: non si erano tenuti in seria considerazione gli effetti del
comunismo, con il vuoto antropologico ed etico da esso prodotto, e si era
caduti ingenuamente nell'illusione che, caduto il comunismo stesso, tutto
sarebbe mutato in meglio quasi automaticamente; alcuni pensavano che la
democrazia avrebbe portato automaticamente ricchezza e prosperità e
che la libertà avrebbe fatto affluire i beni dell'occidente a tutti
i consumatori e avrebbe garantito lavoro a tutti facendo crescere
l'economia e, invece, la crisi ha gettato nella povertà migliaia di
famiglie. A livello politico, contribuiscono ad aumentare la delusione sia
il ritorno al potere, in non pochi casi, di persone appartenenti alle
forze comuniste precedenti, sia il fatto che, a volte, invece di libertà
e pace sono sorti nazionalismi violenti. Non mancano delusioni dovute
anche a forme di chiusura e di disinteresse di fronte ai drammi di alcuni
paesi del mondo ex-comunista da parte dell'Europa occidentale, rivelatasi
anche meno pronta e disponibile a rispettare e a tutelare la diversità
e i diritti di singoli popoli e di alcune minoranze, impegnati in un
cammino di autodeterminazione
12. Evidenti e da più parte sottolineati sono anche i
rischi che attraversano l'Europa di oggi.
A livello sociale, ad esempio, il fenomeno della
globalizzazione, a cui si è già fatto cenno, essendo spesso
governato solo o prevalentemente da logiche di stampo
mercantilistico a beneficio e vantaggio dei potenti, può essere
foriero di ulteriori disuguaglianze, ingiustizie, emarginazioni; può
concorrere alla crescita della disoccupazione, costituire una minaccia
allo «Stato sociale», favorire la tendenza alle disuguaglianze
sia tra paesi diversi sia all'interno degli stessi paesi industrializzati,
sollevare interrogativi anche circa la nozione di «sviluppo
sostenibile», portare a nuove forme di esclusione sociale, di
instabilità e di insicurezza, mettere in discussione l'armonico
rapporto tra economia, società e politica, ridurre il potere delle
autorità nazionali in materia economica, introdurre una sorta di «iper-concorrenza»
selvaggia, e così via.
Anche l'introduzione della moneta unica europea può comportare
dei rischi sia perché può favorire l'egemonia della finanza
e il predominio degli aspetti economico-mercantilistici, sia perché
può contribuire a innalzare nuovi muri in Europa, rivolti
soprattutto all'Est, per proteggere le economie più forti e
difendersi dalle immigrazioni. Non c'è dubbio, infatti, che è
tuttora vivo il pericolo di una nuova divisione del Continente in due
tronconi: da una parte i paesi con moneta forte, dall'altra quelli con
moneta non convertibile; da una parte un sistema economico relativamente
stabile, dall'altra un sistema economico precario, con tutto quello che ne
deriva anche a livello di convivenza e di sicurezza.
13. A livello culturale, «si diffondono una
mentalità e dei comportamenti che privilegiano in modo esclusivo la
soddisfazione dei propri desideri immediati e degli interessi economici,
con una falsa assolutizzazione della libertà del singolo e con la
rinuncia a confrontarsi con una verità e con valori che vadano al
di là del proprio orizzonte individuale o di gruppo. Benché
il marxismo imposto con la forza sia crollato, l'ateismo pratico e il
materialismo sono molto diffusi in tutta l'Europa: senza essere imposto
con la forza, e per lo più nemmeno esplicitamente proposti, essi
inducono a pensare e a vivere "come se Dio non esistesse"».(19)
A tale proposito, nei paesi occidentali, con la caduta delle ideologie e
delle utopie, si registra una crescente indifferenza e sembra dominare una
sorta di materialismo pragmatista. E, nello stesso tempo, il consumismo,
con la rispettiva secolarizzazione, sembra aver raggiunto ormai anche i
confini orientali del continente. C'è addirittura chi nota come, in
alcuni paesi dell'Est, la diffusione selvaggia del capitalismo nelle sue
forme più rigide si poggi su meccanismi mafiosi, che minacciano
complessivamente la vita pubblica. Spesso, poi, di fronte alle opinioni e
alla mentalità che vengono dall'occidente, in diversi paesi
dell'Est, si assiste sia a posizioni di accettazione spesso acritica sia a
un rifiuto altrettanto acritico, con il rischio di gravi contrapposizioni
e polarizzazioni interne alle stesse società.
Non manca neppure la tendenza a mettere tutto in discussione, anche
all'interno della Chiesa, quasi che anche in essa e sulle stesse questioni
etiche e dottrinali debba valere il principio democratico della
maggioranza.
In questo quadro complessivo, si avverte sempre più il pericolo
che sia la stessa civiltà europea a essere messa a repentaglio,
attraverso l'assolutizzazione e l'affermazione unilaterale di alcuni
valori e principi validi a scapito di altri. Ad esempio, quando la libertà
viene assolutizzata e sganciata dal riferimento ad altri valori come
quello della solidarietà, rischia di condurre all'atomizzazione del
nostro sistema di vita: una libertà rivendicata come valore
assoluto corre il pericolo di distruggere quella società che aveva
contribuito a costruire.
14. A livello più propriamente religioso ed
ecclesiale continua la situazione già descritta nel precedente
Sinodo per l'Europa. Oggi come allora, infatti, «persiste la ricerca
dell'esperienza religiosa, sebbene in una molteplicità di forme non
sempre coerenti tra loro e che spesso conducono lontano dall'autentica
fede cristiana. Soprattutto i giovani cercano la propria felicità
in molti simboli, immagini e anche in cose vane, e sono facilmente inclini
verso nuove forme di religiosità e sette di diversa origine».(20)
C'è chi, a tale riguardo, tra gli elementi di maggiore ambiguità
segnala appunto lo stesso risveglio della domanda religiosa, in
quanto accompagnato da fenomeni di fuga nello spiritualismo e
soprattutto di sincretismo religioso ed esoterico, che porta al
pullulare di sette e gruppi accomunati solo da un selvaggio
riferimento al sacro. Queste nuove proposte trovano la loro forza non
tanto in una sostanziale novità di vita, ma nella omologazione a un
sistema di vita autoreferenziale, che maschera l'accentuato individualismo
con la ricerca di gruppi protettivi e gratificanti.
Grande è poi il rischio di una progressiva e radicale scristianizzazione
e paganizzazione del Continente: in alcuni paesi è ormai molto
alto il numero dei non battezzati; spesso gli stessi elementi fondamentali
del cristianesimo non sono più conosciuti; ci sono situazioni nelle
quali si assiste a un autentico crollo della catechesi e della formazione
cristiana. Tutto questo conduce, per altro, a una profonda messa in crisi
dell'identità culturale europea, tanto da far ipotizzare
come si esprime qualcuno una sorta di «apostasia dell'Europa».
Il grande calo numerico delle vocazioni sacerdotali e religiose,
a cui si assiste in alcuni paesi, inoltre, porta con sé il rischio
dell'affievolirsi o del venir meno di una visione adeguata di
Chiesa: irrilevante e non indispensabile sarebbe, in essa, la presenza
del ministero ordinato, a cui basterebbe sostituire la presenza di persone
per le quali, in una concezione meramente funzionalistica della comunità
ecclesiale, necessaria e determinante sarebbe solo la competenza acquisita
mediante specifici curricoli formativi.
Non manca, infine, chi sottolinea il pericolo che le iniziative delle
chiese dell'Europa occidentale a favore di quelle orientali tendano,
inconsapevolmente e di fatto, a «occidentalizzarle» e non
piuttosto a porsi in modo evangelico al loro servizio, cercando di
valorizzarne le ricchezze culturali e religiose.
15. Tutto questo concorre a suscitare alcune preoccupazioni,
registrate nelle diverse Chiese.
Una prima seria preoccupazione è legata al fatto che a
causa dei profondi e radicali cambiamenti intervenuti nella sua pur ricca
tradizione culturale e religiosa e senza, per questo, misconoscere quanto
la presenza delle diverse Chiese e comunità cristiane hanno fatto e
continuano a fare nei singoli territori l'Europa sta diventando
sempre più luogo bisognoso di una rinnovata evangelizzazione e di
un nuovo sforzo missionario. In alcuni casi, si tratta di dire il
Vangelo di Cristo a chi ancora non lo conosce; in altri, di rifare il
tessuto cristiano delle stesse comunità cristiane. Nei paesi
dell'Est, dovendo far fronte alle negative conseguenze lasciate
dall'ateismo comunista, si rende necessaria una sorta di «prima
evangelizzazione» perché molti, pur vivendo in territori
attraversarti dall'annuncio e dalla testimonianza anche eroica del
Vangelo, vivono non conoscendo di fatto il Signore Gesù. In quelli
dell'Ovest, attraversati da rapidi sviluppi e dalle sfide della
secolarizzazione, globalizzazione e urbanizzazione, emerge l'urgenza di
dare vita a una «evangelizzazione nuova», che sappia produrre
una nuova inculturazione del Vangelo. Nell'uno e nell'altro caso
sia dentro le singole Chiese, sia tra le diverse Chiese e comunità
cristiane mediante un'intensa e rispettosa collaborazione ecumenica
cresce l'esigenza di unire le forze disponibili e di concentrare gli
sforzi su alcune priorità, avvalendosi delle strutture operative ed
educative esistenti, rinnovate e nuove, e utilizzando i mezzi della
comunicazione sociale per creare una corretta opinione pubblica. Nel fare
ciò emerge sempre più anche l'importanza di un rapporto di
sempre maggiore dialogo e collaborazione che, per altro, sta già
migliorando tra i Vescovi e gli Istituti di vita consacrata.
Nella situazione religiosa e morale dell'Europa di oggi, emerge un'altra
preoccupazione fondamentale, sulla quale sembrerebbe opportuno che il
Sinodo avesse a soffermarsi con attenzione. Essa è presente
soprattutto in Occidente e riguarda il fatto che è venuta meno la
possibilità di una pastorale basata su uno «stato diffuso di
cristianità condivisa», con la conseguente necessità di
promuovere il passaggio a una fede più personale e adulta,
attraverso una pastorale che tenga conto sia dell'evidente grado di
instabilità, incertezza e differenziazione dell'appartenenza
ecclesiale di molti battezzati, sia della diminuzione dei sacerdoti. In
questa situazione c'è chi avverte il pericolo di continuare a
impostare una pastorale che, pur non potendo più avere le
caratteristiche di una pastorale tipica di una situazione di cristianità
dominante, non è capace psicologicamente di accettare una
diminuzione della stima o del riconoscimento sociale e cerca di salvare le
strutture e l'influenza della Chiesa a ogni costo, fino anche a forme di
compromesso che permettano a più persone di vivere una qualche
generica forma di appartenenza ecclesiale, facilmente a scapito di scelte
più nette e radicali. Diversa sembra essere, invece, la situazione
nelle Chiese dell'Europa orientale, poiché queste ultime, a motivo
della difficile storia attraversata negli scorsi decenni, sono più
abituate a non essere stimate nella società e, quindi, a favorire
una seria concentrazione sui valori importanti della fede.
Non manca chi sottolinea, tra i fattori di preoccupazione, anche il rapporto
con i mass media, sia perché si constata che spesso la Chiesa
non sa ancora usare bene questi mezzi moderni, sia perché da parte
di questi strumenti si offre una immagine spesso peggiorativa della
religione e specialmente della Chiesa, quando addirittura non si assiste a
forme di aperta ostilità.
Per un discernimento critico di alcune questioni particolari
16. In questo contesto generale, alcuni aspetti particolari
meritano una attenzione più puntuale e specifica.
Non si può non notare, anzitutto una crescente divaricazione
tra progresso e valori dello spirito, che si manifesta in parte con
modalità simili in tutti i paesi d'Europa e in parte con modalità
differenti tra l'Europa occidentale e quella orientale.
È un fenomeno questo spesso connesso con fattori di ordine
esperienziale, più che con motivazioni di ordine filosofico o
ideale. Per moltissime persone, infatti, sono le condizioni di vita
oltremodo difficili e complicate a far sì che le preoccupazioni
quotidiane prendano il sopravvento e non lascino spazio all'accoglienza di
altri valori. La disoccupazione, molteplici situazioni familiari critiche
e fallimentari e condizioni sociali segnate da innumerevoli forme di
emarginazione e di ingiustizia coinvolgono talmente moltissime persone da
generare in esse disinteresse e apatia per i valori dello spirito.
E, d'altra parte, non tutto è sempre così scontato e
lineare. Nelle società europee emergono, in maniera non omogenea,
manifestazioni ambivalenti. Da una parte, si avverte la tendenza a
chiudersi nel proprio piccolo mondo, a difendere la propria «privacy»
e il proprio «status» sociale e culturale; dall'altra,
si manifesta il desiderio di aprirsi all'altro, soprattutto ai poveri,
agli emarginati. Da un lato, la più ampia disponibilità di
tempo libero consente di coltivare valori offerti, ad esempio, dagli
avvenimenti sportivi, dal turismo, dall'immersione nella natura; d'altro
lato, queste positive possibilità si trasformano per un notevole
numero di persone in altrettanti piccoli o grandi idoli e in una specie di
ossessione collettiva in cui la singola individualità si vede come
inghiottita.
All'Ovest, il distacco tra progresso e valori dello spirito si manifesta
soprattutto in una certa mentalità caratterizzata dalla ricerca
delle soluzioni più comode e pratiche e della soddisfazione
immediata, con la conseguenza di perdere il senso del sacrificio e
dell'ascesi, di banalizzare la storia e di dare importanza a ciò
che è bello, vero, buono solo in quanto è fruibile
immediatamente.
Il progresso sociale e culturale, inoltre, ha messo in nuova luce alcuni
valori che toccano vari aspetti del vivere umano: le donne sono più
consapevoli della propria vocazione e più decise nel difendere
l'uguale dignità e le pari opportunità con gli uomini nei
vari ambiti dell'esistenza; in numerose famiglie esiste una buona
comunicazione tra genitori e figli; nelle giovani generazioni sembra
crescere una maggiore comprensione dei valori della famiglia.
Si può forse concludere che, se a prima vista l'abbandono dei
valori spirituali sembra andare di pari passo con la crescita del
progresso, il solo progresso materiale non soddisfa le aspirazioni più
profonde dell'uomo e così sta per crescere, anche se non in modo
massiccio e con modalità diverse tra l'Occidente e l'Oriente, la
richiesta di valori spirituali, talvolta vaghi e non ben identificati.
17. Il valore della solidarietà sembra spesso in
crisi nell'Europa di oggi. Sono, infatti, sotto gli occhi di tutti e un
po' in tutto il continente atteggiamenti e comportamenti
individuali e collettivi, spesso ispirati e alimentati da sistemi di
stampo capitalista e consumista, che dicono chiusura ed egoismo.
Tuttavia, anche se nella società la solidarietà sembra
debole, non mancano tendenze e iniziative di segno opposto, promosse da
uomini e donne consapevoli dei guasti di tali visioni ideologiche, e
miranti a creare una nuova consapevolezza circa l'esigenza di elaborare e
attuare progetti di vita, a livello personale, familiare e nazionale,
caratterizzati da dignitosa austerità, al fine di destinare i
prevedibili ingenti risparmi a popolazioni che vivono sotto i livelli di
sussistenza o sono comunque bisognose di aiuto. È così che
in molte Chiese, specialmente dell'Europa occidentale, la solidarietà
sia verso i poveri del posto sia verso i popoli dell'Est e dell'emisfero
Sud assume una rilevanza assai maggiore di quanto si immagini: campagne di
solidarietà attuate periodicamente da innumerevoli soggetti
ecclesiali e dirette a scopi precisi riscuotono un certo successo; le
iniziative di gemellaggio tra comunità cristiane europee e paesi
del cosiddetto «terzo mondo» si stanno moltiplicando; né
va dimenticato quanto viene fatto da persone consacrate sia attraverso
iniziative di solidarietà nelle Chiese e tra le popolazione in cui
svolgono il loro specifico servizio evangelico, sia mediante l'opera di
formazione delle nuove generazioni ai valori umani e cristiani di una
solidarietà concreta e fattiva.
18. Variegate e complesse appaiono le riflessioni sulla libertà
religiosa e sulla tolleranza. Se, per un verso, si deve dire
chein molte parti del continente di può parlare di vera
libertà religiosa e che essa non incontra particolari ostacoli, per
altro verso, non si può non sottolineare il persistere o il
prodursi di alcune forme di intolleranza.
Pur in un contesto di formale rispetto della libertà religiosa,
in alcuni ambienti continua a persistere una sorta di intolleranza quando
singoli o gruppi di cattolici cercano di esprimere pubblicamente le loro
convinzioni e le loro posizioni: segno questo che, a volte, la Chiesa
viene «tollerata» solo se rimane relegata nella sfera privata.
In qualche nazione, una certa intolleranza fondamentalista ha
accompagnato, quando non ha rischiato di alimentare, decenni di conflitto;
anche se, da qualche tempo e gradatamente, questa intolleranza va perdendo
terreno e sta lasciando il posto a uno spirito di vicendevole accettazione
delle differenti tradizioni e convinzioni.
Dopo molti anni di ateismo imposto, in alcune Chiese dell'Est emergono
talvolta un clima e atteggiamenti di rigidità verso altre
confessioni o altri modi di pensare: ne segue che certi gruppi di
cattolici vogliono imporre a tutta la società il proprio modo di
pensare e di vivere, dimostrando palesi difficoltà nel recepire i
valori presenti nel movimento ecumenico, nel dialogo interreligioso e in
un corretto sistema democratico.
Anche se oggi sembrano più rari, non sono ancora scomparsi atti
di ostilità e di intolleranza nei confronti dei cattolici. Non
mancano neppure alcuni segni di antisemitismo in alcune parti dell'Europa.
Quanto poi al rapporto con i musulmani, si osserva che, mentre questi
ultimi chiedono che si abbia a vivere la tolleranza religiosa nei loro
confronti, la stessa tolleranza non viene garantita in certi paesi
islamici a quanti si professano cattolici o di altra religione.
Non va neppure dimenticato che, in quasi tutte le società
occidentali, il generale clima di tolleranza pone una grande sfida alla
Chiesa. In una società nella quale la tolleranza viene vista come
un valore essenziale, dominante e irrinunciabile, infatti, c'è chi
ritiene che qualsiasi forma di monoteismo e, quindi, anche il
monoteismo cristiano sia la causa più profonda di ogni
intolleranza e che, di conseguenza, se si vuole salvaguardare la
necessaria tolleranza, si debba ritornare a una sorta di indistinta
convivenza di credenze religiose e, ultimamente, di possibili divinità.
Ci si chiede, quindi, come la Chiesa possa continuare ad attuare la sua
missione evangelizzatrice senza essere foriera di intolleranza e, più
precisamente, come si possa e si debba annunciare il Vangelo, riconoscendo
e accettando quanti professano una fede diversa ed evitando, nello stesso
tempo, che la «tolleranza» si trasformi in «indifferenza»
o in «relativismo».
19. Se si considera, infine, la realtà dello Stato
nei confronti delle istituzioni intermedie e della Chiesa stessa,
occorre tenere presente che, negli ultimi decenni, in molte nazioni il
potere dello Stato è talvolta cresciuto a dismisura, con la
conseguente diminuzione o soppressione di istituzioni intermedie: ciò
ha reso gli individui e tante piccole istituzioni molto vulnerabili di
fronte alle scelte dello Stato. Tale situazione sembra particolarmente
attuale nei paesi dell'Europa orientale, dove decenni di comunismo hanno
distrutto tali istituzioni e hanno minato il vivere civile e sociale; ma
si deve anche notare che decenni di capitalismo hanno prodotto esiti
analoghi anche in molti paesi dell'occidente. In situazioni di questo
genere, la Chiesa è chiamata a sostenere le istituzioni intermedie
e a favorirne la creazione.
In alcune nazioni dell'Europa occidentale, nelle quali la Chiesa ha
goduto e gode di piena libertà religiosa e possiede molteplici
istituzioni culturali, educative e assistenziali che non di rado colmano
inadempienze dello Stato, sembra che la Chiesa stessa debba maggiormente
riconoscere e rispettare la «laicità» dello Stato e,
quindi, la sua autonomia. Ma, nello stesso tempo, si impone anche
l'esigenza di rivendicare da parte della Chiesa i propri diritti, ad
esempio in ordine alla parità scolastica e al finanziamento statale
delle scuole non statali, alla difesa della vita, alla scelta
preferenziale per gli «ultimi», alla effettiva libertà
religiosa.
In certi paesi il legame tra religione e Stato è molto stretto.
Questo fenomeno, in alcuni casi, genera atteggiamenti amministrativi
sfavorevoli alla Chiesa cattolica o, perfino, una sua discriminazione
legale nei confronti di altre confessioni religiose.
Non mancano neppure, soprattutto in alcuni paesi dell'Est europeo, forme
di strumentalizzazione della religione e della Chiesa per scopi politici e
nazionalistici.
Atteggiamenti delle Chiese e ricerca delle radici culturali
20. Se quelli fin qui richiamati sono i tratti fondamentali che
si possono riscontrare nell'Europa di oggi, molteplici e diversificate
appaiono le reazioni e gli atteggiamenti delle comunità
cristiane.
Di fronte al sempre più diffuso pluralismo di fede e di
cultura, c'è chi, formato in una sorta di monocultura cristiana
occidentale, guarda ad esso con sospetto, si ritrova impreparato a
leggerlo e a interpretarlo e a vivere, di conseguenza, atteggiamenti di
apertura e di dialogo critici. Altri ambienti ecclesiali sono disponibili
ad accettare tale pluralismo ma a livello più teorico che pratico,
più fuori della Chiesa che dentro di essa: ne sono segno palese le
difficoltà che si incontrano e l'incapacità che spesso ne
deriva di creare spazi nei quali i cattolici provenienti da altre
tradizioni o gli immigrati di altre religioni possano esprimere i loro
valori culturali, spirituali e religiosi anche nelle Chiese di Europa. Ci
sono, però, anche comunità ecclesiali, centri di vita
consacrata, gruppi e movimenti che sembrano porsi positivamente di fronte
a tale pluralismo: basti considerare, a tale riguardo, le iniziative
culturali, caritative, associative ed ecumeniche promosse dalle diocesi o
dalle Conferenze episcopali nazionali e regionali.
Di fronte alle diverse forme di indifferentismo, di relativismo e di
agnosticismo, alcuni sottolineano l'importanza di riscoprire il vero
volto di Dio rivelato da Gesù, di affermare con decisione la verità,
di vivere con convinzione la propria identità, di far crescere la
comunione anche in ambito ecumenico. Con particolare attenzione alle
dimensioni etiche, considerato che spesso viene rinnegata o deturpata la
dignità della persona umana creata ad immagine e somiglianza di
Dio, si insiste sulla necessità e sull'urgenza di proporre una
corretta e integrale visione antropologica, fondamento imprescindibile per
realizzare una convivenza rispettosa della vita e dei diritti di tutti e
di ciascuno. Non mancano, infine, correnti di pensiero critiche nei
confronti di questo relativismo etico e impegnate ad attivare
atteggiamenti e comportamenti virtuosi, ispirati da valori ricavati dal
Vangelo e dalla tradizione cristiana e condivisi da una cultura laica
purificata dai suoi dogmi, messi in crisi dalle vicende tragiche che hanno
segnato la storia dell'Europa in questo ventesimo secolo.
21. Non basta però descrivere più o meno
ampiamente o con maggiore o minore apprensione i diversi tratti che
caratterizzano l'Europa di oggi. Né basta reagire in vari modi a
questo stato di cose. Occorre, piuttosto, lasciare spazio a quell'attenta
opera di discernimento che sa, anzitutto, andare alle radici,
interrogandosi sulle motivazioni profonde che stanno alla base dei più
diversi fenomeni registrati. Ed è questo che il Sinodo e le Chiese
devono fare se intendono vivere la loro responsabilità pastorale.
Per quanto concerne, in particolare, il diffuso fenomeno dell'indifferenza
religiosa, vengono messe in risalto da molti innanzitutto diverse
ragioni riscontrabili nel più vasto tessuto sociale. Il riferimento
è, principalmente, ad aspetti quali: l'emergere del cosiddetto «pensiero
debole» con il connesso affievolirsi o venir meno della «domanda
di senso»; il sempre più diffuso «orientamento
individualistico», che prospetta sistemi sociali destinati a
promuovere l'interesse privato dei suoi membri e non già uno stesso
ideale e un bene comune; il processo di «autonomizzazione», che
si traduce in crescente volontà di autodeterminazione e di
autorealizzazione soggettiva, cui è connesso, per qualche verso,
anche un aumento di responsabilità e di coinvolgimento personale;
il complesso fenomeno della «secolarizzazione» con alcune
tendenze che vi sono connesse, come quelle alla «differenziazione»
sociale e culturale (che consente la presenza di più religioni e
credenze religiose sullo stesso territorio), alla «privatizzazione»
della stessa religione, alla «desacralizzazione» di tanti luoghi
nei quali in passato la religione esercitava un suo influsso a volte
dominante, alla «razionalizzazione» intesa come processo volto a
organizzare in maniera controllabile ed efficiente ogni scelta e ogni
azione.
Se si guarda più direttamente alle ragioni che si presentano in
ambito ecclesiale, oltre a quanto fin qui descritto, si sottolinea
abbastanza generalmente che l'indifferenza religiosa sarebbe alimentata da
alcuni fenomeni negativi e problematici, come: un uso scorretto dei beni e
uno scarso interesse per le diverse povertà; una certa indifferenza
degli ecclesiastici di fronte ai dubbi e ai drammi di tante persone in
difficoltà; la poca credibilità di diversi «uomini di
Chiesa»; il venir meno di diversi luoghi destinati alla formazione
qualificata di laiche e laici cattolici; la carente organizzazione, a
livello nazionale ed europeo, della stampa cattolica e di altre agenzie
dirette a produrre e diffondere progetti culturali di ispirazione
cristiana.
22. Più radicalmente, dietro e dentro i diversi fenomeni
ricordati, tra i fattori che concorrono a determinare e a spiegare gli
attuali scenari europei, non è difficile individuare una crescente
frattura tra coscienza privata e valori pubblici: è
bene sottolineare, però, che tale frattura rappresenta una logica
conseguenza di precisi atteggiamenti e di determinate scelte culturali.
