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BREVE

IN AFRICAM QUISNAM

IL VESCOVO BENEDETTO,
SERVO DEI SERVI DI DIO.
A PERPETUA MEMORIA

 

Su chi abbia per primo introdotto la fede cristiana in Africa si discute ancora oggi; si sa tuttavia che già dall’età degli Apostoli tale culto vi prosperò vigoroso e fiorente, e Tertulliano scrive che la vita dei fedeli africani era talmente pura da commuovere assai l’animo del lettore. Questa regione perciò non è inferiore a nessun’altra per il numero di uomini venerabili e di martiri. Tra questi Ci piace ricordare i martiri Scillitani, che versarono il sangue per Cristo a Cartagine, sotto il proconsolato di Publio Vegellio Saturnino. Dalla raccolta degli Atti processuali, che fortunatamente ancora esistono, si può giudicare con quale fermezza e generosa semplicità d’animo essi risposero al proconsole e professarono la propria fede.

Piace altresì ricordare le Potamiene, le Perpetue, le Felicite, i Cipriani e i « molti fratelli martiri » che gli Atti genericamente annoverano; e inoltre gli Uticensi, chiamati anche con il nome di «Masse Candide », o perché siano stati sepolti nella calce viva, come riferisce Aurelio Prudenzio nell’Inno XIII, o « a causa del fulgore », come sembra credere Agostino. Non molto tempo più tardi, prima gli eretici, poi i Vandali, infine i maomettani devastarono e travolsero l’Africa cristiana a tal punto che quella terra, che aveva generato tanti gloriosi combattenti in Cristo, che si gloriava di più di trecento sedi episcopali e aveva indetto tanti Concilî per la difesa della fede e della disciplina, quella terra, estinto in essa ogni sentimento cristiano, si spogliò a poco a poco quasi di ogni traccia di civiltà e degenerò nella barbarie. In tempi più recenti, tuttavia, come non mancarono esploratori che, spinti da un ardente desiderio di conoscenza, osarono inoltrarsi nelle regioni più interne, così i Missionari, mossi da un desiderio certo non minore, penetrarono in quegli stessi nascosti paesi, infiammati da quell’ardore che aveva animato gli Apostoli, di null’altro armati se non della Croce, confidando soltanto in Dio con indomita fede. Tra questi evangelizzatori occupano un posto di straordinario rilievo quei Missionari dell’Africa che, chiamati anche « Padri Bianchi », ebbero come fondatore e ordinatore Carlo Marziale Lavigerie di felice memoria, primo Arcivescovo della ricostituita Sede di Cartagine e Cardinale di Santa Romana Chiesa. A costoro toccò la ventura, proprio all’inizio della loro attività missionaria, essendo stato loro affidato dalla Sede Apostolica il Vicariato del Nilo Superiore, di entrare nel regno di Uganda, che si trova nell’Africa Centrale, l’anno 1878. E qui, sette anni dopo, ventidue fedeli negri, la maggior parte ancor giovani, subirono un così mirabile martirio, che si può ben dire che essi abbiano non solo emulato gli eroi della primitiva Africa cristiana, ma abbiano altresì evocato, per quel loro duplice martirio del pudore e della fede, la soavissima memoria della beata Agnese.

Ma è opportuno esporre il fatto con ordine, e narrare diffusamente un evento che ha coperto di gloria la Chiesa di Cristo: una gloria nuova e splendida per la particolarità della situazione. Dunque, dopo che i Missionari, che abbiamo ricordato, ebbero fondato la missione di Santa Maria di Rubaga, e poiché Mtesa, re dell’Uganda, non mostrava alcuna ostilità alla predicazione della fede cristiana, fu dato impulso ad un tale fervore spirituale che tante centinaia di catecumeni si affidarono con fede a coloro che, come maestri, potevano avvicinarli alla parola divina, tanto che tutta quella regione si rallegrava nella speranza di frutti copiosissimi e nutriva grandi attese sul proprio futuro. Ciò nonostante, poco dopo, sotto l’influenza dei maomettani, i quali temevano che, se la religione cristiana avesse preso maggior vigore, ne avrebbe risentito il commercio degli schiavi che da sempre solevano esercitare liberamente, il re Mtesa, con graduale cambiamento di atteggiamento e di giudizio, maturò infine il proposito di opporsi, all’occorrenza anche con la forza, alla propagazione della fede.

