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SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE
OMELIA DEL SANTO PADRE
BENEDETTO XVI
Basilica di San Giovanni in Laterano
Giovedì Santo, 9 aprile 2009
Cari fratelli e sorelle!
Qui, pridie quam pro nostra omniumque salute pateretur, hoc est hodie, accepit
panem: così diremo oggi nel Canone della Santa Messa. “Hoc est hodie” – la
Liturgia del Giovedì Santo inserisce nel testo della preghiera la parola “oggi”,
sottolineando con ciò la dignità particolare di questa giornata. È stato “oggi”
che Egli l’ha fatto: per sempre ha donato se stesso a noi nel Sacramento del suo
Corpo e del suo Sangue. Questo “oggi” è anzitutto il memoriale della Pasqua di
allora. Tuttavia è di più. Con il Canone entriamo in questo “oggi”. Il nostro
oggi viene a contatto con il suo oggi. Egli fa questo adesso. Con la parola
“oggi”, la Liturgia della Chiesa vuole indurci a porre grande attenzione
interiore al mistero di questa giornata, alle parole in cui esso si esprime.
Cerchiamo dunque di ascoltare in modo nuovo il racconto dell’istituzione così
come la Chiesa, in base alla Scrittura e contemplando il Signore stesso, lo ha
formulato.
Come prima cosa ci colpirà che il racconto dell’istituzione non è una frase
autonoma, ma comincia con un pronome relativo: qui pridie. Questo “qui”
aggancia l’intero racconto alla precedente parola della preghiera, “… diventi
per noi il corpo e il sangue del tuo amatissimo Figlio, il Signore nostro Gesù
Cristo”. In questo modo, il racconto è connesso con la preghiera precedente, con
l’intero Canone, e reso esso stesso preghiera. Non è affatto semplicemente un
racconto qui inserito, e non si tratta neppure di parole autoritative a sé
stanti, che magari interromperebbero la preghiera. È preghiera. E soltanto nella
preghiera si realizza l’atto sacerdotale della consacrazione che diventa
trasformazione, transustanziazione dei nostri doni di pane e vino in Corpo e
Sangue di Cristo. Pregando in questo momento centrale, la Chiesa è in totale
accordo con l’avvenimento nel Cenacolo, poiché l’agire di Gesù viene descritto
con le parole: “gratias agens benedixit – rese grazie con la preghiera di
benedizione”. Con questa espressione, la Liturgia romana ha diviso in due parole
ciò, che nell’ebraico berakha è una parola sola, nel greco invece appare
nei due termini eucharistía ed eulogía. Il Signore ringrazia.
Ringraziando riconosciamo che una certa cosa è dono che proviene da un altro. Il
Signore ringrazia e con ciò restituisce a Dio il pane, “frutto della terra e del
lavoro dell’uomo”, per riceverlo nuovamente da Lui. Ringraziare diventa
benedire. Ciò che è stato dato nelle mani di Dio, ritorna da Lui benedetto e
trasformato. La Liturgia romana ha ragione, quindi, nell’interpretare il nostro
pregare in questo momento sacro mediante le parole: “offriamo”, “supplichiamo”,
“chiediamo di accettare”, “di benedire queste offerte”. Tutto questo si nasconde
nella parola “eucharistia”
C’è un’altra particolarità nel racconto dell’istituzione riportato nel Canone
Romano, che vogliamo meditare in quest’ora. La Chiesa orante guarda alle mani e
agli occhi del Signore. Vuole quasi osservarlo, vuole percepire il gesto del suo
pregare e del suo agire in quell’ora singolare, incontrare la figura di Gesù,
per così dire, anche attraverso i sensi. “Egli prese il pane nelle sue mani
sante e venerabili…”. Guardiamo a quelle mani con cui Egli ha guarito gli
uomini; alle mani con cui ha benedetto i bambini; alle mani, che ha imposto agli
uomini; alle mani, che sono state inchiodate alla Croce e che per sempre
porteranno le stimmate come segni del suo amore pronto a morire. Ora siamo
incaricati noi di fare ciò che Egli ha fatto: prendere nelle mani il pane perché
mediante la preghiera eucaristica sia trasformato. Nell’Ordinazione sacerdotale,
le nostre mani sono state unte, affinché diventino mani di benedizione.
Preghiamo in quest’ora il Signore che le nostre mani servano sempre di più a
portare la salvezza, a portare la benedizione, a rendere presente la sua bontà!
