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INCONTRO DEL SANTO PADRE CON I GIOVANI DELLA DIOCESI
DI ROMA IN PREPARAZIONE ALLA XXI GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
COLLOQUIO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
CON I GIOVANI
Piazza San Pietro Giovedì, 6 aprile 2006
1) Santità, sono Simone, della Parrocchia di San Bartolomeo, ho 21 anni e
studio ingegneria chimica all'Università «La Sapienza» di Roma.
Innanzitutto ancora grazie per averci indirizzato il Messaggio per la
XXI Giornata Mondiale della Gioventù sul tema della Parola di Dio che illumina i
passi della vita dell'uomo. Davanti alle ansie, alle incertezze per il futuro, e
anche quando mi trovo semplicemente alle prese con la routine del quotidiano,
anch'io sento il bisogno di nutrirmi della Parola di Dio e di conoscere meglio
Cristo, così da trovare risposte alle mie domande. Mi chiedo spesso cosa farebbe
Gesù se fosse al posto mio in una determinata situazione, ma non sempre riesco a
capire ciò che la Bibbia mi dice. Inoltre so che i libri della Bibbia sono stati
scritti da uomini diversi, in epoche diverse e tutte molto lontane da me. Come
posso riconoscere che quanto leggo è comunque Parola di Dio che interpella la
mia vita? Grazie.
Rispondo sottolineando intanto un primo punto: si deve innanzitutto dire che
occorre leggere la Sacra Scrittura non come un qualunque libro storico, come
leggiamo, ad esempio, Omero, Ovidio, Orazio; occorre leggerla realmente come
Parola di Dio, ponendosi cioè in colloquio con Dio. Si deve inizialmente
pregare, parlare con il Signore: “Aprimi la porta”. E’ quanto dice spesso
sant’Agostino nelle sue omelie: “Ho bussato alla porta della Parola per trovare
finalmente quanto il Signore mi vuol dire”. Questo mi sembra un punto molto
importante. Non in un clima accademico si legge la Scrittura, ma pregando e
dicendo al Signore: “Aiutami a capire la tua Parola, quanto in questa pagina ora
tu vuoi dire a me”.
Un secondo punto è: la Sacra Scrittura introduce alla comunione con la famiglia
di Dio. Quindi non si può leggere da soli la Sacra Scrittura. Certo, è sempre
importante leggere la Bibbia in modo molto personale, in un colloquio personale
con Dio, ma nello stesso tempo è importante leggerla in una compagnia di persone
con cui si cammina. Lasciarsi aiutare dai grandi maestri della “Lectio divina”.
Abbiamo, per esempio, tanti bei libri del Cardinale Martini, un vero maestro
della “Lectio divina”, che aiuta ad entrare nel vivo della Sacra
Scrittura. Lui che conosce bene tutte le circostanze storiche, tutti gli
elementi caratteristici del passato, cerca però sempre di aprire anche la porta
per far vedere che parole apparentemente del passato sono anche parole del
presente. Questi maestri ci aiutano a capire meglio ed anche ad imparare il modo
in cui leggere bene la Sacra Scrittura. Generalmente, poi, è opportuno leggerla
anche in compagnia con gli amici che sono in cammino con me e cercano, insieme
con me, come vivere con Cristo, quale vita ci viene dalla Parola di Dio.
Un terzo punto: se è importante leggere la Sacra Scrittura aiutati dai maestri,
accompagnati dagli amici, i compagni di strada, è importante in particolare
leggerla nella grande compagnia del Popolo di Dio pellegrinante, cioè nella
Chiesa. La Sacra Scrittura ha due soggetti. Anzitutto il soggetto divino: è Dio
che parla. Ma Dio ha voluto coinvolgere l’uomo nella sua Parola. Mentre i
musulmani sono convinti che il Corano sia ispirato verbalmente da Dio, noi
crediamo che per la Sacra Scrittura è caratteristica - come dicono i teologi –
la “sinergia”, la collaborazione di Dio con l’uomo. Egli coinvolge il suo Popolo
con la sua parola e così il secondo soggetto – il primo soggetto, come ho detto,
è Dio – è umano. Vi sono singoli scrittori, ma c’è la continuità di un soggetto
permanente - il Popolo di Dio che cammina con la Parola di Dio ed è in colloquio
con Dio. Ascoltando Dio, si impara ad ascoltare la Parola di Dio e poi anche ad
interpretarla. E così la Parola di Dio diventa presente, perché le singole
persone muoiono, ma il soggetto vitale, il Popolo di Dio, è sempre vivo, ed è
identico nel corso dei millenni: è sempre lo stesso soggetto vivente, nel quale
vive la Parola.
