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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO PP. XII
AGLI IMPIEGATI STATALI E PARASTATALI
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 Domenica, 10 maggio 1953

 

Siamo lieti, diletti figli, Impiegati Statali e Parastatali di Roma, che il tempo e le forze Ci abbiano permesso di ricevervi anche quest'anno, dopo che la Santa Comunione pasquale ha nutrito e fortificato le vostre anime. Siamo certi che alcuni di voi hanno provato momenti di commossa tenerezza per la ottenuta riconciliazione con Dio, e che tutti, ad ogni modo, avete gustato la pace e la gioia, che sogliono accompagnare la più stretta unione con Lui.

Mentre pertanto Ci auguriamo che tale serena e profonda letizia divenga perenne in voi per la non mai interrotta sacramentale o spirituale presenza di Gesù nelle anime vostre, approfittiamo volentieri della vostra venuta per rivolgervi una semplice parola di paterna esortazione e d'incoraggiamento.

Già nel Maggio dello scorso anno ricevemmo folti gruppi di impiegati statali, ai quali aprimmo il Nostro cuore, impartendo loro quegli ammaestramenti, che la vostra condizione suggeriva. Non vi attendete dunque oggi di ascoltare nuovamente tutto ciò che potrebbe esser detto ad una così eletta assemblea d'impiegati cristiani. La vostra fede, la vostra buona volontà, di cui è nuovo segno il vostro accostarsi alla Sacra Mensa, Ci dà fiducia che voi procurate di mettere ogni impegno nell'operare sempre secondo i dettami della vostra coscienza. Ma per contribuire a fare di voi uomini sempre più degni ed utili alla causa del comune interesse nella umana società, Noi vorremmo farvi notare e considerare una frase che avete letta o ascoltata nell'Epistola dell'Apostolo S. Giacomo, assistendo oggi alla S. Messa: « Se alcuno crede di essere religioso, e non tiene a freno la propria lingua,.., la sua religione è vana ».

Diletti figli! Una delle facoltà più mirabili dell'uomo è il linguaggio. Mentre la espressione esteriore dei sentimenti e delle passioni, come del giubilo, del dolore, dell'ira, del timore, quale reazione puramente biologica ed istintiva, è propria anche degli animali, è riservata invece all'uomo, il cui intelletto forma le idee o concetti universali, i giudizi formali e i raziocini, la lingua intellettuale, onde le parole sono i « segni dei concetti dell'anima » (cfr. S. Th. I p. q. 85 a. 2 ad 3um). Ma questo dono della favella che Dio ha elargito all'uomo nella Sua previdente bontà, potrebbe divenire anch'esso mezzo per offendere Dio e per danneggiare gli altri, se la ragione e la fede non provvedessero a regolarne l'uso, come si addice ad un essere ragionevole, specialmente se cristiano, fatto partecipe della vita stessa di Dio.

Se dunque, diletti figli, volete essere ed apparire impiegati veramente cristiani, « frenate », cioè, governate, nell'esercizio del dovere, la vostra lingua; sappiate tacere e parlare a tempo opportuno, secondo che la coscienza verrà dettandovi nelle diverse circostanze.

I. Anzitutto sappiate tacere.

Quando, al mattino, entrate nel vostro ufficio, dovete essere animati dallo stesso spirito che accompagna l'insegnante nella scuola, il medico nell'ambulatorio, e anche, in senso più alto, il sacerdote all'altare o al confessionale.

Voi non avete bensì fanciulli da istruire, corpi da sanare, né anime da redimere; ma il vostro lavoro è anche un servizio sociale di grande importanza. Sul vostro tavolo trovate ogni giorno un certo numero di pratiche d'ufficio, il cui « disbrigo » deve essere fatto con celerità ed esattezza, perchè ciascuna di esse attende la sua soluzione, e sotto l'apparenza di fredde carte si nascondono talvolta veri dolorosi drammi che tengono nell'ansia e nell'angoscia anche intiere famiglie.

