The Holy See
back up
Search
riga

LETTERA APOSTOLICA
DEL PAPA
GIOVANNI PAOLO II

AI GIOVANI E ALLE GIOVANI DEL MONDO
IN OCCASIONE
DELL’ANNO INTERNAZIONALE DELLA GIOVENTÙ

 

Cari Amici!

Auguri per l’anno della gioventù

1. «Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi».[1]

È questo l’augurio che rivolgo a voi, giovani, sin dall’inizio dell’anno corrente. Il 1985 è stato proclamato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite l’Anno Internazionale della Gioventù, e ciò riveste un molteplice significato prima di tutto per voi stessi, ed anche per tutte le generazioni, per le singole persone, per le comunità e per l’intera società. Ciò riveste un particolare significato anche per la Chiesa, quale custode di fondamentali verità e valori ed insieme ministra degli eterni destini che l’uomo e la grande famiglia umana hanno in Dio stesso.

Se l’uomo è la fondamentale ed insieme quotidiana via della Chiesa[2], allora si comprende bene perché la Chiesa attribuisca una speciale importanza al periodo della giovinezza come ad una tappa-chiave della vita di ogni uomo. Voi, giovani, incarnate appunto questa giovinezza: voi siete la giovinezza delle nazioni e delle società, la giovinezza di ogni famiglia e dell’intera umanità; voi siete anche la giovinezza della Chiesa. Tutti guardiamo in direzione vostra, poiché noi tutti, grazie a voi, in un certo senso ridiventiamo di continuo giovani. Pertanto, la vostra giovinezza non è solo proprietà vostra, proprietà personale o di una generazione: essa appartiene al complesso di quello spazio, che ogni uomo percorre nell’itinerario della sua vita, ed è al tempo stesso un bene speciale di tutti. È un bene dell’umanità stessa.

In voi c’è la speranza, perché voi appartenete al futuro, come il futuro appartiene a voi. La speranza, infatti, è sempre legata al futuro, è l’attesa dei «beni futuri». Come virtù cristiana, essa è unita all’attesa di quei beni eterni, che Dio ha promesso all’uomo in Gesù Cristo [3]. E contemporaneamente questa speranza, come virtù insieme cristiana e umana, è l’attesa dei beni che l’uomo si costruirà utilizzando i talenti a lui dati dalla Provvidenza.

In questo senso a voi, giovani, appartiene il futuro, così come un tempo esso appartenne alla generazione degli adulti e proprio insieme con essi è divenuto attualità. Di questa attualità, della sua molteplice forma e profilo sono responsabili prima di tutto gli adulti. A voi spetta la responsabilità di ciò che un giorno diventerà attualità insieme con voi, ed ora è ancora futuro.

Quando diciamo che a voi appartiene il futuro, pensiamo in categoria di transitorietà umana, la quale è sempre un passaggio verso il futuro. Quando diciamo che da voi dipende il futuro, pensiamo in categorie etiche, secondo le esigenze della responsabilità morale, che ci ordina di attribuire all’uomo come persona – e alle comunità e società che son composte da persone – il valore fondamentale degli atti, dei propositi, delle iniziative e delle intenzioni umane.

Questa dimensione è anche la dimensione propria della speranza cristiana e umana. E in questa dimensione il primo e principale augurio che la Chiesa fa a voi giovani, per mia bocca, in quest’Anno dedicato alla Gioventù è: siate «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» [4].

Cristo parla con i giovani

2. Queste parole, scritte un tempo dall’apostolo Pietro alla prima generazione cristiana, sono in rapporto con tutto il Vangelo di Gesù Cristo. Avvertiremo questo rapporto in modo forse più distinto, quando mediteremo il colloquio di Cristo col giovane, riferito dagli evangelisti [5]. Tra i molti testi biblici è questo prima di tutto che merita di essere qui ricordato.

Alla domanda: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?», Gesù risponde prima con la domanda: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo». Poi continua dicendo: «Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre» [6]. Con queste parole Gesù ricorda al suo interlocutore alcuni dei comandamenti del Decalogo.

Ma la conversazione non finisce qui. Il giovane, infatti, afferma: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora – scrive l’evangelista – «Gesù, fissatolo, lo amò» e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi» [7].

A questo punto cambia il clima dell’incontro. L’evangelista scrive che il giovane «rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni» [8].

Ci sono ancora altri passi nei Vangeli, in cui Gesù di Nazareth incontra i giovani – particolarmente suggestive sono le due risurrezioni: quella della figlia di Giairo [9]e quella del figlio della vedova di Nain [10] –; tuttavia, possiamo ammettere senz’altro che il colloquio sopra ricordato è l’incontro più completo e più ricco di contenuto. Si può anche dire che esso ha carattere più universale e ultratemporale, e cioè che vale, in un certo senso, costantemente e continuamente, attraverso i secoli e le generazioni. Cristo parla così con un giovane, con un ragazzo o una ragazza: conversa in diversi luoghi della terra, in mezzo alle diverse nazioni, razze e culture. Ognuno di voi in questo colloquio è un suo potenziale interlocutore.

Al tempo stesso, tutti gli elementi della descrizione e tutte le parole, dette in quella conversazione da ambedue le parti, hanno un significato quanto mai essenziale, possiedono un loro peso specifico. Si può dire che queste parole contengano una verità particolarmente profonda sull’uomo in genere e, soprattutto, la verità sulla giovinezza umana. Esse sono davvero importanti per i giovani.

Permettete, perciò, che in linea di massima io colleghi la mia riflessione nella presente Lettera con questo incontro e con questo testo evangelico. Forse in tal modo sarà più facile per voi sviluppare il proprio colloquio con Cristo – un colloquio che è d’importanza fondamentale ed essenziale per un giovane.

La giovinezza è una ricchezza singolare

3. Inizieremo da ciò che si trova alla fine del testo evangelico. Il giovane se ne va rattristato, «perché aveva molti beni».

Senza dubbio questa frase si riferisce ai beni materiali, dei quali quel giovane era proprietario o erede. Forse è questa una situazione propria solo di alcuni, ma non è tipica. E perciò le parole dell’evangelista suggeriscono un’altra impostazione del problema: si tratta del fatto che la giovinezza di per se stessa (indipendentemente da qualsiasi bene materiale) è una singolare ricchezza dell’uomo, di una ragazza o di un ragazzo, e il più delle volte viene vissuta dai giovani come una specifica ricchezza. Il più delle volte, ma non sempre, non di regola, perché non mancano al mondo uomini che per diversi motivi non sperimentano la giovinezza come ricchezza. Occorre parlarne separatamente.

Ci sono tuttavia ragioni – e anche di natura oggettiva – per pensare alla giovinezza come ad una singolare ricchezza, che l’uomo sperimenta proprio in tale periodo della sua vita. Questo si distingue certamente dal periodo dell’infanzia (è appunto l’uscita dagli anni dell’infanzia), come si distingue anche dal periodo della piena maturità. Il periodo della giovinezza, infatti, è il tempo di una scoperta particolarmente intensa dell’«io» umano e delle proprietà e capacità ad esso unite. Davanti alla vista interiore della personalità in sviluppo di un giovane o di una giovane, gradualmente e successivamente si scopre quella specifica e, in un certo senso, unica e irripetibile potenzialità di una concreta umanità, nella quale è come inscritto l’intero progetto della vita futura. La vita si delinea come la realizzazione di quel progetto: come «auto-realizzazione».

La questione merita naturalmente una spiegazione da molti punti di vista; a volerla tuttavia esprimere in breve, si rivela proprio un tale profilo e forma di quella ricchezza che è la giovinezza. È questa la ricchezza di scoprire ed insieme di programmare, di scegliere, di prevedere e di assumere le prime decisioni in proprio, che avranno importanza per il futuro nella dimensione strettamente personale dell’esistenza umana. Nello stesso tempo, tali decisioni hanno non poca importanza sociale. Il giovane del Vangelo si trovava proprio in questa fase esistenziale, come desumiamo dalle domande stesse che egli fa nel colloquio con Gesù. Perciò, anche quelle parole conclusive sui «molti beni», cioè sulla ricchezza, possono essere intese proprio in tale senso: ricchezza che è la giovinezza stessa.

Dobbiamo però chiedere: questa ricchezza, che è la giovinezza, deve forse allontanare l’uomo da Cristo? L’evangelista certamente non dice questo; l’esame del testo permette, piuttosto, di concludere diversamente. Sulla decisione di allontanarsi da Cristo hanno pesato in definitiva solo le ricchezze esteriori, ciò che quel giovane possedeva («i beni»). Non ciò che egli era! Ciò che egli era, proprio in quanto giovane uomo – cioè la ricchezza interiore che si nasconde nella giovinezza umana – l’aveva condotto a Gesù. E gli aveva anche imposto di fare quelle domande, in cui si tratta nella maniera più chiara del progetto di tutta la vita. Che cosa devo fare? «Che cosa devo fare per avere la vita eterna?». Che cosa devo fare, affinché la mia vita abbia pieno valore e pieno senso?

La giovinezza di ciascuno di voi, cari amici, è una ricchezza che si manifesta proprio in questi interrogativi. L’uomo se li pone nell’arco di tutta la vita; tuttavia, nella giovinezza essi si impongono in modo particolarmente intenso, addirittura insistente. Ed è bene che sia così. Questi interrogativi provano appunto la dinamica dello sviluppo della personalità umana, che è propria della vostra età. Queste domande ve le ponete a volte in modo impaziente, e contemporaneamente voi stessi capite che la risposta ad esse non può essere frettolosa né superficiale. Essa deve avere un peso specifico e definitivo. Si tratta qui di una risposta che riguarda tutta la vita, che racchiude in sé l’insieme dell’esistenza umana.

In modo particolare queste domande essenziali se le pongono quei vostri coetanei, la cui vita sin dalla giovinezza è gravata dalla sofferenza: da qualche carenza fisica, da qualche deficienza, da qualche handicap o limitazione, dalla difficile situazione familiare o sociale. Se con tutto ciò la loro coscienza si sviluppa normalmente, l’interrogativo sul senso e sul valore della vita diventa per loro tanto più essenziale ed insieme particolarmente drammatico, perché sin dall’inizio è contrassegnato dal dolore dell’esistenza. E quanti di questi giovani si trovano in mezzo alla grande moltitudine dei giovani nel mondo intero! Nelle diverse nazioni e società; nelle singole famiglie! Quanti sin dalla giovinezza sono costretti a vivere in un istituto o in un ospedale, condannati ad una certa passività, che può far nascere in loro il sentimento di essere inutili all’umanità!

Si può dire allora che anche tale loro giovinezza sia una ricchezza interiore? A chi dobbiamo chiedere questo? A chi essi devono porre questo interrogativo essenziale? Sembra che qui sia Cristo l’unico interlocutore competente, quello che nessuno può sostituire pienamente.

