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INTERVENTO DEL SEGRETARIO PER I RAPPORTI CON GLI STATI
ALLA CONFERENZA INTERNAZIONALE SUL TEMA
«CHRISTIANS IN THE MIDDLE EAST: WHAT FUTURE?»
[BARI, 29-30 APRILE 2015]

INTERVENTO DELL'ARCIVESCOVO PAUL RICHARD GALLAGHER,
SEGRETARIO PER I RAPPORTI CON GLI STATI*

Giovedì, 30 aprile 2015

 

Colgo l’occasione per ringraziare gli organizzatori di questa Conferenza internazionale sul futuro dei cristiani in Medio Oriente, promossa dalla Comunità di Sant’Egidio in collaborazione con l’Arcidiocesi di Bari. Rivolgo il mio saluto a tutti i qualificati partecipanti, in maniera speciale all’arcivescovo anfitrione, Francesco Cacucci.

Negli ultimi mesi siamo stati testimoni delle atrocità inaudite perpetrate da più parti del Medio Oriente che hanno costretto migliaia di cristiani e di persone appartenenti ad altre minoranze religiose a fuggire dalle proprie case e cercare rifugio altrove in condizioni di precarietà, sottoposte a sofferenze fisiche e morali. Alcuni hanno venduto o quasi ceduto le loro proprietà allo scopo di pagare i “trafficanti” che li fanno arrivare in Europa o in altri Paesi. Tanti altri sono stati sequestrati e addirittura uccisi a causa della fede che professano.

Questa situazione così grave e dolorosa in un certo senso ha risvegliato la coscienza della comunità internazionale. Sono in gioco principi fondamentali come il valore della vita, la dignità umana, la libertà religiosa, e la convivenza pacifica e armoniosa tra le persone e i popoli.

La Santa Sede da tempo segue con viva preoccupazione la situazione in Medio Oriente con un impegno per il bene di tutti, ma con uno sguardo particolare alla situazione dei cristiani e con un’attenzione speciale a questioni fondamentali quali il rispetto delle minoranze e dei diritti umani, in particolare, quello della libertà religiosa.

Tra le diverse iniziative che il Santo Padre ha voluto promuovere negli ultimi mesi ritengo opportuno ricordare le tre seguenti. La prima è stata la convocazione in Vaticano, dal 2 al 4 ottobre 2014, dei Rappresentanti Pontifici del Medio Oriente, e degli Osservatori Permanenti della Santa Sede presso le Nazioni Unite perché, insieme ai Superiori della Segreteria di Stato e di altri Dicasteri della Curia Romana, riflettessero sulla situazione dei cristiani e la loro presenza nella regione.

La seconda iniziativa è stata quella di dedicare al Medio Oriente il Concistoro ordinario del 20 ottobre dell’anno scorso, con la partecipazione dei Patriarchi delle Chiese Orientali e del Patriarca latino di Gerusalemme.

Infine, poco prima del Natale, il Santo Padre ha indirizzato una Lettera ai Cristiani del Medio Oriente esprimendo loro la vicinanza e la solidarietà della Chiesa e ricordando che questa sofferenza «grida verso Dio e fa appello all’impegno di tutti noi, nella preghiera e in ogni tipo di iniziativa».

Inoltre, sono numerosi i suoi appelli in favore dei cristiani e degli altri gruppi che soffrono nella regione e altrove, invitando la comunità internazionale a non volgere lo sguardo da un’altra parte. La questione che ci interessa è presente pure nei colloqui del Santo Padre e della Segreteria di Stato con le tante Autorità da ogni parte del mondo che si recano in Vaticano.

Nel rispondere al tema odierno sul futuro del cristiani in Medio Oriente, vorrei approfondire quattro questioni.

I. Una presenza importante

Da secoli, convivono insieme in quella terra diversi gruppi etnici e religiosi, che costituiscono una ricchezza e un tratto distintivo per il Medio Oriente, anche se non sono mancati i conflitti e le tensioni tra di loro. Tuttavia, negli ultimi anni abbiamo assistito a un accrescersi di tali conflitti, che mettono a rischio la stessa sopravvivenza di un Medio Oriente inteso appunto come un luogo di convivenza di persone e popoli appartenenti a diversi gruppi religiosi ed etnici.

Di questa situazione hanno sofferto in modo particolare i cristiani, molti dei quali hanno lasciato la regione alla ricerca di un futuro migliore. Questo è un dramma che ci preoccupa.

