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PONTIFICIA COMMISSIONE PER I BENI CULTURALI DELLA CHIESA

RELAZIONE DI S.E. MONS. MAURO PIACENZA

“L’Amore per il Creato nelle Composizioni Artistiche
(Magistero di Giovanni Paolo II)”

Napoli, Convegno Nazionale UCAI, 15-17 ottobre 2004

 

Laudato sii, mi Signore, con tucte le tue creature
(San Francesco d’Assisi, Cantico di Frate Sole

Quando San Francesco d’Assisi volle esaltare il Signore con il suo Cantico di Frate Sole lo magnificò attraverso le creature che Dio stesso aveva plasmato e posto nel cosmo. San Francesco si inseriva in una grande tradizione religiosa e letteraria di celebrazione della grandezza del Signore attraverso il creato, che ha i suoi inizi nella Sacra Scrittura, nel Salmo 104 e nel “Cantico dei tre giovani” del libro di Daniele (3, 51-90).

La menzione del serafico Padre ci permette di entrare nell’argomento del presente convegno nazionale dell’Unione Cattolica Artisti Italiani, che fin dal titolo, L’attualità del cantico delle creature: i cristiani responsabili dei beni della creazione, si richiama esplicitamente al suo insegnamento spirituale di cristiano esemplare, amante di Dio e, quindi, di tutte le sue creature, a cominciare dall’uomo, fino agli animali, alle piante e alle cose inanimate.

1. Il creato nella visione cristiana

In occasione della XXIII Giornata mondiale della pace, il Santo Padre ha scritto un memorabile messaggio, dove è sintetizzata la visione teologica cristiana del cosmo: (Giovanni Paolo II, Messaggio per la XXIII Giornata mondiale della pace, Pace con Dio creatore, pace con tutto il creato, 1° gennaio 1990).

La riflessione del Santo Padre parte dai primi capitoli della Genesi dove, quasi a sigillo dell’opera di ciascun giorno della creazione, si afferma, “e Dio vide che era cosa buona” (cfr Gen 1, 4 ecc.), salvo osservare, dopo la creazione dell’uomo e della donna il sesto giorno, “e Dio vide che era cosa molto buona” (Gen 1, 31).

Quest’ultima accentuazione, che rivela l’eccellenza della collocazione dell’uomo e della donna nella creazione, è successivamente esplicitata dall’affidamento ad Adamo e ad Eva di tutto il creato (Gen 2, 3), come vocazione a partecipare all’attuazione del piano di Dio sulla creazione, stimolata da capacità e doni, che distinguono la persona umana da ogni altra creatura, quali essenzialmente la ragione, la volontà, la coscienza, la dimensione spirituale.

Nello stesso tempo Dio stabiliva un ordinato rapporto tra gli uomini e l’intero creato. Il loro essere immagine e somiglianza di Dio li rendeva atti ad esercitare un dominio sulla terra con saggezza e amore. Tuttavia con il loro peccato, con cui si sono posti in aperto contrasto con Dio, essi hanno distrutto l’armonia preesistente e questo ha portato non solo l’inimicizia, la morte e il fratricidio, ma ha comportato anche una sorta di alienazione ed ostilità della terra nei confronti dell’uomo (cfr. Gen 3, 17-19; 4, 12) ed ha sottomesso a caducità il creato, che da allora attende, esso pure, di essere liberato dalla corruzione (cfr. Rm 8, 20-21)

Ora l’alba di questa liberazione, attesa per l’uomo (cfr. Gen 3, 15) e per il creato si è manifestata in Cristo, nella cui morte e risurrezione a Dio Padre “piacque… riconciliare a sé tutte le cose, pacificando col sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli” (Col 1, 19-20), mentre noi “aspettiamo nuovi cieli e una nuova terra, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (2 Pt, 3, 13) (cfr Pace con Dio creatore, 3-5).

Da queste premesse teologiche discende, per il cristiano, il dovere di una nuova considerazione della creazione, vista come opera di Dio e, quindi, come eredità comune degli uomini, con il conseguente obbligo di amarla e rispettarla. E questo a cominciare da una visione sacra del valore della persona e della vita umana, con la conseguente solidarietà fra gli uomini e i popoli fondata sulla fede nell’unico Dio.

