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PONTIFICIA COMMISSIONE PER I BENI CULTURALI DELLA CHIESA

RELAZIONE DI S.E. MONS. MAURO PIACENZA

La custodia eucaristica
Orientamenti pratici sotto il profilo dei beni culturali
 

Loreto, 29 luglio 2005

 

XI Corso di arte e iconografia cristiana – Associazione Il Baglio 

“È oltre modo conveniente che Cristo abbia voluto rimanere presente alla sua Chiesa in questa forma davvero unica. Poiché stava per lasciare i suoi sotto il suo aspetto visibile, ha voluto donarci la sua presenza sacramentale; poiché stava per offrirsi sulla croce per la nostra salvezza, ha voluto che noi avessimo il memoriale dell’amore con il quale ci ha amati ‘sino alla fine’, fino al dono della propria vita. Nella sua presenza eucaristica, infatti, egli rimane misteriosamente in mezzo a noi e vi rimane sotto i segni che esprimono e comunicano questo amore” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1380) 

Cenni sulla storia del tabernacolo 

La parola “tabernacolo” compare a metà del XII sec. per designare la “tenda” (tabernaculum) per conservare l’Eucaristia, ma è utilizzata solo raramente prima della fine del XVI secolo. Tale parola è tuttavia ricca di richiami biblici: era una tenda il luogo dell’incontro di Mosé con Dio al tempo dell’esodo (cfr Es 33, 7); nel prologo di Giovanni si dice che il Verbo “venne ad abitare”, letteralmente “pose la sua tenda in mezzo a noi (cfr Gv 1, 14); è una tenda la dimora di Dio in mezzo agli uomini per il veggente dell’Apocalisse (cfr Ap 21, 3). Se il tabernacolo è divenuto provvidenzialmente, dopo il concilio di Trento, il luogo privilegiato della custodia eucaristica, quest’ultima ha conosciuto numerose modalità che si sono conservate fino all’epoca moderna.

La conservazione del corpo del Signore (più raramente del sangue) si è sempre praticata nella Chiesa, per assicurare l’Eucaristia ai malati e soprattutto il viatico ai moribondi (Concilio di Nicea, 325). Essa era pertanto eminentemente pratica, e il luogo deputato a tale “riserva” non era legato necessariamente al “santuario”, dove c’era l’altare e neppure all’edificio sacro. Le teche contenenti le sacre specie erano depositate in apposite cavità, chiuse da porte (armarium, sacrarium), incassate nel muro laterale del presbiterio o della sacristia. Si veda come esempio il bel tabernacolo cosmatesco del 1299, sull’arco trionfale della basilica di San Clemente a Roma. Molti di questi tabernacoli a muro, a forma di edicola, sovrastati da un timpano e spesso riccamente decorati, sono sopravvissuti dal medioevo o dal rinascimento fino ad oggi, cambiando destinazione, ad esempio, come luogo per la conservazione degli oli santi. La conservazione dell’Eucaristia poteva però avvenire anche sopra l’altare, in appositi contenitori a forma di coppa (pisside, ciborium), di scrigno o di colomba, appesi mediante catenelle al baldacchino. Tali contenitori erano rivestiti di un drappo di stoffa disposta a forma di tenda, da cui deriva, appunto, il nome di tabernacolo. A questi si aggiunse nei secoli XV-XVI un terzo modo per conservare il sacramento: delle torrette eucaristiche di pietra o di altro materiale, spesso imitazioni di celebri edifici gotici o rinascimentali. Per la forma e la monumentalità, esse non sono semplici recipienti della riserva eucaristica, ma delle custodie che denotano adorazione. Esse sono infatti testimoni di una armonica e positiva evoluzione del culto dell’Eucaristia che durava già da parecchi secoli.

