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 Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People

People on the Move

N° 98, August 2005

 

 

I fedeli laici nell’istruzione

 Â“Erga migrantes caritas Christi”

 

S.E. Mons. Josef CLEMENS

Segretario 

Pontificio Consiglio per i Laici

 

1. L’istruzione Erga migrantes caritas Christi, del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, affronta il complesso fenomeno delle migrazioni, che ha assunto ormai proporzioni planetarie; il documento ha messo chiaramente in rilievo la funzione indispensabile che i fedeli laici sono chiamati a svolgere nella pastorale di accoglienza della Chiesa. Il testo dedica al ruolo dei laici e delle loro forme associative una intera sezione (n. 86-88) e un «titolo» dell’Ordinamento giuridico/pastorale che lo accompagna (art. 2 e 3); oltre a questi espliciti riferimenti, opportune considerazioni sul ruolo e sull’impegno dei laici sono disseminate per tutto il testo. La scelta di dare ampio rilievo alla funzione del laicato cattolico corrisponde agli insegnamenti recenti della Chiesa, espressi soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, in particolare in Apostolicam Actuositatem, e dagli ultimi Pontefici, in special modo da Giovanni Paolo II; d’altra parte questo orientamento costituisce un approccio realistico al problema, che può essere adeguatamente affrontato solo con l’apporto dell’intero popolo di Dio. 

I. Il ruolo dei laici secondo la Erga migrantes

2. L’analisi e gli indirizzi proposti dal documento lasciano impressionato il lettore per le molteplici responsabilità attribuite ai fedeli laici. Ad essi si richiede un coinvolgimento sia come singoli che come associazioni; sono coinvolti tanto i più impegnati nel servizio ecclesiale della catechesi e della formazione, quanto i semplici fedeli, nel doveroso esercizio della diaconia verso i più deboli (n. 86); spetta ai laici pure un appoggio fattivo ai migranti nell’ambito del lavoro e del sindacato, nonché in politica, per orientare le scelte legislative nel senso dell’inserimento, della promozione umana e sociale, del ricongiungimento familiare degli immigrati, mentre a livello ecclesiale l’istruzione auspica l’Istituzione di un ministero specifico non ordinato, che si prenda cura di coordinare l’accoglienza (n. 87 e art. 3 § 4 dell’Ordinamento). I laici devono saper accogliere i migranti come fratelli e sorelle, e impegnarsi per il riconoscimento dei loro diritti, specialmente per quanto concerne i diritti familiari (art. 2 § 1 dell’Ordinamento), occuparsi della loro evangelizzazione attraverso la testimonianza e l’annuncio, in particolar modo dove il clero scarseggia (art. 2 § 2). I fedeli migranti, d’altra parte, devono imparare ad apprezzare la cultura del popolo che li accoglie e impegnarsi, al contempo, a diffondere la fede (art. 3 § 1), entrare dove possibile nei Consigli pastorali a tutti i livelli (art. 3 § 2), integrarsi nelle associazioni locali senza rinunciare alla propria identità (art. 3 § 3). Il documento riconosce che il conseguimento di questi obiettivi suppone una formazione sistematica, permanente e fattiva per i laici (n. 88), e in questo senso è doveroso che si impegnino associazioni, movimenti e operatori pastorali (n. 96). Tutti i fedeli laici, d’altra parte, sono «chiamati a intraprendere un cammino di comunione che implichi… accettazione delle legittime diversità… soprattutto grazie a un vigoroso recupero spirituale dei fedeli stessi», perché la testimonianza nel dialogo, nel rispetto reciproco e nell’attitudine all’accoglienza, possa costituire «la prima e indispensabile forma di evangelizzazione» (n. 99). Il documento, dunque delinea i criteri di comportamento distintivi dei laici cristiani nelle due situazioni in cui possono venire a trovarsi in rapporto al fenomeno delle migrazioni: si rivolge tanto ai fedeli che devono esercitare il servizio dell’accoglienza di popoli con culture, riti e religioni diverse, cristiane o non cristiane, quanto ai laici cattolici che emigrano in paesi stranieri, in cui a volte vengono a trovarsi in minoranza esigua e non sempre ben accolta.

