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VISITA PASTORALE A FIESOLE E FIRENZE

GIOVANNI PAOLO II

INCONTRO CON I GIOVANI
DURANTE LA RECITA DELLA PREGHIERA MARIANA

Piazza Santa Croce - Firenze
Domenica, 19
ottobre 1986

 

Carissimi amici giovani!

1. A voi tutti il mio saluto cordiale! Sento i vostri occhi su di me. Voi mi avete rivolto delle domande e ora attendete una risposta. Prima di entrare nel merito delle questioni da voi sollevate, desidero esprimervi subito il mio sincero apprezzamento per la serietà che traspare dai vostri interrogativi. So che le domande proposte da alcuni vostri rappresentanti sono il frutto di intense riflessioni di gruppo, come ha ricordato il vostro arcivescovo, al quale va il mio saluto cordiale come anche a tutti i sacerdoti che collaborano con lui nei gruppi giovanili. In tali formulazioni sono confluite le preoccupazioni, le perplessità, le speranze di moltissimi di voi, testimoniando una volta ancora la viva sensibilità, il grande senso di responsabilità, la generosa disponibilità, che caratterizzano i giovani sempre, direi specialmente i giovani di oggi.

È proprio per queste qualità di fondo che io ho fiducia in voi, giovani. Nelle vostre attese è già presente il futuro! La vostra volontà di vivere, il vostro ottimismo, la vostra creatività sono la ricchezza vera del mondo. Non transigete sui vostri ideali! Non cedete alle lusinghe del compromesso! Non barattate la grandezza delle vostre speranze con la prospettiva di un vantaggio immediato, quando questo significhi il tradimento di quelle! Restate coerenti con voi stessi, anche a costo di affrontare il disagio di entrare in tensione con l’ambiente che vi circonda. Solo a questa condizione voi potete custodire in voi la promessa di un autentico miglioramento per il mondo di domani.

2. Il primo tema da voi affrontato è quello del dialogo: voi ne avvertite la necessità per un cammino di vero progresso umano, ma non potete fare a meno di registrarne le difficoltà alla luce della quotidiana esperienza e direi che le mie esperienze sono vicine alle vostre. Dialogare è fatica! Lo è già all’interno della famiglia tra voi e i vostri genitori. Per differenza di mentalità, per mancanza di tempo, per personali tensioni irrisolte, i genitori a volte non possono o non sanno ascoltarvi e capirvi, ma forse anche voi non potete fare lo stesso: ascoltare, capire i vostri genitori. È un dato di fatto, purtroppo: vi sono genitori che, pur provvedendo alle necessità materiali dei figli, sono dei grandi assenti nei loro confronti. Ve ne sono altri che lasciano addirittura la famiglia per tentare nuove esperienze. Uno di voi, a proposito della parabola del figlio prodigo, ha detto: “Nella mia famiglia non è stato il figlio a partire, è stato il padre a lasciarci”.

Difficoltà non minori incontra il dialogo al di fuori della famiglia: quante incomprensioni nell’ambito della scuola, del lavoro, del quartiere; quante prevenzioni, quanti pregiudizi! Il risultato è non di rado il gelo dell’indifferenza, l’amarezza della solitudine e dell’incomunicabilità. In Occidente come in Oriente il cuore di molti giovani muore di abbandono. Sì, gli abbandoni umani sono una delle ferite più profonde del nostro tempo. Si deve pensare ai giovani ma si deve pensare anche all’abbandono degli anziani, tanti anziani. Forse c’è una possibilità di chiedere una nuova alleanza: anziani-giovani; giovani-anziani. Io ho già assistito ad esperienze simili, molto fruttuose per le due parti.

Voi chiedete come è possibile vincere gli ostacoli e far rifiorire il dialogo, su quali valori occorre poggiare per costruire una nuova possibilità di comunicazione e di intesa. Ho cercato di rispondere a questa domanda nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace di qualche anno fa. Dicevo allora - e ripeto oggi - che il dialogo suppone fondamentalmente la ricerca solidale di ciò che è vero, buono e giusto per ogni uomo. Allora il dialogo esige, in via preliminare, l’apertura e l’accoglienza verso l’altra parte nell’ascolto sincero dei suoi problemi e delle sue ragioni. Il dialogo esige inoltre che ciascuno accetti la differenza e la specificità dell’altro, pur senza rinunciare a ciò che sa essere vero e giusto; esige, in particolare, la ricerca di ciò che è e resta comune agli uomini, anche in mezzo a tensioni, opposizioni e conflitti. Dialogo vuol dire, dunque, vedere in ogni essere umano il proprio prossimo e condividere con lui la responsabilità di fronte alla verità e alla giustizia. E allora vediamo che questa parola dialogo non può essere messa in pratica in realtà senza seguire quel centrale comandamento del Vangelo: il comandamento dell’amore per il prossimo.

