Il sacramento della Riconciliazione
e le coscienze
cristiane
Penitenzieria Apostolica e penitenzieri
Sono particolarmente lieto di ricevere unitamente la
Penitenzieria Apostolica e tutti i collegi dei padri penitenzieri, ordinari e
straordinari, delle basiliche patriarcali dell'Urbe.
Mentre ringrazio il signor cardinale penitenziere maggiore
per le cortesi espressioni con cui ha interpretato i vostri sentimenti, di
gran cuore do a tutti voi il benvenuto in questa, che è la casa del padre
comune, ed auspico che questo incontro di fede e di reciproca carità sia per
tutti noi, che lo viviamo, una efficace ora di grazia.
È tanto maggiore la soddisfazione, che mi proviene da
questa udienza, perché essa ha luogo mentre nella Chiesa si va leggendo e
approfondendo l'enciclica Dives in misericordia: sotto diversi aspetti,
tra loro complementari, il vostro ufficio è dedicato all'esercizio del
ministero della misericordia divina; la Penitenzieria, poi, ha una parte di
estrema delicatezza e di non poca importanza nell'aiutare il Papa nel suo
ufficio delle chiavi e nella potestà di sciogliere e di legare. Essa
abbraccia nell'ambito della sua competenza la Chiesa in tutta la sua
cattolicità, senza limiti derivanti dal rito o dal territorio. I padri
penitenzieri, poi, per la loro origine dai più svariati paesi del mondo, per
la molteplicità delle lingue nelle quali si espri 30 gennaio 1981; cf AAS
73 (1981), pp. 201-204.
mono, e perché di fatto ad essi si rivolgono con fiducia
ecclesiastici e fedeli laici di tutto il mondo, quando vengono « videre
Petrum » (Gal 1,18 Vulg.), rappresentano in atto il ministero della
Riconciliazione, che, per impulso dello Spirito Santo, come nella Pentecoste,
si esercita sui « viri religiosi ex omni natione, quae sub caelo est » (At
2,5).
Della Penitenzieria Apostolica si vale il Papa per venire
incontro ai problemi e difficoltà, che i fedeli avvertono e soffrono
nell'intimo delle loro coscienze. Tale compito è caratteristico della
Penitenzieria; mentre, infatti, altri dicasteri della Santa Sede agiscono in
temi spirituali, sì, ma in quanto questi sono oggetto del regime esterno,
essa tocca quei temi all'interno del rapporto unico, misterioso, e degno della
più grande riverenza, che le singole anime hanno con Dio, loro Creatore,
Signore, Redentore e Ultimo Fine. Di qui e per ciò l'altissimo e inviolato
segreto concernente le pratiche del tribunale della Penitenzieria, si tratti
di assoluzione da censure riservate alla Santa Sede, di scioglimento di dubbi
di coscienza, spesso tormentosi, di equitative e caritatevoli composizioni di
obblighi di religione o di giustizia.
E mi piace ricordare come la Penitenzieria, a parte la
grazia di stato con la quale il Signore soccorre chiunque nella Chiesa svolga
un compito istituzionale, goda, in questa occulta opera di risanamento e di
edificazione delle coscienze, del credito di più che sei secoli di una
raffinata esperienza ed altresì di apporti dottrinali, che le sono provenuti
e le provengono da esperti teologi e canonisti.
Sacre indulgenze
In stretta connessione con questo ufficio, è l'altro
affidato alla Penitenzieria, di « moderari », cioè la concessione e l'uso
delle sacre indulgenze in tutta la Chiesa. A questo proposito voglio ricordare
che l'amore, soprannaturalmente inteso, per le indulgenze, connesse come sono
queste con la certezza del peccato e del sacramento della Riconciliazione, con
la fede nell'al di là, specialmente nel purgatorio, con la reversibilità dei
meriti del Corpo Mistico, cioè con la Comunione dei santi, è una comprensiva
tessera di autentica cattolicità. Mi è caro dire al cardinale penitenziere
maggiore, ai prelati e agli officiali della Penitenzieria, che ho fiducia
nella loro opera e che sono ad essi grato per l'ausilio che mi prestano nel
mio apostolico ministero; ed amo ripetere a loro riguardo l'incoraggiamento,
che altre volte ho rivolto a tutta la curia romana: dietro e al di sopra delle
carte, continuino a vedere le anime, il mistero di singole anime, per la cui
salvezza il Signore vuole la mediazione di altre anime e della Chiesa tutta
nella sua compagine gerarchica.
I padri penitenzieri delle basiliche patriarcali — come
è noto, i francescani conventuali in San Pietro, i frati minori in San
Giovanni in Laterano, i domenicani in Santa Maria Maggiore, i benedettini in
San Paolo, quali penitenzieri ordinari, ed inoltre, quali penitenzieri
straordinari membri di altre benemerite famiglie religiose, in San Pietro, e
quelli delle rispettive famiglie degli ordinari nelle altre tre basiliche —
portano il « pondus diei et aestus » (cf Mt 20,12) di ascoltare per
lunghe ore, ogni giorno, e specialmente nei giorni festivi, le Confessioni
sacramentali.
Confessione auricolare
La Santa Sede, con la stessa costituzione dei collegi dei
penitenzieri e con le particolari norme mediante le quali, a costo di
esentarli da pratiche consuetudinarie o « ex lege » delle rispettive
famiglie religiose, li consacra a dedicare la totalità del loro ministero
alle Confessioni, intende dimostrare nei fatti la singolarissima venerazione
con la quale riguarda l'uso del sacramento della Penitenza e, in specie, la
forma, che deve essere normale di esso, quella cioè della Confessione
auricolare. E ricordo ancora la gioia e l'emozione che ho provate, nello
scorso Venerdì Santo, nel discendere nella basilica di San Pietro per
condividere con voi l'alto e umile e preziosissimo ministero che esercitate
nella Chiesa.
Desidero dire ai padri penitenzieri ed altresì a tutti i
sacerdoti del mondo: dedicatevi, a costo di qualsiasi sacrificio,
all'amministrazione del sacramento della Riconciliazione, e abbiate la
certezza che esso, più e meglio di qualsiasi accorgimento umano, di qualsiasi
tecnica psicologica, di qualsiasi espediente didattico e sociologico,
costruisce le coscienze cristiane; nel sacramento della Penitenza infatti è
all'opera Dio « dives in misericordia » (cf Ef 2,4). E tenete
presente che vige ancora, e vigerà per sempre nella Chiesa l'insegnamento del
Concilio Tridentino circa la necessità della confessione integra dei peccati
mortali; 8 vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma inculcata da
san Paolo e dallo stesso Concilio di Trento, per cui alla degna recezione
dell'Eucaristia si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è
conscio di peccato mortale.9
Assoluzione collettiva
Nel rinnovare questo insegnamento e queste raccomandazioni,
non si vuole ignorare certo che la Chiesa di recente,10 per gravi
ragioni pastorali e sotto precise e indispensabili norme, per facilitare il
bene supremo della grazia a tante anime, ha esteso l'uso dell'assoluzione
collettiva. Ma voglio richiamare la scrupolosa osservanza delle condizioni
citate, ribadire che, in caso di peccato mortale, anche dopo l'assoluzione
collettiva, sussiste l'obbligo di una specifica accusa sacramentale del
peccato, e confermare che, in qualsiasi caso, i fedeli hanno diritto alla
propria Confessione privata.
A questo proposito desidero mettere in luce che non a torto
la società moderna è gelosa dei diritti imprescrittibili della persona: come
mai — allora — proprio in quella più misteriosa e sacra sfera della
personalità, nella quale si vive il rapporto con Dio, si vorrebbe negare alla
persona umana, alla singola persona di ogni fedele, il diritto di un colloquio
personale, unico, con Dio, mediante il ministro consacrato? Perché si
vorrebbe privare il singolo fedele, che vale « qua talis » di fronte a Dio,
della gioia intima e personalissima di questo singolare frutto della Grazia?
Confessione, strumento di santità
Vorrei poi aggiungere che il sacramento della Penitenza,
per quanto comporta di salutare esercizio dell'umiltà e della sincerità, per
la fede che professa « in actu exercito » nella mediazione della Chiesa, per
la speranza che include, per l'attenta analisi della coscienza che esige, è
non solo strumento diretto a distruggere il peccato — momento negativo —,
ma prezioso esercizio della virtù, espiazione esso stesso, scuola
insostituibile di spiritualità, lavorio altamente positivo di rigenerazione
nelle anime del « vir perfectus », « in mensuram aetatis plenitudinis
Christi » (cf Ef 4,13). In tal senso, la Confessione bene istituita è
già di per se stessa una forma altissima di direzione spirituale.
Appunto per tali ragioni l'ambito di utilizzazione del
sacramento della Riconciliazione non può ridursi alla sola ipotesi del
peccato grave: a parte le considerazioni di ordine dogmatico che si potrebbero
fare a questo riguardo, ricordiamo che la Confessione periodicamente
rinnovata, cosiddetta « di devozione », ha accompagnato sempre nella Chiesa
l'ascesa alla santità.
Mi piace concludere ricordando a me stesso, a voi, padri
penitenzieri, e a tutti i sacerdoti, che l'apostolato della Confessione ha
già in se stesso il suo premio: la consapevolezza di aver restituito ad
un'anima la grazia divina non può non riempire un sacerdote di una gioia
ineffabile. E non può non animarlo alla più umile speranza che il Signore,
al termine della sua giornata terrena, gli aprirà le vie della vita: « Qui
ad iustitiam erudierint multos, quasi stellae in perpetuas aeternitates » (Dn
12,3).
Mentre invoco sulle vostre persone e sul vostro delicato e
meritorio ministero l'abbondanza delle grazie divine, vi imparto di cuore la
propiziatrice Benedizione Apostolica, segno della mia costante benevolenza.
Il servizio della confessione,
dovere dei sacerdoti
Servizio
dei penitenzieri
Di gran cuore e con intima gioia vi accolgo in speciale
udienza, carissimi prelati ed officiali della Penitenzieria Apostolica,
insieme con tutti voi, padri penitenzieri delle basiliche patriarcali
dell'Urbe, ordinari e straordinari.
Nel rivolgere il mio fraterno saluto a lei, signor
cardinale penitenziere maggiore, e nel ringraziarla per il devoto indirizzo di
omaggio, desidero esprimere subito la mia paterna riconoscenza ai frati minori
conventuali, che prestano servizio nella basilica vaticana, ai frati minori,
che sono penitenzieri della basilica lateranense, ai frati predicatori della
basilica di Santa Maria Maggiore, ai benedettini cassinesi della basilica di
San Paolo, ed inoltre a tutte le altre famiglie religiose, che mettono a
disposizione loro membri come penitenzieri straordinari nella basilica
vaticana, la quale, per il singolare concorso di tanti fedeli, ha maggiore
necessità di confessori.
Dovere dei sacerdoti
Già nella mia allocuzione del 30 gennaio 1981 alla
Penitenzieria e ai penitenzieri sottolineavo il dovere preminente dei
sacerdoti di prestarsi con ogni generosità al ministero delle confessioni:
dovere, a cui corrisponde lo stretto e inalienabile * 20 marzo 1989; cf AAS
81 (1989), pp. 1112-1115.
diritto dei fedeli. Tre anni dopo quell'incontro è stata
pubblicata l'esortazione apostolica Reconciliatio et Paenitentia, che
tratta diffusamente dell'argomento.
Profitto di questa occasione per raccomandare vivamente ai
sacerdoti di tutto il mondo di studiare con impegno, ma soprattutto di
abbracciare con cuore apostolico le indicazioni di quel documento, che
riflette le ansie e le speranze della Chiesa.
Formazione dei confessori
Nel presente incontro voglio piuttosto mettere l'accento
sulla formazione del ministro del sacramento della Penitenza: com'è noto, la
riflessione teologica ha ben chiarito come, nel sacramento della Penitenza, il
ministro agisca « in persona Christi ». Ciò gli conferisce una singolare
dignità (che è anche un impegno morale e deve essere una sentita urgenza del
suo spirito), conformemente alle mirabili parole di san Paolo: « Pro
Christo... legatione fungimur tanquam Deo exhortante per nos: obsecramus pro
Christo, reconciliamini Deo ».11
Vorrei anzi dire che, nel perdonare i peccati, il sacerdote
va in certo modo anche al di là del pur sublime ufficio di legato di Cristo:
egli quasi raggiunge una mistica identificazione con Cristo. Insegna il
Concilio Vaticano II, nella costituzione pastorale Gaudium et spes,12
che il Figlio di Dio incarnato « humanis manibus opus fecit, humana mente
cogitavit, humana voluntate egit, humano corde dilexit ». Questa umana
operazione del Cristo redentore, specialmente quando « humano corde dilexit
», deve essere oggi mediata in un modo tutto speciale dalla umanità del
sacerdote confessore. E qui si tocca l'ineffabile mistero di Dio!
A Gesù, che è Dio fatto uomo, il Padre ha confidato ogni
giudizio ed ogni perdono: « Filius quos vult vivificat. Neque enim Pater
iudicat quemquam, sed iudicium omne dedit Filio... Qui verbum meum audit...
habet vitam aeternam et in iudicium non venit, sed transiit a morte in vitam
»; 13 e nella sera stessa della risurrezione, apparendo agli
Apostoli, affidò ad essi la sua missione, dicendo: « Pax vobis! Sicut misit
me Pater, et ego mitto vos », e continua il Vangelo: « Et cum hoc dixisset,
insufflavit, et dicit eis: Accipite Spiritum Sanctum: quorum remiseritis
peccata, remissa sunt eis; quorum retinueritis, retenta sunt ».14
Si direbbe che l'effusione dello Spirito Santo, che avverrà poi su tutta la
comunità nascente a Pentecoste, è stata da Gesù anticipata sugli apostoli,
proprio in rapporto al ministero della remissione dei peccati. Così, noi
sacerdoti, nell'impartire ai fedeli la grazia e il perdono nel sacramento
della Penitenza, compiamo l'atto più alto, dopo la celebrazione
dell'Eucaristia, del nostro sacerdozio, e in esso realizziamo, si può dire,
il fine stesso della incarnazione: « Ipse enim salvum faciet populum suum a
peccatis eorum ».15
Servizio privilegiato
Considerando questa divina eccellenza del sacramento della
Penitenza, che, si può dire, riverbera sul ministro in certo modo il fulgore
della partecipata divinità — vengono alla mente le ispirate parole del
Salmo 82(81),6, citate da Gesù stesso: « Ego dixi dii estis » 16—,
ben si comprende come la Chiesa abbia circondato l'esercizio del ministero
della Penitenza e della Riconciliazione di speciali cautele e del massimo
riserbo.
Voglio dunque affettuosamente esortare tutti i sacerdoti
affinché — sulla base di una inviolata fedeltà alla preghiera personale,
nella quale otterranno i lumi e la generosità necessari per espiare per se
stessi e per i loro penitenti — riservino nella gerarchia dei loro compiti
un ruolo privilegiato al servizio silenzioso, e umanamente non sempre
gratificante, della Confessione. E ricordo loro che, col sacramento della
Penitenza, non solo essi cancellano i peccati, ma debbono avviare i penitenti
sulla via della santità, esercitando su di essi, in una forma convincente, un
magistero collegato con la loro missione canonica.
Servizio impegnativo
Queste medesime considerazioni giustificano la
preoccupazione della Santa Sede perché nelle basiliche patriarcali dell'Urbe
il ministero della Penitenza e della Riconciliazione sia svolto da sacerdoti
che si distinguano per dottrina, zelo e santità di vita; e perché essa
inoltre promuova con periodici aggiornamenti la loro peculiare preparazione in
rapporto ai problemi, spesso gravi e delicati, che fedeli di tutto il mondo
sottopongono alle chiavi di Pietro. Mentre li ringrazio per l'impegno, col
quale assolvono il loro ufficio, dico ai penitenzieri di continuare con
sapienza, con dolcezza e con inesausta pazienza la loro dedizione al
confessionale, consapevoli del bene che faranno alle anime e del merito che
essi stessi ne avranno presso il Signore.
