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BREVE
IN AFRICAM QUISNAM IL VESCOVO BENEDETTO, SERVO DEI
SERVI DI DIO.
A PERPETUA MEMORIA
Su chi abbia per primo introdotto la fede cristiana in Africa si discute ancora
oggi; si sa tuttavia che già dall’età degli Apostoli tale culto vi prosperò
vigoroso e fiorente, e Tertulliano scrive che la vita dei fedeli africani era
talmente pura da commuovere assai l’animo del lettore. Questa regione perciò non
è inferiore a nessun’altra per il numero di uomini venerabili e di martiri. Tra
questi Ci piace ricordare i martiri Scillitani, che versarono il sangue per
Cristo a Cartagine, sotto il proconsolato di Publio Vegellio Saturnino. Dalla
raccolta degli Atti processuali, che fortunatamente ancora esistono, si può
giudicare con quale fermezza e generosa semplicità d’animo essi risposero al
proconsole e professarono la propria fede.
Piace altresì ricordare le Potamiene,
le Perpetue, le Felicite, i Cipriani e i « molti fratelli martiri » che gli Atti
genericamente annoverano; e inoltre gli Uticensi, chiamati anche con il nome di
«Masse Candide », o perché siano stati sepolti nella calce viva, come riferisce
Aurelio Prudenzio nell’Inno XIII, o « a causa del fulgore », come sembra credere
Agostino. Non molto tempo più tardi, prima gli eretici, poi i Vandali, infine i
maomettani devastarono e travolsero l’Africa cristiana a tal punto che quella
terra, che aveva generato tanti gloriosi combattenti in Cristo, che si gloriava
di più di trecento sedi episcopali e aveva indetto tanti Concilî per la difesa
della fede e della disciplina, quella terra, estinto in essa ogni sentimento
cristiano, si spogliò a poco a poco quasi di ogni traccia di civiltà e degenerò
nella barbarie. In tempi più recenti, tuttavia, come non mancarono esploratori
che, spinti da un ardente desiderio di conoscenza, osarono inoltrarsi nelle
regioni più interne, così i Missionari, mossi da un desiderio certo non minore,
penetrarono in quegli stessi nascosti paesi, infiammati da quell’ardore che
aveva animato gli Apostoli, di null’altro armati se non della Croce, confidando
soltanto in Dio con indomita fede. Tra questi evangelizzatori occupano un posto
di straordinario rilievo quei Missionari dell’Africa che, chiamati anche «
Padri
Bianchi », ebbero come fondatore e ordinatore Carlo Marziale Lavigerie di felice
memoria, primo Arcivescovo della ricostituita Sede di Cartagine e Cardinale di
Santa Romana Chiesa. A costoro toccò la ventura, proprio all’inizio della loro
attività missionaria, essendo stato loro affidato dalla Sede Apostolica il
Vicariato del Nilo Superiore, di entrare nel regno di Uganda, che si trova
nell’Africa Centrale, l’anno 1878. E qui, sette anni dopo, ventidue fedeli
negri, la maggior parte ancor giovani, subirono un così mirabile martirio, che
si può ben dire che essi abbiano non solo emulato gli eroi della primitiva
Africa cristiana, ma abbiano altresì evocato, per quel loro duplice martirio del
pudore e della fede, la soavissima memoria della beata Agnese.
Ma è opportuno
esporre il fatto con ordine, e narrare diffusamente un evento che ha coperto di
gloria la Chiesa di Cristo: una gloria nuova e splendida per la particolarità
della situazione. Dunque, dopo che i Missionari, che abbiamo ricordato, ebbero
fondato la missione di Santa Maria di Rubaga, e poiché Mtesa, re dell’Uganda,
non mostrava alcuna ostilità alla predicazione della fede cristiana, fu dato
impulso ad un tale fervore spirituale che tante centinaia di catecumeni si
affidarono con fede a coloro che, come maestri, potevano avvicinarli alla parola
divina, tanto che tutta quella regione si rallegrava nella speranza di frutti
copiosissimi e nutriva grandi attese sul proprio futuro. Ciò nonostante, poco
dopo, sotto l’influenza dei maomettani, i quali temevano che, se la religione
cristiana avesse preso maggior vigore, ne avrebbe risentito il commercio degli
schiavi che da sempre solevano esercitare liberamente, il re Mtesa, con graduale
cambiamento di atteggiamento e di giudizio, maturò infine il proposito di
opporsi, all’occorrenza anche con la forza, alla propagazione della fede.