Mi piace riaffermare davanti a voi, cari giovani, che il dialogo è “riconoscimento della dignità inalienabile degli uomini. Esso poggia sul rispetto della vita umana. Esso è una scommessa sulla socievolezza degli uomini, sulla loro vocazione a camminare insieme, con continuità, mediante un incontro convergente delle intelligenze, delle volontà, dei cuori, verso lo scopo che il Creatore ha loro fissato: rendere la terra abitabile per tutti e degna di tutti” (Messaggio per il 1° gennaio 1983, n. 6).

3. È chiaro che, nel dire questo, faccio almeno implicitamente un riferimento a un preciso ideale di uomo che non è condiviso da un certo modo di pensare, oggi purtroppo abbastanza diffuso. Alla base di ogni progetto di convivenza umana sta una precisa concezione dell’uomo, visione dell’uomo, verità sull’uomo: voi ne siete perfettamente consapevoli e su questo aspetto verte il secondo gruppo delle vostre domande.

Avete denunciato il conflitto, che sperimentate in voi stessi, tra le esigenze d’amore, di verità, di giustizia, pulsanti dentro di voi, e le proposte di realizzazione nel denaro, nel successo, nel potere, nel divertimento, che vi vengono dai mass-media, abilmente orchestrati dalla società dei consumi che vi circonda. Ecco, si vedono chiaramente le due concezioni dell’uomo, della sua vocazione, del suo destino. Voi ponete pertanto con sofferta partecipazione la domanda decisiva: “Qual è la vera realizzazione della nostra vita?”, domanda fondamentale, non possiamo vivere senza questa domanda.

Mi piace che voi sappiate guardare così a fondo dentro di voi, e vi do atto dell’esattezza della vostra diagnosi: in effetti “modelli di vita” propagandati dalla società dei consumi sono molto distanti dai veri valori. Questo si deve dire. Questo non si può dimenticare, perché c’è una tentazione, perché c’è un pericolo. E voi sapete che le conseguenze di tali concezioni sono conseguenze di morte: una corsa sfrenata ai beni materiali, a quelli utili, a quelli superflui, persino a quelli nocivi, che si trasforma, almeno può trasformarsi, in un’aggressività verso gli altri e anche verso se stessi. Modelli di vita, ma si potrebbe dire anche modelli di morte. Anche a Firenze - come in ogni parte del mondo - esistono luoghi visibili in cui si muore; ma sempre più frequentemente, in questa nostra civiltà occidentale, ci si incontra in luoghi di morte invisibili. Vi sono giovani che esteriormente assomigliano a tutti gli altri: studiano, apprendono un mestiere, lavorano, si divertono ma dentro sono morti. Non sanno più perché vivere, si chiedono se la vita abbia ancora un senso.

Ciò che colpisce è che si tratta di giovani che, in genere, sul piano dei beni materiali hanno molto, se non tutto. Ma proprio da questa esperienza di sazietà scaturisce un indefinibile senso di noia, che offusca e inquina la stessa loro voglia di vivere. Non è dunque in quella direzione che voi realizzerete voi stessi.

