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DISCORSO DI PAOLO VI AI DIRIGENTI E
AGLI ATLETI DELLA SOCIETÀ CALCISTICA «MILAN»

Sabato, 4 maggio 1968

 

Vi salutiamo con viva e paterna cordialità, Dirigenti e Atleti della Società Calcistica del Milan, e Ci diciamo lieti di questo incontro, e grati per il pensiero che qui vi ha portati. Ci è assai caro corrispondere al vostro filiale desiderio: anzitutto perché, nel vostro stesso nome, Ci portate il ricordo della metropoli lombarda, sempre a Noi dilettissima, della Sede splendente dei Santi Ambrogio e Carlo, che presiede ai suoi religiosi destini, della popolazione, aperta e fattiva, semplice e generosa, abile e industre, che la abita. Ed è questo il sentimento predominante, che desideriamo attestarvi subito, perché vediamo in voi rappresentata l’indimenticabile città, a cui va il Nostro saluto e il Nostro augurio.

Siamo lieti, poi, di accogliervi per dividere con voi la soddisfazione di vedervi ormai prossimi a cogliere il meritato alloro del massimo campionato: e, senza voler togliere nulla alla bravura e all’impegno delle altre pur ottime squadre, ognuno riconosce che, ormai, e non solo da oggi, avete la vittoria in pugno, per usare un termine corrente. Ma vi diciamo questo non certo per passione sportiva o per spirito di parte, perché la Nostra benevolenza va con uguale intensità verso quanti lealmente combattono, seppur con esito diverso, per l’onesto conseguimento del premio; ma per sottolineare come la soddisfazione di un magnifico risultato sul piano competitivo dello sport possa e debba essere rapportata ad un più alto insegnamento e a un più duraturo valore: a quello delle lotte dello spirito, che debbono impegnare l’uomo, tutto l’uomo, come globale realtà fisica e spirituale, e non solo per la breve stagione di un campionato, ma per tutta la vita, per farlo tendere al conseguimento di una corona non effimera e corruttibile, ma incorruttibile, come dice San Paolo usando la terminologia delle antiche gare dei giochi di Olimpia (1 Cor. 9, 25): la corona, cioè, che corrisponde al premio che Nostro Signore darà a chi, durante il corso dei suoi anni terreni, avrà saputo domare se stesso e sottomettersi al giogo mite e soave di Cristo, avrà saputo lottare lealmente nell’adempimento delle virtù, che suppongono animo virile, costante esercizio, impegno generoso, non già debolezza o fiacchezza di energie fisiche o di forze spirituali. Se tale e tanta è già la soddisfazione per la bontà dei risultati terreni, quale non sarà la gioia e l’esultanza di chi, dopo aver combattuto, saprà di aver vinto per sempre, senza pericolo di non mai più perdere il suo premio, di aver superato la gara, di aver dato prova a sé, agli altri e, soprattutto, a Dio di non aver vissuto invano, di non aver trafficato inutilmente i talenti da Lui ricevuti?

Noi siamo certi che anche per voi, diletti dirigenti e atleti, la pratica dello sport favorisce a queste riflessioni, e vi porta a una maturazione interiore, che si accompagna di pari passo con la pienezza del rendimento fisico; e Ci auguriamo che l’esercizio delle gare sportive, il loro sano interesse, e il motivo di serena distensione, che esse offrono, contribuisca sempre di più al miglioramento non solo della vostra persona, ma anche della società, in cui formate oggetto di così vasta attrattiva: e ciò mediante l’esaltazione della persona umana, il rispetto altrui, la condotta cavalleresca e leale, la saggezza e la prudenza, in una parola mediante l’elevazione dello spirito, per le sue superiori affermazioni, da riconquistare sempre da capo, contro l’egoismo, contro l’aridità, contro l’avvilimento dei bassi istinti.

Ecco, diletti figli, le Nostre parole, piene di incoraggiamento e di augurio, con le quali amiamo accompagnare codeste trionfali battute del vostro campionato: esse vi dicano l’affetto che vi vogliamo, la stima con cui vi seguiamo, e la carità con cui preghiamo per tutti voi, e per i vostri Cari, mentre Ci è tanto gradito impartirvi la Nostra particolare Apostolica Benedizione.

    



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