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LETTERA ENCICLICA
IN HAC TANTA

DEL SOMMO PONTEFICE
BENEDETTO XV
AL CARDINALE V.E. FELICE DE HARTMANN,
ARCIVESCOVO DI COLONIA,
E AGLI ALTRI ARCIVESCOVI E VESCOVI DI GERMANIA,
IN OCCASIONE DELLA CONCLUSIONE
 DEL DODICESIMO SECOLO
DALL’INIZIO DELLA MISSIONE APOSTOLICA
COMPIUTA IN GERMANIA DA SAN BONIFACIO
 

 

Diletto Figlio Nostro e Venerabili Fratelli,
salute e Apostolica Benedizione
.

In mezzo a così gran numero di tribolazioni e di difficoltà che in questi durissimi tempi Ci opprimono oltremodo da ogni parte — e, per usare le parole dell’Apostolo, «oltre a quelle che provengono dall’esterno, il mio assillo quotidiano, cioè la preoccupazione per tutte le Chiese» [1] — abbiamo seguito con la più viva apprensione, diletto Figlio Nostro e Venerabili Fratelli, gli avvenimenti, inaspettati e turbolentissimi, che si sono verificati presso le popolazioni a voi vicine e che tengono ancora sospesi gli animi nell’attesa del futuro.

In verità, in questi tempi cupi di generale sconvolgimento, dalle vostre regioni sembra rifulgere come un raggio di luce portatore di speranza e di gioia il gioioso ricordo del saluto portato per primo ai popoli della Germania, dodici secoli fa, da Bonifacio, mandato dal Romano Pontefice quale araldo del Vangelo e legato della Sede Apostolica. Pertanto, proprio per questo è motivo di reciproca consolazione e di paterno compiacimento il presente incontro con voi.

Infatti, mentre condividiamo di tutto cuore con voi questa speranza e questa Nostra gioia, confermiamo il Nostro amore verso voi e la Nostra paterna benevolenza verso tutta la vostra gente, contemporaneamente ricordiamo con tantissimo piacere l’antica unione del popolo germanico con questa Sede Apostolica, da Noi ardentemente desiderata. Essa segnò presso di voi l’inizio della fede, che poi ebbe un rigoglioso sviluppo dopo che dalla Sede Apostolica fu assegnata ad un uomo tanto grande la legazione romana, nobilitata poi dalle gloriose imprese compiute e rafforzata infine dallo stesso sangue del martire.

Ed ora, concluso il dodicesimo secolo dal felicissimo inizio della religione cattolica, scorgiamo giustamente approntarsi da voi, per quanto lo possa permettere la situazione attuale, festeggiamenti secolari, che celebreranno con grato ricordo e con degne lodi questa nuova era di civiltà cristiana cominciata con la missione e la predicazione di Bonifacio e proseguita dall’opera dei suoi allievi e successori, e che fu l’inizio della salvezza e della prosperità della Germania.

Sappiamo, diletto Figlio Nostro e Venerabili Fratelli, che voi non vi proponete soltanto il lieto ricordo e la fausta celebrazione, ma anche un certo miglioramento del presente e il desideratissimo ristabilimento per il futuro dell’unità e della pace religiosa. Infatti, questi sommi beni, che derivano unicamente dalla fede cristiana e dalla carità, trasmessi dal cielo da parte di Cristo, nostro Dio e Signore, sono stati affidati alla sua Chiesa e al Romano Pontefice, suo Vicario in terra, affinché fossero custoditi, propagandati e difesi. Da qui, la necessaria unione con questa Sede Apostolica, di cui il vostro Bonifacio fu perfetto banditore e campione; da qui inoltre il nascere di quella reciproca intesa di amicizia e di buoni uffici tra la Sede Romana e la vostra gente, dallo stesso Bonifacio così meravigliosamente unita a Cristo e al Vicario di Cristo in terra.

Ricordando questa unione e questo unanime consenso, facciamo pieni voti che essi si ristabiliscano presso tutti i popoli, affinché «Cristo sia tutto in tutti» [2].

