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TRIBUNALE DELLA ROTA ROMANA

PROLUSIONE DEL CARDINALE
MARIO FRANCESCO POMPEDDA

Il Giudice ecclesiastico

 

"È inutile invocare
nuovi testi legislativi [...]
se non vi saranno persone
sagge ed esperte
che sappiano far vivere la legge
con sapienza, giustizia e carità"
(1)

Desidero esprimere anzitutto la mia riconoscenza a Sua Eccellenza il Decano della Rota Romana per l'invito rivoltomi a tenere la Prolusione per l'Inaugurazione dell'Anno Accademico dello Studium Romanae Rotae. La lunga e affettuosa consuetudine che ho sperimentato con questa nobile Istituzione, mi permette di affermare che non l'ho mai lasciata, anche dopo che il Santo Padre ha voluto che assumessi l'ufficio di Prefetto nel Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica.

Porgo il mio saluto a tutti i presenti, i Reverendissimi Uditori della Rota Romana, i Chiarissimi Avvocati Rotali e gli alunni che intraprendono o proseguono gli studi presso la Rota.

 

Introduzione

La tematica su cui vorrei intrattenere questo eletto Auditorio è incentrata sul Giudice ecclesiastico. Credo infatti condivisa l'opinione che, tra i molteplici temi oggetto di studio e di ricerca nell'ambito del diritto canonico in genere e processuale in particolare, poco spazio e attenzione siano dedicati a colui che, inevitabilmente, è il protagonista (dominus) dell'azione processuale, ossia il giudice. E se una qualche sensibilità appare per le questioni che attengono alla sua competenza o alla sua attività processuale, intesa in senso dinamico, poco, troppo poco a mio sommesso avviso, si concede alla persona del giudice.

Questa carenza può dipendere, e di fatto lo si potrebbe dimostrare, dalla prevalente impostazione formalistica con cui nel diritto continentale europeo, e, parzialmente, come di riflesso, anche nel diritto canonico, si guarda al fenomeno giuridico. Kelsen ha fatto scuola, separando nettamente diritto e realtà, "dover essere" ed "essere", come pure inculcando la radicale separazione fra il concetto di validità e quello di effettività della norma giuridica. Nell'ambito della sociologia del diritto e nell'impostazione pragmatistica e realistica, in cui si guarda al fenomeno giuridico come a fatto o, tutt'al più, come a profezia o probabilità di ciò che il giudice di fatto pronuncerà, è più viva la sensibilità a tutto ciò che realmente influenzerà la persona del giudice (di questo giudice) nella determinazione della decisione giudiziale. In questo caso il tornire la locuzione della legge o la ponderazione della prevalente dottrina, e persino l'analisi dettagliata dei precedenti giurisprudenziali e della loro ratio, si accompagna in modo paritario all'analisi psicologica dei meccanismi e dei fenomeni, i più concreti, che faranno presa sulla sensibilità del giudice e lo potrebbero indurre ad una decisione piuttosto che ad un'altra.

La nostra formazione giuridica, non già formalistica, ma comunque attenta sinceramente all'ontologia, ci impedisce queste derive (giuridicamente parlando), rendendoci attenti al giusto più che al pronunciato. Nondimeno ritengo debba crescere la sensibilità e l'attenzione da parte di tutte le componenti del mondo giuridico, verso colui, cioè la persona, che è chiamato a "dare giustizia" e a "dire giustizia".

Il Codice di Diritto Canonico

Ancorché il genere letterario codiciale, e più in generale quello normativo, sia sobrio e orientato alla prassi, non sono scarse le indicazioni che attengono alla persona del giudice, colto nello svolgimento del suo ministero di giustizia.

Non ritengo inutile una "lettura" delle medesime, sia per non "correre invano" altrove, trascurando i testi normativi più immediati, sia per la necessità di enucleare anche quanto di implicito si trova nei testi normativi.

I giudici devono essere ordinariamente chierici, di integra fama e dottori in diritto canonico o almeno licenziati (cfr can. 1421). Nel caso di Vicari giudiziali e Vicari giudiziali aggiunti, ossia di coloro che normalmente presiedono a un collegio giudicante e in esso svolgono una funzione direttiva e autorevole, ben oltre la mera presidenza formale, si richiede ulteriormente che siano sacerdoti e non abbiano meno di trent'anni (cfr can. 1420 4).

Per i Giudici Rotali è richiesto che siano "sacerdotes [...], maturae aetatis, laurea doctorali saltem in utroque iure praediti, honestae vitae, prudentia et iuris peritia praeclari" (art. 3 1 Normae Rotae Romanae).

Implicitamente, ma realmente, una forte indicazione circa la persona del giudice proviene dalla disposizione secondo cui ogni giudice deve valutare le prove, in vista della decisione, "ex sua conscientia" (cfr can. 1608 3).

Senza contare, nel campo processuale, l'impegnativo disposto del can. 1452 1, in cui si permette e insieme si impone al giudice, senza perdere la sua strutturale terzietà, "una volta che la causa sia stata legittimamente introdotta, di procedere anche d'ufficio nelle cause [...] che vertano sul bene pubblico della Chiesa o sulla salvezza delle anime", oppure l'arduo ufficio di condurre l'intero processo fra le esigenze di celerità e l'esigenza di giustizia (cfr can. 1453), nonché la facoltà del giudice stesso di "praesumptiones, quae non statuuntur a iure, [...] conic[ere]" (cfr can. 1586), fino alla prevista potestà di forgiare una norma "si certa de re desit expressum legis sive universalis sive particularis praescriptum aut consuetudo" (can. 19).

