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VISITA PASTORALE NEI PAESI BASSI

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI RAPPRESENTANTI DELLE ORGANIZZAZIONI SOCIALI

Utrecht - Domenica, 12 maggio 1985

 

Signore e signori rappresentanti delle organizzazioni sociali.

1. La vostra cortese portavoce ha espresso la grande gioia di tutti per questo incontro con il Papa. La ringrazio di tutto cuore. Vi assicuro che questa gioia è reciproca. Attraverso le vostre persone, sento infatti di trovarmi in presenza di numerosi e importanti settori della vita sociale dei Paesi Bassi. Per questo, se i miei saluti più cordiali li rivolgo anzitutto a ciascuno di voi, essi sono diretti anche agli uomini e alle donne da voi rappresentati: a tutti coloro che lavorano nell’agricoltura e nell’orticoltura, nell’industria e nel commercio, nella navigazione e nella pesca, nei servizi pubblici e nell’amministrazione, nei movimenti femminili e nel mondo della sanità, nello sport e nel turismo, nell’informazione e nel campo della cultura, presso i migranti e i disoccupati. Tutte queste organizzazioni, e altre ancora, riflettono le gioie e le preoccupazioni della società olandese. Per esse provo sentimenti di rispetto e d’interesse.

2. Tuttavia voi comprenderete che non posso dialogare con voi sui principali temi evocati dai diversi interventi, ossia la solidarietà, l’assistenza e l’emancipazione. Questi problemi comportano aspetti tecnici che non sono di mia competenza. E, soprattutto, ho appena cominciato a familiarizzarmi con la vostra lingua. Ma, ascoltando i vostri interventi, ho ben compreso che la preoccupazione maggiore e comune delle vostre organizzazioni, è il pensiero della dignità dell’uomo, con le conseguenze concrete che ne derivano. “L’uomo conta”, voi dite. Io sento che questa affermazione è, sulla vostra bocca, una testimonianza di fedeltà alle prime pagine della rivelazione (cf. Gen 1, 26-27) e all’insegnamento di Cristo. Penso anche che siete stati colpiti, come molti cristiani, dalle parole di Pilato durante il processo di Gesù, parole il cui significato era molto più profondo di quanto il governatore della Giudea potesse pensare: “Ecce homo”. Sì, Gesù di Nazaret è l’unico modello dell’uomo, totalmente accogliente verso Dio e radicalmente donato ai suoi fratelli. La vostra affermazione “l’uomo conta” mi lascia pure percepire che vi preoccupate di conoscere bene l’insegnamento magisteriale della Chiesa. Sono tutte queste referenze che fondano le vostre convinzioni e la vostra azione. Per esempio, voi avete certamente misurato la ricchezza di questa frase lapidaria della costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Vaticano II: “Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo” (Gaudium et spes, 22).

3. Sì, l’uomo conta. Nell’impossibilità di trattare con voi tutti i problemi sollevati, preferisco soffermarmi su un elemento fondamentale per voi tutti, praticanti o non una religione, ossia la coscienza.

In questo breve incontro mi sembra che avreste interesse e profitto a far convergere i vostri sforzi personali e collettivi sull’educazione o anche sulla restaurazione delle coscienze. In questo importante campo, gli osservatori più ottimisti della società moderna non riescono a nascondere che la confusione è grande. Essi parlano di un soggettivismo sfrenato delle coscienze e di un relativismo potentemente facilitato dai mass media e dalla mescolanza delle popolazioni. Non è il dramma più profondo nei nostri Paesi di civiltà detta avanzata? Non è un pericolo per i popoli del Terzo mondo con i quali le nazioni ricche hanno numerosi legami economici, culturali, turistici? Certo, un po’ ovunque, i governi si sforzano di varare riforme sociali e politiche.

Non sono esse delle ipoteche, in parte almeno, se la coscienza dell’uomo funziona di traverso, se lo spirito umano ha perso la sua lucidità e il suo vigore?

4. La nostra società pluralista, aperta a tutti i venti, richiede un tipo di coscienza umana illuminata, libera e responsabile. La costituzione pastorale Gaudium et spes dice giustamente: “Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, quando occorre, chiaramente dice nell’intimità del suo cuore: fa’ questo, fuggi quell’altro. L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro il suo cuore: obbedire ad essa è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nella sua intimità. Tramite la coscienza si fa conoscere in modo mirabile quella legge, che trova il suo compimento nell’amore di Dio e del prossimo. Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità tanti problemi morali che sorgono tanto nella vita dei singoli quanto in quella sociale. Quanto più, dunque, prevale la coscienza retta, tanto più le persone e i gruppi sociali si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità” (Gaudium et spes, 16).

5. Siamo lontani dai problemi concreti che alcuni di voi hanno esposto poco fa? Certamente no. La coscienza umana non ha mai finito di discernere i valori e i controvalori, gli elementi di liberazione e i fattori di degradazione. La coscienza umana, degna di questo nome, è un cammino verso la verità. La misteriosa esigenza del Signore che risuona naturalmente in essa si precisa nella parola di Dio, conservata dalla tradizione vivente della Chiesa.