Quando la vita democratica viene coniugata con la neutralità di
fronte ai valori, ogni scelta non potrà che essere considerata come
opzione privata di chi la opera a prescindere dall'esito sociale che vi è
connesso. E se le scelte dei valori sono confinate entro una dimensione
solo privata, la rilevanza pubblica di questi valori sarà nulla. In
questa situazione, il divario tra valori privati e vita sociale, a causa
di una pericolosa neutralità democratica, non può che
accrescersi, con il risultato che la società è sempre meno
capace di rispondere alle diverse sollecitazioni circa il «senso»
dell'esistenza, che le provengono da più parti.
In questo clima culturale crescono e si diffondono fenomeni di ateismo,
agnosticismo e indifferenza religiosa. Anche la scelta religiosa
rischia di diventare sempre più una scelta di tipo privato:
si diffonde un approccio consumistico all'esperienza religiosa; la
scelta etico-religiosa non costituisce più l'orizzonte di
riferimento fondamentale per tutte le altre scelte, si presenta come «una»scelta
tra le tante che contribuiscono a definire l'identità privata
dell'individuo.
Alla radice ancor più profonda di tutto ciò sta una
malintesa nozione di libertà intesa e vissuta come
autodeterminazione dell'individuo, non regolata da riferimenti a valori
trascendenti e non opinabili , dalla quale nascono mentalità
e atteggiamenti che, da più parti, sono qualificati come
relativismo etico, soggettivismo individualista, edonismo nichilista.
Diventa, allora, più acuto il problema dell'esercizio della libertà,
nel rapporto tra verità, coscienza personale e leggi civili. La
libertà, infatti, si fonda sulla costitutiva dignità della
persona umana, a sua volta espressione del fatto che ogni uomo è
figlio di Dio; l'esercizio della libertà implica la responsabilità
dell'uomo; implica poi le questioni della verità, che ne
rappresenta il fondamento ultimo, e del bene comune, che costituisce
l'obiettivo dell'esercizio sociale della libertà.
Si può anche notare, in sintesi, come, al termine di questo
secolo, si registrino profonde e radicali trasformazioni, che
segnalano l'esaurirsi della spinta derivata dalla modernità. Non è
chiaro, però, l'esito dei processi in atto; emergono tendenze
contrastanti e ambivalenti, che richiedono una attenta e approfondita
lettura. D'altra parte, il superamento della modernità non può
che avvenire in un quadro di complessità e di incertezza. Se per
certi versi la missione della Chiesa in questo contesto appare più
difficile e meno ancorata a garanzie tradizionali, per altro verso i
cambiamenti in atto nei paesi europei offrono alla Chiesa nuove opportunità
per sviluppare una efficace e organica opera di evangelizzazione.
Centralità della «questione della fede»
23. Non c'è dubbio come ha detto il Papa(21)
che con gli avvenimenti del 1989 è nata in Europa una grande
speranza di libertà, di responsabilità, di solidarietà,
di spiritualità. Ma questa grande speranza chiede oggi di essere
rinnovata e resa più solida, perché in questi ultimi anni
sono apparsi nuovi rischi che non concorrono certo a dare speranza agli
europei del nostro tempo: «dopo il crollo della costruzione
ideologica del Marxismo-Leninismo nei Paesi ex-comunisti non si osserva
solo una perdita dell'orientamento, ma anche un attaccamento largamente
diffuso all'individualismo e all'egoismo che caratterizzavano e
caratterizzano tuttora l'Occidente. Questi atteggiamenti non possono
comunicare all'uomo un senso della vita e dargli una speranza. Al massimo
possono soddisfarlo temporaneamente con ciò che egli interpreta
come una realizzazione individuale. In un mondo in cui non esiste più
nulla che sia veramente importante, in cui si può fare ciò
che si desidera, esiste il pericolo che principi, verità e valori
faticosamente acquisiti nel corso dei secoli vengano vanificati da un
liberalismo dilagante».(22)
Né è difficile notare come si è già
detto che nel contesto ricordato e descritto, faccia continuamente
capolino una questione fondamentale che riguarda la concezione della
persona umana e della sua libertà: è, in qualche modo,
quell'umanesimo personalista che ha caratterizzato la storia e
l'esperienza dell'Europa ad essere messo in discussione.
Di qui l'importanza della «questione etica»
nell'attuale momento storico del continente europeo.
Ma, nel medesimo tempo, quest'ultima affonda le sue radici nella «questione
religiosa», come si può notare quando si considerano le
due contrapposte concezioni di libertà presenti nell'Europa di
oggi: l'una che si fonda sull'ubbidienza a Dio considerata come «sorgente
della vera libertà, che non è mai libertà arbitraria
e senza scopo, ma libertà per la verità e per il bene»
e l'altra che, «avendo soppresso ogni subordinazione della creatura a
Dio, o a un ordine trascendente della verità e del bene, considera
l'uomo in se stesso come il principio e la fine di tutte le cose» e
come l'unico insindacabile arbitro e riferimento delle sue scelte. (23)
24. Ne segue, in ultima analisi, la centralità e la
decisività della «questione della fede» in Gesù.
È questa, per altro, l'indicazione venuta da Giovanni Paolo II
durante il suo primo viaggio in Slovenia. Dopo aver sottolineato che nel
nostro Continente, «da una parte, emerge il vuoto, lasciato dalle
ideologie e, dall'altra, si fa strada un significativo risveglio della
memoria delle proprie radici e delle ricchezze d'un tempo»,
aggiungeva: «Questa è l'ora della verità per
l'Europa. I muri sono crollati, le cortine di ferro non ci sono più,
ma la sfida circa il senso della vita e il valore della libertà
rimane più forte che mai nell'intimo delle intelligenze e delle
coscienze. E come non vedere che l'interrogativo su Dio sta al
cuore di questo problema? O l'uomo si considera creato da Dio, dal quale
riceve la libertà che gli apre immense possibilità ma gli
pone anche precisi doveri, oppure egli si autopromuove ad assoluto, dotato
di una libertà che, essendo priva di legge, si abbandona a ogni
sorta d'impulso, richiudendosi nell'edonismo e nel narcisismo». E
concludeva: «Il clima attuale di angoscia e sfiducia riguardo al
senso della vita e lo smarrimento manifesto della cultura europea ci
sollecitano a guardare in modo nuovo ai rapporti tra cristianesimo
e cultura, tra fede e ragione. Un rinnovato dialogo tra cultura e
cristianesimo gioverà sia all'una che all'altro, e a trarne
vantaggio sarà soprattutto l'uomo, desideroso di un'esistenza più
vera e più piena».(24)
Né si deve dimenticare che, come sottolinea ancora il Papa, «l'incontro
fra le culture e la fede è un'esigenza della ricerca della verità.
Esso "ha dato vita di fatto a una realtà nuova. Le culture,
quando sono profondamente radicate nell'umano, portano in sé la
testimonianza dell'apertura tipica dell'uomo all'universale e alla
trascendenza" (Enciclica Fides et ratio, 70). In tal modo gli
uomini troveranno un aiuto e un sostegno per ricercare la verità e,
con il dono della grazia, incontrare Colui che è il loro Creatore e
Salvatore».(25)
Per concludere, pare di poter applicare in qualche modo a tutto il
nostro Continente quanto Giovanni Paolo II diceva dell'Italia: l'Europa, «che
ha un'insigne e in certo senso unica eredità di fede, è
attraversata, da molto tempo e oggi con speciale forza, da correnti
culturali che mettono in pericolo il fondamento stesso di questa eredità
cristiana: la fede nell'Incarnazione e nella Redenzione, la specificità
del cristianesimo, la certezza che Dio attraverso il Figlio suo Gesù
Cristo è venuto per amore in cerca dell'uomo (cfr. Tertio
millennio adveniente, 6-7). In luogo di tali certezze è
subentrato in molti un sentimento religioso vago e poco impegnativo per la
vita o anche varie forme di agnosticismo e di ateismo pratico che sfociano
tutte in una vita personale e sociale condotta "etsi Deus non
daretur", come se Dio non esistesse».(26)
Ne deriva, per il Sinodo e per le Chiese europee, la necessità e
l'urgenza di interrogarsi sull'autenticità e sulla vitalità
della fede cristiana dei credenti europei e di aiutarli a riscoprirla
e a viverla. Tutto questo nella convinzione che l'autenticità della
fede esige un incontro e una comunione personali con Gesù Cristo,
il Figlio di Dio vivente, e un'accoglienza dell'intera verità del
Vangelo e che la sua vitalità rimanda a una fede che si fa criterio
di giudizio e di scelta, generando e sostenendo una mentalità e un
costume coerenti con la parola e il comandamento di Dio.
Parte seconda
Gesù Cristo vivente nella sua Chiesa
A sostegno dell'autenticità e della vitalità
della fede
25. Dopo che i due discepoli di Emmaus avevano confidato a Gesù
le ragioni della loro tristezza e del venir meno della loro speranza, Gesù
«disse loro: "Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola
dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per
entrare nella sua gloria?" E cominciando da Mosè e da tutti i
profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si
riferiva a lui» (Lc 24, 25-27). È, quindi, Gesù
stesso che annuncia la sua risurrezione e conduce i due discepoli alla
fede. Rimandando ai profeti che l'hanno preceduto, spiega il disegno
dell'amore luminoso e misterioso di Dio: la passione e la morte non
contraddicono l'azione liberatrice del Messia, ma sono la via scelta da
Dio per comunicare agli uomini la sua «gloria», ossia il suo
amore che salva e redime. Ed è grazie a questo annuncio che
ripercorre tutta la storia della prima alleanza e che trova il suo sigillo
definitivo e incontrovertibile nel riconoscimento del Signore allo
spezzare del pane che il loro cuore si scalda e i due riacquistano
la speranza smarrita.
Il racconto di Emmaus ci si presenta così come una lunga
catechesi tutta orientata a condurre i discepoli alla fede nella
risurrezione di Gesù Cristo consegnato alla morte. Quale riflesso
fedele dell'insegnamento della Chiesa primitiva, questo testo rimane
paradigmatico anche per la Chiesa di oggi e per la sua azione pastorale,
che si risolve in una paziente, continua, tenace e coraggiosa
testimonianza e predicazione destinate a far nascere e crescere la fede in
Gesù Cristo risorto da morte, fonte e sostegno della speranza ferma
e duratura. Come scrive, infatti, san Paolo, «se noi abbiamo avuto
speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più
di tutti gli uomini» (1 Cor 15, 19).
La fede nel Risorto, rivelatore della gloria di Dio
26. Anche la Chiesa è chiamata nella storia ad
annunciare Cristo risorto. Essa ieri, come oggi e sempre, in
qualunque angolo della terra come in Europa non è mandata a
dire se stessa, ma a dire Cristo crocifisso e risorto.
Così ha fatto fin dalle origini, come risulta dalla prima predica
di Pietro nel giorno di Pentecoste: «Uomini d'Israele, ascoltate
queste parole: Gesù di Nazaret uomo accreditato da Dio
presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò
fra di voi per opera sua, come voi ben sapete dopo che, secondo il
prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi
l'avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l'avete ucciso. Ma Dio
lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché
non era possibile che questa lo tenesse in suo potere... Sappia dunque con
certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo
quel Gesù che voi avete crocifisso!» (At 2, 22-24.36).
Con queste parole di Pietro, la Chiesa delle origini come quella di ogni
epoca della storia proclama con certezza che Gesù Cristo è
vivo, opera nel presente e cambia la vita.
Così fa in ogni tempo, perché «la Risurrezione di Gesù
è la verità culminante della nostra fede in Cristo, creduta
e vissuta come verità centrale dalla prima comunità
cristiana, trasmessa come fondamentale dalla Tradizione, stabilita dai
documenti del Nuovo Testamento, predicata come parte essenziale del
Mistero pasquale insieme con la croce: "Cristo è risuscitato
dai morti. Con la sua morte ha vinto la morte, ai morti ha dato la vita"
(Liturgia bizantina, Tropario di Pasqua)».(27)
Questa è stata l'intenzione più profonda anche del
Concilio Vaticano II, che il Sinodo intende riprendere e fare propria:
proclamare alla Chiesa stessa e annunciare al mondo «Cristo, nostro
principio, Cristo, nostra via e nostra guida! Cristo, nostra speranza e
nostro termine».(28)
Né si può dimenticare che nel Cristo morto e risorto
si rivela in pienezza la gloria di Dio. Gesù è la
speranza dell'uomo, dell'Europa e del mondo perché è la via
unica e universale che conduce al Padre (cfr. Gv 14, 6-7),
fondamento e termine ultimo della vita di ogni persona e di ogni realtà,
perché tra lui e il Padre c'è una sublime, ineffabile e
reciproca immanenza (cfr. Gv 14, 10), perché lui e il Padre
sono una cosa sola (cfr. Gv 10, 30), perché è Dio
lui stesso.
27. Ed è proprio in forza di questa fede e
dell'incontro con il Risorto che, come per i discepoli di Emmaus, èpossibile
anche alla Chiesa, alle donne e agli uomini di oggi tornare indietro nella
storia, leggere le Scritture e scoprire già nelle pagine
dell'antica alleanza i segni, le figure, le impronte della presenza di
Cristo: realtà anticipatrici e prefigurative di ciò che
nel Crocifisso Risorto si sarebbe realizzato in pienezza.
Così ha fatto Pietro nel giorno di Pentecoste, quando, rileggendo
i fatti della vita di Cristo che conducevano a professarlo come Messia e
Signore, portava la testimonianza delle Scritture vedendo in esse una
precisa intenzionalità orientata a Gesù (cfr. At 2,
17-21.25-28.34-35). Così ha fatto Paolo quando rileggendo la
storia di Israele e, in particolare, il fatto dell'acqua scaturita dalla
roccia a Massa e Meriba (cfr. Es 17, 1-7; Nm 20, 1-11)
afferma: «tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano
infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era
il Cristo» (1 Cor 10, 4).
Così anche noi possiamo e dobbiamo rileggere le pagine della
Scrittura e ritrovare in esse segni, fatti e parole che sono «figura»
di Cristo e della sua presenza. In tal modo, ci sarà dato di
guardare anche ai momenti di difficoltà, di stanchezza e di prova
senza perdere la speranza, certi che come, nell'uscire dall'Egitto,
il Signore non abbandonò gli israeliti nel deserto, ma «marciava
alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via
da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così
che potessero viaggiare giorno e notte» (Es 13, 21)
anche oggi lo stesso Signore è presente e guida il suo popolo in
ogni vicenda della storia. Come pure potremo ripetere con il profeta
Sofonia «Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con
tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! [...] Re d'Israele è il
Signore in mezzo a te, tu non vedrai più la sventura [...] Non
temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore tuo Dio in mezzo
a te è un salvatore potente. Esulterà di gioia per te, ti
rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida
di gioia, come nei giorni di festa» (3, 14-18), perché
sappiamo che queste affermazioni trovano in Cristo risorto il loro
compimento definitivo.
Ed è sempre in forza della medesima fede nel Signore risorto
e dell'incontro con lui, vivente e presente, che possiamo e dobbiamo
guardare con occhi nuovi alla storia degli uomini e del mondo
e, quindi, alle vicende passate e presenti dell'Europa scoprendo
negli eventi e nelle persone un riferimento a Cristo e al suo essere il «Dio
con noi».
Il bisogno di Gesù Cristo
28. Guidati e illuminati dagli occhi nuovi della fede, che ci
fanno riconoscere in Cristo crocifisso e risorto il centro della storia e
il cuore del mondo, non ci è difficile notare che, nella nostra
Europa, i processi di secolarizzazione, o più propriamente
di scristianizzazione, che talvolta portano drammaticamente a una
sorta di diffuso neopaganesimo, non sono certo terminati anche se
consistente e diffusa appare una nuova domanda di spiritualità e di
religiosità. Quest'ultima, infatti, non può essere
qualificata immediatamente come cristiana, se non altro per quel suo
eclettismo o relativismo di fondo che le rende assai difficile riconoscere
in Gesù Cristo l'unico salvatore; è una domanda che, per
buona parte, rimane all'interno di quei processi sociali e culturali
rispetto ai quali, per altro, costituisce una indubbia reazione.
Ma, nello stesso tempo, non possiamo non riconoscere che «persiste
la ricerca dell'esperienza religiosa, sebbene in una molteplicità
di forme non sempre coerenti tra loro e che spesso conducono lontano
dall'autentica fede cristiana», per cui «tutta l'Europa si
trova oggi di fronte alla sfida di una nuova scelta di Dio».(29)
Il nostro allora non è il tempo della semplice conservazione
dell'esistente. È piuttosto il tempo di proporre di nuovo e
prima di tutto Gesù Cristo vivente nella sua Chiesa, unica vera e
solida sorgente di speranza.
In questa stessa direzione, si muovevano le conclusioni della prima
Assemblea speciale per l'Europa del Sinodo dei Vescovi. Ne emergeva,
infatti, la nitida coscienza che la Chiesa non può ridursi ad
essere una semplice e generica agente di civiltà, seppure di una
civiltà più genuinamente umana. Essa, piuttosto, deve
annunciare il Vangelo nella sua interezza e secondo la precisione dei suoi
contenuti e deve aiutare gli uomini e le donne del nostro tempo a vivere
secondo lo stile delle beatitudini in un rapporto di adesione personale al
Signore Gesù. In questo senso, si affermava che «l'Europa non
deve oggi semplicemente fare appello alla sua precedente eredità
cristiana: occorre infatti che sia messa in grado di decidere nuovamente
del suo futuro nell'incontro con la persona e il messaggio di Gesù
Cristo».(30) Si trattava e si tratta, dunque, di favorire l'incontro
dell'uomo europeo con la persona vivente del Signore Gesù, un
incontro che si apre all'esperienza del discepolato, la provoca e la
sostiene. Di qui la necessità di ridire il centro del Vangelo e,
quindi, di annunciare un Dio vivo e vicino, che si comunica a noi in una
esperienza di comunione che è già iniziata e che apre alla
certa speranza della vita eterna, nella convinzione che «se la Chiesa
predica questo Dio, non parla di un Dio ignoto, ma del Dio che ci ha amati
a tal punto che il Figlio suo si è fatto carne per noi. È il
Dio che si avvicina a noi, che si comunica a noi, che si fa uno con noi,
vero "Emmanuele" (cfr. Mt 1, 23)». (31) E, nello
stesso tempo, ne derivava la necessità di ridire tutte le
conseguenze del Vangelo, innanzitutto di ridire quelle che riguardano
l'uomo, la sua esistenza, la sua verità, consapevoli che «la
causa di Dio in nessun modo è in opposizione alla causa dell'uomo.
Sono piuttosto le promesse puramente terrene che come mostra la
storia recente in definitiva riducono in schiavitù, in
maniera totalitaria, le persone umane».(32)
A otto anni di distanza, si tratta di verificare il cammino fatto e di
continuarlo con sempre maggiore decisione e determinazione. Ci guida in
questo l'indicazione di Giovanni Paolo II: «Se, in Europa, bisogna
giungere ad un incontro nuovo con il Vangelo di Gesù Cristo, sono
soprattutto necessarie un'apertura spirituale, una nuova determinazione e
una gioia rinnovata della fede fra i cristiani. Solo così si può
dare una "testimonianza della nostra speranza"; soltanto in
questo modo la fede diventerà anche una forza creativa a livello
spirituale e culturale».(33)
A tale scopo, il Sinodo intende, anzitutto, riproporre la vera fede
nel Signore Gesù risorto e vivente, unico salvatore, presente nella
sua Chiesa. Ormai nell'immediata vigilia del terzo millennio
nella scia del Concilio Vaticano II, che il Santo Padre ha indicato come «un
evento provvidenziale, attraverso il quale la Chiesa ha avviato la
preparazione prossima al Giubileo»(34) del Duemila, il Sinodo
si propone di aiutare le Chiese in Europa ad avere rinnovata e piena
avvertenza del «molteplice e unico, fisso e stimolante, misterioso e
chiarissimo, stringente e beatificante rapporto tra noi e Gesù
benedetto, tra questa santa e viva Chiesa, che noi siamo, e Cristo, da cui
veniamo, per cui viviamo, e a cui andiamo».(35) Il Sinodo, quindi,
come già il Concilio, intende confessare e celebrare il Signore Gesù
Cristo come «il Verbo incarnato, il Figlio di Dio e il Figlio
dell'uomo, Redentore del mondo, cioè la speranza dell'umanità
e il suo sommo Maestro, lui il Pastore, lui il pane della vita, lui nostro
Pontefice e nostra vittima, lui l'unico Mediatore fra Dio e gli uomini,
lui il Salvatore della terra, lui il Re venturo del secolo eterno».(36)
Gesù risorto, unico Salvatore
29. Si tratta di riaffermare con forza e con convinzione che
Cristo ci è necessario: ci è necessario per la
nostra salvezza e, insieme, per la piena realizzazione dei valori umani.
Con Paolo VI, anche le Chiese d'Europa oggi, infatti, sono chiamate a
ripetere con fede genuina e appassionata che «Cristo è
necessario, senza di Lui non si può fare; senza di Lui non si può
vivere»;(37) «Cristo è il nostro Salvatore. Cristo è
il nostro supremo benefattore. Cristo è il nostro liberatore.
Cristo ci è necessario, per essere uomini degni e veri nell'ordine
temporale, e uomini salvati ed elevati nell'ordine soprannaturale».(38)
Come più volte ha sottolineato Giovanni Paolo II rivolgendosi
alle donne e agli uomini del continente europeo, il Sinodo vuole
proclamare che Gesù Cristo è il Signore della storia; il
contenuto e il centro vitale del messaggio di salvezza; la via, la verità
e la vita (cfr. Gv 14, 6) che si conferma come l'unica speranza
valida per ogni generazione; il punto di partenza della nuova
evangelizzazione. Egli è la nostra Pasqua; in lui, attraverso la
sua croce e la sua risurrezione, Dio si è unito all'uomo per tutti
i tempi in un'alleanza nuova ed eterna; lui è il segreto della
forza dell'Europa. Gesù è, oggi e sempre, sorgente di
speranza perché in lui le promesse di Dio si sono pienamente
realizzate: egli ci rivela, senza timore di smentita, che il nostro Dio è
un Dio fedele, che porta a compimento le sue promesse e le realizza.
In particolare, Gesù è colui che libera l'uomo da ogni
schiavitù; è il solo che può appagare pienamente la
sua insopprimibile aspirazione alla libertà; è l'unica
soluzione definitiva alle questioni sul senso della vita e agli
interrogativi fondamentali che assillano anche oggi tanti uomini e donne
del continente europeo, che sono in ricerca, perché in lui
soltanto le aspirazioni più profonde dell'uomo trovano la risposta
pienamente adeguata. Come anche recentemente ha affermato Giovanni
Paolo II, il Sinodo intende proclamare Cristo come colui che «rivela
l'uomo all'uomo stesso nella sua pienezza di figlio di Dio, nella sua
dignità inalienabile di persona, nella grandezza della sua
intelligenza, capace di raggiungere la verità, e della sua volontà,
capace di agire bene».(39) È questo, per altro, un dato
pienamente coerente con l'umanesimo europeo, occidentale e orientale,
anche se «col passare del tempo, soprattutto nei tempi cosiddetti
moderni, Cristo quale artefice dello spirito europeo, quale artefice della
libertà che in Lui affonda la sua radice salvifica, è stato
messo tra parentesi e [...] si è andata formando un'altra mentalità
europea, mentalità che sinteticamente possiamo esprimere in questa
frase: "pensiamo e viviamo come se Dio non esistesse"».
(40)
30. C'è, poi, un altro aspetto che il Sinodo intende
confessare nel contesto dell'attuale pluralismo religioso che va sempre più
caratterizzando l'Europa: l'unicità e l'universalità di
Cristo Salvatore e, quindi, l'assoluta irriducibilità del
cristianesimo alle altre religioni. Nella scia dell'insegnamento
conciliare e del più recente magistero,(41) si tratta di rinnovare
la propria fede e di proclamare che Gesù è il mediatore
unico e costitutivo di salvezza per l'intera umanità: solo in
lui l'umanità, la storia e il cosmo trovano il loro significato
definitivamente positivo e si realizzano totalmente; egli ha in se stesso,
nel suo evento e nella sua persona, le ragioni della definitività
assoluta della salvezza; egli non è solo un mediatore di salvezza,
ma è la fonte stessa della salvezza. «In nessun altro c'è
salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il
cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (At
4, 12). Illuminati da questa cristallina affermazione di Pietro, alla
vigilia del grande Giubileo del Duemila, sentiamo con Giovanni Paolo II
l'urgente bisogno di illustrare e approfondire «la verità su
Cristo come unico Mediatore tra Dio e gli uomini e unico Redentore del
mondo, ben distinguendolo dai fondatori di altre grandi religioni, nelle
quali pur si trovano elementi di verità, che la Chiesa considera
con sincero rispetto».(42)
Gesù è presente nella Chiesa
31. Anche nelle situazioni più difficili, quando viene
meno la speranza e va in crisi la fede, Gesù è presente:
egli non abbandona la sua Chiesa, ma si fa suo compagno di
viaggio; è come il viandante che nel peregrinare storico della
Chiesa mai abbandona la sua amata sposa, prevenendola e accompagnandola
con una delicatezza che testimonia l'assoluta gratuità del suo
amore.
È quanto ci insegna, ancora una volta, la vicenda dei due
viandanti di Emmaus: «Camminava con loro. Ma i loro occhi erano
incapaci di riconoscerlo» (Lc 24, 15-16). Anche se non
riconosciuto, Gesù è presente, incrocia le loro strade, si
fa premuroso compagno di viaggio e loro guida. Come scrive sant'Agostino:
«Camminava per via come un compagno di viaggio, anzi era lui che li
conduceva. Quindi lo vedevano, ma non erano in grado di riconoscerlo. I
loro occhi abbiamo così inteso erano impediti dal
riconoscerlo. Erano impediti non di vederlo ma di riconoscerlo».(43)
È quanto ha sempre professato e continua a professare la fede
della Chiesa. Gesù, infatti, elevato al cielo e glorificato,
continua a permanere sulla terra, nella sua Chiesa: «quando la sua
presenza visibile è stata tolta ai discepoli, Gesù non li ha
lasciati orfani (cfr. Gv 14, 18). Ha promesso di restare con loro
sino alla fine dei tempi (cfr. Mt 28, 20), ha mandato loro il suo
Spirito (cfr. Gv 20, 22; At 2, 23). In un certo senso, la
comunione con Gesù è diventata più intensa: "Comunicando
infatti il suo Spirito, costituisce misticamente come suo Corpo i suoi
fratelli, chiamati da tutte le genti" (Lumen gentium, 7)».(44)
Gesù continua ad agire mediante l'intervento potente dello
Spirito Paraclito, che costituisce la continua e fedele «memoria»
di ciò che Gesù ha detto e ha fatto (cfr. Gv 14, 26)
e che, giorno dopo giorno, viene plasmando Gesù stesso nella Chiesa
e nei discepoli, rendendoli così il corpo vivente di Cristo.
