1. “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio.
Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà
grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di
Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non
avrà fine” (Lc 1,30-33).
Ricordiamo oggi queste parole che la Vergine di Nazaret ha
ascoltato nell’annunciazione. Le ricordiamo, recitando l’Angelus nella festa
di Cristo Re.
Colui, che era stato concepito nel grembo della Vergine, è il
Re.
E benché, accusato davanti a Pilato di affermare di essere re,
abbia risposto: “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18,36), benché
non abbia ereditato il trono terrestre di Davide, tuttavia Egli regna “per
sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.
Proprio perché tale regno “non è di questo mondo” e va
misurato con un metro diverso da quello di tutti gli altri regni terrestri e
delle dominazioni temporali.
2. Esso si misura col metro dell’Amore, col metro dell’Amore
misericordioso. Un anno fa ho pubblicato l’enciclica Dives in Misericordia.
Questa circostanza mi ha fatto venire oggi al Santuario dell’Amore
misericordioso. Con questa presenza desidero riconfermare, in qualche modo, il
messaggio di quella enciclica. Desidero leggerlo di nuovo e di nuovo
pronunciarlo.
Fin dall’inizio del mio ministero nella sede di san Pietro a
Roma, ho ritenuto questo messaggio come mio particolare compito. La Provvidenza
me l’ha assegnato nella situazione contemporanea dell’uomo, della Chiesa e
del mondo. Si potrebbe anche dire che appunto questa situazione mi ha assegnato
come compito quel messaggio dinanzi a Dio, che è Provvidenza, che è mistero
imperscrutabile, mistero dell’Amore e della Verità, della Verità e dell’Amore.
E le mie esperienze personali di quest’anno, collegate con gli avvenimenti del
13 maggio, da parte loro mi ordinano di gridare: “misericordiae Domini, quia
non sumus consumpti” (Lam 3,22).
Perciò oggi prego qui insieme con voi, cari fratelli e sorelle.
Prego per professare che l’Amore misericordioso è più potente di ogni male,
che si accavalla sull’uomo e sul mondo. Prego insieme con voi per implorare
quell’Amore misericordioso per l’uomo e per il mondo della nostra difficile
epoca.
3. Proprio nella solennità di Cristo Re dello scorso anno un
violento terremoto si abbatteva sulle regioni della Basilicata e della Campania,
provocando morte, dolore, distruzione. In questo momento, qui presso il
santuario dell’Amore misericordioso, ricordiamo nella fervida preghiera ed
affidiamo all’infinito amore di Dio Padre le anime dei fratelli e delle
sorelle che in quella terribile circostanza perdettero la vita. Ma dobbiamo
ricordare e pregare anche per i superstiti, per coloro che in quel triste
avvenimento perdettero tutto: la casa, i beni, i campi, il posto di lavoro, le
chiese, i paesi. Ad un anno di distanza tanti gravi problemi di carattere
sociale sono ancora irrisolti. Per questo oggi, mentre rivolgo ai fratelli ed
alle sorelle delle zone colpite dal sisma il mio affettuoso saluto di
incoraggiamento, sento il bisogno di indirizzare un caldo invito ed un pressante
appello a tutti, perché ognuno, secondo le sue possibilità e il suo campo di
competenza, dia un generoso, fattivo contributo perché le legittime aspettative
di quelle care popolazioni non siano ulteriormente deluse.
4. “Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che
sono morti” (1Cor 15,20).
Oggi, mentre cerchiamo di abbracciare con il cuore e con la
preghiera il mistero del regno di Cristo, ritroviamo in esso in modo particolare
coloro, che ci hanno lasciato, “quelli che sono morti”.
Tutto il mese di novembre è dedicato al ricordo di questi:
vicini e lontani, di tutti.
Soltanto in questo regno che Dio ha stabilito in Gesù Cristo,
questi nostri morti permangono nell’unione con noi. E noi con loro.
“...Come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la
vita in Cristo” (1Cor 15,22).
Professiamo la fede nella comunione dei santi e nella vita
eterna!
Il regno che “non è di questo mondo” (Gv 18,36) non tiene
conto dei limiti della morte e del sepolcro, ai quali, in ogni luogo della
terra, è sottomesso “questo mondo” e l’uomo che in esso vive.
Quando professiamo questo regno, riconfermiamo la presenza nel
mondo di Colui, per il quale tutto esiste: Deum, cui omnia vivunt, venite
adoremus!
Dopo la recita dell'Angelus
Vorrei ora invitarvi ad unire le vostre preghiere alle mie per un’altra
intenzione che mi sta particolarmente a cuore.
Ho appreso con viva pena che, nei giorni scorsi, undici Padri
Saveriani hanno dovuto abbandonare il Burundi, e desidero far loro giungere una
parola di conforto per il sacrificio di aver lasciato il campo del proprio
apostolato
Ma soprattutto non posso non pensare con trepidazione a quelle
popolazioni ed all’intera Chiesa burundese, che restano così prive dell’aiuto
di tali sacerdoti.
Eleviamo con filiale fiducia la nostra implorazione al Signore,
per l’intercessione della Vergine santissima, per la Chiesa, per quegli
zelanti Pastori e per l’intero popolo del Burundi.
Rivolgo ora un affettuoso saluto a coloro che stanno
partecipando o ascoltando questo Angelus: a tutti i presenti in questa piazza, e
in particolare ai Gruppi giovanili dell’Amore misericordioso, alle coppie di
sposi, che qui, a Collevalenza, hanno partecipato ai vari incontri di
spiritualità, agli uomini ed alle donne dei Corsi di Cristianità, ai fedeli
della parrocchia di Collevalenza e delle altre tre parrocchie vicine, affidate
alle cure dei Figli dell’Amore misericordioso.
A tutti il mio affettuoso, beneaugurante ricordo.
© Copyright 1981 - Libreria Editrice Vaticana