2. Il creato nell’economia della salvezza

Da quanto detto risulta evidente che l’atto della creazione non è l’opera di un qualche “grande orologiaio” che, una volta fatto il mondo, l’avrebbe abbandonato a sé stesso; ma piuttosto “la creazione è il fondamento di tutti i progetti salvifici di Dio e l’inizio della storia della salvezza” (cfr Catechismo della Chiesa cattolica, 280).

Il creato è come un libro aperto nel quale Dio si manifesta in quella che viene chiamata la “rivelazione naturale”. “Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità” (Rm, 1, 20). Per tale motivo, “è possibile conoscere con certezza l’esistenza di Dio Creatore attraverso le sue opere, grazie alla luce della ragione umana” (Concilio Vaticano I: DS 3026).

“Noi dunque non possiamo sapere ciò che Dio è; ma che egli esiste, noi lo sappiamo – non per le nostre forze ma per la sua misericordia – considerando nelle sue opere la sapienza del Creatore. Di fronte a una nave o a un edificio, non pensiamo noi forse al costruttore o all’architetto…? Così Dio è conosciuto nelle sue creature e, in un certo senso, esce dalla sua invisibilità” (Girolamo, Commento a Isaia, 6, 1-7).

Anche se è stato necessario che Dio si rivelasse storicamente, a cominciare dai Patriarchi, a causa della fragilità della conoscenza naturale dell’uomo, spesso offuscata dall’errore, tuttavia la rivelazione naturale è il primo passo dell’Alleanza, vale a dire la prima e universale testimonianza dell’amore di Dio verso l’uomo. Ecco perché nella preghiera del popolo d’Israele grande spazio hanno i salmi di lode a Dio per le opere della creazione (cfr Salmo 104: “Benedici il Signore, anima mia, / Signore, mio Dio, quanto sei grande! / … Tu stendi il cielo come una tenda, / costruisci sulle acque la tua dimora…”) o la riflessione sulla Sapienza di Dio che era presente al momento della creazione (cfr Proverbi 8, 22-31: “Il Signore mi ha creata all’inizio della sua attività, / prima di ogni sua opera, fin da allora…”).

La rivelazione biblica trova il suo pieno significato nella rivelazione cristiana, in cui la creazione appare come il primo quadro del “mistero di Cristo” nel quale tutto trova compimento. “In principio era il Verbo,  … e il Verbo era Dio. … Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente è stato fatto” (Gv 1, 1-3). E ancora: “Per mezzo di lui [Cristo] sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra. … Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono” (Col 1, 16-17).

Verità fondamentale, costantemente insegnata dalla Scrittura e dalla Tradizione, è che “il mondo è stato creato per la gloria di Dio” (Concilio Vaticano I: DS 3025). Ma, Dio ha creato tutte le cose “non per accrescere la propria gloria, ma per manifestarla e comunicarla” (San Bonaventura, In libros sententiarum, 2, 1, 2, 2, 1), per cui “aperta la mano dalla chiave dell’amore, le creature vennero alla luce” (San Tommaso d’Aquino, In libros sententiarum, 2).

Ora, se Dio manifesta la sua gloria, cioè il suo amore, attraverso le creature incoscienti, quanto più sarà glorificato nell’uomo che accetta liberamente la comunione con lui. “Infatti, la gloria di Dio è l’uomo vivente e la vita dell’uomo è la visione di Dio: se già la rivelazione di Dio attraverso la creazione procurò la vita a tutti gli esseri che vivono sulla terra, quanto più la manifestazione del Padre per mezzo del Verbo dà la vita a coloro che vedono Dio” (Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 4, 20, 7;  cfr Catechismo, 293-294).

3. La creazione e gli artisti

Possiamo chiederci: che cosa ha a che fare questa riflessione teologica sulla creazione con gli artisti, la loro arte e le loro opere? È lo stesso Santo Padre a guidarci in questo con una lettera appositamente scritta per loro, alla vigilia dell’anno giubilare (Giovanni Paolo II, Lettera del Papa agli artisti, 4 aprile 1999).