Ora non si possono richiamare alla memoria, a distanza di tanti secoli, senza un gioioso moto dell’animo quelle cose che gli scrittori di quel lontanissimo tempo, principalmente il vescovo Willibaldo quasi contemporaneo di Bonifacio, ci tramandarono con chiara narrazione a proposito delle tante virtù e delle opere di quel santissimo uomo, ma soprattutto dell’inizio e della felicissima crescita della legazione romana presso le popolazioni germaniche.

Proprio perché ricco di un diuturno tirocinio di vita religiosa, che ancora tenerissimo fanciullo aveva iniziato in patria, e ancor più perché conoscitore dei pericoli di una vita di apostolato in mezzo a popoli barbari avendone fatto esperienza, Bonifacio capì e si convinse che non si sarebbe potuto raccogliere nessun frutto duraturo se non con il consenso e l’approvazione della Sede Apostolica, cioè con l’esplicito mandato missionario della stessa.

Pertanto, rifiutata l’onorevolissima dignità di abate, vinte le resistenze e le lacrime dei religiosi, dopo aver salutato i fratelli, partì e per ampie distese di terre e per sconosciute rotte marine raggiunse felicemente la sede dell’Apostolo Pietro. Qui parlò con Gregorio II di felice memoria, venerabile Papa della Sede Apostolica, «gli raccontò le vicende del viaggio e il motivo della sua venuta, e gli manifestò il tormentoso desiderio che lo opprimeva da molto tempo». «Il santo Papa accolse con viso sorridente e occhi gioiosi» quel sant’uomo, e non una sola volta parlò con lui, ma «anche in seguito ebbe con lui un assiduo rapporto di quotidiana conversazione» [3]; infine gli affidò con solenni parole e anche con lettere ufficiali l’incarico di predicare il Vangelo presso tutti i popoli della Germania. 

Per la verità, con queste lettere [4] il Pontefice illustra in che cosa consiste il mandato «della Sede Apostolica», cioè «dell’Apostolico Pontefice», in modo molto più chiaro di quanto non facciano gli scrittori di quel tempo. Egli infatti si esprime con parole talmente gravi e con tanta autorità, che difficilmente se ne potrebbero trovare altre più significative, e dice: «Il fine che ti proponi, e che Ci dimostra il tuo ardente amore verso Cristo, nonché l’ampia tua limpidissima fede, vogliono che Ci serviamo di te come collaboratore per la propagazione della parola divina, di cui abbiamo cura per grazia di Dio». Infine, dopo avere lodato la cultura, l’indole, i propositi di Bonifacio, richiamata la suprema autorità della Sede Apostolica che lo stesso Bonifacio aveva invocato, il Pontefice conclude a guisa di solenne precetto: «Perciò, nel nome dell’indivisibile Trinità, per l’inconcussa autorità del Beato Pietro, prìncipe degli Apostoli, del quale esercitiamo il magistero dottrinale, e del quale occupiamo il posto nella Santa Sede, riconosciamo la purezza della tua fede e ordiniamo, attraverso la grazia di Dio […] che tu possa andare sollecitamente, con l’aiuto di Dio, fra le genti che sono prigioniere dell’errore, e che tu insegni con parole di verità la funzione del regno di Dio nel nome di Cristo, nostro Signore». Infine gli ricorda di attenersi sempre, nella somministrazione dei sacramenti agli iniziandi «alla formula ufficiale della Santa Sede Apostolica» e di ricorrere al Romano Pontefice qualora si accorgesse di trovarsi in difficoltà. Ora, da questa mirabile lettera chi non capirebbe quanta benevolenza e quanta affettuosa venerazione il santo Pontefice nutrisse verso Bonifacio, e quanto interesse e quanta paterna sollecitudine avesse nei riguardi di tutti i popoli della Germania, ai quali destinava un predicatore del Vangelo tanto pio e tanto caro?