Così si spiegano anche molte strutture della Sacra Scrittura, soprattutto la
cosiddetta “rilettura”. Un testo antico viene riletto in un altro libro, diciamo
cento anni dopo, e allora viene capito in profondità quanto non era ancora
percepibile in quel precedente momento, anche se era già contenuto testo
precedente. E viene riletto ancora nuovamente tempo dopo, e di nuovo si
capiscono altri aspetti, altre dimensioni della Parola, e così in questa
permanente rilettura e riscrittura nel contesto di una continuità profonda,
mentre si succedevano i tempi dell’attesa, è cresciuta la Sacra Scrittura.
Infine, con la venuta di Cristo e con l’esperienza degli Apostoli la Parola si è
resa definitiva, così che non vi possono più essere riscritture, ma continuano
ad essere necessari nuovi approfondimenti della nostra comprensione. Il Signore
ha detto: “Lo Spirito Santo vi introdurrà in una profondità che adesso non
potete portare”.
Quindi la comunione della Chiesa è il soggetto vivente della Scrittura. Ma anche
adesso il soggetto principale è lo stesso Signore, il quale continua a parlare
nella Scrittura che è nelle nostre mani. Penso che dobbiamo imparare questi tre
elementi: leggere in colloquio personale con il Signore; leggere accompagnati da
maestri che hanno l’esperienza della fede, che sono entrati nella Sacra
Scrittura; leggere nella grande compagnia della Chiesa, nella cui Liturgia
questi avvenimenti diventano sempre di nuovo presenti, nella quale il Signore
parla adesso con noi, così che man mano entriamo sempre più nella Sacra
Scrittura, nella quale Dio parla realmente con noi, oggi.
2) Santo Padre, sono Anna, ho 19 anni, studio Lettere e appartengo alla
Parrocchia di Santa Maria del Carmelo.
Uno dei problemi con i quali abbiamo maggiormente a che fare è quello
affettivo. Spesso facciamo fatica ad amare. Fatica, sì: perché è facile
confondere l'amore con l'egoismo, soprattutto oggi, dove gran parte dei media
quasi ci impongono una visione della sessualità individualista, secolarizzata,
dove tutto sembra lecito, e tutto è concesso in nome della libertà e della
coscienza dei singoli. La famiglia fondata sul matrimonio sembra ormai poco più
di un'invenzione della Chiesa, per non parlare, poi, dei rapporti
prematrimoniali, il cui divieto appare, perfino a molti di noi credenti, cosa
incomprensibile o fuori dal tempo... Ben sapendo che tanti di noi cercano di
vivere responsabilmente la loro vita affettiva, vuole illustrarci cosa ha da
dirci in proposito la Parola di Dio? Grazie.
Si tratta di una grande questione e rispondere in pochi minuti certamente non
è possibile, ma cerco di dire qualcosa. La stessa Anna ha già dato delle
risposte in quanto ha detto che l’amore oggi è spesso male interpretato, in
quanto è presentato come un’esperienza egoistica, mentre in realtà è un
abbandono di sé e così diventa un trovarsi. Lei ha anche detto che una cultura
consumistica falsifica la nostra vita con un relativismo che sembra concederci
tutto e in realtà ci svuota. Ma allora ascoltiamo la Parola di Dio a questo
riguardo. Anna voleva giustamente sapere che cosa dice la Parola di Dio. Per me
è una cosa molto bella costatare che già nelle prime pagine della Sacra
Scrittura, subito dopo il racconto della Creazione dell’uomo, troviamo la
definizione dell’amore e del matrimonio. L’autore sacro ci dice: “L’uomo
abbandonerà padre e madre, seguirà la sua donna e ambedue saranno una carne
sola, un’unica esistenza”. Siamo all’inizio e già ci è data una profezia di che
cos’è il matrimonio; e questa definizione anche nel Nuovo Testamento rimane
identica. Il matrimonio è questo seguire l’altro nell’amore e così divenire
un’unica esistenza, una sola carne, e perciò inseparabili; una nuova esistenza
che nasce da questa comunione d’amore, che unisce e così anche crea futuro. I
teologi medievali, interpretando questa affermazione che si trova all’inizio
della Sacra Scrittura, hanno detto che tra i sette Sacramenti, il matrimonio è
il primo istituito da Dio, essendo stato istituito già al momento della
creazione, nel Paradiso, all’inizio della storia, e prima di ogni storia umana.