3. La complessità del compito e le difficoltà che implica possono forse lasciare perplessi, e d’altra parte la situazione concreta non incoraggia facili ottimismi: sono sotto gli occhi di tutti le grandi difficoltà di integrazione della maggior parte degli immigrati nelle società occidentali, e difficoltà si incontrano anche nelle nostre comunità cristiane. Evidenti sono pure i gravi pericoli per la fede in cui possono incorrere i fedeli che, sradicati dalla propria patria e cultura, si trovano a vivere in Paesi e culture che non conoscono, a volte estremamente secolarizzate, a volte indifferenti o ostili alla religione cattolica. D’altra parte, gli atteggiamenti di apertura e accoglienza di molti cattolici, singoli, parrocchie e associazioni, per quanto volenterosi si siano dimostratati, non sempre sono risultati appropriati, innanzitutto a causa dell’improvvisazione e della superficialità nell’approccio a un fenomeno così complesso. Occorre anche riconoscere che, in qualche caso, le insufficienze nel desiderio di dialogo e integrazione hanno evidenziato gravi incertezze di tanti battezzati, non solo laici, riguardo ai fondamenti stessi della nostra fede, palesate da atteggiamenti equivoci e controproducenti, frutto più della mentalità relativista in cui ci troviamo immersi che di un autentica testimonianza di carità e cristiana apertura[1], come l’Istruzione stessa non manca di rilevare (n. 48).

4. Una riflessione non superficiale, tuttavia, dimostra che i problemi non giustificano affatto un atteggiamento pessimista o rinunciatario, e infatti il documento del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti ci aiuta a evitare questa trappola. L’Istruzione Erga migrantes caritas Christi propone una lettura di fede del fenomeno delle migrazioni, che costituisce la chiave ermeneutica di tutto il documento. La grande sfida che si propone alla Chiesa di oggi è dunque un «segno dei tempi» (n. 14) di natura provvidenziale (n. 9), perché provoca la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica a manifestare la forza delle sue stesse note caratteristiche (n. 97): ci troviamo perciò di fronte a un’occasione epocale, una via nuova e privilegiata per l’evangelizzazione (n. 9 e 11). Il fenomeno delle migrazioni consente alla Chiesa del nostro tempo di mostrare a tutti i popoli la bellezza e la verità del Vangelo, perché ogni uomo possa giovarsene; il rinnovamento permesso dal Concilio Vaticano II (n. 21-23 e 37) e da tutti i doni che, nonostante le difficoltà, il Signore ha elargito alla Chiesa, hanno fornito al popolo cristiano gli strumenti per affrontare questa nuova sfida già prima che si rivelasse nella sua portata universale. Perciò il profilo della comunità cristiana e dei singoli fedeli, tracciato nel documento, non somiglia affatto all’ideale utopistico di una cristianità che riesca a far fronte a tutti i livelli, grazie al suo impegno volontaristico, a una situazione tanto difficile, ma delinea semplicemente il profilo stesso del cristiano, che, pur nei limiti della natura e della fragilità umana, vive coscientemente il proprio Battesimo, come figlio di Dio che vive e opera nel mondo, senza, per questo, appartenergli. L’Istruzione riconosce e segnala l’opera di tanti fedeli, parrocchie, movimenti e nuove comunità, frutto del rinnovamento del Concilio, che hanno intrapreso da tempo l’opera di assistenza, accoglienza e integrazione che il fenomeno richiede (n. 3). Il compito della Chiesa oggi è di estendere a tutto il popolo di Dio, fino ai confini della terra, il rinnovamento spirituale promosso e iniziato dal Concilio e sviluppato da Papa Giovanni Paolo II durante tutto il suo pontificato, profittando anche di questo evento così rilevante, certo drammatico ma al tempo stesso provvidenziale, che interpella tutta la Chiesa e provoca ogni cristiano alla conversione (n. 38).

