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ALLOCUZIONE PREPARATA DAL SANTO PADRE PIO XII
IN OCCASIONE DELLA RICORRENZA DEL
 CINQUANTESIMO ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE
DEL SEMINARIO REGIONALE DELLE PUGLIE*
 

Nella ricorrenza del cinquantesimo anniversario dalla fondazione del Seminario Regionale delle Puglie, il venerato Sommo Pontefice Pio XII aveva paternamente consentito che intorno a Lui si riunissero, con l'Em.mo Cardinale Prefetto della Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università degli Studi, gli Ecc.mi Presuli delle Puglie, i Superiori e gli Alunni dì quel Seminario Maggiore. L'Udienza era stata fissata per la domenica, 19 ottobre 1958. Nelle sue sollecitudini volte alla formazione e alla santificazione del Clero, il compianto Supremo Pastore aveva già preparato l'Allocuzione da rivolgere al distinto e qualificato Uditorio. Essa ben può considerarsi come un ulteriore testamento di fervida cura per le anime consacrate all'eccelso Servizio, che intendono diventare e sempre permanere Sacerdoti santi, secondo il cuore di Dio.

Sull'esempio del Divino Maestro, che gradiva di appartarsi coi suoi Apostoli, per effondere nei loro animi i tesori della sua infinita sapienza e bontà, « seorsum autem discipulis suis disserebat omnia » (Marc. 4, 34), anche Noi, suo indegno Vicario in terra, abbiamo caro di accogliervi nella Nostra dimora, diletti figli, Superiori, Ex-alunni ed Alunni del Seminario Regionale Pugliese, guidati dall'eminente Signor Cardinale Prefetto della Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università degli Studi, ed insieme dai zelantissimi Arcivescovi e Vescovi della Regione Pugliese, tutti convenuti alla Nostra presenza, desiderosi di coronare con solennità e con frutto la celebrazione del cinquantesimo anno dalla fondazione del vostro Istituto. Se mai non stimiamo alieno dal Nostro Ufficio di Pastore universale l'incontrarCi con le singole porzioni del gregge di Cristo, che dire di questo incontro con voi, diletti Chierici, speranza della Chiesa e Nostra, giovani tralci della vigna del Signore, futuri eredi del deposito di salute e di santità, chiamati ad essere, in particolar modo, « sale della terra » e « luce del mondo » (cfr. Matth. 5, 13-14)? Nulla, infatti, di maggiormente pertinente e degno può fare il Romano Pontefice per la intiera Chiesa, ed ogni Vescovo per la propria Diocesi, dopo avere atteso con diligenza alle presenti necessità dei fedeli, che provvedere con ogni sollecitudine alla perfetta formazione di coloro che dovranno perennare sulla terra, a salvezza di tutte le genti, la mistica presenza del Sommo Sacerdote Cristo, fatto visibile in coloro nei quali si adempirà, fino alla consumazione dei secoli, il promesso quasi immedesimarsi con Se e col Padre : « Qui vos audit me audit et qui vos spernit me spernit. Qui autem me spernit, spernit eum qui misit me » (Luc. 10, 16). A questo alto motivo, che vi rende cari ai vostri Pastori, si aggiunga l'altro, col primo strettamente unito, della naturale loro brama di assicurare la stabilità ed il progresso dell'opera, per cui essi spendono tutta la loro vita. La Chiesa è, in alcuni aspetti, anche una famiglia, al cui onore, avanzamento e continuità sono interessati vivamente i suoi Pastori, come padri. Ricevutala in eredità dai predecessori, nelle concrete e limitate attuazioni di diocesi o di parrocchie, coloro che l'hanno amata e servita con la dedizione ed il sacrificio di sè stessi, non saprebbero soffrire il pensiero di una possibile estinzione, sia per assenza di vocazioni, che per inettitudine di successori. Come in ogni grande casata, chi presiede è premuroso della continuità della stirpe e del mantenimento dell'avito splendore. Ebbene, voi, chierici, siete per Noi, per i vostri Vescovi, e per il Clero più anziano, i futuri eredi della nobilissima casata cui avete dato il nome, e dell'ingente patrimonio di beni e glorie spirituali, accumulato con tante immolazioni e fatiche da innumerevoli generazioni. Ecco perché siete oggetto di amorevoli ed assidue cure, e perché il Seminario è stimato dal Vescovo e dal Clero la pupilla dei loro occhi. Siete pertanto particolarmente benvenuti, diletti alunni del Seminario Regionale Pugliese, ai quali il Nostro cuore, seguendo l'esempio del divino Redentore, vorrebbe davvero confidare tutto, « omnia », ma dovrà contentarsi di ricordare appena qualche principio fondamentale di formazione sacerdotale, sicuro peraltro della saggia guida dei vostri Superiori, i quali non ignorano le copiose fonti di regole e di esperienze, di cui si è arricchita la Chiesa lungo i secoli in questo essenziale e delicato campo. Lo faremo però non prima di aver preso parte alla letizia del vostro cinquantenario e rievocato insieme qualche cosa del suo passato.