Valutata con prudenza la nuova situazione, per qualche tempo i Missionari si
allontanarono da quel luogo; ma essendo morto poco dopo il re, il figlio Muanga,
col quale essi intrattenevano rapporti di amicizia e familiarità, appena assunto
il potere fece pressioni su di loro perché tornassero nella capitale. E dopo
averli accolti con cordialità al ritorno, promise pubblicamente (poiché era
succeduto al padre) che, dopo aver pregato il Dio dei cristiani, avrebbe non
soltanto chiamato a sé i migliori tra i sudditi cristiani e attribuito loro le
alte cariche del regno, ma che avrebbe egli stesso sollecitato tutti i pagani
del suo dominio ad abbracciare la religione. Ordinò pure che molti cristiani e
catecumeni lo assistessero nella reggia, e ciò non senza vantaggio per lui
stesso. Infatti, avendo i maggiorenti, ostili al nuovo, ordito una congiura per
uccidere il re, e avendolo scoperto, alcuni dei suoi cortigiani cristiani
avvertirono segretamente Muanga perché stesse in guardia, e aggiunsero che egli
poteva fare pieno assegnamento su tutti i cristiani e sui loro servi, cioé su
duemila uomini in armi. Ma nel contempo il primo ministro del re, che era anche
il capo della congiura, pur avendo ottenuto il perdono per sé e per i propri
compagni da Muanga, concepì tuttavia un odio ancor più forte verso i cristiani;
e come stupirsene, quando venne a sapere che sarebbe stato destituito e che al
suo posto sarebbe stato designato il cristiano Giuseppe Mkasa? Egli cominciò
quindi a cogliere ogni occasione per sussurrare all’orecchio del re che avrebbe
dovuto guardarsi da coloro che professavano la religione cristiana, come fossero
i peggiori nemici: essi gli sarebbero rimasti fedeli finché fossero una piccola minoranza; ma una volta diventati maggioranza
lo avrebbero tolto di mezzo ed avrebbero elevato alla dignità regia uno di loro.
Ma a questo si aggiunse un altro e maggiore motivo di ostilità che indusse il re
Muanga a perseguitare i cristiani: il fatto che, avendo egli, sotto la nefasta
influenza maomettana, iniziato ad indulgere a vizi contro natura, il che conduce
ad ogni sfrenatezza, non ottenne mai che i giovani cristiani che frequentavano
la reggia compiacessero ai suoi desideri. Così, ciò che doveva costituire motivo
di gloria per la religione si mutò a danno della religione stessa. Iniziarono
così i massacri, e Muanga dichiarò al primo ministro di voler mettere a morte
tutti coloro che pregavano: con questa bellissima circonlocuzione venivano
designati i nostri. Non si sa con certezza quante vittime care a Dio furono
immolate in questa persecuzione; fu splendido sopra tutti, come dicemmo, il
martirio di ventidue negri, che si possono distinguere in due gruppi, in
relazione al tipo di pena capitale subita: gli uni, in numero di tredici, furono
bruciati vivi; gli altri nove vennero uccisi con diversi generi di supplizio.
Nel primo gruppo sono compresi giovani quasi tutti cortigiani: Carlo Lwanga,
Mbaga Tuzindé, Bruno Séron Kuma, Giacomo Buzabaliao, Kizito, Ambrogio Kibuka,
Mgagga, Gyavira, Achille Kiwanuka, Adolfo Ludigo Mkasa, Mukasa Kiriwanvu,
Anatolio Kiriggwajjo, Luca Banabakintu.