Dio è amore

4. Cristo risponde al suo giovane interlocutore nel Vangelo. Egli dice: «Nessuno è buono, se non Dio solo». Abbiamo già sentito che cosa l’altro aveva domandato: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?». Come agire, affinché la mia vita abbia senso, pieno senso e valore? Noi potremmo tradurre così la sua domanda nel linguaggio della nostra epoca. In questo contesto la risposta di Cristo vuol dire: solo Dio è il fondamento ultimo di tutti i valori; solo lui dà il senso definitivo alla nostra esistenza umana. Solo Dio è buono, il che significa: in lui e solo in lui tutti i valori hanno la loro prima fonte e il loro compimento finale: egli è «l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine» [11].

Solo in lui essi trovano la loro autenticità e la loro conferma definitiva. Senza di lui – senza il riferimento a Dio – l’intero mondo dei valori creati resta come sospeso in un vuoto assoluto. Esso perde anche la sua trasparenza, la sua espressività. Il male si presenta come bene e il bene viene squalificato. Non ci indica questo l’esperienza stessa dei nostri tempi, dovunque Dio sia stato rimosso oltre l’orizzonte delle valutazioni, degli apprezzamenti, degli atti?

Perché solo Dio è buono? Perché egli è amore. Cristo dà questa risposta con le parole del Vangelo e, soprattutto, con la testimonianza della propria vita e morte: «Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» [12]. Dio è buono proprio perché «è amore» [13].

L’interrogativo sul valore, l’interrogativo sul senso della vita – abbiamo detto – fa parte della ricchezza singolare della giovinezza. Esso erompe dal cuore stesso delle ricchezze e delle inquietudini, legate a quel progetto di vita che si deve assumere e realizzare. Ancor più, quando la giovinezza è provata dalla sofferenza personale o è profondamente cosciente della sofferenza altrui; quando sperimenta una forte scossa di fronte al male multiforme, che è nel mondo; infine, quando si pone a faccia a faccia col mistero del peccato, dell’iniquità umana (mysterium iniquitatis) [14]. La risposta di Cristo suona così: «Solo Dio è buono»; solo Dio è amore. Questa risposta può sembrare difficile, ma nello stesso tempo essa è ferma ed è vera: essa porta in sé la soluzione definitiva. Quanto prego affinché voi, giovani amici, udiate questa risposta di Cristo in modo veramente personale, affinché troviate la strada interiore per comprenderla, per accettarla e per intraprenderne la realizzazione.

Tale è Cristo nella conversazione col giovane. Tale è nel colloquio con ciascuno e con ciascuna di voi. Quando voi gli dite: «Maestro buono...», egli domanda: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo». E dunque: il fatto che io sono buono dà testimonianza a Dio. «Chi ha visto me, ha visto il Padre» [15] Così dice Cristo, maestro e amico, Cristo crocifisso e risorto: sempre lo stesso ieri, oggi e nei secoli [16].

Tale è il nucleo, il punto essenziale delle risposta a questi interrogativi che voi, giovani, ponete a lui mediante la ricchezza che è in voi, che è radicata nella vostra giovinezza. Questa schiude davanti a voi diverse prospettive, vi offre come compito il progetto di tutta la vita. Di qui l’interrogativo sui valori; di qui la domanda sul senso, sulla verità, sul bene e sul male. Quando Cristo rispondendovi vi comanda di riferire tutto questo a Dio, nello stesso tempo vi indica quale di ciò sia la fonte e il fondamento in voi stessi. Ognuno di voi, infatti, è immagine e somiglianza di Dio per il fatto stesso della creazione [17]. Proprio una tale immagine e somiglianza fa sì che voi poniate quegli interrogativi che dovete porvi. Essi dimostrano fino a che punto l’uomo senza Dio non può comprendere se stesso, e non può neanche realizzarsi senza Dio. Gesù Cristo è venuto nel mondo prima di tutto per rendere ognuno di noi consapevole di questo. Senza di lui questa dimensione fondamentale della verità sull’uomo sprofonderebbe facilmente nel buio. Tuttavia, «la luce è venuta nel mondo» [18], «ma le tenebre non l’hanno accolta» [19].

La domanda sulla vita eterna…

5. Che cosa devo fare perché la mia vita abbia valore, abbia senso? Questo interrogativo appassionante nella bocca del giovane del Vangelo suona così: «Che cosa devo fare per avere la vita eterna?». Un uomo, che ponga la domanda in questa forma, parla in un linguaggio ancora comprensibile agli uomini d’oggi? Non siamo noi la generazione, alla quale il mondo e il progresso temporale riempiono completamente l’orizzonte dell’esistenza? Noi pensiamo prima di tutto in categorie terrene. Se oltrepassiamo i confini del nostro pianeta, ciò facciamo allo scopo di inaugurare i voli interplanetari, per trasmettere segnali agli altri pianeti ed inviare le sonde cosmiche nella loro direzione.

Tutto questo è diventato il contenuto della nostra civiltà moderna. La scienza insieme alla tecnica ha scoperto in modo impareggiabile le possibilità dell’uomo nei riguardi della materia, ed è riuscita, altresì, a dominare il mondo interiore del suo pensiero, delle sue capacità, delle sue tendenze, delle sue passioni.

 Allo stesso tempo, però, è chiaro che, quando ci poniamo di fronte a Cristo, quando egli diventa il confidente degli interrogativi della nostra giovinezza, non possiamo porre la domanda diversamente da quel giovane del Vangelo: «Che cosa devo fare per avere la vita eterna?». Ogni altra domanda sul senso e sul valore della nostra vita sarebbe, di fronte a Cristo, insufficiente e non essenziale.

Cristo, infatti, non solo è il «maestro buono», che indica le vie della vita sulla terra. Egli è il testimone di quei definitivi destini che l’uomo ha in Dio stesso. Egli è il testimone dell’immortalità dell’uomo. Il Vangelo, che egli annunciava con la sua voce, viene definitivamente sigillato con la Croce e con la Risurrezione nel mistero pasquale. «Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui» [20]. Nella sua risurrezione Cristo è divenuto anche il permanente «segno di contraddizione» [21] di fronte a tutti i programmi incapaci di condurre l’uomo oltre la frontiera della morte. Anzi essi con questo confine chiudono ogni interrogativo dell’uomo sul valore e sul senso della vita. Di fronte a tutti questi programmi, ai modi di vedere il mondo e alle ideologie Cristo ripete costantemente: «Io sono la risurrezione e la vita» [22].

Se tu dunque, caro fratello e cara sorella, desideri parlare con Cristo aderendo a tutta la verità della sua testimonianza, devi da un lato «amare il mondo» – poiché «Dio ha tanto amato il mondo, da dare il suo Figlio unigenito» [23] – e, nello stesso tempo, devi acquistare il distacco interiore nei riguardi di tutta questa ricca e appassionante realtà, qual è «il mondo». Devi deciderti a fare la domanda sulla vita eterna. Infatti, «passa la scena di questo mondo» [24], e ciascuno di noi è soggetto a tale passaggio. L’uomo nasce con la prospettiva del giorno della sua morte, nella dimensione del mondo visibile; al tempo stesso, l’uomo, per cui l’interiore ragion d’essere è di superare se stesso, porta in sé anche tutto ciò con cui supera il mondo.

Tutto quello con cui l’uomo supera in se stesso il mondo – pur essendo in esso radicato – si spiega con l’immagine e la somiglianza di Dio, che è inscritta nell’essere umano sin dall’inizio. E tutto ciò con cui l’uomo supera il mondo non solo giustifica l’interrogativo sulla vita eterna, ma lo rende addirittura indispensabile. Questa è la domanda che gli uomini si pongono da tempo non solo nell’ambito del cristianesimo, ma anche al di fuori di esso. Voi dovete trovare il coraggio anche di porla come il giovane del Vangelo. Il cristianesimo ci insegna a comprendere la temporalità dalla prospettiva del Regno di Dio, dalla prospettiva della vita eterna. Senza di essa la temporalità, anche la più ricca, anche la più formata in tutti gli aspetti, alla fine non porta all’uomo null’altro che l’ineluttabile necessità della morte.

Ora, esiste un’antinomia tra la giovinezza e la morte. La morte sembra essere lontana dalla giovinezza. È così. Poiché, tuttavia, la giovinezza significa il progetto di tutta la vita, progetto costruito secondo il criterio del senso e del valore, anche durante la giovinezza è indispensabile la domanda sulla fine. L’esperienza umana, lasciata a se stessa, dice la stessa cosa della Sacra Scrittura: « È stabilito che gli uomini muoiano una sola volta» [25]. Lo scrittore ispirato aggiunge: «Dopo di che viene il giudizio» [26]. E Cristo dice: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno» [27]. Domandate dunque a Cristo, come il giovane del Vangelo: «Che cosa devo fare per avere la vita eterna?».

... sulla morale e sulla coscienza

6. A questo interrogativo Gesù risponde: «Tu conosci i comandamenti», e subito elenca questi comandamenti, che fan parte del Decalogo. Li ricevette un giorno Mosè sul monte Sinai, al momento dell’Alleanza di Dio con Israele. Essi furono scritti su tavole di pietra [28] e costituivano per ogni israelita l’indicazione quotidiana della strada [29]. Il giovane che parla con Cristo conosce naturalmente a memoria i comandamenti del Decalogo; può, anzi, dichiarare con gioia: «Tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza» [30].

Dobbiamo presupporre che in quel dialogo che Cristo sviluppa con ciascuno di voi, o giovani, si ripeta la stessa domanda: «Conosci i comandamenti»? Essa si ripeterà infallibilmente, perché i comandamenti fanno parte dell’Alleanza tra Dio e l’umanità. I comandamenti determinano le basi essenziali del comportamento, decidono del valore morale degli atti umani, rimangono in rapporto organico con la vocazione dell’uomo alla vita eterna, con l’instaurazione del Regno di Dio negli uomini e tra gli uomini. Nella parola della Rivelazione divina è inscritto il chiaro codice della moralità, di cui rimangono punto-chiave le tavole del Decalogo del monte Sinai, ed il cui apice si trova nel Vangelo: nel Discorso della montagna [31] e nel comandamento dell’amore [32].

Questo codice della moralità trova, al tempo stesso, un’altra redazione. Esso è inscritto nella coscienza morale dell’umanità sicché coloro che non conoscono i comandamenti, cioè la legge rivelata da Dio, «sono legge a se stessi» [33]. Così scrive san Paolo nella Lettera ai Romani, e subito aggiunge: «Essi dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza» [34].

Tocchiamo qui problemi di somma importanza per la vostra giovinezza e per quel progetto di vita, che da essa emerge.

