The Holy See
back up
Search
riga

SYNODUS EPISCOPORUM
X COETUS GENERALIS ORDINARIUS

 

IL VESCOVO
SERVITORE DEL
VANGELO DI GESÙ CRISTO
PER LA
SPERANZA DEL MONDO

Instrumentum laboris

Città del Vaticano

2001


 © Copyright 2001
Secretaria Generalis Synodi Episcoporum et Libreria Editrice Vaticana.

 

Questo testo può essere riprodotto dalle Conferenze Episcopali oppure con la loro autorizzazione, a condizione che il suo contenuto non sia alterato in nessun modo e che due copie del medesimo siano inviate alla Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi, 00120 Città del Vaticano.


INTRODUZIONE

 

 

Sullo scorcio di un nuovo millennio

 

1.         Cristo Gesù nostra speranza (1 Tm 1,1), lo stesso ieri oggi e sempre (Eb 13,8), pastore supremo (1 Pt 5,4), guida la sua Chiesa alla pienezza della verità e della vita, fino al giorno del suo ritorno glorioso nel quale si adempiranno tutte le promesse e saranno colmate le speranze dell'umanità.

            All'inizio del terzo millennio cristiano, l'umanità e la Chiesa si avviano verso un futuro che porta con sé l'eredità di un secolo, ormai trascorso, carico di ombre e di luci.

            Ci troviamo in un momento nuovo della storia umana. Molti si interrogano sui traguardi futuri dell'umanità e si chiedono quale sarà l'avvenire del mondo, che appare da una parte immerso in un dinamismo di progresso, con una crescente interdipendenza nell'economia, nella cultura e nelle comunicazioni, e dall'altra ancora pieno di conflitti locali, con ampie zone dove crescono fame, malattie e povertà.

            L'inizio di un nuovo millennio mette al centro della coscienza mondiale un avvenire da costruire e con esso il tema della speranza, condizione esistenziale dell'homo viator e del cristiano, proteso verso il compimento delle promesse di Dio. Una speranza intesa anche come fiaccola della fede e sprone della carità, verso un futuro dagli imprevedibili esiti.

 

2.         In questo nuovo inizio si colloca la celebrazione della X Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, prevista inizialmente nell'Anno Giubilare e ora programmata per il mese di ottobre del 2001.

            Con intuito profetico Giovanni Paolo II ha voluto assegnare a tale Assemblea un tema di grande rilievo: Episcopus minister Evangelii Iesu Christi propter spem mundi.

            Sono diverse e suggestive le ragioni che rendono questo tema particolarmente appropriato all’attuale momento della vita della Chiesa e dell'umanità. Esse sono innanzittutto di carattere teologico ed ecclesiologico, ma anche di ordine antropologico e sociale.

 

Sulla scia delle precedenti Assemblee sinodali  

3.         Prima di tutto vi sono ragioni di carattere teologico. La Chiesa intera ha celebrato con gioia il Grande Giubileo del 2000 per onorare la memoria della nascita di Nostro Signore Gesù Cristo duemila anni or sono; non solo per ricordare con gratitudine la sua venuta in mezzo a noi, ma anche per celebrare la sua presenza viva nella Chiesa, in questi venti secoli della sua storia, la sua azione di unico Salvatore del mondo, centro del cosmo e della storia.

            Nella indissociabile unità fra Cristo e il suo Vangelo, il tema del Sinodo intende sottolineare che è Lui, Gesù Cristo, Figlio di Dio, inviato dal Padre e unto dallo Spirito Santo (cf, Gv 10, 36), la speranza del mondo e dell'uomo, di ogni uomo e per tutto l'uomo.[1]

            È Cristo infatti, Parola definitiva e dono totale del Padre, il vero Vangelo di Dio, nel quale si avverano tutte le promesse e nel quale sta l'Amen di Dio (cf. 2 Cor 1,20), il compimento della speranza del mondo. Il suo Vangelo è la notizia sempre nuova e buona, potenza di vita che continua ad illuminare le strade del mondo verso il futuro, come lo ha fatto durante venti secoli. Sono infatti inseparabili la sua dottrina e la sua persona, la sua opera e il suo insegnamento, il suo messaggio e la sua Chiesa, dove egli continua ad essere presente. La Chiesa, all'inizio del terzo millennio, propone ancora con gioia il suo messaggio di vita e di speranza a tutta l'umanità.[2]

 

4.         Vi sono poi ragioni di ordine ecclesiologico. Alcune sono di carattere permanente, altre di ordine congiunturale.

            Il Signore Gesù, alla fine della sua permanenza fra di noi, ha inviato gli apostoli come suoi testimoni e messaggeri fino ai confini della terra e fino alla fine dei tempi. Anche su questa parola poggia l'impegnativo compito di proporre al mondo la sua persona e la sua dottrina come suprema speranza: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,19-20). In questo compito i vescovi, in comunione con il Papa, sono oggi chiamati, insieme a tutti i membri della Chiesa, ad essere i testimoni del Vangelo di Cristo nel mondo, anche se a loro, come successori degli apostoli, “spetta il nobile scopo di essere i primi a proclamare le «ragioni della speranza» (cf. 1 Pt 3, 15); questa speranza che si basa sulle promesse di Dio, sulla fedeltà alla sua parola e che ha come certezza inequivocabile la risurrezione di Cristo, la sua vittoria definitiva sul male e il peccato”.[3] 

            L'importanza della celebrazione della Xª Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, incentrata in modo particolare sul ministero del vescovo come servitore del Vangelo per la speranza del mondo, emerge con chiarezza se si considera che le ultime Assemblee ordinarie hanno trattato rispettivamente la vocazione e la missione dei laici nella Chiesa e nel mondo (1987), la formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali (1990) e la vita consacrata e la sua missione nella Chiesa e nel mondo (1994). Frutto delle assise sinodali sono state le rispettive Esortazioni apostoliche post-sinodali di Giovanni Paolo II: Christifideles laici, Pastores dabo vobis e Vita consecrata.

            Sembrava quindi opportuno affrontare il tema del ministero del vescovo sotto il profilo della proclamazione del Vangelo e della speranza, quasi come vertice e sintesi. Infatti, le varie assemblee sinodali ordinarie hanno dato un nuovo impulso di rinnovamento alle diverse vocazioni nel Popolo di Dio, per una maggiore complementarità, in una ecclesiologia di comunione e di missione, attenta alla natura gerarchica e carismatica della Chiesa. Ora la specifica trattazione del tema di questa assemblea segna la necessità di orientare verso il futuro la missione dell'intero popolo di Dio, in comunione con i suoi pastori.

 

5.         Si aggiunga inoltre che nell'ultimo decennio del secolo XX, sul finire del secondo millennio dell'era cristiana, i vescovi dei diversi continenti sono stati convocati dal Romano Pontefice in diverse Assemblee sinodali speciali, per trattare della Chiesa in Europa (1991 e 1999), in Africa (1994), in America (1997), in Asia (1998) e in Oceania (1998). Frutto di questi incontri sono i rispettivi documenti post-sinodali pubblicati o in via di pubblicazione.

            La prossima Assemblea ordinaria, con il suo caratteristico tema, potrà così usufruire della esperienza di un periodo particolarmente intenso di comunione sinodale, come mai era avvenuto prima.

            In realtà, tutti i Sinodi degli ultimi decenni hanno interessato il ministero episcopale, non solo perché si è trattato di Sinodi di Vescovi, ma perché hanno in qualche modo aiutato a configurare la ministerialità episcopale negli ultimi decenni nei confronti dell'Evangelizzazione (1974), della Catechesi (1977), della Famiglia (1981), della Riconciliazione e penitenza (1983), dei Fedeli laici (1987), dei Presbiteri (1990), della Vita Consacrata (1994) e dell'attuazione del Concilio Vaticano II, nel Sinodo straordinario del 1985.

 

6.            L'aspetto dottrinale e pastorale specifico del tema del Sinodo si concentra quindi nell'annuncio dell'Evangelo di Cristo per la speranza del mondo. È in questa prospettiva che la tematica della prossima Assemblea ordinaria diventa della massima importanza anche a livello antropologico e sociale. La Chiesa, che vuole condividere "le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi",[4] dovrà interrogarsi su quali sentieri si incammini l'umanità del nostro tempo, nella quale essa stessa è immersa come sale della terra e luce del mondo (cf. Mt 5, 13-14). E dovrà domandarsi come annunciare oggi la vera speranza del mondo che è Cristo e il suo Vangelo.

            Siamo all'inizio di un nuovo millennio dell'era cristiana, connotato da particolari situazioni sociali e culturali, quasi una “aetas nova”, un'epoca nuova, talvolta definita come postmodernismo o postmodernità. Occorre che con nuovo slancio risuoni nel mondo l'annunzio della salvezza, in modo da suscitare quel dinamismo teologale che è proprio del Vangelo, affinché l'umanità intera "ascoltando creda, credendo speri, sperando ami".[5]

            Infatti, la speranza cristiana è intimamente congiunta all'annuncio coraggioso e integrale del Vangelo, che eccelle tra le funzioni principali del ministero episcopale. Per questo, nei molteplici doveri e compiti del vescovo, “al di sopra di tutte le preoccupazioni e le difficoltà, che sono inevitabilmente legate al fedele lavoro quotidiano nella vigna del Signore, deve stare innanzi tutto la speranza”.[6]             

 

Continuità e novità  

7.         In questa scia di grazia si colloca la preparazione e la prossima celebrazione della X Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi.

            Il testo dei Lineamenta, pubblicato nel 1998, ha suscitato interessi e consensi e ha offerto l'occasione di un approfondimento delle tematiche inerenti al ministero del vescovo. Frutto delle risposte delle Conferenze Episcopali e di altri organismi, nonché di molti vescovi ed altri membri del Popolo di Dio, è il presente “Instrumentum laboris”, che intende proporre ed illustrare il tema scelto dal Papa, incorporando questioni e proposte, in continuità con i Lineamenta, in modo da offrire una traccia per un ordinato e aperto svolgimento del dibattito sinodale.

            Il processo preparatorio dell’assemblea dalla consultazione promossa con i Lineamenta è passato attraverso le risposte ed è giunto fino all’Instrumentum laboris, delineando così la tipica attività sinodale come un flusso ininterrotto di meditazione sul tema dato dal Santo Padre. Tale operazione, che dal testo iniziale è confluita nel presente documento di lavoro, ha in questo caso uno speciale carattere. Infatti l’alto consenso ottenuto dai Lineamenta ha prodotto prima uno sviluppo molto omogeneo delle idee e poi una singolare corrispondenza tra i due testi.

            La ricca esperienza che i vescovi del mondo hanno fatto nelle ultime assemblee ordinarie e speciali dei Sinodi e il prezioso patrimonio di dottrina che ne è scaturito, sono quindi alla base di una preparazione assai proficua della prossima assemblea. Per questo l'Instrumentum laboris non intende dilungarsi in un'ampia descrizione della situazione mondiale, né tanto meno portare l'attenzione su questioni di carattere particolare o regionale, già esaminate nelle precedenti Assemblee continentali.

 

8.         La trattazione specifica del ministero del vescovo come servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo si colloca all'interno di una continuità magisteriale che rimanda ai Documenti del Vaticano II; in modo speciale, dal punto di vista dottrinale, alla Costituzione Dogmatica Lumen Gentium e al Decreto conciliare Christus Dominus.

            Per la sua completezza e per la sua concretezza pratica nella illustrazione della figura e del ministero del vescovo nella sua chiesa particolare il Direttorio Pastorale della Congregazione per i Vescovi, Ecclesiae imago del 22 febbraio 1973, conserva una validità essenziale ancora oggi.[7] Dal punto di vista teologico-canonico occorre rifarsi al Codex iuris canonici (CIC) del 1983 e al Codex canonum Ecclesiarum Orientalium (CCEO) del 1990, per i dovuti aggiornamenti.

            Molti sono inoltre i documenti del Magistero postconciliare che in modo specifico riguardano il ministero pastorale dei vescovi, fra essi in modo speciale le Allocuzioni dei Romani Pontefici alle diverse Conferenze episcopali in occasione delle “visite ad limina” o dei viaggi apostolici degli ultimi decenni.

            Fra altri documenti più recenti che riguardano problemi specifici del ministero pastorale dei vescovi nella Chiesa universale e nelle chiese particolari, occorre ricordare, dal punto di vista ecclesiologico, la Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede Communionis notio del 28 maggio 1992 su alcuni aspetti della Chiesa intesa come comunione[8] e, finalmente, la Lettera apostolica in forma di Motu proprio di Giovanni Paolo II Apostolos suos del 21 maggio 1998, sulla natura teologica e giuridica delle Conferenze dei Vescovi.[9]         

 

9.         Il riferimento al vescovo nel tema assegnato dal Santo Padre Giovanni Paolo II per la prossima assemblea sinodale merita anche un chiarimento. Si tratta del ministero episcopale, come è stato illustrato dalla Costituzione dogmatica Lumen gentium e dal Decreto conciliare Christus Dominus, in tutta la sua ricca gamma di soggetti e di compiti pastorali. Tutti i vescovi, infatti, hanno in comune la grazia dell'ordinazione episcopale, sono successori degli apostoli e in comunione con il Romano Pontefice fanno parte del Collegio episcopale.

            Il Concilio Vaticano II infatti ha rimesso in onore la realtà del Collegio episcopale che succede al Collegio degli Apostoli ed è espressione privilegiata del servizio pastorale svolto dai vescovi in comunione tra loro e col Successore di Pietro. In quanto membri di questo Collegio tutti i vescovi “sono stati consacrati non soltanto per una diocesi, ma per la salvezza di tutto il mondo” [10]. Per istituzione e volontà di Cristo essi “sono tenuti ad avere per tutta la Chiesa una sollecitudine che, sebbene non sia esercitata con atti di giurisdizione, sommamente contribuisce al bene della Chiesa universale”.[11]

            Infatti ogni vescovo, legittimamente consacrato nella Chiesa cattolica, partecipa della pienezza del sacramento dell'Ordine. Da ministro del Signore e successore degli apostoli, con la grazia del Paraclito, deve operare perché tutta la Chiesa cresca come famiglia del Padre, corpo di Cristo e tempio dello Spirito, nella triplice funzione che è chiamato a svolgere, ossia quella d'insegnare, di santificare e di governare.

            In modo particolare, tuttavia, il Sinodo ha un riferimento più concreto al vescovo diocesano nella pienezza del suo ministero nella chiesa particolare. Egli è presenza viva e attuale di Cristo “pastore e vescovo” delle nostre anime (1 Pt 2, 25); è suo vicario nella chiesa particolare affidatagli, non soltanto della sua parola ma della sua stessa persona.[12]

            D'altra parte l'importanza del tema del Sinodo appare chiara quando si considera come negli ultimi decenni sia cambiata la figura del vescovo; egli appare nell'esperienza dei fedeli, più vicino e presente in mezzo al suo popolo, come padre, fratello ed amico; più semplice ed accessibile. E tuttavia sono cresciute le sue responsabilità pastorali e si sono allargati i compiti ministeriali, in una Chiesa sempre più attenta ai bisogni del mondo, al punto che il vescovo appare oggi onerato da molti compiti ministeriali e spesso diventa segno di contraddizione per la difesa della verità. Egli quindi rimane aperto ad un costante rinnovamento del suo ufficio pastorale, in una sempre più profonda dimensione di comunione e di collaborazione con i presbiteri, le persone consacrate, i laici.

            La X Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sarà senza dubbio l'occasione per verificare che quanto più salda è la l'unità dei vescovi con il Papa, fra di loro e con il popolo di Dio, tanto più ne risulta arricchita la comunione e la missione della Chiesa, tanto più lo stesso loro ministero ne sarà rafforzato e confortato.

   

Un rinnovato annuncio del Vangelo della speranza  

10.       Molti sono i motivi di speranza con cui la Chiesa guarda alla celebrazione del prossimo sinodo. Il tempo opportuno del Grande Giubileo del 2000, preparato dal cammino trinitario compiuto negli anni precedenti, ha offerto a tutto il popolo di Dio la grazia di vivere un Anno santo nella conversione, nella riconciliazione e nel rinnovamento spirituale.

            A Roma e in Terra Santa, accanto al successore di Pietro, nelle chiese particolari attorno ai propri pastori, i fedeli hanno fatto la gioiosa esperienza di un’anno di misericordia e di santità. Tanto è vero che molti si sono interrogati come dare seguito, nell'inizio del nuovo secolo e millennio, alla grazia e alle esperienze positive del Grande Giubileo.

            La Chiesa si è posta di nuovo davanti al mondo come segno di speranza, specialmente per la testimonianza di molte categorie del popolo di Dio, come i giovani e le famiglie; ma anche per i gesti forti di carattere ecumenico, di purificazione della memoria e di richiesta di perdono, per la coraggiosa evocazione dei testimoni della fede del secolo XX.

            Forti e significative sono state le sollecitazioni di clemenza per i carcerati e di riduzione o totale condono del debito internazionale che pesa sul destino di molte nazioni.

            Anche i vescovi hanno avuto la possibilità di vivere momenti di intensa comunione e rinnovamento spirituale nel loro specifico Giubileo, insieme al Papa e uniti alla Vergine Maria, come nel Cenacolo della Pentecoste.

            Il Vangelo di Cristo si dimostra ancora oggi potenza di vita, parola che umanizza e unisce i popoli in una sola famiglia e promuove il bene di tutti al di là delle differenze di lingua, razza o religione.

 

11.       Sul fondamento della speranza cristiana che non delude (cf. Rm 5,5), la Chiesa muove i suoi passi verso il futuro, con uno slancio rinnovato per una nuova evangelizzazione.

            Il mondo che ha varcato la soglia del nuovo millennio attende una parola di speranza, una luce che lo guidi nel futuro. Il Vangelo nella storia anche temporale degli uomini fu, è e sarà un fermento di libertà e di progresso, di fraternità, di unità e di pace.[13] 

            Il prossimo Sinodo dei Vescovi, spera di offrire alla Chiesa e al mondo l'annuncio coraggioso e fiducioso del Vangelo di Cristo, che apre i cuori alla speranza terrena ed eterna. Intende farlo con la testimonianza di unità, di gioia e di sollecitudine per l'umanità del nostro tempo da parte dei successori degli apostoli in comunione con il Papa, ai quali il Signore stesso ha assicurato la sua assistenza fino alla fine dei tempi (cf. Mt 28,20).


CAPITOLO I

UN MINISTERO DI SPERANZA

 

Uno sguardo sul mondo con i sentimenti del Buon Pastore  

12.       Con quale atteggiamento si pone oggi il vescovo per essere servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo?

            Prima di tutto con uno sguardo contemplativo, davanti alla realtà del nostro mondo, nella concretezza del proprio ministero e nella comunione con la Chiesa universale e particolare, alla cui cura egli è destinato. Poi, con un cuore compassionevole, capace di entrare in comunione con gli uomini e le donne del nostro tempo, per i quali deve essere testimone e servitore della speranza.

            Una icona evangelica rende vivo l'atteggiamento che viene a lui richiesto. All'inizio del suo ministero Gesù si presenta come l'araldo della Buona notizia del Padre e lo conferma venendo incontro ai bisogni della gente: “Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore senza pastore” (Mt 9,36)

            Il vescovo, con la grazia dello Spirito Santo che dilata e approfondisce il suo sguardo di fede, rivive i sentimenti di Cristo Buon Pastore davanti alle ansie e alle ricerche del mondo di oggi, annunciando una parola di verità e di vita e promovendo una azione che va al cuore stesso dell'umanità. Solo così, unito a Cristo, fedele al suo Vangelo, aperto con realismo su questo mondo, amato da Dio, diventa profeta della speranza.

            Lo diventa per gli uomini e le donne del nostro tempo, i quali dopo il crollo delle ideologie e delle utopie, dimentichi spesso del passato e troppo ansiosi del presente, hanno progetti piuttosto effimeri e limitati e sono spesso manipolati da forze economiche e politiche. Per questo hanno bisogno di riscoprire la virtù della speranza, possedere valide ragioni per credere e per sperare, e quindi anche per amare ed operare oltre l'immediato quotidiano. Con un sereno sguardo sul passato e una prospettiva di futuro.

            La Chiesa, e in essa il vescovo, come pastore del gregge, nella continuità degli atteggiamenti di Gesù, si propone come testimone della speranza che non delude (cf. Rm 5,5), memore della forza propulsiva che l'orienta verso il compimento delle promesse di Dio: infatti “l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato” (ib.).

            Alla Chiesa e ai suoi pastori è stato affidato il Vangelo della speranza. Essa poggia sulla certezza delle promesse di Dio, è la speranza viva alla quale il Padre ci ha rigenerato con la risurrezione di Cristo (cf. 1 Pt 1,3), vittoria sulla morte e sul peccato. E come conseguenza si appoggia nella certezza della perenne presenza del Cristo, Signore della storia, Padre del secolo futuro (cf. Is 9,6).

            Occorre quindi aprire e vivere sotto il segno della fiducia teologale il terzo millennio del cristianesimo con la proclamazione del Vangelo delle promesse di Dio.

            Nelle Scritture sacre e nella tradizione della Chiesa troviamo il seme nascosto dei disegni di Dio che deve germogliare nell'avvenire degli uomini e dei popoli, affidato all'azione dello Spirito Santo, sapiente tessitore della trama della storia con la nostra collaborazione.  

 

Nel segno della speranza teologale  

13.       La speranza teologale, che si affida totalmente alle promesse di Dio riveste oggi anche un ruolo importante, all'inizio di un secolo e di un millennio. L'attesa e la preparazione degli ultimi decenni per giungere ad un traguardo così importante della storia umana, come l'anno 2000, segnato dal memoriale due volte millenario della nascita di Gesù, si dilatano ormai anche dal punto di vista simbolico verso il futuro. Non più verso un traguardo raggiunto, ma quasi verso un orizzonte lontano, con il compito di costruire pazientemente l'avvenire.

            La speranza si presenta come forza motrice del nuovo, capacità di sognare il futuro e di segnare tracce durevoli nel tempo con la novità delle opere, di costruire la storia con la forza del Vangelo, o, almeno, di dare senso alla storia, prima ancora che siano le forze del mondo a stabilire il senso del futuro o a programmarne le scadenze.

            E ciò nella fedeltà al compito caratteristico dei cristiani che è quello di essere come l'anima del mondo. "Ciò che l'anima è nel corpo, questo siano nel mondo i cristiani" afferma la lettera a Diogneto.[14] La Chiesa di Gesù è chiamata ad essere ispiratrice e promotrice di storia, in ascolto delle attese più profonde e delle speranze più autentiche degli uomini e delle donne di questo mondo.

            La speranza di cui il vescovo deve essere testimone, per essere servitore del Vangelo di Cristo, è la virtù teologale o teologica della speranza, nell'unità della fede che crede e dell'amore che opera.

            Il Direttorio pastorale Ecclesiae imago aveva messo in luce a questo proposito alcune caratteristiche del ministero del vescovo in una sintesi che vale la pena ricordare a proposito della speranza in Dio, che è fedele alle sue promesse: “Il Vangelo, di cui per fede il vescovo vive e che annuncia agli uomini sulla parola di Cristo, è ‘fondamento delle realtà che si sperano e prova di quelle che non si vedono’ (Eb 11,1). Appoggiandosi quindi a tale speranza, il vescovo con ferma certezza aspetta da Dio ogni bene, e ripone nella divina Provvidenza la massima fiducia. Ripete con Paolo: ‘Tutto posso in colui che mi dà la forza’ (Fil 4,13), memore dei santi apostoli e degli antichi vescovi i quali, pur sperimentando grandi difficoltà ed ostacoli di ogni genere, tuttavia predicavano il Vangelo di Dio con tutta franchezza (cf. At 4,29.31; 19,8; 28,31). La speranza, la quale ‘non delude’ (Rm 5,5), stimola nel vescovo lo spirito missionario e, di conseguenza, lo spirito di creatività, cioè d'iniziativa. Sa infatti di essere stato mandato da Dio, Signore della storia (cf. 1 Tm 1,17), per edificare la Chiesa nel luogo, nel tempo e nel momento che ‘il Padre ha riservato al suo proprio potere’ (At 1,7). Di qui anche quel sano ottimismo che il vescovo vive personalmente e, per così dire, irradia negli altri, specialmente nei suoi collaboratori”.[15]

 

14.       Sorretto da questa speranza teologale, il vescovo si prepara a programmare, intuire e quasi sognare il futuro, rileggendo la Parola di Dio, sotto la grazia dello Spirito Santo e nella comunione ecclesiale.

            La Parola di Dio, fecondata dallo Spirito nel cuore del vescovo unito ai suoi sacerdoti e ai suoi fedeli, sarà sempre fonte perenne di ispirazione e di risorse per affrontare le sfide del futuro. Secondo una felice espressione di Paolo VI: “La Chiesa ha bisogno della sua perenne Pentecoste; ha bisogno di fuoco nel cuore, di parola sulle labbra, di profezia nello sguardo”.[16]

            Il Papa, il Collegio Episcopale, i vescovi delle Conferenze episcopali nazionali o regionali, tutto il popolo santo di Dio hanno in comune anche la vocazione alla stessa speranza (cf Ef 4,4).

            Questa comunione nella speranza assicura la presenza viva di Cristo e l'ispirazione dello Spirito, al quale è stato affidato di portare a compimento la pienezza della comprensione e della attuazione del Vangelo di Gesù nella storia umana.[17]

            La comunione nella speranza deve essere approfondita e condivisa come sorgente di ispirazione, fecondata dalla preghiera del vescovo, dal dialogo della carità con tutto il popolo di Dio, in modo speciale, con i suoi più stretti collaboratori, per giungere a riflessioni e programmazioni concrete e condivise.

            La speranza dei cristiani è il motore del futuro. È la virtù che non solo lascia tracce nella vita dell'umanità, ma apre anche nuovi solchi nella storia, per deporre il seme delle promesse divine e guidare i sentieri del futuro con la forza di Dio. La Chiesa sarà effettivamente segno di speranza se saprà essere attenta al disegno di Dio, che garantisce un futuro di pienezza, se seguirà fedelmente la sua volontà e saprà discernere le attese più valide dell'umanità, delle quali deve essere interprete ed orientatrice.

 

Fra il passato e il futuro  

15.       La Chiesa varca la soglia della speranza agli inizi del terzo millennio con una particolare attenzione all'umanità di oggi, condividendone le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce, ma sapendo di possedere la parola della salvezza.[18] Tuttavia, occorre riflettere a quale mondo sono inviati i vescovi ad annunziare il Vangelo.

            La speranza teologale, che cresce e si sviluppa come fiducia nelle promesse di Dio, talvolta viene purificata nell'attesa; ma diventa tanto più autentica quanto più provata; si radica nei segni positivi che germogliano, fra il già e il non ancora del Regno, presente in questo mondo, ma orientato verso il suo compimento finale nella gloria.

            Essa è memoria fondante, fissa, cioè, nella rivelazione, che manifesta non solo la storia di salvezza, ma anche il progetto e il disegno di Dio per il futuro. Non per caso l'ultimo libro della Scrittura santa porta il titolo di Apocalisse, rivelazione. La speranza suscita nei cuori un dinamismo attivo, capace di riaccendersi continuamente nella quotidianità.

            Si tratta di quella “perseveranza” fedele, di cui parlano gli Atti degli Apostoli (cf. At 1,14; 2,42) come attitudine propria dei discepoli di Gesù, immersi ogni giorno nella vita di fede. È la ferma fiducia posta in Dio, Padre del Signore Gesù Cristo, il quale, con la risurrezione del suo Figlio, proietta l'oggi quotidiano verso il sicuro compimento delle promesse.

 

16.       Molte volte, specialmente nell'ultimo decennio, è stata tracciata dal Magistero la panoramica della realtà del mondo di oggi.

            Anche nel Sinodo dei Vescovi questa analisi è stata compiuta durante le assemblee speciali continentali per Europa, Africa, America, Asia e Oceania, come nelle rispettive Esortazioni apostoliche post-sinodali finora pubblicate.[19]

            Non è quindi il momento di rifare questa analisi che, pur avendo tratti comuni, per la crescente globalizzazione degli aspetti generali, ha tuttavia bisogno di una attenta visione locale dei problemi e delle soluzioni.

            Nel testo dei Lineamenta è stata ugualmente illustrata la situazione generale, che in parte è confermata e arricchita dalle risposte delle Conferenze Episcopali.  

 

Fra luci ed ombre nel panorama mondiale  

17.       Il panorama che offre il nostro mondo è molto variegato. Tuttavia la Chiesa con l'occhio vigile ed il cuore compassionevole del Buon Pastore (cf. Mt 9,36) non può non avvertire con realismo, al di là delle analisi politiche, sociologiche o economiche, i segni di sfiducia o addirittura di disperazione che sono nel mondo, per offrire la medicina della consolazione e il conforto della fiducia e della liberazione in Cristo. Non è una consolazione passeggera e debole, che si rivela caduca, ma quella delle certezze della fede, riscoperte da cuori capaci di amare e di servire, fondate nella visione unitaria e reale degli aspetti della vita personale e sociale, senza riduzioni pessimistiche od ottimistiche. Tutto questo può offrire il Vangelo della speranza.

            Permangono tuttora intatte situazioni problematiche che impegnano e stimolano il ministero della Chiesa che offre una speranza verso un continuo rinnovamento del mondo e della società, anche nella concretezza del ministero del vescovo nella sua chiesa particolare.

 

18.       In molte parti del nostro mondo la situazione di povertà, la mancanza di libertà, il non pieno esercizio dei diritti umani, i conflitti etnici, il sottosviluppo che fa crescere la povertà delle grandi masse popolari, creano situazioni di sofferenza e di mancanza di speranza nel futuro.

            Costantemente i mass-media ci offrono i volti della disperazione: volti di bambini privi del necessario nutrimento e spesso indegnamente sfruttati; volti di ragazzi ai quali si nega l'educazione e sono costretti al lavoro minorile; volti di giovani disoccupati, votati alla disperazione e all'indifferenza, facile preda della manipolazione ideologica o dell'avvio verso la degradazione morale e spirituale; volti di donne prive della loro dignità; volti di anziani bisognosi di assistenza; masse di poveri che cercano nell'emigrazione una speranza del futuro e rifugiati in cerca di una patria; volti di indigeni privati delle loro terre.

            Non sono stati ancora superati i conflitti che alla fine del precedente secolo e millennio, hanno provocato morte e distruzione, emigrazione, povertà, scontri etnici e odi tribali, lasciando morte e ferite profonde nel corpo e nello spirito.

            Ancora non si sono rimarginate le lacerazioni di alcuni recenti conflitti locali che hanno diviso profondamente culture e nazionalità, chiamate ad integrarsi in un dialogo di pace. Ogni tanto affiorano fondamentalismi religiosi, nemici del dialogo e della pace.

            Anche nelle nazioni più progredite si trovano spesso grandi aree di depressione economica e morale; si nota un progredire della corruzione e dell'illegalità, anche nel campo politico.

 

19.       Gli effetti della globalizzazione si sentono ormai con la logica impietosa di programmi economici ispirati ad un liberismo sfrenato che rende i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, esclusi come sono dai programmi di sviluppo, al punto che alcuni parlano ormai di un nuovo disordine mondiale. Preoccupa giustamente il futuro se sono lasciate fuori della giusta partecipazione al bene comune intere popolazioni che appartengono alla stessa famiglia di Dio ed hanno in comune gli stessi diritti. Spesso le comunità indigene sono derubate delle ricchezze delle materie prime e delle risorse naturali dei propri paesi in uno sleale sfruttamento del territorio e delle popolazioni.

            Perfino la terra, nonostante una sensibilità sempre più positiva verso l'ecologia, soffre, come forse non era accaduto prima nella storia dell'umanità, di cambiamenti climatici dell'ecosistema che suscitano interrogativi sul futuro del nostro pianeta. Preoccupa la degradazione dell'ambiente; la Chiesa si fa portavoce delle più autentiche aspirazioni in favore di un equilibrio ecologico che non metta a repentaglio la nostra terra e l'intera creazione, uscite dalle mani plasmatrici del Creatore, offerte all'umanità come abitacolo di bellezza e di equilibrio, dono e risorsa fondamentale dell'esistenza umana.  

 

Fra il ritorno al sacro e l'indifferenza  

20.       Anche se non mancano segni di risveglio religioso, di nuovo interesse per le realtà spirituali e di un certo ritorno al sacro, i pastori vedono con preoccupazione quella che è stata definita una silenziosa e tranquilla apostasia delle masse dalla prassi ecclesiale. Avanza una cultura immanentistica non aperta al soprannaturale; anche tra i cristiani vi è una crescente indifferenza rispetto al futuro escatologico e soprannaturale della vita che rende l'esistenza mondana veramente degna di essere vissuta.

            Ciò si traduce in un individualismo privo di comunione ecclesiale e di pratica sacramentale. Per questo talvolta si cade nell'estremo della ricerca di compensazione spiritualista nei movimenti religiosi alternativi e nelle sette, nell’adozione di forme di religiosità, che sono in parte imitazione delle pratiche ascetiche più nobili di alcune religioni non cristiane. Molti oggi si contentano di un’ambigua religiosità senza un riferimento personale al Dio vero di Gesù Cristo e alla comunità ecclesiale.

            Per molti pastori è motivo di preoccupazione e di sofferta visione del futuro la scarsità di vocazioni sacerdotali e religiose, anche solo in vista di una pastorale ordinaria di evangelizzazione, di una adeguata vita sacramentale ed eucaristica, con la relativa cura della vitalità della fede e della prassi cristiana.  

Un nuovo orizzonte di problemi etici  

21.       Sono causa di preoccupazione la crescita del relativismo morale, una certa cultura che non fa prevalere la vita e non la rispetta, una desacralizzazione dell'inizio e della fine dell'esistenza umana, così legati al mistero del Dio della vita.

            Sono segno di speranza  nel Dio Creatore la trasmissione della vita fisica, l'educazione dei figli, l'impegno nella promozione dei valori dell'esistenza umana nella sua pienezza di senso e di destino.