Carlo Lwanga, nato nella città di Bulimu
e battezzato il 15 novembre 1885, si attirò ammirazione e benevolenza di tutti
per le sue grandi doti spirituali; lo stesso Muanga lo teneva in grande
considerazione per aver saputo portare a termine con la massima diligenza
gl’incarichi a lui affidati. Posto a capo dei giovani del palazzo regio,
rafforzò in loro l’impegno a preservare la propria fede e la castità,
respingendo gli allettamenti dell’empio e impudico re; imprigionato, incoraggiò
apertamente anche i catecumeni a perseverare nell’amore per la religione, e si
recò al luogo del supplizio con mirabile forza d’animo, all’età di vent’anni.
Mbaga Tuzindé, giovane di palazzo (figlio di Mkadjanga, il primo e il più
crudele dei carnefici) ancora catecumeno quando si scatenò la persecuzione, fu
battezzato da Carlo Lwanga poco prima di essere con lui mandato a morte. Il
padre, cercando di sottrarlo in ogni modo all’esecuzione, lo supplicò più e più
volte affinché abiurasse la religione cattolica, o almeno si lasciasse
nascondere e promettesse di cessare di pregare. Ma il nobile giovane rispose che
conosceva la causa della propria morte e che l’accettava, ma non voleva che
l’ira del re ricadesse sul padre: pregò di non venir risparmiato. Allora
Mkadjanga, mentre il figlio, all’età di appena sedici anni, stava per essere
condotto al rogo, comandò ad uno dei carnefici ai suoi ordini che lo colpisse al
capo con un bastone e che ne collocasse poi il corpo esanime sul rogo perché
venisse bruciato insieme agli altri.
Bruno Séron Kuma, nato nel villaggio Mbalé
e battezzato il 15 novembre 1885, lasciò la tenda dove viveva col fratello
perché questi seguiva una setta non cattolica. Divenuto servitore del re Mtesa,
quando Muanga successe al padre lasciò il suo incarico per il servizio militare.
Accolto fra i giovani cristiani che facevano
servizio a corte, a ventisei anni sostenne con la parola e con l’esempio i
compagni della gloriosa schiera.
Giacomo Buzabaliao, cosparso con l’acqua
battesimale il 15 novembre 1885, acceso di singolare ardore religioso, compì
ogni sforzo per convincere e spronare altri, fra cui lo stesso Muanga, non
ancora salito al trono paterno, ad abbracciare la fede di Cristo; e il re stesso
rinfacciò tale colpa al fortissimo giovane, quando lo mandò a morte, all’età di
vent’anni.
Kizito, anima innocente, più giovane degli altri, dato che subì il
martirio nel suo tredicesimo anno di vita, figlio di uno dei più alti dignitari
del regno, splendente di purezza e forza d’animo, poco prima di essere gettato
in prigione ricevette il battesimo da Carlo Lwanga. Il re, spinto dalla sua
libidine, cercò invano di attrarre a sé, con più accanimento che verso gli
altri, questo fortissimo giovinetto. Kizito biasimò così aspramente alcuni
cristiani che avevano determinato di darsi alla fuga, che essi deposto il
timore, rimasero presso il re Muanga; e quando giunse per loro il momento di
essere condotti al supplizio, affinché i compagni non si perdessero d’animo li
convinse ad avanzare tutti insieme, tenendosi per mano.
Ambrogio Kibuka,
anch’egli giovane di palazzo, battezzato il 17 novembre 1885, conservò la
propria ferma e ardente fede fino all’atrocissima morte, che affrontò nel nome
di Cristo all’età di ventidue anni.
Mgagga, giovinetto di corte, ancora
catecumeno, resistette impavido alle oscene lusinghe del re e, essendosi
dichiarato cristiano, fu gettato in carcere con gli altri; prima di essere
imprigionato ricevette il battesimo da Carlo Lwanga, e, non diversamente dagli
altri, andò al martirio con animo tranquillo, all’età di sedici anni.