Una parola di speciale apprezzamento voglio infine
riservare alla Penitenzieria Apostolica, che non solo provvede a quanto testé
ho detto circa la pastorale della Penitenza nelle basiliche patriarcali, ma è
strumento della potestà delle chiavi per la soluzione di intime angosce, per
il ricupero delle speranze più profonde e delle necessità più radicali
delle coscienze umane. Il suo ufficio, come del resto indica il suo nome, si
pone come guida, integrando poteri e risolvendo dubbi, a vantaggio dei
confessori, e, per loro tramite, dei fedeli, nei casi più gravi: questo è il
suo compito, questa è la sua dignità.
Su tutti voglia il Signore effondere l'abbondanza dei suoi
doni, in pegno dei quali di cuore imparto una speciale Benedizione Apostolica.
Il senso pasquale della Penitenza
Dedizione costante e
paziente
Siate i benvenuti nella casa del Padre! Ricevete e
trasmettete ai vostri condiocesani, o confratelli nelle rispettive famiglie
religiose, il mio saluto. Come vescovo di Roma, e successore di Pietro,
avverto la necessità di richiamare a voi sacerdoti, come anche a voi, che vi
apprestate a ricevere entro breve tempo il presbiterato, il precipuo dovere di
offrirvi costantemente e pazientemente al ministero della penitenza, della
riconciliazione e della pace. Dio, infatti: « Reconciliavit nos sibi per
Christum et dedit nobis ministerium reconciliationis... pro Christo ergo
legatione fungimur tamquam Deo exhortante per nos: obsecramus pro Christo,
reconciliamini Deo ».1
Dedizione totale
La fonte divina del perdono, che è per noi la radice
vigorosa da cui deriva la forza perseverante di dedicarci al ministero del
sacramento della Penitenza, è la « caritas Christi »: l'amore, cioè, di
colui il quale « pro omnibus mortuus est, ut et qui vivunt, iam non sibi
vivant, sed ei qui pro ipsis mortuus est et resurrexit ».2
Il sacerdote è così chiamato a restituire ai morti nello
spirito la vita divina. Sacerdote ed ostia, con Gesù Sacerdote ed 31 marzo
1990; cf AAS 82 (1990), pp. 989-991.
(1) 2 Cor 5,18-20.
(2) 2 Cor 5,15-16.
Ostia nell'Eucaristia, egli deve parimenti essere vittima
immolata, e pegno di risurrezione quando ascolta le Confessioni sacramentali.
Per l'imposizione delle mani da parte del vescovo, ogni presbitero viene
consacrato e totalmente offerto al suo ministero per le anime a lui affidate.
E poiché questa offerta corrisponde ad un vero e fondamentale diritto dei
fedeli, torna opportuno a questo proposito quanto ebbi a dire ai padri
penitenzieri delle basiliche patriarcali dell'Urbe nella allocuzione del 30
gennaio 1981: « Desidero mettere in luce che non a torto la società moderna
è gelosa dei diritti imprescrittibili della persona: come mai — allora —
proprio in quella più misteriosa e sacra sfera della personalità, nella
quale si vive il rapporto con Dio, si vorrebbe negare alla persona umana, alla
singola persona di ogni fedele, il diritto di un colloquio personale, unico,
con Dio, mediante il ministero consacrato? Perché si vorrebbe privare il
singolo fedele, che vale "qua talis" di fronte a Dio, della gioia
intima e personalissima di questo grande frutto della grazia? ».17
Nella Confessione collettiva il sacerdote si risparmia, certo, sforzi fisici,
e fors'anche psicologici, ma, quando viola la normativa gravemente obbligante
della Chiesa al riguardo, defrauda il fedele e priva se stesso del merito
della dedizione, che è testimonianza del valore di ciascuna anima redenta.
Ogni anima merita tempo, attenzione, generosità, non solo nella compagine
comunitaria, ma anche, e sotto un aspetto teologico si direbbe soprattutto, in
se stessa, nella sua incomunicabile identità e dignità personale, e nel
delicato riserbo del colloquio individuale e segreto.
Sacramento di riconciliazione
Nella Confessione sacramentale seguita dalla assoluzione ci
si riconcilia con Dio e con la Chiesa: su questo ultimo elemento in
particolare verte la disciplina canonica relativa al sacramento della
Penitenza e in genere al foro interno, materia della quale vi siete occupati
negli incontri con la Penitenzieria Apostolica. Vi esorto a considerare
attentamente che la disciplina canonica relativa alle censure, alle
irregolarità e ad altre determinazioni di indole o penale o cautelare non è
effetto di legalismo formalistico: al contrario, è esercizio di misericordia
verso i penitenti per guarirli nello spirito e per questo le censure sono
chiamate medicinali.
La privazione, infatti, di beni sacri può essere stimolo
al pentimento e alla conversione; è monito al fedele tentato, è magistero di
rispetto e di culto amoroso verso l'eredità spirituale lasciataci dal
Signore, il quale ci ha fatto dono della Chiesa, e in essa dei sacramenti. Non
a caso la Penitenzieria Apostolica, emanando un documento destinato ai
confessori, così si esprime: « Suprema Ecclesiae bona ita ipsi Ecclesiae
cordi debent esse et sunt, ut non modo iugiter de illis tradatur doctrina et
circa ea iugiter exerceatur pastoralis sollicitudo, sed etiam iuridica
adhibeatur tutela, eo vel maxime quia in illis bonis stat, et illis spretis
vel iniuria affectis patitur mystica Ecclesiae communio ».
Sacramento di risurrezione
Nella imminenza della santa Pasqua è bello ricordare il
senso pasquale della nostra carità esercitata mediante la celebrazione del
sacramento della Penitenza: in essa si rinnova la risurrezione spirituale dei
nostri fratelli, e perciò è degno e giusto « gaudere... quia frater tuus
hic mortuus erat et revixit, perierat et inventus est ».18 Nella
enciclica Dives in misericordia ho espresso ciò che si potrebbe
chiamare la teologia del perdono: da essa deriva il carattere pasquale del
sacramento della Riconciliazione: « Paschale ideo mysterium culmen huius
revelationis et exsecutionis est misericordiae, quae hominem potest iustum
facere, iustitiamque ipsam reficere ».19
Con questi sentimenti vi affido alla Vergine Santissima,
Madre del Redentore e Madre della Chiesa, rifugio dei peccatori, e con paterna
benevolenza vi imparto l'Apostolica Benedizione.
Il sacramento della Riconciliazione:
magistero di
verità
Potestà delle chiavi
Mi è gradito accogliervi, oggi, per esprimervi anzitutto
riconoscenza per il lavoro indefesso e riservato che, in applicazione alle
norme ed ai criteri impartiti dai romani Pontefici, voi svolgete in codesto
dicastero per il bene delle anime, in materia che riguarda il foro interno
della coscienza.
Ringrazio l'eminentissimo penitenziere maggiore, il
cardinale William Baum, per le parole rivoltemi.
Saluto con voi i penitenzieri delle basiliche patriarcali
dell'Urbe, grato per la loro assidua presenza nel confessionale a favore di
tanti fedeli.
La vostra presenza sta a significare l'importanza del
sacramento della Riconciliazione, mezzo di salvezza e di santificazione,
istituito da Gesù Cristo e affidato alla Chiesa, la quale è, anche, e
specialmente in rapporto all'Eucaristia, la Chiesa del giudizio e del perdono.
Prendendo lo spunto dalle chiavi decussate che adornano il
palazzo apostolico vaticano, rilevo che il ministero di Pietro può essere
sintetizzato, con espressione fondata sul Vangelo di Matteo, « Tibi dabo
claves regni caelorum »,1 quale « potestas clavium ». La nozione evangelica
delle chiavi non solo include 21 marzo 1992; cf AAS 85 (1993), pp.
346-349.
(1) Mt 16,19.
il potere giurisdizionale, ma anche l'autorità
magisteriale. Ora, la potestà delle chiavi, conferita a Pietro nella sua
pienezza, si estende in varia misura, in relazione alla posizione gerarchica e
agli uffici svolti nella Chiesa, a tutti i sacerdoti; ma l'ufficio della
remissione dei peccati, esercitato nel sacramento della Penitenza, è appunto
contenuto nella « potestas clavium ».
È dunque certo che il sacerdote, nell'amministrare il
sacramento della Penitenza, esercita anche un compito di magistero ecclesiale.
Pedagogia soprannaturale
Nei miei precedenti incontri con la Penitenzieria e con i
padri penitenzieri ho messo in rilievo altri aspetti dello stesso sacramento.
In quello del 1981 sottolineavo che « il sacramento della Riconciliazione
costruisce le coscienze cristiane » e riaffermavo che « i fedeli hanno il
diritto alla propria confessione privata »; in quello del 1989 invitavo
istantemente i sacerdoti a riservare « al servizio della Confessione un ruolo
privilegiato nella gerarchia dei loro doveri »; in quello del 1990 mettevo in
luce « il senso pasquale della Penitenza: in essa si rinnova la risurrezione
spirituale ».
Il sacramento della Riconciliazione, infatti, « secunda
tabula salutis post baptismum », in connessione col carattere battesimale,
rinnova o perfeziona l'inserzione dei fedeli nel mistero pasquale del Cristo,
nuovo Adamo, dal quale deriva nell'uomo redento il ripristino, anzi, il
perfezionamento della giustizia originale: « Il primo uomo, Adamo, divenne un
essere vivente, ma l'ultimo Adamo divenne spirito datore di vita »,20
e in essa della conoscenza piena della verità.
Ma se il sacramento della Penitenza, agendo « ex opere
operato », infonde, o perfeziona, l'abito della fede e i connessi doni dello
Spirito Santo, appartiene all'opera personale del ministro di esplicitare i
contenuti della verità con particolare riferimento a quelli concernenti
l'ordine morale. Già relativamente al figurale sacerdozio dell'Antico
Testamento, questa funzione di soprannaturale pedagogia era stata affermata:
« Un insegnamento fedele era sulla sua bocca... e ha trattenuto molti dal
male. Infatti le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua
bocca si ricerca l'istruzione, perché egli è messaggero del Signore degli
eserciti » 21 e parallelamente era risuonata la terribile condanna
del Signore per i sacerdoti colpevoli di non aver adempiuto all'ufficio del
magistero della verità: « Voi, invece, vi siete allontanati dalla retta via
e siete stati d'inciampo a molti con il vostro insegnamento... Perciò anch'io
vi ho reso spregevoli ed abietti... perché non avete osservato le mie
disposizioni ed avete usato parzialità riguardo alla legge ».22
Ma, dalle parole di Gesù, che enunciano la potestà di
rimettere i peccati nel sacramento della Penitenza, risulta con ogni evidenza
che l'atto sacramentale è intrinsecamente connesso ad un giudizio, e perciò
stesso ad un magistero di verità: « Accipite Spiritum Sanctum: quorum
remiseritis peccata, remissa sunt eis; et quorum retinueritis, retenta sunt
».23 In realtà lo Spirito Santo è « Spiritus veritatis » che
« deducet vos in omnem veritatem »,24 la decisione del sacerdote
di
rimettere o di ritenere, non potendo essere arbitraria,
perché è funzione strumentale al servizio del Dio della verità, presuppone
un retto giudizio.25
Fedeltà a Cristo e alla Chiesa
Nella esortazione apostolica Reconciliatio et
Paenitentia, le parole del Vangelo di Marco « Paenitemini et credite
evangelio »,26 riportate fin dall'inizio del documento, richiamano
il concetto della intrinseca connessione tra la verità del sacramento e
l'adesione alla verità rivelata.
È per altro evidente che la funzione del giudice delle
coscienze riposa sulla potestà delle chiavi, che propriamente appartiene alla
Chiesa come tale: « Quaecumque alligaveritis super terram, erunt ligata in
caelo, et quaecumque solveritis super terram, erunt soluta in caelo ».27
Infatti, nella citata esortazione apostolica, al n. 12, osservavo che la «
missione riconciliatrice è propria di tutta la Chiesa », e soggiungevo che
nell'adempierla la Chiesa svolge un compito magisteriale: « Discepola
dell'unico Maestro, Gesù Cristo, la Chiesa a sua volta, come Madre e Maestra,
non si stanca di proporre agli uomini la riconciliazione e non esita a
denunciare la malizia del peccato, a proclamare la necessità della
conversione ».
Più avanti, al n. 29, riferendomi in particolare al
sacerdote ministro del sacramento della Penitenza, scrivevo: « Come
all'altare, dove celebra l'Eucaristia, e come in ciascuno dei sacramenti, il
Sacerdote, ministro della Penitenza, opera "in persona Christi". Il
Cristo, che da lui è reso presente e che per suo mezzo attua il mistero della
remissione dei peccati, è colui che appare come fratello dell'uomo, pontefice
misericordioso... pastore... medico.., maestro unico che insegna la verità e
indica le vie di Dio, giudice dei vivi e dei morti, che giudica secondo la
verità e non secondo le apparenze ».
Di qui l'ineludibile conseguenza che il sacerdote, nel
ministero della Penitenza, deve enunziare non le sue private opinioni, ma la
dottrina di Cristo e della Chiesa. Enunziare opinioni personali in contrasto
col magistero della Chiesa, sia solenne sia ordinario, è, perciò, non solo
tradire le anime, esponendole a pericoli spirituali gravissimi e facendo
subire loro un angoscioso tormento interiore, ma è contraddire nel suo stesso
nucleo essenziale il ministero sacerdotale.
Fedeltà alla missione della Chiesa
Nel richiamare questa verità e questa gravissima
responsabilità so bene che moltissimi sacerdoti, fedeli al loro ministero,
realizzano nel confessionale la divina missione della Chiesa: « Euntes ergo
docete omnes gentes... docentes eos servare omnia quaecumque mandavi vobis » 28
e offrono in tal modo alle anime la via della salvezza: « Qui crediderit...
salvus erit ».29
Certamente tutti voi avete come criterio dottrinale e
pastorale l'insegnamento della sede di Pietro. Perciò, per voi si eleva la
mia preghiera di ringraziamento a Dio: infatti, voi sacerdoti siete, e voi
prossimi candidati al sacerdozio sarete, operatori di verità e di santità,
fedeli dispensatori dei misteri di Dio.
Con questi sentimenti, a voi ed a quanti in tutta la Chiesa
degnamente si dedicano al ministero della Riconciliazione sacramentale, di
cuore imparto la Benedizione Apostolica.
Il cuore del sacerdote confessore
immagine della mitezza
di Cristo
Mi è felice occasione di compiacimento la vostra presenza
in questa, che è e dovete considerare casa paterna, Signor Cardinale
Penitenziere Maggiore, Prelati ed Officiali della Penitenzieria, Padri
Penitenzieri Ordinari e Straordinari delle Basiliche Patriarcali dell'Urbe, e
voi, cari alunni, di recente ordinati o anelanti a ricevere presto
l'Ordinazione.
I confessori uniti con la Sede di Pietro
Il compiacimento deriva sia dalla vostra affettuosa unione
col Successore di Pietro che, qui e ora, si fa quasi tangibile, sia dalla
speciale vostra condizione di Penitenzieri, che dedicate il vostro impegno
ministeriale in modo privilegiato al sacramento della Penitenza, ovvero di
sacerdoti alle vostre primissime cure pastorali, o ancora di candidati al
sacerdozio, i quali prima di assumere il particolare ufficio, che la
Provvidenza, mediante la voce dei Superiori gerarchici, vi assegnerà nella
Chiesa, con la frequenza al corso sul foro interno tenuto dalla Penitenzieria
Apostolica, avete inteso approfondire la vostra preparazione in ordine al
servizio delle anime nella remissione del peccato. Al compiacimento è unita
la gratitudine al Signore, poiché Egli nel vostro impegno e nella vostra
diligenza rende evidente che continua a suscitare per il suo Popolo ministri
di perdono e di riconciliazione.
27 marzo 1993; cf AAS 86 (1994), pp. 78-82.
