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DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XV
AL TERMINE DELLA LETTURA DEL DECRETO
DELLA SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI
SULLE « VIRTÙ ESERCITATE IN GRADO EROICO »
DAL SERVO DI DIO ANDREA UBERTO FOURNET

Aula concistoriale del Palazzo Apostolico,
Domenica, 10 luglio 1921

 

Non Ci recano meraviglia le affermazioni uscite ora dal labbro di chi rappresenta degnamente la Postulazione della Causa del Venerabile Fournet. È giusto che della proclamata eroicità delle virtù di un suo figlio si rallegri la Francia cattolica; è giusto e naturale che se ne rallegri la diocesi di Poitiers, che al novello eroe fu culla avventurata; e chi non dirà non solo giusto e naturale, ma anche doveroso, il compiacimento che oggi provano le Figlie della Croce nell’apprendere omai dichiarate eroiche le virtù del loro Padre e Fondatore? È tale la vivezza di questi sentimenti, che si deve ad essa attribuire se nell’inno di riconoscenza elevato a Dio si è potuto, malgrado il niun merito Nostro, inserire anche una nota di gratitudine per chi solamente è ministro della Divina Provvidenza nell’annunziare al mondo l’eroicità delle virtù del Venerabile Andrea Uberto Fournet.

Nondimeno noi crediamo esservi una classe di persone, alla quale l’odierno decreto deve interessare in particolar modo. È la classe dei parroci, i quali, a più forte ragione che ogni altra classe di ecclesiastici, possono dire: Andrea Uberto Fournet fu dei nostri! Ma a quale pro siamo Noi solleciti di far rilevare la speciale importanza che l’odierno decreto ha per la classe dei parroci? Non è solo per confermare che il Fournet nel ministero parrocchiale, anzi direttamente per esso, raggiunge l’alta cima della cristiana perfezione, a cui oggi la Chiesa lo dice arrivato: egli è principalmente perché crediamo che, secondo un amoroso consiglio della Divina Provvidenza, l’odierna glorificazione di Andrea Uberto Fournet sia ordinata a mettere in chiara luce l’importanza del ministero parrocchiale, così riguardo a chi lo deve esercitare, come riguardo a chi ne può usufruire. Questo divino consiglio apparve già nelle quasi contemporanee beatificazioni di due parroci, compiute dal Nostro Predecessore di venerata memoria, quando il titolo e l’onore dei Beati concesse a Stefano Bellesini, parroco di Genazzano, e a Giovanni Battista Vianney, curato d’Ars. Ma ecco, prima ancora che si compia il quarto lustro da quelle beatificazioni, la Chiesa oggi addita il progresso fatto dalla causa di beatificazione di un altro parroco. Oh! questa frequenza di analoghe cause non è dessa ordinata a persuaderci la grande importanza che « la vita parrocchiale » può avere nella sospirata restaurazione della cristiana società? Raccogliamo, o dilettissimi figli, questo insegnamento, e vediamo quanto possa giovare così ai sacerdoti come ai laici, così ai vicini come ai lontani.

Non andrebbe errato chi paragonasse la parrocchia ad una famiglia. Anzi un tal paragone giova a far comprendere, da una parte, di quali virtù debba essere ornato chi esercita il ministero parrocchiale e, dall’altra, in quale altissimo conto questo ministero debba essere tenuto da chi per ecclesiastico ordinamento gli è soggetto. Infatti, come in ogni bene ordinata famiglia il padre è sollecito del bene dei figli, non solo per l’ora presente ma anche per l’avvenire, così pure il parroco deve avere a cuore i beni dei suoi parrocchiani. Non lo spaventi la molteplicità o varietà di tali beni, perché se il padre è sollecito del bene religioso e morale, non meno che del materiale dei figli, vuole il ricordato paragone che anche il parroco sia sempre pronto, non tanto ad assistere materialmente i suoi parrocchiani, quanto a procurar loro l’istruzione religiosa, il sollievo nei dolori, e il conforto degli opportuni consigli nei dubbi e nelle difficoltà della vita. Niun padre si mantiene mai estraneo alle vicende, liete o dolorose, dei figli; niun padre ricusa mai di mettere i tesori della propria esperienza a servigio dei figli, per avventura costretti a lottare contro le insidie tese da falsi amici. E qual parroco non prenderà spontanea parte alle feste che allietano le famiglie dei suoi parrocchiani, o non ne dividerà il dolore nei giorni dell’ambascia e dell’affanno? Un parroco, che aspettasse di essere chiamato al capezzale di un parrocchiano morente, non compirebbe bene il suo ufficio, appunto perché non vi è padre che si tenga lontano dal figlio, finché questi non giace infermo. Il buon parroco deve vivere la vita dei suoi parrocchiani, come il padre vive quella dei figli.