Un Medio Oriente senza o con pochi cristiani, affermava Papa Benedetto XVI nell’Esortazione Apostolica Postsinodale Ecclesia in Medio Oriente, «non è più il Medio Oriente, giacché i cristiani partecipano con gli altri credenti all’identità così particolare della regione».

La presenza cristiana nella regione è importante sia per la vita della Chiesa che per lo sviluppo della società. I cristiani in Medio Oriente, come ha detto il Santo Padre Francesco nel Suo Intervento alla Plenaria della Congregazione delle Chiese Orientali nel 2013, «da duemila anni vi confessano il nome di Gesù, inseriti quali cittadini a pieno titolo nella vita sociale, culturale e religiosa delle Nazioni a cui appartengono». Essi, infatti, svolgono un ruolo di primo ordine al servizio del bene comune ad esempio attraverso l’educazione, la cura dei malati e l’assistenza sociale; sono artefici di pace, di riconciliazione e di sviluppo. Tuttavia, prima ancora delle opere della Chiesa in questi ambiti, da tutti apprezzate, la ricchezza maggiore per la Regione sono i cristiani in quanto tali, ci ricorda Papa Francesco nella Lettera indirizzata ai Cristiani del Medio Oriente.

I cristiani, come un piccolo gregge, hanno la vocazione ad essere lievito nella massa e sono chiamati alla santità della vita (cfr. Lettera del Santo Padre Francesco ai Cristiani del Medio Oriente). Essi, uniti tra di loro e in collaborazione con gli appartenenti ad altre religioni, soprattutto con i musulmani, sono chiamati ad essere artefici di pace e di riconciliazione e, senza cedere alla tentazione di cercare di farsi tutelare o proteggere dalle autorità politiche o militari di turno per “garantire” la propria sopravvivenza, devono offrire un contributo insostituibile alle rispettive società che si trovano in un processo di trasformazione verso la modernità, la democrazia, lo stato di diritto e il pluralismo. Al riguardo, e come riferirò più avanti, è importante l’azione dei fedeli laici nella vita sociale e politica di ogni Nazione. La presenza cristiana nella Regione, quindi, deve essere considerata come una vocazione particolare e per questo i fedeli devono essere incoraggiati a rimanere offrendo loro le motivazioni spirituali insieme ai necessari sostegni economici e altri.

Tutta la Chiesa ha la responsabilità di sostenere con la preghiera e con ogni mezzo possibile i nostri fratelli cristiani che confessano la loro fede in Medio Oriente e d’incoraggiarli a continuare ad essere una presenza significativa per il bene di tutta la società.

II. Condizioni per rimanere e per fermare l’esodo

L’esodo dei cristiani sembra non fermarsi, costringendo alcuni Patriarchi e Vescovi ad alzare la loro voce per cercare di rallentare questa diaspora. È un problema delicato perché i cristiani che rimangono nella Regione devono trovarvi condizioni adeguate di vita, di sicurezza e prospettive per il futuro. Al riguardo, è importante in primo luogo la sensibilizzazione della Comunità internazionale per far fronte all’emergenza umanitaria e garantire condizioni minime di sicurezza per le minoranze e per le comunità cristiane. I dati riguardanti la profonda crisi umanitaria che affligge la Regione sono allarmanti: in Siria, ad esempio, in quattro anni di conflitto il numero di persone in stato di necessità è passato da 1 a 12,2 milioni, su una popolazione di 23 milioni. Attualmente si deve far fronte a questa emergenza per provvedere a cibo, acqua, case, educazione per i giovani, lavoro e cure mediche ai tanti bisognosi, agli sfollati e ai rifugiati in tutto il Medio Oriente. Però, pensando a lungo termine, si devono prendere altre misure adeguate per garantire la presenza cristiana, nonché quella degli altri gruppi minoritari nelle loro terre di origine.

Tra le sfide da affrontare sottolineo quelle che riguardano innanzitutto il rispetto dei diritti umani, in particolare quelli della libertà religiosa e di coscienza. Si deve insistere sulla libertà religiosa, che include la libertà di cambiare religione. In numerosi Paesi del Medio Oriente, infatti, esiste la libertà di culto, mentre lo spazio della libertà religiosa non poche volte è assai limitato. Allargare questo spazio di libertà diventa un’esigenza per garantire a tutti gli appartenenti alle varie comunità religiose la vera libertà di vivere e professare la propria fede.