Questo progetto aderisce alla prospettiva della vita eterna prima di tutto attraverso la verità delle opere, sulle quali verrà costruito. La verità delle opere ha il suo fondamento in quella duplice redazione della legge morale: quella che si trova scritta nelle tavole del Decalogo di Mosè e nel Vangelo, e quella che si trova scolpita nella coscienza morale dell’uomo. E la coscienza «si presenta come testimone» di quella legge, come scrive san Paolo. Questa coscienza – secondo le parole della Lettera ai Romani – sono «i ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono» [35]. Ognuno sa quanto queste parole corrispondano alla nostra realtà interiore: ciascuno di noi sin dalla giovinezza sperimenta la voce della coscienza.

Quando dunque Gesù, nel colloquio col giovane, elenca i comandamenti: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre» [36], la retta coscienza risponde con una reazione interiore alle rispettive opere dell’uomo: essa accusa o difende. Bisogna, però, che la coscienza non sia deviata; bisogna che la fondamentale formulazione dei principi della morale non ceda alla deformazione ad opera di un qualsiasi relativismo o utilitarismo.

Cari giovani amici! La risposta, che Gesù dà al suo interlocutore del Vangelo, è rivolta a ciascuno e a ciascuna di voi. Cristo vi interroga circa lo stato della vostra consapevolezza morale, e vi interroga, al tempo stesso, circa lo stato delle vostre coscienze. Questa è una domanda-chiave per l’uomo: è l’interrogativo fondamentale della vostra giovinezza, valevole per tutto il progetto di vita, che appunto deve formarsi nella giovinezza. Il suo valore è quello più strettamente unito al rapporto che ognuno di voi ha nei confronti del bene e del male morale. Il valore di questo progetto dipende in modo essenziale dall’autenticità e dalla rettitudine della vostra coscienza. Dipende anche dalla sua sensibilità.

In tal modo ci troviamo qui in un momento cruciale, in cui ad ogni passo temporalità ed eternità si incontrano ad un livello che è proprio dell’uomo. È il livello della coscienza, il livello dei valori morali: questa è la più importante dimensione della temporalità e della storia. La storia, infatti, viene scritta non solo dagli avvenimenti, che si svolgono in un certo qual senso «dall’esterno», ma è scritta prima di tutto «dal di dentro»: è la storia delle coscienze umane, delle vittorie o delle sconfitte morali. Qui trova anche il suo fondamento l’essenziale grandezza dell’uomo: la sua dignità autenticamente umana. Questo è quel tesoro interiore, per il quale l’uomo supera di continuo se stesso nella direzione dell’eternità. Se è vero che «è stabilito che gli uomini muoiano una sola volta», è anche vero che il tesoro della coscienza, il deposito del bene e del male, l’uomo lo porta attraverso la frontiera della morte, affinché, al cospetto di colui che è la santità stessa, trovi l’ultima e definitiva verità su tutta la sua vita: «Dopo di che viene il giudizio» [37].

Così appunto avviene nella coscienza: nella verità interiore dei nostri atti, in un certo senso, è costantemente presente la dimensione della vita eterna. E contemporaneamente la stessa coscienza, mediante i valori morali, imprime il più espressivo sigillo nella vita delle generazioni, nella storia e nella cultura degli ambienti umani, delle società, delle nazioni e dell’intera umanità.

Quanto in questo campo dipende da ciascuna e da ciascuno di voi!

«Gesù, fissatolo, lo amò»

7. Continuando nell’esame del colloquio di Cristo col giovane, entriamo ora in un’altra fase. Essa è nuova e decisiva. Il giovane ha ricevuto la risposta essenziale e fondamentale alla domanda: «Che cosa devo fare per avere la vita eterna?», e questa risposta coincide con tutta la strada della sua vita, finora percorsa: «Tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Quanto ardentemente auguro a ciascuno di voi che la strada della vostra vita, finora percorsa, coincida similmente con la risposta di Cristo! Auguro, anzi, che la giovinezza vi fornisca una robusta base di sani principi, che la vostra coscienza raggiunga già in questi anni della giovinezza quella trasparenza matura che nella vita permetterà a ciascuno di voi di rimanere sempre «persona di coscienza», «persona di principi», «persona che ispira fiducia», cioè che è credibile. La personalità morale, così formata, costituisce insieme il più importante contributo che voi potete portare nella vita comunitaria, nella famiglia, nella società, nell’attività professionale e anche nell’attività culturale o politica e, finalmente, nella comunità stessa della Chiesa, con la quale già siete o sarete un giorno legati.

Si tratta qui insieme di una piena e profonda autenticità dell’umanità e di un’eguale autenticità dello sviluppo della personalità umana, femminile o maschile, con tutte le caratteristiche che costituiscono il tratto irripetibile di questa personalità e, al tempo stesso, provocano una molteplice risonanza nella vita della comunità e degli ambienti, iniziando già dalla famiglia. Ognuno di voi deve in qualche modo contribuire alla ricchezza di queste comunità prima di tutto, per mezzo di ciò che è. Non si schiude in questa direzione quella giovinezza, che è la ricchezza «personale» di ciascuno di voi? L’uomo legge se stesso, la propria umanità sia come il proprio mondo interiore, sia come il terreno specifico dell’essere «con gli altri», «per gli altri».

Proprio qui assumono un significato decisivo i comandamenti del Decalogo e del Vangelo, specialmente il comandamento della carità, che apre l’uomo verso Dio e verso il prossimo. La carità, infatti, è «il vincolo della perfezione» [38]. Per mezzo di essa maturano più pienamente l’uomo e la fratellanza interumana.

Perciò, la carità è più grande [39], è il primo tra tutti i comandamenti, come insegna il Cristo [40]; in esso anche tutti gli altri si racchiudono e si unificano.

Vi auguro, dunque, che le strade della vostra giovinezza si incontrino col Cristo, affinché possiate confermare davanti a lui, con la testimonianza della coscienza, questo codice evangelico della morale, ai cui valori, nel corso delle generazioni, si sono avvicinati in qualche modo tanti uomini grandi di spirito.

Non è qui il luogo di citare le conferme che percorrono l’intera storia dell’umanità. Certo è che fin dai tempi più antichi il dettame della coscienza indirizza ogni soggetto umano verso una norma morale oggettiva, che trova espressione concreta nel rispetto della persona dell’altro e nel principio di non fare a lui quello che non si vuole sia fatto a sé [41].

In questo vediamo già emergere chiaramente quella morale oggettiva, della quale san Paolo afferma che è «scritta nei cuori» e riceve la «testimonianza della coscienza» [42]. Il cristiano vi scorge facilmente un raggio del Verbo creatore che illumina ogni uomo [43], e proprio perché di questo Verbo, fatto carne, è seguace, si eleva alla legge superiore del Vangelo che positivamente gli impone – col comandamento della carità – di fare al prossimo tutto quel bene che vuole sia fatto a sé. Egli sigilla così l’intima voce della sua coscienza con l’adesione assoluta a Cristo ed alla sua parola.

Vi auguro anche di sperimentare, dopo il discernimento dei problemi essenziali ed importanti per la vostra giovinezza, per il progetto di tutta la vita che è davanti a voi, ciò di cui parla il Vangelo: «Gesù, fissatolo, lo amò». Vi auguro di sperimentare uno sguardo così! Vi auguro di sperimentare la verità che egli, il Cristo, vi guarda con amore!

Egli guarda con amore ogni uomo. Il Vangelo lo conferma ad ogni passo. Si può anche dire che in questo «sguardo amorevole» di Cristo sia contenuto quasi il riassunto e la sintesi di tutta la Buona Novella. Se cerchiamo l’inizio di questo sguardo, occorre che torniamo indietro al Libro della Genesi, a quell’istante in cui, dopo la creazione dell’uomo «maschio e femmina», Dio vide che «era cosa molto buona» [44]. Questo primissimo sguardo del Creatore si rispecchia nello sguardo di Cristo, che accompagna la conversazione col giovane del Vangelo.

Sappiamo che Cristo confermerà e sigillerà questo sguardo col sacrificio redentivo della Croce, poiché proprio per mezzo di questo sacrificio quello «sguardo» raggiunse una particolare profondità di amore. In esso è contenuta una tale affermazione dell’uomo e dell’umanità, della quale solo egli è capace, solo Cristo Redentore e Sposo. Egli solo «sa quello che c’è in ogni uomo» [45]: conosce la sua debolezza, ma conosce anche e soprattutto la sua dignità.

Auguro a ciascuno e a ciascuna di voi di scoprire questo sguardo di Cristo e di sperimentarlo fino in fondo. Non so in quale momento della vita. Penso che ciò avverrà quando ce ne sarà più bisogno: forse nella sofferenza, forse insieme con la testimonianza di una coscienza pura, come nel caso di quel giovane del Vangelo, o forse proprio in una situazione opposta: insieme col senso di colpa, col rimorso di coscienza. Cristo, infatti, guardò anche Pietro nell’ora della sua caduta, quando egli ebbe rinnegato tre volte il suo Maestro [46].

È necessario all’uomo questo sguardo amorevole: è a lui necessaria la consapevolezza di essere amato, di essere amato eternamente e scelto dall’eternità [47]. Al tempo stesso, questo eterno amore di elezione divina accompagna l’uomo durante la vita come lo sguardo d’amore di Cristo. E forse massimamente nel momento della prova, dell’umiliazione, della persecuzione, della sconfitta, allorché la nostra umanità viene quasi cancellata agli occhi degli uomini, oltraggiata e calpestata: allora la consapevolezza che il Padre ci ha da sempre amati nel suo Figlio, che il Cristo ama ognuno e sempre, diventa un fermo punto di sostegno per tutta la nostra esistenza umana. Quando tutto si pronuncia in favore del dubbio su se stessi e sul senso della propria vita, allora questo sguardo di Cristo, cioè la consapevolezza dell’amore che in lui si è dimostrato più potente di ogni male e di ogni distruzione, questa consapevolezza ci permette di sopravvivere.

Vi auguro, dunque, di sperimentare ciò che sperimentò il giovane del Vangelo: «Gesù, fissatolo, lo amò».

«Seguimi»

8. Dall’esame del testo evangelico risulta che questo sguardo fu, per così dire, la risposta di Cristo alla testimonianza che il giovane aveva dato della sua vita fino a quel momento, ossia di aver agito secondo i comandamenti di Dio: «Tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza».

Al tempo stesso, questo «sguardo d’amore» fu l’introduzione alla fase conclusiva della conversazione. Volendo seguire la redazione di Matteo, fu quel giovane stesso ad aprire questa fase, dato che non solo affermò la propria fedeltà nei confronti dei comandamenti del Decalogo, che caratterizzava tutta la sua precedente condotta, ma contemporaneamente pose una nuova domanda. Difatti chiese: «Che cosa mi manca ancora?» [48].