Valutata con prudenza la nuova situazione, per qualche tempo i Missionari si allontanarono da quel luogo; ma essendo morto poco dopo il re, il figlio Muanga, col quale essi intrattenevano rapporti di amicizia e familiarità, appena assunto il potere fece pressioni su di loro perché tornassero nella capitale. E dopo averli accolti con cordialità al ritorno, promise pubblicamente (poiché era succeduto al padre) che, dopo aver pregato il Dio dei cristiani, avrebbe non soltanto chiamato a sé i migliori tra i sudditi cristiani e attribuito loro le alte cariche del regno, ma che avrebbe egli stesso sollecitato tutti i pagani del suo dominio ad abbracciare la religione. Ordinò pure che molti cristiani e catecumeni lo assistessero nella reggia, e ciò non senza vantaggio per lui stesso. Infatti, avendo i maggiorenti, ostili al nuovo, ordito una congiura per uccidere il re, e avendolo scoperto, alcuni dei suoi cortigiani cristiani avvertirono segretamente Muanga perché stesse in guardia, e aggiunsero che egli poteva fare pieno assegnamento su tutti i cristiani e sui loro servi, cioé su duemila uomini in armi. Ma nel contempo il primo ministro del re, che era anche il capo della congiura, pur avendo ottenuto il perdono per sé e per i propri compagni da Muanga, concepì tuttavia un odio ancor più forte verso i cristiani; e come stupirsene, quando venne a sapere che sarebbe stato destituito e che al suo posto sarebbe stato designato il cristiano Giuseppe Mkasa? Egli cominciò quindi a cogliere ogni occasione per sussurrare all’orecchio del re che avrebbe dovuto guardarsi da coloro che professavano la religione cristiana, come fossero i peggiori nemici: essi gli sarebbero rimasti fedeli finché fossero una piccola minoranza; ma una volta diventati maggioranza lo avrebbero tolto di mezzo ed avrebbero elevato alla dignità regia uno di loro. Ma a questo si aggiunse un altro e maggiore motivo di ostilità che indusse il re Muanga a perseguitare i cristiani: il fatto che, avendo egli, sotto la nefasta influenza maomettana, iniziato ad indulgere a vizi contro natura, il che conduce ad ogni sfrenatezza, non ottenne mai che i giovani cristiani che frequentavano la reggia compiacessero ai suoi desideri. Così, ciò che doveva costituire motivo di gloria per la religione si mutò a danno della religione stessa. Iniziarono così i massacri, e Muanga dichiarò al primo ministro di voler mettere a morte tutti coloro che pregavano: con questa bellissima circonlocuzione venivano designati i nostri. Non si sa con certezza quante vittime care a Dio furono immolate in questa persecuzione; fu splendido sopra tutti, come dicemmo, il martirio di ventidue negri, che si possono distinguere in due gruppi, in relazione al tipo di pena capitale subita: gli uni, in numero di tredici, furono bruciati vivi; gli altri nove vennero uccisi con diversi generi di supplizio.

Nel primo gruppo sono compresi giovani quasi tutti cortigiani: Carlo Lwanga, Mbaga Tuzindé, Bruno Séron Kuma, Giacomo Buzabaliao, Kizito, Ambrogio Kibuka, Mgagga, Gyavira, Achille Kiwanuka, Adolfo Ludigo Mkasa, Mukasa Kiriwanvu, Anatolio Kiriggwajjo, Luca Banabakintu.

Carlo Lwanga, nato nella città di Bulimu e battezzato il 15 novembre 1885, si attirò ammirazione e benevolenza di tutti per le sue grandi doti spirituali; lo stesso Muanga lo teneva in grande considerazione per aver saputo portare a termine con la massima diligenza gl’incarichi a lui affidati. Posto a capo dei giovani del palazzo regio, rafforzò in loro l’impegno a preservare la propria fede e la castità, respingendo gli allettamenti dell’empio e impudico re; imprigionato, incoraggiò apertamente anche i catecumeni a perseverare nell’amore per la religione, e si recò al luogo del supplizio con mirabile forza d’animo, all’età di vent’anni.