E’ un sacramento del Creatore dell’universo, iscritto quindi proprio nell’essere
umano stesso, che è orientato verso questo cammino, nel quale l’uomo abbandona i
genitori e si unisce alla sua donna per formare una sola carne, perché i due
diventino un’unica esistenza. Quindi il sacramento del matrimonio non è
invenzione della Chiesa, è realmente “con-creato” con l’uomo come tale, come
frutto del dinamismo dell’amore, nel quale l’uomo e la donna si trovano a
vicenda e così trovano anche il Creatore che li ha chiamati all’amore. E’ vero
che l’uomo è caduto ed è stato espulso dal Paradiso, o con altre parole, parole
più moderne, è vero che tutte le culture sono inquinate dal peccato, dagli
errori dell’uomo nella sua storia e così il disegno iniziale iscritto nella
nostra natura risulta oscurato. Di fatto, nelle culture umane troviamo questo
oscuramento del disegno originale di Dio. Nello stesso tempo, però, osservando
le culture, tutta la storia culturale dell’umanità, costatiamo anche che l’uomo
non ha mai potuto totalmente dimenticare questo disegno che esiste nella
profondità del suo essere. Ha sempre saputo in un certo senso che le altre forme
di rapporto tra l’uomo e la donna non corrispondevano realmente al disegno
originale sul suo essere. E così nelle culture, soprattutto nelle grandi
culture, vediamo sempre di nuovo come esse si orientino verso questa realtà, la
monogamia, l’essere uomo e donna una carne sola. E’ così, nella fedeltà, che
può crescere una nuova generazione, può continuarsi una tradizione culturale,
rinnovandosi e realizzando, nella continuità, un autentico progresso.
Il Signore, che ha parlato di questo nella lingua dei profeti d’Israele,
accennando alla concessione da parte di Mosè del divorzio, ha detto: Mosé ve lo
ha concesso “per la durezza del vostro cuore”. Il cuore dopo il peccato è
divenuto “duro”, ma questo non era il disegno del Creatore e i Profeti con
chiarezza crescente hanno insistito su questo disegno originario. Per rinnovare
l’uomo, il Signore - alludendo a queste voci profetiche che hanno sempre guidato
Israele verso la chiarezza della monogamia – ha riconosciuto con Ezechiele che
abbiamo bisogno, per vivere questa vocazione, di un cuore nuovo; invece del
cuore di pietra – come dice Ezechiele – abbiamo bisogno di un cuore di carne, di
un cuore veramente umano. E il Signore nel Battesimo, mediante la fede
“impianta” in noi questo cuore nuovo. Non è un trapianto fisico, ma forse
possiamo servirci proprio di questo paragone: dopo il trapianto, è necessario
che l’organismo sia curato, che abbia le medicine necessarie per poter vivere
con il nuovo cuore, così che diventi “cuore suo” e non “cuore di un altro”.
Tanto più in questo “trapianto spirituale”, dove il Signore ci impianta un cuore
nuovo, un cuore aperto al Creatore, alla vocazione di Dio, per poter vivere con
questo cuore nuovo, sono necessarie cure adeguate, bisogna ricorrere alle
medicine opportune, perché esso diventi veramente “cuore nostro”. Vivendo così
nella comunione con Cristo, con la sua Chiesa, il nuovo cuore diventa realmente
“cuore nostro” e si rende possibile il matrimonio. L’amore esclusivo tra un uomo
e una donna, la vita a due disegnata dal Creatore diventa possibile, anche se il
clima del nostro mondo la rende tanto difficile, fino a farla apparire
impossibile.