La consapevolezza del suo mandato, congiunta all’amore per Cristo, sollecitava di continuo questo Apostolo, lo confortava se si sentiva avvilito, lo risollevava se era abbattuto, gli ridava fiducia nella sua sacra missione quando dubitava delle proprie forze. Questo si vide subito al suo primo arrivo in Frisia e in Turingia quando, se seguiamo un cronista dell’epoca, «secondo il mandato affidatogli dal Pontefice, parlò ai senatori, alla plebe e ai capi di tutto il popolo con parole ispirate, insegnando loro la vera via della conoscenza e la bellezza del comprendere» [5].

Questa consapevolezza della missione a lui affidata lo tenne lontano dall’ozio, lo sottrasse per sempre da propositi di vita tranquilla e di sosta in un luogo qualsiasi per riposare come in un porto; tale consapevolezza lo spinse a sostenere le situazioni più ingrate e le condizioni più umili, con l’unico intento di procurare e di accrescere la gloria di Dio e la salvezza delle anime.

Con devozione e sentimento religioso ubbidiva agli ordini della Sede Apostolica alla quale faceva riferimento il suo impegno; mandava a Roma, fin dall’inizio della sua missione, lettere e messaggi e così «notificava dettagliatamente al venerabile Padre e Pontefice della Sede Apostolica tutte quelle cose che erano state da lui compiute per grazia del Signore» e «scrisse numerose volte per chiedere consiglio alla Sede Apostolica su ciò che riguardava il quotidiano bisogno della Chiesa di Dio e la prosperità del popolo»[6].

Senza dubbio Bonifacio manifestava un sentimento religioso del tutto particolare ed esclusivo, come egli stesso, ormai vecchio, rivelava candidamente, scrivendo al Papa Zaccaria: «Fin da quando ero prossimo ai trent’anni, in dimestichezza e al servizio della Sede Apostolica, con l’approvazione e la prescrizione del Sommo Pontefice Gregorio II di veneranda memoria, mi impegnai con un voto a riferire al Pontefice tutto ciò che di lieto o di triste mi sarebbe capitato, affinché potessimo lodare insieme Dio nei momenti felici, o rinfrancarmi con il suo consiglio in quelli spiacevoli» [7].

Qua e là si trovano documenti affini che attestano un continuo scambio di lettere e un meraviglioso accordo di volontà fra questo strenuo predicatore del Vangelo e la Sede Apostolica: accordo durato ininterrottamente sotto il felice pontificato di quattro Papi di gloriosa memoria.

Gli stessi Pontefici Romani, infatti, non tralasciarono alcuna occasione né impegno nell’aiutare e nel favorire l’attivissimo legato; d’altra parte Bonifacio nulla trascurava e mai veniva meno al suo zelo e al suo dovere per compiere santamente e con sovrabbondanza la missione ricevuta dai grandi Pontefici che egli venerava e amava come suoi familiari.

Papa Gregorio, dunque, rendendosi giustamente conto quanto in largo si estendesse il campo evangelico assegnato a Bonifacio, e giacché si preannunciava un felice raccolto, e un’enorme moltitudine di gente era stata accolta in seno alla Santa Chiesa per merito suo, decretò di assegnargli il più alto grado del Sacerdozio e di conferirgli l’episcopato su tutta la provincia germanica. Bonifacio, d’altra parte che già aveva resistito al suo grande amico Willibaldo, «non osò, in questo caso, opporsi alla somma autorità di tanto Pontefice; di conseguenza, accettò e obbedì». A questo alto onore il Romano Pontefice ne aggiunse un altro del tutto singolare, sia per importanza, sia per benevolenza, degno di essere tramandato ai posteri dei Germani, cioè accordò l’amicizia della Sede Apostolica tanto a Bonifacio quanto a tutti i suoi subordinati, da quel momento in poi [8]. Lo stesso Gregorio aveva già chiaramente manifestato anche prima questa amicizia attraverso molti segnali e indizi quando inviava numerose lettere a re e prìncipi, a vescovi ed abati e al clero tutto, nonché alle popolazioni stesse, sia barbare, sia di recente chiamate alla fede, per esortarle ad offrire «appoggio e consenso a questo grande servitore di Dio, destinato dalla Chiesa cattolica e apostolica di Dio a portare la luce tra le genti»[9].