Mbaga Tuzindé, giovane di palazzo (figlio di Mkadjanga, il primo e il più crudele dei carnefici) ancora catecumeno quando si scatenò la persecuzione, fu battezzato da Carlo Lwanga poco prima di essere con lui mandato a morte. Il padre, cercando di sottrarlo in ogni modo all’esecuzione, lo supplicò più e più volte affinché abiurasse la religione cattolica, o almeno si lasciasse nascondere e promettesse di cessare di pregare. Ma il nobile giovane rispose che conosceva la causa della propria morte e che l’accettava, ma non voleva che l’ira del re ricadesse sul padre: pregò di non venir risparmiato. Allora Mkadjanga, mentre il figlio, all’età di appena sedici anni, stava per essere condotto al rogo, comandò ad uno dei carnefici ai suoi ordini che lo colpisse al capo con un bastone e che ne collocasse poi il corpo esanime sul rogo perché venisse bruciato insieme agli altri.

Bruno Séron Kuma, nato nel villaggio Mbalé e battezzato il 15 novembre 1885, lasciò la tenda dove viveva col fratello perché questi seguiva una setta non cattolica. Divenuto servitore del re Mtesa, quando Muanga successe al padre lasciò il suo incarico per il servizio militare. Accolto fra i giovani cristiani che facevano servizio a corte, a ventisei anni sostenne con la parola e con l’esempio i compagni della gloriosa schiera.

Giacomo Buzabaliao, cosparso con l’acqua battesimale il 15 novembre 1885, acceso di singolare ardore religioso, compì ogni sforzo per convincere e spronare altri, fra cui lo stesso Muanga, non ancora salito al trono paterno, ad abbracciare la fede di Cristo; e il re stesso rinfacciò tale colpa al fortissimo giovane, quando lo mandò a morte, all’età di vent’anni.

Kizito, anima innocente, più giovane degli altri, dato che subì il martirio nel suo tredicesimo anno di vita, figlio di uno dei più alti dignitari del regno, splendente di purezza e forza d’animo, poco prima di essere gettato in prigione ricevette il battesimo da Carlo Lwanga. Il re, spinto dalla sua libidine, cercò invano di attrarre a sé, con più accanimento che verso gli altri, questo fortissimo giovinetto. Kizito biasimò così aspramente alcuni cristiani che avevano determinato di darsi alla fuga, che essi deposto il timore, rimasero presso il re Muanga; e quando giunse per loro il momento di essere condotti al supplizio, affinché i compagni non si perdessero d’animo li convinse ad avanzare tutti insieme, tenendosi per mano.

Ambrogio Kibuka, anch’egli giovane di palazzo, battezzato il 17 novembre 1885, conservò la propria ferma e ardente fede fino all’atrocissima morte, che affrontò nel nome di Cristo all’età di ventidue anni.

Mgagga, giovinetto di corte, ancora catecumeno, resistette impavido alle oscene lusinghe del re e, essendosi dichiarato cristiano, fu gettato in carcere con gli altri; prima di essere imprigionato ricevette il battesimo da Carlo Lwanga, e, non diversamente dagli altri, andò al martirio con animo tranquillo, all’età di sedici anni.

Gyavira, anch’egli giovane di palazzo, di bell’aspetto, era prediletto da Muanga, il quale si adoperò invano per piegarlo a soddisfare la propria libidine. Ancora catocumeno quando, dopo la professione di fede, fu da Muanga condannato a morte, durante la notte fu asperso col battesimo da Carlo Lwanga e, a diciassette anni, fu dai carnefici condotto al luogo del supplizio insieme agli altri.

Achille Kiwanuka, giovane di corte, nato a Mitiyana, fu battezzato il 17 novembre 1885. Dopo che ebbe impavidamente professato la propria fede davanti al re, posto in ceppi con i compagni e gettato in carcere, dichiarò ancora una volta che mai avrebbe abiurato la religione cattolica e si avviò con coraggio all’ultimo supplizio, nel suo diciassettesimo anno di età.

Adolfo Ludigo Mkasa, cortigiano, si mise in luce per la purezza dei costumi e così pure per la costanza e la sopportazione nelle sventure. Ricevuto il battesimo il 17 novembre 1885, osservò santamente e professò con fermezza insieme agli altri la fede cattolica, fino alla morte che affrontò in nome di Cristo a venticinque anni.

Mukasa Kiriwanu, giovane del palazzo regio, addetto al servizio della tavola, mentre i carnefici stavano conducendo Carlo Lwanga e i suoi compagni al colle Namugongo, alla domanda se fosse cristiano disse di sì, e fu condotto con gli altri al supplizio. Catecumeno, non ancora asperso con l’acqua del battesimo, conseguì gloria eterna attraverso il battesimo di sangue, all’età di diciotto anni.

