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INTERVENTO DEL RAPPRESENTANTE DELLA SANTA SEDE
PRESSO L'ORGANIZZAZIONE INTERNAZIONALE PER LE MIGRAZIONI (OIM),
DURANTE IL DIALOGO INTERNAZIONALE SULLE MIGRAZIONI 2014
SUL TEMA «MIGRAZIONE E FAMIGLIE»

INTERVENTO DELL'ARCIVESCOVO SILVANO M. TOMASI

Ginevra
Mercoledì, 8 ottobre 2014

 

Signor Presidente,

La famiglia migrante è un elemento essenziale del crescente fenomeno della migrazione nel nostro mondo globalizzato. Pertanto, la Delegazione della Santa Sede ritiene molto opportuna la scelta di questo tema per la riflessione durante il Dialogo Internazionale sulle Migrazioni 2014.

Molto spesso il motivo per cui i migranti lasciano le proprie case è la preoccupazione per le necessità della loro famiglia; talvolta rischiano perfino la vita su imbarcazioni di fortuna o attraversando pericolosi deserti nella speranza di poter assicurare alla loro famiglia una vita dignitosa, come documenta il Rapporto dell’Organizzazione Internazionale per le migrazioni. Attraverso il lavoro che svolge, le tasse che paga, le nuove attività che avvia e una serie di servizi che fornisce, la gran parte dei migranti dà un contributo economico e sociale positivo alle società che li accolgono. Le collaboratrici domestiche, per esempio, lasciano i propri figli nel loro paese natale per prendersi cura di bambini, disabili e anziani all’estero. Mentre i migranti sono una presenza positiva nelle società che li ospitano, rischiano però che, a casa loro, i figli e i parenti rimangano nell’ombra e siano privati del loro affetto. Le rimesse che inviano a casa concentrano il dibattito sui benefici finanziari generati dai migranti. Pur essendo importante per migliorare la salute e l’educazione dei familiari lasciati a casa, il denaro non compensa del tutto le altre esigenze: affetto umano, una presenza necessaria per educare ai valori e all’integrità, un modello di riferimento per un comportamento responsabile, specialmente per i giovani. Il vuoto umano che si prova quando un padre o una madre emigra diventa un promemoria dell’ambivalenza dell’emigrazione e del diritto fondamentale di poter restare a casa propria nella dignità. Specialmente quando ad emigrare sono le madri emergono altre conseguenze negative: la frequenza dei bambini a scuola diminuisce, aumentano i matrimoni precoci delle ragazze adolescenti ed è maggiore il rischio di abuso di droghe. Come ha detto di recente Papa Francesco, «alla globalizzazione del fenomeno migratorio occorre rispondere con la globalizzazione della carità e della cooperazione, in modo da umanizzare le condizioni dei migranti. Nel medesimo tempo, occorre intensificare gli sforzi per creare le condizioni atte a garantire una progressiva diminuzione delle ragioni che spingono interi popoli a lasciare la loro terra natale a motivo di guerre e carestie» (Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2015).

Pertanto, i bambini, come anche gli anziani e i coniugi lasciati a casa, devono diventare una grande priorità in qualsiasi politica e dibattito sulla migrazione: essi sono particolarmente vulnerabili, e quindi dovrebbero ricevere una speciale protezione. Lo sviluppo di politiche e di programmi dovrebbe mirare a massimizzare i benefici delle rimesse, contenendo gli effetti negativi della migrazione ed evidenziando i legami familiari come una preoccupazione fondamentale nella gestione dell’immigrazione da parte degli Stati. La formulazione delle politiche spesso tratta la famiglia e la migrazione per lavoro come due ambiti distinti, “sociale” ed “economico”. In realtà i due concetti sono strettamente legati tra loro (cfr. Brenda S. A. Yeoh e Cheng Yi En, Family Migration, p.2). Nella pianificazione da parte della comunità internazionale e nei dibattiti incentrati sull’Agenda dello Sviluppo post-2015, la migrazione deve occupare uno spazio adeguato, non solo come funzionale allo sviluppo e alla demografia, ma come importante impegno verso i diritti umani, volto a salvaguardare la dignità di ogni persona umana e la centralità della famiglia.

Di fatto, una riforma urgentemente necessaria dell’immigrazione implica la formulazione di un quadro giuridico che aiuti a tenere unite le famiglie. La vita e la dignità di ogni persona umana vengono vissute in seno alla famiglia. Tutti i bambini hanno bisogno dei loro genitori. I genitori hanno la responsabilità di proteggere e di nutrire i loro figli, e tuttavia ai genitori espatriati viene impedito di vivere questa vocazione fondamentale. Troppe famiglie vengono separate. Permettendo ai bambini di emigrare non accompagnati sorgono altri problemi, poiché essi sono esposti all’illegalità e alla disperazione. La struttura familiare, peraltro, dovrebbe essere il luogo in cui la speranza, la compassione, la giustizia e la misericordia vengono insegnate con maggiore efficacia. La famiglia è l’unità fondamentale della coesistenza, il suo fondamento e il rimedio migliore contro la frammentazione sociale (cfr. Family Beyond Borders, lettera aperta dei Vescovi della regione di confine di Messico, Texas e New Mexico).

Infine, si potrebbero attuare misure fattibili con realismo e sensibilità. I migranti, il cui ritorno a casa per prendersi cura di persona dei genitori anziani o dare affetto ai propri familiari è limitato o impedito, dovrebbero avere diritto a permessi occasionali e poter beneficiare di prezzi speciali per il viaggio. I costi per il trasferimento delle rimesse devono essere abbassati. Le procedure per ottenere il visto per il coniuge o i familiari stretti (che in alcuni paesi richiedono diversi anni) devono essere accelerate. Occorre impiegare “consulenti familiari” ad hoc che operino nelle regioni con alto tasso di migranti, al fine di fornire assistenza e consulenza ai membri della famiglia “lasciati a casa” e di agevolare una tempestiva riunificazione familiare. Infatti, quando i migranti di ritorno riprendono a interagire quotidianamente con le loro società di origine, sperimentano uno “shock culturale inverso”. I cambiamenti nelle dinamiche familiari risultanti dalla migrazione non finiscono quando il migrante ritorna nella società d’origine; concretamente, in genere i migranti tornano a una situazione familiare molto diversa da quella precedente la partenza. I membri della famiglia possono diventare “estranei”, poiché sono stati assenti gli uni dalla vita degli altri e i loro rapporti sono basati in larga misura sull’invio di denaro o di beni, o mantenuti sporadicamente attraverso nuove forme di comunicazione via Internet.

In conclusione, è indispensabile evitare di trattare la popolazione “lasciata a casa” meramente come ricevente passivo degli effetti della migrazione. In tale contesto, la migrazione della famiglia deve essere ridisegnata utilizzando le strutture del transnazionalismo che concedono più flessibilità al movimento delle persone, specialmente nei paesi dove la presenza della famiglia dei lavoratori migranti è legalmente impedita. La sana interazione e le relazioni personali tra i membri della famiglia sono ostacolate dai confini. È il loro stesso futuro a suggerire agli Stati e alla società civile di dare priorità alla famiglia e quindi di rendere la migrazione un’esperienza più positiva per tutti.


*L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n. 234, 14/10/2014