Dall’altra parte però, come i figli festeggiano il padre che si reca a visitarli, così anche i parrocchiani devono fare lieta accoglienza al sacerdote, non solo quando si reca a visitarli infermi, ma anche quando si interessa alle loro sorti, e specialmente quando promuove l’istruzione catechistica dei loro figli. Vale anche qui il paragone tra la parrocchia e la famiglia, perché in questa non accada che i figli si mostrino ingrati a chi è sollecito del loro bene presente o futuro. Vorremmo dire che il parroco dev’essere il consigliere nato dei suoi parrocchiani, e che a tale uopo egli deve mantenersi al corrente delle questioni del giorno, anche di ordine economico. Ma tutto ciò non è compreso nella proposizione che dice: potersi la parrocchia paragonare ad una famiglia?

Se non che è a tutti noto che restano meglio scolpite nell’animo nostro le lezioni confortate dall’esempio. Ora chi, sullo scorcio del secolo decimottavo, si fosse trovato in Francia, e avesse visitato la diocesi di Poitiers, oh! la bella lezione che avrebbe avuto dall’esempio, più che dalla parola, del parroco di Maillé! Il Signore si era servito del labbro di un mendico per far comprendere al giovane sacerdote Fournet che l’agiatezzza, quasi confinante col lusso, se a lui ricordava tradizioni famigliari, non era però conveniente all’ufficio, da poco assunto, di curatore di anime. Da quell’ora Andrea non solo allontanò da sé le vestigia di ogni avita grandezza, ma anzi abbracciò una vita di penitenza e di mortificazione, per avere agio di farsi « tutto a tutti » i suoi parrocchiani.

Il nuovo tenore di vita gli permise anzitutto di usare maggiore generosità nel distribuire soccorsi materiali ai bisognosi, ed oh! la mirabile efficacia, che hanno sempre le esortazioni di un parroco disinteressato! oh! i sublimi prodigi, che spesso compie una mano generosa! Ma al bene materiale è di gran lunga superiore il religioso e morale. Perciò il curato di Maillé nel procurare il vero bene dei suoi parrocchiani, seguiva l’ordine suggerito dai differenti gradi di eccellenza, insita nei beni dei quali era sollecito. Si accostava premuroso, e senza attendere l’invito dell’ultima ora al capezzale degli infermi, recando a questi soccorsi di doppio ordine, materiale e spirituale; visitava spesso le singole famiglie dei suoi parrocchiani, togliendone occasione non da desiderio di sollazzo o da curiosità di segreti domestici, ma ora dalla necessità di dissipare nubi di discordia, ora dalla convenienza di promuovere opere buone; soprattutto si adoperava a rendere generale e fruttuosa l’istruzione catechistica.

I fanciulli rappresentavano agli occhi del curato di Maillé le speranze dell’avvenire; epperò non è a meravigliare che il futuro fondatore di un lstituto destinato a promuovere la buona educazione della gioventù, dedicasse cure speciali, fin dai primi anni del suo ministero, alla cristiana istruzione dei fanciulli della sua parrocchia. Forse alcuno avrebbe voluto paragonarlo ad un buon padre, che è sollecito non solo del presente, ma anche del futuro bene dei figli. A Noi pare però che la ordinata e piena sollecitudine che il Venerabile Fournet aveva del bene dei suoi parrocchiani, dovesse fin d’allora trovare opportuna spiegazione nella figura di una famiglia, rappresentata dalla parrocchia. Dobbiamo solo avvertire che, appunto il riconoscimento di una tale figura, aveva prima ornato il cuore di Andrea Uberto Fournet delle virtù, che devono arricchire il ministero parrocchiale.

Che se alcuno fosse vago di sapere « quanto e come » il Fournet sia stato costante nell’esercizio di tali virtù, per poter giudicare del grado eroico di esse, Noi potremmo da una parte rispondere che le esercitò con tanta perfezione da obbligare la pubblica fama a salutarlo col nome di « buon padre »; e dall’altra parte potremmo aggiungere che le esercitò « sempre », fino a che non mutò il ministero parrocchiale con altro ufficio, non meno del precedente ordinato alla cura delle anime.