Le celebrazioni giubilari di enti, associazioni ed istituti, che non di rado si desidera di concludere alla Nostra presenza e con la Nostra Benedizione, benché siano contrassegnate da particolari caratteri, esprimono tutte un comune significato: affermare la vitalità dell'organismo con la prova degli anni, e confermare l'impegno di proseguire con maggior lena verso gli scopi proposti. Certamente questo è anche il vostro primo pensiero allo scadere del cinquantesimo anno di attività del vostro Seminario. Si accompagnano con esso altre riflessioni e sentimenti, come la sodisfazione tranquilla nell'appartenere ad una opera eccellente; la riconoscenza verso quanti ne tracciarono i primi solchi e ne assicurarono la fecondità; il desiderio di ravvivare la simpatia in coloro che in qualche modo vi appartennero, e i quali, se eminenti, sono quasi chiamati a rendere testimonianza all'opera stessa; non ultimo, il desiderio di trarre dal passato utili insegnamenti, e dal ricordo delle sue origini un rinnovamento nello spirito. Celebrazioni, dunque, non vane, ma fruttuose sono quelle che spesso si vogliono coronare presso di Noi, poiché per la più gran parte delle opere che vigoreggiano nella Chiesa di Cristo, il ritorno alle sorgenti equivale ad un lavacro tonificante nel primigenio spirito, mosso dal Signore. La Chiesa, del resto, allorché, lungo il suo diuturno cammino ha voluto scuotere dalla sua veste santa e immacolata la inevitabile polvere del secolo, che talora le impediva il libero incedere, non ha trovato rimedio più atto, se non tornare allo spirito ed alla prassi delle sue sorgenti, non già per ripiegarsi nei limiti ristretti e nei mezzi rudimentali impostile dalla legge che presiede a ogni umano sviluppo, ma per ritemprare uomini e mezzi in quell'aura tersa ed intensa di divino, che circondò i suoi natali.

In modo analogo e nelle debite proporzioni, voi intendete tornare con affettuoso ricordo ai primi anni di fondazione del vostro Seminario, dominati dall'inclito spirito di S. Pio X, stimato a giusto titolo fondatore dei Seminari Regionali, specialmente del vostro, primo per ordine di tempo tra quelli da Lui eretti. Desiderando anche Noi di contribuire ad animare ed accrescere il vostro fervore nella formazione dei chierici alla missione sacerdotale, vi esporremo qualche pensiero, lasciandoCi ispirare dalla memoria del Santo Pontefice.