Il Signore ci dà un cuore nuovo e noi dobbiamo vivere con questo cuore nuovo,
usando le opportune terapie perché sia realmente “nostro”. E’ così che viviamo
quanto il Creatore ci ha donato e questo crea una vita veramente felice. Di
fatto, possiamo vederlo anche in questo mondo, nonostante tanti altri modelli di
vita: ci sono tante famiglie cristiane che vivono con fedeltà e con gioia la
vita e l’amore indicati dal Creatore e così cresce una nuova umanità.
E infine aggiungerei: sappiamo tutti che per arrivare ad un traguardo nello
sport e nella professione ci vogliono disciplina e rinunce, ma poi tutto questo
è coronato dal successo, dall’aver raggiunto una meta auspicabile. Così anche la
vita stessa, cioè il divenire uomini secondo il disegno di Gesù, esige rinunce;
esse però non sono una cosa negativa, al contrario aiutano a vivere da uomini
con un cuore nuovo, a vivere una vita veramente umana e felice. Poiché esiste
una cultura consumistica che vuole impedirci di vivere secondo il disegno del
Creatore, noi dobbiamo avere il coraggio di creare isole, oasi, e poi grandi
terreni di cultura cattolica, nei quali si vive il disegno del Creatore.
3) Beatissimo Padre, sono Inelida, ho 17 anni, sono Aiuto Capo Scout dei
Lupetti nella Parrocchia di San Gregorio Barbarigo e studio al Liceo Artistico
«Mario Mafai».
Nel suo Messaggio per la XXI Giornata Mondiale della Gioventù Lei ci ha
detto che «è urgente che sorga una nuova generazione di apostoli radicati nella
parola di Cristo». Sono parole così forti e impegnative che mettono quasi paura.
Certo anche noi vorremmo essere dei nuovi apostoli, ma vuole spiegarci più
dettagliatamente quali sono, secondo Lei, le maggiori sfide da affrontare nel
nostro tempo, e come sogna che siano questi nuovi apostoli? In altre parole:
cosa si aspetta da noi, Santità?
Tutti ci chiediamo che cosa si aspetta il Signore da noi. Mi sembra
che la grande sfida del nostro tempo – così mi dicono anche i Vescovi in visita
“ad limina”, quelli dell’Africa ad esempio – sia il secolarismo: cioè un
modo di vivere e di presentare il mondo come “si Deus non daretur”, cioè
come se Dio non esistesse. Si vuole ridurre Dio al privato, ad un sentimento,
come se Lui non fosse una realtà oggettiva e così ognuno si forma il suo
progetto di vita. Ma, questa visione che si presenta come se fosse scientifica,
accetta come valido solo quanto è verificabile con l’esperimento. Con un Dio che
non si presta all’esperimento immediato, questa visione finisce per lacerare
anche la società: ne consegue infatti che ognuno si forma il suo progetto e alla
fine ognuno si trova contro l’altro. Una situazione, come si vede, decisamente
invivibile. Dobbiamo rendere nuovamente presente Dio nelle nostre società. Mi
sembra questa la prima necessità: che Dio sia di nuovo presente nella nostra
vita, che non viviamo come se fossimo autonomi, autorizzati ad inventare cosa
siano la libertà e la vita. Dobbiamo prendere atto di essere creature, costatare
che c’è un Dio che ci ha creati e che stare nella sua volontà non è dipendenza
ma un dono d’amore che ci fa vivere.
Quindi, il primo punto è conoscere Dio, conoscerlo sempre di più, riconoscere
nella mia vita che Dio c’è, e che Dio c’entra. Il secondo punto - se
riconosciamo che Dio c’è, che la nostra libertà è una libertà condivisa con gli
altri e che deve esserci quindi un parametro comune per costruire una realtà
comune – il secondo punto, dicevo, presenta la questione: quale Dio? Ci sono
infatti tante immagini false di Dio, un Dio violento, ecc. La seconda questione
quindi è: riconoscere il Dio che ci ha mostrato il suo volto in Gesù, che ha
sofferto per noi, che ci ha amati fino alla morte e così ha vinto la violenza.