32. Diversi e molteplici come insegna il Concilio
sono i modi della presenza del Signore Gesù: «Cristo è
sempre presente nella sua Chiesa, in modo speciale nelle azioni
liturgiche. È presente nel sacrificio della Messa sia nella persona
del ministro [...], sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È
presente con la sua virtù nei sacramenti [...] È presente
nella sua parola, perché è Lui che parla quando nella Chiesa
si legge la Sacra Scrittura. È presente, infine, quando la Chiesa
prega e loda, Lui che ha promesso: "Dove sono due o tre riuniti nel
mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18, 20)».(45)
Egli, ancora, «è presente alla sua Chiesa che esercita le
opere di misericordia non solo perché quando facciamo un po' di
bene a uno dei suoi più umili fratelli lo facciamo allo stesso
Cristo (cfr. Mt 25, 40), ma anche perché è Cristo
stesso che fa queste opere per mezzo della sua Chiesa, soccorrendo sempre
con divina carità gli uomini. È presente alla sua Chiesa
pellegrina anelante al porto della vita eterna, giacché egli abita
nei nostri cuori mediante la fede (cfr. Ef 3, 17), e in essi
diffonde la carità con l'azione dello Spirito Santo, da lui
donatoci»;(46) è presente «nei poveri, nei malati, nei
prigionieri (cfr. Mt 25, 31-46), nei sacramenti di cui egli è
l'autore».(47) Un'altra presenza speciale del Signore è
ravvisata anche in singole persone che hanno particolari titoli di
vicinanza con Lui. «Nella vita di quelli che, sebbene partecipi della
nostra natura umana, sono tuttavia più perfettamente trasformati
nell'immagine di Cristo (cfr. 2 Cor 3, 18) Dio manifesta
vividamente agli uomini la sua presenza e il suo volto. In loro è
Lui stesso che ci parla e ci mostra il segno del suo regno».(48)
Nella medesima linea, la presenza di Gesù si realizza nelle
famiglie, nei gruppi, nei movimenti, nelle comunità parrocchiali, là
dove c'è una persona che, amando, vive e incarna il comandamento
nuovo dell'amore (cfr. Gv 15, 1-17). È una presenza, la
sua, che si manifesta nella concretezza di una comunità cristiana
che vive nell'amore, come un cuore solo e un'anima sola, facendo propri
gli atteggiamenti della Chiesa degli apostoli (cfr At 2, 42-48; 4,
32-35).
Gesù è presente a tal punto nella Chiesa, suo Corpo, che
l'attività della Chiesa stessa è una partecipazione alla
missione di Gesù. Tutto ciò che la Chiesa «ha»
ed «è» è frutto dell'amore di donazione di Cristo;
essa non soltanto «nasce» dall'amore e dal dono di Cristo, che
l'ha amata e ha dato se stesso per lei (cfr. Ef 5, 25), ma «è»
questo stesso amore di donazione reso visibile e operante nella storia.
Perciò, come Cristo è il «sacramento» dell'amore
del Padre, così la Chiesa è il «sacramento»
dell'amore di Cristo. Per questo essa esiste; per questo essa è
mandata da Cristo nel mondo. Ne deriva che, sia pure secondo modalità
diverse e nonostante le fragilità e le imperfezioni, la Chiesa
rappresenta il Signore, prende parte alla sua missione di salvezza, è
animata e sostenuta dalla forza del suo Spirito. Come scrive
sant'Ambrogio, «la Chiesa brilla non di luce propria, ma dello
splendore di Cristo»;(49) essa ne è il sacramento vivente.
«Certo, grande è la consapevolezza del nostro limite, ma
altrettanto potente è la certezza della sua presenza e del suo
costante intervento salvifico».(50) Questa è la professione di
fede che il Sinodo intende proclamare senza alcuna reticenza. Ma è
anche motivo fondamentale dell'esame di coscienza che il Sinodo vuole
propiziare nelle nostre Chiese.
La Chiesa «mistero» e «comunione»
33. La proclamazione della presenza di Gesù nella sua
Chiesa conduce a considerare la Chiesa stessa nelle sue dimensioni di «mistero»
e di «comunione».
Parlare del «mistero» della Chiesa significa affermare
la sua natura sacramentale, ossia sottolineare il suo radicamento nel
mistero di Cristo che la costituisce: è il dono di Dio, manifestato
in Gesù Cristo e comunicato attraverso lo Spirito, che la precede e
la fa vivere; è il mistero pasquale di Cristo, annunciato dalla
parola e reso attuale nei sacramenti, a costituire la fonte della sua
esistenza e della sua missione. In questo senso, «la Chiesa è
strumento di Cristo. Nelle sue mani essa è lo "strumento della
Redenzione di tutti" (Lumen gentium, 1), il "sacramento
universale della salvezza" (Ibid., 48), attraverso il quale
Cristo "svela e insieme realizza il mistero dell'amore di Dio verso
l'uomo" (Gaudium et spes, 45). Essa "è il
progetto visibile dell'amore di Dio per l'umanità" (Paolo VI,
Discorso del 22 giugno 1973), progetto che vuole "la
costituzione di tutto il genere umano nell'unico Popolo di Dio, la sua
riunione nell'unico Corpo di Cristo, la sua edificazione nell'unico tempio
dello Spirito Santo" (Ad gentes, 7; cfr. Lumen gentium,
17)».(51)
Parlare della Chiesa come «comunione», vuol dire,
anzitutto, affermare che la Chiesa non è soltanto radunata «attorno
a Cristo», ma è unificata «in lui», nel suo
Corpo.(52) «Cristo e la Chiesa formano, dunque, il "Cristo
totale" [...] La Chiesa è questo Corpo, di cui Cristo è
il Capo: essa vive di lui, in lui e per lui; egli vive con essa e in essa».(53)
Con questa certezza, possiamo e dobbiamo ripetere come un giorno ha
fatto santa Giovanna d'Arco di fronte ai suoi giudici «Gesù
Cristo e la Chiesa sono un tutt'uno, e non bisogna sollevare difficoltà».
Vuol dire, ancora e insieme, fare riferimento a quella «communio»
basata sulla comunione con Dio nello Spirito Santo mediante Gesù
Cristo, divenuta realtà nella comunione ecclesiale proiettata verso
la comunione di tutta l'umanità.
34. Di fronte a queste prospettive, seppure con accentuazioni
diverse tra l'Est e l'Ovest, la percezione che oggi in Europa si ha della
Chiesa come «mistero» appare assai variegata e
rispecchia la variopinta mappa del cristianesimo contemporaneo.
Anche se generalmente costituiscono un gruppo minoritario, quanti vivono
un orientamento esplicito alla comunità e in vari modi portano il
peso della vita ecclesiale in un'ottica di collaborazione e
corresponsabilità concepiscono la Chiesa come mistero, comunione e
missione, così come essa, a partire da alcuni elementi presenti nei
documenti del Concilio Vaticano II, è stata più
organicamente delineata nelle varie assemblee sinodali e nei diversi
interventi pontifici. Tra costoro sono da annoverare numerose comunità
di vita consacrata, l'area dei diversi operatori pastorali, gli
appartenenti a diverse associazioni e movimenti ecclesiali.
Un più vasto settore di persone, anche tra i cristiani, condivide
invece quella visione di Chiesa che caratterizza l'odierna opinione
pubblica ecclesiale e non, secondo la quale la Chiesa è
complessivamente vista come istituzione articolata gerarchicamente, che
con i suoi pronunciamenti, soprattutto in campo morale, si contrappone
alle aspirazioni di quanti rivendicano per sé e per gli altri ampi
spazi di libertà e non accettano di sentirsi dire dall'alto cosa
devono fare e come devono comportarsi. In molti casi, poi, la Chiesa è
percepita come una istituzione e organizzazione umanitaria, assistenziale
e culturale e, quindi, come una sorta di «offerta di servizi» di
vario genere che, come tali, possono anche essere ricercati e apprezzati.
Tra le cause che stanno alla base di tale mentalità, sembrerebbero
da annoverare: la presentazione che della Chiesa viene fatta dai mass
media; la pesante eredità della filosofia individualista degli
ultimi secoli; una scarsa sottolineatura del carattere misterico della
Chiesa nella predicazione e nell'insegnamento; una prassi ecclesiastica
sovente non ispirata dalla comunione e non sufficientemente basata sul
vicendevole rispetto e sul sincero ascolto delle posizioni altrui. In
particolare, tale diffusa mentalità sembra dipendere dalla
preoccupante perdita della visione della Chiesa come realtà
sacramentale con conseguenze negative in molti ambiti: la stessa
diminuzione delle ordinazioni sacerdotali in molti paesi europei è
dovuta a questa mutata visione ecclesiale che non percepisce più il
ministero sacerdotale come uno stato sacramentale di vita ma soltanto come
un ruolo, possibilmente sostituibile, della struttura
organizzativa ecclesiale. A tutto ciò è connessa una
diminuita consapevolezza della presenza di Gesù Cristo con il suo
Spirito nella vita della Chiesa. Di qui la necessità di sviluppare
maggiormente il concetto di Chiesa mistero, comunione e missione
nell'annuncio evangelico, nella catechesi e nel lavoro pastorale.
Non mancano, infine, minoranze di cattolici, nostalgiche del passato,
che possono diventare a vari livelli causa di dinamiche conflittuali nelle
comunità locali.
Se si guarda alla Chiesa come «comunione», tra i modi
concreti per esprimere e realizzare questa sua dimensione, vengono
normalmente annoverati: le celebrazioni liturgiche, la preghiera, la
lettura sacra, la vita sacramentale, i pellegrinaggi. Va pure ribadito, in
questo contesto, il ruolo crescente che vanno assumendo alcune comunità
spirituali e alcuni gruppi di vita cristiana, ferma restando l'importanza
della parrocchia quale genuino «spazio di comunione vissuta».
Parte terza
Gesù Cristo speranza per l'Europa
Per una Chiesa che annuncia, celebra e serve
il «Vangelo della speranza»
L'incontro con Gesù genera la missione
35. Con il riconoscimento di Cristo risorto e vivo, i due
discepoli potevano pensare che il loro viaggio fosse terminato a Emmaus e
che Gesù restasse con loro. Invece, proprio allora, quando «si
aprirono i loro occhi e lo riconobbero», il Risorto «sparì
dalla loro vista» (Lc 24, 31). Né la comprensione
consolante della Scrittura, né l'esperienza gioiosa dell'Eucaristia
erano il termine del loro viaggio. Esso aveva come meta Gerusalemme: la
città di Dio, il luogo della vera convivenza umana, la città
ideale, simbolo di ogni vicenda storico-civile e della città
definitiva, risplendente della gloria di Dio (cfr. Ap 21, 10). A
dire che il riconoscimento di Gesù come Risorto e vivente,
presente nella sua Chiesa, conduce necessariamente alla «missione»,
vissuta nella concretezza della storia fino al compimento definitivo che
si avrà con il ritorno del Signore.
Per questo, «i due partirono senza indugio e fecero ritorno a
Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con
loro» (Lc 24, 33). Si allude qui a una dimensione essenziale
della missione: essa non può che essere vissuta nella comunione non
solo attorno alla Parola e all'Eucaristia, ma anche attorno agli Apostoli
e ai loro successori. Possiamo, anzi dire che la missione è
esigenza intrinseca della comunione, della comunione con Gesù
dalla quale deriva la comunione dei cristiani tra di loro: «la
comunione e la missione sono profondamente congiunte tra loro, si
compenetrano e si implicano mutuamente, al punto che la comunione
rappresenta la sorgente e insieme il frutto della missione: la comunione è
missionaria e la missione è per la comunione».(54)
Giunti a Gerusalemme, i due sentirono risuonare l'annuncio «Davvero
il Signore è risorto ed è apparso a Simone» (Lc
24, 34) e, per parte loro, «riferirono ciò che era accaduto
lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane» (Lc
24, 35). Siamo rimandati così al contenuto fondamentale da
annunciare, celebrare e servire attraverso l'intera missione della Chiesa:
l'annuncio che Cristo risorto e vivo è l'unico Salvatore di tutti
gli uomini deve continuare a risuonare oggi e sempre, nelle singole
Chiese, tra le diverse Chiese e fino agli estremi confini del mondo. È
quanto il Sinodo intende sollecitare e verificare, nella convinzione che
quanto abbiamo gratuitamente ricevuto da Dio attraverso la tradizione
vivente dei nostri Padri, lungo tutta la storia dell'evangelizzazione nel
nostro Continente, e quanto abbiamo assimilato mediante l'ascolto della
Parola e la celebrazione dei Sacramenti, dobbiamo a nostra volta offrirlo
gratuitamente all'europeo di oggi e a tutti coloro ai quali il Signore ci
manda. La gioia che il Risorto ci fa provare spiegandoci le Scritture e
spezzando il pane per noi, spinge noi e tutte le nostre Chiese a «partire
da Emmaus» per ridare a molti altri quel senso pieno della vita che
ci è stato donato e di cui essi stessi hanno profonda nostalgia,
anche quando sono indifferenti o sembrano rifiutarlo.
36. Questa è la sfida che interpella le Chiese
d'Europa. Anche per esse, come per tutte le Chiese sparse del mondo,
risuonano responsabilizzanti le parole di Giovanni Paolo II: «Ispirandosi
alla pedagogia dell'Incarnazione, la Comunità cristiana è
chiamata a camminare con Cristo accanto all'uomo di oggi, sostenendolo
nella difficile ricerca della Verità e facendogli in qualche modo
percepire la presenza del Redentore laddove egli conduce la sua quotidiana
vicenda, segnata dall'incertezza per il domani, dall'ingiustizia, dal
disorientamento e qualche volta dalla disperazione. Confidando nella
presenza del Signore, attraverso l'ascolto, il dialogo, la celebrazione
della Parola e dei Sacramenti, i cristiani sapranno così condurre i
loro contemporanei dalla sfiducia alla testimonianza gioiosa del Cristo
risorto».(55)
Di fronte a queste prospettive concernenti la dimensione missionaria del
mistero della Chiesa sembra di dover riscontrare nelle nostre Chiese
una certa debolezza: la missione è spesso ridotta
all'ordinarietà della vita e della prassi ecclesiale, secondo una
pastorale di «conservazione»; si riscontra una certa fatica a «uscire
da sé» e a dare vita a una pastorale più propositiva e
innovativa (fatica questa che talvolta, almeno in alcune comunità
ecclesiali dei paesi ex-comunisti, sembra indotta anche da quel complesso
clima di paura, sospetto, dipendenza e mancanza di creatività
imposto per decenni dal regime allora dominante); la stessa «missione
ad gentes», pur essendo ancora stimata anche per la presenza
spesso eroica dei missionari originari delle proprie Chiese, conosce
qualche difficoltà per il calo delle vocazioni dovuto anche a una
sorta di chiusura delle Chiese nei loro bisogni.
Ma questo stato di cose, lungi dallo scoraggiare o dall'immobilizzare,
diventa stimolo ulteriore a diventare capaci di una missione che ridoni
speranza all'Europa di oggi.
Ridare speranza all'Europa
37. Il Sinodo intende proclamare che la speranza dell'Europa
è nella croce di Cristo, «simbolo dell'amore di Dio verso
gli uomini, un amore che riconcilia, che supera dolore e morte, e che è
promessa di fraternità per tutti gli uomini ed i popoli, divina
sorgente di forza, per l'inizio di un rinnovamento di tutta la Creazione»(56)
e che la speranza ha solide fondamenta quando cerchiamo di conformarci
alla volontà di Dio attraverso una personale disponibilità
alla fede.(57)
Nel fare ciò ci sostiene e ci guida la certezza che «Cristo
Signore è il cammino; egli guarisce le nostre ferite interne ed
esterne, ricostituisce in noi l'immagine divina che abbiamo offuscato con
il peccato»(58) e che le radici cristiane dell'Europa, se riscoperte
e rivitalizzate, possono infondere in tutti una speranza viva e un
dinamismo nuovo che portano a superare le difficoltà del momento
presente e ad assicurare un avvenire di crescente progresso spirituale e
umano.(59)
Nutrire queste convinzioni per offrire nuova speranza all'Europa è
urgente oggi, alle soglie del nuovo millennio. Infatti, «la Porta
Santa dell'Anno Duemila si aprirà su una società che ha
bisogno di essere illuminata dalla luce di Cristo. La «vecchia Europa»
ha ricevuto il dono del Vangelo, ma invoca ora un rinnovato annuncio
cristiano, che aiuti le persone e le Nazioni a coniugare libertà e
verità ed assicuri fondamenti spirituali ed etici all'unificazione
economica e politica del continente».(60)
Non c'è dubbio, per altro, che il rinnovamento anche sociale
dell'Europa può saldamente fondarsi solo su Cristo risorto e che le
Chiese con i loro Pastori potranno contribuire a tale rinnovamento
stringendosi a Cristo, ponendo in lui, presente e vivente tra noi fino
alla fine dei tempi, la loro fiducia e fondando solo su di lui i loro
progetti e la loro azione pastorale.(61) Né può venir meno
la fiducia, nonostante tutti i problemi e le difficoltà, perché
come ha ripetuto il Papa con insistenza, nonostante le voci dei
profeti del pessimismo «in prossimità del terzo
millennio della Redenzione, Dio sta preparando una grande primavera
cristiana, di cui già si intravede l'inizio (Redemptoris missio,
86)».(62)
38. Se guardiamo, da questo punto di vista, alla realtà
delle nostre Chiese e ascoltiamo la lettura che esse fanno di sé
stesse, diffusa è la convinzione che Gesù Cristo,
vivente nella sua Chiesa, continua ad essere sorgente di speranza per
l'Europa. Ma, nello stesso tempo, viene messo in rilievo che ciò
avviene non certo automaticamente, ma nella misura in cui le
Chiese di oggi, con tutte le loro molteplici articolazioni, si sforzano
concretamente di rivivere e riattualizzare la prassi evangelizzatrice
attuata da Gesù di Nazaret nella sua esistenza storica: la sua
umanità e umiltà, il suo rapporto filiale col Padre della
vita, il suo sentirsi consacrato dallo Spirito e inviato al mondo; la sua
compassione fattiva per la povera gente, i suoi tanti gesti tesi a
liberare da tante forme di oppressione, a ridare salute, vita e gioia; il
suo amore per la verità, la sua testimonianza del regno di
giustizia e di pace fino al sacrificio totale di sé.
Di qui, una larga convergenza nel sottolineare la necessità di
ridare un senso alla vita per l'europeo di oggi e di creare alcune
condizioni perché la Chiesa possa dare vita a questa presentazione
di Gesù come speranza per l'Europa: il riconoscere nella fedeltà
del Signore e nella sua risurrezione la fonte e il sostegno della propria
speranza; la necessità di mostrare in maniera intelligibile ma
anche stimolante la persona di Cristo e i valori cristiani; aprire le
persone e le culture al soprannaturale; offrire l'esperienza della potenza
risanatrice della misericordia divina; predicare la fede con le parole e
con la vita e con un linguaggio intelligibile dalla gente di oggi e, in
particolare, dai giovani; offrire, soprattutto in alcuni contesti, la
testimonianza di una comunione nella diversità, anche a livello
sociale.
In particolare, l'apporto della Chiesa alla crescita della speranza in
Europa può essere così tratteggiato: la spiritualità
può rappresentare una risposta alla vacuità e alla
frustrazione della civiltà dei consumi; lo spirito comunitario può
spezzare le barriere delle prevenzioni, i nazionalismi, l'atomizzazione
della società; la testimonianza missionaria è espressione di
sollecitudine per il bene di ogni individuo affinché scopra il
senso della sua vita.
A livello fondativo, si tratta di credere e di annunciare, soprattutto
in tempi di pluralismo come i nostri, che la Trinità è la
fonte e la sorgente della vita di tutto l'uomo e per tutti gli uomini e
che nella rivelazione della Trinità trova la sua radice la dignità
di ogni uomo e donna quali figli del Padre, chiamati alla condivisione e a
costruire con lo Spirito una comunità di amore.
Si tratta pure di essere una Chiesa che, nella fedeltà alle note
teologiche del Credo unità, santità, cattolicità,
apostolicità sia capace di offrire e di testimoniare: fede
autentica; carità fraterna; una vita vissuta secondo le beatitudini
di cui Gesù è il modello; una vita di umanità e umiltà;
il perdono in una comunità di fratelli; la prontezza a collaborare
e a lavorare con gli uomini di buona volontà per il bene di tutti e
in particolare dei bisognosi.
In una Chiesa siffatta, i credenti uniti al Padre e consacrati
nello Spirito nella verità sapranno comunicare speranza,
rivivendo la vita di Gesù, camminando con lui come pellegrini alla
casa del Padre, essendo trasparenza della sua umanità e umiltà,
comunicando compassione e perdono oltre che liberazione e gioia,
costruendo la giustizia e la pace, vivendo a livello personale e liturgico
una vita di preghiera quale incontro personale con il Signore.
39. C'è, però, chi rileva che la relazione tra
Gesù Cristo, la Chiesa e la speranza non è così
evidente nel tessuto concreto di tante comunità. Si riconosce
pure l'esistenza nelle diverse Chiese di atteggiamenti e comportamenti,
variamente rilevabili, che offuscano la speranza. Tra questi
vengono richiamati: la tentazione del potere temporale e di appoggiarsi
sulla forza delle finanze e di una organizzazione ben funzionante; una
forma, seppure latente, di nuovo clericalismo; il fascino subdolo di
servirsi di maniere forti nelle proposte, col pericolo di manipolare le
coscienze e di evitare un lavoro previo di evangelizzazione; il rischio di
cedere a forme raffinate di paternalismo nella realizzazione di tanti
servizi caritativi, assistenziali.
Ne seguono: il bisogno di fare un esame di coscienza; la necessità
di dare spazio a un rinnovato impegno di «conversione» al fine
di eliminare o, per lo meno, di ridurre il divario più o meno largo
esistente tra Vangelo proclamato a parole e Vangelo vissuto nei fatti;
l'urgenza di dare spazio a rapporti di solidarietà vera nelle
singole Chiese, tra ricchi e poveri, ma anche con le Chiese al di fuori
dell'Europa, in una reale apertura al mondo.
C'è anche chi sottolinea la necessità, per comunicare
speranza, di: promuovere la formazione cristiana dei professionisti, dei
politici e dei diversi funzionari pubblici; creare, attraverso i mass
media, un'opinione pubblica animata dai valori cristiani; formare al senso
dell'Europa e della mondialità come esigenza della fede.
Soprattutto, però, ci sono alcune condizioni preliminari
perché le nostre Chiese possano essere apportatrici di speranza per
l'Europa di oggi. Sono condizioni che attengono al volto della Chiesa
stessa e al suo modo di essere e di vivere. Su di esse, il Sinodo
intende attirare l'attenzione e sollecitare l'esame di coscienza.
Una Chiesa che riconosce e accoglie la presenza e l'azione di Cristo e
del suo Spirito
40. La speranza si affievolisce o scompare quando si
affievolisce o scompare la certezza che nelle vicende della vita
personale, familiare, sociale ed ecclesiale continua a essere presente il
Signore con il suo Spirito e si fa strada la convinzione che tutto sia
lasciato al caso e sia in qualche modo votato al non senso.
Se questa, come parrebbe, è una delle dimensioni fondamentali
della crisi nodale della nostra epoca, compito imprescindibile della
Chiesa è quello di credere e testimoniare che, anche oggi, Gesù
Cristo continua ad essere presente nella storia con il dono del suo
Spirito. Si tratta, allora, di nutrire la convinzione che lo Spirito
di Cristo c'è e sta operando, arriva prima di noi, lavora più
di noi e meglio di noi: egli, nell'invisibilità e spesso nella
piccolezza e nella debolezza, sta realmente giocando la sua partita
vittoriosa. È lui che prolunga nel tempo e nello spazio la missione
di Cristo Signore e costituisce la Chiesa come flusso di vita nuova, che
scorre entro la storia degli uomini quale segno di speranza per tutti.
Nella sua vita e nella sua missione, la Chiesa è quindi chiamata
a muoversi credendo e testimoniando che lo Spirito è capace di
superare le divisioni e le frammentazioni, sa dare pace ai cuori e
saldarli nella gioia della comunione con il Padre e con il Figlio in lui,
è l'anima dell'unità della Chiesa e rende la comunità
cristiana stessa segno, strumento e profezia dell'unità del mondo.
Si tratta di credere e, conseguentemente, di riconoscere che, nello
Spirito Santo, Gesù prende possesso oggi dei cuori che si aprono a
lui sia nell'ascolto della Parola e nella partecipazione ai sacramenti,
sia più in generale nell'accettazione del mistero della vita e
della morte e nell'esperienza della carità, della solidarietà
e della giustizia. Si tratta di essere una Chiesa che crede e testimonia
con il suo stile che lo Spirito Santo è il Signore che dà la
vita perché rende presente qui e ora il Vivente, al di là di
tutte le barriere sociali, razziali, culturali e religiose e che questo
stesso Spirito è all'opera nel cuore di ogni uomo, nel cuore delle
città e della storia dell'Europa e del mondo, per suscitare in
esse, oggi come ieri, persone e gruppi che siano come Gesù, che
come lui pensino, agiscano, soffrano da veri figli di Dio e come lui
donino la vita per i fratelli. Segno di questo modo di essere e di vivere
sono, tra l'altro, la capacità di discernimento realistico sulle
condizioni positive e negative della fede nella nostra epoca, senza
indulgere né a vuoti ottimismi né a sterili pessimismi, e di
intravedere e favorire quella rete di relazioni di amore che lo Spirito
stesso sta formando anche oggi in Europa e che sono riflesso di quella
rete di relazioni di amore che è la Trinità santa.