Ora non è chi non veda quanto la mancanza di freno alla lingua nuocerebbe a quella celerità ed esattezza. Ogniqualvolta quindi che nelle stanze del vostro ufficio si facessero troppi discorsi inutili, estranei al lavoro, il « disbrigo » delle pratiche subirebbe inevitabilmente ritardi con danno, a volte grave, delle persone interessate.

Se poi le parole non fossero soltanto inutili, ma (Dio non voglia!) addirittura sconvenienti in sè stesse, allora tanto più energico dovrebbe operare il freno della lingua. Può infatti accadere che col continuo trovarsi tutti i giorni nella stessa stanza di lavoro, con lo stesso orario, si venga perdendo a poco a poco quel riserbo così necessario in chi vuole evitare che si getti il discredito sulle persone e le cose più sacre o delicate. Tutti sanno che non di rado diviene oggetto di lazzi e di scherzi anche il misterioso ordine della procreazione, che fa gli uomini cooperatori di Dio nell'opera creativa.

Anche più lamentevole sarebbe se la parola divenisse strumento di maldicenza, di mormorazione o perfino di calunnia. Perchè allora il male nasce, si alimenta e si moltiplica, senza che sia possibile di misurarne le conseguenze. « Quale il carbone alla brace e le legna al fuoco, — nota lo Spirito Santo — tale è l'attaccabrighe all'ardore della rissa. Mancando le legna, si spegne il fuoco; assente il linguacciuto, tace la contesa » (Prov. 26, 21-20).

Diletti figli! Se volete essere impiegati cristiani, evitate di parlare nei luoghi del vostro lavoro come non vorreste che si parlasse di voi, e non toccate senza serio motivo argomenti, che non trattereste nè lascereste trattare alla presenza della vostra madre, della vostra sposa, della vostra figliuola.

2. Per governare rettamente la propria lingua, non basta però saper tacere; bisogna anche saper parlare, quando e come vuole la coscienza, illuminata e guidata dalla ragione e dalla fede.

In generale è necessario che l'impiegato cristiano, quando parla, sia mosso ed accompagnato sempre dall'amore, sia che discorra coi propri colleghi, sia che tratti col pubblico. A questo amore si oppone l'abitudine; di questo amore è nemica la stanchezza, la quale, alla sua volta, provoca spesso il nervosismo. Questo può rendervi scortesi o scontrosi; quella vi fa apparire indifferenti, insensibili, di fronte a persone stanche, inquiete e nervose esse stesse; le quali, però, già dal vostro modo gentile e caritatevole potrebbero essere indotte ad uscire dallo stato di esasperazione, in cui si trovano.

Voi, diletti figli, come tutti i cristiani, sarete riconosciuti discepoli di Gesù, se saprete trattare tutti con amore. Oh! se vi studiaste di vedere Gesù in tutti coloro che vengono a contatto con voi! Gesù, il quale si nasconde nel malato, nel pellegrino, nel carcerato, possiamo pensare che sia in ogni bisognoso, anche se importuno o prepotente.

Occorre poi saper parlare, quando la coscienza esige che voi difendiate la verità e la giustizia. Questo presuppone che ognuno di voi acquisti sempre più il coraggio delle proprie idee, delle proprie convinzioni, dei propri atti. Ciò importa altresì che voi,  senza malevolenza verso nessuno, sappiate reagire con fermezza, ogniqualvolta dinanzi a voi si parli o si agisca contro la religione e la morale o contro la legittima autorità dello Stato.

Vi sono oggi alcuni, i quali con sistematica malvagità gettano calunnie contro la Chiesa e il sacerdozio; voi non dovete temere di alzare pacatamente la voce, contrapponendo la verità alla menzogna.

Finalmente, bisogna saper parlare, quando lo zelo vi facesse scorgere accanto a voi un'anima bisognosa della vostra opera di apostolato. Un conforto, una spiegazione; una parola d'incitamento, forse anche talvolta un rimprovero amorevole e discreto, possono illuminare la mente e scuotere la volontà ; possono commuovere un cuore che sembrava insensibile e freddo.


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XV,
 Quindicesimo anno di Pontificato, 2 marzo 1953 - 1° marzo 1954, pp. 135 - 138
 Tipografia Poliglotta Vaticana

 



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