Anatolio Kiriggwajjo, giovane di palazzo, battezzato il 17 novembre 1885, osservò con tanta fermezza d’animo i precetti della vita cristiana, che respinse senza esitazione una carica che gli era offerta dal re, ritenendo che essa potesse in qualche modo pregiudicare il conseguimento della salvezza eterna. Avendo poi professato apertamente, insieme agli altri, la fede cattolica, affrontò con loro una comune morte, nel suo sedicesimo anno di vita.

Infine, ricordiamo di questa schiera Luca Banabakintu, che, nato nel villaggio Ntlomo, era servitore amatissimo di un patrizio di nome Mukwenda. Il 28 maggio 1882, ricevuti il battesimo e la confermazione, si accostò per la prima volta alla sacra celebrazione eucaristica: da quel faustissimo giorno si pose in luce a tutti come esempio per integrità di costumi e per osservanza dei precetti, e nulla gli era più caro che parlare di religione con gli amici. Sebbene potesse facilmente sottrarsi alla morte, preferì, quando fu ricercato per essere condotto al supplizio, rimanere presso il padrone, dal quale fu consegnato agli inviati del re. Gettato in carcere, vi dimorò con animo sereno finché, con gli altri, nel suo trentesimo anno donò la vita nel nome di Cristo.

Tutti costoro che abbiamo nominato, il 3 giugno 1886, all’alba, sono condotti sul colle Namugongo. Qui giunti, le mani legate dietro la schiena e i piedi in ceppi, ciascuno di loro è avvolto in una stuoia di canne intrecciate; viene innalzato un rogo, sul quale essi vengono collocati come fascine umane. Il fuoco viene accostato ai piedi, perché quel tenero gregge di vittime sia avvolto più lentamente e più a lungo; crepita la fiamma, alimentata dai santi corpi; dal rogo di diffondono per l’aria mormorii di preghiere che aumentano col crescere dei tormenti; i carnefici si stupiscono che non un lamento, non un gemito si levino dai morenti, dacché a nulla di simile è loro capitato di assistere.

Così un solo fuoco consunse insieme quei fortissimi e purissimi eroi, così come una sola patria li accolse insieme nelle sedi celesti.

Nel secondo gruppo di martiri negri si annoverano i venerabili servi di Dio Mattia Kalemba Murumba, Attanasio Badzekuketta, Pontiano Ngondwé, Gonzaga Gonza, Andrea Kagwa, Noe Mawgalli, Giuseppe Mkasa Balikuddembé, Giovanni Maria Muzéi (Iamari), Dionisio Sebugwao.

Mattia Kalemba Murumba aveva cinquant’anni quando ricevette il martirio. Scelto per svolgere la mansione di giudice, dopo essersi convertito da una setta maomettana e protestante alla religione cattolica, ricevette il battesimo il 28 maggio 1882; dopo di che si dimise dall’incarico, temendo di poter recar danno a qualcuno con le sue sentenze. Dotato di modestia e dolcezza d’animo, era così fervido nel suo zelo di apostolato religioso che non solo educò i propri figli a vivere santamente, ma cercò d’insegnare a quanti più poté la dottrina cristiana. Il primo ministro del re, al cui cospetto fu trascinato, comandò che a quell’uomo nobilissimo, che aveva impavidamente professato la propria fede, fossero tagliati le mani e i piedi, e gli fossero strappati frammenti di carne dalla schiena perché fossero bruciati davanti ai suoi occhi. I carnefici dunque, per non essere disturbati da testimoni del loro atrocissimo ufficio, conducono su un colle incolto e deserto questo venerabile servitore di Dio, animoso e sereno nell’aspetto; eseguono gli ordini alla lettera, perché il glorioso martire soffra più a lungo, trattengono con tale abilità il sangue che fuoriesce dalle membra, che tre giorni dopo alcuni servi, giunti sul posto per tagliare legna, odono la voce di Mattia, debole e sommessa, che chiede un sorso d’acqua; e avendolo visto così orribilmente mutilato fuggono via atterriti e lo lasciano là, a imitazione di Cristo morente, privo di ogni conforto.