Se così non fosse, anche le nostre comunità ecclesiali
cadrebbero in una delle tentazioni più sottili e perfide che
consiste, appunto, nel dimenticare la presenza dello Spirito. E questo
condurrebbe inevitabilmente alla stanchezza, alla delusione,
all'insignificanza e alla mera ripetitività pastorale. Sarebbe il
segno del venire meno della fiducia, tipica di chi pensa che Dio ci abbia
abbandonati in un mondo cattivo, contro il quale lottare ad armi impari,
perché l'indifferenza, l'egoismo e la dimenticanza di Dio hanno a
poco a poco e inesorabilmente il sopravvento. La Chiesa, in tal modo,
invece che essere apportatrice di speranza, contribuirebbe ad accrescere
quel senso di tristezza che pare già attraversare l'Europa.
Tra i segni e i doni della presenza e dell'azione dello Spirito nel
nostro tempo, che sono al tempo stesso degli importanti indicatori per il
nostro cammino, vanno annoverati, il Concilio Vaticano II, il Catechismo
della Chiesa Cattolica, la celebrazione e le indicazioni del Sinodo per
l'Europa del 1991.(63) Oggi è necessario avere costantemente
davanti agli occhi questi tre grandi doni-indicatori di strada, che lo
Spirito Santo ha posto sulla via della Chiesa, e interrogarci sia su
quanto abbiamo fatto tesoro di questi doni e ci siamo lasciati guidare da
questi indicatori lungo gli anni trascorsi, sia sulle prospettive che gli
stessi doni-indicatori possono dischiudere per il futuro.
Una Chiesa trasparenza di Cristo e modellata sul suo volto
41. Se, come si è richiamato, la Chiesa è tutta
relativa a Cristo, è frutto del suo amore di donazione piena (cf
Ef 5, 25) ed è anzi questo stesso amore presente e operante
nella storia, è necessario che la sua pastorale non si basi e non
ponga la sua fiducia sulle forze umane, ma sulla grazia di Dio, sul suo
amore provvidente e onnipotente, sulle forze che sono donate da Cristo e
dal suo Spirito. La radice viva e vivificante dell'agire della Chiesa
deve, quindi, risiedere nella sua comunione con Cristo, nell'amore
crescente a lui, nella intimità di vita con lui.
Per essere specchio limpido di Cristo, la Chiesa deve contemplare
Cristo suo sposo con amore instancabile. La preghiera rivolta a lui,
l'ascolto della sua parola, la meditazione dei suoi gesti, l'assimilazione
al suo mistero, la partecipazione della sua grazia sono gli elementi
essenziali e le condizioni ineliminabili per essere reale trasparenza di
Cristo, fonte di fiducia e di speranza.
Primo compito essenziale è, coerentemente, quello di verificare
il volto delle nostre Chiese per renderlo sempre più conforme al
volto di Cristo. Se, infatti, la Chiesa dipende totalmente dalla
Parola del Signore, da cui è generata, parlando di lei dobbiamo
avere la coscienza che parliamo di Gesù e descrivendo il suo volto
dobbiamo fare riferimento a quello di Gesù, per far sì che
la contemplazione del suo volto possa tradursi in azioni, strutture e
regole nella gioia e nella pace dello Spirito Santo.
Se vogliono essere capaci di testimoniare e diffondere la speranza, le
nostre Chiese devono voler essere il Corpo di Cristo crocifisso nella
storia, la ripresentazione del Suo volto nel tempo, confidando nella
grazia dello Spirito e nella misericordia di Colui che perdona le mancanze
con cui sfiguriamo quotidianamente questo volto dolcissimo e santo. Oggi,
in particolare, si tratta di capire, contemplando il volto dell'uomo dei
dolori, davanti a cui ci si copre la faccia, che il nostro volto non potrà
essere diverso dal Suo; che la nostra debolezza sarà forza e
vittoria se sarà la ripresentazione del mistero della debolezza,
dell'umiltà e della mitezza del nostro Dio. È questa mistica
ecclesiale della «imitatio Christi» quella che ha
ispirato il Concilio e che ritorna all'inizio e in altri passi della
costituzione sulla Chiesa: «la luce di Lui, splendente sul volto
della Chiesa, deve illuminare tutti gli uomini»;(64) la Chiesa «dalla
virtù del Signore risuscitato trova forza per vincere con pazienza
e amore le sue interne ed esterne afflizioni e difficoltà e per
svelare al mondo, anche se non perfettamente, il mistero di Lui».(65)
A questo, il Sinodo deve richiamare e spronare e su questo deve
sollecitare un coraggioso e salutare esame di coscienza.
42. Nella medesima direzione, ci si deve chiedere se nell'azione
pastorale, al di là di una programmazione e di un'organizzazione
pure necessarie, non si corra il rischio di misurarne il successo a
partire dal numero delle iniziative intraprese e delle persone che vi
danno risposta, o dai mezzi e dalle forze che si hanno a disposizione.
Contro ogni tentazione di cadere nell'attivismo, per potere contribuire a
rinnovare la speranza, occorre salvare ad ogni costo, nella pastorale,
il primato dello spirituale, innanzitutto mediante un incessante
ricorso alla preghiera, certi che quest'ultima «significa sempre una
specie di "confessione", di riconoscimento della presenza di Dio
nella storia e della sua opera a favore degli uomini e dei popoli» e
che, «al tempo stesso la preghiera promuove una più stretta
unione con Lui e un reciproco avvicinamento tra gli uomini».(66) Con
la convinzione, per altro, che non ci può essere vero rinnovamento
anche sociale che non parta dalla contemplazione: «l'incontro con Dio
nella preghiera immette nelle pieghe della storia una forza misteriosa che
tocca i cuori, li induce alla conversione e al rinnovamento e proprio in
questo diventa anche una potente forza storica di trasformazione delle
strutture sociali».(67)
In questa prospettiva, il Sinodo dovrà vedere se le Chiese in
Europa, prima di essere Chiese che «fanno» qualcosa, sono Chiese
che lodano Dio, ne riconoscono il primato assoluto, stanno davanti a lui
in silenziosa adorazione.
Per una verifica dell'esigenza e della domanda di spiritualità
43. In ordine a queste radicali condizioni che possono
permettere alle Chiese europee di essere apportatrici di gioiosa speranza,
viene notato da più parti che, pur nel complessivo processo di
secolarizzazione che caratterizza il continente europeo, non mancano,
soprattutto tra i giovani, segnali che dicono il bisogno e la ricerca
di spiritualità, a volte generica e in qualche modo «selvaggia»,
che chiede di essere interpretata e guidata, richiamando e aiutando a
vivere le dimensioni fondamentali di un'autentica spiritualità
cristiana come conversione personale, esperienza di Chiesa, sequela del
Signore e servizio ai fratelli. L'ideale dell'autorealizzazione di sé,
accompagnato da un clima di individualismo, soggettivismo, pragmatismo ed
edonismo, se per un verso continua a provocare una sorta di
destrutturazione del mondo simbolico religioso e ad aggravare la crisi del
linguaggio religioso tradizionale, per un altro verso stimola la ricerca
di esperienze religiose di vario tipo che vorrebbero rispondere a domande
di accoglienza, di calore nei rapporti interpersonali, di gratificazione
personale, di sostegno, di sicurezza. In questa linea, e nell'ottica di
una ricerca della propria identità per non soccombere nell'attuale
atomizzazione della società, vanno visti il successo di nuove forme
di espressività religiosa e l'emergere di nuovi movimenti religiosi
extra-ecclesiali, di credenze parallele, di «sette», di nuove
forme di integrismo, della corsa verso le religioni orientali, della «New
Age» e, addirittura, del ricorso a varie forme di satanismo.
In sintesi, sembra di poter dire che la mappa del comportamento
religioso degli europei e, in particolare, delle giovani generazioni
presenta lineamenti caratterizzati, da un lato, da stemperamento del
modello tradizionale di religiosità e depotenziamento di varie
credenze religiose e, dall'altro, da un generale aumento del bisogno di
riferimenti religiosi, di sicurezza e di spiritualità, che sovente
però restano assai globali, vaghi e generici, senza ricadute
immediate sui comportamenti etici e sulle scelte personali.
Più positivamente, in numerose comunità dell'Est come
dell'Ovest, è in atto il passaggio da una religiosità
sacrale e di tradizione a una religione di convinzione e di coinvolgimento
personale. Frutto di libera scelta e di convinta appartenenza
ecclesiale che si traducono in comportamenti virtuosi, in spiritualità
autentica e in operoso impegno apostolico, tale traguardo, in molti paesi,
appare condiviso solo da minoranze, più o meno consistenti, di
cristiani e cristiane, tra le quali vanno annoverati le comunità di
vita consacrata e le aggregazioni laicali ad esse collegate, gli
appartenenti a gruppi e movimenti ecclesiali e anche singoli e famiglie
delle diverse parrocchie.
44. Non mancano, tuttavia, neppure segnali preoccupanti che
attraversano le comunità cristiane, come: l'affievolirsi o il
venir meno della preghiera personale e in famiglia; un certo abbandono del
sacramento della riconciliazione; la ricerca di eventi straordinari e
miracolistici; la fuga verso esperienze religiose esoteriche e verso le
sette.
Ne segue l'urgenza e la necessità di un approfondito
discernimento, che aiuti a vigilare di fronte al rischio di una
spiritualità selettiva sincretistica che sceglie tra le varie «offerte
di senso alla vita» quegli elementi adatti alla persona, ma che non è
pronta e capace di impegnarsi in una fede concretamente vissuta. In
particolare, va messo in rilievo che, in una autentica spiritualità
ecclesiale, i diversi elementi e le diverse strade, lungi dal trasformarsi
in forme dannose di polarizzazione, devono integrarsi e completarsi a
vicenda e che è necessario collegare tra loro dimensione personale
e dimensione comunitaria, così da non ridurre mai la spiritualità
a una generica sorta di «religiosità privata».
Per quanto concerne, infine, i mezzi per favorire e educare una
corretta spiritualità cristiana, spesso si va dalla creazione
di piccole comunità ferventi carismatiche e non, alla promozione e
animazione spirituale di piccoli gruppi; dall'apertura di centri di
spiritualità e dal costante aggiornamento di quelli esistenti, alla
promozione di pellegrinaggi a santuari e a luoghi (specialmente comunità
monastiche e religiose) dove vengono vissute esperienze significative di
preghiera, di contemplazione, di silenzio, di deserto; dalla
programmazione di tempi di ritiro spirituale offerti a coppie e a giovani,
a nuovi tipi di catecumenato per adulti cristiani; dall'offerta di
un'aggiornata letteratura che presenta e approfondisce argomenti di
spiritualità, a proposte di una più viva animazione
spirituale e di una più ricca vita di preghiera nelle comunità
parrocchiali, soprattutto ponendo al centro la Parola di Dio e la sua
meditazione, in particolare attraverso il metodo della «lectio
divina». Senza tralasciare, anche per la rilevanza che essa
riveste un po' in tutto il continente, una pratica cristianamente corretta
del culto mariano e della stessa pietà popolare.
Una Chiesa vero luogo di comunione
45. Perché la Chiesa possa presentarsi davvero come
corpo vivo di Cristo, segno credibile della presenza del Padre mediante
Cristo Salvatore nella potenza dello Spirito, flusso apportatore di vita
nuova dentro la storia degli uomini, è necessario che i
discepoli di Cristo diventino una cosa sola nell'amore. Solo così
essi sono riflesso splendente della Trinità: «Come tu, Padre,
sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché
il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17, 21). Se,
infatti, l'Eucaristia è la presenza più grande del Signore
risorto, l'amore reciproco vissuto con radicalità evangelica è
la presenza più trasparente, che più interpella e induce a
credere.
Ci si deve, quindi, interrogare su quale immagine di comunità
cristiana occorre offrire per annunciare, celebrare e servire il «Vangelo
della speranza».
La risposta non può che essere cercata in un modello di comunità
fraterna e missionaria, da edificare con maggiore decisione e coerenza
in ogni singola Chiesa.
Un clima di rapporti amichevoli, di comunicazione, di servizio, di
corresponsabilità e partecipazione, di coscienza missionaria
diffusa, di attenzione alle varie forme di povertà. Una cultura
della reciprocità come emerge continuamente negli scritti di san
Paolo: stimarsi, accogliersi, edificarsi, servirsi, sostenersi,
correggersi, confrontarsi vicendevolmente (Cfr. ad esempio: Rm 12,
10; 15, 7.14; Gal 5, 13; 6,2; Col 3, 13; 1 Ts 5,
11). Una valorizzazione della varietà dei carismi, delle vocazioni
e delle responsabilità, in modo da convergere verso l'unità
e arricchirla (cfr. 1 Cor 12). Una cordiale collaborazione tra le
diverse aggregazioni di fedeli. Una molteplicità di operatori
pastorali qualificati sul piano spirituale, teologico e pastorale che, in
comunione affettiva ed effettiva con il Vescovo e con i presbiteri, siano
responsabili di specifici servizi ecclesiali. Un rilancio degli organismi
di partecipazione, percepiti come segni e strumenti efficaci per la
crescita della comunione e la promozione di una concorde azione
missionaria. Una pastorale ecclesiale unitaria e differenziata. Una
pastorale educativa e missionaria sul territorio, aperta alla missione
universale «ad gentes». Sono queste le linee essenziali
che concorrono a tratteggiare il volto di una comunità ecclesiale
viva, capace di generare e di educare alla fede oggi.
Per una verifica della comunione nella Chiesa
46. In generale, si deve riconoscere che, pur avendo fatto
notevoli passi in avanti nell'elaborare una teologia della «koinonia»,
continua a sussistere una prassi non adeguatamente comunicativa nella
Chiesa. Di qui l'esigenza di approfondire, attraverso un
vicendevole e franco dialogo, le conseguenze della teologia della
comunione nel rapporto tra la Chiesa che presiede alla comunione
universale e le Chiese particolari, nelle stesse Chiese particolari, nel
vissuto quotidiano delle Chiese locali e, in particolare, nelle dinamiche
decisionali ecclesiali.
Tra i segni più concreti ed evidenti nei quali si
manifesta la comunione nelle Chiese d'Europa, vengono normalmente
ricordati: la vita associativa nei gruppi e nei movimenti; il diffondersi
del fenomeno del volontariato; le innumerevoli iniziative di solidarietà
verso i più bisognosi sia del proprio paese che dei paesi più
poveri specialmente dell'emisfero sud e dell'oriente.
Non manca chi, tra i fattori di comunione e di unità dentro la
comunità cristiana, sottolinea: la imprescindibilità della
comunità parrocchiale quale luogo fondamentale di comunione; la
comunione nel presbiterio e tra le diverse comunità anche mediante
nuove forme di articolazione delle medesime (come le cosiddette unità
pastorali); la cooperazione tra le Chiese nella missione «ad
gentes», sia in ordine all'annuncio evangelico, sia mediante
forme di concreta solidarietà con le Chiese più povere,
attuate con vari strumenti, tra i quali vanno ricordati i «gemellaggi»
tra le comunità.
47. In particolare, viene sottolineato come, per una corretta
visione ed esperienza di Chiesa come realtà di comunione, sia
centrale il ruolo della parrocchia, come realtà nella
quale, pur con tutte le sue fragilità, si può vivere in modo
tangibile e senza esclusioni il valore della comunione e della
corresponsabilità. Si tratta, però, di una parrocchia da
interpretare e da vivere come luogo privilegiato della pastorale ordinaria
(nel quale la fede può diventare accessibile a tutti entro le
condizioni della vita quotidiana), della corresponsabilità
pastorale e della dinamica missionaria. La parrocchia, infatti, resta il
luogo «in cui fedeli dalle diverse sensibilità comunicano
nella stessa liturgia, in cui i movimenti specializzati si incontrano, in
cui le attività di catechesi, di formazione, di preparazione ai
sacramenti, di apostolato o di reciproco aiuto si coordinano senza
divisioni».(68) C'è chi, sottolinea, a tale riguardo,
l'importanza di realizzare un corretto rapporto di coordinamento e di
buona integrazione tra la comunità parrocchiale e i diversi
movimenti ecclesiali: a queste condizioni, infatti, questi ultimi possono
apportare un prezioso impulso alla missione, contribuire a far maturare la
vita spirituale, a formare i giovani, a condividere la preoccupazione
apostolica nei diversi ambiti della vita, a rendere efficaci e costanti
l'accoglienza e il servizio ai più bisognosi. (69)
C'è pure chi notando come i rapporti esistenti entro le
concrete comunità cristiane sono tuttora contrassegnati, dove più
dove meno, da atteggiamenti e comportamenti che vanno dall'accettazione
sincera o dalla semplice tolleranza, alla mutua presa di distanza, alla
contrapposizione polemica e perfino al rifiuto mette in risalto la
valenza comunionale di tutte quelle iniziative che, a livello parrocchiale
o interparrocchiale, mirano a proporre itinerari attenti alle condizioni
di vita e alle situazioni reali dei vari interlocutori.
48. Non mancano neppure sollecitazioni ad affrontare la
questione della donna nella società e nella Chiesa, sia
sottolineando che nelle varie comunità ecclesiali si sono fatti
passi avanti più rilevanti e coraggiosi in alcune, meno
avanzati e più timorosi in altre per eliminare visioni
unilaterali di non pieno riconoscimento dell'uguale dignità e dei
pari diritti e doveri degli uomini e delle donne nei vari settori della
vita familiare e sociale, e dello specifico apporto delle cristiane nella
vita e nell'azione evangelizzatrice della Chiesa, sia riconoscendo con
franchezza che, specialmente in alcune Chiese, c'è ancora molta
strada da fare al riguardo.
Un altro ambito nel quale si fa notare la credibilità
della Chiesa come promotrice di comunione è messa a dura prova è
il suo atteggiamento e comportamento verso le persone che si
trovano in situazione matrimoniale irregolare. Qui la sfida
consiste sostanzialmente nel proclamare i valori morali in fedeltà
al vangelo e nell'essere, nello stesso tempo, una casa capace di
accogliere e sostenere.
C'è, infine, chi sottolinea l'urgenza e l'importanza della
comunione tra Chiese europee ed extraeuropee, da realizzare mediante
contatti che devono diventare un autentico reciproco «scambio di doni».
49. Particolare rilievo è dato al tema del rapporto e
della collaborazione tra presbiteri e laici. A tale riguardo, ci
si trova di fronte a situazioni diversificate e, a volte, di segno
contrario, anche se abbastanza unanime sembra l'auspicio che si abbia a
realizzare una buona cooperazione. Essa si nota non deve
solo far fronte alla situazione di emergenza dovuta alla mancanza di
sacerdoti, ma deve fondarsi sempre di più sulla convinzione che il
ministero ordinato e il sacerdozio comune, quantunque differiscano
essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l'uno
all'altro, completandosi a vicenda.(70)
Tra quanti vivono una convinta e fattiva partecipazione nella vita della
comunità ecclesiale, grazie anche all'esistenza dei vari consigli e
organismi di partecipazione a livello parrocchiale e sovraparrocchiale, si
assiste a un positivo sviluppo della collaborazione, e spesso della
corresponsabilità, sul piano di una riconosciuta parità, pur
nel rispetto dei ruoli e delle competenze di ciascuno. Ciò, oltre
che nella vita parrocchiale, appare anche nell'ambito dei nuovi movimenti
e nelle comunità di vita consacrata.
Continuano, tuttavia, a sussistere numerose situazioni nelle quali i
preti mantengono una mentalità piuttosto dominatrice e autoritaria,
che non consente adeguatamente né il rispetto della maturità
dei fedeli laici e della loro condizione di persone adulte e responsabili
in tanti settori del vivere familiare e sociale, né di valorizzare
il prezioso contributo che essi possono offrire alla comunità
ecclesiale. Anche se tale situazione sta progressivamente cambiando,
spesso una effettiva collaborazione nella comune missione resta distante
dalla realtà.
Non mancano neppure Chiese nelle quali la collaborazione sacerdoti-laici
non viene avvertiva come una priorità da perseguire.
Con riferimento all'Europa centrale e orientale, poi, si nota, per un
verso, come il permanere di qualche fatica a vivere una collaborazione
precisa e formalizzata tra sacerdoti e laici sia, a volte, dovuta anche al
fatto che, durante i regimi comunisti, l'assunzione di responsabilità
e di iniziativa, oltre a non essere né educata né favorita,
era spesso vietata e repressa. Per altro verso, però, non si può
tacere il fatto che, proprio durante gli anni della dittatura, da parte di
non pochi laici, si è vissuta una reale, anche se nascosta ed
esteriormente mortificata, corresponsabilità ecclesiale, giunta
spesso a forme di eroica testimonianza di fede e di amore alla Chiesa,
presupposti essenziali e preziosi per la realizzazione di modalità
anche più puntuali e strutturali di collaborazione con i
presbiteri.
In ogni caso e nelle più diverse situazioni laicali, ciò
che è necessario è un profondo cambiamento di mentalità,
che va realizzato e che richiede tempo, pazienza e formazione da parte di
tutti gli interessati.
50. Un altro ambito particolare di comunione che interpella le
Chiese è quello che riguarda l'attenzione e la sollecitudine
per coloro che vivono ai margini della comunità cristiana e, in
particolare, per i «lontani», senza dare a quest'ultima
terminologia alcun tipo di valutazione morale.
Generalmente si sottolinea che tra i modi con cui si esprime anche a
tale riguardo il volto comunionale della Chiesa vanno ricordate anzitutto
quelle forme di rapporto che si riesce a realizzare in alcune occasioni
particolari e di tipo spesso episodico, quali: la preparazione e la
celebrazione dei sacramenti per i figli, il momento della celebrazione di
un matrimonio o di un funerale; momenti di crisi esistenziale; certe feste
liturgiche o popolari; occasioni di turismo religioso o di pellegrinaggio;
l'annuale benedizione delle famiglie; le missioni popolari.
Non mancano neppure iniziative specifiche promosse da alcune Chiese
come: cattedre di incontro di sostenitori di diversi umanesimi con
testimoni qualificati in ambito cattolico; confronti culturali tramite
servizi radiofonici e televisivi; inserimento del pensiero cattolico nella
stampa di ispirazione «laica» e ospitalità del pensiero
di autori laici nella stampa cattolica; luoghi di ascolto e di confronto a
vari livelli.
Molto apprezzate sono anche le possibilità aperte da azioni
pastorali di categoria, per esempio nella cura pastorale dei militari. Si
mette pure in rilievo il ruolo che può essere svolto sia dalle
scuole cattoliche, sovente ricercate anche da chi non è
particolarmente vicino alla Chiesa sia dall'insegnamento della religione
nello scuole dello Stato. Un altro spazio prezioso è offerto dal
patrimonio artistico e culturale, che può diventare punto di
incontro per quanti si sono «allontanati dalla Chiesa».
Né va sottovalutata, anche se è difficilmente rilevabile,
la fitta rete di rapporti capillari che si creano in famiglia,
nell'ambiente di lavoro, nei rapporti sociali, nel tempo libero, tra
cristiani e cristiane cosiddetti praticanti e attivi o comunque sensibili
alla religione e credenti che sono annoverati in quest'area di
cristianesimo caratterizzato da un'appartenenza parziale e altalenante
alla Chiesa: spazi vitali, tutti questi, nei quali viene comunicato in
maniera spontanea e incisiva più un vangelo «vissuto» che
un vangelo «proclamato».
Annunciare il «Vangelo della speranza»
Martyria
Un «supplemento d'anima» per l'Europa
51. In un'epoca, come la nostra, che sta attraversando una
grande svolta storica, mentre si va trasformando il volto dell'Europa e
del mondo, emerge, rinnovato e urgente, il bisogno di evangelizzare: «Oggi
la Chiesa si sente sollecitata dal Maestro ad intensificare "ad
intra" e "ad extra" lo sforzo
dell'evangelizzazione. Si sente costantemente una Chiesa missionaria, una
Chiesa inviata, per spargere il seme della parola di Dio nel terreno del
mondo contemporaneo».(71)
Se questa è la sfida che attende la Chiesa di oggi, non può
essere certamente sufficiente un appello nostalgico o romantico alla pur
grandissima eredità europea, alle sue radici e alla
sua anima cristiana.
A questo proposito, tra l'altro, risulta che pochi ritengono che si
possa affermare che l'Europa ha un'anima cristiana. Tale affermazione,
infatti, non può non suscitare seri interrogativi se si tiene conto
della storia europea di questo secolo con i drammi, i conflitti, le
oppressioni dell'uomo e le ideologie che l'hanno accompagnato e se si
guarda ai diversi fenomeni culturali, per una parte negativi e per altra
oltremodo problematici, che caratterizzano l'attuale contesto europeo.
Forse sembrerebbe più accettabile dire che possono essere tuttora
rintracciate delle profonde radici cristiane nella storia e nelle vicende
dell'Europa e, soprattutto, che tali radici non sono irrimediabilmente
intaccate dal processo di secolarizzazione e che sussiste un considerevole
bisogno del sacro e un promettente ritorno a riferimenti di tipo
religioso. Né si può dimenticare che l'Europa di oggi, e
ancor più quella futura, appare come realtà profondamente
multiculturale e multireligiosa, nella quale cresce la presenza dell'Islam
oltre a una diffusa indifferenza religiosa.
Non si tratta, quindi, come, per altro, già risultava
dalla prima Assemblea speciale per l'Europa del Sinodo dei Vescovi
di postulare una coincidenza tra Europa e cristianesimo, mai esistita ed
ora meno che meno proponibile. Non c'è dubbio, infatti, che
l'Europa e la cultura europea siano cresciute da molte radici. E,
tuttavia, nessuno può dubitare che la fede cristiana appartenga, in
modo radicale e determinante, ai fondamenti dell'identità europea.
Si può affermare, cioè, che il cristianesimo ha dato forma
all'Europa, imprimendovi alcuni valori fondamentali, quali: la fede in un
Dio trascendente, entrato per amore nella vita degli uomini; il concetto
nuovo e centrale della persona umana e della sua dignità, tanto da
poter dire che la centralità etica della persona umana costituisce
il referente primario e il principio di individuazione dell'identità
europea; la fraternità tra gli uomini, quale principio di
convivenza solidale nella diversità degli uomini e dei popoli.(72)
Si tratta, piuttosto, riconoscendo e rivitalizzando questa preziosa
eredità, di dare anche oggi un «supplemento
d'anima» all'Europa che sta nascendo. È questa, per altro,
una richiesta che va emergendo anche tra le persone più attente e
responsabili del Continente.