5. Emerge chiaramente come le difficoltà e le contraddizioni dei cristiani in questo campo dipendono fondamentalmente dall’immaturità della fede di molti battezzati. Tanto gli atteggiamenti di chiusura, se non di xenofobia, che a volte dobbiamo riconoscere anche tra i fedeli, quanto aperture equivoche, ispirate a modelli ideologici relativistici e indifferentistici, nascono, senza dubbio, da un’assimilazione alla mentalità secolarizzata e da un debole senso di appartenenza ecclesiale, e richiedono, pertanto, una conversione seria: la prima evangelizzazione richiesta dal fenomeno delle migrazioni è la rievangelizzazione dei cristiani stessi, residenti o migranti che siano. Tale processo di riscoperta delle potenzialità del Battesimo, vale a dire di un’autentica vita cristiana rispettosa, accogliente e generosa, riguarda tanto i singoli quanto le strutture[2], tant’è che la Erga migrantes caritas Christi fa spesso riferimento alle parrocchie e a movimenti, associazioni e ogni realtà aggregativa.  

II. I criteri di ecclesialità della Christifideles Laici: garanzia di autenticità dell’impegno dei fedeli verso il fenomeno delle migrazioni 

6. Per comprendere la natura del ruolo così ampio riconosciuto dall’istruzione ai fedeli laici e la formazione che suppone, non si può tralasciare il documento che senza dubbio ne costituisce la magna charta: l’Esortazione apostolica postsinodale Christifideles Laici. Il documento tratta dell’apporto essenziale dei laici nella vita della Chiesa; particolarmente attinenti al nostro tema sono le indicazioni sul rinnovamento della parrocchia, con espresso riferimento agli esuli e agli emigranti (CfL 26), sull’apostolato dei laici a livello personale (CfL 28) e associativo (CfL 29), con l’indicazione dei cinque «criteri di ecclesialità» che permettono di discernere la genuina ispirazione cristiana delle aggregazioni laicali (CfL 30), e che costituiscono in qualche modo la sintesi teologica della Christifideles. È evidente infatti che il significato dei criteri di ecclesialità trascende l’ambito dell’associazionismo, per assurgere a paradigma sintetico ed equilibrato dei connotati autentici dell’essere e dell’agire del cristiano, e dei laici in particolare, come risulta con chiarezza dal valore universale dei «frutti» che costituiscono la norma di discernimento della loro attuazione:

"I criteri fondamentali ora esposti trovano la loro verifica nei frutti concreti che accompagnano la vita e le opere delle diverse forme associative quali: il gusto rinnovato per la preghiera, la contemplazione, la vita liturgica e sacramentale; l'animazione per il fiorire di vocazioni al matrimonio cristiano, al sacerdozio ministeriale, alla vita consacrata; la disponibilità a partecipare ai programmi e alle attività della Chiesa a livello sia locale sia nazionale o internazionale; l'impegno catechetico e la capacità pedagogica nel formare i cristiani; l'impulso a una presenza cristiana nei diversi ambienti della vita sociale e la creazione e animazione di opere caritative, culturali e spirituali; lo spirito di distacco e di povertà evangelica per una più generosa carità verso tutti; la conversione alla vita cristiana o il ritorno alla comunione di battezzati «lontani»" (CfL 30).

I criteri, dunque, disegnano il profilo del cristiano autentico; visti in questa prospettiva, convergono senz’altro con quanto leggiamo nella Erga migrantes caritas Christi sul ruolo dei laici di fronte al fenomeno delle migrazioni e possono pertanto contribuire in modo significativo a una migliore comprensione delle esigenze poste da questa recente istruzione, indicandone i principi irrinunciabili di attuazione. 

7. Una considerazione preliminare circa il carattere e la disposizione dei cinque criteri è doverosa. Una parrocchia, come un’associazione o un singolo fedele, deve potersi riconoscere in tutti e cinque i criteri, così che una mancanza o una debolezza anche in uno solo di essi manifesta un’urgente esigenza di conversione. D’altra parte non si tratta di principi omogenei, quasi intercambiabili, ma rispecchiano un ordine gerarchico logico ed esistenziale non casuale, benché nell’opera di evangelizzazione e formazione tale ordine non vada inteso in senso strettamente cronologico: la vita cristiana concreta si presenta, infatti, come una unità indivisibile, tanto che il rafforzamento autentico di un aspetto comporta la crescita anche degli altri. L’adesione personale al progetto di salvezza di Dio (primo criterio) si concretizza necessariamente nell’adesione alla fede cattolica (secondo criterio) in comunione con i fratelli e in obbedienza al Santo Padre e ai vescovi (terzo criterio), manifesta uno slancio missionario (quarto criterio) e genera un fattivo impegno per la giustizia e la solidarietà sociale (quinto criterio).