4. Giovani amici, la vostra realizzazione non sta nelle cose fuori di voi nei beni esterni, per quanto affluenti e raffinati essi siano. Naturalmente ci vuole una certa misura di questi beni che sono creati per l’uomo, che devono servire l’uomo. Ma l’uomo deve rimanere il loro padrone. Deve servirsi di loro. Questi beni non possono servirsi dell’uomo, così che egli divenga un servitore, anzi uno schiavo di questi beni materiali. Se volete trovare la giusta risposta alla domanda che mi avete rivolto, voi dovete anzitutto rientrare in voi stessi. Ecco la vera dimensione dell’uomo. L’uomo è capace di entrare in se stesso. L’uomo è l’unica creatura in questo mondo che porta in sé un’interiorità, una coscienza, una responsabilità. Tutto questo significa la dimensione spirituale dell’uomo. Interrogate la vostra coscienza. In essa Dio ha scritto il codice dei valori autentici, in base ai quali è possibile costruire in voi un vero uomo, una vera donna. Quel codice Dio lo scolpì un giorno nella pietra sul monte Sinai e lo consegnò al popolo eletto nelle Tavole del Decalogo. Quel Codice Cristo ripropose nel Vangelo, indicandone la sintesi nel comandamento dell’amore. Esso tuttavia sta scritto da sempre anche nella coscienza di ogni essere umano, anche di coloro che non conoscono la Legge rivelata.

Ridare forza alla voce della coscienza, questa è la prima e fondamentale esigenza per realizzare una vera crescita umana. E questo è anche il contributo principale che potete e dovete recare al mondo. La storia non è fatta solo con gli avvenimenti esteriori: essa è scritta prima di tutto dal di dentro: è la storia delle coscienze umane, delle vittorie o delle sconfitte morali. Il progresso dell’umanità non si misura tanto in termini di conquiste tecnologiche quanto piuttosto col metro della sensibilità morale raggiunta dai suoi componenti. E questo corrisponde alla storia di questa splendida città, di questa splendida Firenze. Naturalmente è scritta con tanti segni esteriori della cultura, della civiltà, dell’arte. Ma dobbiamo leggere dentro tramite questi segni, tramite queste opere. Dobbiamo leggere dentro, nel genio umano, nelle coscienze umane, nella creatività umana, nell’amore umano. Così profondamente è scritta la storia di questa grande e prestigiosa città, capitale della cultura. Capitale della cultura vuol dire capitale di queste opere solamente? No. Capitale delle coscienze, capitale della creatività morale, capitale dei santi: tutto questo fa parte della definizione di capitale della cultura europea. Non lasciamola troppo superficiale.

5. Giustamente quindi voi, nel terzo gruppo di quesiti e in quelli posti dal rappresentante dei giovani non appartenenti a gruppi ecclesiali, avete portato la vostra attenzione su “i disagi e le contraddizioni della società dei consumi”, accennando in particolare alla disoccupazione, all’emarginazione, alle sperequazioni fra Nord e Sud, al sottosviluppo e al contemporaneo enorme spreco di risorse che vien fatto nella corsa verso armamenti sempre più sofisticati e micidiali. Sono dati di fronte ai quali non è possibile restare indifferenti. Sì, occorre riconoscerlo con franchezza: l’umanità di oggi non può essere certo troppo fiera dei satelliti lanciati a ruotare nei cieli, quando milioni di esseri umani muoiono di fame sulla terra, né sentirsi tranquilla né troppo orgogliosa quando gli arsenali nucleari esistenti nel mondo potrebbero distruggere totalmente la vita umana sul pianeta.

So bene che vi è chi sostiene che la presente situazione è “naturale e inevitabile“; ma so pure che siete pienamente convinti con me che l’unica sorte “naturale e inevitabile” per l’uomo è quella di essere uomo. Allora non è l’uomo per gli armamenti, non è l’uomo per la tecnologia. La tecnologia è per l’uomo, le cose sono per l’uomo. Così la sorte naturale, inevitabile dell’uomo è quella di essere uomo dentro tutto questo progresso unilaterale. Unilaterale: qui è un pericolo. Essere uomo chiamato a incontrarsi con gli altri suoi simili, per realizzare con loro il progetto di umanizzare la terra.

La legge più profonda che l’uomo scopre dentro di sé, se si impegna a scrutare senza prevenzioni la propria umanità, è quella di essere “con gli altri” e “per gli altri”. Non per nulla Cristo, che conosce l’uomo meglio di chiunque altro per essere non soltanto Dio ma uomo egli stesso, ha posto al vertice di tutta la Legge il comandamento della carità, dando per primo l’esempio di un amore spinto fino al dono totale di sé per gli altri. Ecco Cristo, l’uomo per gli altri. Cristo che chiama noi, ciascuno di noi ad essere per gli altri.