Il triplice profilo del giudice ecclesiastico

Concentrando la nostra attenzione sul giudice, si possono evidenziare tre profili della sua persona: il profilo umano, quello giudiziario e quello ecclesiale.

La necessità di distinguere, che è all'origine della scienza, non deve trarre in errore. La persona è una e unica, e tale unità (e unicità) opera realmente nelle e nonostante le necessarie distinzioni speculative. In tal modo si deve considerare che nel giudice la sua umanità, il suo ruolo professionale e la dimensione spirituale operano insieme, contemporaneamente, sinergicamente. Se è certamente erroneo pensare di formare prima un uomo e poi introdurlo in un ruolo e in una funzione ed infine proporgli, se del caso, una perfezione ulteriore proveniente dalla spiritualità, quasi una vetta ultima da toccare alla fine, altrettanto errato si rivelerebbe proporre o avere in vista unicamente un ruolo e una funzione, trascurando, di fatto o addirittura di diritto, ogni crescita umana e personale, quasi si trattasse di qualcosa di estraneo, quando non un inciampo, alla professionalità di cui deve essere dotato e in base alla quale dovrà agire.

Se il primo errore non riconosce le interazioni e le integrazioni che avvengono nell'unità della persona che dinamicamente si evolve e cresce, l'altro nega la verità dei noti assiomi, secondo cui natura non facit saltus e gratia non destruit sed perficit naturam.

Formazione umana, professionale ed ecclesiale devono intessere armonicamente la persona e personalità del giudice ecclesiastico.

Profilo umano

Sotto il profilo umano si richiede anzitutto che il giudice sia una persona matura. Si tratta proprio di quella maturità di cui spesso le sentenze ecclesiastiche discettano e su cui i giudici intervengono autoritativamente nel contesto delle cause di nullità del matrimonio. Anzi proprio l'altissima percentuale di cause di nullità matrimoniale aventi ad oggetto l'incapacità psichica e psicologica, richiede specificatamente nel giudice una maturità personale (2).

Alcuni requisiti per la nomina a giudice sembrano destinati a tutelare e a garantire l'esistenza di questa maturità e devono essere applicati in modo rigoroso, penetrando lo spirito della norma. Si pensi all'età. Non è un caso che si parli precisamente, nel linguaggio comune e normativo, di età matura.

Non si può trascurare inoltre che, di fatto e, per molti versi, anche di diritto, la quasi totalità dei giudici ecclesiastici sono sacerdoti. Ciò significa che l'accesso agli Ordini sacri ha già costituito una significativa verificazione della loro maturità (3): possono infatti accedere agli Ordini sacri coloro che "recta moventur intentione, debita pollent scientia, bona gaudent aestimatione, integris moribus probatisque virtutibus atque aliis qualitatibus physicis et psychicis ordini recipiendo congruentibus sunt praediti" (can. 1029). L'introduzione nei ruoli giudiziali canonici di laici, uomini e donne, non potrà prescindere dalla necessità di un confronto con la verificazione e il livello di maturità richiesto ai giudici, nella loro qualificazione di sacerdoti.

In che cosa consista questa maturità umana personale, necessaria e sufficiente, per un giudice ecclesiastico, non è facile dire. Forse non ci si allontana troppo dal vero se si identifica con la capacità del giudice ecclesiastico di giudicare se stesso e il proprio tempo.

Anzitutto la capacità di giudicare se stesso (4): 

"De cette étude psychologique que le juge fera sur lui-même, la première et essentielle conclusion est que, pour juger les autres, il doit avant tout renoncer à son moi mauvais: amour propre, paresse, intérêt personnel, préjugés; trop bonne opinion de soi-même, source de tant de nos errements; sensibilité déréglée avec ses antipathies ou ses sympathies, fussent-elles pour la loi, mais au détriment de l'impartialité. Il doit impitoyablement retrancher, comprimer toutes ces imaginations qui entravent le jugement droit" (5).

Ciò significa guadagnare la serenità di giudizio, che è come l'effetto principale della maturità. Essa consiste nella

"capacità di agire e giudicare distaccandosi da proprie e personali vedute e opinioni, di giudicare astraendo da ogni pregiudizio sia generale sia particolare, riferito cioè al caso; di saper astrarre da considerazioni umane, politiche e sociali; di saper accettare anche l'altrui opinione pur contraria alla propria (mostrando, ad esempio, distacco di fronte ad una sentenza di appello che riformi la propria); di saper accettare in fase di camera di consiglio il parere della maggioranza, o magari del più giovane; di saper affrontare e confrontare le ragioni degli altri colleghi senza prevenzione o chiusura di sorta; e infine e soprattutto di sapersi arrendere davanti agli atti e a quanto provato, senza mai piegare, attraverso artifici istruttori apparentemente legali [...] gli stessi atti secondo una propria teoria preconcetta o particolare impostazione, ricordandosi sempre che se è lui a dare la decisione finale, egli non è comunque l'unico essenziale protagonista del processo canonico, nel quale si impone [...] il rispetto dei differenti ruoli" (6).

Ma fa parte della maturità personale anche la capacità di giudicare il proprio tempo. Ciò infatti non è semplicemente riconducibile alla conoscenza di fatti ed eventi. Si tratta di conoscere la cultura del proprio tempo. Non già per sentito dire, ma perché se ne partecipa.

Ho adoperato appositamente il termine culturà a significare il suo necessario riferimento antropologico e ad includere anche le sue manifestazioni più ordinarie.