Gregorio III, successore al soglio pontificio, confermò in seguito la stessa familiarità ed amicizia tra Bonifacio e la Sede Apostolica quando Bonifacio mandò messaggeri al nuovo eletto perché «gli rendessero noto il patto della precedente amicizia che era stato stipulato dal suo santo predecessore con Bonifacio e il suo seguito», e così pure «gli confermassero anche per il futuro la sua devota sottomissione alla Sede Apostolica», e infine per supplicarlo, «così come era stato detto loro di fare, che il devoto servitore potesse ancora godere dell’amicizia e della comunione con il santo Pontefice e con tutta la Sede Apostolica» [10].

Il Papa accolse benignamente questi inviati e, dopo avere accordato nuovi onori a Bonifacio, fra i quali «il pallio dell’Arcivescovato, li rimandò onorevolmente in patria con doni e numerose reliquie di Santi». A seguito di queste dimostrazioni d’affetto, è appena il caso di dire quanto Bonifacio «fosse grato ed enormemente appagato per il favore della Sede Apostolica verso di lui, così privilegiato dalla misericordia divina» [11]. Egli acquistò ulteriori forze per affrontare grandissime e difficilissime imprese: costruire nuovi templi, ospizi, monasteri, villaggi; percorrere nuove regioni per diffondere il Vangelo; istituire nuove e ben definite diocesi secondo le norme; riformare le vecchie sradicandone i difetti, gli scismi e gli errori; seminare ovunque gli autentici germi della fede e della vita cristiana, i giusti dogmi e le vere virtù; insegnare la civiltà a popolazioni barbare, spesso ferocemente crudeli, servendosi anche di numerosi collaboratori da lui istruiti alla pietà, e di molti suoi conterranei chiamati opportunamente dall’Inghilterra.

Così, in mezzo a questa febbrile attività, peraltro già nobilitata da tante egregie e santissime imprese, dovendo contemporaneamente combattere contro continue persecuzioni, avversità e angosce, nonostante l’età tendente ormai al riposo dopo così incessanti fatiche, egli non solo non si gloriava né si concedeva riposo, ma si dava continuamente pensiero degli ordini e delle disposizioni del Pontefice. Pertanto, «data la sua familiarità con il santo Pontefice e con tutto il Clero, egli venne a Roma per la terza volta, accompagnato dai suoi discepoli, per ottenere un confortante colloquio con il Padre apostolico e per raccomandarsi alle preghiere dei Santi, sentendosi ormai in età avanzata» [12]. E per la terza volta fu accolto benignamente dal Pontefice, e di nuovo «colmato onorevolmente di doni e di reliquie di Santi», ottenendo importanti lettere commendatizie, come risulta da quelle giunte fino a noi.

Ai due Gregori succedette Zaccaria, erede sia del Pontificato Romano, sia dell’interessamento verso i Germani e il loro Apostolo. Il nuovo Papa non solo rinnovò l’antico legame, ma lo aumentò ulteriormente, forse con maggior fiducia e benevolenza verso Bonifacio, che ricambiò i sentimenti, come dimostrano le amichevoli lettere e i numerosi messaggi scambiati fra di loro. Infatti, fra le altre cose che sarebbe lungo citare, il Romano Pontefice, quando si rivolge al suo legato, usa affettuosissime parole: «La tua santa fraternità, fratello carissimo, sappia che, come abbiamo nel nostro cuore il tuo affetto, così desideriamo vederti ogni giorno di persona e averti nel Nostro Consorzio come ministro di Dio e amministratore delle Chiese di Cristo»[13].

Con pieno diritto, pertanto, l’Apostolo della Germania, negli ultimi anni della sua vita, poteva scrivere al Pontefice Stefano, successore di Zaccaria: «Il discepolo della Chiesa Romana prega ardentemente dal più profondo del cuore per acquistarsi l’amicizia e l’unione con la Sede Apostolica, che spera di meritare e di ottenere»[14].