            Mai come in questo momento della storia la subdola equazione che ciò che è scientificamente possibile è altresì eticamente giusto ci ha portato a una vera e propria manipolazione biologica. Da essa derivano gravi conseguenze per l’uomo che è immagine e somiglianza di Dio in Cristo, nostra Vita (cf. Gv 1,4; 14,16). Da qui provengono i problemi esplosi negli ultimi anni, che si stendono come un'ombra verso il futuro.

            L'appassionata difesa che il Magistero della Chiesa ha fatto della dignità di ogni vita umana, dal suo sorgere al suo declino, sta influendo anche nell'opinione pubblica e sta dando anche alcuni frutti nel settore dell'etica mondiale. Sono in gioco il futuro dell'umanità e la dignità della persona umana con i suoi diritti intangibili ed inalienabili.

 

22.       La crisi della famiglia e della sua stabilità, nonché le subdole insidie tese all'istituto familiare, si presentano oggi come gravi minacce per la vita e l'educazione dei figli.

            Costante è nel nostro tempo l'azione dottrinale nella Chiesa in favore della vita e nel campo della vita matrimoniale e familiare. Sono punti di riferimento di questa costante azione alcuni documenti di ampio respiro del Magistero Pontificio e di altri dicasteri della Santa Sede,[20] come anche le Giornate internazionali della Famiglia, che sono di aiuto ai coniugi in vista di una adeguata spiritualità matrimoniale e familiare.  

 

Situazioni ecclesiali emergenti  

23.       Una nuova situazione ecclesiale si scorge nei territori a lungo rimasti sotto regimi totalitari. Quelle chiese vivono in una ritrovata libertà di culto e in una nuova presenza apostolica; sperimentano il fiorire delle vocazioni e un incipiente slancio missionario fuori dei confini delle proprie chiese particolari. In esse la fatica e la gioia di un nuovo inizio, la frequente testimonianza di una gioiosa vitalità cattolica e di un fervore della fede sconosciuto in altri paesi fanno sperare in un futuro fruttuoso.

            Rimangono tuttavia problemi strutturali ed organizzativi, come la difficoltà di un dialogo fraterno e di una concreta comunione e collaborazione ecumenica con le altre chiese, specialmente quelle ortodosse.

            La Chiesa tuttavia  non rinuncia al suo compito di coraggioso annunzio del Vangelo in questi paesi sconvolti dal vuoto lasciato dalla cultura dei regimi totalitari. Anzi, deve promuovere l'educazione alla libertà e una ritrovata comunione fra tutti i cristiani. Una necessaria educazione della fede può influire nel superamento di un certa prassi devozionale senza fondamenti solidi e nello slancio di una rinnovata evangelizzazione; occorre la promozione di una fede adulta, di una vita morale convinta, special­mente davanti all'assedio delle sette e al pericolo di cadere, come alcuni lamentano, nella ricerca di un eccessivo consumismo.

 

24.       Il futuro della Chiesa del terzo millennio si è andato man mano configurando come un decentramento della presenza dei cattolici verso i paesi dell'Africa e dell'Asia, ove, come anche in America Latina, fioriscono giovani chiese, piene di fervore e di vitalità, ricche di vocazioni sacerdotali e religiose, che spesso vengono in aiuto alla scarsità di forze vive che si registra in Occidente.

            Non si possono dimenticare gli sterminati e popolosi territori del continente asiatico dove ancora molti fedeli non possono esprimere pienamente e pubblicamente la loro fede cattolica nella comunione con la Chiesa universale ed il suo supremo Pastore. La Chiesa guarda anche a questi paesi con una grande speranza e si affida all'azione silenziosa dello Spirito Santo, affinché i fedeli possano finalmente esprimere la pienezza della comunione ecclesiale visibile e del reciproco aiuto per far conoscere a tutti Cristo Salvatore.  

 

Segni di vitalità e di speranza  

25.       Fra i segni positivi che alla fine del secolo e del millennio sono stati percepiti, anche nelle recenti assemblee sinodali, troviamo l'ansia della pace, il desiderio di una partecipazione solidale delle nazioni alla soluzione di eventuali conflitti locali, la crescente consapevolezza dei diritti umani, la pari dignità di tutte le nazioni, la ricerca di una maggiore unità nel pianeta, con una solidarietà effettiva a livello mondiale fra paesi poveri e paesi ricchi. È seme di speranza la dedizione crescente di molti al servizio dei poveri e dei paesi più bisognosi attraverso il volontariato. Cresce la stima del genio femminile e si scorge una maggiore responsabilità delle donne nella società e nella Chiesa.

            Non mancano i timori per gli eccessi della mondializzazione e della globalizzazione; vi sono, tuttavia, salutari reazioni come le forme di solidarietà, la maggiore sensibilità nella salvaguardia dei valori culturali dei popoli e delle nazioni, la consapevolezza di far prevalere i valori etici e religiosi su quelli economici e politici. Esiste nel nostro mondo una accentuata ricerca della vera libertà, un crescente senso di comunione contro gli individualismi.

            L’annuncio della pubblicazione del Compendio della dottrina sociale della Chiesa fa bene sperare in vista dell’impegno in campo sociale ed economico a vantaggio di tutti i popoli.

            Nell'altalena delle ombre e delle luci, talvolta si riscontrano anche a livello mondiale movimenti di opinione in favore di alcuni aspetti che sembrano minacciati. Contro la manipolazione genetica e il disprezzo per la vita nascente sta sorgendo una maggiore attenzione per la vita umana ed il suo valore trascendente, che la lega al Dio della vita. Si cerca fortemente  una convergenza sui valori etici a livello internazionale, mentre dal pericolo di uno squilibrio ecologico nasce un senso più acuto del valore della creazione.    

Verso un nuovo umanesimo  

26.       La massificazione e la globalizzazione suscitano, come giusta reazione, un desiderio acuto di personalismo e di interiorità. Viene oggi maggiormente valorizzato l'equilibrio fra l'unità e il pluralismo: unità che appartiene al disegno di Dio che ha creato l'unica natura umana, fondamento dell'unità della famiglia dei popoli, della sua origine e del suo destino; pluralismo di nazioni, lingue, culture che rispecchia la ricchezza della multiforme sapienza di Dio (cf. Ef 3,10). In questo contesto assistiamo anche al risveglio delle culture come contrappunto ad una mondialiazzazione che appiattisce ed impoverisce. Al contrario, l'identità culturale provoca, anche nello scambio dei beni, un arricchimento reciproco.

            Nelle problematiche situazioni di disperazione di molti, come sono la solitudine, l'egoismo, i piccoli progetti umani senza trascendenza, spesso ripiegati sull'egocentrismo delle persone e dei gruppi, la speranza traccia ampi sentieri di comunione, di collaborazione, di azioni comuni, di volontariato generoso e gratuito. Tali valori si integrano nel grande disegno di Dio attraverso la vita personale, ecclesiale, familiare, nella quale ciascuno risponde con la consapevolezza di una vocazione.

            Vi è anche oggi una ricerca del senso e della qualità della vita ad ogni livello, anche spirituale. Si manifesta una maggiore sensibilità al personalismo e al senso comunitario dei rapporti interpersonali, sulla base di una vera comunione fra le persone.

            Il mondo attuale e la Chiesa sentono l’urgenza dell'unità, anche se spesso è minacciata la piena e autentica "cultura" dell'unità e della comunione.  

 

I frutti del Giubileo  

27.       A livello ecclesiale continua, specialmente dopo il Grande Giubileo del 2000, il rinnovamento della vita cristiana, della partecipazione solidale di tutti alla nuova evangelizzazione.

            La preparazione del Giubileo dell'Incarnazione, secondo il programma pastorale e spirituale tracciato nella Tertio millennio adveniente di Giovanni Paolo II, è stata vissuta a livello universale con valide iniziative di catechesi e di vita sacramentale. I tre anni dedicati alla contemplazione del mistero del Figlio, dello Spirito Santo e del Padre, con precisi impegni di carattere sacramentale (riscoperta del battesimo, della cresima e della penitenza), di vita teologale (la fede, la speranza, l'amore) ed etico-sociali, stanno dando i loro frutti.

            Il Giubileo del 2000, vissuto nello spirito dell'istituzione biblica dell'anno cinquantesimo (cf. Lv 25) con la sua piena realizzazione in Gesù di Nazaret (cf. Lc 4, 16 ss), è stato davvero un anno di progresso spirituale. La grazia della conversione si è moltiplicata, alimentando la speranza di una continuità, come di un nuovo inizio, che coincide con l'avvio del terzo millennio.

28.       Alcuni momenti del Giubileo sono stati un segno speciale per la Chiesa e per il mondo. La Giornata mondiale della gioventù ha offerto una testimonianza di fede, di pietà e di freschezza ecclesiale con la gioiosa presenza e partecipazione di tanti giovani, provenienti da tutto il mondo e convenuti a Roma attorno al Papa. La loro presenza ecclesiale è una sfida, la pastorale giovanile una delle frontiere dei prossimi decenni. Nei giovani cristiani si sente l'esigenza di una chiara e decisa vita evangelica.  

 

Sotto la guida dello Spirito  

29.       Come è stato notato nelle diverse assemblee sinodali continentali, ed è emerso specialmente in occasione della Pentecoste del 1998, la Chiesa sente fortemente che lo Spirito Santo, come ha fatto in altre epoche della storia, ha seminato nuove energie spirituali ed apostoliche, autentici carismi di vita evangelica e di slancio missionario, adatti ai bisogni del mondo di oggi, specialmente nei movimenti ecclesiali e nelle nuove comunità. Questa semina fa presagire una messe abbondante favorita dalle vocazioni sacerdotali, religiose e laicali di molti giovani desiderosi di consacrare la loro vita al servizio del Vangelo.

            Rispondendo ai criteri di ecclesialità tracciati dal Magistero [21] e al loro proprio carisma, queste nuove realtà sono già, insieme a quelle esistenti, il presente ed il futuro della Chiesa nel mondo.[22]  

 

Verso sentieri convergenti di unità  

30.       Il secolo ed il millennio che si aprono certamente trovano i fedeli e i pastori delle diverse chiese e comunità cristiane più uniti, attraverso gli innegabili progressi del dialogo ecumenico, frutto prezioso dello Spirito nel secolo ormai trascorso. Un dialogo che ha avuto le sue variabili vicissitudini negli ultimi decenni. Una ripresa dei contatti ecumenici negli ultimi anni incoraggia questo irreversibile impegno della Chiesa e delle altre chiese e comunità cristiane.

            Alcuni eventi giubilari come l'apertura della porta santa della Basilica di San Paolo, la commemorazione ecumenica dei testimoni della fede del secolo XX, il viaggio del Papa in Terra Santa insieme ad altre iniziative recenti, sono il segno di una rinnovata volontà da parte dei cristiani di camminare insieme per le vie del Signore.

            Anche il dialogo interreligioso è aperto a nuovi sviluppi nella ricerca della pace e nel riconoscimento dei valori religiosi e trascendenti. Bisogna nominare in primo luogo i rapporti con rappresentanti del popolo di Dio della prima alleanza. Tali incontri aprono sentieri di speranza, all'inizio di un millennio che molti vedono come l'epoca del grande dialogo fra le religioni mondiali, custodi dei valori dello spirito.

            Il dialogo, inteso come incontro fra persone e gruppi, nel rispetto delle diverse identità e nel rifiuto dell’irenismo e del sincretismo, non è solo il nuovo nome della carità, come ebbe a dire Paolo VI,[23] ma è oggi anche il nuovo nome della speranza, in un rinnovato scenario mondiale.  

 

Una forte richiesta di spiritualità  

31.       È un segno di speranza la richiesta di spiritualità che è esigenza del tempo presente e assume diversi aspetti.

            Prima di tutto come forte chiamata all'esperienza primigenia cristiana che è l'incontro con un Vivente. Ciò significa il necessario passaggio dalla proclamazione della fede alla fede vissuta. Postula anche una liturgia viva nell'incontro con la bontà del Dio misericordioso che offre a noi redenzione e salvezza, come colui che è "medico della carne e dello spirito".[24]

            In ambito morale si sente il bisogno di "vivificare" l'esperienza cristiana nelle sue esigenze etiche con il soffio dello Spirito. Infatti la morale cristiana “sprigiona tutta la sua forza missionaria, quando si compie attraverso il dono non solo della parola annunciata, ma anche di quella vissuta. In particolare è la vita di santità, che risplende in tanti membri del popolo di Dio, umili e spesso nascosti agli occhi degli uomini, a costituire la via più semplice e affascinante sulla quale è dato di percepire immediatamente la bellezza della verità, la forza liberante dell'amore di Dio, il valore della fedeltà incondizionata a tutte le esigenze della legge del Signore, anche nelle circostanze più difficili”.[25]

            Si rileva come conseguenza l'urgente bisogno di una pastorale più spirituale che risponda alle esigenze della nuova evangelizzazione; si prospetta la necessità di qualificare la pastorale in modo che tenda a suscitare l'incontro personale e mistico con Cristo, ad imitazione degli apostoli, prima e dopo la risurrezione, e dei primi cristiani.  

 

Vescovi testimoni di speranza  

32.       Questa visione della situazione della Chiesa nel mondo, con le sue luci e le sue ombre, nello scorcio iniziale del terzo millennio dell'era cristiana, è la testimonianza che ogni vescovo deve dare al Vangelo di Cristo per la speranza del mondo, nel vasto orizzonte della Chiesa universale come nelle diverse chiese particolari.

            Da ciò risulta la concreta responsabilità spirituale e pastorale del vescovo nella chiesa particolare, in una società che vive nel villaggio globale delle comunicazioni, partecipe della vita dell'intero pianeta.

            Né si può dimenticare l'impegno che tale situazione comporta per una ordinata visione della Chiesa che vive nel mondo, chiedendo ai vescovi la necessaria parola e azione in vista del bene comune.  

 

Fedeli alle attese e alle promesse di Dio come la Vergine Maria  

33.       La speranza della Chiesa viene da Cristo, il Risorto, che possiede già la vittoria ed è l'anticipazione escatologica delle promesse di Dio nella gloria futura.

            Davanti alle prove quotidiane, nel tessuto di una esistenza che diventa attesa di qualcosa di nuovo che deve venire da Dio, il vescovo è per la sua Chiesa come Abramo, che "ebbe fede sperando contro ogni speranza", pienamente convinto della fedeltà di Dio nel compiere ciò che aveva promesso (cf. Rm 4,18-22). Si affida con certezza alla parola e al disegno di Dio, come Maria, donna della speranza, che attese il compimento delle promesse del Dio fedele, a Nazaret, a Betlemme, sul Calvario, nel Cenacolo.

            La storia della Chiesa è una storia di fede e di carità, ma anche una storia di speranza e di coraggio. Il vescovo che sa essere vigile profeta di speranza, come un sentinella di Dio nella notte (cf. Is 21, 11), può dare fiducia al suo gregge, tracciando nel mondo sentieri di novità.

            Ogni vescovo, riponendo solo in  Dio la sua fede e la sua speranza (1 Pt 1,21), deve poter fare proprie le parole di S. Agostino: "Quali che siamo, la vostra speranza non sia riposta in noi. Da vescovo, mi abbasso a dire questo: voglio rallegrarmi di voi, non essere esaltato. Non mi congratulo affatto con chiunque avrò scoperto riporre in me la speranza: va corretto, non rassicurato ; deve cambiare, non è da incoraggiare... la vostra speranza non sia riposta in noi, non sia riposta negli uomini. Se siamo buoni, siamo ministri ; se siamo cattivi, siamo ministri. Ma se siamo ministri buoni, fedeli, siamo realmente ministri".[26]

 

34.  In questo ampio orizzonte si colloca il ministero della Chiesa per il prossimo millennio, in modo speciale la missione del vescovo come testimone e promotore di speranza cristiana.

            Per ogni pastore della Chiesa si tratta di portare in modo coraggioso e intraprendente la presenza di Dio nel quotidiano scorrere della vita. L'intero servizio episcopale è ministero per “la rinascita ad una speranza viva” (1 Pt 1, 3) del popolo di Dio e di ogni uomo. È, perciò, necessario che il vescovo orienti tutta l’opera di evangelizzazione al servizio della speranza, soprattutto dei giovani, minacciati da miti illusori e dal pessimismo di sogni che svaniscono, e di quanti, afflitti dalle molteplici forme di povertà, guardano alla Chiesa come alla loro unica difesa, grazie alla sua speranza soprannaturale.

            Fedele alla speranza, ogni vescovo deve custodirla salda in se stesso perché è il dono pasquale del Signore risorto. Essa si fonda nel fatto che il Vangelo, al cui servizio il vescovo vive, è un bene totale, il punto cruciale nel quale s'incentra il ministero episcopale. Senza la speranza tutta la sua azione pastorale rimarrebbe sterile. Il segreto della sua missione è, invece, nella ferma solidità della sua speranza teologale ed escatologica. Di essa afferma S. Paolo “avete udito l'annunzio dalla parola di verità del vangelo che è giunto a voi” (Col 1,6)

            La speranza cristiana inizia con Cristo e si nutre di Cristo, è partecipazione al mistero della sua Pasqua e caparra per una sorte analoga a quella di Cristo, giacché il Padre con Lui “ci ha risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli” (Ef 2, 6).

            Di questa speranza il vescovo è fatto segno e ministro. Ogni vescovo può accogliere per sé queste parole di Giovanni Paolo II : “Senza la speranza noi saremmo non solo uomini infelici e degni di compassione, ma tutta la nostra azione pastorale diverrebbe infruttuosa ; noi non oseremmo intraprendere più nulla. Nell'inflessibilità della nostra speranza risiede il segreto della nostra missione. Essa è più forte delle ripetute delusioni e dei dubbi faticosi perché attinge la sua forza ad una fonte che né la nostra disattenzione né la nostra negligenza possono portare all'esaurimento. La sorgente della nostra speranza è Dio stesso, che mediante Cristo una volta per tutte ha vinto il mondo ed oggi continua attraverso di noi la sua missione salvifica tra gli uomini”.[27]

 


CAPITOLO II  

 MISTERO, MINISTERO E CAMMINO SPIRITUALE

DEL VESCOVO

 

 

L'icona di Cristo Buon Pastore  

35.       Sono molti i testi della Scrittura che adombrano la figura spirituale del vescovo, alla luce di Cristo, sommo sacerdote e pastore delle nostre anime. Sono tratti dall'Antico e dal Nuovo Testamento, incentrati sull'immagine del sommo sacerdote o del pastore.

            Tutti i testi si richiamano all'archetipo che è Cristo. Egli si è presentato nelle parabole evangeliche come il pastore in cerca della pecorella smarrita (cf. Lc 15, 4-7), si è autodefinito “buon” pastore del gregge (cf. Gv 10,11.14.16; Mt 26,31; Mc 14,27); è stato riconosciuto dalla comunità apostolica con questo titolo: “pastore e vescovo delle .... anime” (1 Pt 2,25), “principe dei pastori” (1 Pt 5,4), “pastore grande delle pecore”(Eb 13,20), risuscitato dal Padre. Nella visione dell'Apocalisse il Signore risorto è l'Agnello-Pastore (cf. Ap 7,17) che congiunge in sé la realtà dell'offerta sacrificale pasquale e della salvezza, le figure del sacerdote e pastore dell'Antico e del Nuovo Testamento.

            La primitiva iconografia cristiana ha amato rappresentare Cristo come pastore buono e bello, vivo nello splendore della sua risurrezione, cantato dalla liturgia come il buon pastore risorto che ha dato la vita per le sue pecorelle.[28]

            Gesù Cristo quindi è il pastore, che congiunge in sé la verità, la bontà e la bellezza del dono di sé per il gregge. La bellezza del buon pastore sta nell'amore con cui consegna se stesso per ognuna delle sue pecore e stabilisce con essa una relazione diretta di conoscenza e di amore.

            Luogo dell'incontro con il Buon Pastore è la Chiesa, dove egli si rende presente, pasce il suo gregge con la parola e i sacramenti, lo guida verso i pascoli della vita eterna mediante coloro che Cristo stesso per mezzo dello Spirito ha costituito pastori del gregge. La bellezza del pastore s'irradia nella bellezza di una Chiesa che ama e che serve. Essa è motivo di speranza per tutta l'umanità, spinta anche dall'istinto divino, che porta nel cuore, verso la bellezza che salva, espressa nel volto dell'Agnello-Pastore.

 

36.       Solo Cristo è il Buon pastore. Da lui, come da sorgente, s'irradia nella Chiesa il ministero pastorale, che Gesù ha affidato a Pietro (cf. Gv 21,15.17); una grazia che è stata percepita come la continuità del ministero apostolico di guidare e di sorvegliare: “Pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza, ma volentieri secondo Dio”(1 Pt 5,2).

            La figura del vescovo come pastore è quindi familiare alla tradizione cristiana nelle parole, nei gesti, nelle insegne episcopali, sempre tuttavia nella contemplazione dell'unico pastore e nell'imitazione dei suoi sentimenti, in forza della grazia da Lui ricevuta.

            “Il buon pastore Gesù gli ha affidato (al vescovo), mediante il sacramento dell'episcopato, i suoi stessi poteri: ebbene, il vescovo considera come un obbligo di amore il pascere il gregge del Signore e come risposta d'amore il suo impegno a vivere ed esercitare il ministero con le medesime disposizioni che ebbe Cristo, il pastore sommo (cf. 1 Pt 5,4), il ‘vescovo delle nostre anime’ (cf. 1 Pt 2,25)”.[29]                      

            Il ministero episcopale diventa nella Chiesa un amoris officium, secondo le parole di Agostino[30], un servizio di unità, nella comunione e nella missione. A questo altissimo archetipo che è Cristo si rifà il nome di pastore e tutte le espressioni che ne derivano.

 

 

I. MISTERO E GRAZIA DELL'EPISCOPATO  

La grazia dell'ordinazione episcopale  

37.       Con la consacrazione episcopale “viene conferita la pienezza del sacramento dell'ordine, quella cioè che dalla consuetudine liturgica della Chiesa e dalla voce dei santi Padri viene chiamata sommo sacerdozio, il vertice del sacro ministero”.[31] L'intima natura del mistero e del ministero del vescovo viene espressa dalle parole e dai gesti dell'ordinazione episcopale, nella liturgia sacramentale che a ragione l'antica tradizione chiama “natalis Episcopi”.

            L'immagine ecclesiale del vescovo viene delineata fin dall'antichità cristiana nelle varie liturgie dell'ordinazione episcopale in Oriente e in Occidente, come il momento in cui con l'imposizione delle mani e le parole della consacrazione la grazia dello Spirito Santo scende sull'eletto e con il sacro carattere imprime in pienezza l'immagine viva di Cristo maestro, pontefice, pastore, per agire in nome suo e nella sua persona.[32]

            Il vescovo è consacrato anche con l'unzione del santo crisma per essere partecipe del sommo sacerdozio di Cristo, in modo tale che possa pienamente esercitare il ministero della parola, della santificazione e del governo. Come pontefice è preso fra gli uomini, è costituito in favore degli uomini in tutto quello che riguarda Dio (cf. Eb 5,1). L'episcopato, viene detto, non è un termine che indica primariamente un onore, ma un servizio; è destinato piuttosto a fare del bene anziché a manifestare una preminenza. Infatti, anche per il vescovo valgono le parole del Signore “chi è più grande fra di voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve” (Lc 22,26).[33]

 

 

In comunione con la Trinità  

38.       La dimensione trinitaria della vita di Gesù, che lo lega al Padre e allo Spirito come consacrato ed inviato nel mondo e si manifesta in tutto il suo essere ed agire, plasma anche la personalità del vescovo, come buon pastore, successore degli apostoli.

            Questa partecipazione alla vita e alla missione trinitaria ha una prima applicazione negli apostoli, quali primi partecipi della comunione e della missione: “Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi. Rimanete nel mio amore” (Gv 15,9; 17, 23); “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi” (Gv 20,21). Gesù inoltre prega per i discepoli affinché siano avvolti nello stesso amore trinitario: come il Padre e il Figlio sono uno, i discepoli siano uno (cf. Gv 17,21).

            Questo riferimento alla Trinità fa risalire il ministero del vescovo fino alla sua sorgente. La successione apostolica poi non è soltanto fisica e temporale, ma anche ontologica e spirituale, mediante la grazia dell'ordinazione episcopale. Infatti, i vescovi sono stati mandati dagli apostoli, come loro successori, gli apostoli sono stati inviati da Cristo, Cristo è stato mandato dal Padre.[34] 

 

39.       Il sigillo trinitario della grazia dell'episcopato è espresso in modo appropriato dalla liturgia romana dell'ordinazione episcopale: “Veglia con amore su tutto il gregge, nel quale lo Spirito Santo ti pone a reggere la Chiesa di Dio: nel nome del Padre del quale rendi presente l’immagine; nel nome di Gesù Cristo suo Figlio, dal quale sei costituito maestro, sacerdote e pastore; nel nome dello Spirito Santo, che dà vita alla Chiesa e con la sua potenza sostiene la nostra debolezza”.[35] 

            Si rende inoltre manifesto, attraverso le parole e i gesti dell'ordinazione con l'imposizione delle mani, un gesto che, secondo Ireneo di Lione, evoca le due mani del Padre, il Figlio e lo Spirito;[36] esso plasma e configura l'eletto per la pienezza del sacerdozio, come il dono dello “Spirito del Sommo sacerdozio” è riversato su Cristo e trasmesso agli apostoli, i quali hanno fondato dovunque la Chiesa.[37]

 

 

Dal Padre, per Cristo, nello Spirito  

40.       La tradizione che presenta il vescovo come immagine del Padre è molto antica. La si trova specialmente nelle Lettere di Ignazio di Antiochia. Il Padre infatti è come il vescovo invisibile, il vescovo di tutti.[38] A sua volta il vescovo deve essere da tutti riverito perché immagine del Padre.[39] Similmente un antico testo ammonisce: amate i vescovi che sono, dopo Dio, padre e madre.[40]

            Anche oggi nell'ordinazione episcopale si allude a questa dimensione paterna; il vescovo è chiamato a prendersi cura con affetto paterno del popolo santo di Dio, come un autentico padre di famiglia, per guidarlo, con l'aiuto dei presbiteri e diaconi, sulla via della salvezza.[41] La riscoperta della Chiesa come famiglia di Dio, già presente nel Vaticano II, rende più eloquente l'immagine paterna del vescovo.[42]

            In continuità con la persona di Cristo, che è l'icona originale del Padre e la manifestazione della sua presenza e della sua misericordia, anche il vescovo, per la grazia sacramentale, diventa immagine vivente del Signore Gesù come capo e sposo della Chiesa a lui affidata. In essa esercita come sacerdote il ministero della santificazione, del culto e della preghiera; come maestro il servizio dell'evangelizzazione, della catechesi e dell'insegnamento; come pastore, il compito del governo e della guida del popolo. Sono ministeri che egli deve esercitare con quei tratti caratteristici del buon pastore: la carità, la conoscenza del gregge, la cura di tutti, l'azione misericordiosa verso i poveri, i pellegrini, gli indigenti, la ricerca delle pecorelle smarrite per ricondurle all'unico ovile della Chiesa.[43]

            Tutto questo è possibile perché il vescovo riceve in pienezza nella sua ordinazione l'unzione dello Spirito Santo che è disceso sui discepoli nella Pentecoste, Spirito del sommo sacerdozio, che lo abilita interiormente, configurandolo a Cristo, per essere viva continuazione del suo mistero in favore del suo mistico Corpo.

            Questa visione trinitaria della vita e del ministero del vescovo segna anche in profondità il suo costante riferimento al mistero che risplende anche nella Chiesa, immagine della Trinità, popolo adunato nella pace e nella concordia, dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.[44]

 

 

L'icona ecclesiale del vescovo  

41.       Le stesse consegne ed insegne episcopali che il vescovo riceve nella sua ordinazione episcopale, come espressioni della grazia e del ministero, sono eloquenti nel loro simbolismo ecclesiale.

            Il libro del Vangelo, posto sul capo del vescovo, è segno di una vita tutta sottomessa alla Parola di Dio e spesa nella predicazione del Vangelo con ogni pazienza e dottrina.

            L'anello è simbolo di fedeltà, nell'integrità della fede e della purezza della vita, verso la Chiesa, che egli deve custodire come Sposa di Cristo. La mitra allude alla santità episcopale e alla corona della gloria che il Principe dei Pastori assegnerà ai suoi servi fedeli. Il pastorale è simbolo dell'ufficio del Buon pastore, che cura e regge con sollecitudine il gregge a lui affidato dallo Spirito Santo.[45]

            Anche il pallio, che i vescovi indossano da sempre in Oriente e alcuni vescovi ricevono ora in Occidente, ha diversi e vari significati. Per i metropoliti che lo ricevono in Occidente è segno di comunione con il Romano Pontefice, simbolo di unità, impegno di comunione con la Sede apostolica, vincolo di carità e stimolo di fortezza nella confessione e difesa della fede. Il pallio, tuttavia, come l'omophorion dei vescovi nelle chiese orientali, ha avuto nell'antichità e tuttora conserva altri significati di grande valore spirituale ed ecclesiale. Confezionato con lana e ornato di segni di croce, è emblema del vescovo, identificato con Cristo, il Buon Pastore immolato, che ha dato la vita per il gregge e porta sulle spalle la pecorella smarrita, a significare la sollecitudine per tutti, specialmente per coloro che si sono allontanati dall'ovile. Così lo attesta la tradizione orientale[46] e quella occidentale.[47] 

            La croce che il vescovo porta visibilmente sul petto è segno eloquente della sua appartenenza a Cristo, della confessione della sua fiducia in lui, della forza attinta costantemente alla croce del Signore per il dono della vita. Lungi dall'essere un gioiello o un ornamento esteriore, rappresenta la croce gloriosa di Cristo, segno di speranza, secondo l'eloquente parola dell'apostolo: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso come io per il mondo” (Gal 6,14).

            Queste semplici indicazioni mettono in risalto il simbolismo insito nella solennità dell’ordinazione episcopale.

            Tutto ciò porta in sé una connotazione di universalità per tutti coloro che hanno ricevuto l'ordinazione episcopale e, in comunione con il Romano Pontefice, fanno parte del Collegio Episcopale e con lui condividono la sollecitudine per tutta la Chiesa.[48]

 

 

Lo Spirito di santità  

42.       Dalla figura del vescovo, come è espressa dalle parole e dai riti dell'ordinazione, emerge la chiamata alla santità, la sua peculiare spiritualità, il suo cammino di santità e di perfezione evangelica. È una tradizione confermata dai riti di Occidente e di Oriente che riferiscono al vescovo la pienezza della santità da vivere davanti a Dio e in comunione con i fedeli.

            L'antico Eucologio di Serapione esprime questo concetto nella preghiera della consacrazione del vescovo: “Dio di verità, fa del tuo servitore un vescovo vivente, un vescovo santo nella successione dei Santi apostoli; e donagli la grazia dello Spirito divino, che hai concesso a tutti i servi fedeli, profeti e patriarchi”.[49]

            Si tratta di una chiamata alla santità, vissuta nella carità pastorale, nel servizio continuo del Signore, nell'offerta dei santi doni, nel ministero della remissione dei peccati, piacendo a Lui con mitezza e purezza, offrendo se stesso come sacrificio di soave odore.[50]

            Da queste premesse emerge per il vescovo la chiamata alla santità propria, in forza del dono ricevuto e del ministero di santificazione a lui affidato.

 

 

II. LA SANTIFICAZIONE NEL PROPRIO MINISTERO

 

La vita spirituale del vescovo  

43.       La vita spirituale del vescovo, come vita in Cristo secondo lo Spirito, ha la sua radice nella grazia del sacramento del battesimo e della confermazione, dove, in quanto “christifidelis”, rinato in Cristo, è stato reso capace di credere in Dio, di sperare in lui e di amarlo per mezzo delle virtù teologali, di vivere e agire sotto la mozione dello Spirito Santo per mezzo dei suoi santi doni. Il vescovo infatti, non differentemente da tutti gli altri discepoli del Signore, che sono stati incorporati a lui e sono divenuti tempio dello Spirito, vive la sua vocazione cristiana consapevole del suo rapporto con Cristo, come discepolo ed apostolo. Lo ha espresso bene Agostino con la sua nota formula riferita ai suoi fedeli: “Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano”.[51]

            Anche il vescovo, dunque, come battezzato e cresimato, è nutrito dalla santa Eucaristia e ha bisogno del perdono del Padre, a motivo dell'umana fragilità. Inoltre, insieme a tutti i presbiteri, deve pure percorrere dei cammini specifici di spiritualità, chiamato alla santità per il nuovo titolo dell'Ordine sacro.[52]

 

44.       Si tratta tuttavia di una spiritualità propria, che il vescovo trae dalla sua realtà, orientato a vivere nella fede, nella speranza e nella carità il ministero di evangelizzatore, di liturgo e di guida nella comunità. È una spiritualità ecclesiale perché ogni vescovo è conformato a Cristo Pastore e Sposo per amare e servire la Chiesa.

            Non è possibile amare Cristo e vivere nell'intimità con lui senza amare la Chiesa, che Cristo ama: tanto, infatti, si possiede lo Spirito di Dio quanto si ama la Chiesa “una in tutti e tutta in ciascuno ; semplice nella pluralità per l'unità della fede, molteplice in ciascuno per il cemento della carità e la varietà dei carismi”.[53] Solo dall'amore per la Chiesa, amata da Cristo sino al dono di se stesso per lei (cf. Ef 5, 25), nasce una spiritualità orientata alla misura totale con cui il Signore Gesù ha amato gli uomini, cioè sino alla croce.

            È quindi una spiritualità di comunione ecclesiale, tesa cioè a costruire la Chiesa con una vigile attenzione, in modo che le parole e le opere, i gesti e le decisioni, che impegnano il  servizio pastorale, siano segno del dinamismo trinitario della comunione e della missione.  