Questa domanda è molto importante. Indica che nella coscienza morale dell’uomo, e proprio dell’uomo giovane, che forma il progetto di tutta la sua vita, è nascosta l’aspirazione a un «qualcosa di più». Questa aspirazione si fa sentire in diversi modi, e noi possiamo notarla anche tra gli uomini che sembrano esser lontani dalla nostra religione.

Tra i seguaci delle religioni non cristiane, soprattutto del Buddhismo, dell’Induismo e dell’Islamismo, troviamo già da millenni schiere di uomini «spirituali», i quali spesso fin dalla giovinezza lasciano tutto per mettersi in stato di povertà e di purezza alla ricerca dell’Assoluto che sta oltre l’apparenza delle cose sensibili, si sforzano di acquistare lo stato di liberazione perfetta, si rifugiano in Dio con amore e confidenza, cercano di sottomettersi con tutta l’anima ai decreti nascosti di lui. Essi sono come spinti da una misteriosa voce interiore che risuona nel loro spirito, quasi echeggiando la parola di san Paolo: «Passa la scena di questo mondo» [49], e li guida alla ricerca di cose più grandi e durature: «Cercate le cose di lassù» [50]. Essi tendono con tutte le forze verso la meta lavorando con serio tirocinio alla purificazione del loro spirito, giungendo talvolta a fare della propria vita una donazione d’amore alla divinità. Così facendo, si levano come un esempio vivente per i loro contemporanei, ai quali additano con la loro stessa condotta il primato dei valori eterni su quelli fuggevoli e talora ambigui offerti dalla società, in cui vivono.

Ma è nel Vangelo che l’aspirazione alla perfezione, a un «qualcosa di più» trova il suo esplicito punto di riferimento. Cristo nel Discorso della montagna conferma tutta la legge morale, al cui centro si trovano le tavole mosaiche dei dieci comandamenti; nello stesso tempo, però, egli conferisce a questi comandamenti un significato nuovo, evangelico. E tutto viene concentrato – come è già stato detto – intorno alla carità non solo come comandamento, ma anche come dono: «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci è stato dato» [51].

In questo nuovo contesto diventa anche comprensibile il programma delle otto Beatitudini con cui si apre il Discorso della montagna nel Vangelo secondo Matteo [52].

In questo stesso contesto l’insieme dei comandamenti, che costituiscono il codice fondamentale della morale cristiana, viene completato dall’insieme dei consigli evangelici, nei quali in modo speciale si esprime e si concretizza la chiamata di Cristo alla perfezione, che è chiamata alla santità.

Quando il giovane chiede intorno al «di più»: «Che cosa mi manca ancora?», Gesù lo fissa con amore, e questo amore trova qui un nuovo significato. L’uomo viene portato interiormente, per mano dello Spirito Santo, da una vita secondo i comandamenti ad una vita nella consapevolezza del dono, e lo sguardo pieno di amore di Cristo esprime questo «passaggio» interiore. E Gesù dice: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi» [53].

Sì, miei amati giovani amici! L’uomo, il cristiano è capace di vivere nella dimensione del dono. Anzi, questa dimensione non solo è «superiore» alla dimensione dei soli obblighi morali noti dai comandamenti, ma è anche «più profonda» di essa e più fondamentale. Essa testimonia una più piena espressione di quel progetto di vita, che costruiamo già nella giovinezza. La dimensione del dono crea anche il profilo maturo di ogni vocazione umana e cristiana, come verrà detto in seguito.

In questo momento desidero, tuttavia, parlarvi del particolare significato delle parole, che Cristo disse a quel giovane. E ciò faccio nella convinzione che Cristo le rivolga nella Chiesa ad alcuni suoi giovani interlocutori di ogni generazione. Anche della nostra. Quelle sue parole significano allora una particolare vocazione nella comunità del Popolo di Dio. La Chiesa trova il «seguimi» di Cristo [54]  all’inizio di ogni chiamata al servizio nel sacerdozio ministeriale, il che simultaneamente nella Chiesa cattolica latina è unito alla consapevole e libera scelta del celibato. La Chiesa trova lo stesso «seguimi» di Cristo all’inizio della vocazione religiosa, nella quale mediante la professione dei consigli evangelici (castità, povertà e obbedienza) un uomo o una donna riconoscono come proprio il programma di vita che Cristo stesso realizzò sulla terra, per il Regno di Dio [55]. Emettendo i voti religiosi, tali persone si impegnano a dare una particolare testimonianza dell’amore di Dio sopra ogni cosa ed insieme di quella chiamata all’unione con Dio nell’eternità, che è rivolta a tutti. C’è, tuttavia, bisogno che alcuni ne diano una testimonianza eccezionale davanti agli altri.

Mi limito solo a menzionare questi argomenti nella presente Lettera, perché essi sono stati già presentati ampiamente altrove ed anche più volte [56]. Io li ricordo, perché nel contesto del colloquio di Cristo col giovane essi acquistano una particolare chiarezza, specialmente l’argomento della povertà evangelica. Li ricordo anche perché la chiamata «seguimi» di Cristo, proprio in questo senso eccezionale e carismatico, si fa sentire il più delle volte già nel periodo della giovinezza; a volte si avverte addirittura nel periodo dell’infanzia.

È per questo che desidero dire a tutti voi, giovani, in questa importante fase dello sviluppo della vostra personalità femminile o maschile: se una tale chiamata giunge al tuo cuore, non farla tacere! Lascia che si sviluppi fino alla maturità di una vocazione! Collabora con essa mediante la preghiera e la fedeltà ai comandamenti! «La messe, infatti, è molta» [57]. C’è un enorme bisogno di molti che siano raggiunti dalla chiamata di Cristo: «Seguimi». C’è un enorme bisogno di sacerdoti secondo il cuore di Dio – e la Chiesa e il mondo d’oggi hanno un enorme bisogno di una testimonianza di vita donata senza riserva a Dio: della testimonianza di un tale amore sponsale di Cristo stesso, che in modo particolare renda presente tra gli uomini il Regno di Dio e lo avvicini al mondo.

Permettetemi, dunque, di completare ancora le parole di Cristo Signore sulla messe che è molta. Sì, è molta questa messe del Vangelo, questa messe della salvezza!... «Ma gli operai sono pochi!». Forse oggi ciò si risente più che in passato, specialmente in alcuni Paesi, come anche in alcuni Istituti di vita consacrata e simili.

«Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe» [58], continua Cristo. E queste parole, specialmente ai nostri tempi, diventano un programma di preghiera e di azione in favore delle vocazioni sacerdotali e religiose. Con questo programma la Chiesa si rivolge a voi, ai giovani. Anche voi: chiedete! E se il frutto di questa preghiera della Chiesa nascerà nel profondo del vostro cuore, ascoltate il Maestro che dice: «Seguimi».

Il progetto di vita e la vocazione cristiana

9. Queste parole nel Vangelo certamente riguardano la vocazione sacerdotale o religiosa; al tempo stesso, però, esse ci permettono di comprendere più profondamente la questione della vocazione in un senso ancor più ampio e fondamentale.

Si potrebbe parlare qui della vocazione «di vita», la quale in qualche modo si identifica con quel progetto di vita, che ognuno di voi elabora nel periodo della sua giovinezza. Tuttavia, «la vocazione» dice ancora qualcosa di più del «progetto». In questo secondo caso sono io stesso il soggetto che elabora, e ciò corrisponde meglio alla realtà della persona, qual è ognuna e ognuno di voi. Questo «progetto» è la «vocazione», in quanto in essa si fanno sentire i vari fattori che chiamano. Questi fattori compongono di solito un determinato ordine di valori (detto anche «gerarchia di valori»), dai quali emerge un ideale da realizzare, che è attraente per un cuore giovane. In questo processo la «vocazione» diventa «progetto», e il progetto comincia a essere anche vocazione.

Dato però che ci troviamo davanti a Cristo e basiamo le nostre riflessioni intorno alla giovinezza sul suo colloquio col giovane, occorre precisare ancor meglio quel rapporto del «progetto di vita» nei riguardi della «vocazione di vita». L’uomo è una creatura ed è insieme un figlio adottivo di Dio in Cristo: è figlio di Dio. Allora l’interrogativo: «Che cosa devo fare?» l’uomo lo pone durante la sua giovinezza non solo a sé e agli altri uomini, dai quali può attendere una risposta, specialmente ai genitori e agli educatori, ma lo pone anche a Dio, come suo creatore e padre. Egli lo pone nell’ambito di quel particolare spazio interiore, nel quale ha imparato ad essere in stretta relazione con Dio, prima di tutto nella preghiera. Egli chiede dunque a Dio: «Che cosa devo fare?», qual è il tuo piano riguardo alla mia vita? Il tuo piano creativo e paterno? Qual è la tua volontà? Io desidero compierla.

In un tale contesto il «progetto» acquista il significato di «vocazione di vita», come qualcosa che viene all’uomo affidato da Dio come compito. Una persona giovane, rientrando dentro di sé ed insieme intraprendendo il colloquio con Cristo nella preghiera, desidera quasi leggere quel pensiero eterno, che Dio, creatore e padre, ha nei suoi riguardi. Si convince allora che il compito, a lei assegnato da Dio, è lasciato completamente alla sua libertà e, al tempo stesso, è determinato da diverse circostanze di natura interna ed esterna. Esaminandole la persona giovane, ragazzo o ragazza, costruisce il suo progetto di vita ed insieme riconosce questo progetto come la vocazione, alla quale Dio la chiama.

Desidero, dunque, affidare a voi tutti, giovani destinatari della presente Lettera, questo lavoro meraviglioso, che si collega alla scoperta, davanti a Dio, della rispettiva vocazione di vita. È questo un lavoro appassionante. È un affascinante impegno interiore. In questo impegno si sviluppa e cresce la vostra umanità, mentre la vostra giovane personalità va acquistando la maturità interiore. Vi radicate in ciò che ognuno e ognuna di voi è, per diventare ciò che deve diventare: per sé – per gli uomini – per Dio.

Di pari passo col processo di scoprire la propria «vocazione di vita» dovrebbe svilupparsi il rendersi conto in qual modo questa vocazione di vita sia, al tempo stesso, una «vocazione cristiana».