Gyavira,
anch’egli giovane di palazzo, di bell’aspetto, era prediletto da Muanga, il
quale si adoperò invano per piegarlo a soddisfare la propria libidine. Ancora
catocumeno quando, dopo la professione di fede, fu da Muanga condannato a morte,
durante la notte fu asperso col battesimo da Carlo Lwanga e, a diciassette anni,
fu dai carnefici condotto al luogo del supplizio insieme agli altri.
Achille Kiwanuka, giovane di corte, nato a Mitiyana, fu battezzato il 17 novembre 1885.
Dopo che ebbe impavidamente professato la propria fede davanti al re, posto in
ceppi con i compagni e gettato in carcere, dichiarò ancora una volta che mai
avrebbe abiurato la religione cattolica e si avviò con coraggio all’ultimo
supplizio, nel suo diciassettesimo anno di età.
Adolfo Ludigo Mkasa, cortigiano,
si mise in luce per la purezza dei costumi e così pure per la costanza e la
sopportazione nelle sventure. Ricevuto il battesimo il 17 novembre 1885, osservò
santamente e professò con fermezza insieme agli altri la fede cattolica, fino
alla morte che affrontò in nome di Cristo a venticinque anni.
Mukasa Kiriwanu,
giovane del palazzo regio, addetto al servizio della tavola, mentre i carnefici
stavano conducendo Carlo Lwanga e i suoi compagni al colle Namugongo, alla
domanda se fosse cristiano disse di sì, e fu condotto con gli altri al supplizio. Catecumeno, non ancora asperso con l’acqua del
battesimo, conseguì gloria eterna attraverso il battesimo di sangue, all’età di
diciotto anni.
Anatolio Kiriggwajjo, giovane di palazzo, battezzato il 17
novembre 1885, osservò con tanta fermezza d’animo i precetti della vita
cristiana, che respinse senza esitazione una carica che gli era offerta dal re,
ritenendo che essa potesse in qualche modo pregiudicare il conseguimento della
salvezza eterna. Avendo poi professato apertamente, insieme agli altri, la fede
cattolica, affrontò con loro una comune morte, nel suo sedicesimo anno di vita.
Infine, ricordiamo di questa schiera Luca Banabakintu, che, nato nel villaggio
Ntlomo, era servitore amatissimo di un patrizio di nome Mukwenda. Il 28 maggio
1882, ricevuti il battesimo e la confermazione, si accostò per la prima volta
alla sacra celebrazione eucaristica: da quel faustissimo giorno si pose in luce
a tutti come esempio per integrità di costumi e per osservanza dei precetti, e
nulla gli era più caro che parlare di religione con gli amici. Sebbene potesse
facilmente sottrarsi alla morte, preferì, quando fu ricercato per essere
condotto al supplizio, rimanere presso il padrone, dal quale fu consegnato agli
inviati del re. Gettato in carcere, vi dimorò con animo sereno finché, con gli
altri, nel suo trentesimo anno donò la vita nel nome di Cristo.
Tutti costoro
che abbiamo nominato, il 3 giugno 1886, all’alba, sono condotti sul colle Namugongo. Qui giunti, le mani legate dietro la schiena e i piedi in ceppi,
ciascuno di loro è avvolto in una stuoia di canne intrecciate; viene innalzato
un rogo, sul quale essi vengono collocati come fascine umane. Il fuoco viene
accostato ai piedi, perché quel tenero gregge di vittime sia avvolto più
lentamente e più a lungo; crepita la fiamma, alimentata dai santi corpi; dal
rogo di diffondono per l’aria mormorii di preghiere che aumentano col crescere
dei tormenti; i carnefici si stupiscono che non un lamento, non un gemito si
levino dai morenti, dacché a nulla di simile è loro capitato di assistere.