 

Una autentica carità pastorale  

45.       Cardine della spiritualità specifica del vescovo è l'esercizio del suo  ministero, informato interiormente dalla fede e dalla speranza, in modo speciale dalla carità pastorale, che è l'anima del suo apostolato, in un dinamismo di “pro-existentia” pastorale, cioè, un vivere per Dio e per gli altri, come Cristo, proteso verso il Padre e totalmente al servizio dei fratelli, nel dono quotidiano di sé in un servizio gratuito di amore, in comunione con la Trinità. “I pastori del gregge di Cristo, afferma la Lumen gentium, devono, ad immagine del sommo ed eterno sacerdote... compiere con santità e slancio, con umiltà e fortezza il proprio ministero, il quale così adempiuto, sarà anche per loro un eccellente mezzo di santificazione. Eletti alla pienezza del sacerdozio, è loro data la grazia sacramentale, affinché, pregando, sacrificando, e predicando con ogni forma della cura e del servizio episcopale, esercitino l'ufficio perfetto della carità pastorale, non temano di dare la propria vita per le pecore, e fattisi modello del gregge (1 Pt 5,3), spingano anche col proprio esempio la Chiesa a una santità ogni giorno più grande”. [54]

            Già il Direttorio pastorale Ecclesiae imago aveva dedicato un intero e dettagliato capitolo alle virtù necessarie ad un vescovo.[55] In quel contesto, oltre ai rimandi alle virtù soprannaturali dell'obbedienza, della perfetta continenza per amore del Regno, della povertà, della prudenza pastorale e della fortezza, si trova pure un richiamo alla virtù teologale della speranza.  Appoggiandosi su di essa il vescovo con ferma certezza aspetta da Dio ogni bene e ripone nella divina Provvidenza la massima fiducia, “memore dei santi apostoli e degli antichi vescovi i quali, pure sperimentando grandi difficoltà e ostacoli di ogni genere, tuttavia predicavano il Vangelo di Dio con tutta franchezza”.[56]

            Fin dai primi secoli del cristianesimo, e fino al secolo ventesimo, molti vescovi sono stati modelli di sapienza teologica e di carità pastorale; hanno unito nella loro esistenza il ministero della predicazione e della catechesi, la celebrazione dei santi misteri e la preghiera, lo zelo apostolico e l'amore intenso per il Signore. Hanno fondato chiese, riformato i costumi, difeso la verità; sono stati coraggiosi testimoni nel martirio e hanno lasciato un'impronta nella società, con iniziative di carità e di giustizia, con gesti di coraggio di fronte ai potenti del mondo in favore del proprio popolo.[57]

 

 

Il ministero della predicazione  

46.       La spiritualità ministeriale, radicata nella carità pastorale ed espressa nel triplice ufficio dell'insegnamento, della santificazione e del governo, non va vissuta dal vescovo accanto al suo ministero, ma nell'unità di vita del suo ministero.

            Il vescovo è innanzitutto ministro della verità che salva non soltanto per ammaestrare e istruire ma anche per condurre gli uomini alla speranza e, quindi, al progresso nel cammino della speranza. Se, dunque, un vescovo vuole davvero mostrarsi al suo popolo come segno, testimone e ministro della speranza non può che alimentarsi alla Parola di Verità, in totale adesione e piena disponibilità ad essa, sul modello della santa Madre di Dio Maria, che “ha creduto all'adempimento delle parole del Signore” (Lc 1, 45).

            Poiché, poi, questa divina Parola è contenuta ed espressa nella Sacra Scrittura, ad essa un vescovo deve costantemente fare ricorso con lettura assidua e studio accurato, per riavere aiuto nel suo ministero.[58] Ciò non soltanto perché egli sarebbe vano predicatore della Parola di Dio all'esterno se non l'ascoltasse dal di dentro,[59] ma anche perché svuoterebbe il suo ministero in favore della speranza. Dalla Scrittura infatti il vescovo attinge alimento per la sua spiritualità, in modo da svolgere veracemente il suo ministero di evangelizzatore. Solo così, come S. Paolo, egli potrà rivolgersi ai suoi fedeli dicendo: “In virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza” (Rom 15, 4).

            Nel ministero episcopale si ripete l'opzione degli apostoli all'inizio della Chiesa: “Noi ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola” (At 6,4). Come ha scritto Origene: “Sono queste le due attività del Pontefice: o imparare da Dio, leggendo le Scritture divine e meditandole più volte, o ammaestrare il popolo. Però, insegni le cose che egli stesso ha imparato da Dio!”.[60]

   

 

Orante e maestro della preghiera  

47.       Il vescovo è anche l'orante, colui che intercede per il suo popolo, con la fedele celebrazione della liturgia delle Ore che deve presiedere anche in mezzo al suo popolo.

            Consapevole che egli sarà maestro di preghiera per i suoi fedeli solo attraverso la sua stessa preghiera personale, il vescovo si rivolgerà a Dio per ripetergli, insieme con il salmista: “Io spero sulla tua parola” (Sal 119, 114). La preghiera, infatti, è momento espressivo della speranza o, come si legge in S. Tommaso, essa stessa è “interprete della speranza”.[61]

            È proprio del vescovo il ministero della preghiera pastorale ed apostolica, davanti a Dio  per il suo popolo, ad imitazione di Gesù che prega per gli apostoli (cf. Gv 17) e dell'apostolo Paolo che prega per le sue comunità (cf. Ef 3,14-21; Fil 1,3-10). Egli infatti anche nella sua preghiera, deve portare con sé tutta la Chiesa pregando in maniera speciale per il popolo che gli è stato affidato. Imitando Gesù nella scelta dei suoi Apostoli (cf. Lc 6, 12-13), anch'egli sottometterà al Padre tutte le sue iniziative pastorali e gli presenterà, mediante Cristo nello Spirito, le sue attese e le sue speranze. E il Dio della speranza lo riempirà di ogni gioia e pace, perché abbondi nella speranza per la virtù dello Spirito Santo (cf. Rom 15, 13).

            Un vescovo deve pure ricercare le occasioni in cui possa vivere il suo ascolto della Parola di Dio e la sua preghiera insieme con il presbiterio, con i diaconi permanenti, con i  seminaristi e con i consacrati e le consacrate presenti nella chiesa particolare e, dove e quando è possibile, anche con i laici, in particolare quelli che vivono in forma associata il loro apostolato.

            In tal modo favorisce lo spirito di comunione, sostiene la vita spirituale della Diocesi mostrandosi come “maestro di perfezione” nella sua chiesa particolare, impegnato a “fare avanzare nella via della santità i suoi sacerdoti, i religiosi e i laici, secondo la particolare vocazione di ciascuno”.[62] Al tempo stesso riporta alla sua origine divina e conferma nella comunione della preghiera i vincoli delle relazioni ecclesiali, nelle quali è stato immesso come visibile centro d'unità.

            Neppure trascurerà le occasioni per trascorrere insieme con i fratelli vescovi, soprattutto quelli della medesima provincia e regione ecclesiastica, analoghi momenti d'incontro spirituale. In tali occasioni si esprime la gioia che deriva dal vivere insieme tra fratelli (cf. Sal 133, 1), si manifesta e cresce l'affetto collegiale.  

 

Nutrito dalla grazia dei sacramenti  

48.            L'efficacia della guida pastorale di un vescovo e della sua testimonianza di Cristo, speranza del mondo, dipende in gran parte dall'autenticità della sequela del Signore e dal vivere nell'amicizia con Lui.

            Solo la santità è annuncio profetico del rinnovamento che il vescovo anticipa nella propria vita con l'avvicinamento a quella meta cui conduce i suoi fedeli. Tuttavia, nel suo cammino spirituale, come ogni cristiano anch'egli sperimenta la necessità della conversione a motivo della consapevolezza delle proprie debolezze, dei propri scoraggiamenti e del proprio peccato. Ma poiché, come predicava S. Agostino, non può precludersi la speranza del perdono colui al quale non è stato precluso il peccato,[63] il vescovo, deve ricorrere al sacramento della penitenza e della riconciliazione. Chiunque ha la speranza di essere figlio di Dio e di vedere Dio così come egli è purifica se stesso come è puro il Padre celeste (cf. 1 Gv 3, 3).

            Anche gli apostoli, ai quali Gesù Risorto ha comunicato il dono dello Spirito Santo per rimettere i peccati (cf. Gv 20, 22-23), hanno avuto bisogno di ricevere dal Signore la parola della pace che riconcilia e la richiesta dell'amore pentito che risana (cf. Gv 20,19.21; 21,15 ss). 

            È indubbiamente segno di incoraggiamento per il popolo di Dio vedere il proprio vescovo accostarsi per primo al sacramento della riconciliazione in particolari circostanze, come quando ne presiede la celebrazione in forma comunitaria.

            Anche dalla santa liturgia il vescovo, insieme con tutto il popolo di Dio, trae alimento per la speranza. La Chiesa, infatti, quando celebra la liturgia sulla terra, pregusta, nella speranza, la liturgia della celeste Gerusalemme, verso cui tende come pellegrina e dove Cristo è assiso alla destra del Padre “quale ministro del santuario e della vera tenda, che ha costruito il Signore e non un uomo” (Ebr 8, 2).[64]

49.       Tutti i Sacramenti della Chiesa, primo fra tutti l'Eucaristia, sono memoriale delle parole, delle opere e dei misteri del Signore, ripresentazione della salvezza operata da Cristo una volta per sempre e anticipazione del pieno possesso, che sarà il dono del tempo finale.[65] Sino allora la Chiesa li celebra come segni efficaci nella sua attesa, nell'invocazione e nella speranza.

            Sia in Oriente che in Occidente la spiritualità del ministero episcopale è legata alla celebrazione dei santi misteri che il vescovo presiede e celebra insieme con il suo presbiterio, i diaconi e il popolo santo di Dio.

            La varietà dei riti della Chiesa e la loro specificità, sia in Oriente che in Occidente, segna la vita del popolo di Dio, gli conferisce una sua identità ed è sorgente di una ricca spiritualità ecclesiale. Perciò il vescovo come gran sacerdote del suo popolo deve non soltanto celebrare attentamente i santi misteri, ma far della celebrazione di essi una autentica scuola di spiritualità per il popolo. Sarà aiutato in questo dalla conoscenza della teologia e della liturgia episcopale, come appare nel Caeremoniale episcoporum.[66]

            I vescovi delle chiese orientali, fedeli al proprio ricco patrimonio liturgico, con le varie e particolari celebrazioni, potranno vivere ed agire nella comunione, in piena sintonia con i valori spirituali delle proprie tradizioni.[67]  

 

Come grande sacerdote in mezzo al suo popolo  

50.       Fra le azioni liturgiche ve ne sono alcune nelle quali la presenza del vescovo ha un significato particolare. Anzitutto la Messa crismale, durante la quale sono benedetti l'Olio dei Catecumeni e l’Olio degli Infermi ed è consacrato il santo Crisma: è il momento della più alta manifestazione della Chiesa locale, che celebra il Signore Gesù, sacerdote sommo ed eterno del suo stesso sacrificio. Per un vescovo è un momento di grande speranza, poiché egli trova il presbiterio diocesano raccolto attorno a sé per guardare insieme, nell'orizzonte gioioso della Pasqua, al grande sacerdote; per ravvivare, così, la grazia sacramentale dell'Ordine mediante il rinnovo delle promesse che, dal giorno dell'Ordinazione, fondano lo speciale carattere del loro ministero nella Chiesa. In questa circostanza, unica nell'anno liturgico, i rinsaldati vincoli della comunione ecclesiale sono per il popolo di Dio, pure assillato da innumerevoli ansietà, un vibrante grido di speranza.

            A questa celebrazione si aggiungerà la solenne liturgia dell'ordinazione di nuovi presbiteri e di nuovi diaconi. Qui, ricevendo da Dio i nuovi cooperatori dell'ordine episcopale e del suo ministero, il vescovo vede esaudite dallo Spirito, donum Dei e dator munerum, la preghiera per l'abbondanza delle vocazioni e le speranze per una Chiesa ancora più splendente nel suo volto ministeriale.

            Analogamente si può dire per il conferimento del sacramento della Confermazione, del quale il vescovo è ministro originario e, nel rito latino, ministro ordinario.

            Anche in questo sacramento dell'effusione dello Spirito Santo, che comporta spesso per i pastori un grande impegno di tempo e appare l'occasione per compiere la visita pastorale nelle parrocchie, il vescovo vive un momento di intensa spiritualità ministeriale e di comunione con i suoi fedeli, specialmente con i giovani. Il fatto che questo sacramento venga amministrato dal pastore della diocesi evidenzia che esso ha come effetto di unire più strettamente tutti al mistero della Pentecoste, alla Chiesa di Dio nelle sue origini apostoliche, alla comunità locale e associare coloro che lo ricevono alla missione di testimoniare Cristo.[68]  

 

Una spiritualità di comunione  

51.       Segno di una forte spiritualità di comunione ed elemento di grande valore per la santità e santificazione del vescovo è la comunione con i suoi presbiteri, con i diaconi, i religiosi e le religiose, con i laici, sia nel rapporto personale che nei diversi raduni. La sua parola di esortazione ed il suo messaggio spirituale tende a favorire e garantire la presenza attiva e santificante di Cristo in mezzo alla sua Chiesa e il flusso della grazia dello Spirito che crea una particolare testimonianza di unità e di carità.

            Per questo è opportuno che il vescovo animi e promuova anche con la sua presenza e la sua parola i “momenti dello Spirito” che favoriscono la crescita della vita spirituale, come sono i ritiri, gli esercizi spirituali, le giornate di spiritualità, usando anche dei mezzi di comunicazione sociale che possono raggiungere anche i più lontani.

            Dovrà anche saper usufruire dei mezzi comuni della vita spirituale, come la ricerca del  consiglio spirituale, l'amicizia e la comunione fraterna, per evitare il rischio della solitudine e il pericolo dello scoraggiamento davanti ai problemi.

            Egli potrà così vivere ed animare una spiritualità di comunione con gli operatori della pastorale attraverso l'ascolto, la collaborazione e il responsabile affidamento dei compiti e dei ministeri.

            Un mezzo speciale per mantenere viva questa spiritualità è la comunione affettiva ed effettiva del vescovo, nella sua preghiera e nei suoi rapporti, con il Papa e gli altri vescovi.

            Il vescovo non è solo nel suo ministero: deve donare e ricevere quel flusso di carità fraterna che viene dalla relazione con gli altri fratelli nell'episcopato, in un vero esercizio di amore reciproco, come quello chiesto da Gesù ai suoi discepoli (cf. Gv 13,34; 15, 12-13), che diventa anche condivisione di preghiera, di esperienze spirituali e pastorali, di discernimento.

            Per questo sono importanti le occasioni di dialogo e di condivisione, i ritiri spirituali, i momenti di distensione e di riposo, nei quali anche i vescovi possono esercitare la comunione e la carità pastorale.  

 

Animatore di una spiritualità pastorale  

52.       Egli stesso è chiamato ad essere in mezzo al popolo promotore e animatore di una pastorale della santità, maestro spirituale del suo gregge, con lo stile di vita e la testimonianza credibile nelle parole e nelle opere.

            La chiamata alla santità impegna il vescovo ad essere anche promotore della vocazione universale alla santità nella sua Chiesa. A questo scopo egli deve promuovere la spiritualità e la santità del Popolo di Dio con iniziative specifiche accogliendo i carismi antichi e recenti, segno della ricchezza dello Spirito di Santo.

 

 

In comunione con la Santa Madre di Dio  

53.            Sostegno del vescovo nella vita spirituale è la speciale presenza materna di Maria, onorata con un rapporto personale di autentico amore filiale.

            Ogni vescovo è chiamato a rivivere quel particolare affidamento di Maria e del discepolo Giovanni ai piedi della croce (cf. Gv 19, 26-27); è pure chiamato a rispecchiarsi nella preghiera unanime e perseverante dei discepoli con Maria, la Madre di Gesù, dall'Ascensione alla Pentecoste (cf. At 1, 14). Ogni Vescovo e tutti i vescovi nella comunione fraterna sono affidati alle cure materne di Maria nel ministero, nella comunione e nella speranza.

            Ciò comporta una solida devozione mariana, che è una intensa comunione con la Santa Madre di Dio nel ministero liturgico di santificazione e di culto, nell'insegnamento della dottrina, nella vita e nel governo. Questo stile mariano nell'esercizio del ministero episcopale scaturisce dallo stesso profilo mariano della Chiesa.  

 

III. IL CAMMINO SPIRITUALE DEL VESCOVO

 

Un necessario cammino spirituale  

54.       La spiritualità cristiana è un cammino con le sue tappe, le sue prove e le sue sorprese, in un dinamismo di fedeltà alla propria vocazione. Le stagioni della vita, la tensione costante verso la perfezione e la santità personale, secondo il disegno di Dio, aiutano anche il vescovo a cogliere nel suo ministero un vero e proprio itinerario spirituale. In mezzo alle gioie e alle prove, che non mancano nella vita del pastore, vivrà la propria storia e quella del suo popolo. Un cammino che deve percorrere davanti al suo gregge, nella fedeltà a Cristo, con una testimonianza anche pubblica fino alla fine.

            Potrà e dovrà farlo con serena fiducia ed animato dalla speranza teologale, anche quando sarà nelle condizioni di presentare la rinuncia all’ufficio. Non dovrà tuttavia cessare di vivere fino alla fine nelle forme più opportune lo spirito del ministero, nella preghiera o in altri compiti.  

 

Con il realismo spirituale del quotidiano  

55.       Il realismo spirituale insegna anche a valutare come il vescovo debba vivere la sua vocazione alla santità anche nella sua umana debolezza, nella molteplicità degli impegni, negli imprevisti quotidiani, nei molti problemi personali ed istituzionali. Talvolta, impegnato e sollecitato da tante responsabilità, rischia di essere travolto dai problemi, senza trovare valide risposte e soluzioni.

            Ogni vescovo sperimenta quotidianamente il peso della vita e della storia; anche su di lui gravano la responsabilità, la condivisione dei problemi e delle gioie della sua gente. Talvolta  sarà sottoposto alla pressione dei mezzi di comunicazione, davanti a fenomeni che coinvolgono la Chiesa e la difesa della vera dottrina e della morale; si troverà ad affrontare accuse ingiuste o problemi di carattere sociale.

            Per questo ha bisogno di coltivare un sereno tenore di vita che favorisca l'equilibrio mentale, psichico, affettivo, capace di fomentare una attitudine alla relazione interpersonale, ad accogliere le persone e i loro problemi, ad immedesimarsi con le situazioni tristi o liete della sua gente che in lui vuole trovare la maturità e la bontà di un padre e di un maestro spirituale.

            Al vescovo è necessario il coraggio nella fatica del suo ministero, nel portare la croce con dignità e  sperimentare la gloria di servire, in comunione con il Crocifisso-Glorioso.  

 

Nell'armonia del divino e dell'umano  

56.       Il vescovo è chiamato a coltivare una spiritualità misurata sulla humanitas stessa di Gesù, nella quale possa esprimere l'aspetto divino ed umano della sua consacrazione e missione. In questo modo darà equilibrio a sé nei suoi impegni: la celebrazione liturgica e la preghiera personale, la programmazione pastorale, il raccoglimento e il riposo, la giusta distensione e un congruo tempo di vacanze, lo studio e l'aggiornamento teologico e pastorale.

            La cura della propria salute fisica, psichica e spirituale e l'equilibrio dell'esistenza sono per il vescovo anche un atto di amore per i fedeli, una garanzia di maggiore disponibilità e apertura alle ispirazioni dello Spirito.

            Munito con questi sussidi di spiritualità, trova la pace del cuore e la profondità della comunione con la Trinità, che lo ha scelto e consacrato. Nella grazia che Dio gli assicura, ogni giorno saprà svolgere il suo ministero, attento ai bisogni della Chiesa e del mondo, come testimone di speranza.

            Il vescovo infatti ogni giorno rinnova la sua fiducia in Dio e si vanta come l'Apostolo “nella speranza della gloria di Dio... ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza” (Rom 5, 2-4). Dalla speranza deriva pure la gioia. La gioia cristiana, infatti, che è gioia nella speranza (cf. Rom 12, 12), è pure oggetto della speranza. Il vescovo testimone della gioia cristiana che nasce dalla croce, non solo deve parlare della gioia, ma deve pure “sperare la gioia” e testimoniarla davanti al suo popolo.[69]

 

 

Fedeltà fino alla fine  

57.       Sarà paziente e perseverante nella speranza, quando nell'esercizio del suo ministero sarà sottoposto alla prova della malattia o sarà condotto dal Signore a vivere la sua fine come un'offerta per il suo gregge oppure sarà chiamato a rendere testimonianza a Cristo in difficili condizioni di persecuzione e di martirio, come non raramente è accaduto e accade nel nostro tempo.

            Anche queste saranno occasioni preziose perché tutto il popolo a lui affidato sappia che il suo pastore vive il dono totale di sé come Cristo sulla Croce.

            Per questo sarà anche bello vedere il vescovo che, consapevole della sua malattia, riceve il sacramento dell'Unzione degli infermi e il santo viatico con solennità e accompagnamento di clero e di popolo.[70]

            In quest'ultima testimonianza della sua vita terrena egli avrà l'occasione di insegnare ai suoi fedeli che mai bisogna tradire la propria speranza e che ogni dolore del momento presente è alleviato con la speranza delle realtà future.

            Nell'ultimo atto del suo esodo da questo mondo al Padre, egli potrà riassumere e riproporre lo scopo del suo stesso ministero nella Chiesa: quello di additare, come Mosè sul monte Nebo la terra promessa ai figli d'Israele (cf. Dt 34, 1 ss), il traguardo escatologico ai figli della Chiesa.

            In conseguenza anche la conclusione del suo itinerario spirituale con la morte e le esequie solenni celebrate nella chiesa cattedrale, devono essere un momento spirituale di grande valore per la vita dei fedeli, un canto alla Risurrezione del Signore che accoglie i suoi servi fedeli. È occasione propizia per lasciare come dono alla Chiesa la parole di un testamento spirituale e l'impronta di un volto amico e vicino, accanto alla schiera dei pastori che lo hanno preceduto nella chiesa particolare.         

 

L'esempio dei santi vescovi  

58.       Il cammino spirituale del vescovo è illuminato dal grande stuolo di pastori della Chiesa che a partire dagli apostoli hanno illuminato con il loro esempio la vita della Chiesa in ogni epoca ed in ogni luogo. Sarebbe arduo fare un elenco di questi illustri modelli che brillano nella Chiesa, la cui santità è stata o sarà riconosciuta dalla Chiesa. Ma i loro nomi e i loro volti sono ben presenti nella vita della Chiesa universale e delle chiese locali, anche nella celebrazione ciclica dell'anno liturgico o nelle letture della liturgia delle ore.

            Pensiamo ai santi pastori che fin dall'inizio della Chiesa hanno congiunto la santità della vita con la predicazione e la sapienza, il senso pastorale ed anche sociale del messaggio evangelico. Alcuni di essi hanno dato la loro vita nella testimonianza del martirio. Vi sono santi pastori fondatori di chiese ricordati e celebrati come santi patroni.

            Vi sono stati pastori che risplendono per la loro dottrina, che hanno dato un contributo specifico nei Concili ecumenici ed hanno attuato con sapienza le direttive di riforma e di rinnovamento. Sono vescovi santi molti missionari che hanno portato il Vangelo in nuove terre ed hanno organizzato la vita delle chiese locali nascenti. Non sono mancati fino ai nostri giorni testimoni della fede che hanno pagato con il carcere, l'esilio ed altre sofferenze, la loro fedeltà alla Chiesa cattolica e alla comunione con la Sede di Pietro. Altri in circostanze difficili hanno dato la vita per il loro gregge come difensori dei diritti umani e religiosi.

            La comunione spirituale con questi pastori è motivo di speranza e fonte di slancio apostolico. Ogni vescovo  vede in essi espressa la grazia e la forza dello Spirito Santo e la misura di fedeltà alla quale è chiamato nel proprio ministero pastorale.

 

CAPITOLO III

 

L'EPISCOPATO  
MINISTERO DI COMUNIONE E DI MISSIONE   

NELLA CHIESA UNIVERSALE

 

 

Amici di Cristo, scelti ed inviati da Lui  

59.       Le parole di Gesù nell'ultima Cena, in modo speciale nel cap. 15 di Giovanni, riguardano la vocazione degli apostoli nella luce della comunione e della missione. Gesù parla della vite e dei tralci in una figura biblica che esprime con chiarezza la necessità della comunione e la fecondità della missione. Anche se la parola di Gesù ha un suo riferimento ecclesiale ed eucaristico che raggiunge tutti i fedeli, ha un primo riferimento alla cerchia degli apostoli e di conseguenza ai loro successori.

            Nel discorso di Gesù sulla vite ed i tralci emerge il dinamismo trinitario della comunione e della missione. Il Padre è il vignaiolo; Cristo è la vite vera; la linfa interiore di comunione e di fecondità è lo Spirito Santo che vivifica i tralci uniti alla vite, destinati a dare frutto abbondante e duraturo. Al centro di questa parabola si trova un insegnamento fondamentale: i discepoli di Gesù sono chiamati a rimanere in comunione vitale con Cristo, con la sua parola e i suoi comandamenti, per crescere attraverso la potatura di Dio e dare frutti in abbondanza (Gv 15, 1-10).

            Ne deriva la necessità della comunione con Cristo e in lui con il Padre e lo Spirito, nella vite mistica nella quale è adombrata la Chiesa.

            “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15, 5). Secondo il senso della parabola della vite nel Vangelo di Giovanni, Gesù indica ai suoi discepoli la comunione con Lui come fedeltà di una divina amicizia: “Voi siete miei amici se farete ciò che vi comando” (Gv 15,14). Nell'amicizia di Cristo è compresa la condivisione della conoscenza dei segreti del Padre, il dono della vita fino alla morte, la comunione reciproca nell'amore. Essa suppone, da parte di Gesù e in continuità con la sua missione che viene del Padre, la scelta e l'invio missionario dei discepoli: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,16). Da parte del discepolo si chiede la fedeltà alla parola e alla missione.

 

60.       Il vescovo, tralcio vivo innestato nella vite che è Cristo, suo amico, discepolo ed apostolo, porta in sé la chiamata personale e ministeriale alla comunione e alla missione.

            Nel dinamismo della successione apostolica, intesa non solo come investitura di autorità ma come estensione trinitaria della comunione e della missione, è radicata l'identità del vescovo nella Chiesa. Scelto dal Signore, chiamato ad una costante comunione con lui, inviato nel mondo, egli si identifica con la persona di Gesù nella trasmissione della vita divina, nella comunione dell'amore, nel sacrificio della sua esistenza.  

 

I.  IL MINISTERO EPISCOPALE IN UNA ECCLESIOLOGIA DI COMUNIONE

 

Nella Chiesa icona della Trinità  

61.       Il Concilio Vaticano II ha privilegiato nella sua riflessione teolo­gica la Chiesa, come luogo dei misteri della fede con una particolare attenzione al tema centrale della comunione. La Chiesa infatti viene definita fin dall'inizio della Costituzione Lumen gentium come  "un sacramento o un segno e uno strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità del genere umano".[71]

            A ragione quindi il documento dell’Assemblea Straordinaria del Sinodo dei Vescovi del 1985 ha affermato: "l'ecclesiologia di comunione è l'idea centrale e fondamentale nei documenti del Concilio".[72] Il concetto di comunione sta "nel cuore dell'autoconoscenza della Chiesa".[73]  Essa è insieme verticale e orizzontale, comunione con Dio e fra gli uomini, dono della Trinità e impegno della fede e dell'amore, visibile ed invisibile.[74]

            La comunione ecclesiale, fondata sulla parola di Dio e sui sacramenti, specialmente l'Eucaristia, espressa nella fede, fondata sulla speranza, animata dalla carità, radicata nell'unità del ministero dell'insegnamento e del governo del successore di Pietro e dei vescovi, possiede insieme una forza di unità ed un dinamismo missionario. Analogamente al mistero della Trinità che è comunione e missione per la salvezza del mondo, la Chiesa, icona vivente della Trinità, con la forza stessa dello Spirito, è convocazione (ekklesia) e manifestazione (epiphania) missionaria per la salvezza del mondo.

            La Chiesa deve essere sempre e dappertutto, in misura crescente, partecipazione e sacramento dell'amore trinitario, per la salvezza del mondo. Di conseguenza ha la forza stessa dello Spirito, che nella Trinità è principio di comunione e di missione nell'amore.

 

62.       La Chiesa pertanto è il mistero-sacramento nel quale convergono l'evange­lizzazione e la catechesi, la celebrazione dei misteri, la spiritualità ecclesiale, la vita di carità dei cristiani, l'azione e la testimonianza missionaria. Solo in una auten­tica prospettiva ecclesiale possono essere capiti gli impegni mora­li, le strategie pastorali, le vie di spiritualità vissuta.

      Comunione e missione si richiedono a vicenda. La forza della comunione fa crescere la Chiesa in estensione e in profondità. Ma la missione fa crescere anche la comunione, che si estende, come a cerchi concentrici, fino a raggiungere tutti. Infatti, la Chiesa si irradia nelle diverse culture e le introduce nel Regno,[75] in modo che tutto quello che da Dio è uscito a Dio possa ritornare. Per questo è stato affermato: “La comunione si apre alla missione, si fa essa stessa missione”. [76]     

            La comunione corrisponde all'essere della Chiesa, ricorda la destinazione di tutti i carismi all'agape, alla comunione nell'unità, nello stesso disegno di salvezza, nello stesso progetto ecclesiale.

            L'unità della Chiesa come comunione e missione non appartiene solo all'essenza del suo mistero e del suo compito nel mondo, essa è anche la garanzia e il sigillo del suo agire divino: tutto proviene dal disegno trinitario di Dio che nella sua unità è all'origine di tutto ed è anche l'approdo finale di tutto, secondo la visione della storia della salvezza che coinvolge l'umanità e il cosmo.  

 

In una ecclesiologia di comunione e di missione  

63.       Anche nel nostro tempo l'unità è un segno di speranza  sia che si tratti dei popoli, sia che si parli dell'agire umano per un mondo riconciliato. Ma l'unità è anche segno e testimonianza credibile dell'autenticità del Vangelo. Di qui nasce l'urgenza anche nel nostro mondo dell'unità della Chiesa e in modo particolare dell'unità di tutti i discepoli di Cristo, affinché il mondo creda (cf. Gv 17,21).  

            Il mistero trinitario, che è mistero di comunione nella reciprocità, è come il quadro referenziale della vita della Chiesa, della sua missione, dei suoi ministeri e quindi del ministero episcopale.

            Tale prospettiva è un segno di speranza per il mondo in mezzo a dissoluzioni dell'unità, contrapposizioni, conflitti. La forza della Chiesa è la comunione, la sua debolezza è la divisione e la contrapposizione.

 

64.   Il ministero episcopale si inquadra in questa ecclesiologia di comunione e di missione che genera un agire in comunione, una spiritualità ed uno stile di comunione.

            In questo ministero infatti si esprime l’unità della successione apostolica  nel Collegio dei vescovi, sotto il ministero petrino. Inoltre nel vescovo converge la chiesa particolare, la comunità del popolo di Dio, con i presbiteri, i diaconi, le persone consacrate, i laici.

            Questa comunione nell'unità è sostenuta dalla carità pastorale e dalla speranza soprannaturale nella attuazione del disegno divino con la forza dello Spirito Santo.

 

 

Unità e cattolicità nel ministero episcopale  

65.       Inviato in nome di Cristo come pastore di una chiesa particolare, il vescovo ha cura della porzione del popolo di Dio che gli è stata affidata e la fa crescere quale comunione nello Spirito per mezzo del Vangelo e della Eucaristia. In essa è visibile principio e fondamento dell’unità della fede, dei sacramenti e del governo in forza della potestà ricevuta.[77]

            Tuttavia ogni vescovo è pastore di una chiesa particolare in quanto è membro del Collegio dei vescovi. In questo medesimo Collegio ogni vescovo è inserito in virtù della consacrazione episcopale e mediante la comunione gerarchica con il Capo del Collegio.[78] Da ciò derivano per il ministero del vescovo alcune conseguenze che, per quanto in forma sintetica, è opportuno considerare.

            La prima è che un vescovo non è mai solo. Questo è vero non soltanto rispetto alla sua collocazione nella propria chiesa particolare, ma pure nella Chiesa universale, congiunto come è - per la natura stessa dell'episcopato uno e indiviso [79] - a tutto il Collegio episcopale, il quale succede al Collegio apostolico. Per questa ragione ogni vescovo è simultaneamente in relazione alla chiesa particolare e alla Chiesa universale.

            Visibile principio e fondamento dell'unità nella propria chiesa particolare, ogni vescovo  porta in sé anche il legame visibile della comunione ecclesiastica tra la sua chiesa e la Chiesa universale. Tutti i vescovi, perciò, pur residenti nelle diverse parti del mondo, ma sempre custodendo la comunione gerarchica con il Capo del Collegio episcopale e con lo stesso Collegio nella sua totalità, danno consistenza e figura alla cattolicità della Chiesa; al tempo stesso conferiscono alla chiesa particolare, cui sono preposti, la medesima nota della cattolicità.

            “In realtà il vescovo è principio e fondamento visibile dell'unità nella chiesa particolare, ma affinché ogni chiesa particolare sia pienamente Chiesa, cioè presenza particolare della Chiesa universale con tutti i suoi elementi essenziali, in essa deve essere presente, come elemento proprio, la suprema autorità della Chiesa: il Collegio episcopale ‘insieme con il suo Capo il Romano Pontefice, e mai senza esso’”.[80]

            Nella comunione delle chiese, dunque, il vescovo rappresenta la sua chiesa particolare e, in questa, egli rappresenta la comunione delle chiese. Mediante il ministero episcopale, infatti, ogni chiesa particolare che è anche una portio Ecclesiae universalis, [81] vive la totalità dell'una-santa ed è presente in essa la totalità della cattolica-apostolica.[82]

 

66.       La seconda conseguenza, su cui appare giusto soffermarsi, è che proprio quest'unione collegiale, o comunione fraterna di carità, o affetto collegiale, è la fonte della sollecitudine che ogni vescovo, per istituzione e comando di Cristo, ha per tutta la Chiesa e per le altre chiese particolari. Così si dilata anche la sua sollecitudine per “quelle parti del mondo dove la parola di Dio non è stata annunciata, o dove, specie a motivo dello scarso numero di sacerdoti, i fedeli sono in pericolo di allontanarsi dai precetti della vita cristiana, anzi di perdere la fede”.[83]

            D'altra parte già i doni divini, mediante i quali ogni vescovo edifica la sua chiesa particolare, ossia il Vangelo e l'Eucaristia, sono i medesimi che non soltanto costituiscono ogni altra chiesa particolare come riunione nello Spirito,  ma pure la aprono, ciascuna, alla comunione con tutte le altre chiese. L'annuncio del Vangelo, infatti, è universale e, per volontà del Signore, è rivolto a tutti gli uomini ed è immutabile in tutti i tempi.