Il giudice maturo infatti non può non conoscere lo stile di vita degli uomini di oggi, le loro scale di valori, il loro modo di ragionare, le loro reazioni immediate, irriflesse, ai fatti della vita. A tale conoscenza non può non legarsi un giudizio maturo, che cioè, di nuovo, sappia staccarsi da sé, rendendosi capace di ponderare l'uomo di oggi, o meglio il suo agire, per ciò che è, prima che per il giudizio morale da formulare, oppure per il giudizio assiologico o prospettico o, più spesso, retrospettico, facilmente e superficialmente formulabile su di esso.

Il Sommo Pontefice Paolo VI è stato maestro nel condurre la Chiesa prima, e i giudici, di conseguenza, in essa e per essa, a questa maturità, al fine di un giudizio maturo: 

"[...] occorre, come il Verbo di Dio che si è fatto uomo, immedesimarsi, in certa misura, nelle forme di vita [...] occorre condividere, senza porre distanza di privilegi, o diaframma di linguaggio incomprensibile, il costume comune, purché umano ed onesto, quello dei più piccoli specialmente, se si vuole essere ascoltati e compresi. Bisogna, prima ancora di parlare, ascoltare la voce, anzi il cuore dell'uomo; comprenderlo, e per quanto possibile rispettarlo e dove lo merita assecondarlo" (7).

Allo stesso modo dovrebbe far riflettere un passaggio raramente citato della celebre Allocuzione di Pio XII alla Sacra Romana Rota in merito al concetto di certezza morale. Dopo averne accuratamente descritto il concetto, il Sommo Pontefice richiama alla unità del giudice, che non deve essere diviso fra un convincimento personale e un diverso divisamento procedente dalle tavole processuali (8); e conclude: 

"Ad ogni modo, la fiducia, che i tribunali debbono godere nel popolo, esige che vengano evitati e risolti, sempre che sia in qualche maniera possibile, simili conflitti tra l'opinione ufficiale dei giudici e i sentimenti ragionevoli del pubblico specialmente colto" (9).

Vorrei sottolineare, in particolare, solo un aspetto di questa maturità personale che permette al giudice ecclesiastico di conoscere e rispettare l'uomo di oggi, nella coerenza con il mandato evangelico di essere nel mondo, ma non del mondo.

Mi riferisco alla utilizzazione delle cosiddette, appunto, scienze umane, che forniscono al giudice ecclesiastico uno degli strumenti più efficaci oggi per inserire il dato generale, astratto e atemporale della legge canonica nel caso singolo e nella contestualità della vita degli uomini di oggi, arricchendo e approfondendo ulteriormente lo stesso dato, altrimenti senza dimensione.

Il connubio o l'interdisciplinarità realizzatasi oggi fra normativa canonica e scienze umane si può considerare uno dei frutti più ricchi e saporosi di giudici, all'inizio soprattutto rotali, che hanno solcato, forti della conoscenza della tradizione giuridica, il mare aperto (e a volte burrascoso e incerto) della conoscenza di sé dell'uomo moderno.

Il Magistero pontificio, pur mettendo in guardia da eccessi, che sono in agguato in ogni campo di frontiera, loda, e ciò da tempo, per così dire, non sospetto (10), "il ricorso fatto alle discipline umanistiche in senso lato, e a quelle medico-biologiche od anche psichiatriche-psicologiche in senso stretto" (11): 

"[...] l'"officium caritatis et unitatis" [...] non potrà mai significare uno stato di inerzia intellettuale, per cui della persona oggetto dei vostri giudicati si abbia una concezione avulsa dalla realtà storica ed antropologica, limitata ed anzi inficiata da una visione culturalmente legata ad una parte o all'altra del mondo. I problemi in campo matrimoniale [...] esigono da parte vostra [...] una intelligente attenzione al progredire delle scienze umane, alla luce della Rivelazione cristiana, della Tradizione e dell'autentico Magistero della Chiesa. Conservate con venerazione quanto di sana cultura e dottrina il passato ci ha trasmesso, ma accogliete con discernimento quanto parimenti di buono e di giusto il presente ci offre" (12).

Profilo giudiziario

Il giudice deve poi eccellere nelle virtù e nelle qualità proprie di colui che non solo è chiamato a "fare giustizia", ma a cui si ricorre come "ad quandam iustitiam animatam" (13).

La prima di queste qualità è senz'altro la scienza, ossia la conoscenza aggiornata e completa della disciplina canonica, sia sostantiva sia processuale (14).

Il Legislatore, pur tra notevoli resistenze motivate dalla penuria di Clero di cui soffrono non poche diocesi, penuria che ridonda poi nella scarsità numerica e nella carenza di disponibilità di giudici ecclesiastici, ha prescritto che i giudici siano provvisti dei titoli accademici del dottorato in diritto canonico o almeno della licenza (cfr cann. 1420 4; 1421 3). Fu una scelta coraggiosa, dicevo, per il contesto; necessaria, però, per la dignità del ministero del giudice. Questa tensione, avvertitasi nell'opera legislativa, si è trasferita oggi presso il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, nella sua funzione esecutiva. Il Supremo Tribunale è, infatti, competente a concedere la dispensa dai titoli accademici richiesti "in casibus particularibus". La grazia della dispensa viene concessa omnibus perpensis, soprattutto considerando che in alcuni casi la mancata dispensa comporterebbe di fatto la mancata amministrazione della giustizia, cui i fedeli hanno diritto.

