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CAPPELLA PAPALE
SANTA MESSA E IMPOSIZIONE DEL PALLIO OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Basilica Vaticana Signori Cardinali, Siamo riuniti attorno all’altare per celebrare solennemente i santi Apostoli Pietro e Paolo, principali Patroni della Chiesa di Roma. Sono presenti, ed hanno appena ricevuto il Pallio, gli Arcivescovi Metropoliti nominati durante l’ultimo anno, ai quali va il mio speciale e affettuoso saluto. E’ presente anche, inviata da Sua Santità Bartolomeo I, una eminente Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, che accolgo con fraterna e cordiale riconoscenza. In spirito ecumenico sono lieto di salutare e ringraziare “The Choir of Westminster Abbey”, che anima la Liturgia assieme alla Cappella Sistina. Saluto anche i Signori Ambasciatori e le Autorità civili: tutti ringrazio per la presenza e per la preghiera.
Davanti alla Basilica di San Pietro, come tutti sanno bene, sono collocate due
imponenti statue degli Apostoli Pietro e Paolo, facilmente riconoscibili dalle
loro prerogative: le chiavi nella mano di Pietro e la spada tra le mani di
Paolo. Anche sul portale maggiore della Basilica di San Paolo fuori le mura sono
raffigurate insieme scene della vita e del martirio di queste due colonne della
Chiesa. La tradizione cristiana da sempre considera san Pietro e san Paolo
inseparabili: in effetti, insieme, essi rappresentano tutto il Vangelo di
Cristo. A Roma, poi, il loro legame come fratelli nella fede ha acquistato un
significato particolare. Infatti, la comunità cristiana di questa Città li
considerò come una specie di contraltare dei mitici Romolo e Remo, la coppia di
fratelli a cui si faceva risalire la fondazione di Roma. Si potrebbe pensare
anche a un altro parallelismo oppositivo, sempre sul tema della fratellanza:
mentre, cioè, la prima coppia biblica di fratelli ci mostra l’effetto del
peccato, per cui Caino uccide Abele, Pietro e Paolo, benché assai differenti
umanamente l’uno dall’altro e malgrado nel loro rapporto non siano mancati
conflitti, hanno realizzato un modo nuovo di essere fratelli, vissuto secondo il
Vangelo, un modo autentico reso possibile proprio dalla grazia del Vangelo di
Cristo operante in loro. Solo la sequela di Gesù conduce alla nuova fraternità:
ecco il primo fondamentale messaggio che la solennità odierna consegna a
ciascuno di noi, e la cui importanza si riflette anche sulla ricerca di quella
piena comunione, cui anelano il Patriarca Ecumenico e il Vescovo di Roma, come
pure tutti i cristiani. E nel Vangelo di oggi emerge con forza la chiara promessa di Gesù: «le porte degli inferi», cioè le forze del male, non potranno avere il sopravvento, «non praevalebunt». Viene alla mente il racconto della vocazione del profeta Geremia, al quale il Signore, affidando la missione, disse: «Ecco, oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno - non praevalebunt -, perché io sono con te per salvarti» (Ger 1,18-19). In realtà, la promessa che Gesù fa a Pietro è ancora più grande di quelle fatte agli antichi profeti: questi, infatti, erano minacciati solo dai nemici umani, mentre Pietro dovrà essere difeso dalle «porte degli inferi», dal potere distruttivo del male. Geremia riceve una promessa che riguarda lui come persona e il suo ministero profetico; Pietro viene rassicurato riguardo al futuro della Chiesa, della nuova comunità fondata da Gesù Cristo e che si estende a tutti i tempi, al di là dell’esistenza personale di Pietro stesso. Passiamo ora al simbolo delle chiavi, che abbiamo ascoltato nel Vangelo. Esso rimanda all’oracolo del profeta Isaia sul funzionario Eliakìm, del quale è detto: «Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire» (Is 22,22). La chiave rappresenta l’autorità sulla casa di Davide. E nel Vangelo c’è