            La celebrazione dell'Eucaristia, poi, per sua stessa natura e come tutte le altre azioni liturgiche, è atto di tutta la Chiesa, appartiene all'intero Corpo della Chiesa, lo manifesta e lo implica.[84] Anche da qui scaturisce il dovere di ogni vescovo, come legittimo successore degli apostoli e membro del collegio episcopale, di essere in certo qual modo garante della Chiesa tutta (sponsor Ecclesiae).[85]

 

 

 

In comunione con il Successore di Pietro  

67.            L'ecclesiologia di comunione caratteristica della Chiesa Cattolica esprime i molteplici rapporti di unità  non solo nella stessa fede, speranza e carità, nella medesima dottrina e nei sacramenti, fra tutte le chiese particolari, ma anche nella concreta comunione con il Romano Pontefice, principio visibile dell'unità della Chiesa. Questa realtà si manifesta nella santificazione e nel culto, nella dottrina e nel governo, secondo il progetto divino di Cristo, che ha voluto Pietro e i suoi successori come principio di unità visibile perché confermassero i fratelli nella fede.[86]

            L' unità della Chiesa, in comunione e sotto la guida del successore di Pietro, è pure sorgente di speranza per il futuro. Il disegno di Dio è l'unità dell'intera famiglia umana e la Chiesa cattolica conserva nella sua struttura questo prezioso dono.

            Tale unità è sorgente di fiducia e di speranza per il futuro della missione dei cristiani nel mondo. Essa infatti è garanzia della continuità della verità e della vita del Vangelo: la pienezza di una Chiesa che sia una, santa, cattolica ed apostolica, come è stata voluta da Cristo, e che “sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui”.[87]

 

68.            Molteplici sono i vincoli che uniscono i singoli vescovi con il ministero di Pietro. Prima di tutto la comunione nella vita divina, specialmente attraverso la celebrazione dell'Eucaristia, fondamento dell'unità della Chiesa in Cristo.[88]  Ogni celebrazione dell'Eucaristia, segno della “sanctorum communio”, cioè della comunione dei santi e delle cose sante, secondo l'espressione cara all'antichità cristiana,[89] è compiuta in unione non solo con il proprio vescovo, ma innanzi tutto con il Papa e con l'ordine episcopale, quindi con il clero e con l'intero popolo di Dio, come si esprimono i diversi formulari della preghiera eucaristica.[90]

            Si aggiunga poi, la comunione nella predicazione del Vangelo e nella retta dottrina, in fedeltà al magistero della Chiesa che il Romano Pontefice esercita, specialmente nelle questioni della fede e dei costumi. La cordiale accoglienza e diffusione del magistero pontificio è segno di autentica comunione e garanzia di unità nella Chiesa, anche per guidare il popolo di Dio per i sentieri della verità, specialmente in campi dottrinali che esigono anche lo studio accurato e specifico di nuove problematiche.[91]

            Infine anche la necessaria unità nella disciplina ecclesiastica è segno di comunione nella verità e nella vita, pur nelle legittime varietà, secondo il diritto.

 

 

Collaborazione nel ministero petrino  

69.            L'appartenenza al Collegio dei Vescovi, che non può essere concepito senza la comunione con il suo Capo visibile che è il Romano Pontefice, ha varie forme di partecipazione e di esercizio della collegialità.

            Proprio in quanto appartenente al Collegio episcopale ogni vescovo nell'esercizio del suo ministero s'incontra ed è in viva e dinamica comunione con il vescovo di Roma, Successore di Pietro e Capo del Collegio, e con tutti gli altri fratelli vescovi sparsi nel mondo intero. In tale comunione si attua anche la sollecitudine per tutte le chiese sparse per il mondo e la dimensione di missione, di cooperazione e di collaborazione missionaria che è propria del ministero episcopale.

            Una specifica forma di collaborazione con il Romano Pontefice nella sollecitudine per tutta la Chiesa è il Sinodo dei Vescovi, dove avviene un fruttuoso scambio di notizie e di suggerimenti e sono delineati, alla luce del Vangelo e della dottrina della Chiesa, gli orientamenti comuni che, se fatti propri dal Successore di Pietro e da lui proposti a tutta la Chiesa, tornano a beneficio delle stesse chiese locali. In tal modo la Chiesa intera è validamente sostenuta per mantenere la comunione nella pluralità delle culture e delle situazioni. 

            Frutto ed espressione di questa unione collegiale è la collaborazione dei vescovi appartenenti ad ogni parte dell'orbe cattolico negli organismi della Santa Sede, in particolare nei dicasteri della Curia Romana e in varie commissioni, dove possono efficacemente portare il loro proprio contributo come pastori di chiese particolari.  

 

Le visite “ad limina” e i rapporti con la Santa Sede  

70.       Un momento importante, manifestazione della comunione con il Papa e con gli organismi della Santa Sede, è costituito dalle visite ad limina. Esse si svolgono nella comunione sacramentale della celebrazione eucaristica, nella preghiera comune, nell'incontro personale dei vescovi con il Papa e i suoi collaboratori. Sono occasione di discernimento che porta al centro della comunione visibile le realtà, le ansie, le speranze, le gioie e i problemi delle chiese particolari per un arricchimento della cattolicità ed una particolare esperienza dell'unità.         

            Negli ultimi tempi, in occasione di tali visite, gli stessi pastori hanno avuto l'opportunità di condividere tra loro momenti di preghiera, in compagnia dei più stretti collaboratori diocesani e di qualche gruppo di fedeli, accentuando così un vero ed autentico senso rinnovato delle visite dei pastori delle chiese particolari “ad limina apostolorum”.[92]

            Molti vescovi, nelle risposte ai Lineamenta, augurano che il rapporto fra il Successore di Pietro e i vescovi diocesani, attraverso i dicasteri della Santa Sede ed i rappresentanti pontifici, sia sempre più improntato a criteri di collaborazione reciproca e di stima fraterna, come attuazione concreta di una ecclesiologia di comunione, nel rispetto delle competenze.

 

 

Le Conferenze Episcopali  

71.       I vescovi vivono la loro comunione con gli altri Pastori  nell'esercizio della collegialità episcopale. Fin dall'antichità cristiana tale realtà di comunione ha trovato una espressione particolarmente qualificata nella celebrazione dei Concili ecumenici, nonché dei concili particolari, sia plenari sia provinciali, concili che ancora oggi hanno una loro utilità, contemporaneamente al consolidarsi delle Conferenze episcopali.

            A partire dal secolo scorso, infatti, sono nate le Conferenze episcopali che nel Decreto Christus Dominus hanno trovato una accoglienza particolare e nel CIC una precisa normativa.[93] Recentemente, seguendo le raccomandazioni del Sinodo Straordinario del 1985 che chiedeva uno studio sulla natura teologica e giuridica delle Conferenze episcopali, Giovanni Paolo II ha promulgato in proposito il Motu proprio Apostolos suos che chiarisce e precisa tutto l'argomento.[94]

            Nel Direttorio Ecclesiae imago veniva in qualche modo espressa la loro natura con queste parole: “la conferenza episcopale è stata istituita affinché possa oggigiorno portare un molteplice e fecondo contributo all'applicazione concreta dell'affetto collegiale. Per mezzo delle conferenze viene formulato in maniere eccellenti lo spirito di comunione con la Chiesa universale e le diverse chiese particolari fra di loro”.[95]

 

72.       Ferma restando l'autorità di ogni singolo vescovo nella sua chiesa particolare, “nella Conferenza Episcopale i vescovi esercitano congiuntamente il ministero episcopale in favore dei fedeli del territorio della conferenza; ma perché tale esercizio sia legittimo e obbligante per i singoli vescovi, occorre l'intervento della suprema autorità della Chiesa che mediante la legge universale o speciali mandati affida determinate questioni alla delibera della Conferenza Episcopale”.[96]

            “L'esercizio congiunto del ministero episcopale concerne pure la funzione dottrina­le”.[97] I vescovi riuniti nella Conferenza episcopale debbono innanzitut­to aver cura che il magistero universale giunga al popolo loro affidato.[98] Perché le dichiarazioni dottrinali della Conferen­za episcopale obblighino i fedeli ad aderirvi con religioso ossequio dell'animo, debbono o essere approvate all'unanimità, oppure, approvate a maggioranza qualificata, ottenere la recognitio della Sede Apostolica.[99]

            Le chiese orientali patriarcali e arcivescovili maggiori hanno le loro proprie istituzioni di carattere sinodale come il Sinodo patriarcale[100] e l'assemblea patriarcale e godono di leggi proprie. Lo stesso CCEO contempla le assemblee dei gerarchi di diverse chiese sui iuris.[101]

            Esistono anche organismi come le Riunioni Internazionali di Conferenze Episcopali a livello continentale o regionale per la loro vicinanza, che, pur non avendo le competenze delle Conferenze episcopali, propriamente dette, secondo le norme del diritto canonico, tuttavia sono strumenti utili attraverso i quali si stabiliscono rapporti di collaborazione tra i vescovi in vista del bene comune.[102]

 

 

Comunione affettiva ed effettiva  

73.       I rapporti che si stabiliscono fra i vescovi sia nell'ambito dei Sinodi patriarcali delle chiese orientali, sia attraverso le Conferenze episcopali, sia mediante altre forme di collaborazione e di comunione, ciascuna secondo la propria natura teologica e giuridica, non devono essere visti solo in funzione del disbrigo burocratico di questioni interne ed esterne. Anzi nello spirito di comunione fra i pastori delle chiese e nell'affectus collegialis, proprio della partecipazione sacramentale alla sollecitudine per l'intero popolo di Dio, essi devono costituire una vera esperienza di spiritualità, un esercizio di comunione affettiva ed effettiva.

            Le assemblee episcopali devono quindi svolgersi nell'ascolto reciproco in virtù della comune responsabilità e sollecitudine ecclesiale. Esse costituiscono momenti di responsabilità pastorale, di evangelica fraternità, di condivisione di problemi, di vero discernimento ecclesiale e spirituale; sono momenti in cui i vescovi illuminano con la sapienza del Vangelo i problemi del nostro tempo, in un mutuo aiuto che si affida alla grazia del Signore, presente in mezzo a coloro che sono riuniti nel suo nome ( Cf. Mt 18,20) e all'assistenza dello Spirito Santo che guida la Chiesa.

 

74.       Questo aiuto vicendevole fra i vescovi, e in modo speciale da parte dei metropoliti, può e deve tramutarsi in incoraggiamento, in sostegno nel discernimento, in  consiglio reciproco  ed eventualmente in una opportuna correzione fraterna, secondo il Vangelo, in momenti di difficoltà.

            Alcuni auspicano che in forza della comunione fraterna nella grazia dell'Episcopato e nell'unità della Chiesa si stabiliscano rapporti di aiuto vicendevole fra diocesi grandi e piccole con quegli aiuti che si riveleranno opportuni come lo scambio di agenti pastorali, mezzi economici, sussidi e la costituzione di strutture ed uffici comuni, quando le diocesi sono vicine. Sono da incoraggiare anche i gemellaggi fra le diocesi, come chiese sparse nel mondo, specialmente con quelle più bisognose e giovani, in segno di sollecitudine per la Chiesa universale.

            Nelle risposte ai Lineamenta si chiede di chiarire le relazioni quando, per varie ragioni  e specialmente per la diversità di chiese “sui iuris” oppure per l’esistenza di una prelatura personale o di un ordinariato militare, diversi vescovi all'interno dello stesso territorio si trovano a presiedere i loro rispettivi fedeli. Occorre che si stabiliscano precisi criteri per favorire la testimonianza dell'unità.

   

 

II. ALCUNE  PROBLEMATICHE  PARTICOLARI

 

Diverse tipologie del ministero episcopale  

75.       Dalle risposte ai Lineamenta emergono alcune questioni che meritano una particolare attenzione in modo da chiarire, alla luce dell'esperienza degli ultimi anni, particolari compiti, diritti e doveri, nel rispetto dei doni propri dei singoli vescovi.

            La prima riguarda la varietà del ministero episcopale come si è delineata attraverso la storia  e le tradizioni della Chiesa.

            All'interno della Chiesa emerge il ministero del vescovo eletto e consacrato per il servizio di una chiesa particolare. Fra questi è investito dal Signore di una funzione particolare il Vescovo di Roma. La Chiesa che è in Roma presiede alla carità, possiede una particolare principalità e, per il suo particolare legame con l'apostolo Pietro, il suo Vescovo è Capo e Pastore della Chiesa universale.[103] Egli, animato dallo Spirito del Buon Pastore, pasce il gregge universale di Cristo e conferma i fratelli nella verità, come segno di comunione e di unità davanti a tutte le altre chiese e confessioni cristiane, davanti alle altre religioni e all'intera società.

            Una particolare figura episcopale, secondo la tradizione della Chiesa, rivestono i vescovi che col titolo di Patriarchi presiedono le chiese cattoliche orientali. Al Patriarca è riservato un particolare onore come Padre e Capo della sua Chiesa patriarcale.[104] Nelle chiese orientali cattoliche si trovano anche gli Arcivescovi maggiori che sono Metropoliti di una sede determinata riconosciuta dalla suprema autorità della Chiesa, i quali presiedono ad una intera Chiesa orientale sui iuris non insignita del titolo patriarcale.[105]

            Gli Arcivescovi e Vescovi diocesani o eparchiali sono costituiti pastori delle loro chiese particolari.

            Esistono, oltre agli Arcivescovi e Vescovi preposti ad una chiesa particolare residenziale, altri Arcivescovi e Vescovi, insigniti della grazia e della dignità episcopale, al servizio di tutta la Chiesa e con un particolare legame con il ministero petrino nel governo della Chiesa; fra questi i Vescovi creati Cardinali, anche senza una sede particolare. Altri collaborano con il Romano Pontefice nella sollecitudine della Chiesa universale e sono al servizio della Santa Sede, con incarichi nella Curia Romana o nelle Nunziature e Delegazioni apostoliche.

            Vanno menzionati pure i Vescovi Metropoliti delle chiese di Oriente che sono preposti ad una provincia entro i confini del territorio di una Chiesa Patriarcale, a norma del proprio diritto particolare. Anche nella Chiesa latina troviamo i Metropoliti, che presiedono una provincia ecclesiastica con propri diritti e doveri a norma del diritto.

            I Vescovi Coadiutori ed Ausiliari, sia diocesani che eparchiali, sono al servizio delle proprie diocesi o eparchie e vengono in aiuto al vescovo diocesano o eparchiale quando le circostanze lo consigliano, a norma del proprio diritto.

            Questa semplice enumerazione illustra la ricca varietà del ministero episcopale nella Chiesa universale e particolare dal punto di vista teologico e istituzionale.

 

 

I vescovi emeriti     

76.       Oggi sono aumentati in modo considerevole i vescovi che per le ragioni previste  dal diritto sono stati sollevati dall'ufficio pastorale. Si è posto ripetutamente il problema di una loro maggiore partecipazione alla vita ecclesiale.

            I vescovi emeriti, continuando ad essere membri del Collegio Episcopale, mantengono il diritto/dovere di partecipare agli atti del Collegio nei modi previsti dal diritto.[106]

            Inoltre, data la loro esperienza pastorale, vanno consultati sulle questioni di indole generale. Perché, poi rimangano informati sui problemi di maggiore importanza, sono loro inviati in anticipo i documenti della S. Sede e dal vescovo diocesano il bollettino diocesano nonché altri documenti. Per la loro competenza in determinate materie essi possono essere annoverati come membri aggiunti dei Dicasteri della Curia Romana e nominati consultori di essi; essere eletti, nei casi previsti dagli statuti delle diverse Conferenze episcopali, al Sinodo dei Vescovi; partecipare a qualche riunione o commis­sione di studio, se dagli statuti delle Conferenze dei vescovi non fosse prevista la loro presenza con voto deliberativo.[107]

            Nelle risposte ai Lineamenta si auspica che quanto previsto dal diritto sia portato a  fedele applicazione.

            Si chiede che non manchi ad ogni vescovo emerito un conveniente trattamento economico e si cerchino lodevoli soluzioni che evitino il loro isolamento e favoriscano la loro piena vitalità ecclesiale.

            Conviene prendere in considerazione le necessarie attenzioni dovute ai vescovi anziani o malati che costituiscono anche nella Chiesa e in mezzo ai fedeli un esempio di amore a Cristo e di donazione della vita nel loro ministero, nella preghiera e nella sofferenza.

            Infine, il consiglio dei confratelli vescovi può essere di grande aiuto e sollievo nel momento in cui arriva il tempo di rinunciare all’ufficio. Dalla saggezza, comprensione ed incoraggiamento di altri vescovi può venire anche l'aiuto affinché in questo difficile passaggio umano e spirituale, le decisioni che riguardano il proprio futuro possano essere prese con serenità e fiducia nella divina provvidenza.  

 

Elezione e formazione dei vescovi  

77.       Fra le risposte ai Lineamenta alcune toccano l’argomento delle consultazioni previe all’elezione dei vescovi, affinché attraverso di esse si possa favorire la scelta del candidato più adatto alla missione per la quale è destinato.

            Data la speciale responsabilità del ministero episcopale, si considera sempre di più l’opportunità di particolari iniziative a favorire dei vescovi di recente nomina. Per loro negli ultimi anni sono state predisposte attività formative perché abbiano l’occasione di prepararsi meglio a rispondere alle esigenze del ministero dal punto di vista teologico, pastorale, canonico, spirituale e amministrativo.

            Attraverso opportuni programmi di formazione permanente viene promosso anche il necessario aggiornamento dottrinale, pastorale e spirituale dei vescovi insieme ad un incremento della loro comunione collegiale e dell’efficacia pastorale nelle rispettive diocesi.

            In vista, poi, delle ordinarie come delle gravi decisioni da prendere, si sente la particolare necessità di invitare i vescovi a prevedere un tempo adeguato di meditazione e di contemplazione nelle vicende quotidiane del ministero, quando l’urgenza delle questioni preme alle porte del cuore e la sollecitudine del pastore invoca la sosta della pietà e l’ascolto dello Spirito nella quiete dell’anima.       

   

CAPITOLO IV 
IL VESCOVO AL SERVIZIO DELLA SUA CHIESA

 

L'icona biblica della lavanda dei piedi: Gv 13,1-16  

78.       Nel culmine della sua vita, quando Gesù intraprende l'ultima tappa del suo esodo pasquale, per offrirsi liberamente al Padre per la nostra salvezza, si mostra davanti ai suoi discepoli come il servo di tutti.

            Con la lavanda dei piedi, Gesù ci ha lasciato l'icona dell'amore servizievole fino al dono della vita, come modello per i veri discepoli del Vangelo. L'esempio di Cristo richiede una continuità dei suoi stessi atteggiamenti: “Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi” (Gv 13,15). Questo gesto dell'umile servizio, che ogni vescovo è chiamato a ripetere ritualmente ogni anno il Giovedì Santo nella celebrazione della Cena del Signore, è legato al ministero della carità, al comandamento nuovo dell'amore reciproco (cf. Gv 13, 34-35) e si rivela come un segno che ha il suo compimento nell'Eucaristia e nella morte sacrificale sulla Croce. Servizio, carità, Eucaristia, croce e risurrezione, sono intimamente legate nella vita di Gesù, nel suo insegnamento ed esempio per la sua Chiesa, nel suo memoriale.

            Alla luce di questa icona giovannea il ministero del vescovo nella sua chiesa particolare appare come un servizio di amore e la sua figura come quella di Cristo, servo dei fratelli. Con questi sentimenti, Gesù ha compiuto quel gesto anche come segno di speranza, sapendo che il Padre aveva messo tutto nelle sue mani e che era venuto dal Padre e al Padre ritornava, nell'attesa certa di rivedere i suoi discepoli dopo la Pasqua (cf. Gv 13,3). Così anche il vescovo nell'umiltà del suo servizio proclamerà la speranza con la parola, la celebrerà con i sacramenti, la attuerà in mezzo al suo popolo e con la sua gente, come l'umile chinarsi verso tutte le necessità dei fedeli, in modo speciale dei più bisognosi.

 

 

I. IL VESCOVO NELLA SUA CHIESA PARTICOLARE

 

La chiesa particolare  

79.       Il compito specifico del ministero episcopale acquista una sua particolare valenza e concretezza nella chiesa particolare per la quale il vescovo diocesano è eletto e consacrato. Il ministero dei vescovi si specifica come un servizio alle chiese particolari sparse per il mondo, nelle quali e a partire dalle quali (“in quibus et ex quibus”) esiste la sola ed unica Chiesa cattolica.[108]

            La mutua relazione di identità e di rappresentanza che pone il vescovo al centro della chiesa particolare si esprime nel detto della tradizione, espresso con le parole di Cipriano: “Devi sapere che il vescovo è nella Chiesa e la Chiesa è nel vescovo, e se uno non sta con il vescovo non è neppure nella Chiesa”.[109]  Così il ministero del vescovo è tutto relativo alla sua chiesa, che comprende lui stesso, e rappresenta una serie di elementi di comunione e di unità nella Chiesa universale. D'altra parte non si può pensare ad una chiesa particolare senza il riferimento al suo pastore. La chiesa particolare si può spiegare a partire dal triplice ufficio episcopale della santificazione, del magistero e del governo, che si intreccia con la dimensione profetica, sacerdotale e regale del Popolo di Dio.[110]

            Per questo, come già ricordava il Direttorio Ecclesiae imago, il vescovo “deve armonizzare in se stesso gli aspetti di fratello e di padre, di discepolo di Cristo e di maestro della fede, di figlio della Chiesa ed, in un certo qual senso, di padre della medesima, essendo egli ministro della rigenerazione soprannaturale dei cristiani”.[111]

 

 

Un mistero che converge nel vescovo insieme al suo popolo  

80.       Nella persona del vescovo, unito al suo popolo,  convergono i caratteri della comunione ecclesiale. Si manifesta in lui la comunione trinitaria, perché egli diventa il segno del “Padre”; è presenza del Cristo, “capo, sposo e servo”; è “economo” della grazia e uomo dello Spirito. Si compie nel vescovo la comunione apostolica, che lo fa testimone della vivente tradizione del Vangelo che si riallaccia alla successione apostolica. Opera in lui la comunione gerarchica che lo unisce al carisma petrino, come gli apostoli erano uniti a Pietro a Gerusalemme.

            Si concretizza nella grazia del suo ministero di maestro, sacerdote e pastore l'unità della chiesa particolare che trova in lui il punto della comunione tra i presbiteri e le diverse parrocchie ed assem­blee locali, che in comu­nione con lui, diventano “legittime”. Egli è infine animatore della comunione dei carismi e dei ministeri degli altri fedeli di Cristo, consacrati e laici, che in lui trovano il principio di unità e di forza missionaria.

            Anche nella persona del vescovo si esprime la reciprocità tra la Chiesa Universale e le chiese particolari che, aperte le une alle altre, si ritrovano come porzio­ni del popolo di Dio e “portiones Ecclesiae[112] nell'una, santa, cattolica e apostolica, la quale preesiste ad esse ed in esse s'incarna come comunità storiche, territoriali e culturali concrete.

 

 

Parola, Eucaristia, comunità  

81.       Nel Decreto sull'ufficio pastorale dei vescovi nella Chiesa Christus Dominus troviamo dipinta in termini teologici l'icona della chiesa particolare con queste parole, riferite esplicitamente alla diocesi: “La diocesi è la porzione del Popolo di Dio, che è affidata alle cure pastorali di un vescovo coadiuvato dal suo presbiterio, in modo che, aderendo al suo pastore e da lui unita per mezzo del Vangelo e dell'Eucaristia nello Spirito Santo, costituisca una chiesa particolare in cui è vera­mente presente ed agisce la Chiesa di Cristo una, santa, cattolica ed apostolica”.[113]

            Gli elementi costitutivi della chiesa particolare attorno al vescovo possono essere riassunti in queste istanze fondamentali della ecclesiologia del Nuovo Testamento.[114]

            a) La predicazione del Vangelo come presenza di Cristo e della sua Parola. Questa Parola fa la Chiesa. La Chiesa nasce prima di tutto dalla Parola; essa è “creatura Verbi”, nel soffio vivificante dello Spirito. La Chiesa, infatti, inizia ad essere “ecclesia”, comunità dei convocati attraverso la Parola dell'Evangelo; è formata e come plasmata dalla Parola proclamata, accolta con fede, continuamente predicata, come ci insegnano gli Atti degli Apostoli (cf. At 2, 42 ss). Per questo è intrinseca alla Chiesa la proclamazione liturgica della Parola, l'evangelizzazione e la catechesi, nella vivificante potenza dello Spirito.

            b) Il mistero della Cena del Signore o l'Eucaristia che fa la Chiesa. È Cristo infatti il Capo e lo Sposo della Chiesa ed è l'Eucaristia il memoriale sacramentale della morte e risurrezione del Cristo glorioso che rende la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica.

            c) Questa sinassi, resa concreta anche in “comunità piccole, povere e disperse”, presuppone e genera la vita teologale: l'amore, la speranza e la carità, cioè l'esistenza cristiana che si esprime nella comunione tra i fedeli e nella loro missione. L'Eucaristia rimane fonte e culmine della vita della Chiesa.[115]

            In questi tre segni si possono scorgere tre caratteristiche originali dell'essere cristiani. Infatti la Chiesa nel suo visibile collegamento con l'invisibile Maestro e con il suo Spirito riceve la Parola del Vangelo, celebra il mistero della Cena del Signore e vive nella carità mediante la stessa fede e la stessa speranza.

 

 

Una, santa, cattolica e apostolica  

82.       La chiesa particolare porta con sé tutta la complessa realtà della Chiesa come Popolo di Dio, in quanto coinvolge tutti i battezzati nella loro molteplice e impegnativa realtà sacerdotale, profetica e regale, con la varietà dei ministeri ordinati e dei carismi.

            Si tratta di un popolo connotato dalla grazia dei sacramenti, costituito Chiesa in Cristo e nello Spirito per la gloria del Padre. Ma è anche un popolo pellegrino, radicato qui e ora in una terra, in una storia, in una cultura.

            La chiesa particolare è richiamata continuamente a misurarsi con la ricchezza della Chiesa universale che essa stessa attualizza, rende presente ed operante. È chiesa locale, particolare, ma proiettata nel disegno escatologico che comprende: l'unità nella vita teologale, nel ministero, nei sacramenti, nella vita, nella missione, in comunione con Pietro; la santità nella ricchezza del Vangelo vissuto e nella matura e ricca esperienza dei doni dello Spirito Santo; la cattolicità come cordiale comunione con tutti, nella apertura all'universalità della Chiesa e alle sue molteplici ricchezze, capaci di essere integrate nella reciprocità; l'apostolicità, in virtù della tradizione di fede e di vita sa­cramentale che viene dagli apostoli, con la forza del mandato missionario fino ai confini della terra e fino alla fine dei tempi.

 

 

Una Chiesa dal volto umano  

83.       Se la Chiesa è la convergenza del divino e dell'umano, la sua radice divina è la Trinità, ma essa è pure, come campo e vigna di Dio, piantata in questa terra; come popolo in cammino vive in un luogo, ha una storia, un presente ed un futuro.  Una chiesa particolare infatti possiede le sue  tradizioni, a volte anche liturgiche, conserva le tracce della storia della salvezza passata e presente, delle quali vive e si proietta verso un futuro.

            Occorre valorizzare questa realtà terrena della chiesa particolare, che vive qui e oggi. E ciò per cogliere fino in fondo il suo essere ed il suo agire, le sue ricchezze e le sue debolezze, i suoi bisogni, in vista della evangelizzazione e della testimonianza. Come chiesa particolare, poi, ha la consapevolezza di essere nella comunione delle cose sante e dei santi del cielo e della terra, che è la vera e grande “communio sanctorum”.

            La Chiesa inoltre è comunione di persone e di volti, dove ciascuno è irripetibile e dove nessuna individualità viene cancellata. I volti, poi, indicano la concretezza del vissuto delle perso­ne, uomini e donne di ogni età e condizione.

            In questa “chiesa dei volti” si può leggere un messaggio concreto, una urgenza di presenza, di evangelizzazione, di testimonianza, una offerta di dialogo, una richiesta di autenticità. Ogni volta che si pensa alla chiesa particolare non se ne devono dimenticare i volti concreti perché in essi si riflette l'immagine viva del Cristo. Paolo VI ha ricordato che “la Chiesa universale s'incarna di fatto nelle chiese particolari, costituite a loro volta dall'una o dall'altra concreta porzione di umanità, che parlano una data lingua, che sono tributarie di un loro retaggio culturale, di un determinato sostrato umano”.[116]        

            In realtà anche ogni chiesa particolare ha il suo volto peculiare, umano e geografico, che determina anche una particolare organizzazione pastorale. Vi sono diocesi che comprendono specialmente popolose città moderne; altre si estendono in territori grandi e difficili da raggiungere da parte del Pastore.

 

 

Chiesa universale, chiesa particolare  

84.       Il Documento della Congregazione per la Dottrina della Fede Communionis notio, al fine di precisare alcuni valori e limiti della ecclesiologia di comunione e della ecclesiologia eucaristica, ha voluto specificare con ragione alcuni aspetti della pienezza e dei limiti della chiesa particolare, che risponda alla sua autentica prospettiva cattolica.         

             Così, ad esempio, mette in guardia contro un concetto di chiesa particolare che presenti la comunione delle singole chiese in modo da indebolire, sul piano visibile ed istituzionale, la concezione dell'unità della Chiesa. “Si giunge così ad affermare - osserva il Documento - che ogni chiesa particolare è un soggetto in se stesso completo e che la Chiesa universale risulta dal riconoscimento reciproco delle chiese particolari. Questa unilateralità ecclesiologica, riduttiva non solo del concetto di Chiesa universale ma anche di quello di chiesa particolare, manifesta un’insufficiente comprensione del concetto di comunione”.[117]

            Proprio per non minacciare la comunione nella sua dimensione di universalità, nello stesso Documento si trova una affermazione illuminante: "nella Chiesa nessuno è straniero: specialmente nella celebrazione dell'Eucaristia ogni fedele si trova nella sua Chiesa, nella Chiesa di Cristo".[118] Ogni fedele, infatti, appartenga o no alla diocesi, alla parrocchia o alla comunità particolare, nella celebrazione dell’Eucaristia deve sentirsi sempre nella sua Chiesa. Egli infatti, pur appartenendo ad una chiesa particolare nella quale è stato battezzato o vive o partecipa della vita di Cristo, appartiene in qualche modo a tutte le chiese particolari.[119]

            Questo mistero di unità è affidato al ministero del vescovo nell’indissolubile riferimento della chiesa particolare alla Chiesa universale.

 

85.       In questa porzione del Popolo di Dio una comunità appartenente all'unica famiglia di Dio vive  in pienezza il riferimento al Regno di Cristo, nel quale sono integrate tutte le ricchezze della cattolicità,[120] adombrate nella Chiesa della Pentecoste.[121]

            Il riferimento alla Chiesa di Gerusalemme fa sì che ogni chiesa abbia un necessario legame con Pietro, capo di questa Chiesa delle origini. Tale vincolo dà carattere apostolico ad ogni chiesa locale attraverso la successione apostolica dei vescovi. La comunione nell'unica Chiesa e nelle singole chiese suppone anche l'unità nel carisma di Pietro e quindi la comunione con tutte le altre chiese sparse nel mondo.

            In questo disegno dell'unità universale e delle peculiarità particolari si dispiega come una specie di disegno trinitario che sigilla e modella l'esistenza propria di ciascuna chiesa nella Chiesa cattolica e la loro mutua relazione. Non è quindi senza significato la realtà sociale, culturale, geografica, storica di ogni chiesa. Nella realtà delle chiese locali sparse nel mondo la Chiesa universale realizza il mistero dell’unità e della riconciliazione di tutti in Cristo. E questa comunione di tutti i membri della chiesa particolare ha nel vescovo il segno e il garante.

 

 

II.   LA COMUNIONE E LA MISSIONE NELLA CHIESA PARTICOLARE

 

In comunione con il presbiterio  

86.       Un necessario atto della comunione è quello dell'unione sacramentale del presbiterio attorno al suo vescovo. Secondo i testi più antichi della tradizione, come quelli di Ignazio di Antiochia, esso è parte essenziale della chiesa particolare. Fra il vescovo e i presbiteri esiste la “communio sacramentalis” nel sacerdozio ministeriale o gerarchico, partecipazione all'unico sacerdozio di Cristo e pertanto, anche se in grado diverso, nell'unico ministero ecclesiale ordinato e nell'unica missione apostolica.