Nella metà del sec. XI, infatti, le speculazioni di Berengario di Tours (morto nel 1088) circa la presenza reale di Cristo nelle specie eucaristiche suscitarono una viva reazione nel popolo di Dio, che con il proprio “sensus fidei” aumentò i caldi sentimenti di adorazione. Essa si manifestò però non in un ritorno alla comunione frequente, purtroppo abbandonata da molto tempo, ma nello sviluppo, peraltro provvidenziale dell’adorazione dell’Ostia, mostrata nel bel rito dell’elevazione nella santa Messa, introdotto proprio in quel periodo. Successivamente fu istituita la solennità del Corpus Domini (1264) e si diffuse la pratica delle solenni processioni del Santissimo Sacramento (XIV sec.). Era naturale che in questo contesto, la custodia eucaristica non potesse essere più un semplice armadio, ma dovesse assumere un posto d’onore, come avvenne per le torri eucaristiche. È pure evidente che la negazione, ancor più radicale, della transustanziazione e della presenza reale da parte della cosiddetta Riforma protestante, accentuasse nella Chiesa, madre e maestra il culto dell’Eucaristia. San Carlo Borromeo a Milano e molti zelanti vescovi di quella generazione, nel promuovere la riforma anche architettonica delle chiese, introdussero il tabernacolo così come lo conosciamo noi oggi. Si tratta di una cassa solida e stabile, posta al centro dell’altare, con una porta chiudibile a chiave. Abitualmente il tabernacolo è rivestito di tessuti preziosi all’interno e all’esterno di un velo bianco o dei colori liturgici, che continua a giustificarne il nome. Esso è anche sovrastato da una croce, per significare la relazione fondamentale con la Santa Messa, con il sacrificio di Cristo. Nel quadro della pietà eucaristica, sorta in epoca tridentina e giunta fino a noi, che ha come elemento qualificante l’esposizione prolungata del santissimo Sacramento – sul modello delle “Quarantore”, apparse in Italia nel sec. XVI – il tabernacolo assunse anche la funzione di supporto per l’ostensorio.

Pare che non sia ancora stato iniziato un inventario completo delle forme che ha ricevuto il tabernacolo dal XVII sec. ai giorni nostri, tanto esse sono varie. Il tabernacolo barocco è ben inquadrato nella nuova architettura dell’altare, spostato verso la parete e sovrastato da una grande pala. Spesso, come accade, ad esempio nella penisola iberica, il tabernacolo è parte integrante di grandi e articolati retabli, che contribuiscono a conferirgli gloria. In altri casi, il tabernacolo è concepito come opera a sé stante, come un lavoro di oreficeria, spesso di dimensioni monumentali. È il caso del tabernacolo per la basilica di San Pietro in Vaticano, ideato da G. L. Bernini (1674), che ha preso come modello il tempietto di Bramante, contornato dalle statue dei dodici apostoli e da due bellissimi Angeli adoranti.

Celebrazione, tabernacolo, adorazione: un sottile equilibrio 

Il “luogo” per eccellenza della presenza del Signore è quello della celebrazione sacramentale, dove si riconosce il Signore allo spezzar del pane (cfr Lc 24, 30-31). Certamente il segno del pane e del vino consacrato ha una preminenza che porta all’adorazione: la fede vi riconosce il Corpo e il Sangue del Signore. E infatti nella celebrazione stessa della santa Messa si possono riconoscere dei gesti che significano l’adorazione, che si integrano armoniosamente in una dinamica che ha in sé, come fine, la consumazione e la comunione. Il modo di trattare il Corpo e il Sangue del Signore con il massimo rispetto e venerazione, le genuflessioni, l’elevazione, specialmente quella a conclusione della prece eucaristica, sono espressione di adorazione, che qui, pertanto, manifesta di essere finalizzata alla comunione.

Se è vero che la conservazione dell’Eucaristia agli inizi fu finalizzata alla comunione di quanti non potevano essere presenti alla celebrazione, cosa che giustifica il termine di “riserva eucaristica”, è anche vero che la permanenza della presenza reale del Signore “in corpo, sangue, anima e divinità” costituisce una ricchezza incomparabile e suggerisce un atteggiamento di rispetto e di adorazione, che la pietà popolare ha mirabilmente trasformato in preghiera, personale o comunitaria, davanti al Santissimo Sacramento. Gli esempi dei Santi, al riguardo, costituiscono per tutti un monito ed un esempio. Ci si deve guardare da freddi archeologismi per aprissi piuttosto all’opera mirabile dello Spirito Santo che conduce la Chiesa e lavora nelle anime dei fedeli.