Così
un solo fuoco consunse insieme quei fortissimi e purissimi eroi, così come una
sola patria li accolse insieme nelle sedi celesti.
Nel secondo gruppo di martiri
negri si annoverano i venerabili servi di Dio Mattia Kalemba Murumba, Attanasio
Badzekuketta, Pontiano Ngondwé, Gonzaga Gonza, Andrea Kagwa, Noe Mawgalli,
Giuseppe Mkasa Balikuddembé, Giovanni Maria Muzéi (Iamari), Dionisio Sebugwao.
Mattia Kalemba Murumba aveva cinquant’anni quando ricevette il martirio. Scelto
per svolgere la mansione di giudice, dopo essersi convertito da una setta
maomettana e protestante alla religione cattolica, ricevette il battesimo il 28
maggio 1882; dopo di che si dimise dall’incarico, temendo di poter recar danno a
qualcuno con le sue sentenze. Dotato di modestia e dolcezza d’animo, era così
fervido nel suo zelo di apostolato religioso che non solo educò i propri figli a
vivere santamente, ma cercò d’insegnare a quanti più poté la dottrina cristiana.
Il primo ministro del re, al cui cospetto fu trascinato, comandò che a quell’uomo
nobilissimo, che aveva impavidamente professato la propria fede, fossero
tagliati le mani e i piedi, e gli fossero strappati frammenti di carne dalla
schiena perché fossero bruciati davanti ai
suoi occhi. I carnefici dunque, per non essere disturbati da testimoni del loro
atrocissimo ufficio, conducono su un colle incolto e deserto questo venerabile
servitore di Dio, animoso e sereno nell’aspetto; eseguono gli ordini alla
lettera, perché il glorioso martire soffra più a lungo, trattengono con tale
abilità il sangue che fuoriesce dalle membra, che tre giorni dopo alcuni servi,
giunti sul posto per tagliare legna, odono la voce di Mattia, debole e sommessa,
che chiede un sorso d’acqua; e avendolo visto così orribilmente mutilato fuggono
via atterriti e lo lasciano là, a imitazione di Cristo morente, privo di ogni
conforto.
Atanasio Badzekuketta, scelto fra i giovani in servizio nel palazzo
reale e battezzato il 17 novembre 1885, seguiva con grande devozione i
comandamenti di Dio e della Chiesa. Era così desideroso di cingersi della corona
del martirio che supplicò vivamente i carnefici, i quali lo stavano conducendo
con altri al luogo stabilito, di ucciderlo sul posto. Così quel valoroso giovane
fu dilaniato da ripetuti colpi, il 26 maggio 1886, nel suo diciottesimo anno
d’età.
Pontiano Ngondwé, nato nel villaggio Bulimu e cortigiano del re Mtesa,
una volta salito al trono Muanga entrò nell’esercito, e ancora catecumeno
apparve così animato di cristiana spiritualità da saper vincere in sé, e
trasformare, il proprio carattere aspro e difficile. Quando era iniziata la
persecuzione, ricevette il battesimo il 18 novembre 1885; per questo, poco dopo
fu gettato in carcere con gli altri. Condannato a morte, accadde che il
carnefice Mkadjanga, mentre lo conduceva al colle Namugongo, gli chiedesse
ripetutamente durante il cammino se fosse seguace della religione cristiana; ed
egli due volte confermò la sua fede, e due volte quello lo trafisse con la
lancia; e il suo capo, troncato dal corpo, fu fatto rotolare lungo la via; era
il 26 maggio 1886.
Gonzaga Gonza, ragazzo di corte, battezzato il 17 novembre
1885, assolse con devozione agli obblighi religiosi e si distinse
particolarmente per la virtù della carità. Mentre procedeva verso il luogo del
supplizio, poiché i ceppi, che non avevano potuto essere sciolti, gli impedivano
di camminare speditamente, fu più volte trafitto dai carnefici con la lancia; fu
così martirizzato, nel suo diciottesimo anno di vita, il 27 maggio 1886.