            In virtù di questo e quindi della coo­perazione nel ministero episcopale i presbiteri “raccolgono la famiglia di Dio come una fraternità, animata dallo spirito di unità”.[122]

            Sulla scia del Vaticano II, Giovanni Paolo II ha messo in risalto l'appartenenza dei presbiteri alla chiesa particolare come fondamento di una ricca teologia e spiritualità: “È necessario che il sacerdote abbia la coscienza che il suo essere in una chiesa particolare costituisce, di sua natura, un elemento qualificante per vivere la spiritualità cristiana. In tal senso il presbitero trova proprio nella sua appartenenza e dedicazione alla chiesa particolare una fonte di significati, di criteri di discernimento e di azione che configurano sia la sua missione pastorale sia la sua vita spirituale”.[123]   

            Al presbiterio della diocesi appartengono anche tutti i presbiteri degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica. Costoro vivono i propri carismi nell'unità, nella comunione e nella missione della chiesa particolare. In essa contribuiscono a mettere in comune la ricchezza dei doni di spiritualità e di apostolato che sono loro propri. Così le chiese particolari possono essere arricchite a livello carismatico “ad immagine” della Chiesa universale, alla quale fanno riferimento certe istituzioni sovradiocesane.[124]

            In realtà, la dimensione di universalità è insita nella comunione con tutte le chiese e nella stessa natura del ministero presbiterale, che ha una missione universale.[125]    

 

87.       Il Concilio Vaticano II ha descritto le reciproche relazioni tra il vescovo e i presbiteri con immagini e termini diversi. Ha indicato nel vescovo il “padre” dei presbiteri,[126] ma ha pure unito al richiamo della paternità spirituale quello della fraternità, dell'amicizia, della necessaria collaborazione e del consiglio. È vero, però, che la grazia sacramentale giunge al presbitero tramite il ministero del vescovo e questa stessa gli viene donata in vista della cooperazione col vescovo per la missione apostolica. Questa medesima grazia unisce i presbiteri alle diverse funzioni del ministero episcopale, in modo peculiare a quella di servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo. In virtù di questo vincolo sacramentale e gerarchico i presbiteri, necessari collaboratori e consiglieri, assumono, secondo il loro grado, gli uffici e la sollecitudine del vescovo e lo rendono presente nelle singole comunità.[127]

            La relazione sacramentale-gerarchica si traduce nella ricerca, costantemente coltivata, di una comunione reale del vescovo con i membri del suo presbiterio e conferisce consistenza e significato all'atteggiamento interiore ed esteriore del vescovo verso i suoi presbiteri. Luogo in cui si realizza tale comunione è il Consiglio presbiterale, che, rappresentando il presbiterio, è il senato del vescovo e lo aiuta nel governo della diocesi, per promuovere in modo più efficace il bene di tutti i fedeli. È compito del vescovo consultarlo e ascoltarne volentieri il parere.[128]

 

 

Una particolare cura per i sacerdoti  

88.       Come modello del gregge (cf.1 Pt 5, 3), il vescovo deve esserlo anzitutto per il suo clero, al quale si propone come esempio di preghiera, di senso ecclesiale, di zelo apostolico, di dedizione alla pastorale d'insieme e di collaborazione con tutti gli altri fedeli.

            Al vescovo, poi, incombe in primo luogo la responsabilità della santificazione dei suoi presbiteri e della loro formazione permanente. Alla luce di queste istanze spirituali agisce in modo da impegnare il ministero dei presbiteri nel modo più congruo possibile. Egli deve quotidianamente vegliare affinché tutti i presbiteri sappiano e concretamente avvertano di non essere soli o abbandonati, ma membri e parti di “un unico presbiterio”.

            Nelle risposte ai Lineamenta emerge il fatto che, poiché i sacerdoti hanno bisogno di riferimento spirituale, debbono trovare nel vescovo il loro sostegno. Il vescovo, come padre e pastore, esprime e promuove rapporti , sia personali che collettivi, con i suoi preti nel coinvol­gerli responsabil­mente nel Consiglio presbiterale o in altri incontri formativi di carattere pastorale e spirituale. Ogni divisione tra vescovo e presbiteri costituisce uno scandalo per i fedeli e quindi rende non credibile l'annuncio; invece nel segno della fraternità l'esercizio dell'autorità diventa realmente un servizio. Inoltre il vescovo, stabilendo un rapporto profondo con i suoi presbiteri, ne viene a conoscere le doti e così a ciascuno potrà affidare il compito che meglio gli si addice.

 

 

Il ministero e la cooperazione dei diaconi  

89.       Alla comunione della chiesa particolare partecipano  i diaconi sia quelli che sono ordinati in vista del presbiterato, sia i diaconi permanenti. Essi sono al servizio del vescovo e della chiesa particolare nel loro ministero della predicazione del Vangelo, del servizio dell'Eucaristia e della carità.[129]

            Quanto ai diaconi ordinati non per il sacerdozio ma per il ministero è certo che per il loro grado nell'Ordine sacro sono strettamente congiunti al vescovo e al suo presbiterio.[130]  Perciò il vescovo è il primo responsabile del discernimento della vocazione dei candidati,[131] della loro formazione spirituale, teologica e pastorale. È sempre il vescovo che, tenendo conto delle necessità pastorali e della condizione famigliare e professionale, affida loro i compiti ministeriali facendo in modo che siano organicamente inseriti nella vita della chiesa particolare e che non sia trascurata la loro formazione permanente e la promozione di una loro specifica spiritualità.[132]  

Il Seminario e la pastorale vocazionale  

90.            Dall'importanza fondamentale dei presbiteri e dei diaconi nella chiesa particolare, nasce pure la primordiale preoccupazione del vescovo per la pastorale vocazionale in genere e per la pastorale delle vocazioni sacerdotali e diaconali in specie, con una cura particolare del Seminario, spesso designato nella tradizione ecclesiastica come la pupilla dell'occhio del pastore. Il Seminario come luogo ed ambiente comunitario, dove crescono, maturano e si formano i futuri presbiteri, è segno di quella speranza di cui vive una chiesa particolare di fronte al futuro.

            Davanti alla scarsità di vocazioni in una chiesa che non può rinunciare alla pienezza del ministero sacerdotale per celebrare la parola e i sacramenti, in modo speciale l'Eucaristia e la remissione dei peccati, occorre il coraggio di proporre la vita sacerdotale. Per questo, anche come specifica testimonianza di speranza, fra i compiti più importanti del vescovo è da annoverare la cura delle vocazioni e il diretto interessamento per la formazione integrale dei futuri sacerdoti, secondo le direttive del Magistero. Ciò esige dal vescovo una conoscenza personale di coloro che devono ricevere l'ordinazione sacerdotale e diaconale.

            Oggi va riproposta con fiducia la stima per la chiamata al sacerdozio con la collaborazione delle famiglie, delle parrocchie, delle persone consacrate e dei movimenti ecclesiali e comunità. Una Chiesa, nella quale manchi il necessario riferimento al presbitero ordinato, rischia di perdere la sua identità. Non si può quindi ipotizzare una comunità cristiana che prescinda dal ministero presbiterale in vista dell'insegnamento, del governo e dei sacramenti, specialmente della penitenza, dell'unzione degli infermi e dell'Eucaristia.  

 

In relazione agli altri ministeri            

91.       Accanto al presbiterato e al diaconato la Chiesa esplica la sua missione anche  attraverso i ministeri istituiti ed altri compiti ed uffici. In considerazione di questa molteplicità occorre che il vescovo promuova i vari ministeri con cui la Chiesa si rende adatta ad ogni opera buona. Questi sono da affidare sia alle persone consacrate che ai fedeli laici, in virtù della comune vocazione e missione che nasce dal battesimo e dalla cresima e in forza delle particolari doti che ognuno mette con gioia al servizio del Vangelo.

            È qui che emerge la triplice ministerialità ecclesiale, collegata alla triplice dignità dei battezzati nel popolo di Dio: dall'ufficio profetico nascono l’evangelizzazione e la catechesi, attinte all'ascolto della Parola; dall'ufficio sacerdotale si irradiano i ministeri collegati con la celebrazione liturgica, come anche il culto spirituale della vita quotidiana e la preghiera, per  fare dell'esistenza un dono, un’adorazione in Spirito e verità; dall'ufficio regale sorgono tutti i ministeri che sono al servizio del Regno di Dio nel mondo, nelle strutture della società, nella famiglia, nelle fabbriche, con tutte le forme concrete della carità, dell'azione sociale, della sana ed impegnativa “carità politica”.

            Se in tutto vige la comunione, allora opera e si manifesta la forza della Trinità che è la carità e si rinnova nella comunione reciproca la speranza.  

 

Sollecitudine per la vita consacrata  

92.            Espressione privilegiata della Chiesa Sposa del Verbo ed anzi, com'è ricordato sin dal principio nell'esortazione apostolica post-sinodale Vita consecrata, sua parte integrante, posta “nel cuore stesso della Chiesa come elemento decisivo per la sua missione”,[133] è la vita consacrata. Mediante essa, nella varietà delle sue forme, con una tipica e permanente visibilità, sono in qualche modo resi presenti nel mondo e sono additati come valore assoluto ed escatologico i tratti caratteristici di Gesù, casto, povero e obbediente. La Chiesa intera è grata alla Trinità Santa per il dono della vita consacrata. Questo mostra come la vita della Chiesa non si esaurisca nella struttura gerarchica, quasi fosse composta unicamente da ministri sacri e da fedeli laici, ma fa riferimento ad una più ampia, ricca e articolata struttura fondamentale, che è carismatico-istituzionale, voluta da Cristo stesso e inclusiva della vita consacrata.[134]

            La vita consacrata proviene dallo Spirito ed è un suo dono costitutivo per la vita e la santità della Chiesa. Essa è necessariamente in una relazione gerarchica col ministero sacro, specialmente con quello del Romano Pontefice e dei vescovi. Nell'Esortazione apostolica Vita consecrata, Giovanni Paolo II ha ricordato che i vari Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica hanno con il Successore di Pietro un peculiare vincolo di comunione, nel quale è pure radicato il loro carattere di universalità e la loro connotazione sovradiocesana.[135]

             Ai vescovi in unione col Romano Pontefice, come già enunciavano le note direttive di Mutuae relationes, Cristo-capo affida il compito "di prendersi cura dei carismi religiosi, tanto più perché la stessa indivisibilità del ministero pastorale li fa perfezionatori di tutto il gregge. In tal modo, promuovendo la vita religiosa e proteggendola in conformità alle sue proprie definite caratteristiche, i vescovi adempiono un genuino dovere pastorale".[136]

            Nell'Esortazione apostolica Vita consecrata è sempre presente l'istanza d'incrementare i mutui rapporti tra le Conferenze episcopali, i Superiori maggiori e le loro stesse Conferenze, al fine di favorire la ricchezza dei carismi e di operare per il bene della Chiesa universale e particolare.

            Le persone consacrate, ovunque si trovino, vivono la loro vocazione per la Chiesa universale all'interno di una determinata chiesa particolare, dove esprimono la loro appartenenza ecclesiale e svolgono compiti significativi. In special modo, a motivo del carattere profetico inerente alla vita consacrata, sono annuncio vissuto del Vangelo della speranza, testimoni eloquenti del primato di Dio nella vita cristiana e della potenza del suo amore nella fragilità della condizione umana.[137] Da qui nasce l'importanza, per l’armonioso sviluppo della pastorale diocesana, della collaborazione tra ciascun vescovo e le persone consacrate.[138]

            La Chiesa è grata ai tanti vescovi che, nel corso della sua storia sino ad oggi, hanno a tal punto stimato la vita consacrata quale peculiare dono dello Spirito per il popolo di Dio, d'avere loro stessi fondato famiglie religiose, molte delle quali sono ancora oggi attive nel servizio della Chiesa universale e delle chiese particolari. Il fatto, poi, che il vescovo si dedichi alla tutela della fedeltà degli istituti al loro carisma è un motivo di speranza per gli stessi istituti, specialmente per quelli che si trovano in difficoltà.[139]

   

Un laicato impegnato e responsabile  

93.       Il Concilio Vaticano II, l’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi del 1987 e la successiva esortazione apostolica Christifideles laici di Giovanni Paolo II hanno ampiamente illustrato la vocazione e missione dei fedeli laici nella Chiesa e nel mondo.[140] La dignità battesimale, che li rende partecipi del sacerdozio di Cristo, e un dono particolare dello Spirito conferiscono loro un posto proprio nel Corpo della Chiesa e li chiamano a partecipare, secondo un loro modo, alla missione redentrice che essa svolge, per mandato di Cristo, sino alla fine dei secoli.

            I laici svolgono la propria caratteristica responsabilità cristiana nei vari campi della vita e della famiglia, della politica, del mondo professionale e  sociale, dell’economia, della cultura, della scienza, delle arti, della vita internazionale e dei mass-media.

            In tutte le loro molteplici attività i fedeli laici uniscono il proprio personale talento e l'acquisita competenza alla testimonianza limpida della propria fede in Gesù Cristo. Impegnati nelle realtà temporali, i laici hanno il mandato di rendere conto della speranza teologale (cf. 1 Pt 3, 15) e di essere solleciti del lavoro su questa terra proprio perché stimolati dall'attesa di una “nuova terra”.[141] Essi sono in grado di esercitare una grande influenza sulla cultura, allargandone le prospettive e gli orizzonti di speranza. Così facendo, rendono pure uno speciale servizio al Vangelo e alla cultura stessa, tanto più necessario quanto ancora persistente è, nel nostro tempo, il dramma della loro separazione. Nell’ambito delle comunicazioni, poi, che molto influenzano la mentalità delle persone, ai fedeli laici spetta una responsabilità particolare soprattutto in vista di una corretta divulgazione dei valori etici.

            Nelle risposte ai Lineamenta si raccomanda ai vescovi, per evitare gli interventi impropri o ­il silenzio sui problemi emergenti, di creare dei “forum” in cui i laici intervenga­no, secondo il carisma proprio della secolarità laicale, con le loro competenze, colmando il divario tra il Vangelo e la società contemporanea.

 

94.            Sebbene i laici, per vocazione, abbiano prevalenti occupazioni secolari, non si dimenticherà che loro appartengono all'unica comunità ecclesiale, di cui numericamente costituiscono la grande parte. Dopo il Concilio Vaticano II si sono felicemente sviluppate nuove forme di partecipazione responsabile dei laici, uomini e donne, alla vita delle singole comunità diocesane e parrocchiali. Sono, dunque, presenti nei vari consigli pastorali, svolgono un ruolo crescente in diversi servizi come l'animazione della liturgia o della catechesi, sono impegnati nell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole, ecc.

            Un certo numero di laici accetta pure di dedicarsi a tali compiti con impegni permanenti e talora perpetui. Questa collaborazione dei fedeli laici è certamente preziosa per le esigenze della “nuova evangelizzazione”, particolarmente laddove si registra un insufficiente numero di ministri ordinati.

            La riflessione sui fedeli laici deve includere anche quella circa la necessità della loro adeguata formazione. È ovvio, d’altra parte, che il vescovo sia attento nel sostenere, particolarmente sul piano spirituale, quanti collaborano più da vicino alla missione ecclesiale.

            Un posto speciale nella formazione dei fedeli laici dev'essere riconosciuto alla dottrina sociale della Chiesa, perché li illumini e li stimoli nella loro opera, secondo le urgenti esigenze di giustizia e bene comune, cui devono portare il loro deciso contributo nelle opere e servizi che la società reclama. Per questo si rende necessaria  la promozione di scuole diocesane di formazione sociale e politica, come strumento pastorale indispensabile.

            Sempre dalle risposte ai Lineamenta si rileva che un laicato adulto ben formato non solo dottrinalmente, ma anche ecclesialmente, è essenziale per il ministero della evangeliz­zazione. Senza un tale laicato c'è il pericolo che in certe zone la stessa missione evangelizzatrice della Chiesa venga a cessare, special­mente dove si lamenta una forte mancanza di sacerdoti e i laici svolgono la funzione di ministri assistenti. In molti territori assume una grande rilevanza la figura del catechi­sta. Occorre quindi una solida formazione dottrinale, pastorale e spirituale di validi catechisti, ma anche di altri agenti pastorali capaci di operare nella diocesi e nelle parrocchie, con una autentica azione ecclesiale anche nei diversi campi in cui il Vangelo deve diventare lievito della società attuale, come segno di trasformazione e di speranza. Si chiede una maggiore fiducia da parte dei vescovi e dei presbiteri nei confronti dei laici, che spesso non si sentono apprezzati come adulti nella fede e vorrebbero sentirsi più partecipi della vita e dei progetti diocesani, specialmente nel campo dell'evan­gelizzazione.  

 

Al servizio della famiglia  

95.            Ugualmente importante è la formazione dei giovani alla vita matrimoniale e famigliare, secondo le loro speranze e le loro attese, per un amore profondo e autentico, alla luce del disegno di Dio sul matrimonio e sulla famiglia. La pastorale e la spiritualità familiare, l' attenzione alle coppie in difficoltà, l'esperienza di coppie mature e la formazione al sacramento del matrimonio in un itinerario di iniziazione sacramentale sono mezzi efficaci per affrontare la crisi di instabilità e di infedeltà nell'alleanza matrimoniale.

            La vicinanza del vescovo ai coniugi e ai loro figli, anche attraverso giornate diocesane della famiglia, è motivo di incoraggiamento reciproco.  

 

I giovani: una priorità pastorale per il futuro  

96.       Una speciale cura dei pastori è rivolta ai giovani. Essi sono il futuro della Chiesa e dell'umanità. Un ministero di speranza non può fare a meno di costruire il futuro con coloro ai quali è affidato l'avvenire. Come “sentinelle della notte”, i giovani attendono l'aurora di un mondo nuovo, pronti ad impegnarsi nella vita e nell'azione della Chiesa, se sarà loro proposta una autentica responsabilità ed una vera formazione cristiana. Come evangelizzatori dei loro coetanei, i giovani, spesso lontani dalla Chiesa, sono uno stimolo ed uno sprone per i Pastori in vista del rinnovamento all'interno delle parrocchie.

            L'esempio di Giovanni Paolo II, che attraverso le Giornate mondiali della Gioventù ha dimostrato di credere nel futuro, aprendo un cammino di speranza, può sostenere i pastori della Chiesa nella proposta di una autentica pastorale giovanile, fondata su Cristo. La passione per il bene spirituale dei giovani del terzo millennio è un forte motivo per educarli a trasmettere il Vangelo alle future generazioni.  

 

Le parrocchie  

97.       Al centro delle chiese particolari si trovano, come tessuto cristiano, le parrocchie. L'Esortazione apostolica post-sinodale Christifideles laici, rifacendosi chiaramente alla teologia e al linguaggio della Lumen gentium, descrive le comunità parrocchiali come una presenza della chiesa particolare nel territorio. Si può parlare allora del mistero ecclesiale della parrocchia anche se povera di persone e di mezzi, quasi assorbita dagli edifici in caotici e popolosi quar­tieri moderni oppure dispersa in popolazioni fra le montagne e le valli o nelle distese interminabili di certe regioni.[142]

            Va quindi vista la parrocchia come famiglia di Dio, fraternità animata dallo Spirito,[143] come casa di famiglia, fraterna ed accogliente.[144] Essa è la  comunità dei fedeli,[145] che si  definisce come comunità eucaristica: comunità di fede, dove vivono i fedeli di Cristo destinatari di carismi e servizi ministeriali e operano il parroco,  i presbiteri e i diaconi. In essa, poi, la comunione con il vescovo esprime l'unità organica e gerarchica con tutta la chiesa particolare.

            Attraverso i laici si svolge la mediazione umana della comunità evangelizzata ed evangelizzante. Loro attuano la congiunzione fra la Chiesa e il mondo, tra l’assemblea che si raduna in unità e i popoli dove si diffonde in missione.

            All'interno della comunità parrocchiale è necessario che trovino particolari momenti ed espressioni di presenza e di convergenza, nel rispetto della propria vocazione e carisma, i religiosi e le religiose, i membri degli istituti secolari e delle società di vita apostolica, le diverse associazioni di fedeli e i movimenti ecclesiali. Tutti rappresentano, per la loro vita in comune, la Chiesa che rimane unita nella preghiera, nel lavoro, nella condivisione degli aspetti fondamentali dell'esistenza quotidiana.

            Le famiglie, poi,  rispecchiano la realtà di una chiesa domestica, dove si rende viva la presenza di Cristo. Così la Chiesa può diventare, nella sua tradizionale e sempre valida espressione parrocchiale, per dirla con il beato Giovanni XXIII, la «fontana del villaggio», una sorgente zampillante per calmare la sete di Dio ed offrire l'acqua viva del Vangelo di Cristo.[146]

 

98.       Per coordinare il lavoro pastorale e far crescere l'unità nelle chiese particolari è compito del vescovo promuovere il coordinamento delle parrocchie attraverso foranie, decanati, prefetture o altre denominazioni, secondo le diverse forme di lavoro pastorale delle diocesi. Si tratta di strutture spesso sottoposte ad una revisione affinché meglio rispondano alle finalità delle singole chiese particolari.

            Attraverso tali strutture di comunione e di missione si promuove la fraternità fra i sacerdoti, il discernimento e la programmazione, con riunioni periodiche sotto la guida di un responsabile. Si può favorire così l'eventuale supplenza ed aiuto nel ministero come anche l'attenzione ai confratelli ammalati o impediti. Sono inoltre agevolate tra fedeli di un medesimo territorio iniziative di evangelizzazione e di catechesi, di formazione e di testimonianza a carattere interparrocchiale.[147]

 

Movimenti ecclesiali e nuove comunità

99.       È responsabilità del vescovo dedicare attenzione ai cosiddetti movimenti ecclesiali e ad altre nuove realtà che sorgono nella chiesa particolare come esperienza di vita evangelica. La chiesa particolare infatti è lo spazio dove l'aspetto istituzionale e carismatico, coessenziali nel disegno di Dio sulla Chiesa, si incontrano e si vivificano a vicenda. Nell'esperienza della vera comunione i doni elargiti da Dio per il bene comune non si esauriscono in se stessi, non si decentrano dall'agape e dall'Eucaristia, non diventano narcisistici, anzi manifestano la loro misura umile e discreta, eppure necessaria, integrandosi con gli altri doni dello Spirito.

            I diversi carismi - religiosi, laicali, missionari - rendono la Chiesa locale aperta ad una dimensione di universalità, mentre essi trovano la concretezza del ser­vizio e dell'impegno apostolico, voluto dai Fondatori.

            Nelle risposte ai Lineamenta sono indicati con particolare insistenza  alcuni movimenti ecclesiali che sono veramente costruttivi a livello universale, diocesano e parrocchiale; altri, che quando restano ai margini della vita parrocchiale e diocesana, non aiutano la crescita della chiesa locale; altri ancora che, nel vantare pretese particolari, rischiano di sottrarsi alla comunione tra tutti.

            Perciò si chiede di affrontare il tema dello statuto teologico e giuridico di tali movimenti all'inter­no della chiesa particola­re e precisare la loro relazione concreta con il vescovo.

            Riguardo alle nuove comunità che non hanno ancora ricevuto un'approvazione ecclesiale, il necessario discernimento è affidato ai pastori, i quali devono con attenzione esaminare le persone e valutare la spiritualità, anche con un necessario tempo di prova.

            Un’attenzione ancora più accurata è richiesta quando si tratta di esaminare vocazioni sacerdotali che sorgessero all'interno di questi gruppi. I candidati necessitano di una solida formazione sotto la responsabilità del vescovo al quale spetta anche il necessario discernimento in vista dell'ordinazione ai ministeri e alla assegnazione di compiti apostolici nella diocesi.[148]

            Nella fedeltà allo Spirito, i vari carismi sono da integrare nella comunione e nella missione della Chiesa. Così si evita il pericolo dell’isolamento e si favorisce la generosità nel dono di sé, la fraternità e l’efficacia nella missione, per il bene della Chiesa.

 

   

III. IL MINISTERO EPISCOPALE AL SERVIZIO DEL VANGELO 

100.      Il triplice ministero dell'insegnamento, della santificazione e del governo, costituisce un servizio al Vangelo di Cristo per la speranza del mondo. Il vescovo infatti proclama con la parola, celebra nella liturgia, vive e diffonde con il suo servizio pastorale il Vangelo della speranza.

            Non si tratta di tre dimensioni diverse ma dell'unica speranza proclamata e accolta con l'adesione della fede, celebrata nel cuore stesso del mistero pasquale che è l'Eucaristia, vissuta in modo che illumini e informi tutta la vita personale e sociale dei credenti.

            Per quanto, però, si consideri questa unità, è necessario anche cogliere l'intenzione del Concilio, che nel suo magistero sui tria munera riguardo al vescovo e ai presbiteri preferisce preporre agli altri quello dell'insegnamento. In ciò il Vaticano II riprende idealmente la successione presente nelle parole che il Risorto rivolse ai suoi discepoli: “Mi è stata data ogni potestà in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole... insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28, 18-20). In questa priorità data al compito episcopale dell’annuncio del Vangelo, che è una caratteristica della ecclesiologia conciliare, ogni vescovo può ritrovare il senso di quella paternità spirituale, che faceva scrivere all'apostolo san Paolo: “Potreste avere anche diecimila pedagoghi in Cristo ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il Vangelo” (1 Cor 4, 15).

 

 

1. Il ministero della Parola  

Proclamare il Vangelo della speranza  

101.      La funzione che più di tutte identifica il vescovo e che, in certo modo, riassume tutto il suo ministero è, come insegna il Concilio, quella di vicario e ambasciatore di Cristo nella chiesa particolare che gli è affidata.[149] Ora, il vescovo esercita la sua funzione sacramentale in quanto espressione vivente di Cristo con la predicazione del Vangelo. Come ministro della Parola di Dio, che agisce nella forza dello Spirito e mediante il carisma del servizio episcopale, egli manifesta Cristo al mondo, rende Cristo presente nella comunità e lo comunica efficacemente a coloro che gli fanno spazio nella propria vita. 

            Si tratta della proclamazione del Vangelo della speranza come compito fondamentale del ministero episcopale.

            La predicazione del Vangelo, dunque, eccelle tra i principali doveri dei vescovi, che sono “gli annunciatori della fede... i dottori autentici, cioè rivestiti dell'autorità di Cristo, che predicano al popolo loro affidato la fede da credere e da applicare alla vita morale”.[150] Da ciò deriva che tutte le attività del vescovo devono essere finalizzate alla proclamazione del Vangelo, “forza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rom 1, 16), orientate ad aiutare il popolo di Dio a rendere l'obbedienza della fede (cf. Rom 1, 5) alla Parola di Dio e ad abbracciare integralmente l'insegnamento di Cristo.

 

 

Il centro dell’annuncio  

102.      Quale sia l’oggetto del magistero del vescovo è felicemente espresso dal Concilio Vaticano II quando unitariamente lo indica nella fede da credere e da praticare nella vita.[151] Poiché il centro vivo dell’annuncio è Cristo, proprio Cristo crocifisso e risorto il vescovo deve annunciare: Cristo, unico salvatore dell’uomo, lo stesso ieri oggi e sempre (cf. Ebr 13, 8), centro della storia e di tutta la vita dei fedeli.

            Da questo centro, che è il mistero di Cristo, s’irradiano tutte le altre verità della fede e s’irradia pure la speranza per ogni uomo. Cristo è la luce che illumina ogni uomo e chiunque in lui è rigenerato riceve le primizie dello Spirito che lo abilitano ad adempiere la legge nuova dell’amore.[152]

 

103.      Il compito della predicazione e la custodia del deposito della fede implica il dovere di difendere la Parola di Dio da tutto ciò che potrebbe comprometterne la purezza e l’integrità, pur riconoscendo la giusta libertà nell’ulteriore approfondimento della fede.[153] Infatti, nella successione apostolica, il vescovo ha ricevuto, secondo il beneplacito del Padre, il carisma sicuro della verità che deve trasmettere.[154] 

            A tale dovere nessun vescovo può venire meno, anche se ciò potrà costargli sacrificio o incomprensione. Come l’apostolo S. Paolo, il vescovo è consapevole di essere stato mandato a proclamare il Vangelo “non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo” (1 Cor 1, 17); come lui, anche il vescovo annuncia la parola della Croce (cf. 1 Cor 1, 18), non per un consenso umano ma come una rivelazione divina.

 

 

Educazione della fede e catechesi  

104.      Maestro della fede, il vescovo è pure educatore della fede, alla luce della Parola di Dio e del Magistero della Chiesa. Si tratta della sua opera di catechesi, che merita la piena attenzione dei vescovi in quanto pastori e maestri, in quanto “catechisti per eccellenza”.

            Sono diverse le forme attraverso le quali il vescovo esercita il suo servizio della Parola di Dio. Il Direttorio Ecclesiae imago ricorda, in proposito, una particolare forma di predicazione alla comunità già evangelizzata, cioè l'Omelia, che eccelle tra tutte le altre per il suo contesto liturgico e per il suo legame con la proclamazione della Parola mediante le letture della Sacra Scrittura. Un’altra forma di annuncio è quella che un vescovo esercita mediante le sue Lettere Pastorali.[155]

            A questo proposito l'uso discreto di mezzi di comunicazione diocesani, interdiocesani o nazionali, sarà di grande aiuto per la divulgazione dei documenti del Magistero, dei programmi pastorali, degli avvenimenti ecclesiali.

 

 

Tutta la chiesa impegnata nella catechesi  

105.      Il carisma magisteriale dei vescovi è unico nella sua responsabilità e non può essere in alcun modo delegato. Tuttavia, come testimoniano le risposte ai Lineamenta esso non è isolato nella Chiesa. Ciascun vescovo compie il proprio servizio pastorale in una chiesa particolare dove, intimamente uniti al suo ministero e sotto la sua autorità, i presbiteri sono i suoi primi collaboratori, cui si aggiungono i diaconi. Un validissimo aiuto deriva pure dalle religiose e dai religiosi e da un crescente numero di fedeli laici che collaborano, secondo la costituzione della Chiesa, nel proclamare e nel vivere la Parola di Dio.

            Grazie ai vescovi l'autentica fede cattolica è trasmessa ai genitori perché a loro volta la trasmettano ai figli ; questo avviene anche per gli insegnanti e gli educatori, a tutti i livelli. Tutto il laicato rende testimonianza a quella purezza di fede che i vescovi si adoperano strenuamente di mantenere ed è importante che ciascun vescovo non manchi di procurare ai laici, con apposite scuole, i mezzi per una conveniente formazione.

 

 

Dialogo e collaborazione con teologi e fedeli  

106.            Particolarmente utile, per gli scopi dell’annuncio, è anche il dialogo e la collaborazione con i teologi, i quali si applicano ad approfondire con metodo l’insondabile ricchezza del mistero di Cristo. Il magistero dei pastori e il lavoro teologico, pur avendo funzioni differenti, dipendono entrambi dall'unica Parola di Dio e hanno il medesimo fine di conservare il popolo di Dio nella verità. Da qui nasce per i vescovi il compito di dare ai teologi l’incoraggiamento e il sostegno che li aiutino a condurre il loro lavoro nella fedeltà alla Tradizione e nell’attenzione alle emergenze della storia.[156]

            In dialogo con tutti i suoi fedeli, il vescovo saprà riconoscere e apprezzare la loro fede, rinforzarla, liberarla da aggiunte superflue e darle un appropriato contenuto dottrinale. Per questo, allo scopo anche di elaborare catechismi locali che tengano conto delle diverse situazioni e culture, il Catechismo della Chiesa Cattolica sarà punto di riferimento perché sia custodita con cura l’unità della fede e la fedeltà alla dottrina cattolica.[157]

 

 

Testimone della verità  

107.            Chiamato a proclamare la salvezza in Cristo Gesù, con la sua predicazione il vescovo rappresenta per il popolo di Dio il segno della certezza della fede. Se pure, come la Chiesa, egli non ha soluzioni già pronte di fronte ai problemi dell'uomo, tuttavia egli è ministro dello splendore di una verità capace d'illuminarne il cammino.[158] Pur non possedendo prerogative specifiche in ordine alla promozione dell’ordine temporale, il vescovo, esercitando il suo magistero ed educando alla fede le persone e le comunità a lui affidate, prepara tuttavia fedeli laici in ordine a soluzioni che a loro spetta di offrire in conformità alle rispettive competenze.

            Come ripetutamente sottolineano le risposte ai Lineamenta, la mentalità secola­rizzata ­di gran parte della società, nonché l'enfasi esagerata sull'autonomia del pensiero e la cultura relativistica, portano la gente a conside­ra­re gli interventi del vescovo, e anche del Papa, specialmente in materia di morale sessuale e familiare, come opinioni tra altre opinioni, prive di influsso nella vita. Questo, se da una parte pone una sfida radicale, dall'al­tra è anche il terreno per un annuncio di speranza, da parte del vescovo.

 

108.       Inoltre, il vescovo, pur nel rispetto dell'autonomia di coloro che sono competenti in questioni secolari, non può rinunciare al carattere profetico del suo messaggio portatore di speranza, anche se sa che esso non verrà accettato. Ciò avviene specialmente quando denuncia con coraggio, non solo a parole, ma con la promozione di mezzi efficaci a questo scopo, la guerra, l'ingiustizia e ciò che è distrutti­vo della dignità dell'uomo.

            Rendere presente nel mondo la potenza della Parola che salva è il grande atto di carità pastorale che un vescovo offre agli uomini ed è anche la prima ragione di speranza.

 

 

Compiti per il futuro  

109.      Dalle risposte ai Lineamenta vengono alcune richieste precise per allargare ed aggiornare i compiti del magistero dei vescovi.

            Secondo le circostanze è conveniente che siano promosse iniziative di ampio respiro diocesano o interdiocesano come la creazione di università cattoliche per un adeguato influsso nella vita sociale, con la formazione di un laicato che emerga nei diversi campi della scienza e della tecnica al servizio dell'uomo e della verità. In questa prospettiva, si chiede anche di dare un particolare slancio alla pastorale universitaria, secondo le direttive della Santa Sede.

            Come impegno in campo educativo si rendono necessarie istituzioni idonee per la promozione e la difesa delle scuole cattoliche, attraverso l’opera di sacerdoti e laici. Di esse si chiede il riconoscimento da parte dei governi, in quanto fanno riferimento ai diritti dei genitori per una adeguata educazione dei figli, secondo i valori culturali e religiosi da loro liberamente scelti.

            La promozione dei mezzi di comunicazione sociale in una società pluralistica richiede un’adeguata formazione di comunicatori attraverso varie iniziative diocesane o interdiocesane.

 

 

Cultura e inculturazione  

110.      La proclamazione del Vangelo da parte del vescovo nell'ambito della cultura richiede la promozione della fede nei campi più sensibili al messaggio del Vangelo.