L'Ordo Paenitentiae oggi vigente così esprime,
nella formula dell'assoluzione, le grandi realtà nelle quali si attua il
ritorno dell'uomo peccatore a Dio e si ripristina il suo ordine interiore: « Dio
padre di misericordia... ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il
perdono e la pace ». Orbene, il sacramento della Penitenza — ministero
della Chiesa — produce il perdono di Dio, in quanto agisce per virtù
divina, quali che siano il merito o il demerito personale e le qualità umane
del ministro: così in proposito insegna (per tutti i sacramenti, non solo per
quello della Penitenza) il Catechismo della Chiesa Cattolica: « I sacramenti
conferiscono la grazia che significano. Sono efficaci, perché in essi agisce
Cristo stesso: è Lui che battezza, è Lui che opera nei suoi sacramenti per
comunicare la grazia che il sacramento significa. Il Padre esaudisce sempre la
preghiera della Chiesa del suo Figlio »; 30 « È questo il
significato dell'affermazione della Chiesa: i sacramenti agiscono ex opere
operato ».31
La pace restituita
Indubbiamente la pace annunciata dalla formula
sacramentale, pace soprannaturale e che, pertanto, « exsuperat omnem
sensum »,32 deriva anch'essa nell'anima « ex opere operato
»; ma, nei limiti in cui ciò è possibile, attesa la sua trascendenza
soprannaturale, la percezione gratificante di questa pace da parte del
soggetto del sacramento dipende anche in notevole misura dalla personale
santità del sacerdote, ministro del sacramento della Penitenza, dalla sua
sapienza coltivata nello studio, dalla sua sensibilità psicologica, dalla sua
accogliente umanità: egli, infatti, incoraggia a perseverare nella grazia
restituita, ed alimenta la fiducia nella possibilità della salvezza, stimola
all'umile gratitudine verso il Signore, ed aiuta (salvo casi patologici o ai
limiti della normalità) a ricostruire l'equilibrio della coscienza e la
sanità del giudizio.
Nelle mie precedenti allocuzioni a questo uditorio ho
fissato l'attenzione prevalentemente su aspetti dogmatici, morali e
canonistici del sacramento della Penitenza; esse sono state raccolte in volume
e accompagnate da un sintetico commento a cura della Penitenzieria Apostolica;
mi conforta sapere che hanno avuto larga diffusione, e spero che giovino per
l'auspicata ripresa di un uso frequente del sacramento della Penitenza.
Considerando ora in concreto l'amministrazione del sacramento del perdono,
amerei intrattenermi sui menzionati aspetti di santità, sensibilità
psicologica e accogliente umanità del ministro.
Santi e santificatori
Il confessore deve impegnarsi al massimo affinché, accanto
all'effetto essenziale, che l'« opus operatum » sempre produce, supposte le
condizioni di validità, si producano anche a favore del penitente, nel
mistero della Comunione dei Santi, i frutti della sua personale santità: per
virtù di intercessione presso il Signore, per forza trascinante di esempio,
per l'offerta che il sacerdote santo fa delle sue espiazioni a vantaggio del
penitente. Si tratta di cose ben evidenti. Ma desidero insistere affinché la
carità faccia sì che il vostro non sia mai « nudum ministerium »
penitenziale, ma un dono paterno e fraterno accompagnato dalla vostra
preghiera e dal vostro sacrificio per le anime, che il Signore mette sul
vostro cammino: « Perciò... completo nella mia carne quello che manca ai
patimenti di Cristo, a favore del suo Corpo che è la Chiesa ».33
Così l'esercizio del ministero è santo ed è strumento di santificazione per
lo stesso ministro.
Sul sacerdote confessore incombe il dovere grave di
possedere dottrina morale e canonistica adeguata almeno ai « communiter
contingentia », e cioè al comportamento umano nell'ordinario dei casi,
tenuto particolarmente conto delle condizioni generali dell'« ethos »
socialmente dominante. Dico almeno, ma aggiungo subito che tale preparazione
dottrinale deve sempre accrescersi e consolidarsi, sulla base dei grandi
principi dogmatici e morali, i quali consentono di risolvere cattolicamente
anche le situazioni problematiche che si affacciano alle coscienze,
nell'incessante evoluzione culturale, tecnica, economica, e così via, della
storia umana. Anche qui, il Catechismo della Chiesa Cattolica è
paradigmatico: esso autorevolmente propone il giudizio morale da formulare su
realtà della vita umana, effettivamente presentatesi, o divenute
statisticamente diffuse, in tempi recenti; si è detto a questo proposito che
il Catechismo considererebbe nuovi precetti o nuovi peccati, mentre
esso non fa che applicare a modalità dell'agire umano, ora divenute comuni,
l'identica legge divina, naturale o rivelata. Impegno particolarmente
importante e delicato, nel quale applicare la necessaria solidità della
dottrina, è per il confessore quello di facilitare al penitente l'accusa dei
peccati, contemperando con l'esigenza di una morale completezza,
irrinunciabile per i peccati mortali, quanto alla specie, alle circostanze
determinanti per la specie stessa, e al numero, quella di non rendere la
confessione odiosa o penosa, specialmente a coloro, la cui religiosità è
debole o di cui è incipiente il processo di conversione. A questo riguardo
mai si raccomanderà abbastanza la delicatezza circa le materie oggetto del
sesto precetto del Decalogo.
Umiltà e cultura teologica e psicologica
Occorre inoltre considerare la possibilità che la
limitatezza umana ponga il ministro della Penitenza, anche senza sua colpa, di
fronte ad argomenti sui quali egli non ha un'approfondita preparazione. Vige
allora l'aureo principio del dottore moralista sant'Alfonso Maria de' Liguori:
« Saltem prudenter dubitare ». La preparazione dottrinale del confessore
dovrà esser tale da consentirgli almeno di percepire la possibile esistenza
di un problema. In tal caso la prudenza pastorale unita all'umiltà, tenendo
conto dell'urgenza o meno, dell'ansia o meno del penitente, e delle altre
concrete circostanze, lo porterà a scegliere se inviare il penitente stesso
ad un altro confessore o fissare un appuntamento per un nuovo incontro e nel
frattempo prepararsi: a questo riguardo giova tener presente che sono
disponibili i volumi dei « probati auctores », e che, salvo il rispetto
assoluto del sigillo sacramentale, si può ricorrere a sacerdoti più dotti e
sperimentati, in particolare si può ricorrere — torna opportuno dirlo qui
— alla Penitenzieria Apostolica, che è sempre pronta ad offrire per casi
concreti, e quindi individuali, il suo servizio di consulenza, munito di
valore autoritativo.
Il sacramento della Penitenza non è e non deve diventare
una tecnica psicoanalitica o psicoterapeutica. Tuttavia, una buona
preparazione psicologica, ed in generale nelle scienze umane, consente
certamente al ministro di meglio penetrare nel misterioso ambito della
coscienza con l'intento di distinguere — e spesso non è facile — l'atto
veramente « umano », quindi moralmente responsabile, dall'atto « dell'uomo
», talvolta condizionato da meccanismi psicologici — morbosi o indotti da
abitudini inveterate — che tolgono la responsabilità o la diminuiscono,
spesso senza che lo stesso soggetto agente abbia chiara nozione dei limiti
discriminanti tra le due situazioni interiori. Si apre qui il capitolo della
carità paziente e comprensiva che si deve avere verso gli scrupolosi. Al
tempo stesso, occorre chiaramente affermare che troppo spesso certi
atteggiamenti del pensiero moderno scusano indebitamente comportamenti che, a
motivo del volontario inizio di un'abitudine, non sono o non sono totalmente
scusabili. La finezza psicologica del confessore è preziosa per facilitare
l'accusa a persone timide, soggette alla vergogna, impacciate nell'eloquio:
questa finezza, unita alla carità, intuisce, anticipa, rasserena.
Nostro Signore Gesù Cristo ha trattato i peccatori in un
modo, che rivela nella concretezza dei fatti ciò che san Paolo scrive a Tito:
« benignitas et humanitas apparuit Salvatoris nostri », si è resa
visibile la benignità di Dio, nostro Salvatore.34 Basti meditare
sul racconto evangelico della peccatrice convertita,35 sulla donna
adultera nella toccante pagina del Vangelo di san Giovanni 36 e
sulla stupenda parabola del figlio prodigo.37 Il sacerdote,
trattando con i peccatori nel sacramento della Penitenza, si ispiri a questo
divino Modello, chiedendo al Signore la grazia di poter meritare il titolo che
Dante Alighieri riserva a san Luca: « Scriba mansuetudinis Christi »,
uno scriba che incide il suo racconto non sulle pagine di un libro, ma sulle
pagine viventi delle anime. Così il sacerdote confessore non deve mai
manifestare stupore, qualunque sia la gravità, l'impensabilità, per così
dire, dei peccati accusati dal penitente, mai deve pronunciare parole che
suonino di condanna alla persona anziché al peccato, mai deve inculcare
terrore anziché timore, mai deve indagare su aspetti della vita del
penitente, la cui conoscenza non sia necessaria per la valutazione dei suoi
atti, mai deve usare termini che ledano anche solo la finezza del sentimento,
anche se, propriamente parlando, non violano la giustizia e la carità; mai
deve mostrarsi impaziente o geloso del suo tempo, mortificando il penitente
con l'invito a far presto (salva, come è chiaro, l'ipotesi in cui l'accusa
venga fatta con una inutile verbosità). Quanto all'atteggiamento esterno il
confessore mostri un volto sereno ed eviti gesti, che possano significare
meraviglia, riprovazione, ironia. Analogamente, voglio ricordare che non si
deve far pesare sul penitente il proprio gusto, ma rispettare la sua
sensibilità per quanto concerne la scelta della modalità della confessione,
cioè se faccia a faccia o attraverso la grata del confessionale.
Il Cuore che ha tanto amato gli uomini
Infine, una riassuntiva raccomandazione: tanto maggiore sia
la misericordia quanto maggiore è la miseria morale del penitente. E se a
confessarsi è un Sacerdote, più umiliato per le sue colpe di un penitente
laico, e forse più esposto allo scoraggiamento a motivo della sua stessa
dignità profanata, pensiamo che senza una parola di rimprovero « Dominus
respexit Petrum » 38 — quel Pietro che solo poche ore prima
aveva ricevuto il sacerdozio e subito era caduto — e con quello sguardo
amorevole in un istante lo sollevò dall'abisso.
Come vedete, in questo nostro colloquio, molto ha parlato
la ragione illuminata dalla Fede; vorrei che nell'esercizio del ministero
della Penitenza, soprattutto parlasse il cuore infiammato dalla carità, il
cuore sacerdotale, che tenta, pur nella infinita distanza, di rassomigliare a
Gesù mite ed umile di cuore. Ve lo conceda la divina misericordia, di cui,
carissimi Fratelli, sia per voi auspice l'Apostolica Benedizione.
Il rispetto del sigillo sacramentale
fino all'effusione
del sangue
Ringrazio il Signore, che anche quest'anno mi offre la
gioia della vostra presenza: di Lei, Signor Cardinale Penitenziere Maggiore,
che ringrazio per i sentimenti espressi nell'indirizzo rivoltomi, di voi,
Prelati ed Officiali della Penitenzieria, Padri Penitenzieri ordinari e
straordinari delle Basiliche patriarcali dell'Urbe. Sono lieto di accogliere
anche voi, giovani Sacerdoti o prossimi ordinandi al Presbiterato, che
anticipate nel desiderio il vostro sacro ministero, e che perciò, in rapporto
ad una delle più alte e delicate attuazioni di esso, vi siete voluti
specificamente preparare profittando del corso sul foro interno, che ogni anno
la Penitenzieria Apostolica organizza e svolge.
Questa gioia deriva, in primo luogo, dalla constatazione
della vostra sincera devozione alla Cattedra di Pietro, la cui « potior
principalitas » il Cardinale Baum ha ricordato rifacendosi alla veneranda
testimonianza di Ireneo. È una gioia che scaturisce poi dall'opportunità che
il nostro incontro mi offre di tornare su temi attinenti al sacramento della
Penitenza, sempre di vitale importanza per la Chiesa e oggi di speciale
attualità.
Offerta totale alle anime
Mentre apro il mio animo riconoscente ai Membri della
Penitenzieria e ai Padri Penitenzieri, perché dedicano il meglio delle loro
energie alla pastorale della Riconciliazione, sottolineo 12 marzo 1994; cf AAS
87 (1995), pp. 75-79.
che l'esistenza di un Dicastero con tale specifico compito,
e la destinazione a tempo pieno di tanti Sacerdoti, appartenenti a illustri
Famiglie religiose, a questo ministero nelle principali Basiliche di Roma
indicano il posto privilegiato che la Santa Sede attribuisce a questa funzione
sacramentale.
Mi è caro specificare che il ringraziamento va, oltre che
ai singoli Padri Penitenzieri, anche alle loro Famiglie religiose, perché
esse, ben comprese di questa esigenza e del singolare frutto di bene che ne
consegue, in armonica cooperazione con la Penitenzieria Apostolica e sulla
base di secolari disposizioni emanate dai Sommi Pontefici, generosamente
provvedono, a costo di sacrificio, i soggetti idonei, e con superiore spirito
subordinano certe peculiarità delle loro consuetudini al preminente compito
assegnato dalla Santa Sede.
Desidero ancora mettere in rilievo la vostra provenienza
dai vari Continenti. Questa circostanza corrisponde all'intenzione del Papa di
far pervenire a tutti i confessori del mondo la sua meditazione, la sua
raccomandazione, la sua speranza a proposito del ministero della
Riconciliazione. Esso deve essere protetto nella sua sacralità, oltre che per
i motivi teologici, giuridici, psicologici sui quali mi sono intrattenuto
nelle precedenti analoghe allocuzioni, anche per il rispetto amoroso dovuto al
suo carattere di rapporto intimo tra il fedele e Dio. È Dio infatti Colui che
il peccato offende ed è ancora Dio che perdona il peccato. Lui che scruta «
ciò che è nell'uomo », cioè la coscienza personale, e si degna di
associarsi in questo colloquio risanatore e santificatore l'uomo Sacerdote,
elevandolo alla ineffabile prerogativa di agire « in persona Christi ».
Colui che vede nel segreto
Avendo Nostro Signore Gesù Cristo stabilito che il fedele
accusi i suoi peccati al ministro della Chiesa, con ciò stesso ha sancito
l'incomunicabilità assoluta dei contenuti della confessione rispetto a
qualunque altro uomo, a qualunque altra autorità terrena, in qualunque
situazione, La disciplina canonica vigente regola questo dirittodovere,
fondato sulla divina istituzione, con i canoni 728, § 1, n. 1, e 1456, § 1,
del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, per le Chiese di quel Rito e,
per la Chiesa di Rito Latino, con i canoni 983 e 1388 del Codice di Diritto
Canonico. Ed è molto significativo che il nuovo Codice, per avendo mitigato
in quasi tutte le altre sfere del diritto penale le sanzioni contro i
trasgressori, a questo proposito invece ha mantenuto in vigore le massime
pene.
Al Sacerdote che riceve le confessioni sacramentali è
fatto divieto, senza eccezione, di rivelare l'identità del penitente e le sue
colpe; e precisamente, per quanto riguarda le colpe gravi, il Sacerdote non
può farne parola nemmeno nei termini più generici; per quanto riguarda le
colpe veniali, non può assolutamente manifestarne la specie, tanto meno
l'atto singolare.
Non basta però rispettare il silenzio per quanto attiene
alla identificazione della persona e delle sue colpe: bisogna rispettarlo
anche evitando qualunque manifestazione di fatti e circostanze, il cui
ricordo, pur non trattandosi di peccati, può spiacere al penitente,
specialmente se il farne parola gli comporta un inconveniente: si veda in
proposito il Decreto del S. Uffizio 39 che condanna categoricamente
non solo la violazione del sigillo, ma anche l'uso della scienza acquisita in
confessione, quando ciò comporta comunque il « gravamen paenitentis ». Tale
assoluto segreto riguardo ai peccati e la doverosa rigida cautela per gli
altri fattori qui ricordati legano il Sacerdote non solo vietando una
ipotetica rivelazione a terze persone, ma anche l'accenno dei contenuti della
confessione allo stesso penitente fuori del sacramento, salvo esplicito, e
tanto meglio se non richiesto, consenso da parte di lui.
Delicatezza reciproca nel riserbo
Direttamente questa totale riservatezza è a beneficio del
penitente. Di conseguenza, non sussiste per lui né peccato né pena canonica,
se spontaneamente e senza provocare danni a terzi rivela fuori confessione
quanto ha accusato. Ma è evidente che, almeno per un patto implicito nelle
cose, per un dovere di equità, e, vorrei dire, per un senso di nobiltà verso
il Sacerdote confessore, egli deve a sua volta rispettare il silenzio su ciò
che il confessore, confidando nella sua discrezione, gli manifesta all'interno
della confessione sacramentale.