Bisogna avere altresì ben presente che il tabernacolo costituisce un “luogo di sosta” fra una celebrazione e un’altra e soprattutto che la presenza del Signore rimanda sempre al dono pasquale che Lui fa di se stesso e del quale l’Eucaristia è anamnesi. L’adorazione cristiana si comprende bene all’interno di questo gesto pasquale di Cristo. Essa prosegue, nel raccoglimento, ciò che ha visto nel corso della celebrazione. Si tratta di una “comunione spirituale” che continua quella eucaristica. Conviene pertanto che il tabernacolo suggerisca tale continuità. Conviene soprattutto che l’adorazione risulti correlata con la celebrazione, che ha la preminenza. Il luogo della custodia eucaristica è indissociabile mediante una relazione profonda e vivente, con la santa Messa. Pertanto deve essere in stretto legame con l’altare, dove Cristo si offre con l’assemblea del suo corpo ecclesiale.

La dottrina del Concilio Vaticano II insegna che vari sono i “luoghi” in cui Cristo si rende presente: l’Eucaristia, in modo eminente, la Parola, l’assemblea, il celebrante… (cfr Sacrosanctum concilium 7). Di conseguenza, anche gli arredi della chiesa rinviano a tale presenza: l’altare (con la croce), l’ambone (con l’evangeliario), la sede (del presidente dell’assemblea). Ciò suggerisce un’interpretazione teologica: i tre luoghi sono la manifestazione dell’unico corpo di Cristo: il corpo sacramentale, il corpo scritturale e il corpo ecclesiale, impersonato dal celebrante. Altare, ambone e sede costituiscono pertanto come i tre poli spaziali della celebrazione eucaristica e di essi è esplicitamente prevista la collocazione in presbiterio (cfr Ordinamento generale del Messale Romano, 3a ed., Roma 2000, nn. 296-310), e ciò pone di volta in volta il problema della loro organizzazione. Ma in relazione a tali poli, qual è il posto del tabernacolo?

Giustamente le norme prescrivono che la cappella eucaristica “sia unita strutturalmente con la chiesa e ben visibile ai fedeli” (Ordinamento generale, n. 315 b). Ciò intende sottolineare che è essenziale stabilire anche architettonicamente fra il tabernacolo e il santuario della celebrazione quel legame che esiste fra l’adorazione eucaristica e la celebrazione. La collocazione, la forma, l’iconografia dei tabernacoli dovrebbero servire a ciò. 

La custodia eucaristica nell’organizzazione dello spazio liturgico

Sono state sperimentate le soluzioni più svariate: dalla cappella nettamente separata fino alla colonna del Santissimo Sacramento in prossimità dell’altare con tutte le soluzioni intermedie. Ciò non significa che tutte le soluzioni possibili si equivalgano. La soluzione del problema dipende naturalmente dalla grandezza e dalla configurazione architettonica della chiesa. Pertanto il criterio di discernimento non consiste nell’obbedienza ad una legge formale unica, ma nel principio di intelligente adattamento al luogo, valido per altri aspetti della liturgia.

Le norme raccomandano che “il santissimo sacramento sia conservato nel tabernacolo, collocato in una parte della chiesa assai dignitosa, insigne, ben visibile, ornata decorosamente e adatta alla preghiera” (Ordinamento generale, n. 314). Riguardo poi alla concreta collocazione, prescrive attenzione alla struttura di ciascuna chiesa, suggerendo come soluzione o lo stesso presbiterio, escludendo l’altare della celebrazione, o una “cappella adatta all’adorazione e alla preghiera privata dei fedeli, che però sia unita strutturalmente con la chiesa e ben visibile ai fedeli” (n. 315). È evidente che nel primo caso si hanno in mente le chiese di antica edificazione, in cui non è opportuno smantellare l’antico altare maggiore, perché prezioso e monumentale, anche se non fosse più utilizzato per la celebrazione; nello stesso caso sono contemplate quelle chiese in cui, per la ristrettezza dell’edificio o la mancanza di altri spazi idonei, la soluzione di conservare l’Eucaristia nell’antico tabernacolo appare la più congrua. La seconda soluzione, che rappresenta l’ideale, di destinare un’apposita cappella alla custodia e all’adorazione, deve essere adottata laddove è possibile un adeguamento dignitoso di chiese costruite prima del Concilio e negli edifici di nuova edificazione. Oltretutto quest’ultima soluzione ha una storia antica e corrisponde alla tradizione corale, cioè monastica e canonicale e, quindi, adottata nelle chiese monastiche e nelle cattedrali. Per tale prassi, il fatto di non collocare la custodia nel luogo della celebrazione della Santa Messa (presbiterio o santuario) né in quello della celebrazione dell’Ufficio divino (coro), non denotava certamente poco rispetto o scarsa pietà verso l’Eucaristia. Al contrario, tende a riservare un luogo apposito, raccolto, all’adorazione e alla preghiera personale. È comunque certamente quanto mai lodevole celebrare la Liturgia delle Ore coram Sanctissimo. Lo dice il buon senso della fede.