            Occorre favorire il dialogo con le istituzioni culturali laiche, mediante incontri fra persone preparate, nei quali la Chiesa offra la sua immagine di amica di tutto ciò che è autenticamente umano.

            Può giovare a questo dialogo la valorizzazione del patrimonio culturale, artistico e storico della diocesi. Vi sono infatti nelle diocesi ricchezze culturali storiche, archivi e biblioteche, opere d'arte che meritano una attenzione particolare come testimonianza culturale. Le iniziative a favore di musei ed esposizioni, la adeguata conservazione, catalogazione ed esposizione dei tesori della tradizione artistica e letteraria possono divenire strumento di evangelizzazione e di contemplazione della bellezza, testimonianza di una particolare cura della Chiesa per la propria storia umana, geografica e culturale.[159]

            Appartiene al ministero del vescovo, secondo le direttive della Santa Sede e in collaborazione con la Conferenza episcopale, portare la fede e la vita cristiana nelle diverse culture secondo le direttive offerte in occasione delle Assemblee del Sinodo dei Vescovi, specialmente a riguardo di liturgia, formazione sacerdotale e vita consacrata.[160]

 

 

2. Il ministero della santificazione

111.      La proclamazione della Parola di Dio è all’origine della riunione del popolo di Dio in Ekklesìa, ossia in convocazione santa, e raggiunge la sua pienezza nel Sacramento. Parola e sacramento, infatti, formano come un tutt’uno, sono inseparabili tra loro come due momenti di un’unica opera salvifica. Entrambi rendono attuale e operante, in tutta la sua efficacia, la salvezza operata da Cristo. Egli stesso, come Verbo che si fa carne, è la ragione esemplare dell’intimo legame che congiunge Parola e Sacramento. Ciò è vero per tutti i sacramenti ma lo è in modo particolare ed eccellente per la santa Eucaristia, che di tutta l’evangelizzazione è fonte e culmine.[161]

            Per questa unità della Parola e del Sacramento, così come gli Apostoli furono mandati dal Risorto per ammaestrare e battezzare tutte le nazioni (cf. Mt 28, 19), anche il vescovo, in quanto successore degli Apostoli, in virtù della pienezza del Sacramento dell’Ordine di cui è stato insignito, riceve, insieme con la missione di araldo del Vangelo, quella di “economo della grazia del supremo sacerdozio”.[162] Il servizio dell’annuncio del Vangelo, infatti, è ordinato al servizio della grazia dei sacramenti della Chiesa. Come ministro della grazia, il vescovo “attua il munus sanctificandi a cui mira il munus docendi che svolge in mezzo al popolo di Dio a lui affidato”.[163]

            Il ministero della santificazione è intimamente unito alla celebrazione della salvezza in Cristo, in una prospettiva di speranza che proietta i fedeli verso il compimento delle promesse, mentre come popolo attraversano il  mondo in pellegrinaggio verso la città definitiva.

 

 

Il vescovo come sacerdote e liturgo nella sua cattedrale  

112.      La funzione di santificare è inerente alla missione del vescovo. Egli, infatti, nella sua chiesa particolare è il principale dispensatore dei misteri di Dio, dell’Eucaristia, anzitutto, nella cui presidenza egli appare agli occhi del suo popolo soprattutto come l’uomo del nuovo ed eterno culto a Dio, istituito da Gesù Cristo col sacrificio della Croce. Egli regola pure il conferimento del Battesimo, in forza del quale i fedeli partecipano al regale sacerdozio di Cristo; è ministro originario della Confermazione, dispensatore degli Ordini sacri e moderatore della disciplina penitenziale.[164]  Il vescovo è liturgo della chiesa particolare principalmente nella presidenza della sinassi Eucaristica.[165]

            Qui, dove si svolge l’avvenimento più alto della vita della Chiesa, trova pienezza anche il munus sanctificandi, che il vescovo esercita nella persona di Cristo, sommo ed eterno Sacerdote. Lo esprime bene un insigne testo del Vaticano II: “Bisogna che tutti diano la più grande importanza alla vita liturgica della diocesi, intorno al vescovo, principalmente nella Chiesa cattedrale; convinti che la principale manifestazione della Chiesa si ha nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima eucaristia, alla medesima preghiera, al medesimo altare che presiede il vescovo circondato dal suo presbiterio e ministri”.[166]

            Luogo privilegiato delle celebrazioni episcopali è la cattedrale, dove è collocata la cattedra del vescovo ed egli educa il suo popolo. È la Chiesa madre e il centro della Diocesi, segno della continuità di una storia, spazio simbolico della sua unità. Il Caeremoniale episcoporum dedica a questo argomento un intero capitolo, sotto il titolo: La Chiesa cattedrale.[167]

            È il luogo delle celebrazioni più solenni dell'anno liturgico; in modo speciale, della consacrazione del crisma e delle sacre ordinazioni. Immagine della Chiesa di Cristo, dell'unità del corpo mistico, dell'assemblea dei battezzati e della Gerusalemme celeste, deve essere in se stessa un esempio per le altre chiese della diocesi nell'ordine degli spazi sacri, nel decoro e nel modo con cui si celebra la liturgia secondo le prescrizioni.[168]

            La figura del vescovo celebrante esprime e dispiega la sua interiore verità anche attraverso i luoghi destinati alla liturgia: la cattedra, sede del Vescovo, da dove egli presiede l'assemblea e guida la preghiera;[169] l'altare, simbolo del corpo di Cristo e mensa del Signore dove si celebra l'Eucaristia;[170] il presbiterio, dove prendono posto il vescovo, i presbiteri, i diaconi ed altri ministri;[171] l'ambone dove avviene l'annuncio del Vangelo e della predicazione della parola, a meno che il vescovo non lo faccia, se preferisce, dalla sua cattedra;[172]  il battistero dove si celebra eventualmente il battesimo nella notte di Pasqua.[173]  

L'Eucaristia al centro della chiesa particolare  

113.      Uno dei compiti preminenti del vescovo è quello di provvedere che nelle comunità della chiesa particolare i fedeli abbiano la possibilità di accedere alla mensa del Signore, soprattutto nella domenica che è il giorno in cui la Chiesa celebra il mistero pasquale e i fedeli, nella gioia e nel riposo, rendono grazie a Dio “che li ha rigenerati nella speranza viva per mezzo della Risurrezione del Signore dai morti” (1 Pt 1, 3).[174]

            In molte parti, per la scarsità dei presbiteri o per altre gravi ragioni, diventa difficile provvedere alla celebrazione eucaristica. Ciò accresce il dovere del vescovo di essere l’economo della grazia, sempre attento a discernere gli effettivi bisogni e la gravità delle situazioni, procedendo ad una sapiente distribuzione dei membri del suo presbiterio e a fare in modo che, pure in simili emergenze, le comunità dei fedeli non siano a lungo prive della Eucaristia. Ciò vale anche in riferimento a quei fedeli che per malattia o anzianità o per altri ragionevoli motivi possono ricevere l’Eucaristia solo nella loro casa o nel luogo ove sono ospitati.

 

114.      La Liturgia è la forma più alta della lode alla Trinità Santa. In essa, soprattutto con la celebrazione dei Sacramenti, il popolo di Dio, localmente radunato, esprime e attua la sua indole sacra e organica di comunità sacerdotale.[175] Esercitando il munus sanctificandi il vescovo opera affinché l'intera chiesa particolare divenga una comunità di oranti, comunità di fedeli tutti perseveranti e concordi nella preghiera (cf. At 1, 14).

            Penetrato egli per primo, insieme col suo presbiterio, dello spirito e della forza della Liturgia, il vescovo ha cura di favorire e di sviluppare nella propria Diocesi un’educazione intensiva onde siano scoperte le ricchezze contenute nella Liturgia, celebrata secondo i testi approvati e vissuta prima di tutto come un fatto di ordine spirituale. Come responsabile del culto divino nella chiesa particolare egli, mentre dirige e protegge la vita liturgica della Diocesi, agendo insieme coi vescovi della medesima Conferenza Episcopale e nella fedeltà alla fede comune, ne sostiene pure lo sforzo perché, in corrispondenza alle esigenze dei tempi e dei luoghi, sia radicata nelle culture, tenendo conto di ciò che in essa è immutabile, perché d’istituzione divina, e di ciò che, invece, è suscettibile di cambiamento.[176]

 

 

Attenzione alla preghiera e alla pietà popolare  

115.      La preghiera, in tutte le sue varie forme, è l’atto in cui si esprime la speranza della Chiesa. Ogni preghiera della Sposa di Cristo, anelante alla perfetta unione con lo Sposo, è riassunta in quell’invocazione che lo Spirito le suggerisce: “Vieni !” (Ap 22, 17).[177] Lo Spirito pronuncia questa preghiera con la Chiesa e nella Chiesa. È la speranza escatologica, la speranza del definitivo compimento in Dio, la speranza del Regno eterno, che si attua nella partecipazione alla vita trinitaria. Lo Spirito Santo, dato agli apostoli come consolatore, è il custode e l'animatore di questa speranza nel cuore della Chiesa. Nella prospettiva del terzo Millennio dopo Cristo, mentre “lo Spirito e la Sposa dicono al Signore Gesù:Vieni !”,[178] questa loro preghiera è carica, come sempre, di una portata escatologica.

            Consapevole di ciò, il vescovo è quotidianamente impegnato a comunicare ai fedeli, con la testimonianza personale, con la parola, con la preghiera e con i sacramenti, la pienezza della vita in Cristo.

            In tale contesto il vescovo rivolge la sua attenzione anche alle varie forme della pietà popolare cristiana e al loro rapporto con la vita liturgica. In quanto esprime l’atteggiamento religioso dell’uomo, questa pietà popolare non può essere né ignorata né trattata con indifferenza o disprezzo, perché, come scriveva Paolo VI, è ricca di valori.[179] Essa, però, ha bisogno di essere sempre evangelizzata affinché la fede, che esprime, divenga un atto sempre più maturo. Un'autentica pastorale liturgica, biblicamente formata, saprà appoggiarsi sulle ricchezze della pietà popolare, purificarle e orientarle verso la liturgia come offerta dei popoli.[180]

 

 

Alcune questioni particolari  

116.      Nelle risposte ai Lineamenta si sottolineano alcuni compiti propri del ministero liturgico del vescovo, che conviene qui ricordare brevemente.

            Prima di tutto il vescovo è nella sua Chiesa il primo responsabile della celebrazione e della disciplina dell'iniziazione cristiana. In modo speciale è il promotore, il vigile custode e ministro dei riti dell'iniziazione cristiana degli adulti. Per questo conviene che sia lui a presiedere le celebrazioni più caratteristiche del catecumenato, specialmente nella preparazione prossima al battesimo e nell'iniziazione cristiana degli adulti nella Veglia pasquale.

            Per una più autentica e profonda promozione della liturgia conviene che egli presieda spesso, anche nelle visite, la Liturgia della Parola e la Liturgia delle Ore come è previsto dal Caeremoniale Episcoporum.[181] In questo senso egli potrà apparire nella sua caratteristica funzione di maestro che celebra la parola della salvezza e di sacerdote che prega e intercede per il suo popolo.

 

 

3. L'esercizio del ministero di governo    
 

Il servizio del governo  

117.      La funzione ministeriale del vescovo si completa nell’ufficio di guida della porzione del popolo di Dio che gli è stata affidata. La Tradizione della Chiesa ha sempre assimilato questo compito a due figure che, nella testimonianza dei Vangeli, Gesù applica a se stesso, ossia quella del Pastore e quella del Servo. Il Concilio descrive così l’ufficio proprio dei vescovi di governare i fedeli : “reggono le chiese particolari a loro affidate , come vicari e legati di Cristo, col consiglio e la persuasione, l’esempio, ma anche con l’autorità e la sacra potestà, della quale però non si servono se non per edificare il proprio gregge nella verità e nella santità, ricordandosi che chi è più grande si deve fare come il più piccolo, e chi è il capo, come il servo (cf. Lc 22, 26-27)”.[182]

             Giovanni Paolo II spiega che “si deve insistere sul concetto di servizio, che vale per ogni ministero ecclesiastico, a cominciare da quello dei vescovi. Sì, l’episcopato è più un servizio che un onore. E se anche è un onore, lo è quando il vescovo, successore degli Apostoli, serve in spirito di umiltà evangelica, sull’esempio del Figlio dell’uomo... In questa luce del servizio come buoni pastori va intesa l’autorità, che il vescovo possiede in proprio, anche se è sempre sottoposta a quella del Sommo Pontefice”.[183] Per questo, con buona ragione, il Codice di Diritto Canonico indica tale ufficio come munus pastoris e gli unisce la caratteristica della sollecitudine pastorale.[184]

 

 

Esercizio di autentica carità pastorale  

118.      La caritas pastoralis è virtù tipica del vescovo e con essa  imita Cristo “Buon” Pastore, che è tale per il dono della propria vita. Essa, dunque, si realizza non soltanto con l’esercizio delle azioni ministeriali, ma più ancora con il dono di sé, che mostra l'amore di Cristo per il suo gregge.

            Una delle forme con le quali si esprime la carità pastorale, allora, è la compassione, a imitazione di Cristo, Sommo Sacerdote, che è capace di compatire la debolezza umana essendo stato Egli stesso provato in ogni cosa, come noi, escluso il peccato (cf. Ebr 4, 15). Tale compassione, che il vescovo indica e vive come segno della compassione di Cristo, non può, tuttavia, essere disgiunta dalla verità di Cristo. Un’altra espressione della carità pastorale, infatti, è la responsabilità di fronte a Dio e di fronte alla Chiesa nei riguardi della verità da annunciare “in ogni occasione opportuna e non opportuna” (2 Tim 4,2). 

            La carità pastorale rende il vescovo ansioso di servire il bene comune della propria Diocesi che, subordinato a quello di tutta la Chiesa, riunisce il bene delle comunità particolari della Diocesi. Il Direttorio Ecclesiae imago indica al riguardo i principi fondamentali dell’unità, della responsabile collaborazione e del coordinamento.[185]

            Grazie alla carità pastorale, che è principio interiore unificante di tutta l’attività ministeriale, “può trovare risposta l’essenziale e permanente esigenza dell’unità tra la vita interiore e le tante azioni e responsabilità del ministero, esigenza quanto mai urgente in un contesto socio-culturale ed ecclesiale fortemente segnato dalla complessità, dalla frammentarietà e dalla dispersività”.[186] Essa, perciò, deve determinare i modi di pensare e di agire del vescovo e del suo rapporto con quanti incontra.

            Nel governo della Diocesi il vescovo ha pure cura che sia riconosciuto il valore della legge canonica della Chiesa, il cui obiettivo è il bene delle persone e della comunità ecclesiale.[187]  

 

Uno stile pastorale confermato dalla vita  

119.      La carità pastorale esige, di conseguenza, stili e forme di vita che, ad imitazione di Cristo, povero e umile, consentono al vescovo di essere vicino a tutti i membri del gregge, dal più grande al più piccolo, per condividere le loro gioie e i loro dolori, non soltanto nei pensieri e nelle preghiere, ma anche insieme con loro. In questo modo, attraverso la presenza e il ministero il vescovo tutti accosta senza né arrossire né fare arrossire affinché possano sperimentare l'amore di Dio per l’uomo.[188]

            Dalle risposte ai Lineamenta da parte delle Conferenze episcopa­li emergono alcune caratteristiche della figura del vescovo così come sono percepite nei vari luoghi e società. Talvolta appare una certa visione “monarchica” o “autorita­ria”, che tende ad attribuire al vescovo una parte impropria nella Chiesa e nel mondo; altre volte si considera invece il vescovo come “pastore in mezzo al suo gregge”, “padre nella fede”, cosicché i presbi­teri, i religio­si e i laici non sono semplicemente degli “aiuti” del vescovo, ma suoi “collaborato­ri”.

            Un approfondimento della realtà della “communio” può condurre a vedere il Vescovo come autentico “servo dei servi di Dio”, cioè il primo fra i servi di Dio. Infatti, il vescovo sarà fedele alla sua missione ricordando che la sua responsabilità personale di pastore è nei propri modi partecipa­ta da tutti i fedeli in virtù del battesimo, da alcuni in virtù dell'ordine sacro e da altri in forza della speciale consacrazio­ne per i consigli evangelici.

 

120.      Una condizione sfavorevole a questa “communio”, come viene da molti avvertito, spesso è data dalla vastità della diocesi e dai molti impegni del vescovo.

            Infatti, sottolineano le risposte, c'è pericolo che anche nel modo di governare del vescovo si introducano elementi meno confacenti ad una pastorale genuinamente evangelica, al punto che la gente rischia di paragonarlo ai notabili secolari. A volte la stessa presenza del vescovo accanto ad autorità civili sembrerebbe fare ombra alla sua autonomia e quindi alla sua figura.

            Inoltre, in quelle società che nutrono sentimenti contrari ad un certo eserci­zio dell'autorità si manifesta una qualche tendenza a rivedere la figura del vescovo, dando interpretazioni particolari al principio di sussidiarietà e all’istituto della consultazione. Questo perché spesso l'autorità viene vista solo come “potere”.

            I vescovi possono superare tutto questo con l’esercizio della loro prerogativa di padri, per cui si presentano come successori degli Apostoli non solo nell'autorità che esercitano, ma nella loro forma di vita evangelica, coerente con quanto annunciano, nelle sofferenze apostoliche, nella cura amorevole e misericor­diosa dei fedeli, specialmente dei più poveri, bisognosi e sofferenti.

            In questo saranno segno di Cristo in mezzo al popolo di Dio e il loro stesso governo veramente pastorale sarà un annuncio del Vangelo della speranza. Certe forme e attribuzioni esteriori, come ­­titoli onorifici e vesti, non debbono offuscare il ministero episcopale di insegnamento in parole ed opere.

            Colui che deve essere icona viva del Cristo, che ha lavato i piedi ai suoi discepoli come Signore e Maestro, deve mostrare con la sua vita semplice e povera il volto evangelico di Gesù e la sua qualità di vero "uomo di Dio" (cf. 2 Tim 3,17).

 

 

Le visite pastorali  

121.      La tradizione ecclesiastica indica alcune forme specifiche attraverso le quali il vescovo esplica nella sua chiesa particolare il ministero del pastore. Se ne ricordano due in particolare. La prima di esse  tocca direttamente l’impegno personale; la seconda, invece, implica un’opera sinodale.

            La visita pastorale non è un semplice istituto giuridico, prescritto al vescovo dalla disciplina ecclesiastica, e neppure una sorta di strumento d’inchiesta.[189] Mediante la visita pastorale il vescovo si presenta concretamente come visibile principio e fondamento dell’unità nella chiesa particolare e essa “riflette in qualche modo l’immagine di quella singolarissima e del tutto meravigliosa visita, per mezzo della quale il ‘pastore sommo’ (1 Pt 5, 4), il vescovo delle anime nostre (cf. 1 Pt 2, 25) Gesù Cristo ha visitato e redento il suo popolo (cf. Lc 1, 68)”.[190] Poiché, inoltre, la Diocesi, prima di essere un territorio, è una porzione del popolo di Dio affidata alle cure pastorali di un vescovo, opportunamente il Direttorio Ecclesiae imago scrive che il primo posto nella visita pastorale spetta alle persone. Per meglio dedicarsi a loro è, dunque, opportuno che il vescovo deleghi ad altri l’esame delle questioni di carattere più amministrativo.

            Le visite pastorali, preparate e programmate, sono occasione propizia di una conoscenza mutua tra Pastore e popolo a lui affidato.

            Nelle parrocchie deve essere privilegiato l'incontro con il parroco e gli altri sacerdoti. La visita pastorale è il momento in cui si esercita il ministero della predicazione e della catechesi, del dialogo e del contatto diretto con i problemi della gente; occasione per celebrare in comunione l'Eucaristia e i sacramenti, condividere la preghiera e la pietà popolare. In questa circostanza si impongono all’attenzione del Pastore alcune categorie: i giovani, i bambini, gli ammalati, i poveri, gli emarginati, i lontani.

            L'esperienza poi suggerisce altri incontri del vescovo con le componenti della diocesi, in occasione di assemblee diocesane di programmazione pastorale e di verifica, come anche in vista di ordinazioni sacerdotali o diaconali e di feste patronali o, infine, nelle giornate dedicate a soggetti particolari come clero, religiosi e religiose, famiglie.

 

 

Il Sinodo diocesano  

122.      La celebrazione del Sinodo Diocesano, di cui il Codice di Diritto Canonico delinea il profilo giuridico,[191] ha un indubbio posto di preminenza tra i doveri pastorali del vescovo. Il Sinodo, infatti, è il primo degli organismi che la disciplina ecclesiastica indica per lo sviluppo della vita di una chiesa particolare. La sua struttura, come quella di altri organismi detti “di partecipazione”, risponde a fondamentali esigenze ecclesiologiche ed è espressione istituzionale di realtà teologiche quali sono, ad esempio, la necessaria cooperazione tra presbiterio e vescovo, la partecipazione di tutti i battezzati all’ufficio profetico di Cristo, il dovere dei pastori di riconoscere e promuovere la dignità dei fedeli laici servendosi volentieri del loro prudente consiglio.[192] Nella sua realtà il Sinodo diocesano s’inserisce nel contesto della corresponsabilità di tutti attorno al proprio vescovo in ordine al bene della Diocesi. Nella sua composizione, qual è voluta dalla vigente disciplina canonica, è espressione privilegiata della comunione organica nella chiesa particolare. Nel Sinodo, che deve essere ben preparato ed essere convocato con degli obiettivi ben determinati,[193] il vescovo, responsabile delle decisioni definitive, [194] ascolta ciò che lo Spirito dice alla chiesa particolare, in modo che tutti rimangano saldi nella fede, uniti nella comunione, aperti alla missionarietà, disponibili ai bisogni spirituali del mondo e pieni di speranza davanti alle sue sfide.

 

 

Un governo animato dallo spirito di comunione  

123.      Per il suo ufficio pastorale il vescovo è il ministro della carità nella sua chiesa particolare, edificandola mediante la Parola e l’Eucaristia. Già nella Chiesa apostolica i Dodici provvidero all’istituzione di “sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito Santo e di saggezza”(At 6, 2-3) ai quali affidarono il servizio delle mense. Lo stesso san Paolo aveva come punto fermo del suo apostolato la cura dei poveri, che resta per noi il fondamentale segno della comunione tra i cristiani. Così il vescovo, anche oggi, è chiamato ad esercitare personalmente la carità nella propria Diocesi, mediante appropriate strutture.

            In tal modo egli testimonia che le tristezze e le angosce degli uomini, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le ansie dei discepoli di Cristo.[195] Diverse, indubbiamente, sono le povertà e a quelle antiche se ne sono aggiunte di nuove. In tali situazioni il vescovo è in prima linea nel sollecitare nuove forme di apostolato e di carità laddove l’indigenza si presenta sotto nuovi aspetti. Servire, incoraggiare, educare a questi impegni di solidarietà, rinnovando ogni giorno l’antica storia del Samaritano, è già di per sé un segno di speranza per il mondo.

 

124.      Per compiere il ministero di guida pastorale e di discernimento il vescovo ha bisogno della collaborazione di tutti i fedeli, in spirito di comunione e di missionarietà.

            A questo scopo sono strutture di dialogo, comunione e discernimento, come è stato già ricordato, il Consiglio presbiterale e il Consiglio pastorale.

            I crescenti bisogni pastorali hanno portato a configurare ordinatamente, secondo le norme canoniche, la Curia diocesana con i diversi uffici, secondo le possibilità di ciascuna chiesa particolare e la competenza del clero diocesano, delle persone consacrate e dei laici, in modo da venire incontro a tutte le istanze della diocesi.

            È compito del vescovo non solo favorire l'azione responsabile e coordinata, l'iniziativa e il lavoro assiduo dei responsabili dei diversi uffici diocesani, ma anche stimolare con l'esempio e favorire gli incontri collegiali di coordinamento. Occorre infondere in tutti un sereno senso di fiducia, amicizia e responsabilità nei diversi organismi della Curia, in modo che l'unità e l'intesa mutua crei uno stile ecclesiale di lavoro.

 

 

L'amministrazione economica  

125.            Particolare importanza ha in questo tempo, anche in vista delle responsabilità civili, l'amministrazione dei beni della diocesi. È necessaria la vigilanza e la serietà dell'amministrazione economica delle diocesi, come esempio anche per le altre istituzioni diocesane, attraverso l’opera di persone competenti ed ecclesialmente esperte nei consigli diocesani di amministrazione.

            Si tratta di un compito di governo della massima importanza, teso a garantire il bene comune della diocesi e la comunione dei beni con l'obbligo della carità a favore delle missioni e dei più poveri.

 

 

Questioni pratiche attinenti alla chiesa particolare  

126.      Sembra opportuno elencare sinteticamente qui alcune questioni pratiche, già in altri punti sviluppate, perché, conforme­mente alle indicazioni che emergono dalle risposte ai Lineamenta, il Sinodo vi presti una particolare ed adeguata attenzione.

            È desiderio di molte Conferenze episcopali che si insista sulla presenza del vescovo nella diocesi a tempo pieno, poiché assenze frequenti e prolungate minacciano la continuità del servizio pastorale.

            La presenza e permanenza del vescovo nella sua sede o in visita alle sue parrocchie, la disponibilità all'incontro con i sacerdoti, religiosi e laici, le visite pastorali sono garanzia di stabilità e di corresponsabilità nell'esercizio quotidiano del ministero. Il vescovo appare in questo modo come un modello di servizio inalterato della sua chiesa.

            Altri raccomandano la stabilità del vescovo nella diocesi per la quale è stato eletto, perché si confermi in lui una mentalità di donazione alla Chiesa che gli è stata affidata con un vincolo di fedeltà e amore sponsale. Si vorrebbero così evitare, in quanto possibile, certi problemi come la mentalità di un impegno passeggero in favore della diocesi, il desiderio di cambiamento o di  trasferimento ad altre chiese particolari più prestigiose o meno problematiche, la discontinuità dei programmi e delle iniziative pastorali.

            Si richiama anche il problema delle diocesi lasciate a lungo senza il  pastore, per ritardi nella nomina dei vescovi. Tali situazioni creano disagio nel presbiterio e nel popolo di Dio, privi del ministero episcopale dell’unità e della comunione.

            Emerge anche la necessità di un migliore ordinamento delle responsabilità di governo del vescovo, spesso oberato da troppi problemi amministrativi, burocratici ed organizzativi, che rischiano di renderlo talvolta più dirigente che Pastore. Si auspica un conveniente decentramento amministrativo per un suo migliore servizio alla Diocesi.

            Alcuni infine sollevano la questione della conflittualità che si avverte oggi fra il foro ecclesiastico e il foro civile in materia di processi riguardanti le persone ecclesiastiche. Non di rado si chiede chiarezza nel riconoscimento pubblico delle leggi ecclesiastiche che riguardano i processi canonici. Deve essere riconosciuta al vescovo la libertà e la responsabilità nel processo verso i suoi sudditi, evitando scandali e provvedendo in maniera adeguata, con giustizia e carità, alla salvezza delle anime, che è sempre la legge suprema della Chiesa.[196]  

 


CAPITOLO V  
AL SERVIZIO DEL VANGELO  
PER LA SPERANZA DEL MONDO  

 

In Gesù Cristo il perenne Giubileo della Chiesa            

127.      Il Giubileo del 2000, appena concluso, ha offerto alla Chiesa e al mondo l'occasione per fissare lo sguardo su Cristo che è venuto ad annunziare la buona novella ai poveri (cf. Lc 4,16 ss.). Egli, inviato dal Padre è venuto a richiamare tutti alla conversione, a donare all'umanità la speranza, a rivelare all'uomo la sua dignità di figlio di Dio e il suo destino di gloria. Con le sue opere, specialmente con il suo mistero pasquale, ha manifestato l'amore di Dio che cerca l'uomo, gli svela la sua vocazione, gli fa nota la sua altissima vocazione.[197]

            Tutta la vita di Gesù è stata un grande tempo giubilare, nel quale egli ha comunicato la grazia e il perdono del Padre, ha mostrato il sentiero della verità, si è fatto prossimo a tutti. Egli ha annunziato la salvezza e l'ha portata a compimento con le sue parole, con le sue opere e con l’effusione dello Spirito Santo.

            Nella figura evangelica di Gesù di Nazaret, la Chiesa riconosce un Messia giubilare, che vive nel dono totale di sé, comunica la verità e la vita a tutti, chiede la conversione, insegna la via nuova dell'amore che egli porta nel mondo come modo di essere e di agire della Trinità.

            In lui si rivela che la salvezza è per tutti. Egli, che si unì con la sua incarnazione ad ogni uomo e con la sua passione e morte ad ogni sofferenza umana, mediante la risurrezione diventa causa di salvezza e di speranza per ogni essere umano, destinato alla comunione con Dio nella gloria.

            La Chiesa, fin dalla Pentecoste, con la grazia dello Spirito Santo, continua la missione di Gesù, annunziando ogni giorno la buona novella e la liberazione dal male.

 

   

Il ministero di salvezza della Chiesa              

128.      Nello spirito della collegialità e della comunione gerarchica tutti i vescovi continuano questo annunzio che mette al centro della predicazione Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, unico salvatore del mondo.

            Anche se ci sfuggono le vie con le quali Cristo esercita questa salvezza al di fuori delle strutture sacramentali del suo Corpo, al quale egli stesso ha affidato il ministero della predicazione e della santificazione, la Chiesa crede che tutta l'umanità appartiene a Cristo, primogenito di ogni creatura (cf. Col 1,15 ss).

            Per questo l'orizzonte della speranza, che ha come termine ultimo la riconciliazione di tutto e di tutti in Cristo, illumina la Chiesa che annunzia la pace e la salvezza "ai vicini e ai lontani affinché per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito" (Ef 2,17-18) e intraprende con fiducia il molteplice dialogo della salvezza, affinché anche il futuro della storia appartenga al Signore, conosciuto e amato come nostro Fratello, rivelazione dell'amore del Padre. “Così facendo, afferma la Gaudium et spes nella sua conclusione, risveglieremo in tutti gli uomini della terra una viva speranza, dono dello Spirito Santo, affinché finalmente un giorno essi vengano assunti nella pace e nella felicità somma, nella patria che risplende della gloria del Signore”.[198]

 

 

Una nuova situazione religiosa  

129.      La situazione religiosa all'inizio del millennio è molto complessa e non rende facile la missione della Chiesa. L'emergenza delle grandi religioni, come portatrici di autentici valori umani, esige dalla Chiesa un confronto rispettoso per cogliere in esse il disegno dell'unico Dio salvatore.

            Oltre che nei grandi continenti pervasi dalle religioni tradizionali, oggi a causa sia delle migrazioni destinate ad aumentare nel futuro, come della mobilità e degli scambi economici e culturali, si vive in una situazione nuova, multietnica e multireligiosa.

            Le chiese giovani, che specialmente in Asia, Africa e Oceania convivono con quelle religioni, mentre sono particolarmente impegnate nel dialogo interreligioso, prestano anche un considerevole aiuto missionario in altre parti del popolo di Dio.

 

130.      Nelle risposte ai Lineamenta alcune Conferenze Episcopali si riferiscono alla necessità di venire incontro ad un fenomeno, certo non estraneo alla storia, ma che oggi ha dimensioni forse sconosciute. Si tratta delle nuove e ripetute immigrazioni. Queste creano problemi pastorali nuovi e concreti come sono l'evangelizzazione e il dialogo interreligioso, specialmente per quanti professano religioni non cristiane. Quanto agli immigrati cattolici, sradicati dalle loro terre e dalle loro abitudini, è necessaria la collaborazione di sacerdoti nativi per sostenere e rinsaldare la loro fede e la loro vita cristiana.

            La Chiesa intera quindi è protesa ad  un rinnovato impegno di evangelizzazione nel quale non devono mai mancare l'annuncio esplicito della rivelazione come dono irrinunciabile, il dialogo come metodo di comprensione reciproca, la testimonianza evangelica, specialmente della carità in tutto e prima di tutto come sigillo della verità proclamata e sostrato del dialogo, affinché Cristo sia riconosciuto nei suoi discepoli. Inoltre l'annunzio integrale della salvezza richiede una sollecitudine della Chiesa per ogni valore umano autentico.

            Da queste premesse scaturiscono i compiti della Chiesa che non può rinunciare a proclamare il senso della vita e della storia alla luce del mistero di Cristo, confidando nella forza del Vangelo e nell'aiuto dello Spirito Santo, donato da Cristo Risorto per svelare e realizzare la pienezza della verità e della vita divina.[199]  

 

Dialogo ecumenico  

131.            L'impegno della Chiesa nel dialogo ecumenico per l'unità dei cristiani, frutto prezioso dell'azione dello Spirito Santo, è irreversibile. Esso risponde alla preghiera e alle intenzioni del Signore (cf. Gv 17, 21-23), alla sua oblazione sulla croce per radunare tutti i figli dispersi ( cf. Gv 11,52), alla necessaria testimonianza della Chiesa nel mondo (cf. Ef 4,4-5).

            I vescovi partecipano alla sollecitudine del Romano Pontefice, espressa dal Decreto conciliare Unitatis redintegratio, e al rinnovato impegno della Chiesa per l'unità di tutti i battezzati, confermato dall'Enciclica Ut unum sint, come compito prioritario del nuovo millennio per la speranza del mondo.[200]

            Seguendo le direttive della Santa Sede, in comunione con la Conferenza Episcopale, ogni vescovo è promotore dell'unità e apostolo dell'ecumenismo spirituale e del dialogo, per mezzo dei contatti fraterni con le chiese e comunità cristiane. Con la promozione di quanto è positivo non può ammettere gesti ambigui e affrettati che danneggiano con l'impazienza il vero ecumenismo.

            Egli diffonde fra i suoi fedeli la passione per l'unità che ardeva nel cuore di Cristo, attendendo con speranza la grazia della comunione di tutti nell'unica Chiesa di Cristo, secondo il disegno dello Spirito Santo.