Occorre rendere presente, innanzitutto nella nostra “propria” vita, il Dio
vivente, il Dio che non è uno sconosciuto, un Dio inventato, un Dio solo
pensato, ma un Dio che si è mostrato, ha mostrato sé stesso e il suo volto. Solo
così, la nostra vita diventa vera, autenticamente umana e così anche i criteri
del vero umanesimo diventano presenti nella società. Anche qui vale, come avevo
detto nella prima risposta, che non possiamo essere soli nel costruire questa
vita giusta e retta, ma dobbiamo camminare in compagnia di amici giusti e retti,
di compagni con i quali possiamo fare l’esperienza che Dio esiste e che è bello
camminare con Dio. E camminare nella grande compagnia della Chiesa, che ci
presenta nei secoli la presenza del Dio che parla, che agisce, che s’accompagna
a noi. Quindi direi: trovare Dio, trovare il Dio rivelatosi in Gesù Cristo,
camminare in compagnia con la sua grande famiglia, con i nostri fratelli e
sorelle che sono la famiglia di Dio, questo mi sembra il contenuto essenziale di
questo apostolato del quale ho parlato.
4) Santità, mi chiamo Vittorio, sono della Parrocchia di San Giovanni
Bosco a Cinecittà, ho 20 anni e studio Scienze dell'Educazione all'Università di
Tor Vergata.
Sempre nel Suo Messaggio Lei ci invita a non avere paura di rispondere
con generosità al Signore, specialmente quando propone di seguirlo nella vita
consacrata o nella vita sacerdotale. Ci dice di non avere paura, di fidarci di
Lui e che non resteremo delusi. Molti tra noi, anche qui o tra chi ci segue da
casa questa sera tramite la televisione, sono convinto che stiano pensando a
seguire Gesù per una via di speciale consacrazione, ma non è sempre facile
capire se quella sarà la via giusta. Ci vuol dire come ha fatto Lei a capire
quale era la sua vocazione? Può darci dei consigli per capire meglio se il
Signore ci chiama a seguirlo nella vita consacrata o sacerdotale? La ringrazio.
Quanto a me, sono cresciuto in un mondo molto diverso da quello attuale, ma
infine le situazioni si somigliano. Da una parte, vi era ancora la situazione di
“cristianità”, in cui era normale andare in chiesa ed accettare la fede come la
rivelazione di Dio e cercare di vivere secondo la rivelazione; dall’altra parte,
vi era il regime nazista, che affermava a voce alta: “Nella nuova Germania non
ci saranno più sacerdoti, non ci sarà più vita consacrata, non abbiamo più
bisogno di questa gente; cercatevi un’altra professione”. Ma proprio sentendo
queste voci “forti”, nel confronto con la brutalità di quel sistema dal volto
disumano, ho capito che c’era invece molto bisogno di sacerdoti. Questo
contrasto, il vedere quella cultura antiumana, mi ha confermato nella
convinzione che il Signore, il Vangelo, la fede ci mostravano la strada giusta e
noi dovevamo impegnarci perché sopravvivesse questa strada. In questa
situazione, la vocazione al sacerdozio è cresciuta quasi naturalmente insieme
con me e senza grandi avvenimenti di conversione. Inoltre due cose mi hanno
aiutato in questo cammino: già da ragazzo, aiutato dai miei genitori e dal
parroco, ho scoperto la bellezza della Liturgia e l’ho sempre più amata, perché
sentivo che in essa ci appare la bellezza divina e ci si apre dinanzi il cielo;
il secondo elemento è stata la scoperta della bellezza del conoscere, il
conoscere Dio, la Sacra Scrittura, grazie alla quale è possibile introdursi in
quella grande avventura del dialogo con Dio che è la Teologia. E così è stata
una gioia entrare in questo lavoro millenario della Teologia, in questa
celebrazione della Liturgia, nella quale Dio è con noi e fa festa insieme con
noi.
Naturalmente non sono mancate le difficoltà. Mi domandavo se avevo realmente
la capacità di vivere per tutta la vita il celibato. Essendo un uomo di
formazione teorica e non pratica, sapevo anche che non basta amare la Teologia
per essere un buon sacerdote, ma vi è la necessità di essere disponibile sempre
verso i giovani, gli anziani, gli ammalati, i poveri; la necessità di essere
semplice con i semplici. La Teologia è bella, ma anche la semplicità della
parola e della vita cristiana è necessaria. E così mi domandavo: sarò in grado
di vivere tutto questo e di non essere unilaterale, solo un teologo ecc.? Ma il
Signore mi ha aiutato e, soprattutto, la compagnia degli amici, di buoni
sacerdoti e di maestri, mi ha aiutato.
