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DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XV
AL SACRO COLLEGIO DEI CARDINALI
NELLA VIGILIA DELLA SOLENNITÀ DEL NATALE

24 dicembre 1918

 

Al Cardinale di Santa Romana Chiesa Vincenzo Vannutelli,
decano del Sacro Collegio dei Cardinali.

È la quinta volta che il lieto ritorno della solennità Natalizia raduna intorno a Noi la corona eletta del Sacro Collegio; ma è veramente la prima in cui ne possiamo accogliere con gaudio l’augurio festante.

L’animo non è più contristato dall’amarezza e dall’ansia di una triste condizione di cose, che troppo ripugnava con l’annunzio della pace e dell’amore, tutto proprio della cara festività. Ella poi, signor Cardinale, con quella elevatezza e opportunità di linguaggio che al suo labbro è familiare, Ci ha presentato, a nome del Sacro Collegio, un augurio di cui nessun altro sembra meglio convenire ai dì che corrono, e del quale nessun altro per fermo corrisponde meglio ai sentimenti dell’animo Nostro.

Con la più viva compiacenza abbiamo infatti inteso l’augurio che si possano moltiplicare ognora più i frutti di quella paternità spirituale, che in modo tutto particolare è in Noi da Dio, « dal quale ogni Paternità nei cieli e sulla terra prende nome » (Eph., III, 15), e che di Dio vuole imitare, al possibile, l’inesauribile carità e l’incessante beneficenza. Siamo grati all’Eminentissimo Decano del Sacro Collegio di avere additato in questa Nostra paternità la fonte prima dell’operosità, da Noi mostrata nei giorni dell’immane flagello che da poco è finalmente cessato, e con ogni sincerità offriamo a lui e ai suoi Eminentissimi Colleghi il ricambio di auguri e voti, anche in attestato di gradimento per la delicata allusione che si è ora fatta ai Nostri dolori e alle preoccupazioni Nostre di indole privata e domestica.

Sull’altura del Vaticano sono giunte purtroppo le grida dolenti di questi anni di guerra; sono giunti i gemiti delle vittime del diuturno eccidio; sono giunte affannose invocazioni, perché non indugiasse il quietarsi dell’orribile duello.

E sia lode al Signore, che alla nostra qualità di Padre donò l’essere ed il fare, e che, ancora una volta, la pochezza che è in Noi fece strumento della sua misericordiosa potenza.

Fu perciò che, quanti dolori si ripercossero nel Nostro cuore di Padre, tanti desiderammo, e spesse volte ottenemmo di mitigare: fu perciò che con stimolo, ma anche con misura, di Padre deplorammo e condannammo gli eccessi dell’odio brutale, aperta lasciandoCi la via all’ulteriore esaudimento per i sempre immancabili uffici della Nostra compassionevole Paternità: fu così che i Nostri sforzi ed i Nostri suggerimenti dirigemmo ad affrettare l’alba della pace, richiamando i pricìpi della immutabile e sempiterna giustizia di Cristo, legislatore sovrano della civile convivenza, e fonte, non di possibili menomazioni, bensì della perfetta restituzione di ogni diritto.

Questa paternità che Ci fu norma nei consigli, nelle condanne, nelle rivendicazioni, nelle beneficenze del passato, è pur dessa che presiede alla Nostra condotta nell’ora presente. Oh! mentre stringiamo al seno tutti i Nostri figli, stanchi alfine di combattere e di uccidere, vola il pensier Nostro alle grandi assise dei popoli, convocate al nobile scopo di assicurare la pace al mondo. E, fiammeggiandoCi in petto il più caldo interesse per l’esito felice degli ardui compiti proposti all’illustre Assemblea, di gran cuore auguriamo che aleggi sul Consesso lo spirito di cui Noi siamo custodi, anzi a tale gravissimo intento dedichiamo tutta la brama e tutto l’appoggio del paterno Nostro cuore.

Ma poiché ogni ottima grazia ed ogni dono perfetto discendono dal solo Padre dei lumi, Noi l’assistenza di questo celestiale lume invocheremo ogni dì, dal colle Vaticano, sullo storico Congresso, non dissimili da Mosè che pel popolo suo, salito sul monte, pregava e stendeva a Dio le sue braccia durante il fatal tempo della pugna. Con alto il cuore ed alte le braccia verso Sua Divina Maestà quell’antico duce guidava il caro popolo a sorti vittoriose, e la Nostra preghiera non affretterà il meriggio di quella pace, della quale ora salutiamo l’alba radiosa? Ma le braccia Nostre, come quelle di Mosè, sono stanche e gravate, e nella sovrumana bisogna verrebbero meno se non le sostenessero quei figli che, nella economia della divina Provvidenza sono come il bastone su cui il Padre si appoggia. Per il che, come Aronne ed UR ascesero anch’essi il colle di Mosè, e al duce sostennero le braccia da ambe le parti — « Sostenevano le sue mani da ambe le parti » (Esodo, XVII, 12) —così al popolo cristiano abbiamo Noi comandato di venire in Nostro soccorso, disponendo che, secondo le opportunità dei vari luoghi, unanimi preghiere si levino al Cielo propiziatrici per il massimo dei Congressi. A queste preghiere, secondo la Sua immancabile promessa, sarà presente e partecipe l’istesso divin Capo della Chiesa, il quale conferirà al loro successo quella medesima forza che alle tese braccia di Mosè assicuravano le mani dei discepoli.

