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TRIBUNALE DELLA ROTA ROMANA

INTERVENTO DI MONS. RAFFAELLO FUNGHINI
 DECANO DELLA ROTA ROMANA
ALL'INIZIO DELL'INAUGURAZIONE DELL'ANNO ACCADEMICO

Marted́, 6 novembre 2002

 

Mi è gradito dare inizio al nuovo Anno Accademico dello Studio Rotale con un cordiale deferente saluto all'Em.mo Card. Mario Francesco Pompedda, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, già Docente e Direttore dello Studio, e ringraziarLo per la presenza in mezzo a noi e per la disponibilità a tenere la Prolusione.

Un cordiale saluto e ringraziamento mi è gradito porgere pure ai ch.mi Docenti insieme ad un benvenuto agli alunni.

Atteso che l'Em.mo Card. Pompedda terrà la sua prolusione sul tema "Il Giudice ecclesiastico", io, poiché la massima parte di voi, una volta conseguito il diploma di Avvocato rotale, eserciterà l'avvocatura presso i tribunali ecclesiastici, mi soffermerò brevemente sulla funzione e presenza dell'avvocato nel processo canonico, avendo lo Studio Rotale come finalità "institutionem instructionemque Advocatorum Rotalium eorumque omnium qui penes Tribunalia ecclesiastica Judicum, Promotorum justitiae et vinculi Defensorum munere fungerentur" (Studium S. R. Rotae - 1950).

L'amministrazione della giustizia per ben funzionare necessita di validi professionisti legali. Uno di questi è senza dubbio l'avvocato, il primo competente in campo legale che avvicina colui che intende tutelare i suoi diritti.

Così l'avvocato è il primo filtro che supera l'imperizia e l'ignoranza giuridica, la cattiva informazione dei clienti nonché l'infondata pretesa e l'errata loro convinzione di avere diritti da far valere e tutelare davanti al Giudice.

La presenza, pertanto, dell'avvocato nel processo, è garanzia non solo di scienza e competenza, ma, quando questi correttamente e coscienziosamente svolge la sua professione, cioè si rifiuta di introdurre e patrocinare cause senza avere la convinzione della loro fondatezza, è, come elemento purificatore della rivendicazione e tutela dei diritti del cliente, garanzia pure di onestà e di impegno nella leale e sollecita trattazione della causa.

"Che sia garanzia di scienza tutti intendono; - scriveva il Prof. Calamandrei in un piccolo libro nel 1921 dal provocatorio titolo "Troppi avvocati" (Firenze - La Voce) - nella sempre crescente complicazione della vita giuridica moderna, nei rigori dei formalismi procedurali che sembrano misteriosi tranelli ai profani, il professionista legale è un prezioso collaboratore del giudice, perché lavora in vece sua a raccogliere i materiali di lite, a tradurre in linguaggio tecnico frammentarie e slegate affermazioni della parte, a tirar fuori da queste l'ossatura del caso giuridico e a presentarlo al giudice in forma chiara e precisa e nei modi processualmente corretti; onde, in grazia di questo professionista paziente, che nel raccoglimento del suo studio sgrossa, interpreta, sceglie e riordina gli informi elementi fornitigli dal cliente, il giudice è messo in condizione di vedere a colpo, senza perder tempo, il punto vitale della controversia che è chiamato a decidere" (pag. 10-11).

L'avvocato è, pertanto - continua il Prof. Calamandrei - "un elemento integrante dell'ordine giudiziario, come un organo intermedio posto tra il giudice e la parte, nel quale l'interesse privato ad avere una sentenza favorevole e l'interesse pubblico ad avere una sentenza giusta si incontrano e si conciliano" (o. c. pag. 12).

A nessuno sfugge quanto questa acuta e puntuale descrizione della preziosa opera dell'avvocato nell'ascoltare e consigliare il cliente, nel predisporre e seguire la causa nonché della funzione del medesimo come garante di serietà, obiettività e buona fede, tali da escludere liti temerarie o assolutamente infondate, sia lontana da quella sottolineata dal dott. Azzeccagarbugli di manzoniana memoria, che, mentre con teatralità da prestigiatore fruga tra le carte del suo studio e legge testi delle gride al povero Renzo, convinto e certo che la verità abbia forza e debba trionfare e che le parole delle gride, da lui declamate, abbiano un ben determinato ed inequivocabile significato, esclama:  "All'avvocato bisogna raccontar le cose chiare, a noi tocca poi a imbrogliarle" (Manzoni, I promessi sposi, cap. III).