Tornando alla domanda penso sia importante essere attenti ai gesti del Signore
nel nostro cammino. Egli ci parla tramite avvenimenti, tramite persone, tramite
incontri: occorre essere attenti a tutto questo. Poi, secondo punto, entrare
realmente in amicizia con Gesù, in una relazione personale con Lui e non sapere
solo da altri o dai libri chi è Gesù, ma vivere una relazione sempre più
approfondita di amicizia personale con Gesù, nella quale possiamo cominciare a
capire quanto Egli ci chiede. E poi, l’attenzione a ciò che io sono, alle mie
possibilità: da una parte coraggio e dall’altra umiltà e fiducia e apertura, con
l’aiuto anche degli amici, dell’autorità della Chiesa ed anche dei sacerdoti,
delle famiglie: cosa vuole il Signore da me? Certo, ciò rimane sempre una grande
avventura, ma la vita può riuscire solo se abbiamo il coraggio dell’avventura,
la fiducia che il Signore non mi lascerà mai solo, che il Signore mi
accompagnerà, mi aiuterà.
5) Padre Santo, sono Giovanni, ho 17 anni, studio al Liceo Scientifico
Tecnologico «Giovanni Giorgi» di Roma e appartengo alla Parrocchia di Santa
Maria Madre della Misericordia.
Le chiedo di aiutarci a comprendere meglio come la rivelazione biblica
e le teorie scientifiche possono convergere nella ricerca della verità. Spesso
si è indotti a credere che scienza e fede siano tra loro nemiche; che scienza e
tecnica siano la stessa cosa; che la logica matematica abbia scoperto tutto; che
il mondo è frutto del caso, e che se la matematica non ha scoperto il
teorema-Dio è perché Dio, semplicemente, non esiste. Insomma, soprattutto quando
studiamo, non è sempre facile ricondurre tutto ad un progetto Divino, insito
nella natura e nella storia dell'Uomo. Così, a volte, la fede vacilla o si
riduce a semplice atto sentimentale. Anch'io Santo Padre, come tutti i giovani,
ho fame di Verità: ma come posso fare per armonizzare Scienza e Fede?
Il grande Galileo ha detto che Dio ha scritto il libro della natura nella
forma del linguaggio matematico. Lui era convinto che Dio ci ha donato due
libri: quello della Sacra Scrittura e quello della natura. E il linguaggio della
natura – questa era la sua convinzione – è la matematica, quindi essa è un
linguaggio di Dio, del Creatore. Riflettiamo ora su cos’è la matematica: di per
sé è un sistema astratto, un’invenzione dello spirito umano, che come tale nella
sua purezza non esiste. E’ sempre realizzato approssimativamente, ma - come tale
- è un sistema intellettuale, è una grande, geniale invenzione dello spirito
umano. La cosa sorprendente è che questa invenzione della nostra mente umana è
veramente la chiave per comprendere la natura, che la natura è realmente
strutturata in modo matematico e che la nostra matematica, inventata dal nostro
spirito, è realmente lo strumento per poter lavorare con la natura, per
metterla al nostro servizio, per strumentalizzarla attraverso la tecnica.
Mi sembra una cosa quasi incredibile che una invenzione dell’intelletto umano e
la struttura dell’universo coincidano: la matematica inventata da noi ci dà
realmente accesso alla natura dell’universo e lo rende utilizzabile per noi.
Quindi la struttura intellettuale del soggetto umano e la struttura oggettiva
della realtà coincidono: la ragione soggettiva e la ragione oggettivata nella
natura sono identiche. Penso che questa coincidenza tra quanto noi abbiamo
pensato e il come si realizza e si comporta la natura, siano un enigma ed una
sfida grandi, perché vediamo che, alla fine, è “una” ragione che le collega
ambedue: la nostra ragione non potrebbe scoprire quest’altra, se non vi fosse
un’identica ragione a monte di ambedue.