Dopo avere citato in epigrafe la frase di Gen 1, 31: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona”, il Sommo Pontefice paragona il pathos con cui Dio guardò alla creazione appena uscita dalle sue mani al sentimento con cui “gli artisti di ogni tempo, avvinti dallo stupore per il potere arcano dei suoni e delle parole, dei colori e delle forme”, hanno guardato all’opera del proprio estro “avvertendo quasi l’eco di quel mistero della creazione a cui Dio, solo creatore di tutte le cose, ha voluto in qualche modo associarvi”. Il Santo Padre non esita a porre un’ardua analogia fra Dio creatore e l’artista. “La pagina iniziale della Bibbia ci presenta Dio quasi come il modello esemplare di ogni persona che produce un’opera: nell’uomo artefice si rispecchia la sua immagine di Creatore” (Lettera agli artisti, 1).

Sono parole molto forti, ma non per questo devono spaventare o inorgoglire chi le sente rivolte a sé; devono piuttosto costituire il fondamento di una solida spiritualità dell’artista, chiamato anch’egli ad una via di santificazione attraverso i doni particolari a lui concessi.

Innanzitutto bisogna sottolineare che la distinzione fra artefice e Creatore non è solo formale, ma sostanziale. Solo Dio è Creatore, perché solo Lui dona l’esistenza a quanto prima non esisteva; chi invece utilizza qualcosa di già esistente è un artefice. Pertanto quando si afferma che un artista “crea” qualcosa, lo si dice, ovviamente, per analogia.

Ora, che cosa fa sì che l’uomo sia artefice o, se vogliamo, “creatore” di qualcosa? La Genesi, a questo proposito, afferma che Dio creò l’uomo e la donna “a sua immagine” (1, 27) e che, in conseguenza di ciò, affidò loro il compito di dominare la terra (cfr 1, 28).

Se ciò si può dire di tutta l’attività umana, nella “creazione artistica” l’uomo si rivela in modo eccellente “immagine di Dio”. Ma il Santo Padre aggiunge che l’artista “realizza questo compito prima di tutto plasmando la stupenda ‘materia’ della propria umanità” e poi anche attraverso la propria arte (Lettera, 1). Dunque, una vocazione spirituale precede e sostiene la vocazione artistica, quella di “essere artefice della propria vita”, facendone, in un certo senso, “un’opera d’arte, un capolavoro” (ivi, 2).

La vocazione spirituale e morale va dunque distinta dalla vocazione artistica, che consiste nell’“agire secondo le esigenze dell’arte, accogliendone gli specifici dettami”, ma le due vocazioni sono anche connesse, perché un’opera sarà necessariamente il riflesso, lo specchio dell’interiorità dell’artista (ivi). Se prendiamo ancora come esempio San Francesco, egli fu anzitutto un uomo “in pace con Dio”; da questa condizione spirituale gli derivò la sua amicizia per gli uomini, il suo amore per le creature del Signore e la sua ispirazione poetica, che trasfuse nella più antica lirica della letteratura italiana.

Tornando poi alla specifica vocazione artistica, il Santo Padre, riferendosi ancora ai primi capitoli della Genesi, osserva come la traduzione greca della Bibbia detta dei Settanta, per indicare che Dio considera tutto ciò che ha creato “cosa buona”, utilizza la parola “kalón”, cioè, propriamente, “bello”. Questo non è certo privo di conseguenze, dal momento che esiste un rapporto essenziale tra bello e buono, che già la filosofia greca aveva rilevato, nel senso che “la bellezza è in un certo senso l’espressione visibile del bene, come il bene è la condizione metafisica della bellezza” (Ivi, 3).

“ In un senso molto vero si può dire che la bellezza è la vocazione rivolta all’artista dal Creatore col dono del ‘talento artistico’” (ivi). Nel perseguire tale meta l’artista deve essere consapevole che la sua opera contribuisce ad una comprensione più profonda della realtà, perché egli è dotato di una sensibilità superiore a quella degli altri uomini. Nello stesso tempo deve sapere anche che la sua arte non è neutra dal punto di vista della comunicazione di valori morali.