Animato da incrollabile fede, infiammato di pietà e di carità, Bonifacio mantenne costantemente la fedeltà e lo straordinario legame con la Sede Apostolica. Tale fedeltà, che sembrava attinta, quando egli era ancora in patria, dall’umile palestra della vita monastica, successivamente, quando si era impegnato nell’aperta battaglia della vita apostolica, aveva promesso in Roma, con sacro giuramento, sul corpo dello stesso Beato Pietro, Prìncipe degli Apostoli. La stessa fedeltà, che aveva scelto quale immagine del proprio apostolato e regola della propria missione, Bonifacio testimoniò in mezzo a rischi e battaglie, e non cessò mai di raccomandarla con forza a tutti coloro che aveva rigenerato attraverso il Vangelo, insistendo con tanto impegno da sembrare quasi che volesse lasciarla come testamento.

Ormai vecchio e consumato dalle fatiche, sebbene dicesse umilmente di sé «sono l’ultimo e il peggiore di tutti i legati che la Chiesa Romana Cattolica e Apostolica abbia destinato a predicare il Vangelo» [15], era tuttavia orgoglioso di quella sua missione romana e, rendendo grazie al Signore, ci teneva essere chiamato «il legato della Santa Romana Chiesa Cattolica e Apostolica per i Germani». Inoltre, dichiarava apertamente di voler essere devoto servitore dei Romani Pontefici successori di San Pietro, e discepolo sottomesso e ubbidiente. Aveva profondamente radicato nell’animo, rimanendovi totalmente fedele, ciò che asseriva con forza il martire Cipriano, testimone dell’antichissima tradizione della Chiesa: «Dio è uno, Cristo è uno, e una è la Chiesa come una è la cattedra fondata su Pietro per bocca del Signore»[16]; ciò che anche Ambrogio, grande Dottore della Chiesa, ripeteva: «Dove è Pietro, ivi è la Chiesa; dove è la Chiesa non esiste la morte ma la vita eterna»[17]; infine ciò che Gerolamo saggiamente insegnava: «La salvezza della Chiesa risiede nell’autorità del Sommo Pontefice, e se a lui non viene assegnato un potere superiore e incontrastato, nelle chiese si avranno tanti eretici quanti saranno i preti»[18].

Ciò è testimoniato anche dalla tristissima vicenda delle antiche discordie, e lo conferma l’esperienza di tutti i mali che scaturiscono da quella fonte. Tuttavia, non conviene affatto ricordare quelle disgrazie oggi che siamo oppressi da altre sciagure e da sanguinose stragi, ma al contrario, se è possibile, con una comune deplorazione cancellarle per sempre dalla memoria.

È preferibile piuttosto ricordare l’antica unione, e celebrare lo stretto legame che intercorse tra Bonifacio, prìncipe degli Apostoli dei Germani, e tutte le popolazioni della Germania con questa Sede Apostolica. Da tale rapporto nacquero per i Germani la fede religiosa, la stessa prosperità e la convivenza civile. Si potrebbero inoltre citare, come ben sapete, diletto Figlio Nostro e Venerabili Fratelli, numerose testimonianze degne di essere ricordate, ma ne abbiamo già richiamate abbastanza, e forse anche oltre misura; perciò la cosa è talmente chiara che non ha bisogno di un lungo discorso e di molti argomenti.

Se abbiamo trattato questi fatti più diffusamente di quanto il caso non richiedesse, è stato perché Ci è piaciuto rievocare con Voi i vecchi ricordi, per avere un po’ di sollievo e sopportare con animo più sereno il momento presente, sostenuti dalla speranza di un ristabilimento in tempi brevi di questa unità e dei rapporti con la Chiesa «nella pienezza della pace e nei vincoli della carità».

Indugiare su queste cose è estremamente consolante, perché vediamo in voi gli esempi e le rare virtù del vostro predecessore Bonifacio e, in particolare, quei vincoli di amicizia e di unione che Ci siamo premurati di celebrare in questa lettera e che, con ammirazione, vediamo riportati e, in certo qual modo, evidenziati dal vostro sistema di vita.