Un altro diritto che deve essere garantito è quello dei profughi di fare ritorno e di vivere in dignità e sicurezza nel proprio Paese e nel proprio ambiente. Si tratta di un diritto che deve essere sostenuto e garantito tanto dalla Comunità internazionale quanto dagli Stati, di cui le persone sfollate o profughe sono cittadini.

Da sottolineare che i cristiani non vogliono essere semplicemente tollerati ma considerati cittadini a pieno titolo in quelle terre dove, tra l’altro, sono presenti dall’inizio del cristianesimo, molto prima dell’arrivo dell’Islam. È importante che questo concetto di cittadinanza sia promosso sempre più come punto di riferimento per la vita sociale, garantendo i diritti di tutti, incluse le minoranze, attraverso strumenti giuridici adeguati.

III. Ruolo della comunità internazionale

Il ruolo che deve svolgere la Comunità internazionale per garantire la presenza dei cristiani e di altri gruppi minoritari nel Medio Oriente è assai importante e primordiale. La Comunità internazionale non può rimanere inerte o indifferente di fronte alla drammatica situazione attuale. Di fronte alle sfide che si presentano, essa deve andare alla radice dei problemi, riconoscere anche gli errori del passato e cercare di favorire un avvenire di pace e di sviluppo per la Regione mettendo al centro il bene della persona e il bene comune. L’esperienza ha mostrato che la scelta della guerra, invece del dialogo e del negoziato, moltiplica la sofferenza di tutta la popolazione mediorientale. Che cosa ha prodotto la via della violenza se non un’ulteriore distruzione, senza risolvere i problemi? Solo la via della pace porta alla speranza e al progresso. Si deve, quindi, promuovere la pace mediante il negoziato e il lavoro diplomatico fermando, come chiede spesso il Santo Padre, il traffico di armi.

Nel caso specifico delle violazioni e degli abusi commessi ai cristiani e alle minoranze religiose, la Comunità internazionale, attraverso le Nazioni Unite e le strutture che si sono date per simili emergenze, dovrà agire per prevenire possibili e nuovi crimini e per assistere i numerosi rifugiati. Sembra opportuno che gli Stati della Regione siano direttamente coinvolti, assieme al resto della Comunità internazionale, nelle azioni da intraprendere con la consapevolezza che non si tratta di proteggere l’una o l’altra comunità religiosa o l’uno o l’altro gruppo etnico, ma delle persone che sono parte dell’unica famiglia umana e i cui diritti fondamentali sono sistematicamente violati. Si devono trovare i meccanismi per incoraggiare in particolare i Paesi a maggioranza musulmana ad affrontare il fenomeno del terrorismo in maniera seria, con controlli sugli insegnamenti nelle moschee e nelle scuole, senza dimenticare che si deve mettere anche un certo limite a diverse espressioni e manifestazioni che si verificano ogni tanto in Occidente affinché si evitino gli atti di offesa e di provocazione a quanto è caro e considerato sacro dalle diverse religioni Va segnalato, inoltre, che nel mondo islamico c’è una questione di fondo, su cui non manca neanche un certo dibattito, che è quella del rapporto tra la religione e lo Stato. Il nesso inscindibile tra religione e politica e la mancanza di distinzione tra l’ambito religioso e civile rende difficile la vita delle minoranze non musulmane e in particolare quella dei cristiani. Occorrerebbe perciò contribuire a far maturare l’idea della necessità di distinguere i due ambiti, promuovere la reciproca autonomia, pur nella collaborazione delle diverse sfere (che possono coesistere senza contraddirsi), ed il dialogo tra le autorità religiose e le autorità politiche, nel rispetto delle rispettive competenze e della reciproca indipendenza.

IV. Compito della Chiesa

Di fronte a queste sfide che cosa può fare la Chiesa? Ho già accennato a diversi impegni che la tutta la Chiesa può assumere in favore dei cristiani della regione sostenendoli con la preghiera e con ogni tipo di iniziativa.

Molti cristiani della regione, infatti, si sentono soli o abbandonati. È importante che la Chiesa venga loro incontro, li sostenga, illumini la loro vocazione particolare di cristiani del Medio Oriente e possa stringere con loro legami di amicizia, di vicinanza e di comunione.