Ecco, giovani e cari amici, la mia risposta: se volete veramente contribuire alla soluzione dei problemi di questo mondo diviso, voi dovete imparare da Cristo a orientare la vostra vita secondo la logica del dono. Imparate questa parola, meditatela. Con questa logica e solamente con questa si può “essere più”. L’altra possibilità è quella di “avere di più”. Ma questa è contraria alla logica del dono ed è anche contraria all’essere uomo secondo la misura di Cristo. Gli esiti varieranno dall’uno all’altro, secondo le circostanze, le doti personali e, soprattutto, la vocazione che ciascuno di voi porta in sé. Ma l’ispirazione resterà sempre la stessa: e sarà quella dell’amore. Se voi guardate alla storia della vostra città dai tempi di san Zenobio ad oggi, voi troverete una fioritura meravigliosa di testimoni di Cristo nei vari campi della vita comunitaria: ciascuno ha proprie caratteristiche, ma tutti parlano lo stesso linguaggio, quello dell’amore evangelico.

In questo contesto vorrei menzionare un’istituzione tipica della vostra città: la Misericordia di Firenze. Un’istituzione plurisecolare in materia di volontariato. Oggi si dice più volontariato che misericordia, ma è la stessa cosa. Ispiratevi ad essa, a questa tradizione e saprete trovare le forme appropriate contemporanee, odierne, per rispondere in maniera adeguata alle antiche e nuove povertà, con cui l’odierna società sfida il vostro impegno cristiano e umano. Tra queste sfide, degna di menzione è certamente quella segnalata dal giovane che ha portato qui l’eco delle sofferte attese dei carcerati. Certamente, noi dobbiamo cercare Cristo anche nelle carceri. Anche là, perché Cristo ha detto: ero in carcere e siete venuti a visitarmi. Era in carcere, era in prigione, prima di essere crocifisso.

6. Ed è ancora alla storia della vostra città che io voglio rifarmi per i quesiti riguardanti la costruzione di una cultura, capace di congiungere la valorizzazione dell’efficienza con la promozione della personalità di ciascuno.

Occorre dar vita a un nuovo umanesimo nel quale le acquisizioni valide dei tempi moderni si integrino con i valori perenni della concezione cristiana dell’uomo. Ma chi meglio di voi, fiorentini, può spingersi in avanscoperta su questo terreno ricco di incognite e offrire agli uomini d’oggi indicazioni utili per un’impresa di cui si avverte ogni giorno di più la complessità e l’urgenza. Non siete voi gli eredi di quei grandi che nei secoli XIV, XV e XVI seppero creare quella sintesi straordinaria di valori umani e cristiani che lasciò e lascia stupefatto il mondo? In quale luogo più che in Firenze, più che nella piazza dalla quale si slancia verso il cielo una chiesa come quella di Santa Croce, è possibile sentir alitare la presenza degli spiriti magni dei secoli andati?

Per questo io dico a voi, figli di questa città che vanta quest’anno il titolo di Capitale europea della cultura: interrogate il vostro passato, ponetevi alla scuola dei vostri antenati, strappate loro il segreto di quella fioritura di bellezza e di santità, di cui furono i protagonisti. Vorrei dirvi una parola che non so se suona bene in italiano, ma certamente è composta da elementi latini. Per essere “ante-oculati”, per guardare verso il futuro, bisogna essere anche “retro-oculati”, guardare bene verso il passato, leggere la storia. E qui, in Firenze, la storia si legge nella sua stupenda bellezza, nella sua stupenda ricchezza e, come ho sottolineato prima, certamente nella sua grande profondità. Ecco, vi ripeto: strappate a questi vostri antenati il loro segreto della fioritura del bello, del buono, del vero. Sono le aspirazioni dell’animo umano e specialmente dello spirito giovane. Noi ci muoviamo sempre dentro questa aspirazione. Se io trovo con voi un linguaggio comune è grazie a quella aspirazione che in voi è sempre presente. Questa è la ricchezza di essere giovani. Questo vi ho scritto nella mia lettera, un anno fa, anno dei giovani. La giovinezza è una ricchezza depositata nell’uomo e questa ricchezza consiste appunto nell’aspirazione a tutto ciò che è vero, che è buono, che è bello.

Bisogna camminare avanti con questa aspirazione, non rinunciare a questa aspirazione, rimanere giovani. E così anche io cerco di rimanere giovane incontrando i giovani.