Andrea Kagwa, nato nel villaggio Bunyoro e vissuto in grande familiarità con Muanga,
sia quando era principe, sia quando era re, ricevette il 30 aprile 1882 i
sacramenti del battesimo, della confermazione e dell’Eucaristia. Caro a tutti
per le grandi qualità d’animo, non soltanto istruiva nella dottrina cristiana
quanti lo avvicinavano, ma altresì, in occasione di una pestilenza che si era
diffusa nella regione, aiutando tutti si prodigò con singolare carità a favore
degli infermi, ne avvicinò moltissimi a Cristo aspergendoli con l’acqua
battesimale, e dando poi sepoltura ai defunti. Ma il primo ministro del re
vedeva assai di malocchio che i propri figli venissero da lui istruiti nella
dottrina cristiana, e infine, con il consenso del re, comandò che fosse
catturato e ucciso, aggiungendo che non sarebbe andato a cena prima che il
carnefice gli avesse presentato la mano mozzata del morto Andrea. Così il 26
maggio 1886, nel suo trentesimo anno, il venerabile servo di Dio subì il
martirio e raggiunse la gloria celeste.
Noe Mawgalli, servitore del nobile Mukwenda nella preparazione delle imbandigioni,
risplendette grandemente di virtù cristiane. Battezzato il 1° novembre 1885,
colpito dalla lancia dei sicari che il re Muanga aveva mandato in giro per
distruggere le case dei Cristiani, morì nel trentesimo anno d’età il 31 maggio
1886.
Giuseppe Mkasa Balikuddembé, nato nel villaggio Buwama, fu scelto dal re
Mtesa, per la sua provata lealtà, come proprio inserviente personale per il
giorno e per la notte, e come infermiere. Il figlio di lui Muanga, non
diversamente dal padre, riponeva la più totale fiducia in questo venerabile
servo di Dio; pertanto non solo lo pose a capo di tutti i servitori del palazzo
reale, ma volle che fosse lui ad avvertirlo, quando il suo operato prestasse il
fianco a critiche. Il 30 aprile 1882, Giuseppe ricevette il battesimo e la
confermazione e si accostò per la prima volta alla santa comunione, alla quale
in seguito si accostò di frequente. Con la propria dolcezza d’animo, con la
carità e l’afflato religioso che mostrava non solo seppe avvicinare a Cristo
molti giovani, ma in particolare fece pressioni, con consigli ed esortazioni,
sui ragazzi della corte reale e sugli altri cortigiani perché non
accondiscendessero alla libidine del re Muanga. Il re, essendo venuto a
conoscenza di ciò, cominciò a nutrire avversione per il venerabile servo di Dio,
finché, vinto dalle sollecitazioni del primo ministro, che provava invidia per
Giuseppe, comandò che questi fosse condannato a morte. Giuseppe, rinforzato dal
cibo divino, viene condotto nella località Mengo, dove, dopo aver dichiarato di
voler dare al re sia il perdono, sia il consiglio di pentirsi, viene dal
carnefice decapitato e gettato nel fuoco, prima vittima della persecuzione, a
ventisei anni, il 15 novembre 1885.
Giovanni Maria Muzéi (Iamari), nato nel
villaggio Minziro, aveva un aspetto di tale gravità che venne onorato col nome
di Muzéi, cioé vecchio; insigne anche per prudenza, carità, dolcezza d’animo,
generosità verso i poveri, sollecitudine verso gli ammalati, dedicò le proprie
sostanze e il proprio impegno a riscattare i prigionieri, che poi istruiva nella
fede cristiana. Si dice che egli avesse in un solo giorno appreso tutta la
dottrina del catecumenato; fu poi battazzato il 1° novembre 1885 e unto del
sacro crisma il 3 giugno dell’anno seguente. Dopo l’esecuzione capitale del suo
grande amico Giuseppe Mkasa, pur avendo saputo che il re intendeva farlo
uccidere, non volle nascondersi, né darsi alla fuga; al contrario, accompagnato
da un certo Kulugi, si presentò al re, dal quale ricevette l’ordine di recarsi,
per una causa qualsiasi, dal primo ministro. Obbedì, sebbene sospettasse
l’inganno, poiché riteneva indegno di sé l’esitare e il temere a motivo della
propria fede religiosa. E il primo ministro del re ordinò che fosse gettato in
uno stagno che si trovava in un suo podere, il 27 gennaio 1887.