La giusta severità della sanzione
A questo riguardo, è mio dovere richiamare e confermare
quanto, mediante Decreto della Congregazione per la Dottrina della Fede,40
è stato disposto per reprimere ed impedire l'oltraggio alla sacralità della
confessione, perpetrato mediante i mezzi di comunicazione sociale.
Debbo inoltre deplorare alcuni disdicevoli e dannosi
episodi di indiscrezione che, in questa materia, si sono verificati di recente
con sconcerto e pena dei fedeli: « Ne transeant in exemplum! ».
Considerino qui i Sacerdoti che le loro leggerezze ed
imprudenze in questo campo, anche se non toccano gli estremi previsti dalla
legge penale, producono scandalo, scoraggiano i fedeli dall'accostarsi al
sacramento della Penitenza, oscurano una gloria due volte millenaria che ha
avuto anche i suoi martiri: ricordo per tutti san Giovanni Nepomuceno.
Considerino a loro volta i fedeli che si accostano al
sacramento della Penitenza, che, chiamando in causa il Sacerdote confessore,
attaccano un uomo senza difesa: la divina istituzione e la legge della Chiesa
lo obbligano infatti al totale silenzio « usque ad sanguinis effusionem ».
Confido che per nessuno dei presenti valga, grazie a Dio,
il rimprovero, ma per tutti vale il monito, e tutti dobbiamo con assidua
preghiera implorare l'eroismo di una fedeltà incontaminata al sacro silenzio.
Per non rimanere solo con questa impressione negativa,
vorrei aggiungere le cose positive che si vedono, soprattutto la grande
affluenza dei penitenti che si confessano a Roma e altrove, specialmente nei
Santuari. C'è una rinascita del Sacramento, soprattutto tra i giovani, come
si è notato nelle Giornate Mondiali della Gioventù, specialmente a Denver.
Se non mancano i penitenti, non mancano nemmeno i
confessori. Se una volta si poteva temere che il Sacramento della
Riconciliazione stesse per essere dimenticato, oggi si assiste ad una sua
rinascita.
Questo vuol dire che lo Spirito Santo è sempre presente ed
opera attraverso di noi, opera sopra di noi, trova le sue strade e noi
dobbiamo ricevere i frutti del suo lavoro.
Per questo mi rallegro. Vorrei che il nostro incontro di
oggi fosse anche un incontro di gioia, fosse un incontro prepasquale, con i
voti pasquali che sono sempre di grande gioia per la Risurrezione.
La gioia della risurrezione
La Risurrezione è sempre presente nel Sacramento della
Penitenza e tanti risorgono, anche i grandi peccatori. È merito di molti
movimenti che hanno suscitato la consapevolezza dell'importanza del Sacramento
della Penitenza e del perdono anche nei criminali o nei brigatisti. Io ho
parlato con queste persone.
Dobbiamo sempre ritornare alla sacra memoria dei grandi
confessori della Chiesa come erano san Giovanni Nepomuceno, il Curato d'Ars
Jean-Marie Vianney, e come è stato Padre Pio nei nostri tempi. Anche a Roma
si conoscono molti grandi confessori del passato e del presente fra i diversi
Padri delle Congregazioni religiose. Ci sono veri martiri del confessionale in
diverse chiese romane come nella Basilica di San Pietro.
Affido alla misericordia di Gesù, Sommo ed Eterno
Sacerdote e alle preghiere di Maria SS.ma, Madre della Chiesa e Rifugio dei
peccatori, queste esortazioni e questi voti, mentre, quale pegno di costante
affetto, a tutti imparto la mia Benedizione.
La penitenza sacramentale
espiazione e rinnovamento
dello spirito
Riesce sempre caro al mio cuore l'incontro con i fedeli di
ogni condizione sociale e canonica, in questa preziosa e pur familiare dimora
del Vaticano, accanto al « trofeo » del Pescatore di Galilea, qui ove oggi
egli è glorificato, ma un giorno subì il martirio, unito, anche nella forma
di esso, al sacrificio salvifico del Redentore. L'universale paternità di
Pietro e dei suoi successori è infatti per eccellenza radicata nella croce e,
in virtù della croce, è feconda di vita eterna.
Ma questa mia gioia ha una particolare intensità, quando i
figli che vengono « videre Petrum » sono i sacerdoti e i candidati al
sacerdozio: essi infatti, per la missione di cui sono o saranno presto
investiti, sono partecipi delle ansie, delle gioie, dei dolori, della
dedizione della Chiesa Madre, la quale, applicando l'efficacia redentrice
della croce, opera nei fedeli, anzi, in tutto il genere umano, il dono divino
della conversione e della santità.
Rendo perciò grazie al Signore per l'odierno incontro con
voi, componenti della Penitenzieria Apostolica, Penitenzieri delle Basiliche
Patriarcali di Roma, e cari giovani, novelli sacerdoti o alunni prossimi alla
sacra Ordinazione, che avete fruttuosamente preso parte presso la stessa
Penitenzieria al consueto corso di studio sul foro interno.
18 marzo 1995; cf AAS 87 (1995), pp. 1033-1038.
Desidero cogliere questa opportunità per continuare una
meditazione, scandita nelle analoghe allocuzioni degli anni scorsi, svolgendo
in ulteriori aspetti l'inesausto tema del sacramento della Riconciliazione.
L'offesa alla Maestà e la reintegrazione della giustizia
Il sacerdote, come ministro del sacramento della Penitenza,
deve modellarsi, in questo sublime e vitale compito, su Gesù, maestro di
verità, medico delle anime, delicato amico, che non tanto rimprovera, quanto
corregge e incoraggia, giustissimo e nobilissimo giudice, che penetra nel vivo
della coscienza e ne custodisce il segreto. A Gesù assimilato, il sacerdote
confessore deve poter concludere il suo colloquio con il penitente con un
fondato auspicio riecheggiante l'infinita misericordia del Signore: «
Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più ».41
In vista appunto di questa stabile emenda del penitente, il
confessore, da una parte deve offrirgli motivi di ragionevole e soprannaturale
fiducia, che rendano atta la sua anima a recepire fruttuosamente l'assoluzione
e garantiscano la continuazione dei buoni propositi in una vita serenamente
cristiana, dall'altra deve assegnargli una congrua soddisfazione, o penitenza,
che in primo luogo ripari, nella misura possibile alla limitatezza umana,
l'offesa recata dal peccato alla maestà di Dio, Creatore, Signore e
Legislatore; quindi, come farmaco spirituale, rafforzi, unitamente alla
accennata fiducia, i buoni propositi di virtù e, anzi, faccia esercitare le
virtù, cooperando con la grazia santificante, restituita o aumentata nel
sacramento della Penitenza, che offre anche valida difesa contro le tentazioni
più dure.
Per quanto concerne la fiducia da infondere nel penitente
in rapporto al suo futuro, si consideri che nel processo della
giustificazione, esposto dal Concilio di Trento con mirabile chiarezza, devono
concorrere sia il timore che la speranza: « Peccatores se esse intelligentes,
a divinae iustitiae timore, quo utiliter concutiuntur, ad considerandam Dei
misericordiam se convertendo, in spe eriguntur, fidentes, Deum sibi propter
Christum propitium fore ».42
Per eccesso di fiducia, se così si può dire, v'è chi non
ricava positiva e stabile emenda, pur confessandosi con verità ed esattezza,
perché il non superato orgoglio lo porta a confidare troppo in se stesso, o,
ben peggio a confidare in se stesso anziché nella grazia di Dio. Fenomeno
inverso, ma ugualmente grave, è quello di chi fa sì il debito spazio alla
grazia di Dio, ma presume alla leggera di ottenerla senza la corrispondenza e
la collaborazione, che Dio richiede da parte dell'uomo.
Al contrario, per difetto di fiducia v'è chi o addirittura
non si accosta al sacramento della Penitenza, o accostandosi non si pone nelle
disposizioni necessarie affinché il rito possa concludersi efficacemente con
l'assoluzione, perché, edotto dal suo passato circa la propria debolezza, si
ritiene certo di future cadute e, identificando erroneamente il giudizio
intellettuale, diciamo pure la previsione di altre cadute, con la volontà di
cadere e con l'attuale difetto di sincero proposito di non cadere, si perde
d'animo e così dichiara al confessore di non essere debitamente disposto.
Sarebbe veramente triste se in tale errore, indice anche di poca conoscenza
dell'animo umano, cadesse persino qualche confessore.
A queste disposizioni estreme il confessore deve opporre
appropriato antidoto: a coloro che presumono inculchi l'umiltà, che è
verità, secondo il monito della divina parola: « Chi crede di stare in
piedi, guardi di non cadere » 43 e: « Attendete alla vostra
salvezza con timore e tremore ».44 A coloro che sono paralizzati
da quella sfiducia, che non è il debito salutare timore, ma una raggelante
paura, spieghi che la consapevolezza della propria infermità non vuol dire
quiescenza alla medesima, ma anzi può e deve essere spinta a reagire,
perché, anche questa è parola di Dio: « Ti basta la mia grazia; la mia
potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza ».45 In
merito non sarà fuori luogo ricordare che la fede insegna la possibilità di
evitare il peccato con l'aiuto della grazia.46
Proporzionalità e contrarietà della pena
Quanto alla salutare penitenza da assegnare, criterio
necessario è quello di una equa misura e, soprattutto, di una saggia
opposizione ai peccati rimessi e quindi di corrispondenza agli specifici
bisogni del penitente.
Ascoltiamo anche qui il richiamo della Sacra Scrittura: «
Non esser troppo sicuro del perdono tanto da aggiungere peccato a peccato »,47
e, per quanto attiene alla stessa struttura del sacramento, di cui la
penitenza è parte integrante, sentiamo il Concilio Tridentino: « Si quis
negaverit, ad integram et perfectam peccatorum remissionem requiri tres actus
in paenitente quasi materiam sacramenti paenitentiae, videlicet contritionem,
confessionem et satisfactionem, quae tres paenitentiae partes dicuntur; aut
dixerit duas tantum esse paenitentiae partes, terrores scilicet incussos
conscientiae agnito peccato, et fidem conceptam ex Evangelio vel absolutionem,
qua credit quis sibi per Christum remissa peccata: anathema sit ».48
Mediante la preghiera...
Sulla scorta di questi insegnamenti e considerando da una
parte l'economia della grazia, che accompagna, sostiene ed eleva l'operare
dell'uomo, e dall'altra le leggi della psicologia umana, risulta evidente che
la soddisfazione sacramentale deve essere innanzitutto preghiera: essa infatti
loda Dio e detesta il peccato come offesa a Lui irrogata, confessa la malizia
e la debolezza del peccatore, chiede umilmente e fiduciosamente l'aiuto, nella
consapevolezza dell'incapacità dell'uomo a qualunque gesto salutare se non lo
dispone a ciò l'aiuto soprannaturale del Signore,49 che appunto
con la preghiera si implora; ma se si implora vuol dire che si ha la speranza
teologica di ottenerlo, e con ciò quasi si sperimenta la bontà di Dio e ci
si educa al colloquio con Lui. Sarà cura del confessore aiutare il penitente
a comprendere tutto ciò, quando questi sia di modeste risorse spirituali. È
quindi evidente che, accanto a una proporzione in certo senso quantitativa tra
il peccato commesso e la soddisfazione da compiere, occorre tener presente il
grado di pietà, la cultura spirituale, la stessa capacità di comprensione e
di attenzione e, eventualmente, la tendenza allo scrupolo del penitente.
Pertanto, mentre bisogna profittare della penitenza sacramentale per
invogliare i penitenti alla preghiera, ci si dovrà attenere ordinariamente
anche al principio che è meglio una penitenza modica, ma eseguita con
fervore, piuttosto che una ingente, ma non eseguita, o eseguita con animo
infastidito.
...e le buone opere
Quando la penitenza deve consistere non solo in preghiere,
ma anche in opere, si debbono scegliere quelle in forza delle quali il
penitente si eserciti con successo nella virtù e in ordine a questa
acquisisca, accanto all'abito soprannaturale, infuso con la grazia, anche una
connaturale propensione e in tal modo egli sia facilitato nell'operare il bene
e nel fuggire il male. In materia deve ordinariamente applicarsi un certo «
contrappasso », quasi una medicina degli opposti, cosa questa tanto più
necessaria, o almeno utile, quanto più il peccato è stato lesivo di beni
fondamentali: per esempio, al crimine dell'aborto, oggi tragicamente tanto
diffuso, potrebbe essere appropriata risposta penitenziale l'impegno nella
difesa della vita e nell'aiuto ad essa, secondo tutte le forme che la carità
sa escogitare in rapporto ai bisogni sia dei singoli che della società:
idonea risposta in relazione ai peccati contro la giustizia, che oggi tanto
avvelenano i rapporti tra le persone e inquinano la società, potrebbe essere,
presupposta la doverosa restituzione del maltolto, la larghezza della carità
in modo da superare la misura del danno inflitto al prossimo, sull'esempio di
Zaccheo, che disse a Gesù: « Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai
poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto » 50
e non sarà difficile, quando si è guidati dai criteri della fede, trovare
analoghe risposte per gli altri peccati.
« Con il sudore del tuo volto mangerai il pane »
A questo punto sarà utile una riflessione su eventuali
penitenze che siano fisicamente afflittive. Fermo restando che la penitenza
anche corporale è doverosa in termini generali, anzi santa, ricordo che nel Catechismo
della Chiesa Cattolica questo tipo di penitenze, in rapporto al sacramento
della Riconciliazione, è riassunto nel termine « digiuno ».51
Invero, salvo casi di malattia o di debolezza, una ragionevole limitazione del
cibo è normalmente possibile, e tanto più lodevole, quando il corrispettivo
di ciò che si sottrae alla propria soddisfazione viene erogato in carità; ma
è necessaria da parte del confessore ogni cautela prima di assegnare o anche
semplicemente permettere pratiche penitenziali tormentose. In questo campo
offre occasione di generosa penitenza il lavoro, specialmente quello
materiale, dotato come è anche di una virtù educatrice del corpo, o che il
lavoro stesso si debba svolgere per dovere professionale, o che si assuma
liberamente: infatti il Creatore ha prescritto per il primo uomo, e per tutti
gli uomini, il lavoro come penitenza: « Con il sudore del tuo volto mangerai
il pane »; 52 il lavoro, infatti, non è condanna in sé e per sé
— anzi la natura umana lo esige come necessario mezzo di sviluppo e di
elevazione — ma, divenuto gravoso a causa del peccato, assurge in chi lo
compie soprannaturalmente al valore di espiazione.
Questi pensieri, che immediatamente rivolgo a voi,
partecipanti all'udienza, ma che propongo a tutti i sacerdoti del mondo,
mentre nella Chiesa è già incominciata la riflessione sui temi dell'Anno
Santo, enunziati nella Lettera Apostolica Tertio millennio adveniente,
vogliono sottolineare mezzi e fini, impegni e speranze, perenni nella Chiesa,
ma particolarmente significativi per il prossimo Giubileo.
Insieme preghiamo ora Gesù, Sacerdote Eterno, affinché ci
conceda lucidità di giudizio e carità pastorale per una dedizione sempre
più generosa nel servizio penitenziale a vantaggio di tutti i fratelli. Di
questa implorata grazia sia pegno per tutti voi l'Apostolica Benedizione, che
ben di cuore vi impartisco.
La verità della confessione:
conquista di libertà e
ascesa dello spirito
Al Signor Cardinale William W. Baum
Penitenziere
Maggiore
Volgendo a conclusione il Corso sul foro interno, che
codesta Penitenzieria Apostolica suole da alcuni anni promuovere per novelli
sacerdoti o prossimi candidati al sacerdozio, desiderosi di prepararsi a
meglio esercitare il mandato salvifico del Signore che perdona, mi è caro far
giungere a tutti i partecipanti, per il suo gentile tramite, Signor Cardinale,
uno speciale messaggio che testimoni loro il mio compiacimento, e ne orienti
al tempo stesso l'impegno a servizio dei fratelli.