Non è peraltro la preghiera la sola forma in cui intendiamo debba esplicarsi la Nostra paternità nell’ora presente. Imperocché ad essa congiungiamo i voti coi quali affrettiamo ed il reccogliersi ed il conchiudersi del pacifico Congresso; congiungiamo ad essa gli auguri coi quali, non paghi di significare la Nostra paterna simpatia per il sommo avvenimento, esprimiamo ancora la speranza che i deliberati del Congresso comprendano non soltanto il ripristinamento dell’ordine, ma altresì il rifiorire di quegli umani sensi che fanno dolce l’abitare coi fratelli, e dolce pur anche il sacrificarsi per essi. Soprattutto alla preghiera, che è forma notissima della Nostra paternità nell’ora presente, Noi congiungiamo il fermo proposito di assicurare agli equi deliberati del mondiale Congresso l’appoggio del potere Nostro tra i fedeli, affinché, come dovunque Noi abbiamo dei figli, dovunque sia agevolata, pel ministero della Nostra paternità, l’osservanza delle deliberazioni che siano prese per dare al mondo una pace giusta e durevole.

Ma l’annunzio di questo Nostro proposito, come di quello che deve eseguirsi in un tempo futuro, fa già comprendere che, se nel passato e nel presente avemmo a norma di azione la Nostra paternità, Noi non intendiamo di cercare altrove le direttive dell’avvenire. Noi fummo Padri del passato; siamo Padri nel presente, saremo Padri, finché Ci basti la vita, nell’avvenire, sempre mirando, come a norma ed a direttiva della Nostra opera, alla Paternità che Iddio Ci diede, e che è universale come quella di cui è somiglianza partecipata.

Ora questa Nostra paternità Ci fa intimamente esultare dei beni che speriamo dalla redintegrata pace, e fortemente Ci anima ad assicurarne con tutti i mezzi la tutela e l’incremento.

La tempesta immane, che è passata su la terra, vi ha lasciato tristissime vestigia delle sue devastazioni. Ma più ancora è da temere che abbia lasciato, nei cuori degli uomini, funeste reliquie degli antichi rancori, germi malsani di discordie, di vendette, di rappresaglie ingenerose. Gli ardori stessi della guerra e la passione, nobile nella sua origine, della difesa della patria, infiammano gli animi di una indignazione la quale, per quanto giusta e naturale nei princìpi, può troppo facilmente esorbitare nelle conseguenze, non soffocando, anzi aggravando con nuovi germi gli antichi semi del disordine sociale, cui vorrebbe restaurato nella giustizia. E non sarà opera di padre quella che, ad assicurare la pace giusta e durevole da Noi sempre preconizzata, indirizzeremo a riparare i mali morali della guerra, non meno che le materiali devastazioni dell’immane flagello? Sarà opera di padre il rimuovere i pericoli di nuove perturbazioni dell’ordine, quali potrebbero sgorgare dagli odii e dalle eccessive passioni nazionali. Oh! avventurata l’età Nostra se il bacio della giustizia e della pace vedrà accompagnato da spirito di carità, perché sola la legge dell’amore stringe in mirabile unione i figli di uno stesso padre, e degli uomini di buona volontà forma una vera famiglia. Il timore, l’indigenza, la forza materiale — oh! come l’esperienza ce lo ha dimostrato con prove di sangue! — non sono legame bastevole, né degno della società umana. L’unione sociale, per essere ragionevole, dev’essere fondata sulla naturale benevolenza; per essere cristiana dev’essere nobilitata dalla carità di Cristo.

A far rifiorire questa carità in mezzo al popolo Noi pertanto indirizzeremo il Nostro affetto e le cure Nostre di padre, affinché apparisca che la Nostra paternità, come è stata invitta nel passato e come è salda nel presente, così sarà indefettibile nell’avvenire.

Ci arride la speranza che l’opera Nostra possa essere l’eco delle deliberazioni, che non tarderanno ad essere prese dall’Areopago di pace, a cui si volgono ora i sospiri di tutti i cuori. Ma per l’opera restauratrice della società, come sappiamo di poter fare assegnamento sui lumi e sui consigli del Senato della Chiesa, così confidiamo di avere altrettanti istrumenti docili e volenterosi in quanti aspirano a promuovere l’azione cattolica. La cura e l’istruzione dei fanciulli, la protezione e il savio indirizzo degli operai, gli opportuni consigli e gli eccitamenti alle classi più agiate pel buon uso delle ricchezze e dell’autorità, ecco i campi nei quali in avvenire dovrà svolgersi precipuamente l’opera del padre; ecco dove il padre confida di aver cooperatori i figli, per raccogliere, insieme con essi, ubertosi frutti di vera azione cattolica.

Gesù Bambino, di cui vediamo in questi giorni la gloria quale unigenito del Divin Padre, spirante grazia e verità ed annunziante la pace agli uomini di buon volere, apporti la sua è nuova — « Padre dell’età futura » — coi doni della giustizia, della dolcezza, della felicità; la apporti a consolazione del Sacro Collegio, a stimolo ed a premio di quanti Ci fanno onorata corona, e conceda che arra della sua grazia e dei suoi doni Natalizi sia l’Apostolica Benedizione, che con affetto di padre impartiamo ai figli presenti e lontani.

 

Copyright © Libreria Editrice Vaticana

    

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