            Al vescovo e ai suoi collaboratori in ogni diocesi è affidato il compito specifico dell'ecumenismo locale,[201] con tutte le iniziative possibili, come la settimana di preghiere per l'unità dei cristiani, gli scambi di preghiera e la testimonianza dell'unico Vangelo di Cristo Signore. Resta prezioso, infine, il dialogo della vita e l’ecumenismo dei semplici gesti quotidiani di comunione e di servizio che avvicinano i cuori e le menti dei cristiani.  

 

L'annunzio del Vangelo  

132.      Nuovi sono i compiti della missione della Chiesa perché nuovi sono i fenomeni sociali e le emergenze culturali, gli areopaghi dell'evangelizzazione, gli impegni che scaturiscono dalla comprensione del messaggio evangelico: la promozione della pace, lo sviluppo e la liberazione dei popoli, il riconoscimento dei diritti delle minoranze, la promozione della donna, una nuova preoccupazione per i bambini e i giovani, la salvaguardia del creato, la promozione di una autentica cultura e ricerca scientifica rispettosa dei valori della vita, il dialogo internazionale e le nuove progettualità mondiali.[202]

            In questo contesto sociale e culturale il Vangelo della speranza è annunciato come la verità di sempre, ma con nuovi linguaggi, con nuovo slancio e fervore, con nuovi metodi, specialmente con la forza che scaturisce dalla santità della Chiesa e dalla testimonianza della sua unità. Questo compito è affidato a coloro che dallo Spirito Santo sono stati posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio (cf. At 20, 28).

   

Azione e cooperazione missionaria  

133.      Ad imitazione di Gesù di Nazaret, evangelizzatore del Padre, il vescovo, animato dalla speranza insita nell'annuncio della Buona Novella, dilata i confini del suo ministero a tutto il mondo poiché tutti sono destinatari della sua sollecitudine pastorale. La stessa collocazione del vescovo nella Chiesa e la missione che vi è chiamato a svolgere fanno di lui il primo responsabile della permanente missione di portare il Vangelo a quanti ancora non conoscono Cristo, redentore dell'uomo. La missione del vescovo è intimamente legata al suo ministero universale di insegnamento e alla piena relazione con la comunità che egli presiede in nome di Cristo Pastore.

            Il mandato affidato dal Signore Risorto ai suoi Apostoli riguarda tutte le genti. Negli Apostoli stessi, anzi, "la Chiesa ricevette una missione universale, che non ha confini e riguarda la salvezza nella sua integrità, secondo quella pienezza che Cristo è venuto a portare (cf. Gv 10, 10)".[203]

            Anche per i successori degli Apostoli il compito di annunciare il Vangelo non è ristretto all'ambito ecclesiale poiché il Vangelo è per tutti gli uomini e la Chiesa stessa è sacramento di salvezza per tutti gli uomini. Essa, piuttosto, è "forza dinamica nel cammino dell'umanità verso il Regno escatologico, è segno e promotrice dei valori evangelici fra gli uomini".[204] Sempre, perciò, incombe ai successori degli Apostoli la responsabilità di diffondere il Vangelo su tutta la terra.

            Consacrati non soltanto per una Diocesi ma per la salvezza del mondo intero,[205] i vescovi, sia come membri del collegio episcopale sia come singoli pastori delle chiese particolari, sono, insieme con il vescovo di Roma, direttamente responsabili dell'evangelizzazione di quanti ancora non riconoscono in Cristo l'unico salvatore e ancora non ripongono in lui la propria speranza.

            In tale contesto non possono essere dimenticati i tanti vescovi missionari, che come ieri ancora oggi illustrano la Chiesa con la santità della vita e la generosità del loro slancio apostolico. Alcuni di loro sono stati anche fondatori di Istituti missionari.

 

134.      Quale pastore di una chiesa particolare, spetta al vescovo orientarne i cammini missionari, dirigerli e coordinarli. Egli adempie al suo dovere d'impegnare a fondo lo slancio evangelizzatore della propria chiesa particolare quando suscita, promuove e guida l'opera missionaria nella sua Diocesi. Così facendo, “rende presente e, per così dire, visibile lo spirito e l'ardore missionario del Popolo di Dio, sicché la diocesi tutta si fa missionaria”.[206]

            Nel suo zelo per l'attività missionaria il vescovo si mostra sempre servo e testimone della speranza. Infatti la missione è senz'altro "l'indice esatto della nostra fede in Cristo e nel suo amore per noi"[207] e mentre sospinge l'uomo di tutti i tempi ad una vita nuova, è pure animata dalla speranza ed è, essa stessa, frutto della speranza cristiana.

            Annunciando Cristo Risorto, i cristiani annunciano Colui che inaugura una nuova era della storia e proclamano al mondo la buona notizia di una salvezza integrale e universale, che contiene in sé la caparra di un mondo nuovo, in cui il dolore e l’ingiustizia faranno posto alla gioia e alla bellezza. Perciò pregano come Gesù ha loro insegnato: “Venga il tuo Regno” (Mt 6, 10). L'attività missionaria, infine, nel suo scopo ultimo di mettere a disposizione di ogni uomo la salvezza donata da Cristo una volta per sempre, tende di per sé alla pienezza escatologica. Grazie ad essa si accresce il Popolo di Dio, si dilata il Corpo di Cristo e si amplia il Tempio dello Spirito fino alla consumazione dei secoli.[208]

            All'inizio del terzo millennio, quando la coscienza dell'universalità della salvezza si è acuita e si sperimenta che l'annunzio del Vangelo deve essere ogni giorno rinnovato, la Chiesa sente di non dover rallentare nel suo impegno missionario, anzi di unire le forze in una nuova e più profonda cooperazione missionaria, con la collaborazione di tutti i successori degli apostoli e delle loro chiese particolari.[209]  

 

Dialogo interreligioso e incontro con le altre religioni  

135.      Come maestri della fede i vescovi devono anche avere una giusta attenzione verso il dialogo interreligioso, primo fra tutti lo speciale dialogo con i fratelli d'Israele, popolo della prima alleanza.

            È a tutti evidente, infatti, che nelle attuali circostanze storiche esso ha assunto una nuova e immediata urgenza. Per molte comunità cristiane, infatti, come ad esempio in Africa e in Asia, il dialogo interreligioso fa quasi parte integrante della vita quotidiana delle famiglie, delle comunità locali, dell'ambiente di lavoro e dei servizi pubblici. In altre, invece, come ad esempio nell'Europa occidentale e, ad ogni modo, nei paesi di più antica cristianità, si tratta di un fenomeno nuovo. Anche qui accade sempre più frequentemente che credenti di diverse religioni e culti si incontrino e spesso vivano insieme, a motivo delle migrazioni dei popoli, dei viaggi, delle comunicazioni sociali e delle scelte personali.

            Il dialogo interreligioso, come ha ricordato Giovanni Paolo II, è parte della missione evangelizzatrice della Chiesa e rientra nelle prospettive del Giubileo del 2000 e delle sfide del terzo millennio.[210] Tra le principali ragioni il decreto Nostra aetate inserisce quelle suggerite dalla professione della speranza cristiana. Tutti gli uomini, infatti, hanno una comune origine da Dio, in quanto creature amate da Lui, e hanno il comune destino del fine ultimo che è Dio.

            In questo dialogo i cristiani hanno pure non poche cose da apprendere. Tuttavia devono sempre testimoniare la propria speranza in Cristo, unico Salvatore dell’uomo, coltivando il dovere e la determinazione nel proclamare, senza esitazioni, l'unicità di Cristo redentore. In nessun altro, infatti, il cristiano ripone la sua speranza poiché è Cristo il compimento di qualunque speranza. Egli è “l'attesa di quanti, in ogni popolo, aspettano la manifestazione della bontà divina”.[211] Inoltre il dialogo deve essere condotto e attuato dai fedeli con la convinzione che l'unica vera religione sussiste “nella Chiesa cattolica e apostolica, alla quale il Signore Gesù ha affidato la missione di comunicarla a tutti gli uomini”.[212]

 

136.      A tutti i fedeli e a tutte le comunità cristiane spetta di praticare il dialogo interreligioso, per quanto non sempre con la stessa intensità e allo stesso livello. Laddove, però, le situazioni lo richiedono o lo permettono è dovere di ogni vescovo nella sua chiesa particolare aiutare, con il suo insegnamento e con l'azione pastorale, tutti i fedeli a rispettare e stimare i valori, le tradizioni, le convinzioni degli altri credenti, come pure promuovere una solida e adatta formazione religiosa dei cristiani stessi, perché sappiano dare una convinta testimonianza del grande dono della fede cristiana.

            Il vescovo deve pure vegliare sulla qualità teologica del dialogo interreligioso, qualora sia attuato nella propria chiesa particolare, in modo che mai rimanga sottaciuta o non affermata l’universalità e l’unicità della Redenzione operata da Cristo, unico Salvatore dell’uomo e rivelatore del mistero di Dio.[213] Solo nella coerenza con la propria fede, infatti, è possibile anche condividere, confrontare, arricchire le esperienze spirituali e le forme di preghiera, come vie di incontro con Dio.

            Il dialogo interreligioso, tuttavia, non riguarda solamente il campo dottrinale, ma si estende ai molteplici rapporti quotidiani tra i credenti, nel rispetto reciproco e nella conoscenza comune. Si tratta del dialogo della vita laddove i credenti delle diverse religioni testimoniano reciprocamente i propri valori umani e spirituali al fine di favorire la convivenza pacifica e la collaborazione per una società più giusta e fraterna. Nel favorire e nel seguire attentamente tale dialogo, il vescovo ricorderà sempre ai fedeli che questo impegno nasce dalle virtù teologali della fede, speranza e carità e con esse cresce.  

 

Una particolare attenzione al fenomeno delle sette  

137.      La sollecitudine del vescovo per i suoi fedeli deve cogliere con realismo anche il pericolo della seduzione che le sette religiose ed altri movimenti alternativi di diverso genere e di diversi nomi possono suscitare  nelle persone meno preparate. Spesso si tratta di movimenti indotti per erodere la fede cattolica, proposti in ambienti di disagio sociale e familiare, anche con la manipolazione delle persone e delle coscienze. Si diffondono perfino sette sataniche contraddistinte da scopi anticristiani, riti e forme morali aberranti.

            Lo studio accurato delle sette e del loro modo di operare così come il ricorso a chi ha capacità di aiutare i fedeli rimasti impigliati in esse o minacciati da esse può essere di grande aiuto anche per restituire alle persone la serenità e la professione della fede.[214]

            Ma si tratta soprattutto di formare comunità cristiane vive e autentiche, piene di vitalità e di entusiasmo, promotrici di speranza; cioè comunità capaci di divenire luoghi della condivisione del Vangelo, dell'impegno missionario, dell'attenzione alla persona,  dell'aiuto vicendevole e di una vera e propria terapia spirituale per gli uomini e le donne del nostro mondo, mediante la preghiera e i sacramenti.

            Quanto poi alla lotta contro il male e il maligno, spetta al vescovo incaricare, secondo la legge canonica, sacerdoti dotati di pietà, scienza, prudenza e integrità di vita per l’uso degli esorcismi e provvedere anche alla pratica delle preghiere per ottenere da Dio la guarigione.[215]

   

Dialogo con persone di altre convinzioni  

138.      La Chiesa, nel suo impegno di evangelizzare ed annunziare la salvezza in Cristo a tutti, non tralascia di stabilire nei modi più idonei il dialogo con persone di altre convinzioni religiose. Esse sono spesso sensibili al fascino del Vangelo, alla persona di Gesù, ai valori autenticamente umani della sua predicazione e del suo esempio. Spesso attendono dalla Chiesa la parola chiarificatrice, il superamento dei pregiudizi, la ricerca attenta dei valori credibili della verità e della giustizia. Sentono talvolta una segreta nostalgia del cristianesimo dove si congiungono insieme le ragioni della fede e quelle della speranza, mentre oggi, cadute le utopie, la mancanza della fede si traduce in un atteggiamento incapace di varcare la soglia della speranza.

            Per questo il vescovo nella sua chiesa deve favorire incontri che possano coinvolgere uomini e donne cercatori della verità, sensibili ai valori trascendenti della bontà, della giustizia e della bellezza, preoccupati dell'umanità del nostro tempo. E ciò allo scopo di favorire la ricerca comune di sentieri per la promozione dei valori dell'uomo, specialmente attraverso il dialogo con autorevoli esponenti della cultura e della spiritualità.

            Pastore di tutti, responsabile dell'annuncio del Vangelo nella complessa situazione della nostra società, il vescovo non deve dimenticare di essere difensore dei diritti dei fedeli cattolici e anche della Chiesa, spesso negati o contestati in diversi luoghi o in certe circostanze sociali o politiche. Sostegno dei suoi fedeli, il vescovo deve infondere e promuovere la speranza nei momenti di persecuzione e di ostilità contro i propri fedeli, forte della testimonianza della verità e della coerenza della propria vita.

 

   

Attenzione ai nuovi problemi sociali e alle nuove povertà  

139.      Un annuncio privilegiato della speranza è la sollecitudine per i poveri esercitata in questa nostra società, nella quale nessuno deve dimenticare che della vita economica e sociale, come ha ricordato il Concilio, l’uomo è autore, centro e fine.[216] Da qui la preoccupazione della Chiesa perché anche lo sviluppo non sia inteso in senso esclusivamente economico, ma piuttosto in senso integralmente umano.

            L’orientamento della speranza cristiana è certamente verso il Regno dei cieli e verso la vita eterna. Questa destinazione escatologica, tuttavia, non attenua l'impegno per il progresso della città terrena. Al contrario, gli dà senso e forza, mentre “lo slancio della speranza preserva dall’egoismo e conduce alla gioia della carità”.[217] La distinzione tra progresso terrestre e crescita del Regno, infatti, non è una separazione, poiché la vocazione dell'uomo alla vita eterna, più che abolire, conforta il compito dell’uomo di mettere in atto le energie ricevute dal Creatore per lo sviluppo della sua vita temporale.

 

140.      Non è compito specifico della Chiesa offrire soluzioni alle questioni economiche e sociali, ma la sua dottrina contiene un insieme di princìpi indispensabili per la costruzione di un giusto sistema sociale ed economico. Anche in questo ambito la Chiesa ha un Vangelo da annunciare, del quale ogni vescovo, nella sua chiesa particolare, deve farsi portatore, indicandone il cuore nelle Beatitudini evangeliche.[218]

            Poiché, infine, il comandamento dell'amore del prossimo è molto concreto, occorre che il vescovo promuova nella sua Diocesi iniziative appropriate ed esorti al superamento di eventuali atteggiamenti di apatia, passività ed egoismo individuale e di gruppo. Ugualmente è importante che con la sua predicazione il vescovo risvegli la coscienza cristiana di ogni cittadino, esortandolo ad operare, con una solidarietà attiva e con i mezzi a sua disposizione, in difesa del suo fratello contro qualsiasi abuso che attenti alla dignità umana. Deve, al riguardo, sempre ricordare ai fedeli che in ogni povero e in ogni bisognoso è presente Cristo (cf. Mt 25, 31-46). La stessa figura del Signore come giudice escatologico è la promessa di una giustizia finalmente perfetta per i vivi e per i morti, per gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi.[219]  

 

Vicino a quanti soffrono  

141.      Memore del suo titolo di padre e di difensore dei poveri, il vescovo ha il compito di animare l’esercizio della carità verso i poveri con l'esempio, con le opere della misericordia e della giustizia, con singoli interventi, ma anche con ampi programmi di solidarietà.

            Degli impegni, che nelle risposte ai Lineamenta si assegnano ai vescovi come promotori della carità nel nostro tempo, occorre ricordare alcuni in particolare.

            Nella sua diocesi ogni pastore, con l'aiuto di persone qualificate nel campo della pastorale sanitaria, annuncia il Vangelo nell'ambito della cura della salute fisica e psichica. La tutela della salute occupa un posto di rilievo nella nostra società. L'umanizzazione della medicina e dell'assistenza dei malati, la vicinanza a tutti nel momento della sofferenza risveglia nel cuore di ogni discepolo di Gesù la figura compassionevole di Cristo, medico dei corpi e delle anime. E ricorda la sua perentoria parola di missione: "Guarite gli infermi" (Mt 10,8).

            L'organizzazione e la promozione continua di questo settore della pastorale merita  priorità nel cuore e nella vita di un vescovo.

 

Promotore della giustizia e della pace  

142. I temi della giustizia e dell'amore per il prossimo richiamano spontaneamente quello della pace : “un frutto di giustizia è seminato nella pace per coloro che operano la pace” (Gc 3, 18). Quella che la Chiesa annuncia è la pace di Cristo, il “principe della pace” che ha proclamato la beatitudine degli “operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5, 9). Tali sono non soltanto coloro che rinunciano all’uso della violenza come metodo abituale, ma anche tutti quelli che hanno il coraggio di operare perché sia cancellato ciò che impedisce la pace. Questi operatori della pace sanno bene che essa comincia nel cuore dell’uomo. Perciò agiscono contro l’egoismo, che impedisce di vedere gli altri come fratelli e sorelle in un’unica famiglia umana, sostenuti in questo dalla speranza in Gesù Cristo, il Redentore Innocente la cui sofferenza è un indefettibile segno di speranza per l’umanità. Cristo è la pace (cf. Ef 2, 14) e l’uomo non troverà la pace se non incontrerà Cristo.

            La pace è una responsabilità universale, che passa attraverso i mille piccoli atti della vita di ogni giorno. Secondo il loro modo quotidiano di vivere con gli altri, gli uomini si esprimono a favore della pace o contro la pace. La pace attende i suoi profeti e i suoi artefici.[220] Questi architetti della pace non possono mancare anzitutto nelle comunità ecclesiali, di cui il vescovo è pastore.

            Occorre, perciò, che egli non lasci cadere occasione alcuna per promuovere nelle coscienze l'aspirazione alla concordia e per favorire l’intesa tra le persone nella dedizione alla causa della giustizia e della pace. Si tratta di un compito arduo, che richiede dedizione, sforzi rinnovati e un’insistente azione educativa soprattutto verso le nuove generazioni, perché s’impegnino, con rinnovata gioia e speranza cristiana, nella costruzione di un mondo più pacifico e fraterno. L’operare per la pace è anch’esso incluso nel compito prioritario della evangelizzazione. Per questo la promozione di un’autentica cultura del dialogo e della pace è anch’essa un impegno fondamentale dell’azione pastorale di un vescovo.

 

143.      Voce della Chiesa che, evangelizzando, chiama e convoca tutti gli uomini, il vescovo non omette di concretamente operare e di fare udire la sua parola saggia ed equilibrata affinché i responsabili della vita politica, sociale ed economica cerchino le più giuste soluzioni possibili per risolvere i problemi del convivere civile.

            Le condizioni in cui i pastori svolgono la loro missione in questi ambiti sono spesso molto difficili, sia per l’evangelizzazione sia per la promozione umana, ed è soprattutto qui che si mostra quanto e come, nel ministero episcopale, debba essere inclusa la disponibilità alla sofferenza. Ma senza di essa non è possibile che si dedichino alla loro missione. Grande, perciò, dev’essere la loro fiducia nello Spirito del Signore risorto e il loro cuore deve sempre essere ricolmo della speranza che non delude (cf. Rom 5, 5).

 

 

Custodi della speranza, testimoni della carità di Cristo  

144.      I cristiani adempiono un mandato profetico ricevuto da Cristo quando operano per portare nel mondo il germe della speranza. Per questo il Concilio ricorda che la Chiesa “cammina insieme con l'umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena, ed è come il fermento e quasi l'anima della società umana, destinata a rinnovarsi in Cristo e a trasformarsi in famiglia di Dio”.[221]

            L’assunzione di responsabilità nei riguardi del mondo intero e dei suoi problemi, delle sue domande e delle sue attese appartiene anch’essa all’impegno di evangelizzazione, cui la Chiesa è chiamata dal Signore. Esso coinvolge in prima persona ogni vescovo rendendolo attento alla lettura dei “segni dei tempi” così da ridestare negli uomini una nuova speranza. In questo egli opera come ministro dello Spirito che, anche oggi, alle soglie del Terzo Millennio, non cessa di operare grandi cose perché sia rinnovata la faccia della terra. Sull’esempio del Buon Pastore egli indica all’uomo la via da seguire e, come il Samaritano, si china su di lui per curarne le ferite.

 

145.      L’uomo è essenzialmente anche un “essere di speranza”. È pur vero che non sono pochi, nelle varie parti della terra, gli eventi che indurrebbero allo scetticismo e alla sfiducia : tali e tante sono le sfide che oggi sono rivolte alla speranza. La Chiesa, però, trova nel mistero della croce e della risurrezione del suo Signore il fondamento della “beata speranza”. Da qui attinge la forza per mettersi e rimanere al servizio dell’uomo e di ogni uomo.

            Il Vangelo, di cui la Chiesa è serva, è un messaggio di libertà e una forza di liberazione che, mentre mette a nudo e giudica le speranze illusorie e fallaci, porta però a compimento le aspirazioni più autentiche dell’uomo. Il nucleo centrale, poi, di questo annuncio è che mediante la sua croce e la sua risurrezione e mediante il dono dello Spirito Santo Cristo ha aperto vie nuove di libertà e di liberazione per l’umanità.

            Tra gli ambiti, nei quali il vescovo guida la propria comunità, delineando impegni e attuando comportamenti che siano esempi della forza rinnovatrice del Vangelo ed effettivi segnali di speranza, si indicano alcuni di particolare rilevanza, che riguardano la dottrina sociale della Chiesa. Questa infatti, non soltanto non è estranea, ma è parte essenziale del messaggio cristiano, perché propone le dirette conseguenze del Vangelo nella vita della società. Su di essa, peraltro, si è più volte soffermato il Magistero, illustrandola alla luce del mistero pasquale, donde la Chiesa sempre attinge la verità sulla storia e sull’uomo, ricordando pure che spetta poi alle chiese particolari, in comunione con la Sede di Pietro e fra loro, portarla a concrete attuazioni.

 

146.      Un primo ambito riguarda il rapporto con la società civile e politica. È evidente, al riguardo, che la missione della Chiesa è una missione religiosa e che il fine privilegiato della sua azione è l’annuncio di Gesù Cristo, l’unico Nome “dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati” (At 4, 12). Ne deriva, fra l’altro, la distinzione, ribadita dal Concilio, fra la comunità politica e la Chiesa. Indipendenti e autonome nel proprio campo, esse hanno in comune, però, il servizio alla vocazione personale e sociale delle stesse persone.[222]

            Perciò la Chiesa, per mandato del Signore aperta a tutti gli uomini di buona volontà, non è, né mai può essere, concorrente della vita politica, ma neppure estranea ai problemi della vita sociale. Per questo, rimanendo all’interno della propria competenza di promozione integrale dell’uomo, la Chiesa può cercare soluzioni anche per problemi di ordine temporale, soprattutto laddove è compromessa la dignità dell'uomo e sono calpestati i suoi più elementari diritti.

 

147.      In tale quadro si colloca pure l’azione del vescovo, il quale riconosce l’autonomia dello Stato ed evita, per questo, la confusione tra fede e politica servendo, invece, la libertà di tutti. Alieno da gesti che inducano a identificare la fede con una determinata forma politica, egli cerca anzitutto il Regno di Dio ed è così che, assumendo un più valido e puro amore per aiutare i suoi fratelli e per realizzare, con l’ispirazione della carità, le opere della giustizia, egli si presenta come custode del carattere trascendente della persona umana e come segno di speranza. [223] Il contributo specifico che un vescovo offre in questo ambito è quello stesso della Chiesa, cioè “quella visione della dignità della persona, la quale si manifesta in tutta la sua pienezza nel mistero del Verbo incarnato”.[224]

            L’autonomia della comunità politica non include, infatti, la sua indipendenza dai principi morali; anzi, una politica priva di riferimenti morali porta inevitabilmente al degrado della vita sociale, alla violazione della dignità e dei diritti della persona umana. Per questo alla Chiesa sta a cuore che alla politica sia conservata, o restituita, l'immagine del servizio da rendere all'uomo e alla società. Poiché, poi, è compito proprio dei fedeli laici impegnarsi direttamente nella politica, la preoccupazione del vescovo è quella di aiutare i suoi fedeli a dibattere le loro questioni e assumere le proprie decisioni alla luce della Parola di Verità ; di favorire e curare la loro formazione in modo che nelle scelte siano motivati da una sincera sollecitudine per il bene comune della società in cui vivono, cioè il bene di tutti gli uomini e di tutto l'uomo ; di insistere perché vi sia coerenza fra la morale pubblica e quella privata.

 

 

La schiera dei testimoni e l'ancora della speranza  

148.             Discepolo e testimone di Cristo, il vescovo in questo inizio di secolo e di millennio ha cura di annunziare, celebrare e promuovere, come Gesù, il Regno del Padre nella speranza.

            Saldo nella fede, che è “garanzia di ciò che si spera, prova di ciò che non si vede” (Eb 11,1), è pronto a far avanzare il suo popolo, come Israele nel deserto, immagine viva della Chiesa pellegrina nel tempo, “fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio”.[225] Fisso con lo sguardo in Cristo, autore e perfezionatore della fede, sostenuto dalla schiera dei testimoni della fede e della speranza, diventa un testimone credibile della fedeltà di Dio in ogni tempo. Per questo la Chiesa della fine del secolo e del millennio ha voluto tra l'altro far memoria ecumenica dei testimoni della fede del secolo XX, come araldi della speranza cristiana per le nuove generazioni.

            In un mondo globalizzato il vescovo proclama la comunione e solidarietà, l'unità e la riconciliazione. In una società alla ricerca del senso della vita offre la parola liberatrice del Vangelo, parola di verità che apre gli orizzonti degli uomini oltre la morte ed illumina con la luce della Pasqua di Cristo i sentieri della vita. [226]

            Il vescovo, afferrato alla speranza, sicura e salda come un’ancora (cf. Eb 6,18 ss), guida il suo popolo con fiducia nello spirito di servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo.

   

CONCLUSIONE  

 

            149.            Nei giorni dal 6 all’8 ottobre del 2000, i vescovi di tutto il mondo hanno celebrato il loro Giubileo in comunione con il Papa, in un clima di conversione e di preghiera, ispirandosi allo stesso tema della prossima Assemblea ordinaria del Sinodo: Il Vescovo servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo.[227] Come è stato notato, per la prima volta dai tempi del Concilio Vaticano II, tanti vescovi, provenienti da tutto il mondo, si trovavano insieme per vivere momenti di autentica spiritualità giubilare: il rito penitenziale in San Giovanni in Laterano, la celebrazione missionaria a San Paolo fuori le mura, il Santo Rosario nell'Aula Paolo VI, gli incontri con il Romano Pontefice, specialmente la solenne concelebrazione eucaristica di Domenica 8 ottobre, culmine del Giubileo dei vescovi.

            La devozione a Maria, culminata nella venerazione della statua della Vergine di Fatima, che ha guidato per sentieri di speranza la travagliata storia della Chiesa nel secolo XX, ha reso l'incontro giubilare particolarmente intenso. Come spesso ha ripetuto il Papa, era quasi un ritorno dei successori degli apostoli al Cenacolo della Pentecoste, con Maria, la Madre di Gesù.

 

            150.            In questa particolare circostanza Giovanni Paolo II ha affidato alla Madre del Signore, con una vibrante preghiera, i frutti del Giubileo e le ansie del nuovo millennio.

            Nelle parole della preghiera di affidamento alla Vergine Maria si sono concentrate le speranze per il futuro con la certezza che è Cristo Signore l'unica salvezza e lo Spirito di verità  è l’indispensabile sorgente di vita per la Chiesa.

            Insieme alla memoria dei grandi progressi di una umanità che si trova ad un bivio della storia, il Santo Padre ha ricordato i bisogni dei più deboli: bimbi non ancora venuti alla luce o nati in condizioni di povertà e di sofferenza; giovani alla ricerca di senso; persone prive di lavoro o provate dalla fame e dalla malattia, famiglie dissestate, anziani privi di assistenza, persone sole e senza speranza.[228]

            È in gioco nelle speranze dell'umanità il valore stesso della vita umana che la Chiesa difende e propone con coraggio davanti a tutte le minacce, affidandosi al Dio della vita e alla Madre di colui che è la via, la verità e la vita.

            Nelle parole del Successore di Pietro e nella sua implorazione per le sorti dell'umanità abbiamo riascoltato la preghiera per un mondo alla ricerca di ragioni per credere e per sperare. Come in una logica continuità i vescovi si riuniranno  nella prossima Assemblea sinodale per proclamare la speranza in Cristo e nell'azione dello Spirito per il futuro della Chiesa e dell'umanità.       

            Da Maria, l'umile ancella che si è affidata a Dio, la Chiesa impara a proclamare il Vangelo della salvezza e della speranza. Nel Magnificat risuonano in canto le certezze di tutti i poveri del Signore che sperano nella sua Parola. In lei, donna vestita di sole, assunta nella gloria accanto al Figlio risorto, la Chiesa ha la garanzia dell'adempimento delle promesse del Signore per l'umanità, chiamata alla vittoria finale sul male e sulla morte. A lei, che per quanti sono ancora pellegrini sulla terra brilla “quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore”[229], la Chiesa rivolge la sua preghiera, invocandola come madre della speranza, primizia del mondo futuro.

   

I N D I C E

 

Introduzione

Sullo scorcio di un nuovo millennio

Sulla scia delle precedenti Assemblee sinodali

Continuità e novità

Un rinnovato annuncio del Vangelo della speranza

Capitolo I

Un ministero di speranza

Uno sguardo sul mondo con i sentimenti del Buon Pastore

Nel segno della speranza teologale

Fra il passato e il futuro

Fra luci ed ombre nel panorama mondiale

Fra il ritorno al sacro e l’indifferenza

Un nuovo orizzonte di problemi etici

Situazioni ecclesiali emergenti

Segni di vitalità e di speranza

Verso un nuovo umanesimo

I frutti del Giubileo

Sotto la guida dello Spirito

Verso sentieri convergenti di unità

Una forte richiesta di spiritualità

Vescovi testimoni di speranza

Fedeli alle attese e alle promesse di Dio come la Vergine Maria

Capitolo II

Mistero, Ministero e Cammino spirituale del Vescovo

L’icona di Cristo Buon Pastore

I. Mistero e grazia dell’Episcopato

La grazia dell’ordinazione episcopale

In comunione con la Trinità

Dal Padre, per Cristo, nello Spirito

L’icona ecclesiale del vescovo

Lo Spirito di santità

II. La santificazione nel proprio ministero

La vita spirituale del vescovo

Una autentica carità pastorale

Il ministero della predicazione

Orante e maestro della preghiera

Nutrito dalla grazia dei sacramenti

Come grande sacerdote in mezzo al suo popolo 

Una spiritualità di comunione

Animatore di una spiritualità pastorale

In comunione con la Santa Madre di Dio

III. Il Cammino spirituale del vescovo

Un necessario cammino spirituale

Con il realismo spirituale del quotidiano

Nell’armonia del divino e dell’umano

Fedeltà fino alla fine

L’esempio dei santi vescovi

Capitolo III

L’Episcopato, Ministero di Comunione e di Missione nella Chiesa Universale

Amici di Cristo, scelti ed inviati da Lui

I. Il Ministero Episcopale in una Ecclesiologia di Comunione

Nella Chiesa icona della Trinità

In una ecclesiologia di comunione e di missione

Unità e cattolicità nel ministero episcopale

In comunione con il Successore di Pietro

Collaborazione nel ministero petrino

Le visite "ad limina" e i rapporti con la Santa Sede 

Le conferenze episcopali

Comunione affettiva ed effettiva

II. Alcune problematiche particolari

Diverse tipologie del ministero episcopale

I vescovi emeriti

Elezione e formazione dei vescovi

Capitolo IV

Il Vescovo al Servizio della sua Chiesa

L’icona biblica della lavanda dei piedi: Gv 13, 1-16

I. Il vescovo nella sua chiesa particolare

La chiesa particolare

Un mistero che converge nel vescovo insieme al suo popolo

Parola, Eucaristia, comunità

Una, Santa, Cattolica ed Apostolica

Una Chiesa dal volto umano

Chiesa universale, chiesa particolare

II. La Comunione e la Missione nella chiesa particolare

In comunione con il presbiterio

Una particolare cura per i sacerdoti

Il ministero e la cooperazione dei diaconi

Il Seminario e la pastorale vocazionale

In relazione agli altri ministeri

Sollecitudine per la vita consacrata

Un laicato impegnato e responsabile

Al servizio della famiglia

I giovani: una priorità pastorale per il futuro

Le parrocchie

Movimenti ecclesiali e nuove comunità

III. Il Ministero Episcopale al Servizio del Vangelo

1. Il Ministero della Parola

Proclamare il Vangelo della speranza

Il centro dell’annuncio

Educazione della fede e catechesi

Tutta la Chiesa impegnata nella catechesi

Dialogo e collaborazione con teologi e fedeli

Testimonianze della verità

Compiti per il futuro

Cultura e inculturazione

2. Il Ministero della Santificazione

Il vescovo come sacerdote e liturgo nella sua cattedrale

L’Eucaristia al centro della chiesa particolare

Attenzione alla preghiera e alla pietà popolare

Alcune questioni particolari 5

3. L’Esercizio del Ministero di Governo

Il servizio del governo

Esercizio di autentica carità pastorale

Uno stile pastorale confermato dalla vita

Le visite pastorali

Il Sinodo diocesano

Un governo animato dallo spirito di comunione

L’amministrazione economica

Questioni pratiche attinenti alla chiesa particolare

Capitolo V

Al Servizio del Vangelo per la Speranza del Mondo

In Gesù Cristo, il perenne Giubileo dell Chiesa

Il ministero di salvezza della Chiesa

Una nuova situazione religiosa

Dialogo ecumenico

L’annunzio del Vangelo

Azione e cooperazione missionaria

Dialogo interreligioso e incontro con le altre religioni

Una particolare attenzione al fenomeno delle sette

Dialogo con persone di altre convinzioni

Attenzione ai nuovi problemi sociali e alle nuove povertà

Vicino a quanti soffrono

Promotore della giustizia e della pace

Custodi della speranza, testimoni della carità di Cristo

La schiera dei testimoni e l’ancora della speranza

Conclusione

 



[1]        Cf. Concilium  Oecumenicum Vaticanum II, Const. past. de Ecclesia in mundo huius temporis Gaudium et spes, 45; Paulus VI, Populorum progressio, 14 (26.03.1967): AAS 59 (1967), 264.