8. Il primo criterio dell’essere e dell’agire cristiano indicato dalla Christifideles Laici è dunque 

Il primato dato alla vocazione di ogni cristiano alla santità, manifestata «nei frutti della grazia che lo Spirito produce nei fedeli» come crescita verso la pienezza della vita cristiana e la perfezione della carità.

L’ispirazione dell’enunciato proviene dai paragrafi 39 e 40 della Lumen Gentium, sulla vocazione universale alla santità nella Chiesa. L’adesione al progetto di Dio, personale e volontaria, difesa e sempre alimentata, è dunque il fondamento di tutto il pensare e agire autenticamente cristiano. D’altronde l’attenzione ai segni dei tempi è uno degli elementi costitutivi di questa dimensione fondativa dell’essere cristiano: alla chiamata alla santità si risponde nelle contingenze concrete che il Signore predispone nella vita dei singoli e della Chiesa, quindi oggi anche nel confronto, ormai inevitabile, con l’imponente fenomeno delle migrazioni. Incontrando tanti fratelli nella necessità, provenienti da ambienti, culture e religioni spesso sconosciute, il fedele laico percorre il suo cammino di santificazione innanzitutto purificando mente e attitudini dagli atteggiamenti di pregiudizio, chiusura e rifiuto che affliggono l’umanità sottomessa al peccato. Tanto la negazione dell’accoglienza, quanto le realizzazioni insufficienti o equivoche, sono il sintomo inconfondibile di una spiritualità inadeguata, che non sa accogliere e comprendere il nucleo stesso delle scelte e dell’agire cristiano: la misericordia divina. Come opportunamente ricorda l’istruzione Erga migrantes caritas Christi (n. 15), «migrante» e «straniero» è sacramentalmente Cristo stesso, che ci offre la salvezza facendoci partecipi di una realtà totalmente altra dalla nostra. Una spiritualità matura, o almeno, più realisticamente, un’adeguata iniziazione ad essa, consente d’altra parte ai fedeli che emigrano di difendere, conservare e sviluppare il patrimonio di fede che hanno ricevuto in patria, anche in situazioni difficili di minoranza, emarginazione o in contesti secolarizzati; un autentico rapporto di adesione al progetto di Dio li spingerà a cercare le forme ecclesiali più idonee per crescere nella fede, tra salvaguardia dei valori culturali d’origine e integrazione nelle comunità cristiane ospitanti.

9. Il secondo criterio di ecclesialità riguarda i contenuti della fede cristiana:

La responsabilità di confessare la fede cattolica, accogliendo e proclamando la verità su Cristo, sulla Chiesa e sull'uomo in obbedienza al Magistero della Chiesa, che autenticamente la interpreta.

La Christifideles Laici tocca qui un punctum dolens degli interrogativi posti dal contatto con culture e religioni diverse; si tratta di un aspetto fondamentale dell’appartenenza cristiana,vissuto oggi troppo spesso in modo problematico, ma che è assolutamente irrinunciabile per l’esercizio di una vera carità, che sappia cogliere i bisogni più profondi e veri dell’uomo. L’integrità della fede cattolica, l’obbedienza al Magistero, consentono di evitare tanti dolorosi errori che hanno segnato a volte i tentativi di accoglienza e di dialogo verso culture e religioni non cattoliche. Il Pontificio Consiglio per i Laici nel giugno 2001 ha dedicato un Seminario di studio sull’apporto dei laici all’ecumenismo e al dialogo interreligioso, i cui atti sono stati pubblicati l’anno seguente[3]: tanto i contributi dei relatori quanto il dibattito, hanno messo bene in luce l’importanza di curare e difendere l’integrità della fede cattolica nel difficile contesto degli orientamenti culturali del mondo contemporaneo. Infatti, il secondo criterio di ecclesialità indicato dalla Christifideles Laici esige la purificazione dal diffuso atteggiamento relativista e indifferentista, che tende a superare le distanze non appoggiandosi alla carità di Cristo, possibile solo nella verità, ma svilendo, indebolendo la verità stessa[4]. Questo atteggiamento di facile irenismo ha comportato, inevitabilmente, benefici solo apparenti e transitori, e alla lunga controproducenti: in esso, infatti, si nasconde una forma subdola di colonialismo culturale, che pretende di attribuire valore universale alla particolare visione relativistica che affligge la mentalità occidentale contemporanea; si tratta di un atteggiamento responsabile, più di quanto si voglia ammettere, di tensioni e scontri dovuti al rifiuto di tante culture di sottomettersi a questa ideologia del «politicamente corretto». La ferma fede in Cristo e nella Chiesa al contrario non divide, non edifica muri, ma ponti, perché fornisce ai fedeli gli strumenti spirituali e culturali per apprezzare e valorizzare i semina Verbi presenti certamente in ogni cultura e religione, ma, soprattutto, nelle aspirazioni autentiche di ogni uomo[5]. L’incontro con i cristiani separati d’altronde tanto più è risultato costruttivo, quanto più ha saputo rispettosamente tener conto delle differenze; i fedeli sono chiamati a considerare e vivere come un dono e non come un ostacolo l’integrità della fede nella Chiesa di Cristo, che «sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi che sono in comunione con lui» (Lumen Gentium, n. 8). È a partire da questa fede, infatti, che i «numerosi elementi di santificazione e di verità» presenti nelle diverse confessioni cristiane vanno riconosciuti e apprezzati, dato che essi stessi, «come doni propri della Chiesa di Cristo, sospingono verso l’unità cattolica» (ibid.).