Chi meglio, infatti, potrebbe soccorrerCi col suo lume in questo argomento se non Egli stesso, Pio X, sacerdote santo, dedito costantemente, negli anni che precedettero la sua elezione, a formare nei seminari folte schiere di sacerdoti secondo il cuore di Dio; e poi, Pontefice santo, il cui pontificato sembra occupare il bel mezzo di quello, che potrebbe definirsi « il secolo d'oro » dei seminari? Benché in ogni tempo la Chiesa fosse stata sollecita dell'accurata formazione del clero; e benché al Concilio di Trento la storia assegni giustamente il grande merito della istituzione dei seminari, dei quali un buon numero trasse le origini da quei decreti e ancora conserva esemplare rinomanza, specialmente in Roma; tuttavia il loro splendido fiorire per numero, ordinamenti e fecondità, il loro saggio adattamento alle nuove condizioni dei tempi, ha avuto inizio circa cento anni or sono. Grandiosa è la copia dei' Documenti ed Atti riguardanti la formazione del clero dovuti agli immediati Nostri Predecessori, ciascuno dei quali si distinse per particolari meriti. Si potrebbe, per esempio, ravvisare in Pio IX colui che saldò nel Concilio Vaticano nuovi anelli di stabilità giuridica a quelli già sanciti dal Tridentino; in Leone XIII l'impareggiabile riordinatore degli studi sacri; in S. Pio X l'acceso animatore della santità e dello zelo sacerdotale; in Benedetto XV colui che provvide all'assetto definitivo della rinnovata istituzione, sia con la promulgazione del Codice di diritto canonico, che col creare un loro proprio Dicastero, la S. Congregazione dei Seminari e delle Università degli Studi; in Pio XI colui che perfezionò l'opera dei Predecessori, massime dotando i Seminari Regionali d'Italia di imponenti edifici, tra cui il vostro di Molfetta. Questo tuttavia rimane sempre legato alla eccelsa figura di S. Pio X, a guisa di primogenito tra gli altri da lui fondati.

La coincidenza dell'anno di fondazione di questo, in Lecce, con la data della Esortazione Apostolica Haerent animo (4 Aug. 1908), in cui il Santo Pontefice tratteggiava, quasi dipingendo sé stesso, l'ideale del Sacerdote, esprime eloquentemente la genesi interiore dei Regionali e degli scopi loro assegnati. Alcuni anni più tardi, confortato dalla felice esperienza del primo, destinato ai chierici delle Puglie e della Lucania, nell'erigere l'altro di Catanzaro per le Calabrie, emanò la Costituzione Apostolica Susceptum inde (25 mart. 1914; Acta Ap. Sedis, a. 6, 1914, p. 213-218), comunemente indicata quale magna charta dei Seminari Regionali. Ma, nella presente ricorrenza giubilare, voi ricordate con tenerezza la lettera diretta ai Padri della Compagnia di Gesù della Provincia Napoletana, alle cui premure affidava il novello Seminario, e nella quale il Santo Pontefice si diceva « presente in spirito alla festa » della inaugurazione. Ebbene, diletti Superiori ed Alunni, come si ha fondato motivo di ritenere che, nella gloria dei cieli, il santo « Fondatore » non ha dimenticato il suo « primo Seminario Interdiocesano », così voi adoperatevi, seguendo i suoi insegnamenti ed esempi, a far sì che si perenni in mezzo a voi la presenza del suo beato spirito. Ciò avverrà, se attuerete il voto del suo magnanimo cuore, espresso parimenti in quella circostanza: che il vostro sia « un Seminario modello » (Lettera del 6 nov. 1908).

In che modo un seminario può meritare il titolo di « modello »? Ecco quanto Ci proponiamo di indicarvi con brevi cenni, quasi come frutto durevole della vostra ricorrenza giubilare. La parola « modello », nell'auspicio del Fondatore dei Seminari Regionali, significa perfezione esemplare nel raggiungimento degli scopi essenziali loro assegnati. Nelle istituzioni di educazione collegiale, come sono i seminari, in cui tutto è minutamente previsto ed ordinato — dalla distribuzione del tempo ai singoli atti di pietà e di studio —, la osservanza puramente esteriore e quasi meccanica delle norme stabilite, specialmente se subita, anziché accolta con sincero consenso, può suscitare bensì l'impressione di un organismo sorprendente per ordine e disciplina; ma non è prova e garanzia del conseguimento del fine essenziale, il quale consiste nella solida formazione della coscienza sacerdotale e nell'indirizzare tutte le facoltà personali alla vita di perfetto ministro di Dio.