Occorre qui osservare che, nel periodo anteriore al Concilio Vaticano II, il concetto di «vocazione» veniva applicato prima di tutto in relazione al sacerdozio e alla vita religiosa, come se Cristo avesse rivolto al giovane il suo «seguimi» evangelico solo per questi casi. Il Concilio ha allargato questa visuale. La vocazione sacerdotale e religiosa ha conservato il suo carattere particolare e la sua sacramentale e carismatica importanza nella vita del Popolo di Dio. Al tempo stesso, però, la consapevolezza, rinnovata dal Vaticano II, dell’universale partecipazione di tutti i battezzati alla triplice missione di Cristo (tria munera) profetica, sacerdotale e regale, come anche la consapevolezza dell’universale vocazione alla santità [59], fanno sì che ogni vocazione di vita dell’uomo come la vocazione cristiana corrisponda alla chiamata evangelica. Il «seguimi» di Cristo si fa sentire su diverse strade, lungo le quali camminano i discepoli ed i confessori del divino Redentore. In diversi modi si può diventare imitatori di Cristo, cioè non solamente dando una testimonianza del Regno escatologico di verità e di amore, ma anche adoperandosi per la trasformazione secondo lo spirito del Vangelo di tutta la realtà temporale [60]. È a questo punto che prende anche inizio l’apostolato dei laici, che è inseparabile dall’essenza stessa della vocazione cristiana.

Sono queste le premesse estremamente importanti per il progetto di vita, che corrisponde all’essenziale dinamismo della vostra giovinezza. Bisogna che voi esaminiate questo progetto – indipendentemente dal concreto contenuto «di vita», di cui esso si riempirà – alla luce delle parole rivolte da Cristo a quel giovane.

Bisogna anche che ripensiate – e molto profondamente – al significato del battesimo e della cresima. In questi due sacramenti, infatti, è contenuto il deposito fondamentale della vita e della vocazione cristiana. Da essi parte la strada verso l’Eucaristia, che contiene la pienezza della sacramentale elargizione concessa al cristiano: tutta la ricchezza della Chiesa si concentra in questo sacramento di amore. A sua volta – e sempre in rapporto all’Eucaristia – bisogna riflettere sull’argomento del sacramento della penitenza, il quale ha un’importanza insostituibile per la formazione della personalità cristiana, specialmente se ad esso viene unita la direzione spirituale, cioè una scuola sistematica di vita interiore.

Su tutto questo mi pronuncio brevemente, anche se ciascuno dei sacramenti della Chiesa ha il suo definito e specifico riferimento alla giovinezza ed ai giovani. Confido che questo tema venga trattato in maniera particolareggiata da altri, specialmente dagli operatori pastorali appositamente inviati a collaborare con la gioventù.

La Chiesa stessa – come insegna il Concilio Vaticano II – è «come un sacramento, o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» [61]. Ogni vocazione di vita, come vocazione «cristiana», è radicata nella sacramentalità della Chiesa: essa si forma, dunque, mediante i sacramenti della nostra fede. Sono essi a permetterci sin dalla giovinezza di aprire il nostro «io» umano all’azione salvifica di Dio, cioè della santissima Trinità. Essi ci permettono di partecipare alla vita di Dio, vivendo al massimo un’autentica vita umana. In tal modo questa vita umana acquista una nuova dimensione ed insieme la sua originalità cristiana: la consapevolezza delle esigenze poste all’uomo dal Vangelo viene completata dalla consapevolezza del dono, che supera ogni cosa. «Se tu conoscessi il dono di Dio» [62], disse Cristo parlando con la Samaritana.

«Grande Sacramento sponsale»

10. Su questo vasto sfondo, che il vostro progetto giovanile di vita acquista in confronto con l’idea della vocazione cristiana, io desidero rivolgere l’attenzione insieme con voi, giovani destinatari della presente Lettera, verso il problema che, in un certo senso, si trova al centro della giovinezza di voi tutti. Questo è uno dei problemi centrali della vita umana ed è insieme uno dei temi centrali di riflessione, di creatività e di cultura. Questo è anche uno dei principali temi biblici, al quale personalmente ho dedicato molte riflessioni e molte analisi. Dio ha creato l’essere umano uomo e donna, introducendo con ciò nella storia dell’umanità quella particolare «duplicità» con una completa parità, se si tratta della dignità umana, e con una meravigliosa complementarietà, se si tratta della divisione degli attributi, delle proprietà e dei compiti, uniti alla mascolinità ed alla femminilità dell’essere umano.

Pertanto, questo è un tema di per sé inscritto nello stesso «io» personale di ciascuno e di ciascuna di voi. La giovinezza è quel periodo, in cui questo grande tema attraversa in modo sperimentale e creativo l’anima e il corpo di ogni ragazza e di ogni ragazzo, e si manifesta all’interno della coscienza giovanile insieme con la scoperta fondamentale del proprio «io» in tutta la sua molteplice potenzialità. Allora anche, sull’orizzonte di un giovane cuore, si delinea un’esperienza nuova: questa è l’esperienza dell’amore, che sin dall’inizio richiede di essere inscritta in quel progetto di vita, che la giovinezza crea e forma spontaneamente.

Tutto questo possiede ogni volta la sua irripetibile espressione soggettiva, la sua ricchezza affettiva, la sua bellezza addirittura metafisica. Al tempo stesso, in tutto questo è contenuta una possente esortazione a non falsare questa espressione, a non distruggere tale ricchezza e a non deturpare tale bellezza. Siate convinti che questo appello viene da Dio stesso, che ha creato l’uomo «a sua immagine e somiglianza» proprio «come uomo e donna». Questo appello scaturisce dal Vangelo e si fa sentire nella voce delle giovani coscienze, se esse hanno conservato la loro semplicità e limpidezza: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» [63]. Sì! Per mezzo di quell’amore che nasce in voi – e vuol essere inscritto nel progetto di tutta la vita – dovete vedere Dio che è amore [64].

E perciò vi chiedo di non interrompere il colloquio con Cristo in questa fase estremamente importante della vostra giovinezza; vi chiedo, anzi, di impegnarvi ancora di più. Quando Cristo dice «seguimi», la sua chiamata può significare: «ti chiamo ad un altro amore ancora»; però, molto spesso significa: «seguimi», segui me che sono lo sposo della Chiesa – della mia sposa ...; vieni, diventa anche tu lo sposo della tua sposa ..., diventa anche tu la sposa del tuo sposo. Diventate ambedue i partecipanti a quel mistero, a quel sacramento, del quale nella Lettera agli Efesini si dice che è grande: grande «in riferimento a Cristo e alla Chiesa» [65].

Molto dipende dal fatto che voi, anche su questa via, seguiate il Cristo; che non fuggiate da lui, mentre avete questo problema che giustamente ritenete il grande evento del vostro cuore, un problema che esiste solo in voi e tra voi. Desidero che crediate e vi convinciate che questo grande problema ha la sua dimensione definitiva in Dio, che è amore – in Dio, che nell’assoluta unità della sua divinità è insieme una comunione di persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. Desidero che voi crediate e vi convinciate che questo vostro umano «grande mistero» ha il suo principio in Dio che è il Creatore, che esso è radicato in Cristo Redentore, il quale come lo sposo «ha dato se stesso», ed a tutti gli sposi e a tutte le spose insegna a «donarsi» secondo la piena misura della dignità personale di ciascuno e di ciascuna. Cristo ci insegna l’amore sponsale.

Imboccare la via della vocazione matrimoniale significa imparare l’amore sponsale giorno per giorno, anno per anno: l’amore secondo l’anima e il corpo, l’amore che «è paziente, è benigno, che non cerca il suo... e non tiene conto del male»; l’amore, che sa «compiacersi della verità», l’amore che «tutto sopporta» [66].

Proprio di questo amore voi, giovani, avete bisogno, se il vostro futuro matrimonio deve «superare» la prova di tutta la vita. E proprio questa prova fa parte dell’essenza stessa della vocazione che, mediante il matrimonio, intendete inscrivere nel progetto della vostra vita.

E perciò io non smetto di pregare il Cristo e la Madre del bell’Amore per l’amore che nasce nei giovani cuori. Molte volte nella mia vita mi è stato dato di accompagnare, in un certo senso, più da vicino questo amore dei giovani. Grazie a questa esperienza ho capito quanto sia essenziale il problema, di cui si tratta qui, quanto esso sia importante e quanto grande. Penso che il futuro dell’uomo si decida in misura importante sulle vie di questo amore, inizialmente giovanile, che tu e lei ... che tu e lui scoprite sulle strade della vostra giovinezza. Questa è – si può dire – una grande avventura, ma è anche un grande compito.

Oggi i principi della morale cristiana matrimoniale in molti ambienti vengono presentati secondo un’immagine distorta. Si cerca di imporre ad ambienti, e perfino a intere società un modello che si autoproclama «progressista» e «moderno». Non si nota all’occasione che in questo modello l’uomo e, forse, soprattutto la donna da soggetto è trasformata in oggetto (oggetto di una specifica manipolazione), e tutto il grande contenuto dell’amore viene ridotto a «godimento», il quale, anche se fosse da ambedue le parti, non cesserebbe di essere egoistico nella sua essenza. Infine il bambino, che è il frutto e la nuova incarnazione dell’amore dei due, diventa sempre più «un’aggiunta fastidiosa». La civiltà materialistica e consumistica penetra in tutto questo meraviglioso insieme dell’amore coniugale e paterno e materno, e lo spoglia di quel contenuto profondamente umano, che sin dall’inizio fu pervaso anche da un contrassegno e riflesso divino.

Cari giovani amici! Non permettete che vi sia tolta questa ricchezza! Non inscrivete nel progetto della vostra vita un contenuto deformato, impoverito e falsato: l’amore «si compiace della verità». Cercatela questa verità là dove essa si trova realmente! Se c’è bisogno, siate decisi ad andare contro la corrente delle opinioni che circolano e degli slogans propagandati! Non abbiate paura dell’amore, che pone precise esigenze all’uomo. Queste esigenze – così come le trovate nel costante insegnamento della Chiesa – sono appunto capaci di rendere il vostro amore un vero amore.

E se dovessi farlo in qualche luogo, qui specialmente io desidero ripetere l’augurio formulato all’inizio, che cioè siate «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi»! La Chiesa e l’umanità vi affidano il grande problema di quell’amore, sul quale si basa il matrimonio, la famiglia: il futuro. Esse confidano che saprete farlo rinascere; confidano che saprete renderlo bello: umanamente e cristianamente bello. Umanamente e cristianamente grande, maturo e responsabile.

Eredità

11. Nel vasto ambito nel quale il progetto di vita, elaborato nella giovinezza, s’incontra con «gli altri», abbiamo toccato il punto più nevralgico. Consideriamo ancora che questo punto centrale, nel quale il nostro «io» personale si apre verso la vita «con gli altri» e «per gli altri» nell’alleanza matrimoniale, trova nella Sacra Scrittura una parola molto significativa: «L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie» [67].