10. Il terzo criterio di ecclesialità riguarda la visibilità della comunione, ed è ispirato al paragrafo 23 di Lumen Gentium

La testimonianza di una comunione salda e convinta, in relazione filiale con il Papa, perpetuo e visibile centro dell'unità della Chiesa universale, e con il Vescovo «principio visibile e fondamento dell'unità della Chiesa particolare», e nella «stima vicendevole fra tutte le forme di apostolato nella Chiesa».

L’esperienza della comunione, del meraviglioso dono dell’unità nel rispetto delle diversità, è un altro tratto caratteristico essenziale del fedele laico, particolarmente importante nel servizio ai migranti. La Erga migrantes caritas Christi (n. 34) non manca di sottolinearlo, indicandone pure il fondamento teologico: 

"Sacramento di unità, la Chiesa vince le barriere e le divisioni ideologiche o razziali e a tutti gli uomini e a tutte le culture proclama la necessità di tendere alla verità, in una prospettiva di giusto confronto, di dialogo e d'accoglienza reciproca… Mentre impegna ogni Chiesa particolare, questa logica evidenzia e manifesta quella unità nella diversità che si contempla nella visione trinitaria, la quale, a sua volta, rimanda la comunione di tutti alla pienezza della vita personale di ciascuno. In questa prospettiva la situazione culturale odierna, nella sua dinamica globale, per una incarnazione dell'unica fede nelle varie culture, rappresenta una sfida senza precedenti, vero kairòs che interpella il Popolo di Dio."

La cattolicità della Chiesa deriva dall’esperienza di comunione e di reciproco arricchimento che le diversità umane producono nella Chiesa, sacramento di unità di tutto il genere umano. Il fedele che ha fatto esperienza concreta di questa realtà, riflesso e dono della comunione divina, guarda con gioia al fratello portatore di una cultura diversa dalla sua, e matura il desiderio di una più forte e concreta comunione nonostante le evidenti difficoltà che queste differenze comportano. In una società lacerata, tesa tra una strisciante paura xenofobica e uno stucchevole filantropismo che vuole ignorare i problemi concreti, la Chiesa visibilmente testimonia l’unità possibile del genere umano, e si sente sempre chiamata a conversione in questo senso. La comunione visibile, bene supremo della Chiesa, «relativizza» in senso cristiano tutte le culture (EMCC n. 30), per riaffermare con i fatti la signoria universale di Cristo.

11. Il quarto criterio concerne la dedizione nella diffusione del Vangelo e nella presenza cristiana in tutte le realtà:

La conformità e la partecipazione al fine apostolico della Chiesa, ossia «l'evangelizzazione e la santificazione degli uomini e la formazione cristiana della loro coscienza, in modo che riescano a permeare di spirito evangelico le varie comunità e i vari ambienti» (AA 20).