Riservando all’Eucaristia un luogo apposito, l’adorazione e la preghiera privata dei fedeli può risultare favorite. Lo spazio della custodia eucaristica, che è per sua natura luogo di silenzio e di preghiera personale, e dunque un luogo improntato alla discrezione, non appartiene di per sé allo spazio eucaristico (quello della celebrazione) né, nelle chiese monastiche, a quello dell’Ufficio divino (il coro). Distinzione, però, non significa separazione. Nelle nuove chiese si possono pensare soluzioni di cappelle ben distinte ma collegate all’altare. Nell’adeguamento di chiese basilicali, un luogo distinto ma collegato all’altare potrebbe essere una delle cappelle in fondo alla navata laterale, a fianco del presbiterio, oppure una delle due cappelle terminali del transetto. Tuttavia ogni caso va valutato a sé. Risulta più complesso, ad esempio, il caso dei monasteri nei quali si debba considerare l’esigenza della clausura. In questo caso il tabernacolo, che deve essere sempre unico, dovrebbe essere visibile sia alla comunità monastica sia ai fedeli, che stanno dalla parte opposta di un muro o di una grata.

Riguardo al grande passaggio della costituzione sulla liturgia sui diversi modi di presenza di Cristo nella liturgia (Sacrosanctum Concilium 7), bisogna sottolineare che l’altare come memoria della celebrazione eucaristica rimane il polo maggiore. Il luogo della custodia rimanda a questo polo essenziale. “L’altare sia poi collocato in modo da costituire realmente il centro verso il quale spontaneamente converga l’attenzione dei fedeli” (Ordinamento generale, n. 299). Questo non esclude affatto l’immediata visibilità anche del luogo della custodia eucaristica, mediante l’ausilio delle tradizionali lampade – peraltro obbligatorie – accortamente disposte. In ogni caso è bene che il fedele sia aiutato dalla sacralità dell’edificio stesso a mettersi immediatamente alla presenza del Signore con un atteggiamento orante, che continuerà davanti all’Eucaristia.

La Chiesa canta “Ecce panis Angelorum”. “Ecce”, “ecco”. Questo “ecco” diventa un po’ il cartello segnaletico che indica dove è il Santissimo Sacramento dell’Altare, dov’è il Tesoro di noi pellegrini sulla terra, dov’è la nostra insostituibile divina compagnia. “Ecco” la presenza di Nostro Signore Gesù Cristo; “ecco” la Presenza reale che abita la santa ostia consacrata.

La SS. Trinità per incontrarci mentre camminiamo ancora nella storia, ha scelto di venire sul nostro percorso: nel Figlio eterno ha assunto un corpo. Noi per incontrare qualcuno abbiamo bisogno della strumentalità corporea. Se siamo tristi piangiamo, se siamo allegri cantiamo, se esprimiamo cordialità porgiamo la mano, se vogliamo consolare sorridiamo e così via. Tutte le relazioni passano attraverso il corpo.

Il Corpo del Signore è il Dio con noi, la sua offerta plenaria accade nel corpo. Del resto, per noi uomini viatori, come potrebbe essere possibile ricevere il dono se non nella carne?

Nei segni tangibili del pane e del vino cogliamo la Presenza reale del nostro Salvatore.

Lui, che è il nostro Tutto, viene a noi nel frammento di quel pane.

Lì c’è la Presenza “reale” non perché le altre presenze non siano vere (“reali”) ma per antonomasia, perché è sostanziale e, in forza di essa, Cristo, Uomo-Dio, si fa presente tutto intero.

L’ostia consacrata custodisce realmente la persona di Nostro Signore. In quell’ostia consacrata c’è la presenza salvifica di Nostro Signore perché è il memoriale della Croce, dell’Agnello immacolato, sacrificio gradito al Padre. Cosa può esserci di più grande sotto la volta del cielo di quel pane consacrato? Cosa – o meglio – “Chi di più dolce, di più amabile, di più gradevole, di più adorabile?