Nel suo intenso fervore di vita Firenze avrebbe potuto risuscitare anche le suggestioni del mondo pagano; e, certo, la tentazione ci fu e alcuni l’assecondarono; ma Dio volle salvare la città moltiplicando nei suoi figli la testimonianza di una santità che fu al governo della Chiesa con Antonino Pierozzi; consacrò l’arte alla contemplazione del mistero cristiano col Beato Angelico; corresse gli eccessi dell’umanesimo col Savonarola, lo portò ai vertici della santità con Ambrogio Traversari.

Quando, con i papi Eugenio IV e Niccolò V e i papi della famiglia Medici, il prestigio dell’arte si affermerà anche a Roma, e col Beato Angelico e Michelangelo e altri insigni artisti fiorentini, il magistero dell’arte raggiungerà la sua piena efficacia, Firenze saprà regalare a Roma la testimonianza di una santità che nel clima della controriforma, salverà per la spiritualità cristiana il volto della gioia e della libertà: prima di morire, il Rinascimento fiorentino donerà alla Chiesa, nella santità di Filippo Neri, il suo frutto più bello.

A queste purissime sorgenti voi dovete ritornare per attingervi nuova ispirazione nell’arduo compito di incarnare l’eterno messaggio del Vangelo nella cultura odierna, di cui non dovete soffocare ma invece esaltare le caratteristiche originali e autentiche.

7. Sì, perché il cristianesimo non mortifica i valori autentici di nessuna cultura. Tengo a ribadire questo punto, sul quale altre volte mi sono soffermato. Lo faccio riferendomi a quanto ha detto nel suo intervento la rappresentante zairese degli studenti stranieri. Sono lieto di aver sentito esprimere da lei la volontà di collaborare col suo popolo per favorirne lo sviluppo nella linea della cultura che gli è propria, una cultura che è, come del resto quella di ogni altro popolo, “ricca di autentici valori umani”. Incoraggio questo impegno e sono convinto della verità di questa affermazione: questi diversi popoli del cosiddetto Terzo mondo potrebbero insegnarci molto sui valori umani.

Ereditando i valori e i contenuti della propria cultura, ciascuno riceve - come i protagonisti della parabola evangelica - un certo numero di talenti. Non è ammissibile, nei confronti di questa eredità, un atteggiamento passivo o rinunciatario. Occorre farsi carico responsabilmente di tale ricchezza per confermarla, mantenerla e incrementarla.

Ecco la risposta alla vostra collega zairese, ma anche la risposta a ciascuno di noi, a ogni giovane fiorentino, a ogni giovane d’oggi: la parabola evangelica dei talenti. Bisogna rileggerla, meditarla. È una profonda verità, un profondo insegnamento non solamente cristiano, ma anche umano, valido per tutti, che si deve approfondire e seguire. Non si può negare. È talmente evidente quello che si trova in questa parabola.

8. Della cultura di un popolo fa parte anche l’ambiente naturale, in cui si dipana la sua storia. Non si ritrovano forse, rispecchiate negli immortali capolavori dei vostri artisti, molte delle bellezze naturali che rendono tanto suggestiva questa vostra terra? Ho perciò ascoltato con interesse il quesito relativo al rapporto tra uomo e ambiente. Nell’era della civiltà tecnica e industriale tale rapporto si è notevolmente deteriorato. L’uomo tratta non di raro la natura in modo egoistico, distruggendone molte ricchezze, deturpandone le attrattive e inquinando l’ambiente naturale in cui è chiamato a vivere. È necessario che l’uomo torni a guardare alla natura come a oggetto di ammirazione e di contemplazione, vedendovi lo specchio dell’amore del Creatore. Forse è uno di quei segreti dei vostri antenati, dei vostri artisti, dei vostri santi. Loro sapevano guardare con ammirazione. Sapevano ammirare ciò che è la natura, ciò che costituisce anche la natura dell’uomo, la sua natura individuale, la sua personalità, questa unità stupenda del corporale e dello spirituale.