Il principio e fondamento della formazione sacerdotale è pertanto la persuasione illuminata, intima e ferma della eccelsa dignità del Sacerdozio : persuasione scaturita nell'animo sotto l'impulso della grazia divina. Soltanto così questa verità s'impone alla volontà sotto la specie di un bene sommamente pregevole e desiderabile; è il « tesoro del campo », « la perla di gran pregio », il cui acquisto vale ogni rinunzia (cfr. Matth. 13, 44-45). Essa muta direzione alla vita, avvalora ogni più piccolo atto nella giornata del seminarista, gli fa accettare ogni precetto, benedire ogni rinunzia, gradire la fatica dello studio ed il peso della disciplina. Le testimonianze circa la eccelsa dignità del Sacerdozio, dai tempi Apostolici fino ai nostri giorni, sono così copiose e concordi, che l'educatore e l'alunno possono attingervi senza fatica. Seguendo questa aurea tradizione, Noi stessi non abbiamo trascurato occasione di ricondurvi l'attenzione del clero e dei chierici, specialmente con la Esortazione Apostolica « Menti Nostrae » (23 Sept. 1950; Acta Ap. Sedis, a. 42, 1950, pag. 657 e segg.). Volendo ora, non aggiungere, ma sviluppare alquanto qualcuno di quei concetti, particolarmente della terza parte, abbiamo stimato di proporvi questi pensieri:  

I.
PREPARARSI AL SACERDOZIO SIGNIFICA
FORMARSI UN'ANIMA SACERDOTALE

Il carattere sacramentale dell'Ordine sigilla da parte di Dio un patto eterno del suo amore di predilezione, che esige dalla creatura prescelta il contraccambio della santificazione. Ma anche come dignità e missione, il Sacerdozio richiede l'adeguamento personale della creatura, sotto pena di essere giudicata alla stregua di invitati sprovvisti della veste nuziale e di servi sperperatori dei divini talenti (cfr. Matth. 22, 11-12; 25, 15-30). Alla dignità concessa deve quindi corrispondere una dignità acquisita, per cui non basta un sol atto di volontà e di desiderio, sebbene intensissimo. In concreto, si diventa sacerdoti, se si forma un'anima sacerdotale, impegnando incessantemente tutte le facoltà ed energie spirituali a conformare la propria anima sul modello dell'eterno e sommo Sacerdote, Cristo. A tale spirituale metamorfosi, di cui non si nascondono le difficoltà, ma neppure si tacciono le intime delizie, dev'essere rivolta l'opera educatrice dei seminari. I termini ad quem di questa interiore metamorfosi dovranno riguardare la persona del candidato, il mondo, la futura attività.

Con umiltà e verità il chierico deve assuefarsi a nutrire della sua persona un concetto ben differente e più alto di quello ordinario del cristiano, anche insigne: egli sarà un prescelto tra il popolo, un privilegiato dei carismi divini, un depositario del potere divino, in una parola un alter Christus, che sostituirà l'uomo con tutte le naturali sue esigenze e condizioni. La sua vita non sarà più sua, ma di Cristo: è anzi Cristo che vive in lui (cfr. Gal. 2, 20). Egli non « si appartiene », come non appartiene a parenti, amici, neppure ad una determinata patria : la carità universale sarà il suo respiro. Gli stessi pensieri, volontà, sentimenti non sono suoi; ma di Cristo, sua vita. Tali concetti possono sembrare troppo arditi ai giorni nostri, in cui il motto « vivere la sua vita » è diffuso quasi assioma indiscutibile, anche allorché significa autonomia e libertà sfrenata; ma non è forse il sacerdote « sale della terra » e « luce del mondo » (Matth. 5, 13 e 14)?

Egualmente diversa e più elevata è la visione del mondo nell'anima sacerdotale. I suoi occhi non vedono che un mondo popolato di anime : i loro pregi, le loro lotte, piaghe, necessità. I sensi esterni s'imbattono altresì coi corpi, ma in quanto sono tabernacoli di Dio, o destinati ad esserlo, e coi beni materiali, in quanto mezzi per la divina gloria. Tale visione spirituale, mentre attenua le seduzioni del mondo fisico, rende più intenso il senso di carità verso coloro, a cui la vita è prodiga di lacrime: questi sono i prediletti dell'anima sacerdotale. Nonostante che viva nel mondo, il sacerdote non si sente suo prigioniero, né sotto gl'impulsi talora violenti delle passioni, né per il gravame delle miserie; ma, libero come ogni spirito che si muove nel suo centro connaturale, egli signoreggia gli eventi, le contraddizioni, la vanità del tempo e della materia. Egli è il capo di tutti coloro che intendono ribellarsi alla servitù del peccato, dichiarando guerra alla concupiscenza della carne e degli occhi, e alla superbia della vita (cfr. I Io. 2, 16). Avversario dichiarato del « mondo » (cfr. ibid. 15) egli né teme le sue vendette, né soccombe ai suoi ricatti, né spera nei suoi premi. Neppure dalla Chiesa egli attende terrene ricompense alle sue fatiche, ben pago dell'onore di « cooperatore di Dio » e degli ineffabili conforti che Dio largisce ai suoi servi.