La conoscenza e l'aggiornamento nella disciplina giuridica da parte dei giudici deve particolarmente guardarsi da quel pericolo già paventato nella classicità e reale pure nell'ambito giudiziario, che vorrei esprimere paradossalmente, come "lucus a non lucendo", con l'adagio tomistico:  "Timeo hominem unius libri" (15). Talvolta la specializzazione, o forse più modestamente, la formazione avvenuta presso una sola Scuola di pensiero, per quanto prestigiosa, oppure la pratica o la condivisione, anche solo in ragione della collocazione, di una sola corrente giurisprudenziale, provoca rigidità e perfino settarismo, ben lontani dalla ricchezza e dalla "profondità di campo" di coloro che, pur avendo scelto una linea interpretativa, hanno prima esaminato e valutato ogni apporto magisteriale, dottrinale e giurisprudenziale con acribia.

"Questa conoscenza suppone uno studio assiduo, scientifico, approfondito, che non si riduca a rilevare le eventuali variazioni rispetto alla legge anteriore, o a stabilirne il senso puramente letterale o filologico, ma che riesca a considerare anche la mens legislatoris, e la ratio legis, così da darvi una visione globale che vi permetta di penetrare lo spirito della [...] legge" (16).

Libertà e indipendenza possono essere, inoltre, considerate ad modum unius l'ulteriore qualità richiesta nel giudice ecclesiastico. A lui, infatti è richiesto di giudicare "ex sua conscientia" (can. 1608 3) e inutilmente ci si potrà industriare a limitare e ridurre la centralità di questa disposizione.
Libertà interiore e indipendenza esteriore sono solo due premesse, pur fondamentali per l'uomo-giudice che cammina su questa terra, ma sempre solo due premesse per l'esercizio e la manifestazione della sua conscientia nell'opera del giudicare.

L'ordinamento giuridico, e processuale in specie, si preoccupa anzitutto di garantire e promuovere la libertà interiore e l'indipendenza esteriore. È questa finalità che anima la disposizione codiciale che impone al giudice di astenersi dal giudicare

"causam in qua ratione consanguinitatis vel affinitatis in quolibet gradu lineae rectae et usque ad quartum gradum lineae collateralis, vel ratione tutelae et curatelae, intimae vitae consuetudinis, magnae simultatis, vel lucri faciendi aut damni vitandi, aliquid ipsius intersit" (can. 1448 1).

Solo chi conosce la gravità dell'officium iudicandi e del delictum di cui si rendono colpevoli i giudici qualora, "cum certe et evidenter competentes sint, ius reddere recusent" (can. 1457 1), può valutare adeguatamente la preoccupazione dell'ordinamento giuridico di salvaguardare il giudice dall'interesse, da ogni interesse nelle cause sottopostegli, fino ad ammettere, anzi prescriverne l'astensione.

Il giudice, pertanto, fedele a questo spirito del diritto processuale, deve perseguire la libertà interiore e l'indipendenza esteriore innanzitutto attraverso la fuga dall'arricchimento materiale personale, fino alla stima della povertà. Richiedono questa forte disposizione personale e questo atteggiamento di vita le severe prescrizioni penali, che la Chiesa da sempre ha previsto (17) ed ancor oggi contempla nel Codice (18) e nelle leggi speciali (19). Tutelano e favoriscono parimenti questo spirito le norme che provvedono ad una remunerazione dignitosa per l'espletamento dell'ufficio giudiziale (20). Lo richiede molto di più la sovranità del giudizio:  solo il distacco dalla ricchezza toglie il giudice dall'"inter-esse" nel giudizio e gli permette di "esse-super" partes nel medesimo giudizio.

In modo analogo favorisce la libertà interiore e l'indipendenza esteriore del giudice la sua consuetudine alla riservatezza. Si tratta della riservatezza nei rapporti sociali:  non può oggettivamente darsi che un giudice, immerso in mille relazioni di carattere economico, professionale, sociale, politico e mondano, e, per il giudice ecclesiastico, in mille relazioni anche di carattere pastorale, missionario e apostolico, possa (illudersi di) mantenersi equanime ed imparziale nel momento in cui è chiamato a rendere giustizia. Quelle relazioni facilmente diverranno, a volte anche inconsapevolmente o inconsciamente, legami e influenze che, indebitamente, si aggiungeranno all'unico criterio della coscienza del giudice, oppure costituiranno per il giudice un laccio per liberarsi dal quale sarebbe necessaria una forza ben superiore a quella comunemente disponibile.

Senza contare che questa riservatezza e austerità nelle relazioni esterne abitueranno il giudice a quella solitudine, di ben altra natura, che egli sperimenta ogni volta che è chiamato all'ufficio del giudicare: 

"[E]gli deve essere lasciato solo perché si formi un convincimento personale, senza interferenze esterne di nessun genere. E tale solitudine deve essere totale e assoluta e deve essere rispettata anche dai membri dello stesso collegio, per la dignità della funzione e delle persone [...] Nel momento in cui il giudice si appresta a dare una sua risposta al dubbio proposto non può condividere con alcuno la sua fatica, i suoi dubbi e i suoi tormenti; né può essere sorretto o aiutato da suggerimenti o illuminazioni di terzi. L'unica sede istituzionale di comunicazione e circolarità [...] potrà essere solo la sessione collegiale in camera di consiglio [...]" (21).

La coscienza del giudice, dicevamo, ha il primato. Tutte le garanzie poste a sua tutela ne sono conferma. Appare immediatamente evidente così, che la formazione del giudice non è correlabile o verificabile semplicemente ad un elemento:  essa attinge la (sua) persona. Pur in questa strutturale difficoltà investigativa, dovuta all'insondabilità dell'oggetto, vorrei fornire, in forma assertiva, più che argomentativa, qualche elemento di approfondimento.