Su quest’ultimo punto insiste particolarmente il Santo Padre. Se l’arte è giustamente espressione dell’estro artistico, che agisce come una forza interiore, a cui l’artista stesso non può sottrarsi, pena il tradimento della sua ispirazione, è anche vero che essa ha chiaramente un suo ruolo sociale ed educativo, che comporta pertanto una responsabilità nei confronti dei fruitori, specie dei giovani (ivi, 4). E non si parla qui tanto di oscenità o di blasfemía, certamente da bandire, ma del nichilismo assoluto che talvolta si coglie in certe opere, plastiche o letterarie o musicali, “disperate” e disperanti.

L’artista – e sono sempre concetti che stanno a cuore al Santo Padre – deve concepire la propria arte come un “duro lavoro” attraverso il quale compiere, assieme agli altri uomini, l’opera della creazione iniziata da Dio. E in questo l’artista saprà operare secondo l’etica che gli è propria, “senza lasciarsi dominare dalla ricerca di gloria fatua o dalla smania di una facile popolarità, ed ancora meno dal calcolo di un possibile profitto personale” (ivi). Aggiungerei, senza neppure lasciarsi dominare dal trito convenzionalismo anticonvenzionale, o senza cedere al desiderio di essere blandito da taluni critici che pontificano e tutto condizionano in sudditanza indecorosa ed ideologica assolutamente incompatibili con la professione leale ed integra della nostra fede cattolica. (A chi ha coraggio dico che bisogna spaccare certe croste che coartano l’autentica libertà. Ma è l’unione che fa la forza).

Nel libro della Genesi, che abbiamo più volte citato, si racconta che quando “la terra era ancora informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso, lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Gen 1,2). Ancora oggi la Chiesa propone due bellissime preghiere allo Spirito Santo, la sequenza “Veni, Sancte Spiritus” e l’inno “Veni, Creator Spiritus”, che ogni artista – come ogni altro cristiano – dovrebbero recitare all’inizio delle proprie attività. Lo stesso Santo Padre ci invita a notare le analogie fra «soffio – spirazione e ispirazione!», aggiungendo che «lo Spirito è il misterioso artista dell’universo» (ivi, 15).

Concludo con un’ampia citazione della Lettera del Santo Padre agli artisti, che un po’ riassume i punti fin qui toccati. Lo stesso Pontefice, in gioventù, amò esprimersi attraverso l’arte poetica e drammaturgica e, quindi, parla agli artisti con il bagaglio della propria esperienza e sensibilità. “Cari artisti, voi ben lo sapete, molti sono gli stimoli, interiori ed esteriori, che possono ispirare il vostro talento. Ogni autentica ispirazione, tuttavia, racchiude in sé qualche fremito di quel ‘soffio’ con cui lo Spirito creatore pervadeva sin dall’inizio l’opera della creazione. Presiedendo alle misteriose leggi che governano l’universo, il divino soffio dello Spirito creatore s’incontra con il genio dell’uomo e ne stimola la capacità creativa. Lo raggiunge una sorta di illuminazione interiore, che unisce insieme l’indicazione del bene e del bello, e risveglia in lui le energie della mente e del cuore rendendolo atto a concepire l’idea e a darle forma nell’opera d’arte. Si parla allora giustamente, se pure analogicamente, di ‘momenti di grazia’, perché l’essere umano ha la possibilità di fare una qualche esperienza dell’Assoluto che lo trascende” (ivi, 15).

Facendo mie queste parole, vi auguro di essere sempre animati da amore, anche quando dipingete o scolpite o cantate o scrivete o recitate…. Un uomo e una donna sono veramente tali quando amano, e quindi anche gli artisti sono tali soltanto quando amano. Vi auguro, nel vostro nobilissimo lavoro, di amare innanzitutto Dio e, di conseguenza, la sua opera, il creato, al vertice del quale Dio stesso ha posto l’uomo. Siate così missionari del bell’amore attraverso l’incanto della bellezza.

Mauro Piacenza
Presidente della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa

 
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