Anche della sua futura attività il chierico acquisterà concetti superiori, derivati dallo stato di « ministro di Cristo » e di « amministratore dei misteri di Dio » (I Cor. 4, 1), di « collaboratore di Dio » (ibid. 3, 5). Il sacro ministero dovrà condizionare ogni suo atto ed opera. Sarà l'uomo delle rette e sante intenzioni, simili a quelle che muovono Dio ad operare. Ogni mescolanza d'intenzioni personali, suggerite dalla sola natura, saranno da considerarsi non degne del carattere sacro ed evasioni dalla propria orbita. Se determinate attività gli saranno larghe di umane sodisfazioni, egli ne sarà riconoscente a Dio, accettandole come sussidio, non sostituzione, delle sante intenzioni. Ma la principale sua azione sarà strettamente sacerdotale, ossia di mediatore degli uomini con l'offrire a Dio il Sacrificio del Nuovo Testamento, col dispensare i Sacramenti e la divina parola, con la recita del divino Ufficio a vantaggio ed in rappresentanza del genere umano. Prescindendo dai rari casi di evidente ispirazione divina, il sacerdote che non ascendesse l'altare devotamente e frequentemente, come prescrivono i sacri canoni (cfr. Cod. luris Can., can. 805-806), e non amministrasse, quando occorra, i Sacramenti, sarebbe simile ad un albero, piantato dal Signore nella sua vigna, forse ammirevole per molti pregi, ma tristemente sterile ed inutile. Tanto più negativo dovrebbe essere il giudizio verso il sacerdote che anteponesse, nella sua stima, all'esercizio della podestà sacramentale, attività esterne, anche nobilissime, quale la scienza, ed utilissime, quali le opere sociali e di beneficenza, quantunque egli, se è destinato dal suo Vescovo agli studi scientifici o alle attività caritatevoli, può ben in ambedue ravvisare un prezioso e oggidì necessario apostolato. Non soltanto Dio e la Chiesa, ma anche i fedeli laici, talora i più tiepidi, amano di vedere nel sacerdote il Ministro di Dio innanzi tutto, circonfuso in ogni momento dal medesimo alone che irraggia dal sacro ostensorio. Sacra, infatti, non è solo la sua opera, ma altresì la sua persona. Di fronte a così profonda trasformazione e sublimazione, richiesta dalla Chiesa alle vostre anime, l'umiltà vi faccia pur ripetere « Quomodo fiet istud? » (Luc., I, 34); ma la fiducia nella onnipotenza della grazia vi rassicuri.  

II.
PREPARARSI AL SACERDOZIO SIGNIFICA RENDERSI
STRUMENTI ATTI NELLE MANI DI CRISTO

Immensa la degnazione di Dio verso coloro che elegge a strumenti della sua volontà salvifica! Depositario e dispensatore dei mezzi di salute, il sacerdote, come non può disporne a proprio arbitrio, poiché è « ministro », così mantiene inalterata l'autonomia di persona, la libertà e la responsabilità dei suoi atti. Egli è, pertanto, strumento cosciente di Cristo, il quale, a guisa di geniale scultore, si serve di lui come dello scalpello, per modellare nelle anime l'immagine divina. Guai, se lo strumento si rifiutasse di seguire la mano del divino artista; guai, se ne deformasse, a proprio capriccio, il disegno! Ben mediocre risulterebbe l'opera, se lo strumento fosse, per propria colpa, inetto! Lo scopo dei seminari è propriamente questo : guidare i giovani chierici a formarsi strumenti di Cristo perfetti, efficaci, docili.