In verità, il vostro Apostolo di Germania vive in voi e lo fa gloriosamente; vive, come egli stesso si qualificava, «il Legato della Chiesa Cattolica Romana in Germania»; egli porta avanti ancora la sua missione con le preghiere, gli esempi e il ricordo del suo operato, per i quali, senza dubbio, «il morto ancora parla». Sembra quasi che così esprimendosi voglia esortare e incitare le sue popolazioni soprattutto all’unità con la Chiesa Romana, egli, fedele interprete e banditore di Gesù nostro Maestro e Salvatore, che in primo luogo supplica i suoi figli «di restare uniti».

Inoltre egli invita i più fedeli seguaci della Chiesa a stringersi sempre più con amore intorno ad essa; invita coloro che si sono allontanati a ritornare con devota fiducia in seno alla Madre Chiesa, mettendo da parte i vecchi odi, i rancori, i pregiudizi; infine invita tutti i credenti in Cristo, sia i recenti, sia quelli da tempo associati, a perseverare con fede, tutti insieme, perché da questa unione scaturiscano la carità e la stessa concordia fra tutti gli uomini.

Chi non vorrà obbedire all’invito e all’esortazione del Padre?

Chi vorrà disprezzarne il paterno ammaestramento, gli esempi e la parola?

Infatti, e qui usiamo le sagge e splendide parole di un antico scrittore del vostro popolo, pronunciate quando si celebrò il centenario della missione romana di Bonifacio presso di voi: «Se, stando all’Apostolo, abbiamo avuto come insegnanti i nostri padri naturali e li onoriamo, non dovremmo ancor più obbedire al padre spirituale? E non soltanto Dio Onnipotente è il nostro padre spirituale, ma anche tutti coloro la cui dottrina e i cui esempi ci portano a conoscere la verità e invitano alla fermezza nella fede religiosa. Come Abramo, che da tutti dovrebbe essere imitato per la sua fede e la sua obbedienza, è chiamato il padre di tutti i credenti in Cristo, così il santo presule Bonifacio può essere indicato come il padre di tutti gli abitanti della Germania, giacché con la sua predicazione li avvicinò per la prima volta a Cristo, li incoraggiò con gli esempi e, da ultimo, offrì anche la sua vita per loro: nessuno può certamente dare di più» [19].

Tuttavia Noi aggiungiamo, diletto Figlio Nostro e Venerabili Fratelli — anche se nessuno di voi lo ignora — che la meravigliosa carità di Bonifacio non rimase circoscritta entro i confini della Germania, ma si rivolse senza eccezione a tutti i popoli, anche a quelli nemici tra loro; in questo modo, secondo la legge dell’amore e della carità, l’Apostolo della Germania abbracciò il vicino popolo dei Franchi, del quale fu saggissimo riformatore, e ai suoi compatrioti «di origine inglese, egli, dello stesso paese, legato della Chiesa Universale e servo della Sede Apostolica», affidò in modo particolare la diffusione della fede cattolica presso i popoli Sassoni ed affini — ai quali già avevano predicato i missionari romani del Pontefice San Gregorio Magno — con la raccomandazione di mantenere amorevolmente «l’unione e la comunione degli affetti» [20].

Siccome la carità — usiamo ancora le parole dello scrittore già citato — «è l’origine e il fine di tutti i beni» [21], Noi pure soffermiamoci su questo argomento, diletto Figlio Nostro e Venerabili Fratelli. Facciamo voti, quindi, che in questa tormentata società, restaurati i diritti e le leggi di Dio Onnipotente e della sua Chiesa, e rinnovati il culto e la memoria, rifiorisca la carità cristiana per porre fine tanto alle guerre e agli odi furiosi quanto alle controversie, alle eresie e agli errori che s’insinuano ovunque, allo scopo di unire i popoli in un patto più saldo degli effimeri accordi degli uomini, nell’unità della fede in particolare e nella tradizione, secondo la necessità di un antico legame con questa Sede Apostolica, che Nostro Signor Gesù Cristo volle in terra come base della sua famiglia, consacrata dalle virtù, dalla sapienza, dalle fatiche di tanti Santi e infine dal sangue dei martiri come il vostro Bonifacio.