Dionisio Sebuggwao, nato nel villaggio Bunono, ragazzo di corte, ricevette il battesimo
il 17 novembre 1885 e rifulse per integrità di costumi. Avendogli il re Muanga
chiesto se fosse vero che egli aveva insegnato i rudimenti della fede cristiana
a due cortigiani, egli rispose di sì, e quello lo trapassò con un colpo di
lancia, e comandò che gli fosse tagliato il capo. Così morì Dionisio, martire,
all’età di quindici anni, il 26 maggio 1886.
Chiunque leggerà gli Atti di tutti questi martiri si stupirà certamente
apprendendo con quanta sapienza, con quanta tranquilla fermezza d’animo e con
quale fede essi rispondessero alle interrogazioni tanto del re quanto del primo
ministro e dei carnefici, e capirà che in essi si è pienamente compiuta la
divina promessa di Cristo: «Vi sarà dato in quell’ora qualcosa da dire ». È
chiaro altresì che essi hanno conseguito il suggello del glorioso martirio di
Venerabili Servi di Dio. Infatti, non solo tutti i persecutori morirono di una
morte così miseranda, come apparisse chiaro che Dio voleva ripagarli con una
pena sacrosanta, mirabilmente conforme alla loro colpa; ma oltre a ciò, subito
dopo il supplizio dei ventidue negri, crebbe, come testimoniano gli stessi
indigeni, tale ardente impulso ad abbracciare la fede cattolica, da attribuire
al sangue versato dai martiri, che sull’onda delle conversioni la religione si è
andata ogni giorno più largamente diffondendo e tuttora si diffonde. Ed è
indubbio che a trentaquattro anni da quegli eventi si contano in quella regione
molte centinaia di migliaia di catecumeni e di battezzati. Sono queste le
ragioni per cui sono state avviate le cause di canonizzazione dei ventidue
martiri negri: espletate le quali secondo la procedura, il Nostro Predecessore
Pio X di felice memoria il 14 agosto 1912 sottoscrisse il decreto
sull’avviamento della Causa di beatificazione, ossia della dichiarazione di
martirio per i Venerabili Servi di Dio Carlo Lwanga, Mattia Murumba e dei loro
Compagni noti col nome di «Ugandesi ». Dopo ciò, Noi stessi stabilimmo, in data
19 dicembre 1918, che si potesse legittimamente trattare del martirio e della
Causa di martirio, e così pure di indizi o prove miracolose, nonostante non
fossero ancora trascorsi cinquant’anni dalla strage dei Venerabili Servi di Dio;
infine, dopo che nella Congregazione Generale tenutasi alla Nostra presenza
tutti i convenuti, sia i Reverendissimi Cardinali preposti alla Congregazione
dei Santi Riti, sia i Padri Consultori, espressero ciascuno la propria opinione,
Noi, la seconda domenica di Quaresima, cioè il 29 febbraio dell’anno in corso,
abbiamo decretato solennemente sussistere il martirio e la Causa di martirio dei
Venerabili Servi di Dio Carlo Lwanga, Mattia Murumba e Compagni.
Non rimaneva
altro adempimento se non quello di domandare agli stessi Venerabili Fratelli
Nostri e Padri Consultori se ritenessero di potere con certezza procedere
all’attribuzione del titolo di Beati agli stessi Venerabili Servi di Dio. Ciò
fece il Venerabile Nostro Fratello Cardinale Vincenzo Vannutelli, Vescovo di
Ostia e Palestrina, Decano del Sacro Collegio e Relatore della Causa,
nell’assemblea generale tenutasi alla Nostra presenza il 23 marzo dell’anno in
corso; e tutti, sia i Reverendissimi Cardinali per la difesa dei Riti, sia i
Padri Consultori presenti, risposero che si poteva procedere con sicurezza.