Innanzi tutto, perfetti, ossia provvisti delle doti necessarie all'esercizio del sacro ministero. Voi conoscete certamente quali esse siano; vorremmo, però, che notaste come la perfezione del sacerdote non è un fatto a sè stante; bensì segue e si sovrappone alla perfezione naturale ed umana del soggetto. Non si diventa sacerdote perfetto, se non si è, in qualche modo, uomo perfetto. A questo concetto sembrano ispirarsi i sacri canoni, che esigono nell'ordinando l'esenzione da taluni difetti ed irregolarità (cfr. Cod. lur. Can., can. 984, 987). Tale esigenza è, per così dire, condivisa dal popolo cristiano, che brama riconoscere nel proprio pastore un uomo distinto dagli altri per doti e virtù anche naturali, una « persona superiore » per qualità intellettuali e morali, quindi, colto, intelligente, equilibrato nei giudizi, sicuro e calmo nell'agire, imparziale ed ordinato, generoso e pronto al perdono, amico della concordia e nemico dell'ozio, in una parola, il « perfectus homo Dei » (2 Tim. 3, 17). Per il sacerdote anche le cosiddette virtù naturali sono esigenze dell'apostolato, perché senza di esse egli verrebbe ad offendere o a respingere gli altri. A questa perfezione, già acquisita come meglio è possibile, deve aggiungersi la perfezione propria dello stato sacerdotale, ossia la santità. Nella citata Nostra Esortazione illustrammo estesamente la equivalenza, e quasi sinonimia, tra Sacerdozio e Santità. Questa è l'elemento primo che fa del sacerdote un perfetto strumento di Cristo, poiché lo strumento è tanto più perfetto ed efficace, quanto più è unito strettamente alla causa principale, che è Cristo.

La sua efficacia è, inoltre, data dalla sua scienza, particolarmente teologica. Ma della formazione scientifica del clero Ci siamo occupati ripetutamente in altre circostanze, ed anche in documenti solenni (cfr. Discorsi e Radiomessaggi, vol. I, pag. 211-228, Litt. Encycl. Humani Generis, 12 Aug. 1950, passim). Tenete per fermo che non si può essere strumenti efficaci della Chiesa, se non si sia forniti di una coltura proporzionata ai tempi. In molti casi non bastano né il fervore delle proprie persuasioni, né lo zelo di carità per conquistare e conservare le anime a Cristo. Anche qui il buon popolo ha ragione, quando si augura sacerdoti « santi e dotti! ». Sia dunque lo studio la vostra ascesi, tanto più che ha come oggetto le cose divine.

Ma, se la perfezione e l'efficacia dello strumento possono supplirsi da Dio, la docilità dipende dalla umana volontà. Uno strumento indocile, riottoso alla mano dell'artista, è inutile e dannoso: è piuttosto strumento di perdizione. Iddio può far tutto con uno strumento ben disposto, benché imperfetto; nulla, invece, con un ribelle. Docilità vuol dire obbedienza; ma molto più, « disponibilità nelle mani di Dio » per qualsiasi opera, necessità, mutamento. La compiuta « disponibilità » si ottiene col distacco affettivo dalle mire personali, dai propri interessi, ed anche dalle più sante intraprese. Il distacco, a sua volta, si fonda sulla umile verità, insegnata da Cristo: « quando avrete compiuto tutte le cose comandatevi, dite: siamo servi inutili » (Luc. 17, 10). Esso, peraltro, non importa, come già abbiamo accennato, né menomazione d'impegno negli uffici affidativi, né rinunzia della legittima sodisfazione per i buoni risultati ottenuti. La disciplina che il seminario vi impone, con spirito sempre paterno, non ha altro scopo se non di educarvi alla docilità verso Cristo e la Chiesa.