Questo dono assolutamente inestimabile è consegnato – e ciò è stupendo quanto tremendo – alla nostra libertà. Per la libertà, la presenza reale del Crocifisso morto e risorto permane nelle specie eucaristiche dove pane e vino sono transustanziati, per la potenza dello Spirito Santo, nel corpo immolato e nel sangue versato da Gesù.

Spesso, con vibrante intensità espressiva, i nostri fratelli d’Oriente parlano dell’Eucarestia come “Mysterium tremendum”. In effetti è un oceano di grazia: l’abbassamento, la chenosi del Figlio di dio che si affida alla fragile libertà dell’uomo.

La nostra piena realizzazione si attua nella santa comunione col corpo di Cristo e nella adorazione della sua reale Presenza sacramentale.

Da secoli e secoli la Madre Chiesa ha educato i propri figli ad adorare Gesù sacramentato.

Egli rimane in mezzo a noi, nel tabernacolo, ed aspetta che andiamo ad incontrarlo, aspetta che gli dedichiamo qualche momento per riconoscere così il suo immenso amore.

Ma occorre la carità pastorale di committenti che comprendano la necessità di questa visita e di artisti che, in ascolto della sana dottrina eucaristica ed infiammati dalla reale Presenza – per personale esperienza – pongano i propri talenti a disposizione, per gridare con essi quell’Ecce, Ecce Panis Angelorum!

Cari amici artisti sappiate che l’Eucarestia costituisce il Mysterium fidei. E lo costituisce perché essa propone alla esterna constatazione dei sensi soltanto le apparenze o “specie” del pane e del vino. La divina realtà la si raggiunge solo con la fede. Le apparenze indicano molto, ma non mostrano. La sola fede mostra la stupenda realtà divina.

È a questo punto che sorge una riflessione di ordine generale, sostanziale.

Per rispettare i limiti della nostra natura e delle sue capacità, le cose nascoste alla diretta percezione dei sensi si manifestano con i simboli. Ossia, le traduzioni delle realtà superiori vanno fatte con elementi esterni, materiali, che siano di immediata apprensione da parte dei nostri sensi.

Pertanto, le “specie eucaristiche” indicano il nutrimento spirituale dell’anima e l’ineffabile grado di unione tra il Signore Gesù Cristo e noi. Infatti la “manducazione”, più volte affermata dal Signore nel suo discorso eucaristico a Cafarnao (cfr Gv 6), indica la “assimilazione” nella quale si conclude la manducazione stessa. Nessun simbolo poteva rendere l’idea dell’unione tra Cristo e l’anima più di questa ardita figura. È di per sé commovente.

Ma la divina reale Presenza non è raggiungibile se non con la fede. Questa deve essere aiutata, perché l’abitudine porta a dimenticare rispetto, adorazione, diligenza dovuti.

Ecco il principio generale: quello che è invisibile ai sensi esterni deve sempre essere tradotto con elementi esterni adeguati, per facilitare l’atto di fede e i doveri conseguenti. Stornare questi mezzi adeguati che aiutano e la fede e i doveri conseguenti è atto illogico, innaturale, dannoso.

I secoli passati ci hanno lasciato tabernacoli, altari, vasi e paramenti sacri stupendi, perché applicavano la logica alla quale ho accennato.

Tali oggetti, il più delle volte, sono stati realizzati con i sudati, onesti risparmi della povera gente, di fedeli semplici e umili, i quali allargavano le dimensioni della propria esistenza con la gioia di partecipare alla adorazione dell’eternità.

Quanto ai vasi sacri, più facilmente maneggiabili e asportabili, rischiano oggi di finire in gran parte nelle raccolte di taluni antiquari per essere sostituiti da oggetti – lasciatemi dire – molto spesso “barbarici”.

La iconoclastia di quanto serve a rendere presente ai sensi quello che non può raggiungersi con essi, realtà spirituale, si riduce con il tempo ad essere un atto di repulsione per quello che non è materia.

Oltre tutto è un impoverimento dell’uomo. Che in certi contesti e in certe contingenze storiche si sia esagerato sino a spingere alla irragionevolezza il modo di “tradurre” le realtà nascoste, è vero; ma non per questo diventa accettabile un rinnegamento del culto esterno dovuto a Dio, Creatore di tutto, Signore, Legislatore, Salvatore, e… finalmente Giudice supremo!