Anzitutto intendo sgombrare il campo dall'idea che il giudice sia chiamato a giudicare "ex sua conscientia" esclusivamente nel campo della valutazione dei fatti sottopostigli tramite l'istruttoria legittimamente condotta. Se, per la verità, la decisione giudiziale, come appare dalla stessa strutturazione del testo della sentenza, si compone di una parte in iure e di una parte in facto, logicamente correlate, e solo dopo aver raggiunto la certezza morale su entrambi è emesso il giudizio, la coscienza del giudice, seppur in modi diversi, si esplica e si esercita tanto nella valutazione dei fatti addotti quanto nella interpretazione della norma canonica da applicare.

"È a tutti noto che l'interpretazione giudiziale [...] non ha valore di legge e obbliga esclusivamente le persone o concerne le cose per cui la sentenza è stata pronunziata; ma non per questo l'opera del giudice è meno rilevante o meno essenziale. Se l'attività di giudicare consiste nel far calare la legge nella realtà, e quindi nell'attuare concretamente la volontà della norma astratta [...], non si può negare la delicatezza della funzione intermediatrice che il giudice è chiamato a svolgere [...] L'astratta maestà della legge [...] resterebbe un valore avulso dalla realtà concreta in cui esiste e agisce l'uomo [...] se la norma stessa non venisse rapportata all'uomo per il quale è stata stabilita" (22).

La prescrizione dell'intervento della coscienza del giudice esclude poi in modo sufficientemente chiaro che il giudizio si possa ridurre a un'operazione esterna o estrinseca alla persona del giudice, quasi che si possa prescindere dallo stesso. Mi riferisco all'idea, secondo la quale la sentenza giudiziale rivestirebbe la forma di un sillogismo: la praemissa maior sarebbe costituita dalla norma; la premessa minore dai fatti; la conclusione, appunto, sarebbe la sentenza. Non si erra nella menzionata intellezione dell'essenza e della struttura del giudizio. Si erra, invece, se dalla comprensione sillogistica della sentenza si volesse dedurre l'irrilevanza del (la persona del) giudice, come se quilibet e populo, dotato delle conoscenze appropriate, potesse trarre dalle premesse la stessa conclusione giudiziale. L'esigenza di universalità e di unità della giurisprudenza, come pure la connessa richiesta della certezza del diritto, non sono da ricercare e pretendere a priori o in initio, rendendo o pretendendo di ridurre il giudice ad un soggetto che si avvicina il più possibile ad un elaboratore elettronico; l'universalità e l'unità della giurisprudenza e la certezza del diritto sgorgano in fine, ossia come frutto del convergere del corpo giudiziario nei suoi singoli pronunciamenti emessi ex conscientia.

Il giudizio dato ex sua conscientia dal giudice non riduce alla soggettività il pronunciamento giudiziale (cfr can. 1608 2:  "ex actis et probatis"). Vale forse soprattutto per il giudice quanto insegna il Sommo Pontefice, sulla scorta dell'intera tradizione della Chiesa, nella Lettera Enciclica Dominum et vivificantem

"La coscienza [...] non è una fonte autonoma ed esclusiva per decidere ciò che è buono e ciò che è cattivo; invece, in essa è inscritto profondamente un principio di obbedienza nei riguardi della norma oggettiva, che fonda e condiziona la corrispondenza delle sue decisioni con i comandi e i divieti che sono alla base del comportamento umano [...]" (23).

Qualora si ritenesse necessario provare ulteriormente l'oggettività richiesta del giudizio ex conscientia formulato dal giudice, basterebbe richiamare tutte le disposizioni e le prescrizioni processuali nelle quali si evince la necessità della manifestazione e del confronto degli argomenti su cui poggia la certezza morale acquisita: la necessità, sub poena nullitatis, della motivazione della sentenza (cfr can. 1622, 2°); la necessità della pubblicazione della sentenza, in vista del diritto di difesa nel grado di appello (cfr can. 1614); l'esistenza di un giudizio di appello, che vede ulteriormente de merito (cfr can. 1628); la facoltà di presentare animadversiones, restrictus e responsiones da parte di difensore del vincolo, parti e loro patroni nella fase discussoria; ecc.
"Nel pronunziare la sentenza il giudice non manifesta la propria volont[à]. Il giudice manifesta semplicemente il suo giudizio sulla volontà del corpo legislativo in un caso concreto. La sentenza, quindi, non contiene che la volont[à] o l'intenzione della legge traslata in forma concreta per mezzo del giudice" (24).

Nessun appello o rimando possono, invece, fare alla "conscientia" del giudice, le differenze di giurisprudenza, cui soggiacciono più profonde e gravi differenze dottrinali in relazione alla visione del matrimonio (natura, indissolubilità), di solito connesse con errori di carattere antropologico e ecclesiologico (25).

Profilo ecclesiale

Esiste, com'è evidente, anche un profilo ulteriore del giudice ecclesiastico, che è dato, appunto, dall'ecclesialità. Preferisco riferirmi all'ecclesialità, piuttosto che alla spiritualità. Quest'ultima, infatti, è assunta e conformata nell'ecclesialità, ed è propria del giudice ecclesiastico, mentre nella sua semplice natura di spiritualità è propria di ogni giudice, anche secolare.