Per fare questo, la Chiesa non ha altra forza e altra strada che quella
del Vangelo. Ne viene, ancora una volta, l'urgenza e l'importanza di
sviluppare quella «nuova evangelizzazione» di cui parla,
instancabilmente e con particolare riferimento all'Europa, Giovanni Paolo
II. Essa non parte certo da zero e, tuttavia, deve essere avvertita come
compito primario, deve occuparsi di nuovo del fondamento, cioè di
Gesù Cristo e del Dio di Gesù Cristo, e correlativamente
della dimensione trascendente della persona umana, nella convinzione che
la sua centralità etica non può resistere a lungo se viene
privata del proprio substrato ontologico. Non basta, dunque, proporre quei
valori che si possono qualificare come evangelici e insieme umanistici,
come la giustizia, la pace, la libertà: non perché essi non
siano essenziali, ma perché è in gioco qualcosa di più
originario e fondante.(73)
La nuova evangelizzazione
52. Se oggi come viene ampiamente riconosciuto si
riscontra una certa convergenza nel ritenere la nuova evangelizzazione
come un impegno primario nella vita e nell'azione della Chiesa,
non si può non notare che, a volte, tutto ciò rischia di
limitarsi a una affermazione verbale ricorrente nel linguaggio e nei
ragionamenti cui non fa riscontro la realtà. Di qui il bisogno di
un cammino ancora lungo perché davvero la prospettiva della nuova
evangelizzazione risulti prioritaria in tutta l'azione pastorale della
Chiesa.
Non manca, tuttavia, chi sottolinea che la nuova evangelizzazione non è
vista come impegno primario o che, addirittura, ci si imbatte in qualche
resistenza di fronte a questa prospettiva o per il permanere di una certa
mentalità conservatrice o per una certa incomprensione della realtà
della nuova evangelizzazione e del suo significato.
A tale proposito, c'è chi suggerisce di interrogarsi sulla stessa
formulazione verbale per vedere se non si debba parlare di «evangelizzazione
nuova» più che di «nuova evangelizzazione», così
da mettere in luce che non si tratta di predicare un nuovo vangelo, ma di
proporre alle diverse generazioni, in un contesto nuovo, con una forza
nuova e con metodi e mezzi nuovi il permanente Vangelo di Gesù
Cristo vivente nella sua Chiesa, nella convinzione che «Cristo che è
sempre lo stesso: ieri, oggi e nei secoli» (Eb 13, 8).
53. Come si è già detto, l'obiettivo principale
della nuova evangelizzazione e il suo contenuto essenziale sta nel
proporre la figura di Gesù Cristo come unica fonte di
salvezza per tutti gli uomini. Diversi sono i modi con cui ciò può
avvenire: «proclamando» Gesù e la fede in lui in
occasioni pubbliche e nel dialogo amichevole e fraterno; attuando modi
concreti di vita personale, familiare e comunitaria che rispecchino il
Vangelo e sappiano così «attrarre» altri alla fede nel
Signore; come lampada sul candeliere o città sul monte, «irradiando»
intorno a sé gioia, amore e speranza, perché molti vedano le
nostre opere buone e rendano gloria al Padre che è nei cieli (cfr.
Mt 5, 16), siano «contagiati» e vengano conquistati
considerando la condotta irreprensibile e animata dall'amore di singoli,
gruppi e comunità (cfr. 1 Pt 3, 1-2); facendo da «lievito»
che trasforma, vivifica e anima dal di dentro ogni concreta espressione
culturale. Sono tutti modi che non sempre si distinguono adeguatamente e
che, spesso, si integrano a vicenda. In ogni caso, tutti concorrono a
sollecitare una «nuova» evangelizzazione.
Ne segue che nuovo deve essere l'impegno per l'evangelizzazione, perché
nuove sono le chiusure e le resistenze alla forza e alla verità del
Vangelo. In modo particolare l'uomo moderno tende a riporre la sua fiducia
nella scienza e nella ragione, facendole diventare gli unici elementi da
cui derivare senso e criteri per il vivere umano. Su questa base viene
attribuito alla libertà un valore assoluto e indiscriminato. La
fede viene percepita come un limite al potere scientifico e tecnologico e
un vincolo inaccettabile per la libertà. Evitando ogni fuga nello
spiritualismo, si tratta quindi di mostrare, con la parola e la
testimonianza, la ragionevolezza della fede e nello stesso tempo di far
capire che la ragione e la libertà senza la luce della fede non
solo non raggiungono gli esiti sperati, ma si trasformano in un pericolo
per l'uomo e la società.
Gli eventi tragici di questo secolo devono costituire un monito
permanente di fronte alle ricorrenti assolutizzazioni dei diritti
individuali o etnici. L'annuncio e la testimonianza del Vangelo
costituiscono la più grande risorsa per dare all'Europa
quell'anima, indispensabile e tanto invocata, capace di fare dell'economia
un servizio al bene comune, della politica il luogo di decisioni
responsabili e lungimiranti, della vita sociale lo spazio per la
promozione dei soggetti intermedi, dalla famiglia alle associazioni, che
rappresentano il tessuto vivo della nuova comunità europea.
54. In molti casi, la nuova evangelizzazione è certamente
incentrata, di fatto, sull'annuncio della persona di Gesù.
Tutto ciò è andato crescendo, in particolare, nella
predicazione e nella catechesi. È questa, per altro, un'esigenza
che deriva dall'attuale contesto socioculturale, nel quale la figura di
Gesù esercita una significativa forza di attrazione per i nostri
contemporanei e, in particolare, per i giovani e il rapporto personale con
lui viene avvertito come molto importante e significativo. Si tratta, però,
di vigilare perché lo stesso Signore Gesù non sia presentato
solo come modello etico o come uomo esemplare, ma anche e innanzitutto
come il Figlio di Dio vivo e l'unico e necessario Salvatore. Di qui la
necessità di una catechesi sistematica, di un continuo e corretto
riferimento alla Parola di Dio, di una adeguata ripresa del mistero
pasquale.
Più difficile, invece, appare in molti casi il percepire
che il Signore Gesù è «vivente nella sua Chiesa»:
non sono pochi, infatti, i cristiani, che pur avvertendo l'importanza del
rapporto con Gesù non vedono né ritengono altrettanto
importante il rapporto con la Chiesa. Ciò può dipendere dal
fatto che la concreta esperienza di Chiesa che alcuni incontrano non
sempre appare come adeguata trasparenza del Signore. Spesso va di pari
passo con il fatto che anche per l'influsso esercitato dai mass
media la Chiesa appare come realtà marginale alla società
o, per altro canto, il suo ruolo viene spesso ridotto a quello di servizio
sociale e di carità, mentre viene sottaciuto o addirittura negato o
deriso il suo compito di guida.
Di qui come si è già visto la necessità
e l'urgenza, per la Chiesa, di rinnovare il suo volto nella fedeltà
al suo Signore, di essere e presentarsi autenticamente come comunità
di fede e di amore, di favorire e sostenere l'incontro degli uomini e
delle donne di oggi con il Risorto, di essere autentico luogo di
testimonianza evangelica non solo da parte dei suoi singoli membri ma
anche come comunità vivente.
55. Una attenzione particolare deve essere, poi, riservata al
rapporto tra libertà ed evangelizzazione. A tale proposito,
si converge nel ritenere che il nuovo clima di libertà che si
respira in tutti i paesi d'Europa costituisce certamente un valore
evangelico, ma non manca chi ricorda che esso non sempre viene
sperimentato e vissuto come tale. Senza dubbio esso consente di realizzare
una fitta rete di relazioni, di comunicazione e solidarietà tra
popoli, culture, sistemi sociali e politici e fedi religiose differenti. E
questo è parte significativa e rilevante di un'evangelizzazione
nuova dell'Europa, che in un recente passato è stata teatro di
tante profonde divisioni, dolorosi conflitti e tragiche guerre.
Da parte di alcuni si chiede di chiarire in che cosa consiste veramente
la libertà, dato che spesso la concezione di libertà diffusa
nell'Europa di oggi è debitrice di una visione neoliberale
individualista e utilitaristica della realtà e, come tale, non solo
non favorisce, ma ostacola l'opera evangelizzatrice.
Va pure ricordato che spesso il cristianesimo, e in esso particolarmente
la Chiesa, sono visti come ostacoli e nemici della libertà e che si
tenta di persuadere l'uomo e le società intere che Dio è di
ostacolo sulla via verso la libertà. A tale proposito, è
necessario presentare il vero volto del Dio di Gesù Cristo, che non
è di ostacolo alla libertà ma il garante della vera libertà.
Nello stesso tempo, è importante che la Chiesa stessa sappia
presentarsi come pronta ad ascoltare le domande e i problemi degli uomini
e delle donne, offrendo loro la risposta del Vangelo, nella verità
e nella carità, in un clima come da qualcuno viene
sottolineato di autentica fraternità e «sinodalità»
dentro la stessa Chiesa, nelle singole conferenze episcopali, tra le
diverse Chiese locali e le istanze ecclesiali regionali o universali.
56. Diversi sono anche gli ostacoli e le difficoltà
che la nuova evangelizzazione incontra nell'Europa di oggi.
In molti paesi sono riconducibili ad alcuni fenomeni sociali e
culturali, quali: le tante forme di indifferenza religiosa; una sorta
di pluralismo indifferenziato e tendenzialmente scettico o agnostico; il
relativismo etico; il peso di un liberalismo sfrenato in occidente e il
suo influsso crescente nell'est europeo; un diffuso appiattimento sugli
interessi materiali con il conseguente clima di materialismo pratico e di
edonismo individualista; una certa superficialità nei rapporti
interpersonali; l'individualismo e il disinteresse di fronte a urgenze e
interpellanze emergenti in molte aree del vivere civile e sociale; il
ruolo sempre più decisivo e persuasivo dei mezzi di comunicazione
sociale; un certo fondamentalismo e fanatismo settario, che si riscontra
soprattutto in alcuni paesi; il senso di assuefazione che a volte si
insinua in chi crede di conoscere già abbastanza il Vangelo.
Ci sono poi alcune situazioni ecclesiali che costituiscono
altrettante difficoltà nell'impegno di evangelizzazione. Tra
questi, da più parti vengono sottolineati: l'invecchiamento del
personale attivo nell'evangelizzazione, l'inefficacia di tanto linguaggio
religioso e la mancanza di autorevolezza nell'esercizio dell'autorità.
Specialmente nelle Chiese e comunità dell'Europa occidentale,
l'invecchiamento del clero, degli appartenenti agli istituti di vita
consacrata, delle laiche e dei laici impegnati attivamente nella vita
delle parrocchie offre un'immagine piuttosto vecchia e poco dinamica della
Chiesa e ostacola il flusso vocazionale, rendendo così piuttosto
difficoltoso l'impegnarsi in modo creativo nell'opera evangelizzatrice.
Alcuni parlano anche dell'inefficacia e dell'incomprensione del
linguaggio e dei messaggi del magistero. Sovente, infatti, il linguaggio
della fede impiegato in testi ufficiali della Chiesa, nella predicazione,
nella catechesi appare come molto distante dall'ordinaria esperienza
umana. Di qui il bisogno di trovare un nuovo linguaggio con cui parlare in
maniera penetrante e convincente del mistero santo e insondabile di Dio:
un linguaggio che nasce da un silenzioso ascolto delle Scritture e delle
persone, lasciandosi mettere in questione dai loro problemi e dai loro
punti di vista. Né va dimenticato che la crisi di autorevolezza nei
pronunciamenti della Chiesa è dovuta anche al fatto che spesso gli
interventi magisteriali vengono percepiti come un ribadire alcuni asserti
riguardanti il campo della fede e della morale, senza riuscire a esibire
in modo convincente le motivazioni e a confrontarsi seriamente con
posizioni e ragioni differenti.
57. Ai fini dell'evangelizzazione nell'attuale contesto
culturale europeo, determinante appare, in ogni caso, la presenza di segni
vivi e trasparenti, capaci di manifestare la presenza del Signore, in modo
da destare meraviglia e da interpellare le coscienze. Non c'è
dubbio, infatti, che «l'uomo contemporaneo ascolta più
volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché
sono testimoni» e che, di conseguenza, per poter evangelizzare, i
singoli e la Chiesa intera devono offrire una testimonianza vissuta di
fedeltà al Signore, di povertà, di distacco, in una parola,
di santità.(74)
Decisiva è, quindi, la presenza e la testimonianza di santi: la
santità è prerequisito essenziale per un'autentica
evangelizzazione, capace di ridare speranza. Occorrono testimonianze
forti, personali e comunitarie, di vita nuova in Cristo. Non basta
che la verità e la grazia siano offerte mediante la proclamazione
della Parola e la celebrazione dell'Eucaristia e dei Sacramenti; è
necessario che siano accolte, vissute e testimoniate in tutte le relazioni
e attività che costituiscono il vissuto concreto, nel modo di
essere dei cristiani e delle comunità ecclesiali. Non bastano
discorsi e riti, per quanto belli, occorrono forme di vita belle e piene
di significato e di fascino. Nella misura in cui accolgono, vivono e
manifestano l'amore di Dio, i cristiani e le comunità ecclesiali
accolgono, vivono e manifestano Cristo presente in loro, gli consentono di
incontrare gli indifferenti e i non credenti e di interpellare
efficacemente le loro coscienze.
58. Diversi e molteplici sono, infine, gli ambiti e i
percorsi della nuova evangelizzazione. Tra questi, possono essere
ricordati e meritano particolare attenzione: i giovani, i poveri,
l'impegno sociale e politico, la comunicazione sociale.
I giovani rappresentano il futuro dell'Europa, sulla quale, del
resto, incombe una grave ipoteca per l'insufficiente ricambio
generazionale. Verso di essi occorre indirizzare ogni sforzo, per offrire
loro occasioni di crescita nella fede e per aiutarli sia a trovare nel
Vangelo la risposta alla loro ricerca di felicità, di verità
e di giustizia, sia ad essere evangelizzatori essi stessi.
In un'Europa che misura tutto con parametri economici, la Chiesa resta
uno dei baluardi più solidi per l'attenzione agli ultimi e
per la salvaguardia della dignità umana. Questi valori fondamentali
esigono l'individuazione di percorsi culturali e sociali adeguati, perché
non manchi il contributo della Chiesa, che non si esaurisce nella sfera
religiosa, nel momento decisivo in cui si pongono le basi per il futuro
dell'Europa.
Le «res novae» createsi in Europa se non si
vuole ricadere in nuove forme di non-riconoscimento e di rinnegamento dei
valori dello spirito richiedono nei cristiani un sovrappiù
di coscienza morale e di ispirazione evangelica. Di qui la necessità
e l'urgenza di una adeguata formazione di laici impegnati in ambito
sociale e politico.
Una Chiesa che non comunica, non evangelizza né fa cultura. Di
qui la necessità e l'urgenza, per la Chiesa, di essere presente nel
panorama del nuovo contesto comunicativo, sia mediante una attenzione per
i media e al loro sapiente utilizzo, sia tramite una pastorale
organica della comunicazione sociale.
59. In questo quadro, v'è chi mette in luce come le iniziative
più significative di nuova evangelizzazione rilevabili in varie
chiese d'Europa sono proprio quelle che intendono rispondere a esigenze e
interpellanze particolarmente sentite oggi.
Così, a titolo esemplificativo, possono essere ricordate:
esperienze di impegno educativo, catechesi e incontri culturali che vanno
al cuore della fede, in risposta all'esigenza di autenticità; forme
personali o associative di presenza evangelizzatrice dirette a stabilire
rapporti di riconciliazione, di vicendevole accoglienza e di generosa
compagnia e di dialogo, in risposta all'esigenza di relazione e di
vicinanza che va affiorando in non pochi tessuti umani e sociali;
iniziative evangelizzatrici dirette a far riscoprire la dignità
inviolabile di ogni persona umana e il senso della vita, in risposta alla
diffusa interpellanza antropologica; uno stile di vita alternativo nelle
comunità parrocchiali e in singole aggregazioni, scuole di
formazione all'impegno sociale e politico e ricerca di partecipazione alla
vita civile, in risposta all'interpellanza etica e civile; esperienze di
pastorale giovanile orientate a una reale e gioiosa riscoperta del Signore
e adesione a lui maturando scelte forti di vita nella Chiesa e nella
società, in risposta alle diverse interpellanze avanzate oggi dai
giovani stessi.
Evangelizzazione ed ecumenismo
60. Tra i requisiti importanti per una reale opera
evangelizzatrice, va certamente annoverato il cammino ecumenico. Non c'è
dubbio, infatti, che, specialmente in Europa, l'unità dei
credenti in Cristo sarebbe una opportunità fondamentale per
dare nuovo slancio alla fede e alla sua incidenza nel tessuto
culturale e sociale. Per questo anche verificando il cammino fatto
negli ultimi anni alla luce delle indicazioni della prima Assemblea
speciale per l'Europa del Sinodo dei Vescovi (75) la questione
ecumenica non potrà non essere oggetto di attenta analisi da parte
del Sinodo.
Nonostante il perdurare, or qui or là, di qualche atteggiamento
di chiusura al dialogo ecumenico, abbastanza unanime sembra l'accordo
circa la convinzione che la mancante unità dei cristiani
indebolisce la comune testimonianza della fede e, conseguentemente, sulla
necessità e sull'urgenza di una stretta collaborazione con le altre
Chiese. In tale direzione si sono compiuti considerevoli progressi:
sono coinvolte attivamente le comunità locali, le comunità
di vita consacrata e soggetti ecclesiali impegnati in incontri e dialoghi
a raggio diocesano, regionale e di Chiesa locale. Se tutto questo si
manifesta con qualche fatica maggiore dove la presenza di altre Chiese è
minoritaria, si deve però notare come anche in questi paesi va man
mano crescendo la consapevolezza dell'imprescindibilità della
dimensione ecumenica nella vita e nella missione della Chiesa.
Tra i fattori che contribuiscono a far crescere questa più
diffusa sensibilità ecumenica c'è chi annovera sia le
esperienze felici di incontri come quelli di Graz e quelli che si sono
svolti nello «spirito di Assisi», sia l'esistenza di un «ecumenismo
pratico» nella vita quotidiana di tanti fedeli e, in particolare, in
ambito caritativo e sociale. Non sarebbero neppure da trascurare, nel
dialogo ecumenico, la rilevanza della vita monastica nell'Europa
orientale come in quella occidentale e il ruolo dell'arte e della cultura.
Quanto all'aspetto dottrinale mentre si nota la
disponibilità a cercare vie di confronto e avvicinamento teologico,
che hanno già sortito effetti positivi, di cui si ha traccia
evidente in alcune dichiarazioni comuni (76) si sottolinea che lo
sforzo per raggiungere l'unitànon deve essere fatto a spese
della verità e che un «ecumenismo di superficie»
sarebbe in contrasto con una unità veramente stabile nella fede e
nella «diversità riconciliata».
61. Nel contempo, però, si rileva un po' generalmente che
ci si trova di fronte a momenti di difficoltà, o
addirittura di crisi.
In particolare, con la caduta del muro di Berlino e l'ampliamento
dell'Europa, le relazioni con le Chiese ortodosse è diventata una
grossa sfida, soprattutto per il crescere di una sorta di sfiducia
reciproca e per i problemi concernenti la restituzione degli edifici di
culto e di altri beni ecclesiastici, il riconoscimento giuridico delle
varie istituzioni cattoliche, la possibilità, i limiti e i metodi
dell'azione evangelizzatrice, i problemi connessi con la possibilità
e la pratica della «intercomunione».
Forti tensioni sono sorte specialmente con le Chiese cattoliche
orientali e i vicendevoli rapporti a volte sono difficili e conflittuali.
Non mancano, tuttavia, segnali di abbassamento della tensione e di
superamento di alcune difficoltà; si cerca di intessere legami di
amicizia per una maggiore conoscenza vicendevole e per far crescere il
confronto tra i responsabili; si dà spazio a momenti di incontro
culturale, a scambio di professori in alcune istituzioni, a partecipazione
alle rispettive feste liturgiche.
In paesi a maggioranza protestante della popolazione non di rado
emergono problemi a causa di differenti valutazioni di alcune questioni
etiche.
In dialogo con l'ebraismo e con le altre religioni
62. Già nella prima Assemblea speciale per l'Europa del
Sinodo dei Vescovi, nella considerazione di quanto è connesso con
la nuova evangelizzazione e da essa è richiesto, si poneva
l'accento sull'importanza di instaurare e vivere uno speciale rapporto
con i nostri «fratelli maggiori» ebrei, nella convinzione
che «la comune collaborazione a molteplici livelli tra cristiani ed
ebrei, nel rispetto della diversità e dei contenuti specifici delle
rispettive religioni, può assumere un grandissimo significato per
il futuro religioso e civile dell'Europa e per il compito che essa ha nei
confronti del resto del mondo»(77). E questo non solo perché
la fede e la cultura ebraiche rappresentano un elemento costitutivo dello
sviluppo della civiltà europea, ma anche e soprattutto in forza
delle comuni radici che ci sono tra il cristianesimo e il popolo ebraico.
La Chiesa, infatti, in virtù delle sue origini, ha un rapporto
intrinseco, permanente e peculiare con il popolo ebraico. Di conseguenza
il dialogo con l'ebraismo è di fondamentale importanza per
l'autocoscienza cristiana e, dunque, per lo stesso cammino ecumenico.
Si tratta, allora, di verificare quanto si è fatto in questi anni
e di continuare nel cammino intrapreso. In particolare, non si tratta solo
di condannare e rigettare, a ogni livello, tutte le forme di
antisemitismo. Più positivamente e radicalmente, occorre «operare
perché fiorisca una nuova primavera nelle relazioni reciproche tra
le due religioni».(78) Ciò può comportare, tra l'altro,
di educarsi a riconoscere il ruolo singolare di Israele nella storia della
salvezza, di leggere il Nuovo Testamento non giustapponendolo o
contrapponendolo all'Antico ma in continuità con esso, di venerare
il mistero del popolo ebraico, conoscerne la storia e le tradizioni
religiose, la cultura e le ricchezze spirituali, come pure di instaurare
rapporti di vera e fraterna amicizia e di collaborazione con gli
appartenenti alle comunità ebraiche, fino a sviluppare una comune
responsabilità di fronte ai problemi della società in Europa
e nei singoli paesi.
63. La crescita dei flussi migratori, intensificando il contatto
con persone di altre tradizioni religiose, fa crescere l'esigenza di
comprendere più profondamente che cosa, in questo contesto
multiculturale e multireligioso, comporta per la Chiesa e per i cristiani
la responsabilità dell'annuncio del Vangelo: è questo un
compito al quale il Sinodo e le Chiese in Europa non possono sottrarsi.
Come già si affermava otto anni fa, al termine della prima
Assemblea speciale per l'Europa del Sinodo dei Vescovi, è
necessario che «le altre religioni siano meglio conosciute, per poter
instaurare un fraterno colloquio con le persone che a esse aderiscono e
vivono in mezzo a noi»(79). Non basta, però, risolvere
l'attenzione pastorale alle diverse tradizioni religiose in azioni
caritative e assistenzialistiche; né è sufficiente un
impegno comune tra i cristiani e gli appartenenti alle altre religioni in
ordine alla giustizia, alla pace, alla libertà, alla salvaguardia
della creazione. È urgente e necessario, piuttosto, un confronto
che stimoli provvidenzialmente il recupero e l'approfondimento di valori
fondamentali della tradizione cristiana. E questo perché «il
rispetto della libertà e la giusta consapevolezza dei valori che si
trovano nelle altre tradizioni religiose non devono indurre al
relativismo, né indebolire la coscienza della necessità e
dell'urgenza del comandamento di annunciare Cristo»(80) e perché
un sincero e prudente dialogo, lungi dall'indebolire la fede, la deve
rendere più solida e profonda.(81)
64. In particolare, data la rilevanza che la presenza dell'Islam
va sempre più assumendo in Europa, quanto mai necessario si
rivela il dialogo con i musulmani; ma esso «deve essere condotto con
prudenza, con chiarezza di idee circa le sue possibilità e
i suoi limiti, e con fiducia nel progetto di salvezza di Dio nei confronti
di tutti i suoi figli. Affinché la solidarietà reciproca sia
sincera, è necessaria la reciprocità nei rapporti,
soprattutto nell'ambito della libertà religiosa, che costituisce un
diritto fondato nella stessa dignità della persona umana e che
pertanto deve essere valido in ogni luogo della terra».(82) Occorre,
quindi, affrontare con serietà e lungimiranza le sfide poste da
questa situazione. Per questo sia promuovendo una precisa analisi e
un adeguato discernimento delle diverse correnti presenti nell'Islam, sia
continuando in tutta chiarezza il dialogo con i musulmani «si
tratta di conoscere meglio i loro valori spirituali e morali e, al tempo
stesso, di consentire ad essi di avere una comprensione giusta della fede
e della vita della Chiesa cui si accostano. A questo riguardo, è
utile che sacerdoti e laici siano preparati a condurre questi dialoghi o a
consigliare le comunità più coinvolte».(83)
Il problema delle sette
65. L'annuncio del «Vangelo della speranza», infine,
deve oggi tener presente anche il complesso e variegato fenomeno delle
sette. Esse sono diversificate tra di loro già in rapporto
all'origine: è, quindi, necessario distinguere le sette di origine
cristiana da quelle derivanti da altre religioni o da un certo umanesimo;
quand'anche, poi, fossero di origine cristiana, esse vanno adeguatamente
distinte dalle Chiese, dalle comunità ecclesiali o dai movimenti
legittimi all'interno delle Chiese. Le sette, inoltre, sono diverse anche
in rapporto alla grandezza, alle credenze, agli atteggiamenti e ai
comportamenti verso altri gruppi religiosi e verso la società. In
genere, si qualificano come gruppi religiosi relativamente piccoli che
promuovono una identità forte negli adepti, fino a giungere talora
a forme di completa dipendenza; si pongono spesso in netta
contrapposizione al contesto religioso e sociale circostante, usando anche
metodi di propaganda molto aggressivi; e favoriscono un intenso clima di
accoglienza tra persone superando situazioni di isolamento; propugnano
messaggi apocalittici, di credenza nell'aldilà e nell'avvento di un
«mondo nuovo».