In questo senso mi sembra proprio che la matematica - nella quale come tale Dio
non può apparire - ci mostri la struttura intelligente dell’universo. Adesso ci
sono anche teorie del caos, ma sono limitate, perché se il caos avesse il
sopravvento, tutta la tecnica diventerebbe impossibile. Solo perché la nostra
matematica è affidabile, la tecnica è affidabile. La nostra scienza, che rende
finalmente possibile lavorare con le energie della natura, suppone la struttura
affidabile, intelligente della materia. E così vediamo che c’è una razionalità
soggettiva e una razionalità oggettivata nella materia, che coincidono.
Naturalmente adesso nessuno può provare - come si prova nell’esperimento, nelle
leggi tecniche – che ambedue siano realmente originate in un’unica intelligenza,
ma mi sembra che questa unità dell’intelligenza, dietro le due intelligenze,
appaia realmente nel nostro mondo. E quanto più noi possiamo strumentalizzare il
mondo con la nostra intelligenza, tanto più appare il disegno della Creazione.
Alla fine, per arrivare alla questione definitiva, direi: Dio o c’è o non c’è.
Ci sono solo due opzioni. O si riconosce la priorità della ragione, della
Ragione creatrice che sta all’inizio di tutto ed è il principio di tutto - la
priorità della ragione è anche priorità della libertà – o si sostiene la
priorità dell’irrazionale, per cui tutto quanto funziona sulla nostra terra e
nella nostra vita sarebbe solo occasionale, marginale, un prodotto irrazionale -
la ragione sarebbe un prodotto della irrazionalità. Non si può ultimamente
“provare” l’uno o l’altro progetto, ma la grande opzione del Cristianesimo è
l’opzione per la razionalità e per la priorità della ragione. Questa mi sembra
un’ottima opzione, che ci dimostra come dietro a tutto ci sia una grande
Intelligenza, alla quale possiamo affidarci.
Ma il vero problema contro la fede oggi mi sembra essere il male nel mondo: ci
si chiede come esso sia compatibile con questa razionalità del Creatore. E qui
abbiamo bisogno realmente del Dio che si è fatto carne e che ci mostra come Egli
non sia solo una ragione matematica, ma che questa ragione originaria è anche
Amore. Se guardiamo alle grandi opzioni, l’opzione cristiana è anche oggi quella
più razionale e quella più umana. Per questo possiamo elaborare con fiducia una
filosofia, una visione del mondo che sia basata su questa priorità della
ragione, su questa fiducia che la Ragione creatrice è amore, e che questo amore
è Dio
***
Al termine della celebrazione il Papa ha consegnato ad un gruppo di giovani
la Sacra Scrittura e ha pronunciato le seguenti parole:
Affinché ascoltando con attenzione essa divenga sempre più lampada per i vostri
passi e luce sul vostro cammino. Cari giovani, amate la Parola di Dio e amate la
Chiesa che vi permette di accedere a un tesoro di così alto valore
introducendovi ad apprezzarne le ricchezze. Rimanete fedeli alla Parola che
questa sera la Chiesa, tramite il Successore di Pietro, vi riconsegna sicuri di
quanto ci dice l'evangelista Giovanni: "Se rimanete fedeli alla mia parola,
sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi"
(Gv 8, 31-32).
Il Santo Padre dopo aver impartito la benedizione conclude dicendo:
E ora, a conclusione di questo nostro incontro, carissimi amici, vogliamo
insieme fare memoria di un grande testimone della Parola di Dio, il mio venerato
Predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II. Memori di quanto ci esorta a
fare la Lettera agli Ebrei anche noi vogliamo ricordare in lui un nostro capo,
il quale ci ha annunziato la Parola di Dio e considerando attentamente l'esito
del suo tenore di vita, vogliamo impegnarci ad imitarne la fede. Mi recherò
pertanto con alcuni di voi sulla sua tomba dove porteremo la Croce dell'Anno
Santo che vi consegnò all'inizio delle Giornate Mondiali della Gioventù e
l'Icona di Maria Santissima, Salus Populi Romani. Vi chiedo di
accompagnarmi in questo pellegrinaggio unendovi alla mia preghiera. Chiediamo al
Signore che ricompensi Papa Giovanni Paolo II per la sua grande opera di
diffusione del Vangelo nel mondo e per noi lo stesso zelo apostolico affinché la
Parola di Salvezza, per opera della Chiesa, si diffonda in ogni ambiente di vita
e raggiunga ogni uomo, fino agli estremi confini della terra.
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