L'ecclesialità dice riferimento prima di tutto, ontologicamente, alla potestas che il giudice riceve, detiene ed esercita. Si tratta infatti dell'unica potestas che nella Chiesa e per la Chiesa è data, potestas sacra. Se questo è reso, direi, visibile nel requisito comunemente richiesto dell'Ordine sacro per la nomina a giudice ecclesiastico, non è men vero per il giudice laico, che, a norma del diritto, può essere nominato giudice ecclesiastico.

Affermare la natura sacra della potestas esercitata dal giudice ecclesiastico, potrà sì comportare una nuova e più profonda comprensione del ministero del giudice ed una coscienza più viva della non separabilità (e, perché no, discriminazione) fra esercizio del ministero giudiziario e esercizio del ministero pastorale, ossia dei munera docendi, sanctificandi (fatta salva la dignità e la differenza ontologica della potestas ordinis talvolta richiesta nell'esercizio del munus sanctificandi) e regendi, quest'ultimo nella sua più diffusa forma di ministero dell'unità pastorale.

Ben più impegnativi sono l'obbligo e la previa coscienza del giudice ecclesiastico di sentirsi ed essere parte della Chiesa, pur nella gelosa salvaguardia della identità del proprio ministero di giustizia. Mai forse come adesso si avverte la necessità e, contemporaneamente, la difficoltà del raccordo vivo fra una Chiesa che annuncia ed evangelizza, e una Chiesa che è richiesta di chiarificare lo status delle persone, in essa.

Sintesi e sintomo di questa posizione impegnativa e dinamica del giudice ecclesiastico, è la prescrizione che le sentenze si formino e siano emesse "post divini Nominis invocationem" (can. 1609 3). Questa prescrizione, che trova il suo parallelo nella disposizione che vuole ogni testo di sentenza svilupparsi per iscritto "post divini Nominis invocationem" (can. 1612 1), richiede che in camera di consiglio la discussione venga preceduta dalla preghiera.

In questa previsione saggia e tradizionale normativa può essere letta gran parte dell'ecclesialità del giudice, anche se, non mi esimo dal notarlo, in tempi non lontani anche in ordinamenti secolari era prevista una simile disposizione per la camera di consiglio e per il testo dei pronunciamenti giudiziali.
Quella preghiera "in concipiendis sententiis et ferendis" (26) è icona del munus del giudice ecclesiastico.

Essa significa anzitutto l'invocazione della libertà interiore del giudice. "Qua libertate nos Christus liberavit state" (Gal 5, 1). Solo nell'invocazione l'uomo può attingere la libertà, quella libertà interiore che gli è necessaria per un giudizio equo. Con le sole proprie forze, pur espresse in nobili e grandi tentativi, solo "per speculum et in aenigmate" la libertà può essere raggiunta. L'invocazione è una barca più sicura, per riprendere una famosa immagine classica, della zattera degli sforzi umani per liberarsi dal proprio io a favore di un animo equo.

"Non si dovrebbe concepire un giudice che trascurando quest'opera di purificazione e sublimazione, si ponesse nella condizione di giudicare con idee preconcette, estranee al giudizio, oppure in aestu passionis. Bisogna invece creare le condizioni ottimali, perché non favor inflectat, non acceptio muneris vel personae corrumpat, ma il giudizio venga dato, secondo la bella espressione in uso presso la Sacra Romana Rota:  unice Deum prae oculis habendo" (27).

La preghiera d'invocazione, poi, significa l'unità, ossia la coscienza che la verità oggettiva, mèta di ogni giudizio, soprattutto in materia de statu personarum e penale, può essere raggiunta solo attraverso il convergere verso l'unità di giudizio. L'e pluribus unum è prima di tutto un atto di fede verso la verità che, risplendendo, non può non apparire a tutti. Quindi è il dialogo e l'invocazione ad una unità di visione, corrispondente all'unità della sorgente. La insistenza nella preghiera dell'Adsumus sul solus, riferito allo Spirito di verità ("Esto solus suggestor et effector iudiciorum nostrorum"; "qui solus [...] nomen possides gloriosum"; "solius tuae gratiae dono") è parallela all'unum di coloro che sono "in nomine Tuo specialiter congregati" per essere "in Te unum".

Ed, infine, quella preghiera d'invocazione significa l'aspirazione a che "in nullo dissentiat sententia nostra" dal giudizio di Dio, "qui summe diligit aequitatem". Solo l'invocazione può rendere ragione della pretesa ed insieme della natura profonda del giudizio ecclesiastico, quella cioè non solo o non tanto di attingere ad un buon compromesso fra opposte esigenze, sulla base della legge, uguale per tutti, ma al giudizio stesso di Dio. Un proponimento blasfemo, se non fosse un'invocazione. Una pretesa pericolosa, socialmente e moralmente, se non fosse una promessa:  "Ubi enim sunt duo vel tres congregati in nomine meo, ibi sum in medio eorum" (Mt 18, 20).

Da qui la ricerca, o ancora meglio, l'invocazione dell'aequitas da parte del giudice, perché il suo giudizio ne partecipi:  "Iudices autem debent uti aequitate" (28). Solo in tal modo il giudizio dato potrà raggiungere la sua finalità intrinseca, ossia la salus animarum, legge fondamentale della Chiesa.

"[I]l giudice ecclesiastico, autentico "sacerdos iuris" nella società ecclesiale, non può non essere chiamato ad attuare un vero "officium caritatis et unitatis". Quanto mai impegnativo, quindi, è il vostro compito ed al tempo stesso di alto spessore spirituale, divenendo voi effettivi artefici di una singolare diaconia per ogni uomo ed ancor più per il "christifidelis". È proprio l'applicazione corretta del diritto canonico, che presuppone la grazia della vita sacramentale, a favorire questa unità nella carità, perché il diritto nella Chiesa altra interpretazione, altro significato e altro valore non potrebbe avere senza venir meno all'essenziale finalità della Chiesa stessa" (29).