Diverse, anche se non divergenti, sono pure le interpretazioni
che vengono date di questo fenomeno. Per alcuni sarebbero una conferma
dell'attuale secolarizzazione; per altri sarebbero l'effetto della crisi
del razionalismo tecnico-scientifico, con il richiamo a qualcosa di «altro»
e di gratificante; per altri, ancora, una reazione alla burocratizzazione
e all'anonimato di alcune esperienze religiose, con la ricerca di spazi
comunitari aventi funzioni integrative e terapeutiche. C'è, infine,
chi ritiene che esse rivelerebbero l'emergere del bisogno religioso e,
quindi, sarebbero un segno inconfondibile, in positivo e in negativo,
della vitalità religiosa della fine di questo secolo.
66. In ogni caso, si tratta di un fenomeno che interpella le
Chiese e che le responsabilizza.
Spesso, tanto dell'Est quanto dell'Ovest, esse cercano di affrontare
questo fenomeno con iniziative tese a far sì che le loro comunità
locali siano luoghi più amorevoli e calorosi, dove le persone
possono soddisfare le attese a cui le sette danno risposte parziali e non
di rado disumanizzanti. Nello stesso tempo e generalmente, si cerca di
prevenire la diffusione di questo fenomeno mediante una più solida
formazione dei fedeli. In molti paesi esistono anche, a livello diocesano
o interdiocesano, qualificate istituzioni che si impegnano ad affrontare
il fenomeno sia con un'azione formativa, sia con attività di
consulenza.
Più radicalmente, la Chiesa si vede sollecitata a un serio esame
di coscienza su se stessa e a un profondo rinnovamento di fronte non
soltanto a eventuali lentezze, vuoti o distorsioni della propria azione
pastorale, ma anche e soprattutto al dovere supremo di annunciare a tutti
i popoli Gesù Cristo, unico salvatore dell'uomo. La risposta della
Chiesa attraverso il tessuto ordinario della vita dei singoli
fedeli (laici, consacrati, ordinati), delle famiglie, delle parrocchie,
delle associazioni e dei diversi gruppi e movimenti ecclesiali deve
essere «globale»: deve ridare agli stessi cristiani, con una
fede matura e convinta, la gioia, l'entusiasmo, la fierezza della loro
identità di seguaci di Gesù nella Chiesa; deve sostenere e
incoraggiare il primato della spiritualità. Come ha detto il Papa: «Al
preoccupante fenomeno delle sette, bisogna reagire con un'azione pastorale
che ponga al centro di tutto la persona, la sua dimensione comunitaria e
il suo anelito a un rapporto personale con Dio. È un fatto che là
dove la presenza della Chiesa è dinamica, come nel caso delle
parrocchie in cui si impartisce un'assidua catechesi sulla parola di Dio,
là dove esiste una liturgia attiva e partecipata, una solida pietà
mariana, una effettiva solidarietà nel campo sociale, una forte
sollecitudine pastorale per la famiglia, per i giovani, per i malati,
vediamo che le sette o i movimenti para-religiosi non riescono ad
attecchire o a svilupparsi».(84)
Celebrare il «Vangelo della speranza»
Leitourgia
La presenza del Risorto nei santi misteri
67. Per la Chiesa, celebrare il «Vangelo della speranza»
significa, oggi più che mai, sia riconoscere la presenza viva e
operante del Signore risorto nei «santi misteri», sia cercare
e trovare in essi la forza e il nutrimento per la propria azione pastorale,
testimoniando anche così la propria identità di comunità
di discepoli riuniti intorno a Cristo che pongono in lui fiducia e
speranza.
Era questa, per altro, l'intenzione profonda della riforma liturgica
propiziata dal Concilio Vaticano II. Tale riforma, infatti, non dice
soltanto «l'ansia di cambiamento che sembra caratterizzare la nostra
epoca o il legittimo desiderio di adattare la celebrazione dei sacri
misteri alla sensibilità e alla cultura dei nostri giorni. Dietro
questo fenomeno si nasconde, in realtà, l'aspirazione dei credenti
a vivere ed esprimere la loro più profonda e autentica identità
di discepoli riuniti intorno a Cristo presente in mezzo a loro in modo
incomparabile attraverso la sua Parola e i sacramenti, in particolare
l'Eucaristia (cfr. Sacrosanctum Concilium, 7)».(85) Nella
certezza come afferma ancora il Papa che «in questo
modo, non soltanto si costruisce su una base solida e duratura l'edificio
della fede (cfr. Lc 6, 48), ma l'intera comunità cristiana
si rende consapevole del dovere di celebrare il mistero di Cristo,
Salvatore del genere umano, e di annunciarlo e farlo conoscere apertamente
agli uomini di oggi, vincendo la tentazione, sentita talvolta al proprio
esterno e anche al proprio interno, di attribuire alla Chiesa altre
identità e altri interessi. Infatti, la Chiesa vive più di
quello che riceve dal suo Signore che di quanto può fare soltanto
con le proprie forze».(86)
Per una verifica della vita liturgica
68. Considerando la concreta realtà delle nostre Chiese,
si vede come l'incontro con il mistero grande e santo del Dio Trinità
rivelato da Gesù nella liturgia e in altre forme di culto presenti
uno spettro ampio di situazioni e di esperienze.
Nelle comunità nelle quali un'adeguata catechesi e formazione
liturgica consentono di preparare convenientemente le celebrazioni
liturgiche, queste ultime costituiscono momenti forti di convinto e
profondo incontro con il mistero divino e di sincera comunione tra
fratelli e sorelle che condividono la stessa fede nella lode,
nell'invocazione e in gesti di vicendevole gioiosa accoglienza. Oltre che
nelle comunità parrocchiali dell'Est e dell'Ovest, queste
esperienze sono molto diffuse nelle comunità religiose rinnovate,
nelle nuove fondazioni di vita consacrata e nei nuovi movimenti
ecclesiali.
Esistono anche comunità che vantano una lunga tradizione di
frequenza alla messa festiva e a quella quotidiana, di adorazione al
Santissimo Sacramento e di devozione mariana. Né si può
dimenticare che molti incontrano di preferenza il mistero del Dio vivente
in espressioni cultuali profondamente radicate nelle proprie tradizioni
religiose popolari: di qui la valenza della cosiddetta religiosità
e pietà popolare, da interpretare e guidare.
In genere, si deve comunque riconoscere che si è di fronte a una
reale attuazione della riforma liturgica, anche se essa non sempre ha dato
origine a un reale e profondo rinnovamento liturgico e rimane ancora molto
da fare per intensificare quella «participatio actuosa»
di tutti i fedeli auspicata e sollecitata dal Concilio. In ogni caso, la
liturgia rimane elemento focale in ordine alla crescita della fede.
69. Vanno pure ricordate, però, alcune situazioni
contrassegnate da fenomeni per lo meno problematici.
In molti paesi dell'Occidente, le celebrazioni liturgiche sono
frequentate quasi esclusivamente da anziani, specialmente donne, e da
bambini, mentre sono disertate da persone giovani e di mezza età:
ne segue, tra l'altro, l'immagine di una Chiesa vecchia, femminile e
infantile.
Sia all'Est che all'Ovest, ci sono esperienze nelle quali la
preoccupazione di essere attraenti mette in ombra la dimensione del
mistero, dell'adorazione e della lode, ed esalta la ritualità, la
condivisione e certo protagonismo del celebrante e/o di membri attivi
dell'assemblea: ne segue, tra l'altro, un'immagine indubbiamente viva e
vivace di Chiesa, ma più attenta all'esteriorità e
all'emotività che alla profondità dell'incontro con il
mistero santo di Dio.
Non mancano neppure esperienze di celebrazioni liturgiche e di pratiche
devozionali molto preoccupate del rubricismo: il che contribuisce a
renderle di fatto aride e scoraggianti per tante persone. Al contrario,
sono rilevabili esperienze nelle quali, per raggiungere il mondo di una
religiosità diffusa, si creano e si improvvisano celebrazioni
liturgiche e incontri di preghiera che disattendono la normativa vigente e
danno origine a una sorta di inaccettabile creatività liturgica
selvaggia.
Un fenomeno da non dimenticare è, infine, quello costituito da
taluni gruppi tradizionalisti che, accentuando alcune forme liturgiche
esteriori, le fanno assurgere a criterio di ortodossia. È
necessario riflettere su questa mentalità e sulle difficoltà
conseguenti nella comunità.
Non c'è dubbio che questi modi diversi, e a volte contrapposti,
di intendere e di vivere le celebrazioni liturgiche conducano spesso al
crearsi di polarizzazioni nelle quali si coagulano anche altri aspetti,
che concorrono a delineare un quadro nel quale sono in realtà due
diversi modi di concepire e di vivere la Chiesa a confrontarsi e,
purtroppo, a contrapporsi.
In varie parti, due problemi sembrano farsi particolarmente
evidenti: il primo interno alla vita della Chiesa, il secondo provocato
dal contesto culturale. Da una parte, nella concreta prassi celebrativa si
sperimenta stanchezza, ripetitività, noia, uno stile ripetitivo e
abitudinario che provoca rassegnazione; dall'altra, la cultura della
modernità conduce a rimuovere il rito dal fondamento della fede.
70. Si avverte, perciò, l'urgenza di una adeguata
formazione che abbia il carattere dell'iniziazione all'arte del
celebrare. Di qui la necessità di proporre nell'annuncio e
nella catechesi una «mistagogia liturgica» più
intensa. Per questo, pare utile: strutturare itinerari di fede in cui
catechesi, liturgia e carità siano sempre collegate e rapportate;
curare una puntuale educazione liturgica dei futuri presbiteri e dei
diversi operatori pastorali, in particolare degli animatori della liturgia
e di quanti in essa svolgono qualche ministero; considerare la
celebrazione eucaristica come «culmine e fonte» di tutta
1'azione liturgica, senza tuttavia tralasciare di valorizzare la Liturgia
delle Ore celebrata comunitariamente e di promuovere una corretta
integrazione tra vita liturgica e religiosità popolare; adattare i
riti alle diverse e nuove situazioni in cui i fedeli si trovano a vivere.
Tutto questo nella convinzione che, quando si celebra in spirito e verità,
quando la celebrazione è azione partecipata da un'assemblea, quando
testi e gesti sanno coinvolgere, la liturgia viene vissuta come reale
esperienza del mistero, perché partecipazione dell'evento della
Pasqua e, perciò, fonte ed espressione di autentica vita
spirituale.
Va pure sottolineata l'opportunità di una scambio virtuoso da
realizzare tra la tradizione orientale, che nell'azione liturgica accentua
e valorizza maggiormente la dimensione del mistero e quella
latino-occidentale, più portata a valorizzare le dimensioni della
comunione e della missione.
Servire il «Vangelo della speranza»
Diakonia
71. Per servire davvero il «Vangelo della speranza» la
strada maestra non può che essere quella di sempre. Essa consiste
nell'amore, che si fa testimonianza autentica di carità,
costruzione di comunione dentro e fuori la Chiesa, rinnovamento e rilancio
di alcune attenzioni e priorità pastorali, impegno per
l'edificazione di una nuova Europa. In una parola, si tratta di stare
dentro la storia dell'Europa, con amore.
Testimonianza della carità
72. Si tratta, anzitutto, di fare incontrare gli uomini con
l'amore di Dio e di Cristo, nello Spirito Santo. In questo modo, si può
ridare speranza a chi la vede minacciata o l'ha smarrita, perché
solo quando ci si sa e ci si sente amati si può vivere con senso la
propria esistenza e continuare ad avere speranza, pur in mezzo a ogni
difficoltà e fatica.
Per realizzare tutto ciò è indispensabile la testimonianza
vissuta della carità.
Ciò comporta che i cristiani e le Chiese in Europa non si
accontentino semplicemente di compiere gesti, pure importanti e necessari,
di carità, ma «siano carità», attingendone il dono
e la forza nella inesauribile sorgente che è Dio stesso. In questo
senso, la testimonianza della carità non può certo ridursi a
un pragmatismo senza radici, ma deve dire e annunciare la carità
di Dio, anzi Dio che è carità. Si tratta di comunicare
all'uomo europeo di oggi, come a ogni uomo e donna di tutti i tempi, la
beatificante notizia che Dio ci ha amati per primo, Gesù ci ha
amati fino alla fine andando in croce e rivelandoci il volto del Padre,
che si rende pienamente solidale con gli uomini e viene loro incontro
comunicando lo Spirito Santo.
Il Sinodo vuole, perciò, rinnovare nella coscienza dei cristiani
e della Chiesa la certezza che la carità del Padre, che si rivolge
a noi in Cristo, ci viene comunicata mediante l'effusione dello Spirito.
Venuta nella storia una volta per sempre in Gesù Cristo e
continuamente veniente con il dono sempre nuovo dello Spirito, questa
stessa carità del Padre può essere accolta e conosciuta
pienamente solo nell'esperienza vissuta di carità, specialmente
nell'amore reciproco. Si tratta, allora, proprio attraverso il segno
credibile, anche se sempre inadeguato, dell'amore vissuto, di far
incontrare gli uomini e le donne con l'amore di Dio e di Cristo, che viene
a cercarli. Questa è la sfida che interpella le nostre Chiese, se
vogliono essere ancora apportatrici di speranza.
Si tratta, in questa prospettiva, di far sì che nelle nostre
Chiese, dentro il tessuto quotidiano della vita e della storia dei nostri
paesi, si abbiano a trovare singoli, famiglie, comunità che
sappiano vivere intensamente il Vangelo della carità.
C'è bisogno, quindi, di persone e di comunità che vivano
un dialogo con le Persone divine che comincia con l'ascolto della Parola,
la preghiera e i sacramenti e si prolunga nel dialogo con gli altri uomini
in tutte le relazioni e attività e in ogni ambiente; si lascino
plasmare dall'energia e dalla sapienza della carità e accolgano
ogni persona e ogni evento come un dono e una possibilità di bene;
facciano di se stessi un dono agli altri nell'attenzione, nel servizio,
nella condivisione, nell'impegno etico e civile, nel perdono dei torti
ricevuti. Capiterà, in tal modo, che la loro testimonianza di carità
saprà essere un rimedio efficace contro le malattie del nostro
tempo e sapranno aprire ancora il cuore di molti alla gioia e alla
speranza.
Artefici di comunione e di solidarietà
73. Non c'è dubbio che il primo modo per vivere la
testimonianza della carità sia quello di essere artefici di
comunione nella comunità cristiana: come si è già
visto, è questa, per altro, una delle condizioni preliminari perché
le Chiese possano essere apportatrici di speranza per l'Europa di oggi.
(87)
Ma la testimonianza della carità si estende anche oltre i
confini della comunità ecclesiale. Qui, nell'intera società
civile, l'amore reciproco, che edifica la Chiesa come comunità
fraterna e missionaria, diventa fattore di solidarietà.
Essere, quindi, artefici di comunione vuol dire anche promuovere la
costruzione di una società solidale, ordinata secondo il principio
di sussidiarietà. La Chiesa è chiamata, in questo senso, a
essere fattore primario di stabilità e di comunione anche dal punto
di vista sociale. E questo a partire da quel «mistero di
comunione» profonda e teologica che la costituisce: la comunione
nella Chiesa ha il suo centro nell'Eucaristia, luogo primario
dell'incontro con Cristo e con i fratelli, ed è dall'incontro
attorno alla mensa del Signore che scaturisce quella tipica fraternità
della comunità cristiana che estende il suo benefico influsso alla
società civile. In questa prospettiva e secondo questa logica,
allora, i valori della solidarietà, della riconciliazione, del
perdono, della dedizione agli ultimi, del disinteresse evangelico nel
servizio all'uomo espresso anche mediante la presenza e l'azione del
volontariato valori che appartengono all'essenza dell'esperienza
cristiana non rimangono patrimonio esclusivo dei credenti, ma
diventano risorsa per tutta la società. Si tratta, senza dubbio, di
riproporre queste convinzioni e di verificarne l'attuazione.
74. In particolare, in un contesto che ha accentuato i valori
della libertà e dell'uguaglianza dimenticando quello della
fraternità, occorre integrare la cultura della libertà e
dell'uguaglianza con quella della solidarietà: non una solidarietà
intesa semplicemente come assistenza, ma come valorizzazione dei
diversi soggetti sociali.
In questo senso, con il crescere dei flussi migratori, la solidarietà
deve trovare espressione in forme di convivenza che diano uno spazio
adeguato alle diverse presenze nella società. Con il crescere della
globalizzazione, le rivendicazioni da parte dei gruppi e delle minoranze
del diritto alla cittadinanza e al pieno riconoscimento della loro identità
e diversità chiedono di essere riconosciute e tutelate entro un
quadro di valori e di norme comuni; senza dimenticare, sempre in questo
contesto segnato dalla globalizzazione, la responsabilità propria
dell'Europa e delle sue Chiese verso i popoli bisognosi di tutto e il
conseguente bisogno di un esame di coscienza circa le relazioni tra le
Chiese più ricche e quelle più povere sia in Europa sia in
riferimento al mondo intero. Di fronte alle gravi carenze del mercato
liberista e alla inefficienza e ai costi dello Stato burocratico e
assistenzialista, va riconosciuto sempre di più il ruolo
dell'economia civile e, più generalmente, della società
civile, capace di coniugare insieme solidarietà e responsabilità.
Sono tutti esempi che dicono l'urgenza e la necessità di superare
ogni forma di etica privatizzata, come quella spesso diffusa nel
Continente, che non può costituire un fondamento adeguato per la
convivenza, perché la perdita e lo svuotamento dei valori rendono
difficile la costruzione di una società solidale. Nella solidarietà,
invece, intesa come valorizzazione delle soggettività sociali, si
può cercare la chiave per un approccio diverso e più fecondo
alla soluzione delle tensioni sociali che caratterizzano la società
europea, ma che percorrono tutte le società mondiali: in questo
l'Europa può dare un messaggio di convivenza pacifica di grande
importanza. Questa impostazione di matrice cristiana va diffusa a livello
europeo. In Europa c'è bisogno di unità che valorizzi il
pluralismo, non solo il pluralismo degli Stati, ma anche delle comunità
culturali e religiose, dei soggetti sociali e delle famiglie. La politica
deve garantire a tutte queste realtà il diritto di cittadinanza; in
un quadro unitario di valori condivisi e di norme comuni, la
varietà deve diventare ricchezza umana e anche economica.
In tutto questo grande può e deve essere il contributo delle
Chiese e dei cristiani. Il cristianesimo, infatti, con la fede in Dio
Padre di tutti ha immesso nella storia la coscienza della dignità
della persona e della fraternità. Vivendo e testimoniando l'amore
reciproco anche nella società civile come artefici e promotori di
solidarietà, i cristiani manifestano la presenza di Cristo
Salvatore di tutti gli uomini e di tutto l'uomo, dal quale solo può
venire una speranza che non delude.
Per la promozione di alcune attenzioni e priorità pastorali
75. Nell'Europa di oggi, travagliata da nuovi e antichi problemi
e segnata da speranze ed opportunità inedite, vivere la
testimonianza della carità per servire il «Vangelo della
speranza» significa dare spazio a un'azione pastorale animata e
vivificata da una profonda dinamica missionaria, intesa non solo come
annuncio coraggioso del Vangelo, ma anche come disponibilità ad
uscire dai ristretti ambiti ecclesiali. Lo stile missionario cristiano è
caratterizzato dalla «simpatia» verso gli uomini, dall'ascolto
delle loro domande, dalla compagnia nelle loro sofferenze e dalla proposta
serena e liberante del messaggio di Cristo. Questo stile richiede, oggi più
che mai, di inventare forme nuove di ricerca dell'uomo attraverso una
presenza missionaria della Chiesa e dei cristiani in mezzo ai giovani,
agli uomini di cultura, ai lavoratori, ai sofferenti, a chi è in
ricerca. L'azione missionaria deve tradursi, quindi, in una presenza nel
mondo con una logica che sia alternativa a quella del mondo, senza
però diventare incomprensibile agli uomini del nostro tempo. Può,
allora, risuonare così nei lavori del Sinodo l'interrogativo
decisivo per le nostre Chiese: come continuare ad essere segno, in Europa,
di un Dio che continua a cercare l'uomo, disposti anche a perdere
posizioni di rendita che possono farci illudere che i nostri paesi sono
ancora cristiani, ma fermamente determinati a rendere conto della grande
speranza che è in noi?
Si tratta, in questa linea, di proporre quella equazione fondamentale
della nostra fede, per la quale i diritti di Dio sono i diritti dell'uomo
e i diritti dell'uomo sono i diritti di Dio. Ciò comporta di
riconoscere la centralità, nell'azione pastorale, della
difesa dell'uomo, soprattutto dei più deboli e dei più
poveri, in un'ottica non meramente assistenzialistica, ma di promozione e
di crescita della persona. È questo certamente un altro segno di
speranza che i cristiani possono portare in Europa, come fermento di una
società che rimette al centro l'uomo con i suoi problemi e le sue
aspirazioni.
Si comprende, allora, come ci sia nelle nostre Chiese una larga
convergenza nell'identificare le seguenti attenzioni e priorità
per rendere efficace la testimonianza della carità: la proposta
di una vita individuale, familiare e sociale vissuta in sintonia con la
fede professata; la difesa della persona umana e della vita, attuata con
pronunciamenti pubblici e con molteplici iniziative di solidarietà,
prestando particolare attenzione alle crescenti fasce di persone in
necessità, più esposte alla miseria materiale e morale e
agli abusi; la promozione di una adeguata attenzione pastorale e sociale
al complesso mondo della sanità con tutti i problemi che oggi lo
attraversano; l'attenzione e l'aiuto ai più bisognosi; la difesa
dei deboli; la creazione di un clima di rispetto e di accoglienza verso
gli immigrati, così da avviare positivi processi di integrazione
culturale e di proficuo dialogo interreligioso; l'offerta di speranza
negli ambienti fortemente toccati dalla sfiducia.
In questo trova spazio una particolare accentuazione di alcuni ambiti di
presenza e di intervento pastorale, che sembrano richiedere una più
puntuale attenzione nelle Chiese di oggi perché il «Vangelo
della speranza» possa essere servito più adeguatamente e
realisticamente.
76. Da più parti si sottolinea l'importanza fondamentale
di una adeguata e organica pastorale familiare, da svolgere con le
famiglie e per le famiglie. È un'esigenza questa che si presenta
con tutta la sua urgenza alla responsabilità delle nostre Chiese,
in un contesto nel quale non sono pochi i fattori di ordine culturale,
sociale e politico che concorrono, in modi differenti ma un po' in tutti i
paesi, a provocare la crisi sempre più evidente della famiglia.
Ed è proprio questa crisi del matrimonio e della famiglia che
induce le Chiese europee «a proclamare, con fermezza pastorale, come
un autentico servizio alla famiglia e alla società, la verità
sul matrimonio e sulla famiglia così come Dio li ha stabiliti.
Non farlo sarebbe una grave omissione pastorale che indurrebbe in errore i
credenti e anche coloro che hanno l'importante responsabilità di
prendere le decisioni sul bene comune della Nazione. Questa verità è
valida non solo per i cattolici, ma per tutti gli uomini e le donne senza
distinzione, poiché il matrimonio e la famiglia costituiscono un
bene insostituibile della società, che non può rimanere
indifferente dinanzi alla loro degradazione e perdita».(88)
Nella convinzione che servire la famiglia può tradursi, in ultima
analisi, in un autentico servizio all'uomo e all'intera società, si
tratta di dare spazio a una appropriata azione educativa, di preparazione,
di accompagnamento e di sostegno, come pure di adoperarsi sia perché
vengano promosse autentiche e adeguate politiche familiari, sia perché
le famiglie stesse si facciano protagoniste di queste politiche e si
assumano la responsabilità di trasformare la società.
77. A proposito della vita umana, si sottolinea da più
parti che spesso ci si imbatte in una cultura profondamente incoerente
che, da un lato, afferma la dignità della vita umana e, dall'altro,
accetta o addirittura favorisce atteggiamenti di minaccia o di rifiuto
della vita stessa. In particolare, circa il problema dell'aborto, si nota
una chiara differenza tra quei paesi nei quali gli aborti sono molto
numerosi e quelli nei quali il loro numero è più ridotto.
In questo contesto diventa sempre più urgente e necessaria una
complessiva e generale azione culturale, pastorale e sociale a
servizio della vita umana e per la promozione di una autentica
cultura della vita. Significativa è, a tale riguardo, la
convergenza che si incontra in ordine alle proposte e alle iniziative
individuate e, in parte, già attuate. Il riferimento è alla
presenza di strutture (case di accoglienza per madri sole; case per
ammalati e per anziani; centri di aiuto e di consulenza); alla promozione
di associazioni e movimenti che operano a favore della vita;
all'importanza del volontariato; alla necessità di un maggiore
impegno in ambito educativo e nella predicazione dell'insegnamento della
Chiesa anche combattendo la propaganda dei mezzi di comunicazione sociale;
all'importanza di trovare modi anche attraverso l'impegno diretto e
responsabile dei cristiani in questi ambiti per influire in campo
culturale, economico e politico.
78. «I giovani sono la speranza della Chiesa che entra nel
terzo millennio. Non si possono lasciare senza un aiuto e senza una guida
sui crocevia della vita e davanti a scelte difficili. Occorre un grande
sforzo affinché la Chiesa sia presente tra i giovani».(89)
Queste parole di Giovanni Paolo II indicano con precisione e senza ombra
di dubbio un'altra priorità pastorale per le Chiese europee oggi.
Si tratta di rinnovare e rilanciare la pastorale giovanile,
conferendole organicità e coerenza, in un progetto globale che
sappia esaltare la genialità dei giovani, purificare e assecondare
le loro attese, renderli protagonisti dell'evangelizzazione e
dell'edificazione della società.
I raduni che vedono la partecipazione di molti giovani dalle
Giornate mondiali della gioventù, agli incontri promossi dalla
comunità di Taizé, alle riunioni e ai pellegrinaggi locali e
nazionali rendono manifesta la loro sete di assoluto, la loro fede
segreta, che non chiede altro che di purificarsi e di espandersi, e il
loro desiderio di vivere un tempo comunitario che li porti fuori
dall'isolamento; sono anche un primo passo nella volontà di seguire
Cristo.(90) Tutto questo chiede di essere riconosciuto, accolto,
accompagnato, sostenuto, indirizzato. Occorre, quindi, sentirsi impegnati
a offrire alle nuove generazioni la possibilità di un incontro
personale con Cristo, nell'ambito di una comunità fraterna, dove
ciascuno sia aiutato a sviluppare la propria identità, a scoprire e
a seguire la propria vocazione. Per questo è necessario non solo
formare educatori intelligenti, appassionati e davvero capaci di
incontrare i giovani e proporre a questi ultimi itinerari differenziati,
esigenti e graduali, di crescita umana e cristiana, ma anche far sì
che le comunità ecclesiali siano veramente accoglienti nei loro
confronti. In esse, i giovani devono poter trovare, innanzitutto negli
adulti, dei testimoni e persone con le quali dialogare e devono essere
valorizzati come soggetti attivi, protagonisti della loro stessa
formazione e dell'azione missionaria.