In precedenti occasioni ebbi modo di sviluppare la tematica
del sacramento della Penitenza sotto diverse angolazioni, illustrando le
funzioni del Confessore sotto il profilo dottrinale, ascetico e psicologico in
ordine all'adempimento per quanto possibile perfetto di questo suo altissimo
compito.
« Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà
esaltato »
Vorrei ora passare alla esplicita considerazione, certo non
esaustiva, di alcuni aspetti concernenti colui che è il beneficiario del
sacro rito della Penitenza: egli, nella confessione sacramentale, può e
deve rinnovare, consolidare, dirigere alla santità 22 marzo 1996; cf AAS 88
(1996), pp. 749-753.
la sua vita cristiana, la vita cioè della carità
soprannaturale, che si attinge e si esercita nella Chiesa verso Dio, nostro
Padre, e verso gli uomini, nostri fratelli.
Nel sacramento della Penitenza, sacramento della
confessione e della riconciliazione, si rinnova come storia personale di ogni
anima la vicenda evangelica del pubblicano, che se ne andò dal Tempio
giustificato: « Il pubblicano, invece, fermatosi a distanza, non osava
nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: o Dio, abbi
pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a
differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia
sarà esaltato ».53
Riconoscere la propria miseria al cospetto di Dio non è
avvilirsi, ma vivere la verità della propria condizione e così conseguire la
vera grandezza della giustizia e della grazia dopo la caduta nel peccato,
effetto della malizia e della debolezza; è assurgere alla più alta pace
dello spirito, entrando in rapporto vitale con Dio misericordioso e fedele. La
verità così vissuta è la sola che nell'umana condizione ci rende veramente
liberi: lo attesta la Parola di Dio,54 che, in riferimento alla
nostra condizione morale, esplicita la luce portata all'uomo dal Verbo Eterno
nel « kairós » della pienezza dei tempi.
L'umile accusa: detestazione e sconfitta del peccato
La verità, che viene dal Verbo e deve portarci a Lui,
spiega perché la confessione sacramentale debba derivare ed essere
accompagnata non da un mero impulso psicologico, quasi che il sacramento sia
un surrogato di terapie appunto psicologiche, ma dal dolore fondato su
motivi soprannaturali, perché il peccato viola la carità verso Dio Sommo
Bene, ha causato le sofferenze del Redentore e procura a noi la perdita dei
beni eterni.
In questa prospettiva appare chiaro come la confessione
debba essere umile, integra, accompagnata dal proposito solido e
generoso dell'emenda per l'avvenire e finalmente dalla fiducia di
conseguire questa medesima emenda.
Quanto all'umiltà, è evidente che senza di essa l'accusa
dei peccati sarebbe un inutile elenco o, peggio, una proterva rivendicazione
del diritto di commetterli: il « Non serviam », per cui caddero gli
angeli ribelli e il primo uomo perdette sé e la sua discendenza. L'umiltà
invero si identifica con la detestazione del male: « Riconosco la mia
colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho
peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l'ho fatto; perciò sei giusto
quando parli; retto nel tuo giudizio ».55
Accusa completa dei peccati mortali
La confessione deve poi essere integra, nel senso che deve
enunciare « omnia peccata mortalia», come espressamente, nella
sessione XIV, al capitolo V, afferma il Concilio di Trento, che spiega questa
necessità non nei limiti di una semplice prescrizione disciplinare della
Chiesa, ma come esigenza di diritto divino, perché nella stessa istituzione
del sacramento così il Signore ha stabilito: « Ex institutione sacramenti
paenitentiae ... universa Ecclesia semper intellexit, institutam etiam esse a
Domino integram peccatorum confessionem, et omnibus post baptismum lapsis iure
divino necessariam exsistere, quia Dominus noster Iesus Christus, e terris
ascensurus ad caelos, sacerdotes sui ipsius vicarios reliquit, tamquam
praesides et iudices, ad quos omnia mortalia crimina deferantur, in quae
Christi fideles ceciderint... ».56
I canoni 7 ed 8 della medesima sessione enunziano in
precisa forma giuridica tutto ciò:
Can. 7 – Si quis dixerit in sacramento paenitentiae ad
remissionem peccatorum necessarium non esse iure divino confiteri omnia et
singula peccata mortalia, quorum memoria cum debita et diligenti
praemeditatione habeatur, etiam occulta, et quae sunt contra duo ultima
decalogi praecepta, et circumstantias, quae peccati speciem mutant; sed eam
confessionem tantum esse utilem ad erudiendum et consolandum paenitentem, et
olim observatam fuisse tantum ad satisfactionem canonicam imponendam; aut
dixerit eos, qui omnia peccata confiteri student, nihil relinquere velle
divinae misericordiae ignoscendum; aut demum non licere confiteri peccata
venialia: an.s.57
Can. 8 – Si quis dixerit, confessionem omnium peccatorum,
qualem Ecclesia servat, esse impossibilem, et traditionem humanam a piis
abolendam; aut ad eam non teneri omnes et singulos utriusque sexus Christi
fideles iuxta magni Concilii
Lateranensis constitutiones, semel in anno et ob id
suadendum esse Christi fidelibus ut non confiteantur tempore Quadragesimae:
an.s.58
Consapevolezza e fiducia: anima e vigore del proposito
In parte per la errata riduzione della valenza morale alla
sola così detta « opzione fondamentale », in parte per la riduzione
parimenti errata dei contenuti della legge morale al solo precetto della
carità, spesso inteso vagamente con esclusione degli altri peccati, in parte
ancora — ed è forse questa la più diffusa motivazione di tale
comportamento — per una interpretazione arbitraria e riduttiva della «
libertà dei figli di Dio », voluta come preteso rapporto di privata
confidenza prescindendo dalla mediazione della Chiesa, purtroppo oggi non
pochi fedeli, accostandosi al sacramento della penitenza, non fanno
l'accusa completa del peccati mortali nel senso ora ricordato del Concilio
Tridentino e, talvolta, reagiscono al sacerdote confessore, che doverosamente
interroga in ordine alla necessaria completezza, quasi che egli si permettesse
una indebita intrusione nel sacrario della coscienza. Mi auguro e prego
affinché questi fedeli poco illuminati restino convinti, anche in forza di
questo presente insegnamento, che la norma per cui si esige la completezza
specifica e numerica, per quanto la memoria onestamente interrogata consente
di conoscere, non è un peso imposto ad essi arbitrariamente, ma un mezzo di
liberazione e di serenità.
È inoltre evidente di per sé che l'accusa dei peccati
deve includere il proponimento serio di non commetterne più nel futuro.
Se questa disposizione dell'anima mancasse in realtà non vi sarebbe
pentimento: questo, infatti, verte sul male morale come tale, e dunque non
prendere posizione contraria rispetto ad un male morale possibile sarebbe non
detestare il male, non avere pentimento. Ma come questo deve derivare innanzi
tutto dal dolore di avere offeso Dio, così il proposito di non peccare
deve fondarsi sulla grazia divina, che il Signore non lascia mai mancare a
chi fa ciò che gli è possibile per agire onestamente.
Se volessimo appoggiare sulla sola nostra forza, o
principalmente sulla nostra forza, la decisione di non più peccare, con una
pretesa autosufficienza, quasi stoicismo cristiano o rinverdito pelagianismo,
faremmo torto a quella verità sull'uomo dalla quale abbiamo esordito, come se
dichiarassimo al Signore, più o meno consciamente, di non aver bisogno di
Lui. Conviene peraltro ricordare che altro è l'esistenza del sincero
proponimento, altro il giudizio dell'intelligenza circa il futuro: è
infatti possibile che, pur nella lealtà del proposito di non più peccare,
l'esperienza del passato e la coscienza dell'attuale debolezza destino il
timore di nuove cadute; ma ciò non pregiudica l'autenticità del proposito,
quando a quel timore sia unita la volontà, suffragata dalla preghiera, di
fare ciò che è possibile per evitare la colpa.
La carità salvifica
E qui ritorna la considerazione della fiducia, che
deve accompagnare la detestazione del peccato, l'umile accusa di esso, la
ferma volontà di non peccare più. Fiducia è esercizio, possibile e
doveroso, della Speranza soprannaturale, per cui attendiamo dalla divina
Bontà, per le Sue promesse e per i meriti di Gesù Cristo Salvatore, la vita
eterna e le grazie necessarie per conseguirla. È atto anche di quella stima
che dobbiamo a noi stessi, in quanto creature di Dio, che ci ha resi già per
natura nobili al di sopra di tutto il creato materiale, ci ha elevato alla
Grazia, ci ha misericordiosamente redento; è stimolo a impegnarci con tutte
le nostre forze, laddove la sfiducia è scetticismo e gelo paralizzante.
È, in proposito, di decisivo valore l'insegnamento che ci
offre il Vangelo circa la tragedia conclusiva del tradimento di Giuda e la
riparazione salvatrice di Pietro. Giuda si pentì. Il Vangelo è in proposito
esplicito: « Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato
condannato, si pentì e riportò le trenta monete d'argento ai sommi sacerdoti
e agli anziani, dicendo "Ho peccato, perché ho tradito sangue
innocente" » (Mt 27,3-4). Egli però non legò questo
pentimento alla parola che Gesù gli aveva detto, proprio mentre Giuda
consumava il tradimento: « Amico » (Mt 26,48); non ebbe
fiducia e si tolse la vita. Pietro era caduto, quasi con altrettanta gravità,
per ben tre volte, ma confidò e, avendo fatto dopo la Pasqua la trina
riparazione mediante l'amore, fu confermato da Cristo nel suo ministero. San
Giovanni mirabilmente ci dà la ragione, la forza, la dolcezza delle nostre
speranze: « Noi abbiamo riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha per
noi. Dio è amore. Chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui »
(1 Gv 4,16).
Sacerdote: confessore e penitente
Rivolgendomi ai partecipanti al Corso, ho presente al mio
spirito tutti i sacerdoti del mondo. Al ministero di tutti noi sacerdoti sono
dedicate le riflessioni ora svolte, affinché non solo generosamente ci
prestiamo per ascoltare le confessioni sacramentali dei fedeli, ma
costantemente, nella omelia liturgica, nella catechesi, nella direzione
spirituale, in ogni possibile forma del nostro servizio alla verità, li
formiamo a profittare di questo grande dono della misericordia di Dio, che è
il sacramento della Penitenza, con le migliori disposizioni. Questa stessa
grazia chiediamo al Signore per noi, che, fratelli tra fratelli, dobbiamo, per
santificarci, emendarci dal peccato, ricorrendo a quel medesimo Sacramento
come penitenti.
Nell'affidare alla materna intercessione della Vergine
Santissima il futuro ministero dei giovani che con tanto impegno hanno preso
parte al Corso, su tutti invoco i favori della benevolenza divina, in pegno
dei quali invio con affetto una speciale Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 22 marzo 1996.
IOANNES PAULUS PP. II
La formazione
della coscienza dei fedeli
Ancora una volta il Signore ci concede la grazia e la
letizia di un incontro che è a un tempo solenne e familiare. Saluto con
affetto il Signor Cardinale William Wakefield Baum, che ringrazio per il
caloroso indirizzo rivoltomi. Con lui saluto i Prelati e gli Officiali della
Penitenzieria Apostolica, organo ordinario del ministero di carità affidato,
con la potestà delle Chiavi, al Successore di Pietro, per dispensare con
larghezza i doni della divina misericordia.
Accolgo di gran cuore i Reverendi Padri Penitenzieri delle
Basiliche Patriarcali dell'Urbe: ad essi dico il mio ringraziamento per la
generosità, la costanza e l'umiltà con cui si dedicano al servizio del
confessionale, mediante il quale fanno discendere nelle anime il perdono di
Dio e l'abbondanza delle sue grazie.
Rivolgo infine il mio benvenuto ai giovani sacerdoti e agli
aspiranti prossimi al sacerdozio, i quali, profittando di una provvida
disponibilità della Penitenzieria Apostolica, hanno voluto approfondire la
tematica morale e canonistica circa i comportamenti umani che maggiormente
necessitano di grazia risanante e debbono, perciò, essere oggetto speciale
della materna sollecitudine della Chiesa. Essi si preparano così in modo
adeguato al futuro ministero, al quale li incoraggio, esortandoli a nutrire
costante fiducia nell'aiuto del Signore.
17 marzo 1997; cf AAS 89 (1997), pp. 575-578.
Si può essere liberati dal male
solo se si ha coscienza
di esso
Questo nostro incontro avviene, non senza un preciso
significato, nell'imminenza della Pasqua. È circostanza, questa, che porta
naturalmente il nostro pensiero al sacrificio di Gesù, dal quale unicamente
deriva la nostra salvezza, e dal quale perciò attingono valore i sacramenti.
Merita anche di essere ricordato che il presente anno 1997 è, tra quelli di
immediata preparazione al Giubileo del nuovo millennio, caratterizzato come
anno del Figlio di Dio incarnato. Gesù, Figlio di Dio, è venuto al mondo «
per rendere testimonianza alla verità ».59 Egli è l'Agnello di
Dio, « che toglie il peccato del mondo ».60
Queste affermazioni del Vangelo di Giovanni ci fanno da
guida per continuare la riflessione sulla verità liberatrice, che è stata
oggetto del messaggio da me inviato lo scorso anno al Cardinale Penitenziere
Maggiore, al concludersi del corso sul foro interno. Orbene, la verità
liberatrice è, sotto diversi aspetti, in forza della grazia, premessa e
frutto del sacramento della Riconciliazione.
Ci si può, infatti, liberare dal male solo se si ha
coscienza di esso in quanto male. Purtroppo su alcuni temi fondamentali
dell'ordine morale le odierne condizioni socio-culturali non sono favorevoli a
una nitida presa di coscienza, poiché sono stati abbattuti limiti e difese,
che, un tempo non molto lontano, erano usuali. Di conseguenza molti subiscono
un ottundimento del personale senso del peccato. Addirittura si giunge a
teorizzare la irrilevanza morale e perfino il positivo valore di
comportamenti, che oggettivamente offendono l'ordine essenziale delle cose
stabilito da Dio.
Il « Vademecum per i confessori »
Questa tendenza si fa strada in tutto il vasto campo del
libero agire dell'uomo. Non è possibile in questa sede una analisi
approfondita del fenomeno e delle sue cause. Voglio però profittare di questa
occasione per ricordare che, in ordine specialmente alla fruttuosa recezione
del sacramento della Penitenza, il Pontificio Consiglio per la Famiglia ha,
pochi giorni or sono, pubblicato un « Vademecum per i confessori ». Il
documento intende recare un contributo di chiarezza « su alcuni temi di
morale attinenti alla vita coniugale ».
Esso traduce nel linguaggio proprio di un sussidio
operativo la dottrina immutabile della Chiesa sull'ordine morale oggettivo,
come è stata costantemente insegnata nei precedenti documenti in materia. Per
la finalità pastorale che lo distingue, il « Vademecum » sottolinea
l'atteggiamento di caritatevole comprensione che va usato verso coloro i quali
errano per la mancata o insufficiente percezione della norma morale o, se
consapevoli di essa, per umana fragilità cadono e, tuttavia, toccati dalla
misericordia del Signore, vogliono risollevarsi.
Il testo merita di essere accolto con fiducia ed interiore
disponibilità. Esso aiuta i confessori nel loro impegnativo mandato di
illuminare, correggere se necessario, incoraggiare i fedeli coniugati, o che
si preparano al matrimonio. Nel Sacramento della Penitenza si svolge così un
compito che, lungi dal ridursi alla riprovazione dei comportamenti opposti
alla volontà del Signore, Autore della vita, si apre ad un positivo magistero
e ministero di promozione dell'amore autentico, da cui sboccia la vita.
Occorre una continua guida
per la formazione della
coscienza
La situazione di disorientamento morale, che investe tanta
parte della società, tocca, anche non pochi credenti, ma a tutti viene
incontro, attraverso il ministero della Chiesa, la potenza salvifica del
Figlio di Dio fatto uomo. La difficoltà della situazione non deve perciò
scoraggiare, ma piuttosto stimolare tutte le inventive della nostra carità
pastorale.