Eco, questa affermazione, dell'antico cinico e diabolico assioma:  "Nulla est causa quam bonus advocatus non possit facere bonam", che in parole povere vuol significare che non esistono cause buone o cattive, fondate o temerarie, ma solo abili e scaltri avvocati, capaci di fare, senza remore morali, de albo nigrum de nigro album.

Certamente l'avvocato "può ben porre ogni studio per ottenere la vittoria del suo cliente - afferma Pio XII nel discorso al Tribunale della Rota del 2 ottobre 1944 - ma in tutta la sua azione non deve sottrarsi all'unico e comune scopo finale:  lo scoprimento, l'accertamento, l'affermazione legale della verità, del fatto oggettivo" (AAS XXXVI [1944] pag. 286).

"Che vuol dire "grande avvocato"? - si domanda sempre il Prof. Calamandrei nel famoso suo "Elogio dei giudici scritto da un avvocato" -. Vuol dire avvocato utile ai giudici per aiutarli a decidere secondo giustizia, utile al cliente per aiutarlo a far valere le proprie ragioni" (Calamandrei P., Elogio dei giudici scritto da un avvocato, IV ed. Firenze 1989, pag. 128).

Volendo indicare e sottolineare quali qualità rendono un avvocato utile ai giudici ed ai clienti aiutando i primi a giudicare secondo giustizia ed i secondi a tutelare e far valere i propri diritti riteniamo che, fermi restando i principi di deontologia che vi saranno insegnati ed illustrati durante il corso Rotale, basilare ed essenziale per gli avvocati che patrocinano presso i Tribunali ecclesiastici, come per tutti gli operatori di diritto, deve considerarsi l'obbligo di svolgere la professione "solum Deum prae oculi habentes".

Inoltre "l'avvocato non impari al suo ufficio - scrive il Prof. Calamandrei -, deve non solo essere fornito di scienza, ma deve essere soprattutto una coscienza, che nella interpretazione del diritto sappia portare una probità, una drittura, un carattere superiore ad ogni furberia, ad ogni interesse meramente pecuniario; il diritto, infatti, non è tutto nelle formulette dei codici, ma la sua forza più pura attinge da quell'austero sentimento del giusto, che dovrebbe essere per l'avvocato inseparabile vademecum professionale. Il leguleio che con una scaltra cautela aiuta il disonesto a trionfar sull'onestà, che con un ben congegnato cavillo procedurale taglia la strada alla giustizia, sarà un compitissimo azzeccagarbugli, ma non è l'avvocato come lo concepisce chi vuol vedere in lui l'artefice degno di trattare con mani pure quella gran forza sociale che è il diritto" (Calamandrei, Troppi avvocati, pag. 94).

"Grande è la responsabilità dell'avvocato dinanzi a Dio e alla Chiesa - scriveva il Card. Jullien, commemorando i primi cinquant'anni di attività del Tribunale a Rota restituta -. In ogni suo intervento egli ha il sacro dovere di subordinare tutto alla suprema causa della verità. Mai dovrà cedere sia pure a scapito del proprio interesse di fronte a ingiuste pretese del cliente. La professione dell'avvocato è consacrata al culto della verità e della giustizia... Non dovrebbe mai accadere che, sia pure sotto il pretesto di bontà, di carità, di larghezza di vedute, venga abilitato a patrocinare le cause ecclesiastiche (praesertim causas de matrimonii nullitate) chi non ha dato garanzia assoluta di competenza, di esperienza e di rettitudine" (A. Jullien, "Cinquant'anni di attività giudiziaria del Tribunale della S.R. Rota", 1908-1958, Roma 1959).

L'avvocato sarà poi utile ai Giudici e ai clienti quando quattro note distinguono il suo pratico esercizio forense: chiarezza, essenzialità, precisione terminologica e logicità della tesi e degli argomenti addotti.

Anche nei confronti del processo vale il grave monito della Bibbia:  "In multiloquio non deerit peccatum" (Prv 10,19).