Così, instaurate su tutta la terra un’intesa di fede e un’unione di propositi, Noi avremo la possibilità, senza usurpare alcun diritto, di rivolgere a tutti i cristiani del mondo ciò che il Papa Clemente, indotto dalla consapevolezza della superiorità romana e dalla sacra autorità della Sede Apostolica, scriveva particolarmente ai Corinzi fin dal primo secolo del Cristianesimo: «Ci procurerete gioia e letizia se, obbedendo a ciò che vi abbiamo scritto per ispirazione dello Spirito Santo, reprimerete l’ingiusto istinto della vostra rivalità, secondo l’esortazione alla pace e alla concordia che vi abbiamo fatto in questa lettera» [22].

Voglia il Cielo che l’Apostolo e Martire Bonifacio possa ottenere questo per tutti noi, specialmente per quei popoli che, a maggior diritto, sono suoi, sia per origine che per elezione, completando nella sede dei Beati ciò che, come egli stesso diceva, non aveva mai cessato di perseguire in terra: «Non desisto dall’esortare e dall’invitare all’obbedienza verso la Sede Apostolica tutti coloro che Dio mi ha dato come ascoltatori o discepoli in codesta missione» [23].

Intanto, come augurio di speranza e di felice risultato della vostra solennità, impartiamo affettuosamente l’Apostolica Benedizione e, nello stesso tempo, per accrescere l’importanza della festa di San Bonifacio, dal sacro tesoro della Chiesa con grande piacere concediamo:

1. In qualunque giorno dei prossimi mesi di giugno e luglio, fatta eccezione per i giorni della Pentecoste, del Corpus Domini e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, in tutte le Chiese e gli Oratori pubblici e semipubblici della Germania dove si compiranno i festeggiamenti del centenario, ogni sacerdote dell’uno e dell’altro clero potrà celebrare la Messa del Santo, sia durante le preghiere del triduo, sia nel giorno stesso della ricorrenza.

2. Nel giorno della festa, i Vescovi potranno impartire la Benedizione Papale personalmente o per mezzo di un delegato.

3. Chiunque visiterà le Chiese di Germania nel giorno in cui si celebrerà il centenario, potrà ottenere ogni volta l’Indulgenza Plenaria secondo l’uso della Porziuncola.

 

Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 14 maggio 1919, anno quinto del Nostro Pontificato.

 

 BENEDICTUS PP. XV 

 


[1] II Cor., XI, 28.

[2] Coloss., III, 11.

[3] Vita S. Bonifacii auctore WILLIBALDO, c. V,13-14.

[4] Ep. Exigit manifestata, inter Bonif. ep. XII (al. II).

[5] Vita S. Bonifacii, cap. VI,16.

[6] Ibid., VII,19.

[7] Ep. LIX (al. LVII).

[8] Vita S. Bonifacii, c. VII,21.

[9] Ep. Sollicitudinem nimiam inter Bonif. ep. XVII (al. VI).

[10] Vita S. Bonifacii, c. VIII,25.

[11] Ibid., c. VIII,25 sq.

[12] Ibid., c. IX,27 sq.

[13] Ep. Susceptis, inter Bonif. ep. LI (al. L).

[14] Ep. LXXVIII.

[15] Ep. LXVII (al. XXII).

[16] CAECILII CYPRIANI Ep. XLIII, 5.

[17] Enarr. in Ps. XL, n. 30.

[18] Contra Lucif., 9.

[19] Vita S. Bonifacii auctore OTHLONO monacho, lib. 1, cap. ult.

[20] BONIF. Ep. XXXIX (al. XXXVI).

[21] Ibid.

[22] S. CLEM. ROM., Ep. 1 ad Corinthios, LXIII.

[23] Ep. L (al. XLIX).

 

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