Invero, il ministero della confessione non deve esser
concepito come un momento avulso dall'insieme della vita cristiana, bensì
come un momento privilegiato nel quale confluiscono la catechesi, la preghiera
della Chiesa, il senso della penitenza e l'accettazione fiduciosa del
Magistero e della potestà delle Chiavi.
Pertanto la formazione della coscienza dei fedeli,
affinché si presentino con la pienezza delle disposizioni dovute per ricevere
il perdono di Dio mediante l'assoluzione del sacerdote, non può esaurirsi
negli avvertimenti, nelle spiegazioni e negli ammonimenti che il sacerdote
suole e deve dare al penitente nell'atto della confessione. Al di là di
questo momento strettamente sacramentale, occorre una continua guida, che
s'esprime attraverso le classiche e insostituibile di forme dell'attività
pastorale e della pedagogia cristiana: il catechismo, adeguato alle varie età
e ai vari livelli culturali, la predicazione, gli incontri di preghiera, le
lezioni di cultura religiosa nelle associazioni cattoliche e nelle scuole,
l'incisiva presenza nei mezzi della comunicazione sociale.
Educare all'accettazione del magistero della Chiesa
Attraverso questa continua formazione religiosa e morale,
sarà più facile per i fedeli cogliere le motivazioni profonde del magistero
morale, rendendosi conto che là dove la Chiesa, nel suo insegnamento, difende
la vita, condannando l'omicidio, il suicidio, l'eutanasia e l'aborto, là dove
essa tutela la santità del rapporto coniugale e della procreazione,
riconducendoli al disegno di Dio sul matrimonio, non impone una sua legge, ma
riafferma e chiarisce la legge divina, sia naturale che rivelata. Proprio di
qui deriva la sua fermezza nel denunciare le deviazioni dall'ordine morale.
Affinché recepiscano questo obiettivo criterio, i fedeli
debbono essere educati all'accettazione del magistero della Chiesa, anche
quando esso non è proferito nelle forme solenni: a questo proposito è bene
ricordare quanto il Concilio Vaticano Primo ha dichiarato e il Vaticano
Secondo ha ribadito, e cioè che anche il magistero ordinario ed universale
della Chiesa, quando propone una dottrina come divinamente rivelata, è regola
di fede divina e cattolica.61
Alla luce di questi criteri appare quanto sia pretestuoso
contrapporre i diritti della coscienza al vigore obiettivo della legge
interpretata dalla Chiesa; infatti, se è vero che l'atto compiuto con
coscienza invincibilmente erronea non è colpevole, è vero anche che esso
resta oggettivamente un disordine. Pertanto ciascuno ha il dovere di formare
rettamente la propria coscienza.
Vivere secondo la verità nella carità
Il nostro compito pastorale esige l'annunzio della verità
senza compromessi e senza sconti. San Paolo tuttavia ci avverte che dobbiamo
vivere « secondo la verità nella carità ».62 Dio è carità
infinita e non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva.63
Noi sacerdoti, suoi ministri, alla forza devastante del peccato dobbiamo
opporre l'annuncio consolante quanto esigente del perdono. Per questo Gesù è
morto ed è risorto. Meditando, in quest'anno consacrato a Cristo Redentore,
le insondabili ricchezze della Redenzione, otterremo il dono di fare
innanzitutto noi stessi esperienza viva della misericordia divina che salva, e
potremo così essere sempre di più, sull'esempio di Cristo, maestri che
illuminano e padri che accolgono in nome e per autorità di Dio. Siamo
chiamati infatti a dire con san Paolo: « Noi fungiamo da ambasciatori per
Cristo... vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio
».64
In auspicio di copiose grazie per il fruttuoso esercizio di
questo ministero di riconciliazione imparto a voi, sacerdoti e candidati al
sacerdozio qui presenti, che rappresentate al mio cuore di Pastore universale
i sacerdoti e i candidati al sacerdozio del mondo intero, una speciale
Benedizione Apostolica.
La gloria di Dio
nella sua misericordia
Al venerato Fratello nostro William W. Baum
Penitenziere
Maggiore
Penitenza: strumento di misericordia
Rendo grazie al Signore perché, anche in questo anno 1998,
consacrato alla meditazione e all'invocazione dello Spirito Santo in
preparazione del Grande Giubileo, mi concede di rivolgermi con questo
Messaggio a Lei, Signor Cardinale, ai Prelati ed Officiali della Penitenzieria
Apostolica, ai Religiosi Frati Minori, Minori Conventuali, Domenicani e
Benedettini, che svolgono il compito di Penitenzieri rispettivamente
nell'Arcibasilica Lateranense, in quella Vaticana, in Santa Maria Maggiore e
in San Paolo fuori le Mura, come pure a quelli di vari Ordini, Penitenzieri
straordinari nelle medesime basiliche, oltre che ai giovani sacerdoti e
candidati all'ormai prossima Ordinazione sacerdotale, i quali hanno profittato
del corso sul foro interno, organizzato e svolto dalla Penitenzieria con
crescente successo di adesioni.
20 marzo 1998; cf AAS 90 (1998), pp. 608-613.
Il mio vivo ringraziamento si eleva al Signore, Padre delle
misericordie, con le parole della Liturgia: « Gratias agimus tibi propter
magnam gloriam tuam ». Lodiamo e ringraziamo il Signore perché Egli tutto
opera per la sua gloria, alla quale la sua santità non può rinunciare: « Gloriam
meam alteri non dabo »,65 e con ciò stesso tutto dispone per
la nostra salvezza: « Propter nos homines et propter nostram salutem
».
La volontà salvifica di Dio, che è splendore della sua
gloria, si attua in modo privilegiato nel ministero del sacramento della
Riconciliazione, che è l'oggetto precipuo del quotidiano servizio reso dalla
Penitenzieria e dai Padri Penitenzieri, ed è in prospettiva prossima il
servizio per il quale, sotto il profilo del foro interno, hanno approfondito
la loro preparazione nel ricordato corso annuale i nostri cari giovani leviti.
In virtù della rappresentanza che essi esprimono nella
varietà delle origini, delle mansioni e delle destinazioni, la mia
riflessione, che ancora una volta avrà come tema il sacramento della
misericordia, si rivolge non solo a loro, ma intenzionalmente a tutti i
sacerdoti della Chiesa, come ministri, e a tutti i fedeli, come beneficiari,
del perdono nella confessione sacramentale.
Finalità proprie del quarto Sacramento
A partire dal 1981, quando ricevetti per la prima volta
collegialmente la Penitenzieria e i Padri Penitenzieri (dal 1990, si sono
uniti i partecipanti al corso sul foro interno), ho progressivamente
considerato il sacramento della Penitenza sotto vari aspetti: in se stesso,
nelle sue leggi costitutive e disciplinari, negli effetti propriamente
sacramentali ed in quelli ascetici, negli impegni di espiazione e di
riparazione che ne conseguono per i fedeli. Ho esaminato poi il compito dei
sacerdoti come ministri del sacramento, richiamando la sublimità della loro
missione, le loro prerogative, i loro doveri di forte preparazione culturale,
di generosità nel prestarsi, soprattutto di carità accogliente, di saggezza
e mitezza, virtù tutte premiate dalla esultanza spirituale per la santità
del loro ufficio. Ho trattato, infine, dei fedeli come fruitori del
sacramento, sotto il profilo delle convinzioni e delle disposizioni, con le
quali devono accostarsi al sacramento stesso, sia come forma abituale del loro
mondo morale, sia come atteggiamento attuale nel riceverlo, affinché esso sia
valido e massimamente fruttuoso.
Questa voluta insistenza sul medesimo tema già di per sé
indica come il sacramento della Riconciliazione stia sommamente a cuore, in
ragione del loro ufficio di mediatori in Cristo tra Dio e gli uomini, al Sommo
Pontefice ed ai suoi fratelli nel sacerdozio, vescovi e presbiteri.
Oggi è opportuno considerare le finalità proprie, che la
Chiesa intende perseguire e che i fedeli debbono proporsi nel ricevere il
sacramento della Penitenza; con esse, o piuttosto come specificazioni
particolarmente gratificanti di tali finalità essenziali del sacramento, i
benefici di interiore armonia che derivano dalla grazia; da ultimo, certi
risultati intesi soggettivamente da chi riceve o amministra il sacramento (o a
loro suggeriti da autori, i quali non debbono far testo), che esulano dalla
dinamica soprannaturale di esso, inducendo anche talvolta nel rito, che deve
essere essenzialmente ed esclusivamente religioso, modalità che lo snaturano
e lo dissacrano.
Penitenza sacramentale: seconda tavola di salvezza
Con ragione il sacramento della Penitenza dai Padri e dai
Teologi ha ricevuto, assieme ad altre denominazioni, quella di secunda
tabula post naufragium, seconda in rapporto al Battesimo. Il naufragio,
dal quale il Battesimo e la Penitenza ci salvano, è quello del peccato. Il
Battesimo cancella la colpa d'origine e, se ricevuto in età adulta, cancella
anche i peccati personali e tutta la pena ad essi dovuta: esso è, infatti, la
nascita, l'assoluta novità di vita, nell'ordine soprannaturale. Il sacramento
della Penitenza è destinato a cancellare i peccati personali, commessi dopo
il Battesimo: innanzi tutto quelli mortali, quindi quelli veniali. I peccati
mortali, se il penitente ne ha commesso più di uno, non possono essere
rimessi che tutti simultaneamente. Infatti, la remissione del peccato grave
consiste nell'infusione della grazia santificante perduta, e la grazia è
incompatibile con i peccati gravi, tutti e singoli. Diversa è la
considerazione da fare per i peccati veniali, i quali non comportano la
perdita della grazia e perciò possono coesistere con lo stato di grazia, e
non essere quindi rimessi per difetto di sufficiente loro detestazione nel
penitente, anche se fossero rimessi, mediante l'assoluzione sacramentale,
peccati mortali, che, per ipotesi, egli avesse commesso. Ovviamente i fedeli
che si accostano al sacramento della Penitenza desiderano anche la remissione
della pena temporale, dovuta al peccato, sia pure che non necessariamente
abbiano in atto l'esplicita considerazione di tale pena. Si ricordi, a questo
proposito, la verità di fede del Purgatorio, nel quale si espiano le pene
residue dopo il passaggio all'altra vita. Ma il sacramento della Penitenza
contiene in se stesso, appunto perché infonde o aumenta la grazia
soprannaturale, la virtù di stimolare i fedeli al fervore della carità, alle
conseguenti opere buone, e alla pia accettazione dei dolori della vita, che
meritino la remissione anche delle pene temporali.
L'indulgenza completa gli effetti del Sacramento
Sotto questo profilo al sacramento della Penitenza è
strettamente connessa la verità di fede e la prassi delle indulgenze.
L'indulgenza è, infatti, la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per
i peccati, già rimessi quanto alla colpa. Il fedele, debitamente disposto e a
determinate condizioni, l'acquista per intervento della Chiesa, la quale, come
ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro
delle soddisfazioni di Cristo e dei santi.66 Grazie a Dio, là dove
la vita cristiana è intensamente vissuta, i fedeli amano le indulgenze e
piamente ne fanno uso. E poiché l'acquisizione dell'indulgenza plenaria
postula in primo luogo il totale distacco dell'anima dall'affetto al peccato,
mirabilmente esse e il sacramento della Penitenza si integrano in quello scopo
essenziale e primo che è la distruzione del peccato, che, come sopra ho
detto, si identifica in concreto con l'infusione o l'aumento della grazia
santificante.
A questo proposito, il mio pensiero, anzi il pensiero di
tutta la Chiesa, si eleva con gratitudine al Sommo Pontefice Paolo VI di
venerata memoria, che nella Costituzione Apostolica Indulgentiarum doctrina,
insigne monumento del Magistero, ha approfondito il tema delle indulgenze e,
con viva sensibilità pastorale, ne ha innovato la disciplina.
Così il ricordo e l'invocazione dello Spirito Santo, con i
quali ho aperto queste mie parole, sono stati intenzionali, in rapporto non
solo al Grande Giubileo, ma anche al tema qui svolto: è, infatti, mirabile
effetto dello Spirito Santo, che inabita in noi, la distruzione del peccato e
la santità: « ... ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete
stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del
nostro Dio; 67 « La speranza poi non delude, perché l'amore di
Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci
è stato dato ».68 La Chiesa, dunque, proclama e amministra il
perdono di Dio nel sacramento della Penitenza, affinché nei fedeli si attui
la volontà divina, che è la nostra santificazione: « Questa è la volontà
di Dio, la vostra santificazione ».69
Gloria di Dio, fonte della pace
La gloria di Dio, che per quanto riguarda gli uomini si
identifica con la loro eterna salvezza, fu annunciata dagli angeli nel Natale
del Signore come intimamente connessa con la pace: « Gloria a Dio nel più
alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama »,70 e
Gesù, nel supremo testamento dell'Ultima Cena, lasciò come definitiva
eredità la sua pace: « Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà
il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore
»; 71 « Questo vi ho detto perché la mia gioia sia con voi e la
vostra gioia sia piena ».72 Il sacramento della Penitenza, per il
fatto stesso che infonde o aumenta la grazia, offre il dono della pace. Il
rito liturgico dell'assoluzione sacramentale, con felice innovazione nella
formula oggi e fin dal 1973 in uso, mette esplicitamente in rilievo questo
divino dono della pace: « Dio, Padre di misericordia, che ha riconciliato a
sé il mondo nella morte e nella risurrezione del suo Figlio e ha effuso lo
Spirito Santo per la remissione dei peccati, ti conceda, mediante il ministero
della Chiesa, il perdono e la pace ».
A questo proposito, e cioè per ben intendere la natura di
questa pace, è necessario ricordare che l'armonia tra l'anima e il corpo, tra
la volontà dello spirito e le passioni, è stata intimamente turbata in
conseguenza della colpa originale e dei peccati personali, così che spesso in
noi v'è una lotta drammatica: « Infatti io non compio il bene che voglio, ma
il male che non voglio... acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma
nelle mie membra vedo un'altra legge, che muove guerra alla legge della mia
mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra ».73
Ma questo conflitto non esclude la pace profonda nell'animo della persona: «
Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! Io... con la
mente servo la legge di Dio ».74
È dunque legittimo che i fedeli, nel sacramento della
Penitenza, cerchino anche di instaurare quel processo interiore che porta, nei
limiti possibili alla nostra condizione di viatori, alla progressiva
assimilazione del proprio stato psicologico a quella superiore pace che
consiste nella conformità alla volontà di Dio. Infatti, la ragionevole
sicurezza — che non può essere certezza di fede, come insegna il Concilio
Tridentino — del nostro stato di grazia, se non elimina i dissidi interiori,
li rende tollerabili, ed anzi, quando si attinge la santità, desiderabili.
Non per nulla San Francesco d'Assisi diceva: « Tant'è il bene che m'aspetto
ch'ogni pena m'è diletto ». In questo stesso ordine di idee, tra gli effetti
del sacramento della Penitenza, che giustamente i fedeli possono attendere e
desiderare, vi è quello di una mitigazione degli impulsi passionali, di una
correzione di difetti logici od emotivi (come nel caso degli scrupolosi), di
affinamento di tutto il nostro libero agire, per effetto della carità
soprannaturale restaurata e crescente. In tanta parte, come ho ricordato in un
precedente mio discorso, questi effetti, propri ma secondari, del sacramento
della Penitenza, sono legati anche alla capacità e alla virtù del sacerdote
confessore.