Uomini e donne che volete ascoltarmi, oso supplicarvi: frequentate ancor più Gesù Cristo! È lui il pedagogo delle coscienze adulte. Nei suoi tre anni di ministero pubblico, egli colse tutte le occasioni per illuminare la coscienza dei suoi uditori, specialmente dei dodici apostoli. Fa appello alla coscienza del dottore della legge che gli chiedeva che cosa doveva fare per ottenere la vita eterna (cf. Lc 10, 25-26). Davanti agli scribi e ai farisei che gli conducono una donna sorpresa in stato di adulterio, Cristo pone una domanda alla coscienza di ciascuno di essi (cf. Gv 8, 7). Vedendo i pellegrini deporre le loro offerte nelle cassette del tempio, ne approfitta per far riflettere profondamente i suoi discepoli sul valore personale del dono (cf. Mc 12, 41-44). L’appello lanciato al giovane ricco, per i suoi apostoli diventa l’occasione per approfondire le esigenze della loro scelta fatta spontaneamente (cf. Mc 10, 23-28). Quante volte sentiamo il Maestro rinviare al ruolo decisivo del cuore, quando si tratta di determinare il valore dell’agire umano? La parola di Dio è seminata nel cuore per portarvi dei frutti (cf. Mt 13, 19). Soltanto da un cuore puro possono nascere parole e azioni buone, soprattutto la giustizia, la misericordia e la fedeltà (cf. Mt 12, 34; 18, 35; 23, 23-26). L’osservanza esteriore della legge non ha gran valore se il cuore è cieco o perverso; perché da una tale fonte impura provengono i pensieri e le azioni cattive che rendono immondo l’uomo (cf. Mt 9, 34; 15, 18-20). È la tragica ambiguità del cuore: o esso è la sorgente morale del nostro agire, oppure può diventare complice dell’ingiustizia. Il cuore, in altre parole la coscienza, dev’essere purificato e formato. È quanto Gesù ci insegna: “Bada dunque che la luce che è in te non sia tenebra” (Lc 11, 35). La coscienza è qualche cosa di vivo, e non qualche cosa di statico. Essa cammina verso una conoscenza sempre più perfetta dei valori. Cristo incoraggia i suoi discepoli ad avanzare su questo cammino. E poco a poco rivela loro che esiste un valore che supera e integra tutti gli altri: l’amore. Questa legge d’amore, che contiene la legge e i profeti, deve diventare la legge della loro coscienza. Come è possibile opporre coscienza umana e legge, amore e comandamenti del Signore? La loro formulazione è senza dubbio schematica. Ma si può dire che i dieci comandamenti contengono in riassunto tutta la coscienza dell’umanità, tutti gli appelli che il Creatore ha iscritto nel cuore degli uomini prima di precisarli nel decalogo trasmesso a Mosè.

6. Uomini e donne dei Paesi Bassi venuti a questo incontro, il Papa è felice della vostra attenzione. Ha fiducia in voi. Vi incoraggia in nome di Cristo a servire i vostri fratelli negli ambienti socio-professionali ai quali appartenete. Con tanta modestia e altrettanto ardore, lavorate alla restaurazione delle coscienze, favorite la riaffermazione di un umanesimo autentico, allo stesso tempo personalista e comunitario!

Concludo il mio discorso riprendendo un testo del mio predecessore, Paolo VI: “Si tratta di costruire un mondo in cui ogni uomo, senza esclusioni di razza, di religione, di nazionalità, possa vivere una vita pienamente umana, affrancata dalle servitù che gli vengono dagli uomini e da una natura non sufficientemente dominata; un mondo dove la libertà non sia una parola vana e dove il povero Lazzaro possa assidersi alla stessa mensa del ricco . . . Ciascuno esamini la sua coscienza, che ha una voce nuova per la nostra epoca” (Paolo VI, Populorum progressio, 47).

Uomini e donne dei Paesi Bassi, le generazioni che vi hanno preceduti hanno dato molto alla storia della civiltà. A vostra volta, in un contesto europeo e mondiale certamente differente, siete chiamati a salvare l’uomo nel vostro Paese e anche oltre. Il vostro realismo e la vostra perseveranza, la vostra creatività e la vostra adesione ai valori evangelici mi ispirano fiducia. E soprattutto, il Signore vi precede e vi accompagna misteriosamente nell’instaurazione del suo regno: regno di verità e di vita, di giustizia, d’amore e di pace, regno di santità, che nello stesso tempo è gloria del Signore e la felicità dell’uomo.

Invoco su voi tutti qui presenti, sugli uomini e le donne dei vostri diversi ambienti socio-professionali, la luce e la forza divina, affinché, tutti insieme, collaboriate a questo risveglio e a questa formazione delle coscienze, insostituibile fondamento di una civiltà degna dell’uomo e degna di Dio.

 

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