Né alla costanza di un tale esercizio può opporsi il « suo esilio in Ispagna », come il Fournet chiamava il quasi forzato suo allontanamento dalla parrocchia, nei tristi giorni della Rivoluzione francese, quando più terribile infieriva nei Poitou la persecuzione religiosa. Imperocché è da notare anzitutto che quell’allontanamento non equivaleva ad abbandono dei parrocchiani, i quali rimasero affidati alle cure di due sacerdoti zii del Fournet, fortunatamente esclusi da persecuzioni a cagione dell’età avanzata. Notiamo inoltre che la naturale prudenza consigliava un temporaneo allontanamento dalla parrocchia, quando la ostinata permanenza del parroco avrebbe provocato un inutile, e certamente dannoso, rincrudimento di sevizie contro i parrocchiani. E poi perché non volgiamo l’animo a considerare che l’esilio in Ispagna porse al Fournet nuova occasione di mostrarsi ornato delle virtù, che devono rifulgere in un parroco? Si rammenti anzitutto che egli fu costretto ad allontanarsi dalla parrocchia, perché non volle con illecito giuramento offuscare il candore della sua fede, e scemare, fosse pur solo in apparenza, la pienezza della sua adesione ai decreti della Sede Apostolica. Una tale fermezza era lezione eloquente, che insegnava ai suoi parrocchiani il dovere di non transigere mai coll’errore; e chi non darà plauso all’integerrimo maestro della dottrina cattolica? È noto del pari che il parroco di Maillé non sorrideva all’idea di dover intraprendere la via dell’esilio; oh! quanti mezzi tentò, a quanti stratagemmi fece ricorso, per rimanere nell’ambito della parrocchia, noto solo ai suoi fidi e ignorato dai non benevoli ministri della umana giustizia! Poteva egli però compromettere la vita dei figli, avidi di dargli segreto ricetto? Non glielo consentiva l’amore di padre. E pertanto, quando finalmente prese la via dell’esilio, si appalesò ornato della virtù della prudenza: lungi dal poter essere tacciato di incostanza nell’amore dei suoi parrocchiani, si mostrò una volta di più sollecito del loro bene.

I cinque anni di esilio non ne mutarono davvero l’animo. Ce lo assicura la prontezza con cui prese la via del ritorno, appena sperò fosse allontanata ogni bufera dalla sua cara parrocchia. Purtroppo quella speranza era infondata perché, durante il suo viaggio di ritorno, scoppiarono nuovi torbidi, che non gli permisero di riprendere subito il pubblico governo della parrocchia. Peccò forse di eccessivo zelo; ma questo eccesso di premura a ritornare in mezzo al suo gregge non mostrava sempre vivo l’ardore della sua sollecitudine pastorale? Niuna meraviglia perciò che egli abbia presto mutato in chiesa il granaio di Marsillys, e che in questo granaio abbia emulato i Papi delle catacombe. Gli antichi cristiani accorrevano alle catacombe per stringersi intorno ai padri della loro fede e per essere guidati da essi ai pascoli della eterna vita. Non altrimenti i parrocchiani di Maillé accorrevano al granaio di Marsillys per acclamarvi il loro buon padre, e Andrea Fournet li accoglieva, li ammaestrava, li confortava coi santi sacramenti… oh! la costante sollecitudine del padre pel bene dei figli!

In quella guisa però che i Papi, usciti dalle catacombe, fecero sperimentare ai novelli cristiani più numerosi e più sensibili gli effetti della loro apostolica sollecitudine, anche il Fournet, restituito al libero esercizio del suo ministero parrocchiale, sembrò moltiplicare le sue cure paterne verso i parrocchiani di Maillé.

La Francia era appena uscita da un grande cataclisma, che tante rovine aveva accumulato nell’ordine religioso e morale. Si trattava dunque di concorrere alla restaurazione sociale, vagheggiata da tutti gli amanti dell’ordine. Il Venerabile Fournet pensava, non a torto, che il principale elemento di questa sociale restaurazione avrebbe dovuto essere una maggior diffusione dell’istruzione religiosa. E poiché, nei giorni del suo nascondimento a Marsillys, avea conosciuto Elisabetta Bichier des Agês, che gli era sembrata atta a dirigere un sodalizio pari a quello da lui ideato per preparare il miglioramento della cristiana società, a questa donzella di così liete speranze affidò l’incarico di trovare compagne, capaci di divenir maestre del figli del popolo. Con quell’incarico il Fournet appariva, quale fu veramente, fondatore delle Figlie della Croce. Sembra quindi naturale il far risalire a lui gran parte del merito conseguito dalle religiose dell’Istituto da lui fondato; tanto più che questo fu sempre la pupilla dei suoi occhi, e, per curarne e dirigerne da vicino lo sviluppo, giunse a dimettere l’ufficio parrocchiale, due lustri prima della sua morte. Ma non sappiamo omettere di far rilevare che, nel pensiero del Fournet, l’Istituto delle Figlie della Croce doveva essere la prolungazione dell’ufficio parrocchiale: era il padre che, prevedendo di doversi allontanare dalla famiglia, non voleva lasciarla priva di quel conforto, che fino allora aveva avuto dalla sollecitudine di lui. E non diremo che, anche per mezzo dell’Istituto religioso da lui fondato, il Venerabile Fournet dimostrava di saper compiere verso i suoi parrocchiani i doveri di un padre verso i propri figliuoli?

