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GIOVANNI PAOLO II
ANGELUS
1. Oggi desidero richiamare
l’attenzione di coloro che partecipano a questa comune preghiera di
mezzogiorno, su tutti gli uomini che coltivano la terra, cioè sugli
agricoltori. Ieri mi sono incontrato con i partecipanti alla Conferenza Mondiale
per la Riforma Agraria e lo Sviluppo Rurale. Questa grande riunione promossa
dalla FAO ci mette davanti agli occhi il non piccolo numero di uomini, che in
modo semplice ma basilare servono la causa dell’alimentazione del prossimo,
cioè gli uomini che coltivano la terra: sono proprio loro, infatti, che ci
nutrono. Per questo si deve loro un’incessante gratitudine e la memoria
costante del loro duro lavoro. Il rispetto per la loro professione richiede non
solo che essa trovi la riconoscenza sociale, ma che porti pure agli agricoltori
la debita remunerazione, e crei condizioni adeguate per il sostentamento loro e
delle loro famiglie. La
Sede apostolica ha dedicato a questo problema molta attenzione. Lo testimoniano
documenti pontifici di grande importanza, come per esempio le encicliche
Mater
et Magistra,
Populorum Progressio, e il discorso di Paolo VI alla
Conferenza Mondiale dell’Alimentazione nel 1974. Per quanto riguarda il lavoro
dell’Agricoltura, mi sono espresso già più di una volta, soprattutto in
occasione dei viaggi in Messico e in Polonia. Non
può mai sfuggire alla nostra attenzione il problema di un giusto atteggiamento
nei confronti del lavoro agricolo a motivo della sua fondamentale importanza per
la vita quotidiana della società intera. Né possiamo trascurare il problema
del mondo rurale, specialmente nei Paesi del Terzo Mondo, dove la grande
maggioranza della popolazione vive della terra e ne dipende per il proprio
sviluppo. Nei
vari Paesi sono molto diverse le condizioni del mondo rurale e del lavoro
agricolo, ed è molto diversa la posizione sociale della gente dei campi.
Certamente ciò dipende dal grado di sviluppo della tecnica in agricoltura, ma
dipende anche dai giusti diritti e dalle leggi della politica agricola, dal
livello di tutta l’etica sociale. A tutti gli agricoltori del mondo bisogna
augurare che al loro lavoro, così prezioso, non si unisca mai l’ingiusto
sentimento di essere socialmente emarginati! La fuga degli uomini dal lavoro
dell’agricoltura si spiega in certo modo col progresso della tecnica, ma è
causata anche da situazioni obiettive ingiuste, le quali fanno sì che, in
circostanze concrete, la gente rurale non ha possibilità di assicurarsi un
livello minimo di vita. Sarebbe peggio se tale fuga fosse provocata da altri
motivi, che abbassino il rango sociale degli agricoltori. Nell’ambito di questo breve discorso, non è possibile accennare a tutti gli
importanti argomenti connessi con questo tema. Desidero però che in questo
invito alla preghiera, tutti gli uomini che coltivano la terra trovino la
conferma di quella stima, di cui il loro lavoro gode agli occhi della Chiesa, e
che essa attinge da Cristo. Non può essere diversamente, se ricordiamo che
Cristo una volta ha definito Dio, suo Padre, “agricoltore” o “aratore”
(cf.Gv 15,1). E perciò, esprimendo il nostro rispetto per tutti gli agricoltori in ciascun
Paese del mondo, preghiamo Dio-“Agricoltore”, nostro Padre celeste, affinché
benedica il loro lavoro, lo protegga dalle calamità naturali, che possono
distruggerne il frutto, affinché essi possano rallegrarsi di servire il
prossimo, assicurandone i necessari mezzi alimentari. E preghiamo anche perché
benedica gli sforzi di quanti si impegnano, a livello nazionale e
internazionale, per la promozione e il benessere del mondo rurale. 2. Vi invito tutti a pregare per un Paese che sta vivendo giorni di tragica
tensione interna, il Nicaragua.Come Padre di tutti, a me anzitutto spetta la
parola di pace, l’invocazione alla solidarietà e al soccorso per la gente che
soffre, per la popolazione che da settimane e settimane, ormai al limite delle
resistenze fisiche e morali, supporta privazioni di ogni genere. Il mio pensiero
va ai molti, ai troppi morti che il conflitto tra fratelli sta facendo, e
particolarmente alle vittime inermi e incolpevoli, tra le quali molti vecchi o
bambini; senza dire dei saccheggi e delle distruzioni che hanno devastato le
principali città ed altri centri abitati, della crescente mancanza di alimenti,
di medicinali, di soccorsi essenziali. Già
solo una situazione così drammatica – che ricorda i giorni non molto lontani
del terribile terremoto, con l’aggravante che ora pesano negli animi non solo
le distruzioni, ma gli odi e le divisioni che la lotta continuamente accresce
– deve stimolare la nostra ardente invocazione al Signore perché al Nicaragua
siano risparmiati altri giorni di sofferenza e di lutto e si trovi, con buona
volontà, una soluzione di giustizia e di vera pace sociale. © Copyright 1979 - Libreria Editrice
Vaticana
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