Quell’«abbandonerà» merita una particolare attenzione. La storia dell’umanità passa sin dall’inizio – e passerà sino alla fine – attraverso la famiglia. L’uomo entra in essa mediante la nascita che deve ai genitori: al padre e alla madre, per abbandonare poi al momento opportuno questo primo ambiente di vita e di amore e passare al nuovo. «Abbandonando il padre e la madre», ognuno e ognuna di voi contemporaneamente, in un certo senso li porta dentro con sé, assume la molteplice eredità, che in loro e nella loro famiglia ha il suo diretto inizio e la sua fonte. In questo modo, anche abbandonando, ognuno di voi rimane: l’eredità che assume lo lega stabilmente con coloro che l’hanno trasmessa a lui ed ai quali tanto deve. E egli stesso – lei e lui – continuerà a trasmettere la stessa eredità. Perciò, anche il quarto comandamento del Decalogo possiede una così grande importanza: «Onora tuo padre e tua madre» [68].

Si tratta qui, prima di tutto, del retaggio di essere uomo e, successivamente, di essere uomo in una più definita situazione personale e sociale. In questo ha la sua parte persino la somiglianza fisica nei riguardi dei genitori. Ancor più importante di questo è l’intero retaggio della cultura, al centro del quale si trova quasi quotidianamente la lingua. I genitori hanno insegnato a ciascuno di voi a parlare quella lingua, che costituisce l’espressione essenziale del legame sociale con altri uomini. Esso è determinato da confini più ampi della famiglia stessa oppure di un certo ambiente. Questi sono i confini almeno di una tribù e il più delle volte i confini di un popolo o di una nazione, nella quale siete nati.

In questo modo l’eredità familiare si estende. Attraverso l’educazione familiare partecipate ad una determinata cultura, partecipate anche alla storia del vostro popolo o nazione. Il legame familiare significa insieme l’appartenenza ad una comunità più grande della famiglia, e ancora un’altra base di identità della persona. Se la famiglia è la prima educatrice di ognuno di voi, al tempo stesso – mediante la famiglia – educatrice è la tribù, il popolo o la nazione, con cui siamo legati per l’unità della cultura, della lingua e della storia.

Questo retaggio costituisce, altresì, una chiamata in senso etico. Ricevendo la fede ed ereditando i valori e contenuti che costituiscono l’insieme della cultura della sua società, della storia della sua nazione, ciascuno e ciascuna di voi viene dotato spiritualmente nella sua individuale umanità. Ritorna qui la parabola dei talenti, che riceviamo dal Creatore per il tramite dei nostri genitori e delle nostre famiglie, ed anche della comunità nazionale, alla quale apparteniamo. Nei riguardi di questa eredità noi non possiamo mantenere un atteggiamento passivo, o addirittura rinunciatario, come fece l’ultimo di quei servi che sono nominati nella parabola dei talenti [69]. Noi dobbiamo fare tutto ciò di cui siamo capaci, per assumere questo retaggio spirituale, per confermarlo, mantenerlo e incrementarlo. Questo è un compito importante per tutte le società, specialmente forse per quelle che si trovano all’inizio della loro esistenza autonoma, oppure per quelle che devono difendere dal pericolo di distruzione dall’esterno o di decomposizione dall’interno questa stessa esistenza e l’essenziale identità della propria nazione.

Scrivendo a voi, giovani, io cerco di avere davanti agli occhi dell’anima la complessa e distinta situazione delle tribù, dei popoli e delle nazioni sul nostro globo terrestre. La vostra giovinezza ed il progetto di vita, che durante la giovinezza ciascuno e ciascuna di voi elabora, sono sin dall’inizio inseriti nella storia di queste diverse società, e ciò avviene non «dall’esterno», ma eminentemente «dall’interno». Questo diventa per voi una questione di consapevolezza familiare e, conseguentemente, nazionale: una questione di cuore, una questione di coscienza. Il concetto di «patria» si sviluppa in immediata contiguità col concetto di «famiglia» e, in un certo senso, l’uno nell’ambito dell’altro. E voi gradualmente, sperimentando questo legame sociale, che è più ampio del legame familiare, iniziate anche a partecipare alla responsabilità per il bene comune di quella più grande famiglia, che è la «patria» terrena di ciascuno e di ciascuna di voi. Le eminenti figure della storia, antica o contemporanea, di una nazione guidano anche la vostra giovinezza, e favoriscono lo sviluppo di quell’amore sociale, che più spesso viene chiamato «amor patrio».

Talenti e compiti

12. Ecco, in questo contesto della famiglia e della società, che è la vostra patria, si inserisce gradualmente un tema connesso molto da vicino con la parabola dei talenti. Gradualmente, infatti, voi riconoscete quel «talento» o quei «talenti», che sono propri di ciascuno e di ciascuna di voi, e cominciate a servirvene in modo creativo, cominciate a moltiplicarli. E ciò avviene per mezzo del lavoro.

Quale scala enorme di possibili direzioni, capacità, interessi esiste in questo campo! Io non mi impegno ad enumerarli qui neanche a titolo di esempio, perché c’è pericolo di ometterne più di quanti possa prenderne in considerazione. Presuppongo, dunque, tutta quella varietà e molteplicità di direzioni. Essa dimostra anche la molteplice ricchezza delle scoperte che la giovinezza porta con sé. Facendo riferimento al Vangelo, si può dire che la giovinezza sia il tempo del discernimento dei talenti. Ed insieme essa è il tempo in cui si entra nei molteplici itinerari, lungo i quali si sono sviluppate e ancora continuano a svilupparsi tutta l’attività umana, il lavoro e la creatività.

Auguro a ciascuna e a ciascuno di scoprire se stesso lungo questi itinerari. Auguro di entrarvi con interesse, con diligenza, con entusiasmo. Il lavoro – ogni lavoro – è unito alla fatica: «Col sudore del tuo volto mangerai il pane» [70], e questa esperienza di fatica viene partecipata da ciascuno e da ciascuna di voi sin dai primissimi anni. Al tempo stesso, tuttavia, il lavoro in modo specifico forma l’uomo e, in un certo senso, lo crea. Dunque, si tratta sempre di una fatica creativa.

Ciò si riferisce non solo al lavoro di ricerca o, in genere, al lavoro intellettuale conoscitivo, ma anche agli ordinari lavori fisici, i quali apparentemente non hanno in sé niente di «creativo».

Il lavoro, che è caratteristico del periodo della giovinezza, costituisce, prima di tutto, una preparazione al lavoro dell’età matura, ed è perciò legato alla scuola. Penso, dunque, mentre scrivo queste parole a voi, giovani, a tutte le scuole esistenti in tutto quanto il mondo, alle quali la vostra giovane esistenza è collegata per vari anni, successivamente a diversi livelli, a seconda del grado dello sviluppo mentale e l’indirizzo delle inclinazioni: dalle scuole elementari fino alle università. Penso anche a tutte le persone adulte, miei fratelli e sorelle, che sono i vostri insegnanti, educatori, guide delle giovani menti e dei giovani caratteri. Quanto è grande il loro compito! Quale particolare responsabilità è la loro! Ma quanto grande è anche il loro merito!

Penso, infine, a quei settori della gioventù, dei vostri coetanei e coetanee, i quali – specialmente in alcune società e in alcuni ambienti – sono privi della possibilità dell’istruzione, spesso perfino dell’istruzione elementare. Questo fatto costituisce una sfida permanente per tutte le istituzioni responsabili su scala nazionale ed internazionale, affinché un tale stato di cose venga sottoposto ai necessari miglioramenti. L’istruzione, infatti, è uno dei beni fondamentali della civiltà umana. Essa ha un’importanza particolare per i giovani. Da essa dipende anche in larga misura il futuro dell’intera società.

Quando però poniamo il problema dell’istruzione, dello studio, della scienza e delle scuole, emerge un problema di importanza fondamentale per l’uomo e, in modo speciale, per il giovane. Questo è il problema della verità. La verità è la luce dell’intelletto umano. Se, fin dalla giovinezza, esso cerca di conoscere la realtà nelle sue diverse dimensioni, ciò fa allo scopo di possedere la verità: per vivere di verità. Tale è la struttura dello spirito umano. La fame di verità costituisce la sua fondamentale aspirazione ed espressione.

Ora Cristo dice: «Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi» [71]. Delle parole contenute nel Vangelo queste certamente sono tra le più importanti. Esse, infatti, si riferiscono all’uomo nella sua totalità. Esse spiegano su che cosa si edificano dal di dentro, nelle dimensioni dello spirito umano, la dignità e la grandezza proprie dell’uomo. La conoscenza che libera l’uomo non dipende solamente dall’istruzione, anche se universitaria – può appartenere anche ad un analfabeta; pur tuttavia l’istruzione, quale conoscenza sistematica della realtà, dovrebbe servire tale dignità e grandezza. Essa dovrebbe, dunque, servire la verità.

Il servizio alla verità si compie anche nel lavoro, che sarete chiamati a svolgere dopo aver completato il programma della vostra istruzione. A scuola dovete acquistare le capacità intellettuali, tecniche e pratiche, che vi permetteranno di prendere utilmente il vostro posto presso il grande banco del lavoro umano. Ma se è vero che la scuola deve preparare al lavoro, anche a quello manuale, è pure vero che il lavoro in se stesso è una scuola di grandi ed importanti valori: esso possiede una sua eloquenza, che apporta un valido contributo alla cultura dell’uomo.

Nel rapporto, però, tra istruzione e lavoro, che caratterizza l’odierna società, emergono gravissimi problemi di ordine pratico. Mi riferisco, in particolare, al problema della disoccupazione e, più in generale, della mancanza di posti di lavoro, che travaglia in forme diverse le giovani generazioni di tutto il mondo. Esso – voi lo sapete bene – porta con sé altri interrogativi, che fin dagli anni della scuola proiettano un’ombra di insicurezza circa il vostro futuro. Voi vi domandate: Ha bisogno di me la società? Potrò anch’io trovare un lavoro adeguato, che mi consenta di rendermi indipendente? Di formare una mia famiglia in dignitose condizioni di vita e, prima fra tutte, in una casa propria? Insomma, è proprio vero che la società aspetta il mio contributo?

La gravità di questi interrogativi mi sollecita a ricordare anche in questa occasione ai governanti ed a tutti coloro che hanno responsabilità per l’economia e lo sviluppo delle nazioni che il lavoro è un diritto dell’uomo e, perciò, va garantito, rivolgendo ad esso le cure più assidue e mettendo al centro della politica economica la preoccupazione di creare occasioni adeguate di lavoro per tutti e, soprattutto, per i giovani, che tanto spesso oggi soffrono per la piaga della disoccupazione. Siamo tutti convinti che «il lavoro è un bene dell’uomo – è un bene della sua umanità –, perché mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, “diventa più uomo”» [72].