79. Data la rilevanza che oggi vanno sempre più assumendo
gli strumenti della comunicazione sociale, le Chiese in Europa, se
vogliono ridare speranza evangelizzando e promuovendo cultura, non possono
non riservare particolare attenzione al variegato e complesso mondo
dei mass media.
Si tratta, anzitutto di inserirsi nei processi della comunicazione
sociale, per renderla più autentica, rispettosa della verità
dell'informazione e della dignità della persona umana. E, però,
non è sufficiente la semplice gestione di tali mezzi, anche i più
avanzati; è anche indispensabile, piuttosto, cogliere la sfida
culturale in cui il nuovo orizzonte comunicativo pone i suoi protagonisti.
La cosiddetta «cultura dei media» chiede, perciò, alla
Chiesa di ripensare e riesprimere la sua fede, il suo messaggio e la sua
vita.
Tutto ciò sembra sollecitare la comunità dei credenti a
strutturarsi con maggiore attenzione anche a livello europeo: per
rispondere coerentemente alle sollecitazioni odierne, infatti, non sono
sufficienti estemporanee e pionieristiche iniziative, ma si è
nell'urgenza di delineare un'azione organica e adeguata alla situazione.
Sembra, quindi, importante e necessario tendere a una più precisa
strategia a livello di tutte le Chiese d'Europa, perché, in dialogo
con la cultura dei media, si sappia tratteggiare un percorso di
evangelizzazione e di servizio all'uomo che tenga conto dei nuovi
linguaggi e delle nuove tecnologie.
80. In un contesto come quello attuale bisognoso di un profondo
cambiamento culturale, prima ancora che economico, sociale e politico, se
si vuole ridare speranza all'Europa, appare importante attuare una rinnovata
pastorale della cultura.
Attraverso la scuola come mediante la promozione e lo sviluppo della
vita intellettuale e accademica, essa deve mirare a unificare gli aspetti
attualmente sparsi della cultura europea in una sintesi virtuosa,
indirizzata a una educazione veramente umana perché aperta ai
valori dello spirito e rispettosa della dignità della persona.
E tutto ciò nella linea di quella tradizione culturale europea
che affonda le sue radici nell'opera di evangelizzazione della Chiesa e
nell'incontro con Cristo di tanti uomini e donne di ogni ceto e cultura. I
valori fondamentali che l'Europa ha elaborato e trasmesso all'umanità
sono, infatti, il segno tangibile di un impegno di inculturazione della
fede che ha saputo elaborare una sintesi di presenza e di testimonianza
che hanno contribuito allo sviluppo di tutto il genere umano.
Dall'incontro dei greci, dei latini, dei barbari, degli slavi con il
Cristo è scaturito «un modo di essere e di pensare europeo e
cristiano» che costituisce uno dei modelli più significativi
di inculturazione della fede e una delle sintesi più ricche tra
fede e ragione, tra l'adesione a Cristo e l'appartenenza a un popolo e a
una tradizione.
La sfida che l'Europa si trova a dover affrontare, giocando il
significato della sua identità e della sua originalità nel
complesso dell'umanità, risiede ancora nella capacità dei
cristiani di tornare alle radici della loro fede nel Risorto, per
riscoprire una nuova stagione caratterizzata da un'inculturazione che
sappia affrontare i problemi inediti che l'Europa incontra.
81. Di fronte a un progetto antropologico oggi diffuso che fa
riferimento a una concezione di persona «senza vocazione», e
visto il problema, che emerge in modo chiaro e preoccupante in quasi tutte
le Chiese d'Europa, della quantità e della qualità delle
vocazioni, appare a tutti chiara l'urgenza e l'importanza di una cura
adeguata per le vocazioni. È questa, per altro, una condizione
imprescindibile per lo svolgimento nella Chiesa della sua complessiva
azione pastorale. La cura delle vocazioni è un problema vitale per
il futuro della fede cristiana nel continente e, di riflesso, per il
progresso spirituale degli stessi popoli europei; essa, perciò, è
passaggio obbligato per una Chiesa che voglia ridare speranza all'Europa
di oggi.
A questo proposito, nella certezza che lo Spirito è all'opera
anche oggi e sta chiamando e che i segnali di questa presenza non mancano,
si tratta anzitutto di portare l'annuncio vocazionale nei solchi della
pastorale ordinaria e di dare alla pastorale vocazionale le
caratteristiche della coralità, della popolarità e della
continuità. Come ha sottolineato Giovanni Paolo II, è
necessario «ravvivare, soprattutto nei giovani, una profonda
nostalgia di Dio, creando così il contesto adatto allo scaturire di
generose risposte vocazionali»; è urgente che «un grande
movimento di preghiera attraversi le Comunità ecclesiali del
continente europeo, contrastando il vento del secolarismo che sospinge a
privilegiare i mezzi umani, l'efficientismo e l'impostazione pragmatica
della vita»; occorre «promuovere un salto di qualità
nella pastorale vocazionale delle Chiese europee» poiché «le
mutate condizioni storiche e culturali esigono che la pastorale delle
vocazioni sia percepita come uno degli obiettivi primari dell'intera
Comunità cristiana»; si tratta di promuovere «una nuova
cultura vocazionale nei giovani e nelle famiglie».(91)
Né si deve tralasciare, in questo ambito, di sostenere e
incoraggiare quanti già sono inseriti nel ministero ordinato o
nella vita consacrata. Di fronte alla diminuzione numerica che si
verifica in diverse parti d'Europa, alla conseguente crescita del carico
pastorale con la stanchezza che può comportare, si tratta di
promuovere una fraterna e attenta opera di consolazione, che li aiuti a
riconoscere la preziosità del loro servizio, a ripensare le modalità
e gli spazi del loro impegno, a ritrovare e a manifestare la gioia di
un'esistenza completamente donata al Signore, quale concreta testimonianza
di senso, che si fa stimolante e contagiosa proposta per altri di sequela
radicale del Signore.
82. Di capitale importanza risulta pure la formazione di un
laicato cristiano impegnato nei vari ambiti di responsabilità.
Sono il contesto sociale e l'atmosfera morale, culturale e spirituale
dell'Europa di oggi a rendere particolarmente acuta l'esigenza di tale
formazione. La richiedono non solo i ritmi incalzanti e le spinte
dispersive della vita quotidiana, e nemmeno soltanto la pressione
esercitata dalla corsa al successo, dal consumismo e, in particolare, da
un erotismo massicciamente ostentato. La richiedono anche quell'incertezza
e quello scetticismo che pervadono gran parte della cultura e che
penetrano segretamente anche dentro la ricerca di spiritualità e di
religiosità, rispuntata in questi ultimi anni secondo forme
bisognose di attento discernimento.
Questa formazione richiede una spiritualità comune, quale punto
di partenza per una presenza da cristiani in Europa che sappia riproporre
in termini nuovi il personalismo cristiano che costituisce una delle
eredità culturali più belle della nostra storia.
Profondamente unitaria e maturata attraverso severi tirocini di vita
ecclesiale, tale educazione deve mirare a far sì che i laici
riscoprano la vita quotidiana come il luogo privilegiato per testimoniare
e annunciare la fede in Cristo risorto e che essi, consapevoli che il
campo proprio della loro azione evangelizzatrice è il mondo nella
sua concretezza e complessità, siano sempre più soggetti
attivi e responsabili di una storia da fare alla luce del Vangelo. Forti
di questa formazione, «i cristiani avranno maggiormente a cuore di
manifestare e difendere i valori evangelici autentici in tutti i campi
della loro esistenza, e, in modo particolare, nella vita politica,
economica e sociale, di cui sono i principali evangelizzatori. Ciò
assume un'importanza ancora maggiore in questi anni di fine secolo, in cui
ci incamminiamo verso una nuova organizzazione dell'Europa, dove si
stringono nuovi legami fra gli Stati che la compongono, ma anche con gli
altri Continenti; organizzazione che necessita della promozione della
dimensione morale delle relazioni umane»(92).
In questo quadro vasto e articolato, sembra particolarmente urgente e
necessario suscitare e sostenere precise vocazioni a servizio del bene
comune: persone che, sull'esempio e con lo stile di quanti sono stati
chiamati «padri dell'Europa», sappiano essere artefici della
società europea del domani, fondandola sulle basi solide dello
spirito.
L'impegno per l'edificazione della nuova Europa
83. Come già si notava nella prima Assemblea speciale per
l'Europa del Sinodo dei Vescovi, «il processo di unificazione in
Europa e in modo particolare le istituzioni europee e la Conferenza per la
sicurezza e la cooperazione in Europa implicano una grande responsabilità
per le Chiese. La casa comune europea si può costruire su
fondamenta sicure, se nasce non soltanto per motivi economici. Anzi, la
nuova Europa presuppone sempre nella sua edificazione il consenso e il
riconoscimento dei valori fondamentali e richiede una genuina ispirazione
ideale. Sotto questo profilo, il contributo della Chiesa per la nuova
Europa non rappresenta certo un elemento secondario e deve accompagnare
l'impegno dei fedeli laici operanti in campo sociale e politico».(93)
È questa una convinzione che il Sinodo vuole riproporre anche
oggi, in un momento nel quale lo sviluppo europeo solleva nuovi
interrogativi e offre la possibilità di un ripensamento
della presenza ecclesiale nel continente. L'unificazione europea segue per
ora un binario prevalentemente economico, in cui l'elemento politico
soggiace alle ferree regole monetarie; resta ancora incerto il cammino dal
punto di vista sociale e culturale. Quale ruolo riusciranno ad avere le
Chiese non è ancora chiaro e il rischio che siano ridotte a
sottogruppi del sistema sociale è molto alto. La situazione si
aggraverebbe se, oltre al confinamento della Chiesa in una posizione
marginale, si privilegiasse una interpretazione sociologica del ruolo dei
credenti nella nuova situazione europea.
Ne viene una responsabilità storica che le Chiese e i
cristiani non possono non vivere con maggiore vigilanza e impegno.
In questo senso, determinante appare la presenza e l'azione di
cristiani, uomini e donne, che sappiano immettere nella vita del
continente e negli sforzi per la sua unificazione il rispetto di ogni
persona e delle diverse comunità umane, riconoscendo la loro
dimensione spirituale, culturale e sociale, così da ridare speranza
a quanti l'hanno persa e da favorire l'integrazione sociale di quanti
vivono nel continente o vi si insediano.(94)
84. Tra i contributi che la Chiesa è chiamata a dare alla
costruzione dell'Europa certamente si deve inserire anche quello derivante
dalla dottrina sociale della Chiesa. L'insegnamento
sociale sviluppato in questo ultimo secolo ha raggiunto una sua
compiutezza nel magistero di Giovanni Paolo II, che nella Centesimus
annus ha scelto di legare un insegnamento universale ai particolari
eventi europei del 1989. È questa una delle vie principali da cui
dedurre il compito che attende le Chiese nella costruzione della unità
europea.
Si tratta, infatti, di servire la dignità dell'uomo europeo di
oggi e di domani difendendola e promuovendola lasciandosi orientare e
guidare dalla dottrina sociale della Chiesa interrogata e aggiornata a
partire dalla considerazione dei problemi che oggi sembrano maggiormente
caratterizzare il nostro continente. Tra questi si possono ricordare, a
titolo esemplificativo: la questione e il senso del lavoro in un contesto
di globalizzazione; il fenomeno dell'immigrazione come problema con cui
confrontarsi, vedendone non solo i rischi, ma anche le potenzialità
che racchiude; i rapporti tra gli stati e le nazioni e il modo di «fare
politica» in un quadro di graduale ripensamento della assoluta
sovranità nazionale; la responsabilità nei confronti dei
paesi più poveri del mondo, con il gravissimo problema del debito
internazionale; l'azione per la pace, da costruire nella verità,
nella giustizia e nella solidarietà, nella convinzione che, di
fronte alle tragedie e alle guerre che continuano ad attraversare popoli e
nazioni, l'Europa non può rimanere assente, inerme, divisa o in
perenne ritardo, ma deve mostrare la sua capacità effettiva di
assicurare a tutti i popoli del Continente, e anche al di fuori di esso,
le condizioni per un libero sviluppo e un'autentica democrazia.
85. Ai cristiani, illuminati dalla dottrina sociale della
Chiesa, è chiesto, in particolare, di affrontare le
problematiche connesse con le risorgenti forme di nazionalismo che
attraversano l'Europa. Esse, talvolta, nascono da una indebita e
inaccettabile sopravvalutazione e assolutizzazione dell'appartenenza
nazionale e del valore della nazione. Riprendendo e sviluppando quanto già
detto nel Sinodo precedente e rifiutando ogni sovrapposizione tra «identità
nazionale» e «identità religiosa», è
necessario adoperarsi perché ci si possa aprire a una convivenza più
accogliente e solidale, che una adeguata comprensione della «cattolicità»
della Chiesa non può che fondare e promuovere.
A tale proposito, anche dal Sinodo potrebbe venire una forte
sollecitazione a ripensare l'idea stessa di nazione, nella
convinzione, da una parte, che le differenze nazionali devono essere
mantenute e coltivate come fondamento della solidarietà europea e,
dall'altra, che la stessa identità nazionale non si realizza se non
nell'apertura verso gli altri popoli e attraverso la solidarietà
con essi. Ne segue la necessità e l'urgenza di lasciarsi ispirare e
guidare dal concetto di «famiglia delle nazioni», che deve
guidare, prima ancora del semplice diritto, le relazioni fra i popoli(95).
In tutto questo le religioni e, tra esse, innanzitutto la Chiesa cattolica
lungi dall'assecondare scorrette tendenze nazionalistiche nelle
quali a volte sono state implicate possono svolgere un ruolo
determinante proprio a partire dal fondamentale riconoscimento del primato
divino e della connessa fraternità universale.
In questa linea, si tratta di distinguere adeguatamente tra nazionalismo
e patriottismo; di discernere tra sentimenti nazionali positivi e
negativi; di riconoscere e difendere i diritti delle minoranze contro la
tendenza all'uniformità; di rispettare e promuovere il diritto di
ogni nazione di preservare la propria sovranità nazionale; di
ricercare formule che, superando l'immediata identificazione tra «Stato»
e «nazione», consentano a popoli diversi di vivere in un'unica
entità statale vedendo ampiamente salvaguardati i propri diritti e
la propria identità.
L'ottica per realizzare questo necessario e urgente ripensamento
dovrebbe essere quella della «cultura della nazione»,
vista come luogo nel quale si manifesta la sovranità fondamentale
della società, mantenendo e interpretando la nozione e la realtà
della nazione entro la tensione vitale tra universalità e
particolarità che caratterizza la condizione umana, una tensione
inevitabile, ma singolarmente feconda se vissuta con sereno equilibrio.
Tutto ciò, come è ovvio, richiede l'intelligenza e la
lungimiranza di adeguate formulazioni giuridiche, ma è anche un
esito al quale i cristiani possono dare un contributo non insignificante.
Declinare particolarità e universalità in una
prospettiva positiva, che riconosca le ricchezze delle singolarità
e la necessità della sintesi unitaria, è, infatti, un segno
di speranza che la Chiesa, proprio per la sua natura, può porre in
Europa, accompagnando e incrementando lo sviluppo delle società
nazionali, particolari, etniche, inculturando nei nuovi contesti la fede
in Cristo, tramite l'impegno dei credenti nei vari ambiti della vita, ma
al contempo favorendo il sorgere di una società transnazionale,
segnata dalla cattolicità della fede cristiana.
Nello stesso tempo, per essere davvero promotori di speranza, in uno
scenario caratterizzato da contrapposizioni nazionalistiche e,
ancora più generalmente, dall'esperienza storica del fascismo, del
nazismo e del comunismo, con i mali da essi prodotti e con le pesanti
eredità che hanno lasciato nell'animo delle persone, nella cultura
e nella convivenza , è necessario dare spazio al perdono
e alla riconciliazione. Dal Sinodo potrebbe venire una parola
autorevole e un invito pressante a tale riguardo, nella convinzione che «perdonare
e riconciliarsi vuol dire purificare la memoria dall'odio, dai
rancori, dalla voglia di vendetta; vuol dire riconoscere come fratello
anche colui che ci ha fatto del male; vuol dire non farsi vincere dal
male, ma vincere col bene il male (cfr. Rm 12, 21)». (96)
86. Non si deve neppure dimenticare che l'apporto che le Chiese
possono dare all'edificazione dell'unità in una nuova Europa dello
spirito si realizza anche attraverso il vissuto quotidiano delle
Chiese stesse. In questa linea, si tratta, ad esempio, di: continuare
un reale e fecondo «scambio di doni» tra tutte le Chiese e le
comunità ecclesiali del continente, premessa e contributo per il
superamento delle distanze tra Europa orientale e occidentale; valorizzare
la presenza e l'azione della vita consacrata, facendo tesoro della
testimonianza di comunione che da essa promana; favorire momenti di
incontro e di scambio anche tra i laici, magari anche attraverso qualche
gesto straordinario e particolare che possa coinvolgerli ampiamente; dare
spazio a quelle forme di «ecumenismo di popolo» che ha già
conosciuto esperienze significative nelle assemblee di Basilea e di Graz.
Un ruolo particolare, a tale proposito, possono e devono rivestire le
strutture e gli organismi continentali di comunione ecclesiale, a iniziare
dal Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa, chiamato a «provvedere
alla promozione di una sempre più intensa comunione fra le diocesi
e fra le Conferenze Episcopali Nazionali, all'incremento della
collaborazione ecumenica tra i cristiani e al superamento degli ostacoli
che minacciano il futuro della pace e del progresso dei popoli, al
rafforzamento della collegialità affettiva ed effettiva e della "communio"
gerarchica».(97) Ispirando la propria azione alla comunione e alla
solidarietà, lo stesso Consiglio potrà favorire lo studio e
la realizzazione di strategie pastorali più unitarie e condivise
tra tutte le Chiese del continente e, anche grazie alla sua azione, «la
Chiesa cercherà di infondere alla comunità continentale un "supplemento
d'anima", ravvivando in essa quella che potrebbe dirsi "l'anima
dell'Europa"».(98) Né va dimenticata l'importanza di
rafforzare e di congiungere più strettamente tra di loro le attività
di questo Consiglio e quelle della Commissione degli Episcopati della
Comunità europea, considerata la necessità della
presenza della Chiesa nelle istituzioni civili europee. (99)
87. Se poi, come deve essere, la nuova Europa da edificare è
un'Europa aperta alla solidarietà universale, le Chiese
europee possono e devono offrire il loro contributo sia formando a una
vera e universalistica «cultura della solidarietà», sia
ridando vigore e slancio alla missione «ad gentes», sia
allargando i propri orizzonti e avviando contatti e intese anche con le
Chiese degli altri continenti. Si tratta, infatti, anche così, di «mettere
in luce la stretta solidarietà che esiste fra l'Europa e i Paesi
dell'Africa, dell'Asia e dell'America, nei confronti dei quali il
continente europeo, e le Chiese in esso operanti, hanno meriti ma anche
debiti da assolvere. Crescere in questa coscienza e far maturare nella
solidale consapevolezza di essere gli uni responsabili degli altri,
soprattutto dei più poveri e dei meno fortunati»,(100) oltre a
costituire l'ansia costante dei cristiani e delle Chiese per vivere la
testimonianza della carità, sarà un ulteriore modo per
servire il «Vangelo della speranza».
Conclusione
La memoria dei martiri
88. Incarnazione suprema del «Vangelo della speranza»
è il martirio. I martiri, infatti, annunciano questo Vangelo e
lo testimoniano con la loro vita fino all'effusione del sangue, perché
sono certi di non poter vivere senza Cristo e sono pronti a morire per lui
nella convinzione che Gesù è il Signore e il Salvatore
dell'uomo e che, quindi, solo in lui l'uomo trova la pienezza vera della
vita. In tal modo, secondo l'ammonimento dell'apostolo Pietro, si mostrano
pronti a rendere ragione della speranza che è in loro (cfr. 1
Pt 3, 15). I martiri, inoltre, celebrano il «Vangelo della
speranza», perché l'offerta della loro vita è la
manifestazione più radicale e più grande di quel sacrificio
vivente, santo e gradito a Dio, che costituisce il vero culto spirituale
(cfr. Rm 12, 1), origine, anima e culmine di ogni celebrazione
cristiana. Essi, infine, servono il «Vangelo della speranza»,
perché con il loro martirio esprimono in grado sommo l'amore e il
servizio all'uomo, in quanto dimostrano che l'obbedienza alla legge
evangelica genera una vita morale e una convivenza sociale che onora e
promuove la dignità e la libertà di ogni persona.
Animato da queste certezze, il Sinodo sa di poter offrire all'Europa di
oggi un grande segno di speranza, facendo memoria della «grande
esperienza di martirio, in cui ortodossi e cattolici, nei Paesi
dell'Est europeo, sono stati accomunati in questo nostro secolo».(101)
Questa particolare messe di martiri del ventesimo secolo, forse la più
grande dopo i primi secoli del cristianesimo,(102) rifulge come segno di
speranza perché dice, per l'oggi e per il domani, la vitalità
della Chiesa, che nasce dalla mietitura di questa messe evangelica, in
quanto come diceva Tertulliano «il sangue dei martiri è
seme di nuovi cristiani».(103) Questi veri martiri del ventesimo
secolo «sono una luce per la Chiesa e per l'umanità: "I
cristiani d'Europa e del mondo, chini in preghiera sul limitare dei campi
di concentramento e delle prigioni, devono essere riconoscenti per quella
loro luce: era la luce di Cristo, che essi hanno fatto risplendere nelle
tenebre" (Lettera apostolica per il quarto centenario dell'unione
di Brest [12 novembre 1995], 4)».(104) Proprio perché
appartenenti a diverse confessioni cristiane, questi nuovi martiri
risplendono anche come segno di speranza per il cammino ecumenico, nella
certezza che il loro sangue è anche linfa di unità per la
Chiesa. Se, infatti, al termine del secondo millennio, «essa "è
diventata nuovamente Chiesa di martiri (Tertio millennio adveniente,
37), possiamo sperare che la loro testimonianza, raccolta con cura nei
nuovi martirologi, e soprattutto la loro intercessione, affrettino il
tempo della piena comunione tra i cristiani di tutte le confessioni».(105)
La presenza di Maria, madre della speranza
89. Ma c'è un altro «segno di speranza»
che le Chiese possono offrire all'Europa. È la presenza di
Maria, madre della speranza, una presenza viva e vera, alla quale i
popoli cristiani d'Europa hanno sempre creduto, come testimoniano gli
innumerevoli santuari a lei dedicati, disseminati in ogni parte del
Continente, quali segni eloquenti della profonda venerazione nutrita verso
di lei in ogni nazione e in ogni paese.
La Vergine santissima, «donna di speranza, che seppe accogliere
come Abramo la volontà di Dio "sperando contro ogni speranza"
(Rm 4, 18)»,(106) si è più volte mostrata
come madre capace di ridare speranza nei momenti difficili della
storia del Continente: con la sua protezione costante ha evitato sciagure
e distruzioni irreparabili, ha favorito il progresso e le moderne
conquiste sociali, ha sostenuto la rinascita di popoli a lungo oppressi e
umiliati.(107) Ella, oggi come ieri, cammina con gli uomini e le donne di
ogni età e condizione, con i popoli orientati verso un traguardo di
solidarietà e di amore, con i giovani, protagonisti di futuri
giorni di pace, con quanti, all'Ovest come all'Est, sono alla ricerca
della loro vera identità, con coloro che ancora sono minacciati da
tanti e violenti conflitti.
Per ridare speranza all'Europa, perciò, le Chiese non possono non
guardare a lei e invocarla, perché continui a mostrarsi come madre
della speranza e conduca l'Europa intera, attraverso i cammini della
misericordia, all'incontro rinnovatore con «Gesù Cristo,
nostra speranza» (1 Tm 1, 1). Maria, infatti, insegna a
essere aperti agli impulsi di Dio, ad accogliere la parola di Dio e a
metterla in pratica. Come al mattino di Pentecoste ha presieduto con la
sua preghiera all'inizio dell'evangelizzazione sotto l'azione dello
Spirito Santo, così anche oggi, alla vigilia del terzo millennio,
Maria continua a essere «stella dell'evangelizzazione» e
a proteggere e sostenere la Chiesa nel suo impegno per annunciare,
celebrare e servire il «Vangelo della speranza».(108)
Dal Sinodo al Giubileo
90. Accompagnate e protette da questa schiera di martiri e certe
della presenza materna di Maria, le Chiese europee si orienteranno al
grande Giubileo del Duemila. Il Sinodo - ultimo della serie dei
Sinodi a carattere continentale celebrati in questi anni di vigilia - si
presenta come una porta aperta sul Giubileo.
Proprio perché giunge al termine delle altre
Assemblee speciali del Sinodo dei Vescovi - che si sono interrogate
sulla missione della Chiesa oggi in Africa, in America, in Asia e in
Oceania, mettendo in risalto specificità storiche, culturali e
religiose proprie di ciascuna di queste parti della terra - potrà
essere un'occasione propizia per far memoria del vincolo che unisce
l'Europa agli altri continenti in virtù del Vangelo e del suo
annuncio, ma anche per riscoprire l'originalità dell'esperienza
europea e della sua cultura, unitaria pur nella diversità dei
filoni che hanno concorso a costituirla, e per riappropriarsi delle
responsabilità che l'Europa e le sue Chiese hanno verso il mondo.
Potrà essere anche un momento per accogliere, nella logica di uno
scambio di doni, quanto le altre Chiese hanno da dire alle Chiese europee
e crescere insieme, nel segno della comunione universale, verso il
riconoscimento, l'incontro e l'annuncio di Cristo, a servizio dell'umanità.