Dall’introduzione alla Preghiera sacerdotale di Gesù (cfr Gv 17, 1), il
Canone prende poi le parole: “Alzando gli occhi al cielo a te, Dio Padre suo
onnipotente…” Il Signore ci insegna ad alzare gli occhi e soprattutto il cuore.
A sollevare lo sguardo, distogliendolo dalle cose del mondo, ad orientarci nella
preghiera verso Dio e così a risollevarci. In un inno della preghiera delle ore
chiediamo al Signore di custodire i nostri occhi, affinché non accolgano e non
lascino entrare in noi le “vanitates” – le vanità, le nullità, ciò che è
solo apparenza. Preghiamo che attraverso gli occhi non entri in noi il male,
falsificando e sporcando così il nostro essere. Ma vogliamo pregare soprattutto
per avere occhi che vedano tutto ciò che è vero, luminoso e buono; affinché
diventiamo capaci di vedere la presenza di Dio nel mondo. Preghiamo, affinché
guardiamo il mondo con occhi di amore, con gli occhi di Gesù, riconoscendo così
i fratelli e le sorelle, che hanno bisogno di noi, che sono in attesa della
nostra parola e della nostra azione.
Benedicendo, il Signore spezza poi il pane e lo distribuisce ai discepoli. Lo
spezzare il pane è il gesto del padre di famiglia che si preoccupa dei suoi e dà
loro ciò di cui hanno bisogno per la vita. Ma è anche il gesto dell’ospitalità
con cui lo straniero, l’ospite viene accolto nella famiglia e gli viene concessa
una partecipazione alla sua vita. Dividere – con-dividere è unire. Mediante il
condividere si crea comunione. Nel pane spezzato, il Signore distribuisce se
stesso. Il gesto dello spezzare allude misteriosamente anche alla sua morte,
all’amore sino alla morte. Egli distribuisce se stesso, il vero “pane per la
vita del mondo” (cfr Gv 6, 51). Il nutrimento di cui l’uomo nel più
profondo ha bisogno è la comunione con Dio stesso. Ringraziando e benedicendo,
Gesù trasforma il pane, non dà più pane terreno, ma la comunione con se stesso.
Questa trasformazione, però, vuol essere l’inizio della trasformazione del
mondo. Affinché diventi un mondo di risurrezione, un mondo di Dio. Sì, si tratta
di trasformazione. Dell’uomo nuovo e del mondo nuovo che prendono inizio nel
pane consacrato, trasformato, transustanziato.
Abbiamo detto che lo spezzare il pane è un gesto di comunione, dell’unire
attraverso il condividere. Così, nel gesto stesso è già accennata l’intima
natura dell’Eucaristia: essa è agape, è amore reso corporeo. Nella parola
“agape” i significati di Eucaristia e amore si compènetrano. Nel gesto di
Gesù che spezza il pane, l’amore che si partecipa ha raggiunto la sua radicalità
estrema: Gesù si lascia spezzare come pane vivo. Nel pane distribuito
riconosciamo il mistero del chicco di grano, che muore e così porta frutto.
Riconosciamo la nuova moltiplicazione dei pani, che deriva dal morire del chicco
di grano e proseguirà sino alla fine del mondo. Allo stesso tempo vediamo che
l’Eucaristia non può mai essere solo un’azione liturgica. È completa solo, se l’agape
liturgica diventa amore nel quotidiano. Nel culto cristiano le due cose
diventano una – l’essere gratificati dal Signore nell’atto cultuale e il culto
dell’amore nei confronti del prossimo. Chiediamo in quest’ora al Signore la
grazia di imparare a vivere sempre meglio il mistero dell’Eucaristia così che in
questo modo prenda inizio la trasformazione del mondo.
Dopo il pane, Gesù prende il calice del vino. Il Canone romano qualifica il
calice, che il Signore dà ai discepoli, come “praeclarus calix” (come
calice glorioso), alludendo con ciò al Salmo 23 [22], quel Salmo
che parla di Dio come del Pastore potente e buono. Lì si legge: “Davanti a me tu
prepari una mensa, sotto gli occhi dei miei nemici … Il mio calice trabocca” – è
calix praeclarus. Il Canone romano interpreta questa parola del Salmo
come una profezia, che si adempie nell’Eucaristia: Sì, il Signore ci prepara la
mensa in mezzo alle minacce di questo mondo, e ci dona il calice glorioso – il
calice della grande gioia, della vera festa, alla quale tutti aneliamo – il
calice colmo del vino del suo amore. Il calice significa le nozze: adesso è
arrivata l’“ora”, alla quale le nozze di Cana avevano alluso in modo misterioso.