L’amore e lo zelo per l’evangelizzazione è un chiaro segno di vera appartenenza ecclesiale, essendo proprio di chi fa esperienza dei benefici incommensurabili di libertà e di riconciliazione che derivano dalla Grazia divina. La Erga migrantes caritas Christi opportunamente sottolinea la distinzione tra proselitismo ed evangelizzazione (n. 56): nel nostro contesto culturale si rischia infatti di comprendere il termine «proselitismo» in modo distorto, come di fatto avviene quando la Chiesa stessa è accusata di proselitismo perché, obbedendo al mandato di Cristo, esercita la sua indispensabile azione missionaria e evangelizzatrice. Vanno dunque considerate «proselitismo» le diverse indebite forme di pressione diretta o indiretta sulla libertà di coscienza, rese possibili dalla condizione di debolezza sociale in cui viene a trovarsi l’immigrato; esse costituiscono una tentazione costante per tutte le culture, ideologie e religioni che non tollerano il confronto con impostazioni differenti, vivendole come una minaccia. In questo senso il proselitismo è un atteggiamento radicalmente anticattolico, data la dimensione universale della Chiesa e il suo compito di sacramento di comunione nella libertà e nel rispetto reciproco di tutta la famiglia umana[6]. Paradossalmente nella nostra società occidentale l’ideologia che più esercita tale iniqua pratica è proprio il relativismo, che tende a imporre il proprio modello di derivazione illuministica attraverso lo spiegamento massiccio e a senso unico dei mezzi di comunicazione di massa, della scuola e della stessa legislazione. La Chiesa è chiamata a contrastare costantemente questa tentazione tipicamente occidentale, purificando la propria opera e opponendosi, quando possibile, a questa deriva totalitaria della nostra cultura. Le sfide dell’evangelizzazione di fronte alle difficili questioni poste dal complesso fenomeno dell’immigrazione, coinvolgono tutti i cristiani, come associazioni e parrocchie e come individui, ciascuno nel proprio ambiente. Il confronto con le esigenze poste dagli immigrati richiede innanzitutto un approfondimento della propria fede, un’evangelizzazione «interna» alla Chiesa stessa. In secondo luogo tutto il popolo di Dio è chiamato a mostrare il volto misericordioso del Signore a questa umanità migrante e bisognosa di soccorso e accoglienza. Ma essenziale è pure l’annuncio di Cristo Salvatore, che la Chiesa non può negare a nessun uomo, annuncio possibile solo nel rispetto e nella libertà, ma comunque doveroso. L’esperienza di parrocchie, movimenti, e associazioni mostra come un annuncio coraggioso non manca di portare i suoi frutti anche tra le realtà più difficili. In questi ultimi anni sono da segnalare le numerose conversioni dall’Islam, nonostante le gravi difficoltà che questa scelta comporta da parte di questi nuovi cristiani, in termini di rottura con la famiglia, minacce e umiliazioni. Purtroppo, come la Erga migrantes caritas Christi fa rilevare (n. 67 e 68), l’Islam radicale tende a esportare la sua prassi totalizzante, orientata a escludere la libertà religiosa, anche nelle nostre società occidentali, e, a quanto pare, in modo incontrastato.

12. Il quinto criterio di ecclesialità concerne l’azione dei cristiani nella società, nella cultura e nella politica:

L'impegno di una presenza nella società umana che, alla luce della dottrina sociale della Chiesa, si ponga a servizio della dignità integrale dell'uomo.