un’altra parola di Gesù rivolta agli scribi e ai farisei, ai quali il Signore rimprovera di chiudere il regno dei cieli davanti agli uomini (cfr Mt 23,13). Anche questo detto ci aiuta a comprendere la promessa fatta a Pietro: a lui, in quanto fedele amministratore del messaggio di Cristo, spetta di aprire la porta del Regno dei Cieli, e di giudicare se accogliere o respingere (cfr Ap 3,7). Le due immagini – quella delle chiavi e quella del legare e sciogliere – esprimono pertanto significati simili e si rafforzano a vicenda. L’espressione «legare e sciogliere» fa parte del linguaggio rabbinico e allude da un lato alle decisioni dottrinali, dall’altro al potere disciplinare, cioè alla facoltà di infliggere e di togliere la scomunica. Il parallelismo «sulla terra … nei cieli» garantisce che le decisioni di Pietro nell’esercizio di questa sua funzione ecclesiale hanno valore anche davanti a Dio. Nel capitolo 18 del Vangelo secondo Matteo, dedicato alla vita della comunità ecclesiale, troviamo un altro detto di Gesù rivolto ai discepoli: «In verità vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo» (Mt 18,18). E san Giovanni, nel racconto dell’apparizione di Cristo risorto in mezzo agli Apostoli alla sera di Pasqua, riporta questa parola del Signore: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,22-23). Alla luce di questi parallelismi, appare chiaramente che l’autorità di sciogliere e di legare consiste nel potere di rimettere i peccati. E questa grazia, che toglie energia alle forze del caos e del male, è nel cuore del mistero e del ministero della Chiesa. La Chiesa non è una comunità di perfetti, ma di peccatori che si debbono riconoscere bisognosi dell’amore di Dio, bisognosi di essere purificati attraverso la Croce di Gesù Cristo. I detti di Gesù sull’autorità di Pietro e degli Apostoli lasciano trasparire proprio che il potere di Dio è l’amore, l’amore che irradia la sua luce dal Calvario. Così possiamo anche comprendere perché, nel racconto evangelico, alla confessione di fede di Pietro fa seguito immediatamente il primo annuncio della passione: in effetti, Gesù con la sua morte ha vinto le potenze degli inferi, nel suo sangue ha riversato sul mondo un fiume immenso di misericordia, che irriga con le sue acque risanatrici l’umanità intera.
Cari fratelli, come ricordavo all’inizio, la tradizione iconografica raffigura
san Paolo con la spada, e noi sappiamo che questa rappresenta lo strumento con
cui egli fu ucciso. Leggendo, però, gli scritti dell’Apostolo delle genti,
scopriamo che l’immagine della spada si riferisce a tutta la sua missione di
evangelizzatore. Egli, ad esempio, sentendo avvicinarsi la morte, scrive a
Timoteo: «Ho combattuto la buona battaglia» (2 Tm 4,7). Non certo la battaglia
di un condottiero, ma quella di un annunciatore della Parola di Dio, fedele a
Cristo e alla sua Chiesa, a cui ha dato tutto se stesso. E proprio per questo il
Signore gli ha donato la corona di gloria e lo ha posto, insieme con Pietro,
quale colonna nell’edificio spirituale della Chiesa.
Cari Metropoliti: il Pallio che vi ho conferito vi ricorderà sempre che siete
stati costituiti nel e per il grande mistero di comunione che è la Chiesa,
edificio spirituale costruito su Cristo pietra angolare e, nella sua dimensione
terrena e storica, sulla roccia di Pietro. Animati da questa certezza,
sentiamoci tutti insieme cooperatori della verità, la quale – sappiamo – è una e
«sinfonica», e richiede da ciascuno di noi e dalle nostre comunità l’impegno
costante della conversione all’unico Signore nella grazia dell’unico Spirito. Ci
guidi e ci accompagni sempre nel cammino della fede e della carità la Santa
Madre di Dio. Regina degli Apostoli, prega per noi!
© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana
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