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  OMELIA DEL CARDINALE ANGELO SODANO 
IN OCCASIONE DEL CENTENARIO 
DELLA FONDAZIONE DELL'ISTITUTO VOLUTO 
DAL BEATO GIUSEPPE ALLAMANO

Sabato 16 giugno 2001

 


"Il Signore ha consolato il suo popolo":  così abbiamo cantato nel salmo responsoriale.

Veramente il Signore ha consolato il suo popolo con tutti i doni della sua misericordia. Inoltre in tale opera Egli ha voluto associare sua Madre, al punto che la fede del popolo cristiano ha attribuito a Maria il titolo di Consolatrice. È questo il titolo di cui noi oggi vogliamo fare devota memoria.

1. La fede di un popolo

Nelle pagine della storia religiosa del Piemonte si ricorda che a Maria, invocata come Virgo Consolatrix, la Vergine Consolatrice, si rivolse con cuore commosso il Vescovo di Torino, Mainardo, il 20 giugno del 1104 quando venne ritrovata la venerata icona cui fu dedicato il più antico santuario della città.

Un santuario che ha origine remote, poste addirittura in relazione al grande protovescovo torinese, san Massimo, che già all'inizio del V secolo propose alla pietà dei fedeli della città subalpina l'antica immagine della Vergine dipinta in affettuose sembianze materne. Quell'icona, arrivata in Piemonte dall'Oriente e donatagli dal grande Vescovo di Vercelli, sant'Eusebio, è ancora oggi punto di riferimento essenziale per la città di Torino e per tutto il Piemonte.

Attorno a quell'icona, ritrovata su ispirazione della Vergine, dal nobile Jean Ravais nel 1104, si vissero momenti che il sentire unanime del popolo fedele riconobbe come decisivi nella storia della città e ne attribuì l'esito positivo alla materna intercessione della Madonna.

Vorrei qui ricordare tre episodi, fra i molti, dove si sperimentò in modo mirabile la protezione della Vergine Consolatrice. Tutta la città di Torino, infatti, concorda nel ritenere che si debba all'intercessione di Maria la liberazione dall'assedio del 1706 e successivamente, nel 1835, la protezione materna data alla città in occasione della terribile pestilenza del colera che imperversava e, infine, la salvezza dalle conseguenze dello scoppio drammatico della polveriera del 1852.

Attraverso l'intercessione materna di Maria il Signore ha consolato il suo popolo e lo ha sostenuto nel cammino della vita.

2. La costruzione del Santuario

Ed è proprio per custodire e venerare in modo degno quella sacra icona della Virgo Consolatrix che si decise di edificare l'attuale santuario della Consolata, così come oggi lo conosciamo, luogo di fede e di preghiera mariana, ma anche esempio pregevole del barocco italiano grazie all'ingegno artistico del Guarini prima e del Juvarra poi (cfr Pietro Buscalion - La Consolata nella storia di Torino e del Piemonte - Torino 1938).

Di quel celeberrimo santuario, ricco di storie e di leggende che corrono lungo l'arco di quindici secoli, storica meta di pellegrinaggi, segnato dalle migliaia di ex voto che testimoniano le grazie ricevute e il forte e intenso legame che il popolo torinese ha con il luogo in cui ha scoperto la tenerezza e la consolazione che viene da Dio, il vostro fondatore e Padre, il beato Giuseppe Allamano, divenne rettore a soli 29 anni di età. Era il 2 ottobre del 1880.

Ora, in questa Eucaristia in cui contempliamo il Signore che "consola il suo popolo", vorremmo vivere anche quella comunione dei santi che professiamo nella fede. E così chiediamo al Signore di entrare, per grazia, nel segreto del cuore del beato Allamano e capire perché lui, pensando al suo Istituto Missionario, lo volle come Istituto che portasse il nome e diffondesse il culto della Virgo Consolatrix in tutto il mondo. È una domanda doverosa. Così, mentre torniamo indietro nel tempo, per andare a quei giorni della fondazione del vostro Istituto, tentiamo di capire anche il presente e di come occorre essere missionari oggi.

3. L'Istituto della Consolata

Se rileggiamo il decreto arcivescovile del Cardinale Richelmy del 29 gennaio del 1901 con il quale, accogliendo l'intenzione di Giuseppe Allamano, si approvava "l'istituto della Consolata per le Missioni Estere", intravediamo già le linee del suo metodo missionario. È quello che, con un'espressione estremamente sintetica, verrà chiamato dal Papa san Pio X, "il metodo Consolata".