Atanasio Badzekuketta, scelto fra i giovani in servizio nel palazzo reale e battezzato il 17 novembre 1885, seguiva con grande devozione i comandamenti di Dio e della Chiesa. Era così desideroso di cingersi della corona del martirio che supplicò vivamente i carnefici, i quali lo stavano conducendo con altri al luogo stabilito, di ucciderlo sul posto. Così quel valoroso giovane fu dilaniato da ripetuti colpi, il 26 maggio 1886, nel suo diciottesimo anno d’età.

Pontiano Ngondwé, nato nel villaggio Bulimu e cortigiano del re Mtesa, una volta salito al trono Muanga entrò nell’esercito, e ancora catecumeno apparve così animato di cristiana spiritualità da saper vincere in sé, e trasformare, il proprio carattere aspro e difficile. Quando era iniziata la persecuzione, ricevette il battesimo il 18 novembre 1885; per questo, poco dopo fu gettato in carcere con gli altri. Condannato a morte, accadde che il carnefice Mkadjanga, mentre lo conduceva al colle Namugongo, gli chiedesse ripetutamente durante il cammino se fosse seguace della religione cristiana; ed egli due volte confermò la sua fede, e due volte quello lo trafisse con la lancia; e il suo capo, troncato dal corpo, fu fatto rotolare lungo la via; era il 26 maggio 1886.

Gonzaga Gonza, ragazzo di corte, battezzato il 17 novembre 1885, assolse con devozione agli obblighi religiosi e si distinse particolarmente per la virtù della carità. Mentre procedeva verso il luogo del supplizio, poiché i ceppi, che non avevano potuto essere sciolti, gli impedivano di camminare speditamente, fu più volte trafitto dai carnefici con la lancia; fu così martirizzato, nel suo diciottesimo anno di vita, il 27 maggio 1886.

Andrea Kagwa, nato nel villaggio Bunyoro e vissuto in grande familiarità con Muanga, sia quando era principe, sia quando era re, ricevette il 30 aprile 1882 i sacramenti del battesimo, della confermazione e dell’Eucaristia. Caro a tutti per le grandi qualità d’animo, non soltanto istruiva nella dottrina cristiana quanti lo avvicinavano, ma altresì, in occasione di una pestilenza che si era diffusa nella regione, aiutando tutti si prodigò con singolare carità a favore degli infermi, ne avvicinò moltissimi a Cristo aspergendoli con l’acqua battesimale, e dando poi sepoltura ai defunti. Ma il primo ministro del re vedeva assai di malocchio che i propri figli venissero da lui istruiti nella dottrina cristiana, e infine, con il consenso del re, comandò che fosse catturato e ucciso, aggiungendo che non sarebbe andato a cena prima che il carnefice gli avesse presentato la mano mozzata del morto Andrea. Così il 26 maggio 1886, nel suo trentesimo anno, il venerabile servo di Dio subì il martirio e raggiunse la gloria celeste.

Noe Mawgalli, servitore del nobile Mukwenda nella preparazione delle imbandigioni, risplendette grandemente di virtù cristiane. Battezzato il 1° novembre 1885, colpito dalla lancia dei sicari che il re Muanga aveva mandato in giro per distruggere le case dei Cristiani, morì nel trentesimo anno d’età il 31 maggio 1886.

Giuseppe Mkasa Balikuddembé, nato nel villaggio Buwama, fu scelto dal re Mtesa, per la sua provata lealtà, come proprio inserviente personale per il giorno e per la notte, e come infermiere. Il figlio di lui Muanga, non diversamente dal padre, riponeva la più totale fiducia in questo venerabile servo di Dio; pertanto non solo lo pose a capo di tutti i servitori del palazzo reale, ma volle che fosse lui ad avvertirlo, quando il suo operato prestasse il fianco a critiche. Il 30 aprile 1882, Giuseppe ricevette il battesimo e la confermazione e si accostò per la prima volta alla santa comunione, alla quale in seguito si accostò di frequente. Con la propria dolcezza d’animo, con la carità e l’afflato religioso che mostrava non solo seppe avvicinare a Cristo molti giovani, ma in particolare fece pressioni, con consigli ed esortazioni, sui ragazzi della corte reale e sugli altri cortigiani perché non accondiscendessero alla libidine del re Muanga. Il re, essendo venuto a conoscenza di ciò, cominciò a nutrire avversione per il venerabile servo di Dio, finché, vinto dalle sollecitazioni del primo ministro, che provava invidia per Giuseppe, comandò che questi fosse condannato a morte. Giuseppe, rinforzato dal cibo divino, viene condotto nella località Mengo, dove, dopo aver dichiarato di voler dare al re sia il perdono, sia il consiglio di pentirsi, viene dal carnefice decapitato e gettato nel fuoco, prima vittima della persecuzione, a ventisei anni, il 15 novembre 1885.