Secondo le belle espressioni dei Sommi Pontefici, divenute quasi aforismi,

"[C]iò che più rifulge nella vostra missione è appunto la caritas christiana, che rende ancor più nobile e ancor più proficua quell'aequitas dei giudizi, da cui tanto onore trasse il diritto romano, e che è diventata per voi, in virtù dello spirito evangelico, la "sacerdotale moderazione", secondo la bella espressione di San Gregorio Magno" (30); "[I]l giudice ecclesiastico non solo dovrà tenere presente che l'esigenza primaria della giustizia è rispettare la persona, ma al di là della giustizia, egli dovrà tendere all'equità, e, al di là di questa, alla carità" (31).

 

Conclusione

Vi è quasi, non direi una conclusione, ma un corollario a quanto affermato sul ruolo della persona del giudice nel ministero della giustizia:  il suo coinvolgimento. Non intendo ovviamente alludere a quello stato d'animo che, anzi, impedisce, in sé, la serenità di giudizio e l'imparzialità, colonne fondanti di ogni esercizio della giustizia, degna di questo nome.

Mi riferisco piuttosto al servizio alla giustizia come impegno di vita per il giudice, come ragione sufficiente, vocazione, se si vuole.

Il Sommo Pontefice esprimeva questo quando suggeriva di

"pensare all'icona del Buon Pastore che si piega verso la pecorella smarrita e piagata, quando vogliamo raffigurarci il giudice che, a nome della Chiesa, incontra, tratta e giudica la condizione di un fedele che fiducioso a lui si è rivolto" (32).

E, si noti bene, non è solamente una immagine bucolica o mistica:  "Bonus pastor animam suam dat pro ovibus" (cfr Gv 10, 11). Di questo sono stati capaci giudici eccellenti nella storia antica e recente degli uomini. E questo significa, fuori di ogni retorica, come dimostra anche l'esperienza, rendere giustizia anche nella Chiesa, "absque muneris vel personae acceptione" (33), nihil iustitiae praeponens (34).


1) P. Felici, Formalitates iuridicae et aestimatio probationum in processu canonico, in Communicationes 9 (1977) 184.

2) Cfr M. Fr. Pompedda, Il giudice nei tribunali ecclesiastici:  norma generale e caso concreto (funzione, competenza professionale, garanzie di indipendenza, giudici laici), in La giustizia nella Chiesa: fondamento divino e cultura processualistica moderna, Città del Vaticano 1997, p. 142.

3) Cfr, per esempio, recentemente, J. Duda, La formazione, nomina e rimozione dei giudici ecclesiastici, in Folia canonica 3 (2000) 245-247.

4) Su questa premessa insiste particolarmente il Decreto di Graziano:  cfr C. III, q. 7:  c. 3 ["Qui aliorum vicia puniunt sua prius corrigere studeant"]; c. 4 ["Ille de vita alterius iudicet, qui non habet in se ipso quod puniat"]; c. 5 ["Gravatus criminibus aliena iudicare non valet"]; c. 6 ["Primum nosmetipsos, deinde proximos debemus corrigere"]; c. 7 ["Sacerdos prius sua peccata, deinde aliena detergat"].

5) A. Card. Jullien, Juges et avocats des Tribunaux de l'Église, Rome 1970, pp. 265-266. Cfr pure le illuminanti e consonanti osservazioni di P. Felici, Indagine psicologica e cause matrimoniali, in Communicationes 5 (1973) 105-106.

6) M. Fr. Pompedda, Il giudice nei tribunali ecclesiastici:  norma generale e caso concreto (funzione, competenza professionale, garanzie di indipendenza, giudici laici), cit., pp. 142-143. Cfr pure Id., Decisione-sentenza nei processi matrimoniali:  del concetto e dei principi per emettere una sentenza ecclesiastica, in Id., Studi di diritto processuale canonico, Milano 1995, p. 188.

7) Paulus VI, Litterae encyclicae Ecclesiam suam, 6 agosto 1964, III, in AAS 56 (1964) 646-647.

8) Cfr sulla delicata questione P. Felici, Formalitates iuridicae et aestimatio probationum in processu canonico, cit., pp. 178-180.

9) Pius XII, Allocutio ad Praelatos Auditores ceterosque Officiales et Administros Tribunalis S. Romanae Rotae necnon eiusdem Tribunalis Advocatos et Procuratores, 1 ottobre 1942, n. 4, in AAS 34 (1942) 342.

10) Cfr Pius XII, Allocutio adstantibus Praelatis Auditoribus ceterisque Officialibus et Administris Tribunalis Sacrae Romanae Rotae necnon eiusdem Tribunalis Advocatis et Procuratoribus, 3 ottobre 1941, in AAS 33 (1941) 421-426:  "La giurisprudenza ecclesiastica non può né deve trascurare il genuino progresso delle scienze che toccano la materia morale e giuridica, né può reputarsi lecito e convenevole il respingerle soltanto perché sono nuove".

11) Ioannes Paulus II, Allocutio ad Romanae Rotae iudices, 10 febbraio 1995, n. 5, in AAS 87 (1995) 1015. Appena prima il Sommo Pontefice aveva annotato:  "È ben noto l'apporto che, soprattutto negli ultimi decenni, l'elaborazione giurisprudenziale della Rota Romana ha offerto ad una conoscenza sempre più adeguata di quell'interior homo da cui nascono, come dal proprio centro propulsore, gli atti consapevoli e liberi" (ibidem).