Infatti, secondo le indicazioni dell'Allamano, "bisogna degli indigeni farne tanti uomini laboriosi per poterli fare cristiani:  mostrare loro i benefici della civiltà per tirarli all'amore della fede:  ameranno una religione che oltre le promesse dell'altra vita, li rende più felici su questa terra". È l'anticipazione di ciò che il Concilio Vaticano II chiamerà evangelizzazione e promozione umana. È la convinzione che "chiunque segue Cristo, uomo perfetto, diventa lui pure più uomo" (Gaudium et spes), è l'adottare lo stesso metodo missionario di Matteo Ricci il quale, "per penetrare nella Cina, ed ottenere credito a sé e ai suoi missionari e quindi aprirsi la via alla conversione di quelle genti, incominciò coll'insegnare le matematiche, col comporre mappamondi e orologi solari", come spiegherà il beato Allamano.

4. Lo sviluppo dell'opera

Oggi poi, ringraziando il Signore per averci dato Maria come Madre amorosa che ci accompagna nel pellegrinaggio terreno, vogliamo con una intensità particolare di fede ringraziare il Signore perché 100 anni fa ha suscitato nella Chiesa il benemerito Istituto della Consolata.

Voi ben sapete come la fondazione di quest'Opera non sia stata semplice. Ne conoscete la storia fatta di attese, di sofferenze e di prove, sempre sopportate con serenità dal beato Allamano.
Se è vero che all'amico Cardinale Agostino Richelmy egli scriveva nel 1900:  "Ebbene, Eminenza, nel tuo nome getterò le reti!", è altrettanto vero che il progetto era talmente nuovo che era stato necessario molto tempo per operare un discernimento nello Spirito, affinché l'intuizione di sostenere le missioni prendesse finalmente piede.

La prima traccia che documenta un simile intenso lavoro, fatto di preghiera, di riflessione e di passione missionaria la si trova in una lettera del 1891. Fino a quella data, infatti, non c'è nulla di documentato. È il lunedì 6 aprile del 1891 quando l'Allamano scrive una lunga lettera al padre Calcedonio Mancini, lazzarista della Congregazione della Missione. La lettera, di cui si conserva il testo, è un invito a sondare a Roma la Congregazione di Propaganda Fide sull'accoglienza che potrebbe avere una "istituzione regionale di sacerdoti dedicati unicamente alle missioni, alle quali potessero attendere tutti uniti in una determinata località, in dipendenza di superiori proprii".

Come si vede si trattava di un progetto completamente nuovo per quei tempi, per il quale il beato Allamano aggiungeva:  "Quanto all'organizzazione di quest'opera, ne ho già tutto il piano tracciato, che potrei quando che sia presentare. Per dirne l'essenziale, i Sacerdoti e secolari, dopo una sufficiente prova e preparazione in una casa apposita di Torino, s'impegneranno di rimanere per cinque anni nelle Missioni, dipendenti dal proprio Superiore, e legati coi soliti voti more religiosorum". Ma da quella prima lettera, che trovava accoglienza estremamente positiva a Roma, alla nascita dell'Istituto dovranno passare ancora ben dieci anni (cfr Domenico Agasso - Giuseppe Allamano -Edizioni Paoline 1999, pagg. 73-81).

E in mezzo vi erano le perplessità dell'Arcivescovo Alimonda, i cui dubbi erano alimentati dai timorosi che non volevano lasciare partire "i giovani sacerdoti, con detrimento della Diocesi" e ci sono anche le derisioni del clero più scettico che, quasi canzonando l'Allamano, sostenevano "farà la fine dell'Ortalda" ricordando, con tale espressione, la triste esperienza del canonico Giuseppe Ortalda, Direttore locale dell'Opera per la Propagazione della Fede che aveva tentato un'esperienza simile, ma era finita male per la mancanza di esperienza amministrativa.

5. Il nostro "Te Deum"

Ora, a 100 anni di distanza si deve ringraziare il Signore perché quell'annuncio che apparve sul bollettino La Consolata del 29 gennaio 1901 in cui si scriveva "Il culto della Consolata non sarà soltanto contemplativo, ma attivo" si è fatto veramente universale.