Giovanni Maria Muzéi (Iamari), nato nel villaggio Minziro, aveva un aspetto di tale gravità che venne onorato col nome di Muzéi, cioé vecchio; insigne anche per prudenza, carità, dolcezza d’animo, generosità verso i poveri, sollecitudine verso gli ammalati, dedicò le proprie sostanze e il proprio impegno a riscattare i prigionieri, che poi istruiva nella fede cristiana. Si dice che egli avesse in un solo giorno appreso tutta la dottrina del catecumenato; fu poi battazzato il 1° novembre 1885 e unto del sacro crisma il 3 giugno dell’anno seguente. Dopo l’esecuzione capitale del suo grande amico Giuseppe Mkasa, pur avendo saputo che il re intendeva farlo uccidere, non volle nascondersi, né darsi alla fuga; al contrario, accompagnato da un certo Kulugi, si presentò al re, dal quale ricevette l’ordine di recarsi, per una causa qualsiasi, dal primo ministro. Obbedì, sebbene sospettasse l’inganno, poiché riteneva indegno di sé l’esitare e il temere a motivo della propria fede religiosa. E il primo ministro del re ordinò che fosse gettato in uno stagno che si trovava in un suo podere, il 27 gennaio 1887.

Dionisio Sebuggwao, nato nel villaggio Bunono, ragazzo di corte, ricevette il battesimo il 17 novembre 1885 e rifulse per integrità di costumi. Avendogli il re Muanga chiesto se fosse vero che egli aveva insegnato i rudimenti della fede cristiana a due cortigiani, egli rispose di sì, e quello lo trapassò con un colpo di lancia, e comandò che gli fosse tagliato il capo. Così morì Dionisio, martire, all’età di quindici anni, il 26 maggio 1886.

Chiunque leggerà gli Atti di tutti questi martiri si stupirà certamente apprendendo con quanta sapienza, con quanta tranquilla fermezza d’animo e con quale fede essi rispondessero alle interrogazioni tanto del re quanto del primo ministro e dei carnefici, e capirà che in essi si è pienamente compiuta la divina promessa di Cristo: «Vi sarà dato in quell’ora qualcosa da dire ». È chiaro altresì che essi hanno conseguito il suggello del glorioso martirio di Venerabili Servi di Dio. Infatti, non solo tutti i persecutori morirono di una morte così miseranda, come apparisse chiaro che Dio voleva ripagarli con una pena sacrosanta, mirabilmente conforme alla loro colpa; ma oltre a ciò, subito dopo il supplizio dei ventidue negri, crebbe, come testimoniano gli stessi indigeni, tale ardente impulso ad abbracciare la fede cattolica, da attribuire al sangue versato dai martiri, che sull’onda delle conversioni la religione si è andata ogni giorno più largamente diffondendo e tuttora si diffonde. Ed è indubbio che a trentaquattro anni da quegli eventi si contano in quella regione molte centinaia di migliaia di catecumeni e di battezzati. Sono queste le ragioni per cui sono state avviate le cause di canonizzazione dei ventidue martiri negri: espletate le quali secondo la procedura, il Nostro Predecessore Pio X di felice memoria il 14 agosto 1912 sottoscrisse il decreto sull’avviamento della Causa di beatificazione, ossia della dichiarazione di martirio per i Venerabili Servi di Dio Carlo Lwanga, Mattia Murumba e dei loro Compagni noti col nome di «Ugandesi ». Dopo ciò, Noi stessi stabilimmo, in data 19 dicembre 1918, che si potesse legittimamente trattare del martirio e della Causa di martirio, e così pure di indizi o prove miracolose, nonostante non fossero ancora trascorsi cinquant’anni dalla strage dei Venerabili Servi di Dio; infine, dopo che nella Congregazione Generale tenutasi alla Nostra presenza tutti i convenuti, sia i Reverendissimi Cardinali preposti alla Congregazione dei Santi Riti, sia i Padri Consultori, espressero ciascuno la propria opinione, Noi, la seconda domenica di Quaresima, cioè il 29 febbraio dell’anno in corso, abbiamo decretato solennemente sussistere il martirio e la Causa di martirio dei Venerabili Servi di Dio Carlo Lwanga, Mattia Murumba e Compagni.