Crediamo perciò abbastanza provato che l’odierno decreto sulla eroicità delle virtù del Venerabile Fournet chiama meritamente e fissa la nostra attenzione sulla importanza che ha la vita parrocchiale in ordine alla restaurazione della Società. Nessuno ormai può mettere più in dubbio che il Fournet era fornito a dovizia delle virtù che, per raggiungere un così desiderabile intento, devono ornare l’anima di ogni buon parroco.

Ma, affinché la vita parrocchiale abbia quella efficacia sociale di cui l’abbiamo detta capace, è necessario che la tengano nel dovuto conto anche coloro i quali, per ordinamento ecclesiastico, sono chiamati ad usufruire del ministero parrocchiale. Accenniamo, come ognuno comprende, alla parte più importante e maggiormente pratica della lezione che emana dall’odierno Nostro decreto.

Imperocché troppo scarso sarebbe il vantaggio che i fedeli potrebbero trarre dalle virtù delle quali sapessero adorno il loro parroco, se questo buon padre tenessero estraneo alla loro famiglia. Sappiamo bene che la rugiada della divina grazia, invocata dalle preghiere del buon parroco, potrebbe cadere anche sui fiori del loro giardino; ma non avrebbero essi il conforto degli opportuni consigli e del savio indirizzo, né per la vita individuale, né pel benessere della famiglia. Che dire poi della sterilità dell’azione sociale in una parrocchia, dove i parrocchiani non avvicinano il curato come i figli accostar devono il padre? Qui cade in acconcio ripetere l’affermazione che la parrocchia è una collettività o, come Noi abbiamo già detto, può e deve essere raffigurata in una famiglia. Non basta dunque che i fedeli si presentino individualmente al proprio parroco; è d’uopo che a lui si stringano come « plebs adunata pastori »; solamente ove ciò accada, sarà lecito sperare quell’unione delle forze, che può far prosperare gl’interessi della parrocchia. I parrocchiani di Maillé, così prima come dopo l’esilio del Fournet, si stringevano intorno al loro « buon padre », non tanto individualmente quanto come rappresentanti della intiera parrocchia: ed è a questa unione di forze che si deve attribuire la loro fedeltà verso l’esule pastore, il loro entusiasmo pel ritorno di lui, e soprattutto la loro obbedienza ai suoi cenni. Oh! con quanta ragione si può dunque dire che l’odierno decreto esalta la vita parrocchiale, non solo perché ci addita un parroco modello, ma anche perché significa in qual conto i fedeli devono tenere il ministero parrocchiale.

In questo momento a Noi torna gradito il ricordo di una bella iniziativa, che si è presa recentemente qui in Roma per promuovere con opportuni congressi lo sviluppo « delle opere parrocchiali ». Auguriamo che tale iniziativa si estenda ognora più, e favorisca sempre meglio quella diffusione dei Comitati parrocchiali, a cui deve precipuamente intendere la benemerita «Unione popolare », che è l’anima della vera azione cattolica. Laonde riconosciamo una volta di più che la odierna dichiarazione delle virtù eroiche del Venerabile Andrea Uberto Fournet è stata ordinata provvidenzialmente a crescere il numero così dei buoni parroci come dei buoni parrocchiani.

Ma anche il seme caduto in buon terreno non è fecondo di frutti se non lo illumini e non lo riscaldi il raggio del sole. Noi auguriamo perciò che il sole della divina grazia fecondi l’insegnamento, che si deduce dal decreto che proclama l’eroicità delle virtù del Venerabile Fournet.

Oh! la benedizione di Dio scenda copiosa sulla Francia, su questa illustre Nazione che sembra aspirare ad un nuovo titolo, al titolo di « madre dei santi ». La celeste benedizione si estenda poi sulla diocesi di Poitiers, che al Venerabile Fournet ha dato i natali; e al solerte Vescovo, a cui l’infermità ha impedito di assistere alla odierna cerimonia, restituisca perfetta sanità; al clero ed al popolo conceda di saper imitare le virtù eroiche dell’antico parroco di Maillé. Ma una benedizione anche più speciale Noi auguriamo all’Istituto delle Figlle della Croce, affinché nessun ostacolo si opponga più, specialmente in Francia, all’esercizio completo di quelle opere che formano l’eredità del loro Fondatore. Auguriamo finalmente che il nobile esempio di virtù, oggi additato dalla Chiesa, susciti molti imitatori, accresca il numero dei buoni parroci, e persuada i singoli fedeli che ad ottener grazie e benedizioni per gli individui e per le famiglie, è d’uopo riconoscere praticamente che la vita parrocchiale può essere elemento precipuo della sospirata restaurazione sociale.

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