12) Ioannes Paulus II, Allocutio ad Romanae Rotae praelatos auditores, 17 gennaio 1998, n. 6, in AAS 90 (1998) 784-785.

13) Cfr "Homines ad iudicem confugiunt sicut ad quandam iustitiam animatam" (S. Thomas Aquinas, Summa Theologiae II-II, q. 60, a. 1).

14) Alessandro III (1159-1181) raccomandava ad un abate, ordinario del luogo: "[N]on sunt causae matrimonii tractandae per quoslibet, sed per iudices discretos, qui potestatem habeant iudicandi, et statuta canonum [...] non ignorent" (c. 1, X, de consanguinitate et affinitate, IV, 14).

15) Sull'analogo problema della conoscenza delle lingue (soprattutto del latino) del giudice ecclesiastico cfr U. Navarrete, Independencia de los jueces eclesiásticos en la interpretación y aplicación del derecho:  formación de jurisprudencias matrimoniales locales, in Estudios eclesiásticos 74 (1999) 673-674.

16) Ioannes Paulus II, Allocutio ad Praelatos Auditores S. Romanae Rotae, 26 gennaio 1984, n. 3, in AAS 76 (1984) 645.

17) "[M]andamus atque praecipimus, quatenus ab huiusmodi exactionibus de cetero abstinentes vigorem iudiciarium gratis studeatis litigantibus impertiri [...] quum nec iustum iudicium iudici vendere liceat, et venales sententiae ab ipsis etiam saecularibus legibus reprobentur" (c. 10, X, de vita et honestate clericorum, III, 1: Innocenzo III, 3 ottobre 1198); cfr A. Stankiewicz, I doveri del giudice, in Il processo matrimoniale canonico, Città del Vaticano 1994, p. 317.

18) Cfr, per esempio, cann. 1386 e 1456.

19) Cfr, per esempio, art. 122, 3 Pastor bonus; art. 43 1 Normae Rotae Romanae.

20) "Nos attendentes, quod ad hoc vobis et aliis clericis sint ecclesiastici reditus deputati, ut ex ipsis honeste vivere debeatis, ne vos oporteat ad turpia lucra manus extendere, vel ad iniqua munera oculos inclinare [...]" (Comp. III, 3, 1, 1: Innocenzo III "prelatis et clericis Lombardiae", 3 ottobre 1198). Cfr A. Stankiewicz, I doveri del giudice, cit., p. 318.

21) D. Mogavero, Il ministero del giudice nel tribunale di prima istanza, in La giustizia nella Chiesa:  fondamento divino e cultura processualistica moderna, cit., pp. 204-205.

22) Ioannes Paulus II, Allocutio ad Romanae Rotae Iudices, 23 gennaio 1992, n. 4, in AAS 84 (1992) 142.

23) Ioannes Paulus II, Litterae encyclicae Dominum et vivificantem, 18 maggio 1986, n. 43, in AAS 78 (1986) 859.

24) M. Fr. Pompedda, Decisione-sentenza nei processi matrimoniali:  del concetto e dei principi per emettere una sentenza ecclesiastica, cit., pp. 157-158.

25) Cfr U. Navarrete, Independencia de los jueces eclesiásticos en la interpretación y aplicación del derecho:  formación de jurisprudencias matrimoniales locales, cit., passim.

26) Cfr c. 1, de sententia et re iudicata, II, 14, in VI:  "Quum aeterni tribunal iudicis illum reum non habeat, quem iniuste iudex condemnat, testante Propheta:  "nec damnabit eum, quum iudicabitur illi", caveant ecclesiastici iudices et prudenter attendant, ut in causarum processibus nil vindicet odium vel favor usurpet, timor exsulet, praemium aut exspectatio praemii iustitiam non evertat, sed stateram gestent in manibus, lances appendant aequo libramine, ut in omnibus, quae in causis agenda fuerint, praesertim in concipiendis sententiis et ferendis, prae oculis habeant solum Deum, illius imitantes exemplum, qui querelas populi tabernaculum ingressus ad Dominum referebat, ut secundum eius imperium iudicaret" (I Concilio di Lione [1245], cost. 15).

27) P. Felici, Formalitates iuridicae et aestimatio probationum in processu canonico, cit., p. 180.

28) C. 1, C. IV, q. 4.

29) Ioannes Paulus II, Allocutio ad Romanae Rotae prelatos auditores, 17 gennaio 1998, n. 2, in AAS 90 (1998) 782-783.

30) Paulus VI, Allocutio ad Praelatos Auditores et Officiales Tribunalis Sacrae Romanae Rotae, 29 gennaio 1970, in AAS 62 (1970) 112.

31) Ioannes Paulus II, Allocuzione ai Membri del Tribunale della Sacra Romana Rota, 17 febbraio 1979, n. 2, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II, Città del Vaticano 1979, p. 410.

32) Ioannes Paulus II, Allocutio ad Romanae Rotae prelatos auditores, 17 gennaio 1998, n. 3, in AAS 90 (1998) 783.

33) Cfr R.J. 12, in VI: "In iudiciis non est acceptio personarum habenda".

34) "Tu tamen ita procedas, quod amorem aliquem aut commodum temporale nequaquam praeponere iustitiae videaris":  Alessandro III al Vescovo di Parigi (c. 1, X, qui matrimonium accusare possunt, vel contra illud testari, IV, 18).

   

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