 

III.
PREPARARSI ALLA PERSEVERANZA

Tutto sembra roseo intorno a voi, diletti chierici, in questi anni di preparazione, ai quali ritornerete col ricordo ricolmo di dolce nostalgia. Il vostro presente entusiasmo giovanile, le rette intenzioni che vi animano, l'impegno con cui attendete alla santificazione, vi fanno forse presagire un ministero sacerdotale fecondo e tranquillo, la cui serenità non sarà turbata neppure dalle lotte contro i nemici di Dio. Ve lo auguriamo di cuore; ma la realtà non deve essere taciuta. Occorre che fin d'ora vi prepariate, per ogni caso, a tollerare il suo flagello, esercitandovi alla vigilanza ed alla perseveranza. Col passare degli anni, col moltiplicarsi delle fatiche e delle lotte, col naturale sminuire delle forze fisiche e psichiche, non è affatto anormale che si producano nel vostro spirito quelle crisi profonde, che sembrano offuscare ogni ideale, sconvolgere ogni più bel programma, spegnere ogni più acceso fervore. A simili crisi, accompagnate talvolta dall'imprevisto scatenamento delle passioni, spesso si è dato adito per aver trascurato le più elementari cautele, se non proprio col volontario inadempimento di precisi doveri; ma, non di rado, esse sopravvengono egualmente, senza che se ne sia data occasione, quasi come uragani improvvisi in mare tranquillo. Il ritmo febbrile del dinamismo moderno, che impedisce all'anima di interrogarsi e di ascoltarsi, le mille insidie poste in agguato sul comune cammino, il diffuso disorientamento degli spiriti concorrono a creare questi drammi interiori. Il sacerdote, fino allora uomo superiore », può venire a trovarsi nel novero di quegli uomini, descritti efficacemente con la espressione ordinaria « uomini dai nervi a pezzi », incapaci, cioè, di riprendere le redini il dominio di sé stessi. Se ciò accadesse, nessuno potrebbe prevedere l'epilogo di una vocazione fino allora chiara e feconda. Vi scongiuriamo, pertanto, diletti chierici, di addestrarvi fin da questo momento a tali possibili eventi, prevedendo e provvedendo. Misurate, innanzi tutto, le vostre forze, calcolando, però, in un'unica somma, quelle che Dio vi darà; ma fate di tutto per conservarle intatte, per accrescerle, adottando quelle cautele e risorse, che la Chiesa largamente vi offre. Nell'esercizio della perseveranza, molto dovete attendervi dalla saggia guida dei direttori di spirito, ed, inoltre, dalla ininterrotta morigeratezza dei vostri costumi, dall'ordine dei vostri orari, dalla moderazione nell'intraprendere e svolgere le attività esteriori. Sublime è la dignità a cui Dio vi chiama, numerosi e pronti i sussidi a vostro salutare uso; ma tutto potrebbe risolversi in una dolorosa delusione, qualora non foste solleciti, come vergini prudenti, a vegliare e a perseverare. — Al clero anziano vorremmo raccomandare : non deludete il giovane sacerdote. Senza dubbio le delusioni sono inevitabili, sia che derivino dalle generali condizioni umane o da particolari motivi locali; ma non debbono provenire da ciò che sacerdoti seniori, forse scoraggiati dai disinganni della vita reale, intorpidiscono le vive energie del giovane clero. Dove la matura esperienza non esige un no risoluto, lasciatelo far progetti, lasciatelo provare, e se tutto non riesce, confortatelo e incoraggiatelo a nuove imprese.

Ecco, diletti chierici, i pensieri che desideravamo di confidarvi ed offrirvi nella presente fausta circostanza. A voi, Superiori, affidiamo, intanto, questa eletta schiera di anime giovanili, candide e fervorose, dalle quali tutto potrete ottenere, con l'aiuto della divina grazia, se, a vostra volta, vi lascerete guidare dagli insegnamenti della Chiesa. Concorrete con tutte le energie, affinché veramente divengano anime sacerdotali secondo il cuore di Dio, validi apostoli a salute e santificazione delle dilette popolazioni Pugliesi, continuatori delle gloriose tradizioni delle vostre Diocesi. Il Santo Pontefice Pio X interceda presso il trono di Dio della sua Santissima Madre, affinché si adempia questo Suo Nostro voto.


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XX,
Ventesimo anno di Pontificato, 2 marzo - 9 ottobre 1958, pp. 439-449
Tipografia Poliglotta Vaticana;
A.A.S., vol. L (1958), n. 19, pp. 961-973.

   



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