Quanto mai saggia in proposito ed opportuna la disposizione dell'art. 82 delle vigenti Norme Rotali:  "Scripturae... seu defensiones excedere non debent paginarum numerum more admissum", cioè, sia secondo la Lex propria S. Romanae Rotae et Signaturae del 1908 (art. 29, l) che secondo le Normae del 1934 (art. 124, 1):  "Defensionis scriptura excedere non debet viginti paginas formae typographicae ordinariae folii romani - Responsiones decem paginas".

Chiarezza nel libello e nelle singole successive istanze senza omettere di indicare dove e come si giustifica la richiesta, imponendosi brevità e precisione di espressione, evitando digressioni estranee o marginali e, nelle cause di nullità di matrimonio, l'eccessiva moltiplicazione dei capi di nullità. I capi, la cui prova è scarsa, o addirittura assente, indeboliscono anche i capi più fondati: "Nihil ita absque labore - ammonisce San Bernardo - manifestam facit veritatem ut brevis et pura narratio" (S. Bernardo, De consideratione, lib. I, cap. X, n. 13 - Patrologia Latina - tom. 182, col 740).
Non minor rigore morale e correttezza professionale impone l'incarico di Patrono d'ufficio.

Non dimentichino gli avvocati che l'incarico loro conferito dal tribunale non è meno vincolante nei confronti delle parti del mandato ad lites ricevuto da parte dei clienti.

Superando, infatti, anzi integrando, la disposizione in materia di gratuito patrocinio sia del Codice Piano Benedettino sia del vigente Codice, le Norme Rotali, inde a Rota restituta, hanno sempre solennemente sottolineato che il beneficio del gratuito o semigratuito patrocinio non è una grazia o un gesto di benevolenza del Giudice o del Tribunale, ma il riconoscimento di un vero e reale diritto delle parti "expensis iudicialibus sustinendis impares" (art. 1159 ad avere non solo l'esenzione dalle spese giudiziali, ma anche l'assistenza del Patrono nominato dal Tribunale (cfr Lex propria S.R. Rotae et Signaturae Apostolicae, c. 45, 2).

Al vero e reale riconosciuto diritto delle parti, pertanto, nello spirito della legge canonica, corrisponde un vero, reale e grave dovere del Patrono a tutelarne con coscienziosa disponibilità e sollecitudine i diritti, in conformità al giuramento prestato subito dopo il conseguimento del titolo di avvocato rotale "ministeria mihi commissa in hoc Tribunali sedulo ac diligenter inpleturum".

Poiché "Homine imperito numquam quidquam iniustius" (Terenzio, Adelphi, atto II, scena II, 98), lo Studio Rotale si prefigge darvi un'adeguata preparazione scientifica per il vostro futuro lavoro professionale presso i Tribunali ecclesiastici.

In pari tempo e con non minore attenzione ed impegno tende a formarvi ad una consapevolezza cristiana che, come scrive S. Paolo nella seconda lettera ai Corinti:  "Non enim possumus aliquid adversus veritatem, sed pro veritate" (2 Cor 13,8):  non possiamo far nulla contro la verità, possiamo e dobbiamo agire per la verità.

Il conseguimento di queste due finalità lo Studio rotale ha considerato sempre come suo specifico scopo e, senza peccare di orgoglio, ci sembra che del risultato, di fatto a Rota restituta conseguito, possiamo andare fieri.

Scriveva infatti il Card. Jullien:  "Un'esperienza di oltre 35 anni mi comprova che, salvo rare eccezioni, gli avvocati che mi hanno aiutato a rendere giustizia presso il Tribunale della Rota, in massima parte laici e coniugati, erano uomini la cui coscienza professionale uguagliava una particolare competenza giacché la maggior parte di essi esercitavano anche presso i tribunali civili e molti di loro erano docenti nelle Pontificie Università del Laterano e dell'Angelicum o nelle Università di Stato" (A. Jullien, "Juges et Avocats des Tribunaux de l'Eglise" 1970, pag. 34, n. 21).

L'augurio che formuliamo dando inizio al nuovo Anno Accademico è che la formazione degli Avvocati e degli operatori di diritto da parte dello Studio Rotale continui nel solco di questa nobile tradizione mentre con piena fiducia invochiamo la protezione del "Giusto Giudice" e della Madonna, "Sedes sapientiae et speculum iustitiae".

                

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