91. Proprio perché celebrato nell'immediata vigilia
del Giubileo, il Sinodo può e deve essere visto in stretta
relazione di circolarità con questo straordinario evento della
Chiesa universale. In questo senso, il Giubileo, con i suoi contenuti e le
sue molteplici sfaccettature, getta una benefica luce interpretativa sul
Sinodo e sui suoi lavori e il Sinodo, per parte sua, offre provocazioni e
indicazioni concrete alle Chiese europee perché possano vivere in
pienezza il dono dell'Anno Santo.
Giubileo e Sinodo rimandano, quindi, l'uno all'altro e ciò che il
Giubileo richiama è provocazione per i lavori del Sinodo e,
ancora più radicalmente, «icona» dell'Europa di oggi
e del suo bisogno di rinnovamento.
Il Giubileo, fin dalle sue origini (cfr. Lv 25), era un tempo
dedicato in modo particolare a Dio, occasione per riscoprire e
riconoscere il vero volto di Dio e per tornare a lui.(109) Così
facendo, si dischiudeva la possibilità di una vita nuova nella
giustizia per tutto il popolo. È questo anche il compito che
attende l'Europa di oggi: essa deve ritornare a Dio e poggiare su di lui
le solide fondamenta della sua casa; solo così potrà
ritrovare la speranza e vedrà fiorire un'era nuova di libertà,
di unità, di pace. La Chiesa in Sinodo, professando e riproponendo
la fede nel Signore Gesù, rilevazione perfetta del volto di Dio,
offre il suo insostituibile contributo al dischiudersi di una nuova era
per il continente europeo.
Il riconoscimento del vero volto di Dio portava con sé l'impegno
per il ristabilimento della giustizia:(110) chi, infatti, riconosce
che il Dio biblico, rivelatoci da Gesù, è un Dio che sta
dalla parte di coloro che cercano giustizia e si trovano in una condizione
di bisogno, è il Dio che fa uscire dall'Egitto ed è il
padrone della terra, non può non impegnarsi per realizzare la
giustizia. È questa una sfida che attende l'Europa di oggi,
chiamata sia a realizzare entro i suoi confini una convivenza capace di
superare le barriere, i conflitti, le divisioni e di far crescere l'unità,
l'accoglienza, la solidarietà, la pace, sia a rispondere con scelte
concrete e responsabili al grido di sofferenza che le viene da quanti nel
mondo vivono nell'ingiustizia, nella guerra e nella miseria. La Chiesa in
Sinodo si fa promotrice di una tale Europa, individuando le strade per
servire il «Vangelo della speranza» nella testimonianza della
carità e nella promozione della solidarietà.
L'avvicinarsi della fine del secondo millennio sollecita tutti a un esame
di coscienza e la Chiesa, introducendosi al Giubileo e vivendolo, non
può varcare la soglia del nuovo millennio senza spingere i suoi
figli a purificarsi, nel pentimento, da errori, infedeltà,
incoerenze, ritardi.(111) Come le vicende storiche di questo secolo e dei
secoli scorsi chiedono all'Europa il coraggio e la lungimiranza di un
serio esame di coscienza, nel riconoscimento di colpe e errori
storicamente commessi, in campo economico e politico,(112) così il
clima spirituale, culturale e sociale che caratterizza gli europei di oggi
esige di interrogarsi sulle sue cause profonde e di riconoscere di avere
spesso abbandonato quella ispirazione e quelle radici che avevano
sostenuto e reso significativo il cammino del Continente. La Chiesa in
Sinodo intende favorire e sollecitare questo esame di coscienza,
individuando nella questione antropologico-etica e in quella della fede le
motivazioni radicali di uno stato di cose e di un sistema di vita
bisognosi di ritrovare una ispirazione in grado di orientare e di dare
senso.
Il Giubileo «vuol essere una grande preghiera di lode e di
ringraziamento soprattutto per il dono dell'Incarnazione del Figlio di
Dio e della Redenzione da Lui operata»,(113) come pure per la
presenza viva e salvifica di Cristo nella Chiesa e nel mondo. Riconoscendo
e celebrando la presenza del Risorto sarà, quindi, un anno
intensamente eucaristico.(114) Anche l'Europa è chiamata a rendere
grazie per la sua storia da duemila anni segnata e animata dall'incontro
con il Vangelo e per il tempo che oggi le è dato da vivere, come
tempo carico di responsabilità e di grazia. La Chiesa in Sinodo si
pone in questa prospettiva e, favorendo e sollecitando un rinnovato
incontro con Cristo, aiuta i suoi membri e tutti gli europei a ritrovare e
a rinnovare - come era accaduto ai discepoli di Emmaus, dopo che lo
avevano riconosciuto nello spezzare del pane (cfr. Lc 24, 30-31) -
quella gioia che si apre all'impegno di chi percorre con responsabilità
le strade del mondo contagiando altri e coinvolgendoli nella stessa gioia.
Grazie a tutto questo e a ciò che il Sinodo saprà seminare
nella vita delle Chiese e dell'intera Europa, rifiorirà la
speranza e le donne e gli uomini europei, con la passione per la
costruzione di un'Europa nuova, saranno nella gioia.
Si tratta di avere occhi penetranti per scorgere i segni di questa
speranza che sono già presenti, di saperli riconoscere e
valorizzare. Allora il Giubileo, anche per l'Europa, sarà
un invito alla festa e sarà fonte di gioia.
INDICE
Prefazione
Introduzione
Due Sinodi per l'Europa
Iª parte
L'Europa verso il terzo millennio:
Per un discernimento dei «segni dei tempi »
Discernere i segni dei tempi
Le «res novae» nell'Europa dell'ultimo decennio
Opportunità e motivi di speranza
Delusioni, rischi e preoccupazioni
Per un discernimento critico di alcune questioni particolari
Atteggiamenti delle Chiese e ricerca delle radici culturali
Centralità della «questione della fede»
IIª parte
Gesù Cristo vivente nella sua Chiesa,
A sostegno dell'autenticità e della vitalità
della fede
La fede nel Risorto, rivelatore della gloria di Dio
Il bisogno di Gesù Cristo
Gesù risorto, unico Salvatore
Gesù è presente nella Chiesa
La Chiesa «mistero» e «comunione»
IIIª parte
Gesù Cristo speranza per l'Europa:
Per una Chiesa che annuncia, celebra e serve
il «Vangelo della speranza»
L'incontro con Gesù genera la missione
Ridare speranza all'Europa
Una Chiesa che riconosce e accoglie la presenza e l'azione di Cristo e
del suo Spirito
Una Chiesa trasparenza di Cristo e modellata sul suo volto
Per una verifica dell'esigenza e della domanda di spiritualità
Una Chiesa vero luogo di comunione
Per una verifica della comunione nella Chiesa
Annunciare il «Vangelo della speranza»
Martyria
Un «supplemento d'anima» per l'Europa
La nuova evangelizzazione
Evangelizzazione ed ecumenismo
In dialogo con l'ebraismo e con le altre religioni
Il problema delle sette
Celebrare il «Vangelo della speranza»
leitourgia
La presenza del Risorto nei santi misteri
Per una verifica della vita liturgica
Servire il «Vangelo della speranza»
Diakonia
Testimonianza della carità
Artefici di comunione e di solidarietà
Per la promozione di alcune attenzioni e priorità pastorali
L'impegno per l'edificazione della nuova Europa
Conclusione
La memoria dei martiri
La presenza di Maria, madre della speranza
Dal Sinodo al Giubileo
Indice
NOTE
(1) Giovanni Paolo II, Discorso alla Plenaria del Pontificio
Consiglio per la Cultura (12 gennaio 1990), 1-2, in «L'Osservatore
Romano», 13 gennaio 1990, p. 5.
(2) Giovanni Paolo II, Discorso ai membri del Corpo Diplomatico
accreditato presso la S. Sede in udienza per gli auguri di inizio anno
(13 gennaio 1990), 9, in «L'Osservatore Romano», 14
gennaio 1990, p. 6.
(3) Sinodo dei Vescovi - Prima Assemblea speciale per l'Europa, Dichiarazione
finale, 3.
(4) Giovanni Paolo II, Omelia nella piazza Sant'Adalberto a Gniezno
[Polonia] (3 giugno 1997), 4, in «L'Osservatore Romano»,
4 giugno 1997, pp. 6-7.
(5) Ivi, 5.
(6) Ivi.
(7) Cfr. Giovanni Paolo II, Lett. Ap. Tertio millennio adveniente
(10.XI.1994), 38: AAS 87 (1995) 30.
(8) Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso all'Angelus a Berlino (23
giugno 1996), 2, in «L'Osservatore Romano», 24-25 giugno
1996, p. 8.
(9) Sant'Agostino, Discorso 235, 2-3: PL 38, 1118.
(10) Cfr. Concilio ecumenico Vaticano II, Cost. past. sulla Chiesa nel
mondo contemporaneo Gaudium et spes, 4.11.
(11) Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso al «Regina caeli» a
Velehrad [Repubblica Ceca] (22 aprile 1990), 2, in «L'Osservatore
Romano», 23-24 aprile 1990, p. 8.
(12) Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso alla riunione di consultazione
dell'Assemblea Speciale per l'Europa del Sinodo dei Vescovi (5 giugno
1990), 9, in «L'Osservatore Romano», 6 giugno 1990, p.
5.
(13) Giovanni Paolo II, Discorso ai Vescovi della Conferenza
episcopale dei Paesi Bassi in visita «ad limina» (11 gennaio
1993), 2, in «L'Osservatore Romano», 11-12 gennaio 1993,
p. 15.
(14) Sinodo dei Vescovi - Prima Assemblea speciale per l'Europa, Dichiarazione
finale, 1.
(15) Giovanni Paolo II, Discorso all'incontro mondiale con i
movimenti e le nuove comunità (30 maggio 1998), 5-6, in «L'Osservatore
Romano» 1-2 giugno1998, p. 6.
(16) Ivi.
(17) Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso al Simposio pre-sinodale su «Cristianesimo
e cultura in Europa: Memoria, Coscienza, Progetto» (31 ottobre
1991), 1, in «L'Osservatore Romano», 1 novembre 1991, p.
5; Per la presentazione delle Lettere Credenziali del nuovo
Ambasciatore di Gran Bretagna, S.E. Sig. Andrew Eustace Palmer (26
settembre 1991), in «L'Osservatore Romano», 27 settembre
1991, p. 6; Lettera ai Vescovi dell'Europa in vista dell'Assemblea
Speciale del Sinodo (9 ottobre 1991), in «L'Osservatore
Romano», 12 ottobre 1991, p. 1; Messaggio natalizio «Urbi
et Orbi» (25 dicembre 1991), 7, in «L'Osservatore Romano»,
27-28 dicembre 1991, p. 5.
(18) Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso alla Plenaria del Pontificio
Consiglio per la Cultura (12 gennaio 1990), 2, in «L'Osservatore
Romano», 13 gennaio 1990, p. 5.
(19) Sinodo dei Vescovi - Prima Assemblea speciale per l'Europa, Dichiarazione
finale, 1.
(20) Ivi.
(21) Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso alla Plenaria del Pontificio
Consiglio per la Cultura (12 gennaio 1990), 2, in «L'Osservatore
Romano», 13 gennaio 1990, p. 5.
(22) Giovanni Paolo II, Discorso ai Vescovi tedeschi delle province
ecclesiastiche bavaresi in visita «ad limina» (4 dicembre
1992), 3, in «L'Osservatore Romano», 6 dicembre 1992, p.
7.
(23) Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso al Parlamento Europeo, durante
la visita nel Palazzo dell'Europa a Strasburgo (11 ottobre 1988), 7-8,
in «L'Osservatore Romano», 12 ottobre 1988.
(24) Giovanni Paolo II, Ai rappresentanti del mondo della scienza e
della cultura, nella cattedrale di Maribor [Slovenia] (19 maggio
1996), 3, in «L'Osservatore Romano», 20-21 maggio 1996,
p. 8.
(25) Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al Simposio
pre-sinodale sull'Europa promosso dal Pontificio Consiglio della Cultura
su «Cristo, sorgente di una nuova cultura per l'Europa alle soglie
del Terzo Millennio» (14 gennaio 1999), 3, in «L'Osservatore
Romano», 15 gennaio 1999, p. 5.
(26) Giovanni Paolo II, Discorso al IIIº Convegno della Chiesa
italiana a Palermo (23 novembre 1995), 2, in «L'Osservatore
Romano», 24 novembre 1995, p. 5.
(27) Catechismo della Chiesa Cattolica, 638.
(28) Paolo VI, Discorso in apertura del secondo periodo del Concilio
(29 settembre 1963), 12: AAS 55 (1963) 846.
(29) Sinodo dei Vescovi - Prima Assemblea speciale per l'Europa, Dichiarazione
finale, 1.
(30) Ivi, 2.
(31) Ivi, 3.
(32) Ivi.
(33) Giovanni Paolo II, Discorso ai Vescovi dell'Austria in visita «ad
limina» (25 aprile 1992), 3, in «L'Osservatore Romano»,
27-28 aprile 1992, p. 8.
(34) Giovanni Paolo II, Lett. Ap. Tertio millennio adveniente
(10.XI.1994), 18: AAS 87 (1995) 16.
(35) Paolo VI, Discorso in apertura del secondo periodo del Concilio
(29 settembre 1963) 13: AAS 55 (1963) 846.
(36) Ivi.
(37) Paolo VI, Discorso all'udienza generale (3 febbraio 1963),
in Insegnamenti di Paolo VI III (1965) 849.
(38) Paolo VI, Omelia durante la Santa Messa al «Quezon Circle»
di Manila [Filippine] (29 novembre 1970), in Insegnamenti di Paolo
VI VIII (1970) 1242.
(39) Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al Simposio
pre-sinodale sull'Europa promosso dal Pontificio Consiglio della Cultura
su «Cristo, sorgente di una nuova cultura per l'Europa alle soglie
del Terzo Millennio» (14 gennaio 1999), 3, in «L'Osservatore
Romano», 15 gennaio 1999, p. 5.
(40) Giovanni Paolo II, Omelia nella Messa per la beatificazione di
padre Rafal Chylinski, a Varsavia [Polonia] (9 giugno 1991), 6, in «L'Osservatore
Romano», 10-11 giugno 1991, p. 9.
(41) Cfr. Giovanni Paolo II, Let. Enc. Redemptoris missio (7
dicembre 1990): AAS 83 (1991) 249-340; Pontificio Consiglio per il
dialogo interreligioso - Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli,
Istr. Dialogo e annuncio. Riflessioni e orientamenti sul dialogo
interreligioso e l'annuncio del Vangelo di Gesù Cristo (19
maggio 1991): AAS 84 (1992) 414-446.
(42) Giovanni Paolo II, Lett. Ap. Tertio millennio adveniente (10
novembre 1994), 38: AAS 87(1995)30.
(43) Sant'Agostino, Discorso 235,2: PL 38, 1118
(44) Catechismo della Chiesa Cattolica, 788.
(45) Concilio ecumenico Vaticano II, Cost. sulla sacra liturgia Sacrosanctum
Concilium, 7.
(46) Paolo VI, Let. Enc. Mysterium fidei (3 settembre 1965) 422:
AAS 57 (1965) 762-763: cfr. anche S. Congregazione per i riti, Istr. Eucharisticum
mysterium (25 maggio 1967), 9: AAS 59 (1967) 547.
(47) Catechismo della Chiesa Cattolica, 1373; cfr. anche 1374.
(48) Concilio ecumenico Vaticano II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen
gentium, 50.
(49) Sant'Ambrogio, Exameron, dies IV, ser. VI, c. 8,32: CSEL
32 / I,1 / 138.
(50) Giovanni Paolo II, Al Consiglio delle Conferenze Episcopali
d'Europa (16 aprile 1993), 9, in «L'Osservatore Romano»,
17 aprile 1993, p. 5.
(51) Catechismo della Chiesa Cattolica, 776.
(52) Cfr. ivi, 789.
(53) Ivi, 795. 807.
(54) Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Christifideles
laici (30.XII.1989), 32: AAS 81 (1989) 451-452.
(55) Giovanni Paolo II, Discorso ai membri del Comitato centrale del
Grande Giubileo dell'anno 2000 (5 giugno 1996), 5, in «L'Osservatore
Romano», p. 5.
(56) Giovanni Paolo II, Discorso alla celebrazione dei "Vespri
d'Europa" nella Heldenplatz a Vienna [Austria] (10 settembre
1983), 1, in «L'Osservatore Romano», 12-13 settembre
1983.
(57) Cfr. Giovanni Paolo II, Messaggio al 90· Katholikentag di
Berlino (23 maggio 1990), in «L'Osservatore Romano»,
25-26 maggio 1990, p. 5.
(58) Giovanni Paolo II, Discorso ai Vescovi della Bulgaria in visita
«ad limina» (7 novembre 1998), 3, in «L'Osservatore
Romano», 8 novembre 1998, p. 5.
(59) Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso ai Vescovi spagnoli delle
Province ecclesiastiche di Grenada, di Sevilla e di Valencia in visita «ad
limina» (7 luglio 1998), 8, in «L'Osservatore Romano»,
9 luglio 1998, p. 7.
(60) Giovanni Paolo II, Discorso all'Angelus (14 febbraio 1999),
1, in «L'Osservatore Romano», 15-16 febbraio 1999, p. 7.
(61) Cfr. Giovanni Paolo II, Al Consiglio delle Conferenze
Episcopali d'Europa (16 aprile 1993), 1, in «L'Osservatore
Romano», 17 aprile 1993, p. 5.
(62) Giovanni Paolo II, Discorso a un gruppo di Vescovi della
Conferenza Episcopale della Polonia in visita «ad limina»
(12 gennaio 1993), 2, in «L'Osservatore Romano», 13
gennaio 1993, p. 6.
(63) Cfr. ivi.
(64) Concilio ecumenico Vaticano II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen
gentium, 1.
(65) Ivi, 8.
(66) Giovanni Paolo II, La responsabilità dei cattolici di
fronte alle sfide dell'attuale momento storico. Appello ad una grande
preghiera del popolo italiano (6 gennaio 1994), 8, in «L'Osservatore
Romano», 10-11 gennaio 1994, p. 5.
(67) Giovanni Paolo II, Discorso al IIIº Convegno della Chiesa
italiana a Palermo (23 novembre 1995), 11, in «L'Osservatore
Romano», 24 novembre 1995, p. 5.
(68) Giovanni Paolo II, Discorso ai Vescovi della Conferenza
episcopale della regione apostolica Nord della Francia in visita «ad
limina» (18 gennaio 1992), 5, in «L'Osservatore Romano»,
20-21 gennaio 1992, p.6. Cfr. Discorso ai Vescovi della regione
apostolica Sud-Ovest della Francia, in visita «ad limina»
(25 gennaio 1997), 3, in «L'Osservatore Romano», 29
gennaio 1997, p. 5.
(69) Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso ai Vescovi della regione
apostolica Sud-Ovest della Francia, in visita «ad limina»
(25 gennaio 1997), 5, in «L'Osservatore Romano», 29
gennaio 1997, p. 5.
(70) Cfr. Concilio ecumenico Vaticano II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen
gentium, 10.
(71) Giovanni Paolo II, Discorso a un gruppo di Vescovi della
Conferenza episcopale della Polonia in visita «ad limina»
(12 gennaio 1993), 2, in «L'Osservatore Romano», 13
gennaio 1993, p. 6.
(72) Cfr. Sinodo dei Vescovi - Prima Assemblea speciale per l'Europa,
Dichiarazione finale, 2.
(73) Cfr. ivi, 3.
(74) Cfr. Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi (8.XII.1975),
41: AAS 68 (1976) 31.
(75) Cfr. Sinodo dei Vescovi - Prima Assemblea speciale per l'Europa,
Dichiarazione finale, 7.
(76) Tra le altre, cfr. Joint International Commission for the
Theological Dialogue between the Roman Catholic Church and the Orthodox
Church, Uniatism, Method of Union of the Past, and the Present Search
for Full Communion (Balamand, 23 giugno 1993), in: Pontificio
Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, Information
Service, 83 (1993/II) 96-99; Anglican-Roman Catholic International
Commission, Clarifications of Certain Aspects of the Agreed Statements
on Eucharist and Ministry (settembre 1993), in: Pontificio Consiglio
per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, Information Service
87 (1994/IV) 239-242; Lutheran-Catholic International Dialogue, Church
and Justification: Understanding the Church in the Light of the Doctrine
of Justification (11 settembre 1993), in: Pontificio Consiglio per la
Promozione dell'Unità dei Cristiani, Information Service
86 (1994/II-III) 128-181; Pontifical Council for Promoting
Christian Unity - World Lutheran Federation, The Joint Declaration on
the Doctrine of Justification (1997), in: Pontificio Consiglio per la
Promozione dell'Unità dei Cristiani, Information Service 98
(1998/III) 81-86.
(77) Sinodo dei Vescovi - Prima Assemblea speciale per l'Europa, Dichiarazione
finale, 8.
(78) Ivi.
(79) Ivi, 9.
(80) Ivi.
(81) Cfr. Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso -
Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli, Dialogo e annuncio.
Riflessioni e orientamenti sul dialogo interreligioso e l'annuncio del
Vangelo di Gesù Cristo (19.V.1991), 50: AAS 84 (1992)
431.
(82) Sinodo dei Vescovi - Prima Assemblea speciale per l'Europa, Dichiarazione
finale, 9.
(83) Giovanni Paolo II, Discorso ai Vescovi della Conferenza
episcopale della regione apostolica Nord della Francia in visita «ad
limina» (18 gennaio 1992), 4, in «L'Osservatore Romano»,
20-21 gennaio 1992, p. 6.
(84) Giovanni Paolo II, Discorso alla IV Conferenza Generale
dell'Episcopato Latinoamericano [Santo Domingo] (12 ottobre 1992), 12,
in «L'Osservatore Romano», 14 ottobre 1992, p. 7.
(85) Giovanni Paolo II, Discorso ai Vescovi spagnoli delle Province
ecclesiastiche di Grenada, di Sevilla e di Valencia in visita «ad
limina» (7 luglio 1998), 4, in «L'Osservatore Romano»,
9 luglio 1998, p. 7.
(86) Ivi.
(87) Cfr. sopra § 45-50.
(88) Giovanni Paolo II, Discorso a un gruppo di Vescovi spagnoli
(19 febbraio 1998), 4, in «L'Osservatore Romano», 21
febbraio 1998, p. 4.
(89) Giovanni Paolo II, Discorso a un gruppo di Vescovi della
Polonia in visita «ad limina» (2 febbraio 1998), 5, in «L'Osservatore
Romano», 2-3 febbraio 1998, p. 8.
(90) Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso ai Vescovi della Conferenza
episcopale della regione apostolica francese «Île-de-France»
in visita «ad limina» (7 marzo 1992), 3, in «L'Osservatore
Romano», 7 marzo 1992, p. 4.
(91) Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al Congresso sul
tema «Nuove vocazioni per una nuova Europa» (9 maggio 1997),
in «L'Osservatore Romano», 11 maggio 1997, p. 4.
(92) Giovanni Paolo II, Discorso ai Vescovi del Belgio in visita «ad
limina» (3 luglio 1992), 4, in «L'Osservatore Romano»,
5 luglio 1992, p. 5.
(93) Sinodo dei Vescovi - Prima Assemblea speciale per l'Europa, Dichiarazione
finale, 10.
(94) Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso a deputati del Partito
popolare europeo nel 40· dei Trattati di Roma (7 marzo 1997), in «L'Osservatore
Romano», 8 marzo 1997, p. 5.
(95) Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso all'O.N.U. per il 50· di
fondazione (5 ottobre 1995), 14, in «L'Osservatore Romano»,
6 ottobre 1995, p. 7; Discorso al Presidente della Repubblica
Francese, sig. Jacques Chirac, in visita ufficiale (20 gennaio 1996),
4, in «L'Osservatore Romano», 21 gennaio 1996, p. 4.
(96) Giovanni Paolo II, Omelia presso il santuario di Marija
Bistrica per la beatificazione del card. Alojzije Stepinac [Croazia]
(3 ottobre 1998), 5, in «L'Osservatore Romano», 4
ottobre 1998, p. 7.
(97) Giovanni Paolo II, Discorso al Consiglio delle Conferenze
Episcopali d'Europa (16 aprile 1993), 5, in «L'Osservatore
Romano», 17 aprile 1993, p. 5.
(98) Ivi, 6.
(99) Cfr. Sinodo dei Vescovi - Prima Assemblea speciale per l'Europa,
Dichiarazione finale, 6.
(100) Giovanni Paolo II, Discorso al Consiglio delle Conferenze
Episcopali d'Europa (16 aprile 1993), 8, in «L'Osservatore
Romano», 17 aprile 1993, p. 5.
(101) Giovanni Paolo II, Discorso all'Angelus (25 agosto 1996),
2, in «L'Osservatore Romano», 26-27 agosto 1996, p. 1.
(102) Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso ai Presidenti delle
Conferenze Episcopali d'Europa (1 dicembre 1992), 2, in «L'Osservatore
Romano», 3 dicembre 1992, p. 4.
(103) Tertulliano, Apologeticum, 50, 13: CCL I, 171.
(104) Giovanni Paolo II, Discorso all'Angelus (25 agosto 1996),
2, in «L'Osservatore Romano», 26-27 agosto 1996, p. 1.
(105) Ivi.
(106) Giovanni Paolo II, Lett. Ap. Tertio millennio adveniente (10.XI.1994),
48: AAS 87 (1995) 35.
(107) Cfr. Giovanni Paolo II, Atto di affidamento a Maria nel
santuario di Fatima [Portogallo] (13 maggio 1991), 2, in «L'Osservatore
Romano», 13-14 maggio 1991, p. 1.
(108) Cfr. Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi
(8.XII.1975), 82: AAS 68 (1976) 75-76; Sinodo dei Vescovi - Prima
Assemblea speciale per l'Europa, Dichiarazione finale,
conclusione.
(109) Cfr. Giovanni Paolo II, Lett. Ap. Tertio millennio adveniente
(10.XI.1994), 12: AAS 87 (1995) 12-13.
(110) Cfr. ivi, 13. 51: AAS 87 (1995) 13-14, 36.
(111) Cfr. ivi, 33: AAS 87 (1995) 25-26.
(112) Cfr. ivi, 27: AAS 87 (1995) 22.
(113) Ivi, 32: AAS 87 (1995) 24-25.
(114) Cfr. ivi, 55: AAS 87 (1995) 37-38.