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RADIOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE
GIOVANNI XXIII
AL CLERO E AI FEDELI DELLA DIOCESI
DI MALTA E DI GOZO
IN OCCASIONE DEL XIX CENTENARIO
DELL'APPRODO DI S. PAOLO
SULL'ISOLA DI MALTA

Domenica, 24 luglio 1960

 

Venerabili fratelli
e diletti figli di Malta!

Con profonda soddisfazione vi porgiamo il Nostro paterno saluto, lieti di poterci rivolgere direttamente a voi per il tramite delle onde radiofoniche, al termine delle celebrazioni per il XIX centenario del naufragio di S. Paolo nella vostra isola.

La Nostra prima parola vuole essere di vivo compiacimento per il fervore da voi dimostrato in questa circostanza, che sarà ricordata a lettere d'oro nei fasti della storia religiosa di codesta isola nobilissima e cattolicissima, come ben volle chiamarla il Nostro Predecessore Pio XI di ven. mem. Fin dall'inizio dello scorso anno avete preparato infatti i vostri cuori alla commemorazione del fausto evento, corrispondendo alle pastorali premure dello zelante Arcivescovo Metropolita, ben assecondato dal Vescovo di Gozo. Sicché ben possiamo affermare che non più soltanto per tre mesi, come raccontano gli Atti [1], ma per tutto questo tempo la figura dell'Apostolo Paolo si sia levata di mezzo a voi, a rinnovare il fervore, la santa emulazione nel bene, l'intima trasformazione dei cuori, operati dal suo temporaneo soggiorno di allora, e a far echeggiare sempre più alto l'annunzio del suo Vangelo [2].

La voce di Paolo non è risonata invano su codesta isola benedetta. Sospintovi dalla volontà di Dio, a cui obbediscono i venti e il mare [3], dopo quattordici giorni di indicibili privazioni su la nave sbattuta dall'uragano, la sua venuta tra voi segnò l'inizio di una nuova era. La narrazione degli Atti degli Apostoli, che nella descrizione della tempesta e del naufragio ha tratti efficacissimi di rara potenza drammatica, sembra placarsi, nel brano del soggiorno maltese di Paolo, in un clima serenamente intimo e familiare, come l'azzurro del cielo disperde la foschia del temporale. E, come degno sfondo alle gesta dell'Apostolo, brilla di luce purissima l'atteggiamento di quei primi isolani, ricchi di « molta umanità » [4], cordiali, semplici e schietti, il cui profondo sentimento religioso fu così largamente premiato dalla predicazione del vero Dio.

Oh, sì, la vostra isola, che sorge a specchio del mare come una perla di lucente bellezza, aveva già, nella sua vita millenaria, invidiabili titoli di onore, per la sua antichissima civiltà, per i suoi templi famosi, per la religiosità dei suoi abitanti. Ma con la venuta di Paolo, accolto con tanta carità e accompagnato con « molti onori » [5], doveva cominciare la sua vera gloria, la più pura e più nobile, sfolgorante di luce per i lunghi secoli della sua storia dolorosa ed eroica. E, difatti, che cos'altro mai ha animato i vostri padri a quella fedeltà a Dio ed alla Chiesa, a quell'attaccamento alla cattolica unità, che forma il vostro vanto più alto? Che cosa ha reso la vostra isola una cittadella avanzata del Cristianesimo tra le agitate vicende del Mediterraneo? Soltanto la fede cristiana, a voi portata dall'Apostolo « prigioniero di Cristo Gesù » [6], e deposta nei cuori come un seme di ineguagliabile fecondità.

Ben a ragione le celebrazioni centenarie, che oggi si conchiudono, hanno assunto il significato di un trionfo della fede cristiana, pubblicamente attestata in faccia al mondo intero da voi, che volete essere i degni discendenti degli antichi e buoni ospiti dell'Apostolo naufrago.

Diletti figli!

Tutto nella vostra isola ancora parla di San Paolo. Egli è rimasto per voi « l'Apostolo Padre » per eccellenza, colui che vi ha generati alla vera fede. Di lui parlano le molte chiese e cappelle a lui dedicate, fra le quali rifulge la chiesa cattedrale, elevate nei luoghi santificati dal suo passaggio; ma specialmente vive sono rimaste in voi le sue parole.

Oh, le parole sante e benedette dell'Apostolo ! quale luce e quale forza continuano a dare alla Chiesa; quale miniera inesauribile di teologia e di spiritualità si apre, con abissi insondabili, in ciascuna di esse, rivelando il mistero ascoso da secoli in Dio, la salvezza nostra ottenuta per mezzo del Cristo e comunicata nella Chiesa, suo Corpo Mistico. Quale luce di orientamento e quale forza di amore esse dànno alla odierna società, minacciata da tanti errori, e specialmente inaridita dal freddo dell'egoismo e del mutuo sospetto!

A queste parole, che durante tutto l'anno centenario avete approfondite e gustate, Noi vogliamo richiamarvi, rivolgendovi l'invito di Paolo: Sic state in Domino! Tenetevi saldi nel Signore ! »[7]. E ancora: « Del rimanente adunque, o fratelli, vi preghiamo e scongiuriamo nel Signore Gesù, che, come avete imparato da noi, in qual modo dobbiate camminare e piacere a Dio, così pur camminiate, onde sempre più siate in abbondanza! » [8].

Ecco, fratelli e figli dilettissimi, la consegna dell'Apostolo alla vostra vita di fedeli cattolici: stare saldi: camminare: e piacere a Dio.