L’auto-educazione e le minacce

13. Quel che riguarda la scuola come istituzione e ambiente comprende in sé, prima di tutto, la gioventù. Direi, però, che l’eloquenza delle summenzionate parole di Cristo intorno alla verità riguarda ancor più i giovani stessi. Se, infatti, non c’è dubbio che la famiglia educa, che la scuola istruisce ed educa, al tempo stesso sia l’azione della famiglia, come quella della scuola, rimarrà incompleta (e potrà addirittura essere vanificata), se ciascuno e ciascuna di voi, giovani, non intraprenderà da sé l’opera della propria educazione. L’educazione familiare e scolastica potrà fornirvi solo alcuni elementi per l’opera dell’auto-educazione.

E in questo campo le parole di Cristo: «Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi», diventano un programma essenziale. I giovani – se così ci si può esprimere – hanno congenito il «senso della verità». E la verità deve servire per la libertà: i giovani hanno anche spontaneo il «desiderio della libertà». E che cosa significa essere liberi? Significa saper usare la propria libertà nella verità – essere «veramente» liberi. Essere veramente liberi non significa affatto fare tutto ciò che mi piace, o ciò che ho voglia di fare. La libertà contiene in sé il criterio della verità, la disciplina della verità. Essere veramente liberi significa usare la propria libertà per ciò che è un vero bene. Continuando dunque: essere veramente liberi significa essere un uomo di retta coscienza, essere responsabile, essere un uomo «per gli altri».

Tutto questo costituisce il nucleo interiore stesso di ciò che chiamiamo educazione e, innanzi tutto, di ciò che chiamiamo auto-educazione. Sì: auto-educazione! Infatti, una tale struttura interiore, dove «la verità ci fa liberi», non può essere costruita solamente «dall’esterno». Ognuno deve costruirla «dal di dentro» – edificarla nella fatica, con perseveranza e pazienza (il che non è sempre così facile ai giovani). E proprio questa costruzione si chiama auto-educazione. Il Signore Gesù parla anche di questo, quando sottolinea che solo «con la perseveranza» possiamo «salvare le nostre anime» [73]. «Salvare la propria anima»: ecco il frutto dell’auto-educazione.

In tutto questo è contenuto un nuovo modo di vedere la giovinezza. Qui non si tratta più del semplice progetto di vita, che deve essere realizzato in futuro. Esso si realizza ormai nella fase della giovinezza, se noi mediante il lavoro, l’istruzione e, specialmente, mediante l’auto-educazione creiamo la vita stessa, costruendo il fondamento del successivo sviluppo della nostra personalità. In questo senso, si può dire che la giovinezza è «la scultrice che scolpisce tutta la vita», e la forma, che essa conferisce alla concreta umanità di ciascuno e di ciascuna di voi, si consolida in tutta la vita.

Se ciò ha un importante significato positivo, purtroppo può anche avere un importante significato negativo. Non potete coprirvi gli occhi davanti alle minacce, che vi insidiano durante il periodo della giovinezza. Anche esse possono imprimere il loro segno su tutta la vita.

Intendo alludere, ad esempio, alla tentazione del criticismo esasperato, che vorrebbe tutto discutere e tutto rivedere; o a quella dello scetticismo nei confronti dei valori tradizionali, da cui facilmente si scivola in una sorta di cinismo spregiudicato, quando si tratta di affrontare i problemi del lavoro, della carriera o dello stesso matrimonio. E come tacere, poi, della tentazione costituita dal diffondersi, soprattutto nei paesi più prosperi, di un mercato del divertimento che distoglie da un serio impegno nella vita ed educa alla passività, all’egoismo ed all’isolamento? Vi minaccia, carissimi giovani, il cattivo uso delle tecniche pubblicitarie, che incentiva la naturale inclinazione ad evitare la fatica, promettendo la soddisfazione immediata di ogni desiderio, mentre il consumismo, ad esso legato, suggerisce che l’uomo cerchi di realizzare se stesso soprattutto nella fruizione dei beni materiali. Quanti giovani, conquistati dal fascino di ingannevoli miraggi, si abbandonano alla forza incontrollata degli istinti o si avventurano su strade apparentemente ricche di promesse, ma prive in realtà di prospettive autenticamente umane! Sento il bisogno di ripetere qui quanto ho scritto nel Messaggio, che proprio a voi ho dedicato per la Giornata Mondiale della Pace: «Alcuni di voi possono essere tentati di rifuggire dalle responsabilità negli illusori mondi dell’alcool e della droga, nelle fugaci relazioni sessuali senza impegno per il matrimonio e la famiglia, nell’indifferenza, nel cinismo e perfino nella violenza. State in guardia contro l’inganno di un mondo che vuole sfruttare o far deviare la vostra energica e potente ricerca della felicità e del senso della vita» [74].

Vi scrivo tutto ciò per esprimere la viva preoccupazione che ho per voi. Se, infatti, dovete essere «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi», allora tutto ciò che insidia questa speranza deve destare preoccupazione. Ed a tutti coloro, che con varie tentazioni ed illusioni cercano di distruggere la vostra giovinezza, non posso non ricordare le parole di Cristo, con le quali parla dello scandalo e di coloro che lo provocano: «Guai a colui per cui avvengono gli scandali! È meglio per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli» [75].

Gravi parole! Specialmente gravi sulla bocca di colui che è venuto a rivelare l’amore. Chi, però, legge attentamente proprio queste parole del Vangelo, deve sentire quanto profonda sia l’antitesi tra il bene e il male, tra la virtù e il peccato. Egli deve ancor più chiaramente notare quale importanza abbia agli occhi di Cristo la giovinezza di ciascuno e di ciascuna di voi. È stato proprio l’amore per i giovani a dettare queste gravi e severe parole. È contenuta in esse quasi un’eco lontana del colloquio evangelico di Cristo col giovane, al quale la presente Lettera fa costante riferimento.

La giovinezza come «crescita»

14. Permettetemi di concludere questa parte delle mie considerazioni ricordando le parole, con le quali il Vangelo parla della giovinezza stessa di Gesù di Nazareth. Esse sono brevi, anche se coprono il periodo dei trent’anni da lui trascorsi nella casa di famiglia, a fianco di Maria e di Giuseppe, il carpentiere. L’evangelista Luca scrive: «E Gesù cresceva (o progrediva) in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» [76].

Così dunque la giovinezza è una «crescita». Alla luce di tutto ciò che è stato detto finora su questo tema, tale parola evangelica sembra essere particolarmente sintetica e suggestiva. La crescita «in età» si riferisce al naturale rapporto dell’uomo col tempo: questa crescita è come una tappa «ascendente» nell’insieme del passaggio umano. A questo corrisponde tutto lo sviluppo psico-fisico: è la crescita di tutte le energie, per mezzo delle quali si costituisce la normale individualità umana. Ma bisogna che a questo processo corrisponda la crescita «in sapienza e in grazia».

A voi tutti, cari giovani amici, auguro proprio una tale «crescita». Si può dire che per mezzo di essa la giovinezza è proprio la giovinezza. In questo modo essa acquista la sua propria, irripetibile caratteristica. In questo modo essa viene data a ciascuno e a ciascuna di voi, nell’esperienza personale ed insieme comunitaria, come uno speciale valore. E in modo simile essa si consolida anche nell’esperienza degli uomini adulti, che hanno ormai la giovinezza dietro di sé, e che dalla tappa «ascendente» si spostano verso quella «discendente» facendo il bilancio globale della vita.

Bisogna che la giovinezza sia una «crescita», che porti con sé il graduale accumulo di tutto ciò che è vero, che è buono e che è bello, perfino quando essa sia «dall’esterno» unita alle sofferenze, alla perdita di persone care ed a tutta l’esperienza del male, che incessantemente si fa sentire nel mondo in cui viviamo. Bisogna che la giovinezza sia una «crescita». A questo fine è di enorme importanza il contatto col mondo visibile, quello con la natura. Questo rapporto ci arricchisce durante la giovinezza in modo diverso da quello della scienza sul mondo «attinta dai libri». Ci arricchisce in modo diretto. Si potrebbe dire che, rimanendo in contatto con la natura, noi assumiamo nella nostra esistenza umana il mistero stesso della creazione, che si scopre davanti a noi con inaudita ricchezza e varietà di esseri visibili e, al tempo stesso, costantemente invita verso ciò che è nascosto, che è invisibile. La sapienza – sia per bocca dei libri ispirati [77], come del resto con la testimonianza di molte menti geniali – sembra mettere in evidenza in diversi modi «la trasparenza del mondo». È bene per l’uomo leggere in questo mirabile libro qual è il «libro della natura», spalancato per ognuno di noi. Ciò che una giovane mente e un giovane cuore leggono in esso sembra essere sincronizzato profondamente con l’esortazione alla sapienza: «Acquista la sapienza, acquista l’intelligenza... Non abbandonarla, ed essa ti custodirà; amala, e veglierà su di te» [78].

L’uomo d’oggi, specialmente nell’ambito della civiltà tecnica ed industriale altamente sviluppata, è divenuto su grande scala l’esploratore della natura, trattandola non di rado in modo utilitario, distruggendo così molte delle ricchezze e delle sue attrattive ed inquinando l’ambiente naturale della sua esistenza terrena. La natura, invece, è data all’uomo anche come oggetto di ammirazione e di contemplazione, come un grande specchio del mondo. Si riflette in essa l’alleanza del Creatore con la sua creatura, il cui centro sin dall’inizio si trova nell’uomo, creato direttamente «ad immagine» del suo Creatore.

E perciò auguro anche a voi, giovani, che la vostra crescita «in età e in sapienza» avvenga mediante il contatto con la natura. Abbiate tempo per questo! Non lo risparmiate! Accettate anche la fatica e lo sforzo che questo contatto a volte comporta, specialmente quando desideriamo raggiungere obiettivi particolarmente rilevanti. Questa fatica è creativa, costituisce insieme l’elemento di un sano riposo, che è necessario al pari dello studio e del lavoro.

Questa fatica e questo sforzo possiedono anche una loro classificazione biblica, specialmente in san Paolo, il quale paragona tutta la vita cristiana ad una gara nello stadio sportivo [79].

A ciascuna e a ciascuno di voi sono necessari questa fatica e questo sforzo, in cui non solo si tempra il corpo, ma tutto l’uomo prova la gioia di dominarsi e di superare gli ostacoli e le resistenze. Certamente, è questo uno degli elementi della «crescita», che caratterizza la giovinezza.

Vi auguro, altresì, che questa «crescita» avvenga mediante il contatto con le opere dell’uomo e, ancor più, con gli uomini viventi. Quante sono le opere che gli uomini hanno compiuto nella storia! Quanto grande è la loro ricchezza e varietà! La giovinezza sembra essere particolarmente sensibile alla verità, al bene e alla bellezza, che sono contenute nelle opere dell’uomo. Rimanendo in contatto con loro sul terreno di tante culture diverse, di tante arti e di tante scienze, noi impariamo la verità sull’uomo (espressa così suggestivamente anche nel Salmo 8), la verità che è in grado di formare e di approfondire l’umanità di ciascuno di noi.