Sì, l’Eucaristia è più di un convito, è una festa di nozze. E queste nozze si
fondono nell’autodonazione di Dio sino alla morte. Nelle parole dell’Ultima Cena
di Gesù e nel Canone della Chiesa, il mistero solenne delle nozze si cela sotto
l’espressione “novum Testamentum”. Questo calice è il nuovo Testamento –
“la nuova Alleanza nel mio sangue”, come Paolo riferisce la parola di Gesù sul
calice nella seconda lettura di oggi (1 Kor 11, 25). Il Canone romano
aggiunge: “per la nuova ed eterna alleanza”, per esprime l’indissolubilità del
legame nuziale di Dio con l’umanità. Il motivo per cui le antiche traduzioni
della Bibbia non parlano di Alleanza, ma di Testamento, sta nel fatto che non
sono due contraenti alla pari che qui si incontrano, ma entra in azione
l’infinita distanza tra Dio e l’uomo. Ciò che noi chiamiamo nuova ed antica
Alleanza non è un atto di intesa tra due parti uguali, ma mero dono di Dio che
ci lascia in eredità il suo amore – se stesso. E certo, mediante questo dono del
suo amore Egli, superando ogni distanza, ci rende poi veramente “partner” e si
realizza il mistero nuziale dell’amore.
Per poter comprendere che cosa in profondità lì avviene, dobbiamo ascoltare
ancora più attentamente le parole della Bibbia e il loro significato originario.
Gli studiosi ci dicono che, nei tempi remoti di cui parlano le storie dei Padri
di Israele, “ratificare un’alleanza” significa “entrare con altri in un legame
basato sul sangue, ovvero accogliere l’altro nella propria federazione ed
entrare così un una comunione di diritti l’uno con l’altro”. In questo modo si
crea una consanguineità reale benché non materiale. I partner diventano in
qualche modo “fratelli dalla stessa carne e dalle stesse ossa”. L’alleanza opera
un’insieme che significa pace (cfr ThWNT II 105 – 137). Possiamo adesso farci
almeno un’idea di ciò che avvenne nell’ora dell’Ultima Cena e che, da allora, si
rinnova ogni volta che celebriamo l’Eucaristia? Dio, il Dio vivente stabilisce
con noi una comunione di pace, anzi, Egli crea una “consanguineità” tra sé e
noi. Mediante l’incarnazione di Gesù, mediante il suo sangue versato siamo stati
tirati dentro una consanguineità molto reale con Gesù e quindi con Dio stesso.
Il sangue di Gesù è il suo amore, nel quale la vita divina e quella umana sono
divenute una cosa sola. Preghiamo il Signore, affinché comprendiamo sempre di
più la grandezza di questo mistero! Affinché esso sviluppi la sua forza
trasformatrice nel nostro intimo, in modo che diventiamo veramente consanguinei
di Gesù, pervasi dalla sua pace e così anche in comunione gli uni con gli altri.
Ora, però, emerge ancora un’altra domanda. Nel Cenacolo, Cristo dona ai
discepoli il suo Corpo e il suo Sangue, cioè se stesso nella totalità della sua
persona. Ma può farlo? È ancora fisicamente presente in mezzo a loro, sta di
fronte a loro! La risposta è: in quell’ora Gesù realizza ciò che aveva
annunciato precedentemente nel discorso sul Buon Pastore: “Nessuno mi toglie la
mia vita: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di
riprenderla di nuovo…” (Gv 10, 18). Nessuno può toglierGli la vita: Egli
la dà per libera decisione. In quell’ora anticipa la crocifissione e la
risurrezione. Ciò che là si realizzerà, per così dire, fisicamente in Lui, Egli
lo compie già in anticipo nella libertà del suo amore. Egli dona la sua vita e
la riprende nella risurrezione per poterla condividere per sempre.
Signore, oggi Tu ci doni la tua vita, ci doni te stesso. Pènetraci con il tuo
amore. Facci vivere nel tuo “oggi”. Rendici strumenti della tua pace! Amen.
© Copyright 2009 - Libreria
Editrice Vaticana
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