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In cosa consiste la felicità dell’uomo
I. 1. "Nel libro precedente abbiamo trattato dei doveri che giudicavamo attinenti
all'onestà, nella quale nessuno ha mai dubitato sia posta la vita felice che la
Scrittura chiama vita eterna. Lo splendore dell'onestà è così grande che la
tranquillità della coscienza e la certezza d' essere senza colpa, che ne
conseguono, rendono felice la vita. Come il sole, una volta sorto, nasconde il
globo lunare e la luce delle altre stelle, così il fulgore dell'onestà, quando
brilla di una bellezza autentica ed incorrotta, oscura tutte le altre cose che,
secondo il piacere dei sensi, sono ritenute buone o, secondo il giudizio del
mondo, sono stimate motivo di onore e di gloria.
2. Certamente felice è tale vita che non si valuta secondo i giudizi altrui, ma
con autonomo giudizio si intuisce per mezzo del proprio sentimento interiore.
Non cercando giudizi popolari come ricompensa ne temendoli come pena, quanto
meno segue la gloria, tanto più si eleva sopra di essa. Coloro infatti che
cercano la gloria, ottengono, quale ombra dei beni futuri, una tale ricompensa
di beni presenti che è di ostacolo alla vita eterna, perché nel Vangelo sta
scritto: In verità vi dico, hanno ricevuto la loro ricompensa. Ciò si
dice evidentemente, di coloro che sono smaniosi di divulgare, quasi a suon di
tromba, la loro generosità verso i poveri. Similmente è detto di coloro
che digiunano per ostentazione: Hanno ricevuto la loro ricompensa.
3. È proprio dell'onestà, dunque, o esercitare la misericordia o digiunare in
segreto, perché appaia che si cerca la ricompensa unicamente da Dio, non anche
dagli uomini. Chi la vuole dagli uomini, ha già la sua ricompensa; chi la
chiede a Dio, ha la vita eterna che può esserci data unicamente dal Creatore
dell'eternità, come afferma il ben noto passo: In verità ti dico, oggi
sarai con me in paradiso. Con maggior chiarezza, la Scrittura chiamò vita
eterna la vita felice, per non lasciarne la valutazione ai giudizi degli uomini,
ma per affidarla invece al giudizio di Dio.
II. 4. I filosofi posero la felicità, alcuni nell'assenza del dolore, come
Ieronimo, altri nella scienza, come Erillo, il quale, sentendola lodare
mirabilmente da Aristotele e da Teofrasto, la considerò sommo bene, mentre essi
la esaltarono come un bene, non come l'unico bene. Altri la dissero piacere,
come Epicuro, altri, come Callifonte e, dopo di lui, Diodoro, la intesero così
da aggiungere l'uno al piacere, l'altro all'assenza di dolore la partecipazione
dell'onestà, pensando che senza di questa non possa esistere vita felice.
Zenone Stoico affermò che il solo e sommo bene consiste nell'onestà;
Aristotele, invece, e Teofrasto e gli altri peripatetici sostennero che la
felicità consiste bensì nella virtù, cioè nell'onestà, ma che la felicità
di questa è resa completa anche dai beni del corpo e da quelli esteriori.
5. La Scrittura divina invece pose la vita eterna nella conoscenza di Dio e nel
premio delle opere buone. Di entrambe le affermazioni abbiamo la testimonianza
evangelica. Così disse il Signore della conoscenza di Dio: Questa è la vita
eterna, che conoscano te solo vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo. E
a proposito delle opere così rispose: Ognuno che lascerà la casa e i
fratelli o le sorelle o il padre o la madre o i figli o i campi per il mio nome,
riceverà il centuplo e possiederà la vita eterna. "
S. AMBROGIO, I doveri, II, I [1-3] – II [4-5].
Preghiera
Ti supplico, Signore, dammi la felicità da sempre cercata, struggente
desiderio, inappagato sogno.
Felicità che è pace del cuore, frutto di vita onesta, sguardo
misericorde sul cosmo.
Felicità che è gioia della conoscenza, disvelamento saporoso del mistero, cammino
senza inciampo verso la pienezza.
Felicità che è bellezza, armonia delle forme, inebriante cascata di
luce.
Felicità che è amore corrisposto, riposo dell’amante nell’amato, ebbrezza
reciproca, parola divenuta silenzio, silenzio mutato in verginale sguardo.
Ma, Signore, se tu sei la Pace, se tu, la Sapienza, se tu, la Bellezza, se tu, l’Amore, perché cerco la felicità fuori di te? e se tu sei in me, perché la cerco fuori di me?
Ti supplico, Signore, manifestati a me tu che vivi in me: la tua pace inondi il mio cuore, lo rallegri la tua luminosa sapienza, lo diletti la tua trasparente bellezza, arda del tuo amore, che placa e consuma.
Manifestati a me tu che vivi in me: perché comprenda che tu sei la sola Felicità, posseduta fin d’ora, seme immarcescibile che fiorirà nei secoli senza confini.
ADAMUS,
episc. Jennesis sec.
XII
a cura della Pontificia Facoltà Teologica "Marianum"
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