Non rimaneva altro adempimento se non quello di domandare agli stessi Venerabili Fratelli Nostri e Padri Consultori se ritenessero di potere con certezza procedere all’attribuzione del titolo di Beati agli stessi Venerabili Servi di Dio. Ciò fece il Venerabile Nostro Fratello Cardinale Vincenzo Vannutelli, Vescovo di Ostia e Palestrina, Decano del Sacro Collegio e Relatore della Causa, nell’assemblea generale tenutasi alla Nostra presenza il 23 marzo dell’anno in corso; e tutti, sia i Reverendissimi Cardinali per la difesa dei Riti, sia i Padri Consultori presenti, risposero che si poteva procedere con sicurezza. Tuttavia, sul punto di prendere una decisione di tale portata, Noi attendemmo ancora, invocando con calde preghiere dal Padre il soccorso della sua illuminazione. Terminato tutto questo, finalmente, l’11 aprile, Domenica in Albis, convocati i Reverendissimi Cardinali Antonio Vico, Vescovo di Porto e di Santa Rufina, Prefetto della Congregazione dei Santi Riti, e Vincenzo Vannutelli, Vescovo di Ostia e di Palestrina, Decano del Sacro Collegio e Relatore della Causa, nonché Angelo Mariani, Promotore generale della Fede, e Alessandro Verde, Segretario della Congregazione dei Santi Riti, proclamammo con solenne decreto potersi procedere senz’altro alla solenne Beatificazione dei Venerabili Servi di Dio Carlo Lwanga, Mattia Murumba e dei loro Compagni detti popolarmente «Ugandesi ».

Stando così le cose, sollecitati dalle preghiere di molti Arcivescovi, Vescovi e religiosi regolari, come pure di tutta la Congregazione dei Missionari dell’Africa, con la Nostra Autotità Apostolica, in forza di questa Lettera concediamo che siano chiamati Beati in futuro i Venerabili Servi di Dio Carlo Lwanga, Mattia Murumba e i loro venticinque Compagni, Martiri, che abbiamo sopra singolarmente elencati; e che le loro « lypsane » o reliquie possano essere proposte alla pubblica venerazione, non tuttavia nel corso di solenni celebrazioni, e che le loro immagini siano ornate di raggi. Concediamo inoltre, con la stessa Nostra Autorità Apostolica, che per loro siano recitati ogni anno l’Ufficio e la Messa comune di tutti i Martiri con le speciali Orazioni da Noi approvate, secondo le rubriche del Breviario e del Messale Romano. Concediamo che la recita dell’Ufficio e la celebrazione della Messa avvengano in tutte e in ciascuna delle sedi di quei Missionari d’Africa che sono chiamati popolarmente « Padri Bianchi », e in tutte le Prefetture e i Vicariati Apostolici ora affidati, o che lo saranno in futuro, alla stessa Congregazione, da parte di tutti i Cristiani che sono tenuti a recitare le Ore canoniche, e, per quanto riguarda la Messa, da tutti i sacerdoti, sia secolari sia regolari, che si raccolgono nelle chiese nelle quali si celebra la festa solenne.

Infine concediamo che i riti solenni di Beatificazione degli stessi Venerabili Servi di Dio possano essere celebrati, nelle sedi, nelle Prefetture e nei Vicariati sopra detti, in un giorno da definirsi da parte degli Ordinari, entro l’anno successivo a quello nel quale gli stessi riti solenni saranno celebrati nella Basilica Vaticana.

Ciò, nonostante le Costituzioni e le Ordinazioni Apostoliche, e i decreti promulgati in materia non di culto e qualsivoglia altra cosa contraria. Vogliamo poi che a questa Lettera, anche in esemplari a stampa, purché sottoscritti con firma autografa dal Segretario della Congregazione dei Santi Riti e muniti del sigillo del Prefetto, anche nel caso di controversie giudiziarie, sia attribuita la stessa autorità, quale espressione della Nostra volontà.

Dato a Roma, presso San Pietro, sotto l’anello del Pescatore, il 6 giugno 1920, anno sesto del Nostro Pontificato.

Dal Vaticano il, 6 giugno 1920.

 

BENEDICTUS PP. XV

 

Copyright © Libreria Editrice Vaticana

 

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