Stare saldi nel Signore, per mantenere quella stabilità e fermezza che è proprietà degli uomini forti e coraggiosi. Saldi nella fede, di fronte alle lusinghe dell'errore, con cui Satana, trasfigurato talvolta in un angelo di luce, cerca di far dimenticare l'eredità sacra del Cristianesimo. Saldi nella morale, nella pratica generosa dei dieci comandamenti, dei precetti della Chiesa, e delle quattordici opere di misericordia, per resistere alle seduzioni che qua a là fanno sentire la loro voce di sirene ingannatrici. Saldi nel Signore, per conoscerlo, amarlo e servirlo, nutriti, con la grazia, della sua stessa vita, e alimentati dal suo Corpo prezioso, che è pegno di vita eterna e di gloria futura. Saldi nella obbedienza fedele alla sacra Gerarchia, che in mezzo a voi rappresenta Cristo stesso, assicurandovi la genuinità del vostro ossequio a Dio.

Tale stabilità non significa tuttavia pigro indugiare su posizioni raggiunte, e tanto meno mancanza di vita. Secondo l'insegnamento Paolino bisogna muoversi, andare avanti: camminate, è la sua forte consegna. Lo ripetiamo particolarmente alla gioventù, che talora può essere tentata di pensare che l'obbedienza alle leggi del Signore e della sua Chiesa significhi una menomazione, un essere frenati e tarpati nel volo verso la libera affermazione della personalità. Ebbene, no, diletti figli: il vero cristiano, colui che ha fatto suo l'insegnamento e l'esempio di San Paolo, non sa che cosa voglia dire fermarsi o, peggio, indietreggiare : ma, pieno di liete speranze e del desiderio di migliorarsi e di migliorare il mondo, avanza serenamente in una continua ricerca del bene : in un continuo approfondimento della propria altissima dignità di vivente in Cristo. a cui vuole adeguare pensieri, affetti, attività e lavoro. Bisogna camminare nel continuo perfezionamento di se stessi, nella ricerca del ben fare, nella pace con Dio e col prossimo, persuasi che solo così si è moderni, si è completi, si è aggiornati, in una prospettiva che unisce il tempo alla eternità, la creatura a Dio. É sempre l'Apostolo che parla: sentite: Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo, e Cristo di Dio [9]. E ancora: Tutto ciò che è vero, tutto ciò che è onesto, tutto ciò che è giusto, tutto ciò che è santo, tutto ciò che rende amabile, tutto ciò che fa buon nome, se qualche virtù, se qualche lode di disciplina, a queste cose pensate [10].

Camminare infine per piacere a Dio: che è il più grande e nobile scopo della vita, e la fonte inesauribile delle più pure soddisfazioni. La vostra storia, o diletti figli di Malta, si può compendiare con queste parole: perchè, dal momento in cui la religione cristiana si radicò in mezzo a voi, nient'altro hanno voluto compiere i vostri padri, se non piacere a Dio con una vita intemerata e con una pratica esemplare del cristianesimo. Sia questo il rinnovato impegno, che salga al cielo dai vostri mille petti, in questa ora vespertina piena di raccoglimento e di dolcezza.

Sia questa la promessa, che degnamente coroni la comune letizia dei vostri cuori.

É per Noi dolce pensare che, in questo momento, nella penombra solitaria della sua grande Basilica Romana su la via Ostiense, le ossa del vecchio Apostolo esultino nella tomba per il rinnovarsi del fervore e dei sentimenti, da lui suscitati un giorno nella vostra isola: e che dal Cielo più copiosa discenda la sua protezione, apportatrice di continue grazie su la vostra fervida e fedele comunità, da lui stesso fondata.

Oh, Paolo di Tarso, vaso di elezione per tutte le genti, che nelle tue infinite peregrinazioni terrene hai instancabilmente predicato il Cristo Crocifisso, conquistando a Lui il mondo, guarda con paterna predilezione a questo popolo, che è rimasto tuo fin da quando ad esso ti mostrasti. Tu sei ad esso padre e maestro: tu lo hai ispirato nelle prove, lo hai rinvigorito nelle lotte, lo hai sostenuto con la tua sapienza e col tuo esempio. Fa che, per tua potente intercessione, questa isola, ch'è Civitas praenobilis, rimanga sempre la tua eredità.

Diletti figli! Questo è il Nostro voto e la Nostra preghiera. E vi auguriamo di tutto cuore che si compia in voi il più ardente desiderio del vostro Apostolo Padre, l'anelito ispiratore di tutta la sua vita missionaria: che Cristo abiti nei vostri cuori mediante la fede, acciò essendo radicati e fondati nella carità, possiate con tutti i santi comprendere la larghezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità: e intendere altresì quella carità di Cristo, che sorpassa ogni scienza, affinché siate ripieni di tutta la pienezza di Dio [11].

In pegno di questa ricchezza divina sul degnissimo Nostro Cardinale Legato, sui Signori Cardinali presenti, sull'Episcopato e sul clero, su le Autorità, e su di voi, diletti figli, e su le vostre famiglie, su le vostre case, e su la vostra terra, Noi vogliamo benedirvi nel suono stesso della lingua maltese:

Inbercucom b'qalbna colla, fiisem tal-Missir, u tal-Iben u tal-Ispirtu Santu (Vi benediciamo con tutto il cuore, nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo). Amen.


[1] Act. 28, 11.

[2] Cfr. Rom. 16, 25.

[3] Cfr. Matth. 8, 27.

[4] Act. 28, 1.

[5] Act. 28, 10.

[6] Eph. 3, 1.

[7] Phil. 4, 1.

[8] Thess. 4, 1.

[9] 1 Cor. 3, 22.

[10] Phil. 4, 8. 50.

[11] Eph. 3, 18-19.

 



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