Sacramento, realtà soprannaturale e non psicoterapia
È invece attesa ingiustificata quella di chi vorrebbe
trasformare il sacramento della Penitenza in psicoanalisi o psicoterapia. Il
confessionale non è e non può essere un'alternativa allo studio dello
psicanalista o dello psicoterapeuta. Né dal sacramento della Penitenza si
può attendere la guarigione da situazioni a carattere propriamente
patologico. Il confessore non è un guaritore e neanche un medico nel senso
tecnico della parola; anzi, se mai lo stato del penitente sembra esigere cure
mediche, il confessore non affronti lui l'argomento, ma rimandi il penitente a
competenti e onesti professionisti. Analogamente, sebbene l'illuminazione
delle coscienze esiga il chiarimento delle idee sul contenuto proprio dei
comandamenti di Dio, il sacramento della Penitenza non è e non deve essere il
luogo della spiegazione dei misteri della vita. Su questi temi si vedano le Normae
quaedam de agendi ratione confessariorum circa sextum Decalogi praeceptum,
emanate il 16 maggio 1943 dall'allora Suprema Congregazione del Sant'Uffizio,
ora Congregazione per la Dottrina della Fede, che, pur così lontane nel
tempo, permangono attualissime. Analogamente, non solo a motivo del sigillo
sacramentale, ma anche per la necessaria distinzione tra il foro sacramentale
e la responsabilità giuridica e pedagogica dei formatori al sacerdozio e alla
vita religiosa, lo stato di coscienza rivelato nella confessione non può e
non deve essere trasferito nella sede decisionale canonica del discernimento
vocazionale; ma, come è chiaro, al confessore dei candidati al sacerdozio
incombe il gravissimo obbligo di dissuadere, con ogni energia, dal proseguire
verso di esso coloro i quali nella confessione dimostrano di essere privi
delle necessarie virtù (il che vale in ispecie in rapporto al possesso della
castità, indispensabile per l'impegno celibatario) o del necessario
equilibrio psicologico, o, infine, della sufficiente maturità del giudizio.
Dono di grazia, di santità e di vita
Il periodo quaresimale che viviamo ci ricorda la caduta e
ci prepara alla risurrezione: il sacramento della Penitenza soccorre i caduti
e dona loro la risurrezione alla vita eterna, di cui l'anima in stato di
grazia possiede fin d'ora il pegno. Gesù è l'unico ed assoluto Salvatore di
tutti gli uomini e di tutto l'uomo. In questa prospettiva di integrale
salvezza va concepito il sacramento della Penitenza, dono di grazia, dono di
santità, dono di vita.
L'umile coscienza di aver mediato per i fedeli queste
misericordie del Signore è per noi sacerdoti, ormai avanti negli anni, motivo
di immensa gratitudine a Lui, che si è degnato di farci suoi viventi
strumenti. L'attesa dell'adempimento di questa stessa sublime missione sia per
voi, giovani speranze della Chiesa, stimolo ad adeguata preparazione culturale
e ascetica, e attrattiva a somma generosità per il vostro prossimo ministero.
Non a torto si dice che potrebbe bastare anche una sola Messa santamente
celebrata a realizzare compiutamente una vocazione sacerdotale. Similmente si
possa dire, cari giovani, che la vostra carità, offerta ai fedeli nel
sacramento della Riconciliazione, sia la pienezza e la gioia del vostro
domani.
In auspicio della grazia del Signore, che fecondi questi
desideri e questa fiducia, di cuore vi imparto l'Apostolica Benedizione.
Dal Vaticano, 20 Marzo 1998.
IOANNES PAULUS PP. II
Misericordia di Dio
e mediazione della Chiesa
Missione riconciliatrice del Sacerdote
Signor Cardinale Penitenziere, Prelati e Officiali della
Penitenzieria Apostolica, Padri Penitenzieri delle Basiliche Patriarcali
dell'Urbe, giovani Sacerdoti e candidati al Sacerdozio che avete frequentato
il corso sul foro interno organizzato anche quest'anno dalla Penitenzieria
Apostolica, vi accolgo con affetto in questa tradizionale Udienza, che mi è
particolarmente cara.
Nel ringraziare il Signor Cardinale William Wakefield Baum
per i sentimenti espressi nell'indirizzo rivoltomi, desidero sottolineare
l'alto significato di questo incontro, nel quale viene riaffermato quasi
tangibilmente il nesso tra la missione riconciliatrice del sacerdote come
ministro del sacramento della Penitenza e la Sede di Pietro. Non è forse a
Pietro ed ai suoi successori che Cristo ha affidato in termini universali la
potestà, il dovere, la responsabilità e allo stesso tempo il carisma — che
si estende ai Fratelli nell'episcopato e ai presbiteri, loro cooperatori —
di liberare le anime dal potere del male, cioè del peccato e del demonio?
In questa vigilia della Pasqua redentrice e dell'Anno
giubilare l'incontro assurge al valore di simbolo di vissuta comunione nella
quotidiana fatica a servizio degli uomini e della loro eterna salvezza. Data
questa significazione universale, 13 marzo 1999; cf AAS 91 (1999), pp.
945-950.
mentre parlo a voi qui convenuti nella dimora del Papa,
vedo spiritualmente presenti tutti i sacerdoti della Santa Chiesa Cattolica,
ovunque vivano e operino, e a tutti indirizzo con affetto questo mio
messaggio.
Anno Santo: capitolo efficace della storia della salvezza
L'Anno Giubilare, nella varia e armonica molteplicità dei
suoi contenuti e dei suoi fini, verte soprattutto sulla conversione del cuore,
la metanoia, con la quale si apre la predicazione pubblica di Gesù nel
Vangelo.75 A chi si converte, già nell'Antico Testamento, sono
promesse la salvezza e la vita: « Forse che io ho piacere della morte del
malvagio, dice il Signore Dio, o non piuttosto che desista dalla sua condotta
e viva? ».76 L'imminente Grande Giubileo commemora il compiersi
del secondo millennio dalla nascita di Gesù, il quale nell'ora dell'iniqua
condanna disse a Pilato: « Per questo io sono nato e per questo sono venuto
nel mondo: per rendere testimonianza alla verità ».77 E la
verità attestata da Gesù è che Egli è venuto per salvare il mondo,
destinato altrimenti a perdersi: « Il Figlio dell'uomo infatti è venuto a
cercare e a salvare ciò che era perduto ».78
Nell'economia del Nuovo Testamento il Signore ha voluto che
la Chiesa fosse universale sacramentum salutis. Insegna il Concilio Ecumenico
Vaticano II che « la Chiesa è in Cristo come un sacramento o segno e
strumento dell'intima unione con Dio ».79 È infatti volontà di
Dio che la remissione dei peccati e il ritorno all'amicizia divina siano
mediati dall'opera della Chiesa: « Tutto ciò che legherai sulla terra sarà
legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei
cieli »,80 ha detto solennemente Gesù a Simon Pietro, e in lui ai
Sommi Pontefici suoi successori. Questa stessa consegna Egli ha poi affidato
agli Apostoli e, in essi, ai Vescovi loro successori: « Tutto quello che
legherete sulla terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che
scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo ».81 La
sera del giorno stesso della Risurrezione, Gesù renderà effettivo questo
potere con l'effusione dello Spirito Santo: « A chi rimetterete i peccati
saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi ».82
Grazie a questo mandato gli Apostoli e i loro continuatori nella carità
sacerdotale potranno ormai dire con umiltà e verità: Io ti assolvo dai tuoi
peccati.
Ho piena fiducia che l'Anno Santo sarà, come deve essere,
un capitolo singolarmente efficace della storia della salvezza. Essa trova in
Gesù Cristo il suo punto culminante e il suo significato supremo, poiché in
Lui noi tutti riceviamo « grazia su grazia », ottenendo di essere
riconciliati con il Padre.83 Per ciò stesso confido e prego che
grazie al generoso servizio dei sacerdoti confessori, l'anno giubilare sia per
tutti i fedeli, occasione di accostamento pio e soprannaturalmente sereno al
sacramento della Riconciliazione.
Elementi essenziali ed esigenze del sacramento
Certamente conoscete in proposito il Catechismo della
Chiesa Cattolica con la sua approfondita analisi su questo tema
fondamentale. In questo incontro vorrei tuttavia ricordare alcuni punti
veramente essenziali, che voi non mancherete di proporre ai fedeli affidati
alle vostre cure pastorali.
– Per istituzione di Nostro Signore Gesù Cristo, come
risulta esplicitamente dal citato passo del Vangelo secondo Giovanni, la
confessione sacramentale è necessaria per ottenere il perdono dei peccati
mortali commessi dopo il Battesimo. Tuttavia, se un peccatore, toccato dalla
grazia dello Spirito Santo, concepisce il dolore dei suoi peccati per motivo
di carità soprannaturale, in quanto cioè essi sono offesa di Dio, Sommo
Bene, ottiene subito il perdono dei peccati, anche mortali, purché abbia il
proposito di accusarli sacramentalmente quando, in tempo ragionevole, lo
potrà.
– Identico proponimento deve concepire il penitente che,
responsabile di peccati gravi, riceve l'assoluzione collettiva, senza la
previa accusa individuale dei propri peccati al confessore: tale proposito è
talmente necessario che, in difetto di esso, l'assoluzione sarebbe invalida,
come è detto nel can. 962 § 1 del Codice di Diritto Canonico e nel can. 721
§ 1 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali.
– I peccati veniali possono essere rimessi anche al di
fuori della confessione sacramentale, ma di certo è sommamente utile
confessarli sacramentalmente. Supposte infatti le debite disposizioni, si
ottiene così non solo la remissione del peccato, ma anche l'aiuto speciale
costituito dalla grazia sacramentale per evitarlo in futuro. Giova qui
riconfermare il diritto che i fedeli hanno — e al loro diritto corrisponde
l'obbligo del sacerdote confessore — di confessarsi ed ottenere
l'assoluzione sacramentale anche dei soli peccati veniali. Non si dimentichi
che la cosiddetta confessione devozionale è stata la scuola che ha formato i
grandi santi.
– Per accostarsi all'Eucaristia lecitamente e
fruttuosamente è necessario che si premetta la confessione sacramentale,
quando s'è consci di un peccato mortale. Infatti l'Eucaristia è sì la
sorgente di ogni grazia, in quanto ripresentazione del Sacrificio salvifico
del Calvario; come realtà sacramentale, tuttavia, non è ordinata
direttamente alla remissione dei peccati mortali: lo insegna chiaramente ed
inequivocabilmente il Concilio Tridentino,84 dando veste per così
dire disciplinare e giuridica alla parola stessa di Dio: « Chiunque in modo
indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del Corpo e del
Sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di
questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza
riconoscere il Corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna ».85
Anno Giubilare, tempo del grande perdono
e della piena
riconciliazione
L'Anno Giubilare, grazie al sacramento della penitenza,
dev'essere dunque in modo speciale anno del grande perdono e della piena
riconciliazione. Ma Dio, al quale siamo grati di averci riconciliati, o con il
quale speriamo di riconciliarci, è nostro Padre: Padre mio, Padre di tutti i
credenti, Padre di tutti gli uomini. Perciò la riconciliazione con Dio esige
e comporta la riconciliazione con i fratelli, mancando la quale il perdono di
Dio non si ottiene, come Gesù ci ha insegnato nella perfetta preghiera del
Padre Nostro: « Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai
nostri debitori ». Il sacramento della penitenza suppone e deve alimentare
l'amore fraterno, generoso, nobile, fattivo.
In questa linea, elevata alla sua maggiore perfezione,
l'Anno giubilare invita ad una profonda solidarietà in un « meraviglioso
scambio di beni spirituali, in forza del quale la santità dell'uno giova agli
altri ben al di là del danno che il peccato di uno ha potuto causare agli
altri. Esistono persone che lasciano dietro di sé come un sovrappiù di
amore, di sofferenza sopportata, di purezza e di verità che coinvolge e
sostiene gli altri. È la realtà della "vicarietà", sulla quale si
fonda tutto il mistero di Cristo ».86
Riconciliati mediante il sacramento della penitenza e così
assimilati a Cristo Signore e Redentore, dobbiamo « coinvolgerci nella sua
opera salvifica e, in particolare, nella sua passione. Lo dice il noto brano
della Lettera ai Colossesi: "Do compimento a ciò che manca ai patimenti
di Cristo nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa (Col 1,24)"
».87
La riconciliazione consolida l'unità della Chiesa
Nel sacramento della Penitenza, eliminate le fratture
causate dal peccato, si consolida l'unità della Chiesa che nel Giubileo ha
una altissima manifestazione: anche qui dunque si vede il nesso connaturale
tra il Giubileo e il sacramento del perdono.
Alla remissione sacramentale del peccato la Misericordia di
Dio e la mediazione della Chiesa offrono un prezioso corollario col dono della
remissione anche della pena temporale di esso mediante l'Indulgenza. L'ho
rilevato con riferimento all'Anno Giubilare nella Bolla di Indizione: «
L'avvenuta riconciliazione con Dio, infatti, non esclude la permanenza di
alcune conseguenze del peccato, dalle quali è necessario purificarsi. È
precisamente in questo ambito che acquista rilievo l'Indulgenza, mediante la
quale viene espresso il dono totale della misericordia di Dio ».88
Gesù è nato, anzi è stato concepito Sacerdote e Vittima
nel seno della Madre, come lo Spirito Santo ci insegna nella Lettera agli
Ebrei,89 applicando espressamente a Gesù il Salmo 40, 7-9:
«Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto. Non hai
chiesto olocausto e vittima per la colpa. Allora ho detto: "Ecco, io
vengo. Sul rotolo del libro di me è scritto che io faccia il tuo volere. Mio
Dio, questo io desidero, la tua legge è nel profondo del mio cuore" ».
Il Giubileo del 2000 richiama alla nostra fede, alla nostra speranza, al
nostro amore che la salvezza deriva dalla natività del Sacerdote Eterno,
Vittima del sacrificio a cui Egli s'è liberamente offerto.
Maria Santissima, che ha donato al Verbo di Dio l'Umanità
sacerdotale e vittimale, ci ottenga di riviverne, pur nella nostra pochezza e
miseria, la missione salvifica con la santità personale e nell'esercizio del
ministero del Perdono, restituendo, come strumenti di Dio, ai peccatori la
grazia, la gioia del cuore, la veste nuziale che permette l'ingresso nella
vita eterna.
Tutto ciò che ho ricordato in questo colloquio con voi è
enunciato, in breve e stupenda sintesi, nella formula rituale della
assoluzione sacramentale: « Dio, Padre di Misericordia, che ha riconciliato a
Sé il mondo con la morte e risurrezione del Suo Figlio ed ha effuso lo
Spirito Santo per la remissione dei peccati, ti conceda mediante il ministero
della Chiesa il perdono e la pace ».
Di questa pace sia auspicio efficace per voi, e per quanti
il Signore ha affidato o affiderà al vostro ministero, la Benedizione
Apostolica che volentieri vi dono.
Anno del grande ritorno
e del grande perdono
Al Venerato Fratello Cardinale William W. Baum
Penitenziere
Maggiore
Dimensione interiore dell'Anno Giubilare
Con apprezzabile sollecitudine Ella, Signor Cardinale, ha
provveduto ad organizzare anche quest'anno il consueto Corso sul foro interno,
per i candidati prossimi al sacerdozio ed i sacerdoti di recente ordinati, pur
riservando cordiale accoglienza anche ai sacerdoti maturi ed esperti del
ministero.
Desidero esprimerLe il mio compiacimento per l'iniziativa,
che assume particolare significato nell'Anno Giubilare: esso, infatti, è
essenzialmente l'Anno del grande ritorno e del grande perdono, e, come ho
rilevato nella Bolla di indizione Incarnationis mysterium, il sacramento
della Penitenza ha un ruolo primario per questa effusione della divina
misericordia. Il foro interno, peraltro, verte innanzitutto su tale sacramento
e in generale sui contenuti della coscienza, i quali ordinariamente vengono
con fiducia manifestati alla Chiesa in connessione col sacramento della
Penitenza.
1 aprile 2000; cf L'Osservatore Romano, 3-4 aprile
2000, p. 7.
Colgo volentieri questa occasione per esprimere il mio
apprezzamento anche ai Prelati ed agli Officiali della Penitenzieria
Apostolica, il cui prezioso lavoro è istituzionalmente rivolto a materie
attinenti il foro interno. Estendo poi l'espressione della mia grata
considerazione ai Padri Penitenzieri delle Basiliche Patriarcali dell'Urbe, i
quali per missione, sottolineata ed esaltata in questo Anno Santo, vivono il
loro sacerdozio in un continuo impegno per la pastorale della Riconciliazione.
Un saluto particolarmente affettuoso rivolgo, infine, ai giovani sacerdoti e
ai canditati al sacerdozio, i quali, profittando della provvida iniziativa
della Penitenzieria Apostolica, si sono preparati in questi giorni ad un
fruttuoso adempimento della futura loro missione.