Voi comprendete quale grave ma entusiasmante compito avete come artisti per costituire voi stessi l’Ecce Panis Angelorum. Nel riferirvi al SS. Sacramento, nel lavorare per la custodia di Esso, per favorire l’adorazione, dovreste avere nella mente e nel cuore le esigenze teologiche e spirituali autentiche. Allora la vostra arte diventa veicolo di incontro, diventa già “pastorale”.

Voi dovreste concepire l’architettura e l’arredo di una cappella del Santissimo, scolpire un tabernacolo, forgiare una porticina di esso, concepire una lampada, pensare a dei candelabri, scrivere una melodia da suonare nel contesto dell’adorazione, con la consapevolezza che nella Chiesa il Signore continua a venirci incontro, nella consapevolezza che la partecipazione al mistero eucaristico sarà tanto più piena quanto più ci prepareremo nella preghiera silenziosa davanti alla presenza del Signore.

Non raccogliete la trita e ritrita obiezione che dice: posso pregare anche in un prato, davanti alle montagne, o davanti all’immensità del mare, immerso nello splendore della natura. Certamente, è vero che lo si può fare ed è anche cosa ottima farlo, e vi stimolo a farlo. Ma se ci fosse solo questo, allora l’iniziativa della preghiera rimarrebbe tutta presso di noi; allora Dio sarebbe un postulato del nostro pensiero: che Egli risponda e voglia farlo rimarrebbe una questione aperta. Eucarestia significa: Dio ha risposto. Eucarestia è Dio come risposta, come Presenza reale che risponde.

La vostra arte non può esprimere solo la natura ma il mistero, il mistero di Dio che viene incontro all’uomo!

Ora, l’iniziativa della relazione divino-umana non sta più in noi, ma in Lui, e solo così diventa veramente seria. Per questo la preghiera nell’ambito della adorazione eucaristica raggiunge un livello del tutto nuovo; solo ora investe i due lati. Anzi, è pienamente universale: quando preghiamo alla presenza eucaristica non siamo mai soli. Allora a pregare con noi, nel silenzio e nel raccoglimento, lì davanti al tabernacolo, non siamo soli. Allora a pregare con noi è tutta la Chiesa che celebra l’Eucarestia, tutta la Chiesa!

Avanti, cari amici artisti, avanti nel pensare ed esprimere tutto questo in simboli, in immagini, in suono, in canto!

Sappiamo che il centro del sacramento eucaristico è la celebrazione solenne del santo mistero in cui il Signore raccoglie il Suo popolo, lo unisce, lo edifica come popolo, in cui l’accoglie nel proprio sacrificio e si dona, si lascia ricevere da noi.

L’Eucarestia così è l’assemblea in cui il Signore agisce con noi e ci conduce. Tutto giusto, ma negli ultimi quarant’anni questa idea dell’assemblea si è appiattita in un orizzontalismo squilibrato, perché separato dall’idea fondamentale di sacrificio. Così l’Eucarestia per molti, per troppi, si è ridotta ad un semplice segno di comunione fraterna e la focalizzazione totalizzante sulla sola celebrazione ha eroso spazio alla fede nel Sacramento.

Anche solo esteriormente ciò è visibile in moltissimi edifici ecclesiastici: il luogo per la custodia del SS. Sacramento e, quindi, per la vista e l’adorazione è marginalizzato e nascosto, o quasi. L’Eucarestia si è ridotta ad un piccolo segmento temporale di una mezz’oretta nella quale la parte del leone viene fatta dalle letture o dallo scambio della pace. Così decentrata, l’Eucarestia non penetra più di sé un luogo e non scandisce più il tempo.

Eppure l’adorazione non è per nulla in concorrenza con la celebrazione, ma, anzi, ne costituisce la condizione, ne costituisce l’ambiente vitale. Solo nello spazio vivente dell’adorazione può essere vitale anche la celebrazione eucaristica; solo se la casa di Dio è continuamente vitalizzata dalla presenza del Signore e dalla nostra silenziosa disponibilità a rispondere, l’invito a raccoglierci nell’assemblea può introdurci all’ospitalità di Gesù e della Chiesa, che è poi il presupposto di quello stesso invito.