Voi giovani dovete trovare tempo per un contatto immediato con la natura, grazie al quale penetrare progressivamente il mistero della creazione, scoprendovi gli avvincenti riflessi della grandezza di Colui che ne è all’origine. Abbiate tempo per questo! Sappiate anche accettare lo sforzo e la fatica che questo contatto comporta, specialmente quando la meta che si vuol raggiungere è impervia e lontana. Questa fatica è creativa: stanca il corpo ma riposa lo spirito e lo apre a nuove prospettive. Rivela ai suoi occhi la trasparenza del mondo. La natura è un libro. L’uomo deve leggerlo, non imbrattarlo. Nelle sue pagine v’è un messaggio che attende di essere decifrato: è un messaggio d’amore con cui Dio vuol raggiungere il cuore di ciascuno per aprirlo alla speranza.

9. Il problema dunque, miei cari amici, è di avere un cuore capace di mettersi in ascolto. Se un augurio mi è consentito di rivolgervi al termine di questo incontro, è proprio questo: sappiate essere cuori in ascolto! In ascolto di Dio che parla nella natura, in ascolto di Dio che parla in ogni vostro simile, in ascolto di Dio che parla nel Figlio suo, Gesù Cristo Signore.

Essere cuori in ascolto. Agli uomini di ogni età Dio affida qualcuno da ascoltare, da accompagnare alla sorgente della gioia e della speranza. Tale sorgente, voi giovani credenti lo sapete, scaturisce dal cuore di Cristo, “nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col 2, 3). Occorre perciò che voi conosciate a fondo Cristo, per poter essere i suoi testimoni appassionati nel mondo. Per conoscere Cristo è necessario che vi mettiate in ascolto attento della sua parola. Studiate il Vangelo! Pregate sul Vangelo! Calate il Vangelo nella vostra vita! Possa Cristo parlare con le vostre labbra, possa soprattutto parlare con la vostra vita. Non abbiate paura della vostra fede e non abbiate paura neppure del mondo. Cristo ha vinto il mondo (cf. Gv 16, 33).

Giovani di Firenze, io ripeto a voi la consegna che il card. Benelli vi ha lasciato nel suo testamento: “Fidatevi sempre di Cristo!”. Ecco le sue ultime parole: “Fidatevi sempre di Cristo”.

E ora dobbiamo recitare l’Angelus Domini. Cosa è l’Angelus Domini: è la Vergine di Nazaret in ascolto della parola di Dio. E questa parola di Dio, il Verbo, si fa carne grazie al suo ascolto, grazie alla sua obbedienza: “Eccomi, sono la serva del Signore”. Recitiamo tutti insieme l’Angelus Domini e impariamo dalla Vergine Maria ad essere anche noi, uomini e donne, giovani in ascolto per trovare un annuncio, come lo ha trovato Maria. Un annuncio stupendo, annuncio di salvezza. Ascoltare, accettare quell’annuncio di salvezza, inserirlo nel proprio cuore e portarlo agli altri.

Ecco, vorrei che questo diventasse il frutto della nostra comune preghiera dell’Angelus Domini e del nostro incontro. Grazie! Raccomando questo vostro impegno di ascolto e di testimonianza all’intercessione di colei che, raggiunta dall’annuncio dell’Angelo, s’aprì generosamente all’ascolto della parola di Dio, fatta carne nel figlio Gesù, e corrisponde coraggiosamente alle richieste che le venivano via via formulate, fino alla testimonianza suprema del Calvario. Giovani carissimi, in piedi come Maria accanto alla croce, portate alla generazione di oggi l’annuncio di Cristo, Parola vivente, con la quale Dio ha detto una volta per tutte la sua volontà irrevocabile di salvare il mondo.


Dopo la recita dell’Angelus:

Il mio pensiero va ora ad Assisi, dove, per iniziativa della Sezione Umbra dell’Unitalsi, con l’adesione di tutte le sezioni italiane di tale organizzazione è in corso una Giornata straordinaria di preghiera per preparare l’evento del 27 ottobre prossimo e per invocare il dono della pace. Mi unisco di cuore a tale iniziativa, tesa a sottolineare che la pace è dono di Dio prima ancora che frutto dell’impegno dell’uomo. È Dio a gettare nei cuori il seme della pace e la preghiera, tanto più efficace se avvalorata dalla sofferenza, ne favorisce l’attecchimento e la fioritura. La pace si nutre di preghiera. Mentre invito voi tutti a elevare il pensiero a Dio, donatore della pace, invio a quanti partecipano al convegno di Assisi la mia benedizione.

 

© Copyright 1986 - Libreria Editrice Vaticana

 

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