La vastità e l’importanza di questa opera di mediazione tra la comunità cristiana e la società civile costituisce lo specifico dell’impegno dei fedeli laici, chiamati a costituire il fermento cristiano dell’ordine temporale. Innanzitutto la comunità cristiana deve sapersi relazionare con i bisogni dei migranti secondo i tre livelli indicati dalla Erga migrantes caritas Christi, vale a dire nella fase immediata dell’assistenza, nella capacità di accoglienza e nello sforzo di integrazione, ecclesiale e sociale (n. 42). In questo ambito, che comporta necessariamente capacità di mediazione e disponibilità anche al rifiuto, si rivela in modo evidente il radicamento cristiano dei fedeli, che sono chiamati al difficile compito di ispirare con sano e cattolico realismo le istituzioni e le relazioni umane al Vangelo. Un aiuto ai fedeli in questo senso è venuto dalla recente pubblicazione, da parte del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa[7].Il documento indica le linee di principio dell’azione politica del cristiano e affronta esplicitamente alcune questioni cruciali connesse al fenomeno delle migrazioni: il problema della disoccupazione che accentua gravemente la condizione di emarginazione degli immigrati (n. 289), il pericolo dello sfruttamento di chi si trova in condizioni spesso disperate e la connessa necessità di una equilibrata politica di regolazione dei flussi migratori (n. 298), a fronte del fatto che i nuovi arrivati costituiscono comunque una preziosa risorsa anche per lo sviluppo economico dei paesi che li accolgono con le dovute garanzie (n. 297); l’importanza dell’impegno per favorire il ricongiungimento familiare (n. 298), sottolineato con forza dalla Erga Migrantes Caritas Christi (n. 43 e 87). Il Compendio esorta i cristiani a ideare nuove forme di solidarietà, specie a livello sindacale (n. 308). 

III. L’impegno del Pontificio Consiglio per i Laici

13. Per concludere, è bene considerare l’attività del Pontificio Consiglio per i Laici degli ultimi anni alla luce del nostro tema. Infatti, «negli ultimi decenni lo slancio missionario di numerose associazioni laicali ha portato alla nascita di nuove forme di dialogo e di cooperazione dei fedeli cattolici con i fratelli cristiani di al­tre Chiese e Comunità ecclesiali, e con i credenti di altre religioni. Questo incontro di esperienze diverse, accolto con speranza dalla Chiesa cattolica, comporta tuttavia situazioni inedite e talvolta com­plesse che richiedono un discernimento attento e orientamenti adeguati»[8]. Innanzitutto l’applicazione dei criteri di ecclesialità per il riconoscimento di tanti movimenti, associazioni e nuove comunità ha permesso di discernere, correggere e orientare queste nuove aggregazioni, doni dello Spirito, anche nel senso di un rapporto di apertura e mobilitazione nei confronti del fenomeno dei migranti. La Christifideles Laici, al paragrafo 31, ha riconosciuto la competenza del Dicastero a vagliare le aggregazioni laicali che possono essere canonicamente considerate ecumeniche[9]:

"Il Pontificio Consiglio per i Laici è incaricato di preparare un elenco delle associazioni che ricevono l'approvazione ufficiale della Santa Sede e di definire, insieme al Segretariato per l'Unione dei Cristiani, le condizioni in base alle quali può essere approvata un'associazione ecumenica in cui la maggioranza sia cattolica e una minoranza non cattolica, stabilendo anche in quali casi non si può dare un giudizio positivo."

Alcune associazioni si sono rivelate più idonee ai servizi di assistenza caritativa, altre nell’azione politica e sociale, altre ancora hanno dimostrato capacità di corretto dialogo interreligioso e interculturale; in quasi tutti i casi si sono dimostrate capaci di autentica accoglienza rispettosa e di integrazione. Un orientamento sicuro e accessibile in questo ricco e diversificato universo delle aggregazioni laicali riconosciute dalla Chiesa a livello internazionale è ora possibile grazie alla recente pubblicazione, da parte del nostro Dicastero, del Repertorio delle Associazioni internazionali di fedeli[10]. Il Pontificio Consiglio per i Laici, a partire dall’ultima Assemblea plenaria del novembre 2004, ha intrapreso pure una riflessione sulla parrocchia e sui criteri per il suo rinnovamento, in consonanza del resto con quanto auspicato dalla Erga migrantes caritas Christi (n. 22 e 93). È in corso, inoltre la revisione degli statuti di tutte le Organizzazioni Internazionali Cattoliche (OIC), per dare nuovo impulso alla loro azione a livello di istituzioni internazionali. Infine bisogna riconoscere l’efficacia delle Giornate Mondiali della Gioventù proprio per il superamento delle diffidenze e dei pregiudizi che dividono i popoli: i giovani hanno chiaramente dimostrato che quando la convocazione procede dalla fede in Cristo e dall’amore alla Chiesa, nessuna divisione umana ha più ragione di esistere; perciò, nel quadro dei molti sforzi di pacificazione e di dialogo che, specialmente a partire dalla conclusione dell’ultima guerra mondiale, sono stati fatti a livello internazionale, le Giornate Mondiali della Gioventù si sono rivelate un contributo efficace ed esemplare per la costruzione di rapporti autentici e durature relazioni di pace. Giovanni Paolo II ha così forgiato una generazione capace di infrangere barriere e cancellare divisioni che in un'ottica puramente umana possono sembrare insuperabili.