Ministero delle confessioni:
oblazione sacrificale ed
esigenza di santità
E mio intento che il ringraziamento e l'esortazione, qui
espressi, giungano a tutti i sacerdoti del mondo, incoraggiandoli e
sostenendoli nell'opera dedicata alla salvezza dei fratelli mediante il
ministero delle confessioni, espressione tra le più significative del loro
sacerdozio.
Nostro Signore Gesù Cristo ci ha redenti mediante il
Mistero pasquale, del quale il momento del sacrificio cruento costituisce, per
così dire, il cuore. Il sacerdote, come ministro del perdono nel sacramento
della Penitenza, agisce in persona Christi: come potrebbe non sentirsi
impegnato a prender parte con tutta la sua vita all'atteggiamento sacrificale
di Cristo? Questa prospettiva, fermo restando il valore dei sacramenti ex
opere operato — indipendentemente, quindi, dalla santità o dignità del
ministro —, dischiude davanti a lui un'immensa ricchezza ascetica,
offrendogli i supremi motivi per i quali deve, proprio per l'esercizio e
nell'esercizio dei suoi uffici sacramentali, essere santo, e trarre
dall'esercizio stesso del ministero stimoli e occasioni di ulteriore
santificazione. Opera divina, la remissione dei peccati deve essere quindi
compiuta con disposizioni spirituali così elevate da poter affermare che quel
sublime ministero, per quanto è possibile all'umana limitatezza, è svolto digne
Deo. Ciò non mancherà di incrementare la fiducia dei fedeli. L'annuncio
della verità, soprattutto nell'ordine morale-spirituale, è infatti tanto
più credibile quanto più chi la proclama ne è, non solo accademicamente
dottore, ma innanzi tutto esistenzialmente testimone.
Gli stessi penitenti, peraltro, dalla considerazione
dell'essenziale connotazione oblativa a cui il Sacramento richiama, non
potranno non trarre un impegnativo stimolo a corrispondere alla misericordia
del Signore con una santità di vita che li unisca sempre più intimamente a
Colui che per la nostra salvezza si è fatto Vittima.
Ritorno alla vita, in pienezza
Se il mistero pasquale è realtà di morte — aspetto
sacrificale —, esso è stato disposto da Dio soltanto in ordine alla vita
della Risurrezione. Anche il sacramento della Penitenza — assimilazione a
Gesù morto e risorto — porta con sé la restituzione della vita
soprannaturale di grazia, o l'aumento di essa quando si tratti di soli peccati
veniali. Perciò il mistero di questo sacramento si può intendere
compiutamente soltanto nella prospettiva della parabola del Figliol prodigo:
« Bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed
è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato ».90
Ministro ecclesiale di verità
Il ministro del sacramento della Penitenza è maestro, è
testimone, e, col Padre, è padre della vita divina restituita e votata alla
pienezza. Il suo magistero è quello della Chiesa, perché egli, agendo in
persona Christi, non annuncia se stesso, ma Gesù Cristo: « Noi infatti
non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i
vostri servitori per amore di Gesù ».91
La sua testimonianza è affidata all'umiltà delle virtù
praticate e non ostentate: « Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la
tromba davanti a te... Quando preghi, entra nella tua camera e chiusa la porta
prega il Padre tuo nel segreto ».92 Il suo donare la vita di
grazia adempie il precetto di Gesù agli Apostoli nella loro prima missione:
« Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date ».93
Invito all'apice della perfezione cristiana
Nella Riconciliazione sacramentale il perdono di Dio è
fonte di rinascita spirituale e principio efficace di santificazione, fino
all'apice della perfezione cristiana.
Il sacramento della Riconciliazione, se è ricevuto dal
peccatore pentito con le debite condizioni, non solo obiettivamente gli
conferisce il perdono di Dio, ma gli dà anche, per l'amore misericordioso del
Padre, grazie speciali, dalle quali è aiutato a superare le tentazioni, ad
evitare le ricadute nei peccati dei quali si è pentito, ed a fare in qualche
misura una personale esperienza di quel perdono. In questo senso, intimo è il
nesso tra il sacramento della Penitenza e quello dell'Eucaristia, nel quale,
col ricordo della Passione di Gesù, « mens impletur gratia et futurae
gloriae nobis pignus datur ».
In concreto, nella fedeltà al disegno salvifico di Dio,
come di fatto Egli ha voluto attuarlo, « occorre superare la tendenza,
abbastanza diffusa, a rifiutare qualsiasi mediazione salvifica, ponendo
l'individuo peccatore in contatto diretto con Dio ».94 Così «
possa uno dei frutti del Grande Giubileo dell'Anno 2000 essere il ritorno
generale dei fedeli cristiani alla pratica sacramentale della Confessione ».95
L'Indulgenza, impegno alla radicalità cristiana
L'amore misericordioso di Dio, che invita al ritorno e che
è pronto al perdono, non ha limiti né di tempo, né di luogo. Mediante il
ministero della Chiesa, non solo per Gerusalemme, come nella profezia di
Zaccaria, ma per il mondo intero è sempre disponibile « una sorgente
zampillante per lavare il peccato e l'impurità »,96 da cui si
riverserà su tutti « uno spirito di grazia e di consolazione».97
La carità di Dio, pur non coartata nel tempo e nello
spazio, splende in modo specialissimo nell'Anno Giubilare: al dono
fondamentale della restituzione della Grazia, in via ordinaria mediante il
sacramento della Penitenza, e alla conseguente remissione della pena
infernale, il Signore, dives in misericordia, unisce, mediante il
ministero della Chiesa, la remissione anche della pena temporale col dono
delle indulgenze, ovviamente se conseguite con le dovute disposizioni di
santità o almeno di tendenza alla santità. Le indulgenze, pertanto, « lungi
dall'essere una sorta di "sconto" all'impegno di conversione, sono
piuttosto un aiuto per un impegno più pronto, generoso e radicale ».98
L'indulgenza plenaria, infatti, esige il perfetto distacco dal peccato, il
ricorso ai sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia, nella comunione
gerarchica con la Chiesa, espressa mediante la preghiera secondo le intenzioni
del Sommo Pontefice.
Ministero del perdono: salvezza dei fratelli
e gaudio
dello spirito
Esorto vivamente i sacerdoti ad educare i fedeli, con
appropriata e approfondita catechesi, affinché si avvalgano del gran bene
delle indulgenze, secondo la mente e l'animo della Chiesa. In specie i
sacerdoti confessori molto utilmente potrebbero assegnare ai loro penitenti
come penitenza sacramentale pratiche indulgenziate, salvi sempre i criteri di
equa proporzione con le colpe confessate.
Non fosse altro che per il ministero del perdono che il
Signore gli ha affidato, la missione del sacerdote meriterebbe già di essere
vissuta in pienezza: la salvezza dei fratelli non può non essere per lui
motivo di profondo gaudio dello spirito.
Piena generosità al servizio delle anime
Con questa certezza, per tutti i membri della Penitenzieria
Apostolica, per i Padri Penitenzieri, per i giovani che si preparano al loro
domani sacerdotale, elevo la mia preghiera al Signore misericordioso affinché
conceda loro piena generosità nell'offrirsi al servizio delle anime
nell'intimità del colloquio penitenziale: infatti, specialmente allora, il
sacerdote è « collaboratore di Dio » per la costruzione dell'« edificio di
Dio ».99
In pegno di copiosi favori celesti invio a Lei, Signor
Cardinale, ai Suoi Collaboratori, ai Padri Penitenzieri e a tutti i
partecipanti al Corso sul foro interno una speciale Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 1 Aprile 2000.
IOANNES PAULUS II
INDICE
Prefazione
Introduzione
Il sacramento della Riconciliazione e le coscienze
cristiane
Penitenzieria Apostolica e penitenzieri
Sacre indulgenze
Confessione auricolare
Assoluzione collettiva
Confessione, strumento di santità
Il servizio della confessione, dovere dei sacerdoti
Servizio dei penitenzieri
Dovere dei sacerdoti
Formazione dei confessori
Servizio privilegiato
Servizio impegnativo
Il senso pasquale delia Penitenza
Dedizione costante e paziente
Dedizione totale
Sacramento di riconciliazione
Sacramento di risurrezione
Il sacramento della Riconciliazione: magistero di verità
Potestà delle chiavi
Pedagogia soprannaturale
Fedeltà a Cristo e alla Chiesa
Fedeltà alla missione della Chiesa
Il cuore del sacerdote confessore immagine della mitezza di
Cristo
I confessori uniti con la Sede di Pietro
La pace restituita
Santi e santificatori
Umiltà e cultura teologica e psicologica
Il Cuore che ha tanto amato gli uomini
Il rispetto del sigillo sacramentale fino all'effusione del
sangue
Offerta totale alle anime
Colui che vede nel segreto
Delicatezza reciproca nel riserbo
La giusta severità della sanzione
La gioia della risurrezione
La penitenza sacramentale: espiazione e rinnovamento dello
spirito
L'offesa alla Maestà e la reintegrazione della giustizia
Proporzionalità e contrarietà della pena
Mediante la preghiera...
...e le buone opere
« Con il sudore del tuo volto mangerai il pane »
La verità della confessione: conquista di libertà e
ascesa dello spirito
« Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà
esaltato »
L'umile accusa: detestazione e sconfitta del peccato
Accusa completa dei peccati mortali
Consapevolezza e fiducia: anima e vigore del proposito
La carità salvifica
Sacerdote: confessore e penitente
La formazione della coscienza dei fedeli
Si può essere liberati dal male solo se si ha coscienza di
esso
Il « Vademecum per i confessori »
Occorre una continua guida per la formazione della
coscienza
Educare all'accettazione del magistero della Chiesa
Vivere secondo la verità nella carità
La gloria di Dio nella sua misericordia
Penitenzieria: strumento di misericordia
Finalità proprie del quarto Sacramento
Penitenza sacramentale: seconda tavola di salvezza
L'indulgenza completa gli effetti del Sacramento
Gloria di Dio, fonte della pace
Sacramento, realtà soprannaturale e non psicoterapia
Dono di grazia, di santità e di vita
Misericordia di Dio e mediazione della Chiesa
Missione riconciliatrice del Sacerdote
Anno Santo: capitolo efficace della storia della salvezza
Elementi essenziali ed esigenze del sacramento
Anno Giubilare, tempo del grande perdono e della piena ri-
conciliazione
La riconciliazione consolida l'unità della Chiesa
Anno del grande ritorno e del grande perdono
Dimensione interiore dell'Anno Giubilare
Ministero delle confessioni: oblazione sacrificale ed
esigenza di santità
Ritorno alla vita, in pienezza
Ministero ecclesiale di verità
Invito all'apice della perfezione cristiana
L'Indulgenza, impegno alla radicalità cristiana
Ministero del perdono: salvezza dei fratelli e gaudio dello
spirito
Piena generosità al servizio delle anime
(1) Cf Sant'Agostino, Sermo 76, n. 1, PL 38,
479.
(2) Cf AAS 73 (1981) p. 203.
(3) H. V. von Balthasar, in A. von Speyer, La
Confessione, Milano 1983, p. 10.
(4) AAS 72 (1980), pp. 1177-1232.
(5) AAS 77 (1984), pp. 185-275.
(6) AAS 87 (1995), pp. 5-41.
(7) AAS 91 (1999), pp. 129-147.
(8) Concilio di Trento, Sessione XIV, cap. 5, can. 7 (DS,
1679-1683; 1707).
(9) Concilio di Trento, Sessione XIII, cap. 7, can. 11 (DS,
1647-1661).
(10) Cf AAS 64 (1972), pp. 510-514.
(11) 2 Cor 5,20.
(12) GS 22.
(13) Gv 5,21-24.
(14) Gv 20,21-23.
(15) Mt 1,21.
(16) Gv 10,34.
(17) Cf sopra, p. 25.
(18) Lc 15,32.
(19) Dives in misericordia, 7.
(20) 1 Cor 15,45.
(21) Ml 2,6-7.
(22) Ib. 8,8.
(23) Gv 20,23.
(24) Gv 16,13.
(25) Concilio di Trento, sess. 14, cap. 2, cap. 5 e can. 9.
(26) Mc 1,15.
(27) Mt 18,8.
(28) Mt 28,19-20.
(29) Mc 16,16.
(30) CCC, n. 1127.
(31) CCC, n. 1128.
(32) Fil 4,7.
(33) Col 1,24.
(34) Tt 3,4.
(35) Lc 7,36-50.
(36) Gv 8,3-11.
(37) Lc 15,11-32.
(38) Lc 22,61.
(39) DS, 2195.
(40) Cf AAS 80 (1988), 1367.
(41) Gv 8,11.
(42) Conc. Tridentino, Sess. VI, cap. 6 (DS, 1526).
(43) 1 Cor 10,12.
(44) Fil 2,12.
(45) 2 Cor 12,9.
(46) Cf Concilio di Trento, Sessione VI, can. 18 (DS,
1568).
(47) Sir 5,5.
(48) DS, 1704.
(49) Concilio di Trento, Sessione VI, can. 1 (DS,
1551).
(50) Lc 19,8.
(51) Cf CCC, n. 1434.
(52) Gn 3,19.
(53) Lc 18,13-14.
(54) Gv 8,31-34.
(55) Sal 5150,5-6.
(56) DS, 1679.
(57) DS, 1707. Ne diamo la traduzione da La fede
della Chiesa Cattolica, Libreria Editrice Vaticana, 1993: « Se qualcuno
dirà che nel sacramento della penitenza non è necessario per disposizione
divina confessare tutti e singoli i peccati mortali di cui si ha la
consapevolezza dopo debita e diligente riflessione, anche occulti e commessi
contro i due ultimi precetti del decalogo, ed anche le circostanze che mutano
la specie del peccato; o dirà che la confessione è utile soltanto ad
istruire e consolare il penitente, e che un tempo fu osservata solo per
imporre la penitenza canonica; o che quelli che si studiano di confessare
tutti i peccati non intendono lasciar nulla alla divina misericordia, perché
lo perdoni; o, finalmente, che non è lecito confessare i peccati veniali, sia
anatema » (FCC 9.236).
(58) DS, 1708. « Se qualcuno dirà che la
confessione di tutti i peccati, come la prescrive la Chiesa cattolica, è
impossibile, e che si tratta di una tradizione umana, che i buoni devono
abolire; o che ad essa non sono tenuti, una volta all'anno, tutti e singoli i
fedeli dell'uno e dell'altro sesso, secondo la costituzione del grande
concilio lateranense, e che, perciò, bisogna persuadere i fedeli a non
confessarsi nel tempo di Quaresima, sia anatema » (FCC 9.264).
(59) Gv 18,37.
(60) Gv 1,29.
(61) Cf Denzinger-Schönmetzer, 3011; Cost. dogm. Lumen
gentium, 25.
(62) Ef 4,15.
(63) Cf Ez 18,23.
(64) 2 Cor 5,20.
(65) Is 48,11.
(66) C.I.C., can. 993.
(67) 1 Cor 6,11.
(68) Rm 5,5.
(69) 1 Tes, 4,3.
(70) Lc 2,14.
(71) Gv 14,27.
(72) Ibid. 15,11.
(73) 2 Rm 7,19.22-23.
(74) Ibid. 7,25.
(75) Cf Mc 1,15.
(76) Ez 18,23.
(77) Gv 18,37.
(78) Lc 19,10.
(79) Lumen gentium, n. 1.
(80) Mt 16,19.
(81) Mt 18,18.
(82) Gv 20,23.
(83) Cf Bolla Incarnationis mysterium, n. 1.
(84) Sess. 13, cap. 7 e relativo canone, Denz. 1647
e 1655.
(85) 1 Cor 11,27-28.
(86) Incarnationis mysterium, n. 10.
(87) Ibid. n. 10.
(88) Ibid., n. 9.
(89) Cf 10, 5-7.
(90) Lc 15,32.
(91) 2 Cor 4,5.
(92) Mt 6,2.6.
(93) Mt 10,8.
(94) Udienza ai Vescovi portoghesi in visita ad Limina, 30
novembre 1999.
(95) Ibid.
(96) Zc 13,1.
(97) Ibid. 12,10.
(98) Udienza generale del 29 settembre 1999.
(99) Cf 1 Cor 3,9.