Dall'8 maggio 1902, quando partirono i primi 4 missionari per il Kenya, due sacerdoti e due fratelli coadiutori, è un susseguirsi di missionari e missionarie che sono stati inviati in ogni parte del mondo.

Nel frattempo anche lo stesso Istituto, che nei progetti iniziali doveva avere una dimensione regionale, divenne una Congregazione religiosa che ha missionari e missionarie propri in molti paesi dell'Africa, dell'America del Sud, dell'Asia e dell'Europa, con la spiritualità di chi evangelizza portando la consolazione.

Per tutto questo, per questi cento anni di storia, di generosità, di impegno e di santità ringraziamo il Signore che consola il suo popolo.

6. Verso il futuro

Cari Missionari della Consolata, vorrei sostare ancora alcuni istanti con voi per dare uno sguardo coraggioso all'avvenire. Non è impresa da poco, ma è un dovere da compiere nel nome del beato Allamano.

Ho ricordato poco fa come Papa Sarto, san Pio X, abbia avuto grande stima del "metodo della Consolata". Abbiamo visto come il canonico Allamano si era rivolto con fiducia a Roma, per chiedere il parere sul nascente Istituto. Il successivo avallo del Papa lo rese certo che la sua intuizione era opera dello Spirito. Ebbene, con questi atteggiamenti di fiducia, di confronto, e di ascolto egli fa intuire a ciascuno di noi che il missionario non è un battitore libero, è un apostolo che annuncia il Vangelo con la Chiesa e nella Chiesa. Di tutto questo c'è documentazione chiarissima ed eloquente.

In questo momento non possiamo inoltre dimenticare ciò che vi scrisse il Papa Giovanni Paolo II, lo scorso 25 gennaio ricordando il Giubileo del vostro Istituto. Se da una parte, a cento anni di distanza dalla vostra fondazione, si deve, come scrive il Papa, "riconfermare con vigore la vocazione missionaria ad gentes, che è la vostra principale ragione d'essere" è altrettanto importante ricordare che "occorre preparare e accompagnare l'azione missionaria con la preghiera... che si tradurrà in appassionata adesione a Cristo nell'esistenza quotidiana".

La preghiera è la chiave per entrare nel terzo millennio dell'era cristiana, è la risposta eloquente a quello che chiedeva il vostro Fondatore ai suoi:  "prima santi e poi missionari", perché vi voleva "tutti di prima qualità" e specificava che "se volete essere missionari in regola, bisogna che prima siate ottimi religiosi; prima di convertire gli altri, bisogna che siate santi voi, altrimenti non sarete buoni né per voi, né per gli altri". Ed è per questo che il Papa vi ha scritto dicendovi che "il vero missionario è il santo".

7. L'eredità dell'Allamano

Da questo cammino di santità si sviluppa in modo originale quello che Giovanni Paolo II chiama l'aspetto "peculiare del vostro carisma... quello di unire all'evangelizzazione uno sforzo concreto di promozione umana, privilegiando la cura per i più poveri e gli emarginati". E a questo proposito, quasi a specificare ciò che il Santo Padre vi ha scritto, è utile tornare a quelle dieci parole, quei dieci comandamenti della spiritualità dell'Allamano lasciati in eredità ai suoi e che lui continua a donarvi dal Paradiso:  "Elevatevi sopra le idee ristrette che predominano nell'ambiente; amate una religione che offre la promessa dell'altra vita e vi rende felici su questa terra; scegliete la mansuetudine come strada di trasformazione; puntate sulla trasformazione dell'ambiente, non solo degli uomini; siate forti, virili, energici nell'apostolato; siate conche e non canali riguardo ai doni spirituali, canali e non conche riguardo ai doni materiali; fate bene il bene e senza rumore, cercate solo Dio e la sua volontà; mettete la santità al primo posto, non dite mai:  non tocca a me".

E dopo aver riascoltato dalla voce dell'Allamano queste dieci parole che nel corso dei cento anni appena trascorsi hanno portato consolazione e gioia in molte parti del mondo, affidiamo ciascuno di voi e il vostro istituto a colei che il vostro Fondatore ha sempre ritenuto "la vera fondatrice dell'Istituto, la Consolata". Da Lei chiediamo che la consolazione che il Signore dona al suo popolo sia la stessa consolazione che dona a ciascuno di noi in questo glorioso centenario.

           

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