Comunicare con Cristo esige Lo si guardi, che ci si lasci guardare da Lui, che Lo si ascolti, che Lo si conosca. L’adorazione è l’aspetto personale del comunicare. Non possiamo comunicare sacramentalmente, senza farlo in maniera personale.

Cari amici, capite quanto è importante quello che potete fare voi? La Chiesa ha bisogno di voi per recuperare terreno in un campo che è “cuore” della fede e della evangelizzazione; ha bisogno di voi, sentitevi nobilitati!

Preghiamo Maria, la Donna eucaristica, che dopo aver avvolto Gesù Bambino nelle fasce le depose in quel secondo tabernacolo, dopo il Suo seno purissimo, che fu la mangiatoia, e Lo adorò. PreghiamoLa perché si ridesti in noi la gioia per la vicinanza della Presenza Reale, per il quale, come cristiani, stiamo lavorando.

Anche nella Santa Messa ci sono gesti di adorazione. In che cosa differiscono essi dall’adorazione eucaristica? Si passa da un atteggiamento dinamico a uno statico, da un momento rituale a una preghiera prolungata davanti al tabernacolo, dalla manducazione alla contemplazione, che anticipa lo stato definitivo della beata pacis visio. Viene quasi spontaneo pensare alla celebre espressione del contadino del santo Curato d’Ars: “Io guardo Lui e Lui guarda me”. Sebbene la contemplazione consista soprattutto in uno sguardo interiore, è quasi naturale che l’adorazione cerchi un supporto visivo.

Tuttavia qui c’è un paradosso. Infatti in tutto ciò non c’è nulla da vedere! A differenza di una croce, di un’icona, di una pittura o di una statua, che sono rappresentazioni, il tabernacolo non fa vedere nulla, ma piuttosto evoca, con la sua collocazione, forma e iconografia.

Né sembra idoneo, per ovviare a ciò, la soluzione di costruire dei tabernacoli trasparenti per poter vedere l’ostia. Infatti la trasparenza del tabernacolo è esplicitamente vietata (Ordinamento generale, n. 314).

Poiché nulla è mai troppo per l’amore, in determinati contesti si possono pensare anche soluzioni decisamente monumentali. Perché no? Anche quando, però, il tabernacolo è di dimensioni più modeste, si deve perseguire la bellezza.

L’abitudine al tabernacolo “tridentino” non necessariamente fa dimenticare altre tipologie, come quelle menzionate ad armadio e a torre. A quest’ultima, probabilmente, si ispirano molti tabernacoli moderni che presentano un supporto a colonna, di pietra, di marmo o di metallo. Essa potrebbe suggerire l’albero della vita (cfr Gen 2, 9 e Ap 22, 2), la colonna di fuoco nel deserto (cfr Es 13, 21); una di quelle colonne che si intaglia la Sapienza come simbolo di solidità (cfr Pr 9, 1); come torre suggerisce il legame fra il cielo e la terra e la solidità del materiale la presenza del Signore stabile e fedele (cfr Sal 61, 4; Pr 18, 10; Mi 4, 8). Bisogna prestare attenzione alla cosiddetta “iconologia architettonica”, secondo la quale lo spazio sacro e i suoi arredi non hanno solo una funzione, ma già in sé esprimono ciò che significano indipendentemente dalle immagini che possono esservi collocate.

Il legame teologico fra il tabernacolo e gli altri arredi (altare, ambone, sede, battistero, confessionale) potrebbe essere suggerito dalla analoga fattura formale, dall’utilizzo degli stessi materiali ecc. Meglio sarebbe affidare la loro esecuzione ad un unico artista o ad un unico atelier.

I materiali offrono molte possibilità. Per esempio, un tabernacolo di onice, di alabastro o di altro materiale traslucido, è costruito in un materiale nobile e risplendente. Se anche il porta lampada è dello stesso materiale, produce una luce allo stesso tempo discreta e colorata. 

Per “vedere” l’invisibile: l’iconografia 

Anche per la decorazione del tabernacolo e dell’ambiente della cappella eucaristica, occorre rifuggire la “tentazione” di fare del tabernacolo un semplice supporto per immagini. A differenza delle immagini dell’altare – la croce o la teofania absidale – che “introducono” al mistero eucaristico, svolgendo una vera e propria funzione liturgica, le immagini qui devono essere evocative. Esse debbono contribuire a creare un clima di raccoglimento e pertanto non possono essere se non molto discrete. Riguardo al supporto della decorazione, si pensa alle vetrate, ma soprattutto alla porta e all’eventuale sostegno (colonna).