Tuttavia, sul punto di prendere una decisione di tale portata, Noi attendemmo
ancora, invocando con calde preghiere dal Padre il soccorso della sua
illuminazione. Terminato tutto questo, finalmente, l’11 aprile, Domenica in
Albis, convocati i Reverendissimi Cardinali Antonio Vico, Vescovo di Porto e di
Santa Rufina, Prefetto della Congregazione dei Santi Riti, e Vincenzo Vannutelli,
Vescovo di Ostia e di Palestrina, Decano del Sacro Collegio e Relatore della
Causa, nonché Angelo Mariani, Promotore generale
della Fede, e Alessandro Verde, Segretario della Congregazione dei Santi Riti,
proclamammo con solenne decreto potersi procedere senz’altro alla solenne
Beatificazione dei Venerabili Servi di Dio Carlo Lwanga, Mattia Murumba e dei
loro Compagni detti popolarmente «Ugandesi ».
Stando così le cose, sollecitati
dalle preghiere di molti Arcivescovi, Vescovi e religiosi regolari, come pure di
tutta la Congregazione dei Missionari dell’Africa, con la Nostra Autotità
Apostolica, in forza di questa Lettera concediamo che siano chiamati Beati in
futuro i Venerabili Servi di Dio Carlo Lwanga, Mattia Murumba e i loro
venticinque Compagni, Martiri, che abbiamo sopra singolarmente elencati; e che
le loro « lypsane » o reliquie possano essere proposte alla pubblica
venerazione, non tuttavia nel corso di solenni celebrazioni, e che le loro
immagini siano ornate di raggi. Concediamo inoltre, con la stessa Nostra
Autorità Apostolica, che per loro siano recitati ogni anno l’Ufficio e la Messa
comune di tutti i Martiri con le speciali Orazioni da Noi approvate, secondo le
rubriche del Breviario e del Messale Romano. Concediamo che la recita
dell’Ufficio e la celebrazione della Messa avvengano in tutte e in ciascuna
delle sedi di quei Missionari d’Africa che sono chiamati popolarmente « Padri
Bianchi », e in tutte le Prefetture e i Vicariati Apostolici ora affidati, o che
lo saranno in futuro, alla stessa Congregazione, da parte di tutti i Cristiani
che sono tenuti a recitare le Ore canoniche, e, per quanto riguarda la Messa, da
tutti i sacerdoti, sia secolari sia regolari, che si raccolgono nelle chiese
nelle quali si celebra la festa solenne.
Infine concediamo che i riti solenni di
Beatificazione degli stessi Venerabili Servi di Dio possano essere celebrati,
nelle sedi, nelle Prefetture e nei Vicariati sopra detti, in un giorno da
definirsi da parte degli Ordinari, entro l’anno successivo a quello nel quale
gli stessi riti solenni saranno celebrati nella Basilica Vaticana.
Ciò,
nonostante le Costituzioni e le Ordinazioni Apostoliche, e i decreti promulgati
in materia non di culto e qualsivoglia altra cosa contraria. Vogliamo poi che a
questa Lettera, anche in esemplari a stampa, purché sottoscritti con firma
autografa dal Segretario della Congregazione dei Santi Riti e muniti del sigillo
del Prefetto, anche nel caso di controversie giudiziarie, sia attribuita la
stessa autorità, quale espressione della Nostra volontà.
Dato a Roma, presso San Pietro, sotto l’anello del Pescatore, il 6 giugno
1920, anno sesto del Nostro Pontificato.
Dal Vaticano il, 6 giugno 1920.
BENEDICTUS PP. XV
Copyright © Libreria
Editrice Vaticana
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