[2]   Cf. Congregatio pro Doctrina Fidei, Declaratio Dominus Iesus (06.08.2000), nn.. 1-2: AAS  92 (2000), 742-744.

[3] Ioannes Paulus II, Discorso alla Conferenza Episcopale Colombiana (2.VII.1986), n. 8: AAS 79 (1987), 70.

[4] Conc. Oecum. Vat. II, Const. past. de Ecclesia in mundo huius temporis Gaudium et spes, 1.

[5] Conc. Oecum. Vat. II, Const. dogm. de Divina revelatione Dei Verbum, 1.

[6] Ioannes Paulus II, Discorso ai vescovi dell'Austria in occasione della visita "ad Limina" (6.VII.1982), 2: AAS 74 (1982), 1123.

[7] Cf. Congregatio pro Episcopis, Directorium Ecclesiae imago de pastorali ministerio episcoporum (22.02.1973).

[8] Cf. Congregatio pro Doctrina Fidei, Lettera Communionis notio (28.05.92): AAS 85 (1993), 838-850.

[9] Cf. Ioannes Paulus II, Motu proprio Apostolos suos (21.05.98): AAS 90 (1998), 641-658.

[10]      Conc. Oecum. Vat. II., Decretum de activ. mission. Ecclesiae Ad gentes, 38.

[11] Conc. Oecum. Vat. II., Const. dogm. de Ecclesia Lumen gentium, 23.

[12] Cf. ibidem, 27.

[13] Cf. Conc.Oecum. Vat. II, Decretum de activ. mission. Ecclesiae Ad gentes, 8.

[14] Epist. ad Diognetum 6; Patres Apostolici I, Ed. F.X. Funk, Tubingae 1901, 400; Cf. Conc. Oecum. Vat. II, Const. dogm. de Ecclesia Lumen Gentium, 38.    

[15] Sacra Congregatio pro Episcopis, Directorium Ecclesiae imago de pastorali ministerio episcoporum (22.02.1973), 25.

[16] Paulus  VI, Lo Spirito Santo Animatore e Santificatore della Chiesa, Catechesi del mercoledì (29.11.1972): “L’Osservatore Romano” (30.11.72), 1.

[17] Conc. Oecum. Vat. II, Const. dogm. de Divina revelatione Dei Verbum, 8.

[18] Cf. Conc.Oecum. Vat. II, Const. past. de Eclesia in mundo huius temporis Gaudium et spes, 1.

[19] Synodus Episcoporum, (Coetus specialis pro Europa, 1991) Declaratio Ut testes simus Christi qui nos liberavit (13.12.1991); Ioannes Paulus II, Adhortatio apostolica postsynodalis Ecclesia in Africa (14.09.95),  46-52: AAS 88 (1996), 30-33; Adhortatio apostolica postynodalis Ecclesia in America (22.01.1999),13-25: AAS 91 (1999), 749-760; Adhortatio apostolica postsynodalis Ecclesia in Asia (06.11.1999), 5-9: AAS .92 (2000), 454-464.

[20] Cfr. La Costituzione pastorale Gaudium et spes del Vaticano II, l'Enciclica Humanae vitae di Paolo VI, l'Esortazione apostolica Familiaris consortio e l'Enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II, insieme ed altri autorevoli e puntuali interventi come la Lettera alle Famiglie (2.02.1994), nonché diversi Documenti del Pontificio Consiglio per la Famiglia e della Pontificia Accademia per la Vita.

[21] Cf. Ioannes Paulus II, Adhortatio apost. postsynodalis Christifideles laici (30.12.1988), 30: AAS  81(1989), 446.

[22] Cf. Ioannes Paulus II, Messaggio Ringraziamo sempre Dio, ai partecipanti al IV Congresso mondiale dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità: L’Osservatore Romano, 28.05.1998, p. 6.

[23] Cf. Paulus VI, Litt. Encycl. Ecclesiam suam III, (6.08.1964): AAS 56 (1964), 639.

[24] S. Ignatius Antiochenus, Ad Ephesios 7,2; Patres Apostolici I, Ed. F.X. Funk. Tubingae 1901,218; Cf. Conc. oecum. Vat. II, Const. de sacra liturgia Sacrosanctum Concilium, 5.

[25] Ioannes Paulus II, Litt. Encyclicae Veritatis Splendor (06.08.1993), 107: AAS 85 (1993), 1217.    

[26]     S. Augustinus, Serm. 340/A, 9: PLS 2, 644.

[27] Ioannes Paulus II, Discorso ai Vescovi dell'Austria in occasione della visita “ad Limina” (06.07.1982), 2: AAS 74 (1982), 1123.

[28] "Surrexit pastor bonus qui animam suam posuit pro ovibus suis et pro grege suo mori dignatus est": Missale Romanum, Dominica IV Paschae, Antif. ad communionem.

[29] Sacra Congregatio pro Episcopis, Directorium Ecclesiae imago (22.02.1973), 22.

[30] Cf. S. Augustinus, Tractatus 123 in Ioannem: PL 35, 1967.

[31] Conc. Oecum. Vat. II, Const. dogm. de Ecclesia Lumen gentium, 21.

[32] Cf. Ibid.

[33] Cf. Pontificale Romanum, De ordinatione episcopi, n. 39, Homilia.

[34] Cf.  Clemens Romanus., Epist. ad Corinthios, 42-44: Patres apostolici I, Ed. F.X. Funk, Tubingae 1901,154-159.

[35] Pontificale Romanum, De ordinatione episcopi, n. 39.

[36] Cf. S. Iraeneus, Adversus haereses, IV, 20,1.3: PG 7, 1032; Demonstratio praedicationis apostolicae, 11, Sources Chret. 62, 48-49; cfr. Catechismus Catholicae Ecclesiae, 704.

[37] Pontificale Romanum, De ordinatione episcopi, n. 47: Prex ordinationis.

[38]       Cf. S. Ignatius Atniochenus, Ad Magnesios,; 6,1; 3,1; Patres apostolici I, ed. F.X. Funk, Tubingae 1901, 232-233; 234-235.

[39] Cf. S. Ignatius Atniochenus Ad Trallianos 3,1; Ibid., pp. 244-245.

[40] Didascalia apostolorum II, 33,1, in Didascalia et Constitutiones apostolorum, II, ed. F.X. Funk, Paderborn 1905, 114-105.

[41] Cf. Pontificale romanum, De ordinatione episcopi, n. 40, p. 13: Promissio electi. "plebem Dei sanctam ... ut pius pater fovere et in viam salutis dirigere".

[42] Cf. Conc. Oecum. Vat. II, Const. dogm. de Ecclesia Lumen gentium, 6. 28;  Ioannes Paulus II, Adhort. apost. postsyn. Ecclesia in Africa (14.09.95), 65: AAS 88 (1996), 41.

[43] Cf. Pontificale Romanum, De ordinatione episcopi, n. 40, p. 14: Promissio electi.

[44] Cf. S. Cyprianus Episcopus, De oratione dominica, 23: PL 4,553: "Sacrificium Deo maius est pax nostra et fraterna concordia, et de unitate Patris, et Filii et Spiritus sancti, plebs adunata"; cf. Conc. Oecum. Vat II, Const. dogmat. de Ecclesia Lumen gentium, 4.

[45] Cf. Pontificale Romanum, De ordinatione episcopi, n. 50-54, pp. 26-27: Unctio capitis et traditio libri evangeliorum atque insignium.

[46] Cf.  Isidorus Pelusiota Erminio comiti, Epistularum lib. I, 136: PG 78, 271-272: “Id autem amiculum, quod sacerdos humeris gestat, atque ex lana, non ex lino contextum est, ovis illius, quam Dominus aberrantem quaesivit inventamque humeris suis sustulit, pellem designat. Episcopus enim qui Christi typum gerit, ipsius munere fungitur...”.

[47] Cf. Benedictus XIV, Const. Rerum ecclesiasticarum (12.08.1748): De pallii benedictione et traditione, in S.D.N. Benedicti Papae XIV Bullarium, tom. II, 494-497: “Ut quam mysticae repraesentant pastoralis officii plenitudinem, atque excellentiam, pleno quoque operentur effectu...Sit boni magnique illius imitator pastoris, qui errantem ovem humeris suis impositam caeteris adunavit, pro quibus animam posuit”.

[48] Cf. Pontificale Romanum, De ordinatione episcopi, n. 49-54, pp. 26-27: Unctio capitis et traditio Libri Evangeliorum atque insignium.

[49] Sacramentarium Serapionis, 28, in Didascalia et Constitutiones Apostolorum, II, Ed. F.X. Funk, Paderborn 1905, 191.

[50] Cf. Pontificale Romanum, De ordinatione episcopi, n. 47, p. 24-25: Prex ordinationis.

[51] S. Augustinus, In natale episcopi: CCL 104, 919,1: "Vobis enim sum episcopus; vobiscum sum christianus. Illud est nomen suscepti officii, hoc gratiae; illud periculi est, hoc salutis".

[52] Cf. Conc. Oecum. Vat. II.,  Presbyterorum ordinis, cap. III; cf. Ioannes Paulus II, Adhort. apost. postsyn. Pastores dabo vobis (25.03.1992) cap. III:  AAS  84 (1992), 686-712.

[53] S. Petrus Damianus, Opusc. XI (Liber qui appellatur Dominus vobiscum) 5: PL 145, 235; cf. S. Augustinus, In Ioann. 32, 8: PL 35, 1645.

[54] Conc. Oecum. Vat. II, Const. dogm. de Ecclesia Lumen gentium, 41.

[55] Cf. Sacra Congregatio pro Episcopis, Directorium Ecclesiae imago (22.02.1973), pars I, cap.IV, 21-31.

[56] Ibid. 25.

[57] Cf. Ioannes Paulus II, Omelia nella celebrazione eucaristica del Giubileo dei Vescovi (8.10. 2000) n.4: L'Osservatore Romano, 8-9 ottobre 2000, p. 5. 

[58] Cf. Isidorus Hispalensis, De ecclesiasticis officiis, lib. II, 16-17: PL 83,785.

[59] Cf. S. Augustinus, Serm. 179,1: PL 38, 966.

[60] Origenes, In Leviticum Hom. VI: PG 12, 474 C.

[61] S. Thoma Aq., S. Th. II-II, q. 17, a. 4,3: "Petitio est interpretativa spei".

[62] Conc. Oecum. Vat. II., Decret. de past. Episcoporum munere in Ecclesia Christus Dominus, 15.

[63] Cf. S. Augustinus, Enarr. in psalm., 50,5: PL 36,588.

[64] Conc. Oecum. Vat II, Const. de Sacra liturgia Sacrosanctum Concilium n. 8.

[65] Cf. S. Thoma Aq., S. Th. III, q. 60, a. 3.

[66] Cf. Caeremoniale episcoporum, Editio typica 1984.

[67] Cf. Ioannes Paulus II, Epistula apostolica Orientale lumen (2.05.1995): AAS 87 (1995) pp. 745-794; cf. Congregazione per le Chiese Orientali, Istruzione per l'applicazione delle prescrizioni liturgiche del CCEO (6.01.1996).

[68] Cf. Catechismus Catholicae Ecclesiae, 1313.

[69] Cf. Paulus VI, Adhort. Ap. Gaudete in Domino (9.V.1975), I: AAS 67 (1975) 293.

[70] Cf. Sacra Congregatio pro Episcopis, Directorium Ecclesiae imago (22.02.1973), 89.

[71] Conc. Oecum.Vat. II, Const. dogm. de Ecclesia Lumen gentium, 1.

[72] Relatio finalis, Exeunte coetu II, C, 1.

[73] Congregatio Pro Doctrina Fidei, Litterae Communionis notio (28.05.1992), 3: AAS  85 (1993), 839.

[74] Cf. Ibid.

[75] Cf. Conc. Oecum. Vat. II, Const. dogmat. de Ecclesia Lumen gentium, 13.

[76] Ioannes Paulus II, Adhort, apost. synod. Christifideles laici (30.12.1988), 31: AAS  81(1989), 448.

[77] Cf. Conc. Oecum. Vat. II., Const. dogm. de Ecclesia Lumen gentium, 23; CIC can. 381§1; CCEO can. 178.

[78] Cf. Conc. Oecum. Vat. II., Const. dogm. de Ecclesia Lumen gentium, 22; CIC can. 336; CCEO can. 49.

[79] Cf. S. Cyprianus, De catholicae Ecclesiae unitate. 5: PL 4, 516; cf. Conc. Oecum. Vat. I., Const. dogm. Pastor aeternus de Ecclesia Christi, Prologus: DS 3051; Conc. Oecum. Vat. II., Const. dogm. de Ecclesia Lumen gentium, 18.

[80] Congregatio Pro Doctrina Fidei, Litterae Communionis notio (28.05.1992), 13: AAS  85 (1993), 846.

[81] Cf. Conc. Oecum. Vat. II., Const. dogm. de Ecclesia Lumen gentium, 23.

[82] Cf. Congregatio Pro Doctrina Fidei, Litterae Communionis notio (28.05.1992), 9. 11-14: AAS  85 (1993), 844 - 847.

[83] Conc. Oecum. Vat. II., Decret. de past. Episc. mun. in Ecclesia Christus Dominus, 6; cf. Conc. Oecum. Vat. II., Const. dogm. de Ecclesia Lumen gentium, 23; Decret. de past. Episc. mun. in Ecclesia Christus Dominus, 3. 5.

[84] Cf. Conc. Oecum. Vat. II., Const. de sacra Liturgia Sacrosanctum concilium, 26.

[85] Cf. Conc. Oecum. Vat. II., Decret. de past. Episc. mun. in Ecclesia Christus Dominus, 6.

[86] Cf. Conc. Oecum. Vat. II, Const. dogm. de Ecclesia, Lumen Gentium, 22-23.

[87] Ibid., 8. Cfr. Congregatio pro doctrina Fidei, Declaratio Dominus Iesus (06.08.2000), 17.

[88] Ibid., 26.

[89] Ibid., 6.

[90] Congregatio Pro Doctrina Fidei, Litterae Communionis notio (28.05.1992),14: AAS  85 (1993), 846.

[91] Cf. Conc. Oecum. Vat. II, Const. dogm. de Ecclesia Lumen gentium, 25

[92] Cf. Congregatio pro Episcopis, Directorium pro visitatione "ad limina" Constitutioni apostolicae Pastor Bonus adnexum (29.06.88).

[93] Cf. Conc. Oecum. Vat. II, Decretum de past. episcoporum munere in Ecclesia Christus Dominus, 37-38; CIC c. 447-449.

[94] Cf. Ioannes Paulus II, Litterae Apostoliche motu proprio datae Apostolos suos (21.05.1998): AAS 90 (1998), 641-658; cf. Congregatio Pro Episcopis, Epistola Praesidibus Conferentiarum Episcopalium missa, nomine quoque Congregationis pro Gentium Evangelizatione (21.06.1999): AAS 91 (1999), 996-999.

[95] Sacra Congregario pro Episcopis, Directorium Ecclesiae imago, n. 210; cf. Ioannes Paulus II, Litterae Ap. Apostolos suos, 5.

[96] Ioannes Paulus II, Litterae Ap. Apostolos suos, (21.05.1998), 20: AAS 90 (1998), 654.

[97] Ibidem, 21: AAS 90 (1998), 655.

[98] Cf. Idem.

[99] Cf. Ibidem, 22: AAS 90 (1998), 655.

[100] Cf. CCEO c. 110 e 152.

[101] Cf. CCEO, c. 322.

[102] Cf. Ioannes Paulus II, Litterae Ap. Apostolos suos, 5, nota 32: AAS 90 (1998), 645.

[103] Cf. Conc. Oecum. Vat. II, Const. dogm. de Ecclesia, Lumen Gentium, 22-23, cum notis.

[104] Cf. Conc. Oecum. Vat. II, Decretum de Ecclesiis orientalibus catholicis Orientalium ecclesiarum, 9; CCEO, cc. 55-56.

[105] Cf. CCEO cc. 151-152.

[106] Cf. CIC c. 336; 337;339.

[107] Cf. Congregatio pro Episcopis, Normae In vita Ecclesiae sui Vescovi che cessano dall'ufficio (31.10.1988); Pontificium Consilium pro interpretatione legum, Responsio (3. 12. 1991): AAS 83 (1991) 1093.

[108] Cf.  Conc. Oecum. Vat. II, Const. dogm. de Ecclesia Lumen Gentium, 23.

[109]  S. Cyprianus, Epistola 69,8: PL 4, 418-419: "Unde scire debes Episcopum in Ecclesia esse et Ecclesiam in Episcopo, et si quis cum Episcopo non sit, in Ecclesiam non esse".

[110] Cf. Conc. Oecum. Vat. II, Const. dogm. de Ecclesia Lumen gentium, 9-13.

[111] Sacra Congregatio pro Episcopis, Directorium Ecclesiae imago (22.02.1973), 14.

[112] Cf. Conc. Oecum. Vat. II, Const. dogm. de Ecclesia Lumen Gentium, 23.

[113]  Conc. Oecum. Vat. II, Decretum de pastorali episcoporum munere in Ecclesia Christus Dominus, 11; cf. CIC can. 368; CCEO can. 177.

[114] Cf. Conc. Oecum. Vat. II, Const. dogm. de Ecclesia, Lumen Gentium, 26.

[115] Cf. Conc. Oecum. Vat. II, Constitutio de sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, 10.

[116] Paulus VI, Adhortatio apost. Evangelii nuntiandi (08.12.1975),62: AAS 68 (1976), 52.

[117] Congregatio Pro Doctrina Fidei, Litterae Communionis notio (28.05.1992), 8: AAS  85 (1993), 842.

[118] Ibid., 10: AAS 85 (1993), 844.

[119] Cf. Idem.

[120] Cf. Conc. Oecum. Vat. II, Const. dogm. de Ecclesia Lumen Gentium, 9. 13.

[121] Cf. Congregatio Pro Doctrina Fidei, Litterae Communionis notio (28.05.1992), 9: AAS  85 (1993), 843.

[122] Conc. Oecum. Vat. II, Const. dogm. de Ecclesia Lumen Gentium, 28.

[123] Ioannes Paulus II, Adhort. apost. postsyn. Pastores dabo vobis (25.03.1992), 31: AAS  84 (1992), 708.

[124] Cf. Congregatio pro Doctrina Fidei, Litterae Communionis notio, (28.05.1992), 16: AAS  85 (1993), 847-848.

[125] Cfr. Conc. Vat. II, Decr. de Presbyt. ministerio et vita Presbyterorum ordinis, 10; Ioannes Paulus II, Adhort. apost. postsyn. Pastores dabo vobis  (25.03.1992), 32: AAS  84 (1992), 709-710; Litterae Encyclicae Redemptoris missio (07.12.1990), 67: AAS  83 (1991), 329-330.

[126] Cf. Conc. Oecum. Vat. II., Const. dogm. de Ecclesia Lumen gentium, 28.

[127] Ibidem.

[128] Cf. Ibidem, 7; cf. CIC c. 495.

[129] Cf. Conc. Oecum. Vat. II, Constitutio dogm. de Ecclesia Lumen Gentium, 29.

[130] Cf. Ibidem, 29. 41.

[131] Cf. Ioannes Paulus II, Adhort. Ap. postsynod. Pastores dabo vobis (25.03.1992), 65: AAS  84 (1992), 770-772.

[132] Cf. Congregatio de Institutione Catholica et Congregatio Pro clericis, Declaratio coniuncta Diaconatus permanens (22.02.1998): AAS 90 (1998), 835-842; Congregatio de Institutione catholica, Ratio fundamentalis institutionis diaconorum permanentium, Institutio diaconorum: AAS 90 (1998), 843-879; Congregatio pro clericis, Directorium pro ministerio et vita diaconorum permanentium Diaconatus originem: AAS  90 (1998), 879-927.

[133]      Ioannes Paulus II, Adhort. Ap. postsynod. Vita consecrata (25.III.1996), 3: AAS 88 (1996), 379.

[134] Cf. ibidem, 29; Conc. Oecum. Vat. II, Const. dogm. de Ecclesia Lumen gentium, 44.

[135] Cf. Ioannnes Paulus II, Adhort. apost. postsyn. Vita consecrata  (25.III.1996), 47: AAS 88 (1996), 420-421.

[136] Sacra Congregatio pro religiosis et institutis Saecularibus et Sacra Congregatio pro Episcopis, Notae directivae Mutuae relationes (14.V.1978), 9c: AAS 70 (1978), 479.

[137] Cf. Ioannes Paulus II, Adhort. Ap. postsynod. Vita consecrata (25.III.1996), 84.88: AAS 88 (1996), 461-462. 464.

[138] Cf. ibidem, 48: AAS 88 (1996) 421-422; Sacra Congregatio pro Episcopis, Directorium Ecclesiae imago (22.02.1973) 207.

[139] Cf. Ioannes Paulus II, Adhort, apost. postsyn. Vita consecrata (25.III.1996), 48-49: AAS 88 (1996), 421-423.

[140] Cf. Conc. Oecum. Vat. II., Const. dogm. de Ecclesia Lumen gentium, cap. IV ; Decretum de apostol. laicor. Apostolicam actuositatem ; Ioannes Paulus II, Adhort. Ap. postsynod. Christifideles laici (30.12.1988): AAS  81(1989), 393-521; Sacra Congregatio pro Episcopis, Directorium Ecclesiae imago (22.03.1973), 153-161.208

[141] Cf. Conc. Oecum. Vat. II., Const. past. de Ecclesia in mundo huius temporis Gaudium et spes, 39.

[142] Cf. Ioannes Paulus II, Adhort. apost. postsyn. Christifideles laici (30.12.1988), 26: AAS  81(1989), 437-440.

[143] Cf. Conc. Oecum. Vat. II, Const. dogma. de Ecclesia, Lumen Gentium, 28.

[144] Cf. Ioannes Paulus II, Adhort. apost. Catechesi tradendae (16.10.1979), 67: AAS 71 (1979), 1331-1333.

[145] Cf. CIC can. 515.

 

[146] Cf. Ioannes Paulus II, Adhort. apost. postsyn. Christifideles laici  (30.12.1988), 27: AAS  81(1989), 442.

[147] Cf. Sacra Congregatio pro Episcopis, Directorium Ecclesiae imago (22.02.1973), 184-188.

[148] Cf. Conc. Oecum. Vat. II, Const. dogm. de Ecclesia Lumen Gentium, 12; Ioannes Paulus II, Adhort. apost. postsyn. Vita consecrata (25.III.1996), 62: AAS 88 (1996), 435-437.

[149] Cf. Conc. Oecum. Vat. II., Const. dogm. de Ecclesia Lumen gentium, 27.

[150] Ibidem, 25; cf. Decret. de past. Episc. mun. in Ecclesia Christus Dominus, 12-14; cf. Sacra Congregatio pro Episcopis, Directorium Ecclesiae imago (22.02.1973), 55-65.

[151] Cf. CIC can. 386.

[152] Cf. Conc. Oecum. Vat. II., Const. past. de Ecclesia in mundo huius temporis Gaudium et spes, 22.

[153] Cf. CIC can. 386 §2.

[154] Cf. S. Iraeneus, Adversus haereses, IV, 26, 2: PG  7, 1053-1054: "Qui cum episcopali successione charisma veritatis certum secundum placitum Patris acceperunt".

[155] Cf. Sacra Congregatio pro Episcopis, Directorium Ecclesiae imago, 59-60.

[156] Cf. Congregatio de Doctrina Fidei, Instructio Donum veritatis de ecclesiali theologi vocatione (24.V.1990), 21: AAS 82 (1990), 1559.

[157] Cf. Ioannes Paulus II, Const. apost. Fidei depositum (11.X.1992), 4: AAS 86 (1994), 113-118.

[158] Cf. Conc. Oecum. Vat. II., Const. past. de Ecclesia in mundo huius temporis Gaudium et spes, 33.

[159] Pontificia Commissione per i Beni culturali della Chiesa, Lettera circolare circa la funzione pastorale degli Archivi ecclesiastici (2.02.1997).

[160] Cf. Ioannes Paulus II, Adhort. apost. postsyn. Ecclesia in Africa (14.09.95), 59-62: AAS 88 (1996), 37-39; Ecclesia in Asia (06.11.1999) 21-22: AAS .92 (2000), 482-487; Vita consecrata (25.03.1996), 80-81: AAS 88 (1996), 456-458.

[161] Cf. Conc. Oecum. Vat. II., Decret. de presbyterorum ministerio et vita Presbyterorum ordinis, 5.

[162]      Conc. Oecum. Vat. II., Const. dogm. de Ecclesia Lumen gentium, 26.

[163] Ioannes Paulus II, Catechesi del mercoledì (11.11.1992), 1: “L’Osservatore Romano” (12.XI.1992), 4.

[164] Cf. Conc. Oecum. Vat. II., Const. dogm. de Ecclesia Lumen gentium, 26

[165] Cf. S. Ignatius Antioch. Ad Magn. 7: Patres Apostolici,I, Edidit F-X. Funk, Tubingae 1897, 194-196; Conc. Oecum. Vat. II, Const. de sacra Liturgia Sacrosanctum concilium, 41; Const. dogm. de Ecclesia Lumen gentium, 26 ; Decretum de oecumenismo Unitatis redintegratio, 15.

[166] Conc. Oecum. Vat. II, Const. de sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, 41.

[167] Cf. Caeremoniale Episcoporum, 42-54.

[168] Cf. Ibid., 42-46.

[169] Cf. Ibid.,47.

[170] Cf. Ibid.,48.

[171] Cf. CE, 50.

[172] Cf. Ibid., 51. 17.

[173] Cf. Ibid., n. 52.

[174] Cf. Conc. Oecum. Vat. II., Const. de sacra Liturgia Sacrosanctum concilium, 106; Ioannes Paulus II, Epistula apostolica Dies Domini, de diei dominicae santificatione (31.05.1998): AAS 90 (1998), 713-766.

[175] Cf. Conc. Oecum. Vat. II., Const. dogm. de Ecclesia Lumen gentium, 11.

[176] Cf. Conc. Oecum. Vat. II., Const. de sacra Liturgia Sacrosanctum concilium, 21.

[177] Cf. Conc. Oecum. Vat. II., Const. dogm. de Ecclesia Lumen gentium, 4.

[178] Ioannes Paulus II, Litt. encycl. Dominum et vivificantem (18.V.1986), 66: AAS 78 (1986), 897.

[179] Cf. Paulus VI, Adhort. Ap. Evangelii nuntiandi (8.XII.1975), 48: AAS 68 (1976), 37-38.

[180] Cf. Catechismus Catholicae Ecclesiae, 1674-1676.

[181] Caeremoniale Episcoporum, Pars III; De liturgia horarum et celebrationibus Verbi Dei.

[182] Conc. Oecum. Vat. II., Const. dogm. de Ecclesia Lumen gentium, 27 ; cf. Decret. de past. Episc. mun. in Ecclesia Christus Dominus, 16.

[183] Ioannes Paulus II, Catechesi del mercoledì (18.11.1992), 2.4: “L’Osservatore Romano” (19.XI.1992), 4.

[184] Cf. CIC can. 383 §1; 384.

[185]      Cf. Sacra Congregatio pro Episcopis, Directorium Ecclesiae imago (22.02.1973), 93-98.

[186] Ioannes Paulus II, Adhort. Ap. postsynod. Pastores dabo vobis (25.III.1992), 23: AAS 84 (1992) 694.

[187] Cf. Ioannes Paulus II, Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale del Brasile della Regione Nord in visita “ad Limina” (28.X.1995), 5: “L’Osservatore Romano” (4.XI.1995), 4.

[188]      Cf. Conc. Oecum. Vat. II., Decret. de presbyterorum ministerio et vita Presbyterorum ordinis, 17.

[189] Cf. CIC can. 396 §1 ; cf. can. 398.

[190] Sacra Congregatio pro Episcopis, Directorium Ecclesiae imago (22.02.1973), 166; cf. ibidem 166-170.

[191] Cf. CIC can. 460-468; cf. Sacra Congregatio pro Episcopis, Directorium Ecclesiae imago (22.02.1973), 163-165.

[192] Cf. CIC can 212 § 2.3.

[193] Cf. Congr. pro Episcopis et Congr. pro gentium evangelizatione, Istr. In constitutione apostolica de Synodis dioecesanis agendis (19.03.1997): AAS 89 (1997) pp. 706-727.

[194] Cf. Ibidem, V, 2.3.4; Cf. CIC c. 466.

[195] Cf. Conc. Oecum. Vat. II., Const. past. de Ecclesia in mundo huius temporis Gaudium et spes, 1.

[196] Cf. CIC c. 1752.

[197] Cf. Conc. Oecum. Vat. II, Const. past. de Ecclesia in mundo huius temporis Gaudium et spes, 22.

[198] Ibidem, n. 93 ; cf. Paulus VI, Litt. Encycl. Ecclesiam suam, III: AAS 56 (1964), 637-659.

[199]        Cf. Congregatio pro Doctrina Fidei, Declaratio Dominus Iesus (6.08.200), 20-22: AAS 92 (2000), 761-764.

[200] Cf. Ioannes Paulus II, Litt. Encycl. Ut unum sint (25.05.1995): AAS 87 (1995), 921-982.

[201] Cf. Conseil Pontifical pour l'unité des chrétiens, Directoire pour l'application des Principes et Normes sur l'oecuménisme (25.03.1993): AAS 85 (1993), 1039-1119; spec. nn. 37-47.

[202] Cf. Ioannes Paulus II, Litt. Encyc. Redemptoris missio (07.12.1990) 37: AAS 83 (1991), 282-286.

[203] Ibidem, 31: AAS 83 (1991), 276-277.

[204] Ibidem., 20: AAS 83 (1991), 267-268.

[205] Cf. Conc. Oecum. Vat. II., Decretum de activ. mission. Ecclesiae Ad gentes, 38.

[206] Ibidem ; cf. Ioannes Paulus II, Litt. Encycl. Redemptoris missio, 63: AAS 83 (1991), 311-312.

[207] Ioannes Paulus II, Litt. Encycl. Redemptoris missio, 11: AAS 83 (1991), 259-260.

[208] Cf. Conc. Oecum. Vat. II., Decretum de activ. mission. Ecclesiae Ad gentes, 9.

[209] Cf. Congregatio pro Gentium Evangelizatione, Instructio de cooperatione missionali (1.10. 1998): AAS 91 (1999), 306-324.

[210] Cf. Ioannes Paulus II, Litt. Encycl. Redemptoris missio (07.12.1990), 55: AAS 83 (1991), 302-304; cf. Epist. Apost. Tertio millennio adveniente (10.11.1994), 53: AAS 87 (1995), 37.

[211] S. Iustinus, Dialogus cum Tryphone 11: PG 6, 499; cf. Congregatio pro Doctrina Fidei, Declaratio Dominus Iesus (6.08.2000), 13-15: AAS 92 (2000), 754-756.

[212] Conc. Oecum. Vat. II., Declar. de libert. religiosa Dignitatis humanae, 1; cf. Congregatio pro Doctrina Fidei, Declaratio Dominus Iesus (6.08.2000), 16-17: AAS 92 (2000), 756-759.

[213] Cf. Ioannes Paulus II, Litt. Encycl. Redemptoris missio  (07.12.1990), 5: AAS 83 (1991), 253-254.

[214] Cf.  Segretariato per l'unione dei cristiani - Segretariato per i non cristiani - Pontificio Consiglio per la Cultura, Rapporto provvisorio Il fenomeno delle sette e nuovi movimenti alternativi religiosi (7.05.1986), 10.

[215] Cf. Rituale Romanum. De Exorcismis et Supplicationibus quibusdam, Editio typica 1999; cf.  Congregatio pro Doctrina Fidei, Instructio de orationibus ad obtinendam a Deo sanationem (14.09.2000).

[216] Cf. Conc. Oecum. Vat. II., Const. past. de Ecclesia in mundo huius temporis Gaudium et spes, 63.

[217] Catechismus Catholicae Ecclesiae, 1818.

[218]  Cf. Congregatio pro Doctrina Fidei, Libertatis conscientia  Instructio de libertate christiana et liberatione, (22.III.1986) 62: AAS 79 (1987), 580-581.

[219] Cf. Ibidem, 60: AAS 79 (1987), 579.

[220] Cf. Ioannes Paulus II, Discorso nella Giornata mondiale di preghiera per la pace in Assisi (27.X.1986), 7: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX/2, 1263.

[221] Conc. Oecum. Vat. II., Const. past. de Ecclesia in mundo huius temporis Gaudium et spes, 40.

[222] Cf. Conc. Oecum. Vat. II., Const. past. de Ecclesia in mundo huius temporis Gaudium et spes, 76.

[223] Cf. ibidem, 72. 76.

[224] Ioannes Paulus II, Litt. Encycl. Centesimus annus (1.V.1991), 47: AAS 83 (1991), 851-852.

[225] Conc. Oecum. Vat II, Const. dogmat. de Ecclesia Lumen gentium, 8.

[226] Cf. Conc. Oec. Vat. II, Const. past. de Ecclesia in mundo hius temporis Gaudium et spes, 22.

[227] Cf. Giubileo dei Vescovi. Il Vescovo servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo, Roma 6-8 ottobre 2000: opuscolo di partecipazione al Giubileo dei Vescovi.

[228] Cf. Ioannes Paulus II, Atto di affidamento alla Beata Vergine Maria, 3-4: L'Osservatore Romano ( 9-10.10.2000), 6.

[229]      Conc. Oecum. Vat. II., Const. dogm. de Ecclesia Lumen gentium, 68.

 

top