In alcuni casi l’elemento iconografico è ridotto al minimo, con la scelta di elementi simbolici essenziali tratti dal repertorio antico: uno o due pesci, un calice e un cesto di pane, come nel celebre affresco del III sec. del Cubicolo di Lucina nelle Catacombe di San Callisto a Roma. Bisogna fare molta attenzione a non presentare in modo banale questi e altri simboli del repertorio cristiano: grappoli d’uva e spighe di grano, l’agnello mistico, il pellicano ecc.

La tradizione ecclesiastica ha amato pure porre sui vasi sacri (calici, pissidi) e quindi sui tabernacoli scene bibliche lette dalla liturgia in riferimento all’Eucaristia. Le più diffuse sono le rappresentazioni della Crocifissione, dell’Ultima Cena, dei Discepoli di Emmaus, tratte dal Nuovo Testamento. Altre poi sono tratte dall’Antico Testamento e sono le profezie dell’Eucaristia: Mosé che dà la manna agli israeliti nel deserto, oppure Elia nutrito di pane da un Angelo. Talvolta un’accurata analisi iconologica porta a belle sorprese. L’episodio di Emmaus (cfr Lc 24, 13-35), in cui i discepoli si accorsero di Gesù nel gesto di spezzare il pane, contiene un’interessante notazione: “Egli entrò per rimanere con loro” (v. 29), dove l’allusione alla “sosta” di Gesù, non può essere passata inosservata nella scelta di questa immagine. Analogamente, nell’episodio di Elia, il profeta è sostenuto dal cibo celeste (cfr 1 Re 18, 1-8) nel suo viaggio verso il monte Oreb, dove farà l’esperienza dell’incontro con Dio (ivi, 19, 9-18).

Ma la tradizione iconografica ha manifestato la sua raffinatezza creando opere in cui scene dell’Antico e del Nuovo Testamento sono poste l’una di fronte all’altra, secondo una corrispondenza detta “tipologica”. In base a tale legge ermeneutica, già presente nel Nuovo Testamento e in seguito elaborata dai Padri, il Nuovo Testamento è già presente nell’Antico e l’Antico Testamento si svela pienamente nel Nuovo (Novus in Vetere latet, Vetus in novo patet). La celebre e raffinatissima pisside di Malmesbury (1160-70. New York, The Pierpont Morgan Library) oppone sei scene ad altre sei: ad Aronne con la verga fiorita (Nm 17, 16-26), raffigurata nella coppa inferiore, è abbinata, in quella superiore, la Natività di Cristo; al Sacrificio di Abele (Gen 4, 4) corrisponde la Presentazione al Tempio; alla Circoncisione di Isacco (Gen 21, 4), il Battesimo di Cristo; al Sacrificio di Isacco (Gen 22; part. 22, 6), Cristo che porta la croce; al Serpente di rame di Mosé (Nm 21, 4-9), la Crocifissione; infine a Sansone che abbatte le porte di Gaza (Gdc 16, 1-3) corrisponde la Risurrezione. Come si vede, qui il tema non è “eucaristico” come lo intenderemmo noi, ma presenta i principali misteri della vita di Gesù, dei quali in ogni Eucaristia si fa il memoriale.

Di recente Floriano Bodini ha illustrato, nel tabernacolo del santuario di San Pio da Pietralcina a San Giovanni Rotondo, il mistero del pane eucaristico, mediante la presentazione di sei immagini tratte dall’Antico e sei tratte dal Nuovo Testamento.

Il Lezionario e la Liturgia offrono infinite ispirazioni agli artisti. Per tale motivo l’artista, specie se credente, deve avere grande dimestichezza con tali strumenti. La conoscenza del mistero cristiano nelle sue fonti (Sacra Scrittura, Liturgia, Catechismo), così come la tradizione artistica cristiana, a cui aggiungo – e vorrei sottolineare – la preghiera, secondo la grande tradizione degli iconografi sacri, uniti al talento, anch’esso dono di Dio, sono gli elementi fondamentali perché possa nuovamente fiorire un’arte a servizio della liturgia che sappia parlare all’uomo di oggi.

 

Mauro Piacenza
Presidente della Pontificia Commissione per i Beni culturali della Chiesa

 

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