 
[1] Sul contesto culturale cf. R. Fisichella, Questioni, esigenze e sfide nel dialogo ecumenico e interreligioso alla luce della missione della Chiesa in una società globale e multiculturale, in Pontificium Consilium pro Laicis, Ecumenismo e dialogo interreligioso: il contributo dei fedeli laici, Roma 2002, pp. 18-25.
[2] Il Pontificio Consiglio per i Laici ha riflettuto approfonditamente sull’importanza di riscoprire le potenzialità del Battesimo e dell’iniziazione cristiana in generale nelle sue Assemblee plenarie del 1997 (sul Battesimo), 1999 (sulla Confermazione) e del 2002 (sull’Eucaristia). Gli Atti sono pubblicati nei volumi: Pontificio Consiglio per i Laici, Riscoprire il Battesimo, Città del Vaticano 1998; Id., Riscoprire la Confermazione, Città del Vaticano 2000; Id., Riscoprire l’Eucaristia, Città del Vaticano 2004.
[3] Pontificium Consilium pro Laicis, Ecumenismo e dialogo interreligioso: il contributo dei fedeli laici, Roma 2002.
[4] «Qualche volta, la parola dialogo è diventata uno slogan sotto il quale si cela uno spirito di relativismo, indifferentismo e pluralismo di principio, largamente diffuso nella nostra civiltà. A volte, il dialogo ecumenico viene scambiato per un falso irenismo che può condurre a simulacri di soluzione, a compromessi ridotti a un denominatore comune minimo, oppure a un qualunquismo che perde di vista la questione della verità» (Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’unità dei Cristiani, Il contributo dei laici e delle associazioni di fedeli alla promozione dell’unità dei cristiani, alla luce del magistero della Chiesa e nello stato attuale del movimento ecumenico, in ibid., p. 47).
[5] Cf. la Dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede Dominus Iesus (n. 21), in particolare la nota 85 sui semina Verbi, che rimanda ai documenti conciliari Ad Gentes (n. 11) e Nostra Aetate (n. 2).
[6] «Il proselitismo è l’opera volta a cercare nuovi adepti per una religione, con mezzi indegni della dignità della persona e anche della fede, per riceverne un vantaggio in denaro o altro. La fede è una decisione libera della persona, e tale deve rimanere. In tal senso il proselitismo è dunque vietato sia dal diritto canonico latino, sia da quello orientale». (Card. W. Kasper, in Pontificium Consilium pro Laicis, Ecumenismo e dialogo interreligioso…, p. 66 –Dibattito–).
[7] Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2004.
[8] Card. J. F. Stafford, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, Introduzione, in ibid., p. 5.
[9] Cf. G. Ghirlanda, Criteri di ecclesialità per il riconoscimento e l’approvazione delle associazioni di fedeli alla cui vita partecipano cristiani di altre Chiese e Comunità ecclesiali e credenti di altre religioni, in Pontificium Consilium pro Laicis, Ecumenismo e dialogo interreligioso..., pp. 171-184.
[10] Pontificio Consiglio per i Laici, Associazioni internazionali di fedeli, Repertorio, Roma 2004. «Il Repertorio ha la sua genesi nell'invito che, nella Christifideles laici, Giovanni Paolo II rivolge al Pontificio Consiglio per i Laici di preparare un elenco delle associazioni che ricevono l'approvazione ufficiale della Santa Sede. In considerazione della ricchezza di ca­rismi e di forme che caratterizza la vita associativa dei laici nella Chiesa di oggi il Dicastero, nel rispondere alla richiesta del Papa, matura l'idea di pubblicare un Repertorio delle associazioni interna­zionali di fedeli che presenti un quadro - per quanto possibile com­pleto e aggiornato - del fenomeno associativo all'interno del vasto e variegato mondo del laicato cattolico». Mons. S.Ryłko, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, Prefazione, in ibid., p. 15.

 

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