Essi vanno aiutati ad affrontare la crisi umanitaria dei fedeli e degli altri gruppi minoritari che patiscono ogni tipo di persecuzione o discriminazione. Nell’apprezzare la generosità di tante istituzioni e persone cristiane vanno ancora sensibilizzati i cristiani del mondo intero per favorire la solidarietà nei confronti dei loro fratelli sofferenti in Medio Oriente.

Va apprezzata e incoraggiata la presenza della Chiesa e in particolare di quanti hanno una qualche responsabilità di fronte alla comunità: i Vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i religiosi, le religiose e i catechisti, per offrire a tutti un segno di speranza e di conforto, per incoraggiare i fedeli a continuare a testimoniare che i discepoli di Cristo sono chiamati ad essere «sale della terra e luce del mondo». In questo modo potranno costruire insieme agli appartenenti ad altre religioni, uniti anche nel dolore e nella sofferenza, una società più giusta e più umana dove tutti hanno un luogo, un compito e una responsabilità.

In questo aspetto è molto importante il ruolo delle famiglie e dei laici in generale. Al riguardo, si rivelerebbe di grande utilità la formazione di laici che possano qualificarsi su diversi argomenti della Dottrina Sociale della Chiesa (quali la separazione tra religione e Stato, lo Stato di diritto e la cittadinanza, la democrazia, il pluralismo, i diritti umani, le libertà fondamentali) e che possano anche assumere delle responsabilità in campo politico ed economico

Si rende sempre più evidente a tutti l’importanza del dialogo interreligioso e tanti ne parlano. È fondamentale però impegnarsi seriamente e favorirlo, tanto più che esso costituisce l’antidoto migliore contro ogni forma di fondamentalismo. I leaders religiosi ebrei, cristiani e musulmani possono e devono svolgere un ruolo indispensabile per favorire sia il dialogo interreligioso e interculturale che l’educazione alla reciproca comprensione. Inoltre, essi devono denunciare chiaramente la strumentalizzazione della religione per giustificare la violenza.

Non vorrei concludere questo intervento senza far riferimento ad un’altra realtà che rileva, non l’esodo dei fedeli dal Medio Oriente, bensì il contrario, cioè una nuova presenza cristiana in quella terra. Si tratta di un dato che rappresenta una sfida per la Chiesa e un segno di speranza. Infatti, accanto alla diminuzione dei fedeli delle Chiese di antica tradizione presenti in Medio Oriente da tanti secoli, si registra l’aumento del numero dei cristiani in cerca di lavoro provenienti da altri Paesi, soprattutto dall’Asia [1]. Dobbiamo fare più attenzione a tale nuova presenza cristiana e andarle incontro con sensibilità pastorale ed accoglienza.

I cristiani in Medio Oriente vivono una situazione di grande difficoltà, alcuni di loro hanno sofferto la persecuzione solo per il fatto di credere in Gesù. Le sofferenze patite dai cristiani, ci ricorda il Santo Padre nella Lettera indirizzata ai Cristiani del Medio Oriente, «portano un contributo inestimabile alla causa dell’unità. È l’ecumenismo del sangue, che richiede fiducioso abbandono all’azione dello Spirito Santo». Dicevano i Padri della Chiesa che il sangue dei martiri è il seme di nuovi cristiani. È mio auspicio che con l’aiuto del Signore, la sofferenza di tanti nostri fratelli porti frutti di bene per il futuro dei cristiani nella Regione. Sono molte le sfide che si presentano a tutti i livelli politico, diplomatico, pastorale ma non dobbiamo dimenticare che Gesù Cristo è il Signore della storia. A Lui affidiamo il futuro dei cristiani in Medio Oriente, la loro presenza in quella «terra benedetta dal Signore».


[1] Questo fenomeno è particolarmente rilevante nei Paesi del Golfo. Secondo l’Annuario Pontificio 2015, nel Vicariato Apostolico d’Arabia del Nord, che comprende Kuwait, Qatar, Bahrein e Arabia Saudita ci sarebbero ben 2.445.000 cattolici e in quello d’Arabia del Sud, che comprende Emirati Arabi Uniti, Yemen e Oman, 942.000. Ci sarebbero inoltre tanti cristiani appartenenti ad altre Chiese o confessioni cristiane, di cui è difficile stimare il numero. Quasi tutti i cristiani residenti nei due Vicariati Apostolici sono stranieri


* L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n. 099 02-03/05/2015.