In maniera particolare, però, noi studiamo l’uomo, avendo rapporti con gli uomini. Bisogna che la giovinezza vi permetta di crescere «in sapienza» mediante questo contatto. È questo, infatti, il tempo in cui si instaurano nuovi contatti, compagnie ed amicizie, in un ambito più vasto della sola famiglia. Si schiude il grande campo dell’esperienza, che possiede non solo un’importanza conoscitiva, ma al tempo stesso anche educativa ed etica. Tutta questa esperienza della giovinezza sarà utile, allorché produrrà in ciascuno e in ciascuna di voi anche il senso critico e, innanzi tutto, la capacità del discernimento nel campo di tutto ciò che è umano. Benedetta sarà questa esperienza della giovinezza, se da essa imparerete gradualmente quell’essenziale verità sull’uomo – su ogni uomo e su se stessi –, la verità che viene così sintetizzata nell’insigne testo della Costituzione pastorale Gaudium et spes: «L’uomo, il quale sulla terra è la sola creatura che Dio ha voluto per se stessa, non può ritrovarsi pienamente se non mediante un dono sincero di sé» [80].

Così dunque impariamo a conoscere gli uomini, per essere più pienamente uomini mediante la capacità di «donarsi»: essere uomo «per gli altri». Una tale verità sull’uomo – una tale antropologia – trova il suo apice irraggiungibile in Gesù di Nazareth. E perciò è così importante anche la sua adolescenza, mentre «cresceva in sapienza ... e grazia davanti a Dio e agli uomini». 

Vi auguro anche questa «crescita» mediante il contatto con Dio. Può servire per esso – in senso indiretto – anche il contatto con la natura e con gli uomini; ma in modo diretto serve per esso specialmente la preghiera. Pregate ed imparate a pregare! Aprite i vostri cuori e le vostre coscienze davanti a colui che vi conosce meglio di voi stessi. Parlate con lui! Approfondite la Parola del Dio vivo, leggendo e meditando la Sacra Scrittura.

Sono questi i metodi e i mezzi per avvicinarsi a Dio ed aver contatto con lui. Ricordate che si tratta di un rapporto reciproco. Dio risponde anche col più «gratuito dono di sé», dono che nel linguaggio biblico si chiama «grazia». Cercate di vivere in grazia di Dio!

Questo per quanto riguarda il tema della «crescita», di cui scrivo segnalando solamente i principali problemi. Ognuno di essi, infatti, è suscettibile di una più ampia discussione. Spero che ciò stia avvenendo nei diversi ambienti giovanili e gruppi, nei movimenti e nelle organizzazioni, che sono così numerosi nei diversi Paesi e nei singoli continenti, mentre ognuno viene guidato dal suo proprio metodo di lavoro spirituale e di apostolato. Questi organismi, con la partecipazione dei Pastori della Chiesa, desiderano indicare ai giovani la via di quella «crescita», che costituisce, in un certo senso, la definizione evangelica della giovinezza.

La grande sfida del futuro

15. La Chiesa guarda i giovani; anzi, la Chiesa in modo speciale guarda se stessa nei giovani – in voi tutti ed insieme in ciascuna e in ciascuno di voi. Così è stato sin dall’inizio, dai tempi apostolici. Le parole di san Giovanni nella sua Prima Lettera possono essere una particolare testimonianza: «Scrivo a voi, giovani, perché avete vinto il maligno. Ho scritto a voi, figlioli, perché avete conosciuto il Padre... Ho scritto a voi, giovani, perché siete forti, e la parola di Dio dimora in voi» [81].

Le parole dell’Apostolo si aggiungono alla conversazione evangelica di Cristo col giovane, e risuonano con un’eco potente di generazione in generazione.

Nella nostra generazione, al termine del secondo Millennio dopo Cristo, anche la Chiesa guarda se stessa nei giovani. E come la Chiesa guarda se stessa? Ne sia una particolare testimonianza l’insegnamento del Concilio Vaticano II. La Chiesa vede se stessa come «un sacramento, o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» [82]. E dunque vede se stessa in relazione a tutta la grande famiglia umana costantemente in crescita. Vede se stessa nelle dimensioni universali. Vede se stessa sulle vie dell’ecumenismo, cioè dell’unità di tutti i cristiani, per la quale Cristo stesso ha pregato e che è di indiscutibile urgenza nel nostro tempo. Vede se stessa anche nel dialogo con i seguaci delle religioni non cristiane e con tutti gli uomini di buona volontà. Un tale dialogo è un dialogo di salvezza, il quale deve servire anche alla pace nel mondo e alla giustizia tra gli uomini.

Voi, giovani, siete la speranza della Chiesa che proprio in questo modo vede se stessa e la sua missione nel mondo. Essa vi parla di questa missione. Di ciò è stato espressione il recente Messaggio del 1o gennaio 1985, per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace. Esso è stato indirizzato proprio a voi sulla base della convinzione che «la via della pace è insieme la via dei giovani» (La pace e i giovani camminano insieme). Questa convinzione è un appello ed insieme un impegno: ancora una volta si tratta di essere «pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» – della speranza che a voi è collegata. Come vedete, questa speranza riguarda istanze fondamentali ed insieme universali.

Tutti vivete ogni giorno in mezzo ai vostri cari. Questa cerchia, tuttavia, si allarga gradualmente. Un numero sempre maggiore di persone partecipa alla vostra vita, e voi stessi scorgete l’abbozzo di una comunione che vi unisce a loro. Quasi sempre questa è una comunità, in qualche modo, differenziata. È differenziata così come intravedeva e dichiarava il Concilio Vaticano II nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa e in quella pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. La vostra giovinezza si forma a volte in ambienti uniformi dal punto di vista delle confessioni, a volte differenziati religiosamente o, addirittura, sul confine tra la fede e la miscredenza, sia questa sotto la forma dell’agnosticismo o dell’ateismo dipinto in diversi modi.

Sembra, tuttavia, che di fronte ad alcuni problemi queste molteplici e differenziate comunità di giovani sentano, pensino, reagiscano in maniera molto simile. Sembra, ad esempio, che tutti li unisca un atteggiamento simile verso il fatto che centinaia di migliaia di uomini vivono in estrema miseria e muoiono addirittura di fame, mentre contemporaneamente cifre vertiginose sono impiegate per la produzione delle armi nucleari, i cui arsenali già al momento presente sono in grado di portare all’autodistruzione dell’umanità. Ci sono altre simili tensioni e minacce, su scala finora non mai conosciuta nella storia dell’umanità. Di questo si parla nel menzionato Messaggio per il Capodanno; perciò, non ripeto questi problemi. Tutti siamo consapevoli che all’orizzonte dell’esistenza di miliardi di persone, che formano la famiglia umana al termine del secondo Millennio dopo Cristo, sembra profilarsi la possibilità di calamità e di catastrofi in misura davvero apocalittica.

In tale situazione voi, giovani, potete domandare giustamente alle precedenti generazioni: Perché si è arrivati a questo? Perché è stato raggiunto un tale grado di minaccia all’umanità sul globo terrestre? Quali sono le cause dell’ingiustizia che ferisce gli occhi? Perché tanti che muoiono di fame? Tanti milioni di profughi alle diverse frontiere? Tanti casi in cui vengono calpestati i diritti elementari dell’uomo? Tante prigioni e campi di concentramento, tanta sistematica violenza e uccisioni di persone innocenti, tanti maltrattamenti dell’uomo e torture, tanti tormenti inflitti ai corpi umani e alle coscienze umane? E in mezzo a tutto questo c’è anche il fatto di uomini in giovane età, che hanno sulla coscienza tante vittime innocenti, perché è stata loro inculcata la convinzione che solo per questa via – del terrorismo programmato – si può migliorare il mondo. Voi, dunque, ancora una volta chiedete: perché?

Voi, giovani, potete domandare tutto questo, anzi voi lo dovete! Si tratta, infatti, del mondo nel quale vivete oggi, e nel quale dovrete vivere domani, allorché la generazione di età più matura sarà passata. A ragione, dunque, voi chiedete: Perché un così grande progresso dell’umanità – che non si può paragonare a nessuna epoca precedente della storia – nel campo della scienza e della tecnica; perché il progresso nel dominio della materia da parte dell’uomo si rivolge per tanti aspetti contro l’uomo? Giustamente voi chiedete anche, pur con un senso di interiore tremore: Questo stato di cose è forse irreversibile? Può essere mutato? Riusciremo noi a cambiario?

Questo voi giustamente chiedete. Sì, è questa la domanda fondamentale nell’ambito della vostra generazione.

In questa forma continua il vostro colloquio con Cristo, iniziato un giorno nel Vangelo. Quel giovane domandava: «Che cosa devo fare per avere la vita eterna?». E voi ponete la domanda a seconda dei tempi, nei quali vi trovate ad essere giovani: Che cosa dobbiamo fare, affinché la vita – la vita fiorente dell’umanità – non si trasformi nel cimitero della morte nucleare? Che cosa dobbiamo fare, affinché non domini su di noi il peccato dell’universale ingiustizia? Il peccato del disprezzo dell’uomo e il vilipendio della sua dignità, pur con tante dichiarazioni che confermano tutti i suoi diritti? Che cosa dobbiamo fare? E ancora: Sapremo noi farlo?

Il Cristo risponde come già rispondeva ai giovani della prima generazione della Chiesa con le parole dell’Apostolo: «Scrivo a voi, giovani, perché avete vinto il maligno. Ho scritto a voi, figlioli, perché avete conosciuto il Padre ... Ho scritto a voi, giovani, perché siete forti e la parola di Dio dimora in voi» [83]. Le parole dell’Apostolo, risalenti a quasi duemila anni fa, sono anche una risposta per oggi. Esse usano il semplice e forte linguaggio della fede, che implica la vittoria contro il male che è nel mondo: «È questa la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede» [84]. Queste parole sono forti dell’esperienza apostolica – e delle successive generazioni cristiane – della Croce e della Risurrezione di Cristo. In questa esperienza si conferma tutto il Vangelo. Si conferma, tra l’altro, la verità contenuta nel colloquio di Cristo col giovane.

Soffermiamoci, dunque – verso la fine della presente Lettera – su queste parole apostoliche, che sono ad un tempo una conferma ed una sfida per voi. Esse sono anche una risposta.

Palpita in voi, nei vostri giovani cuori, il desiderio di un’autentica fratellanza fra tutti gli uomini, senza divisioni né contrapposizioni né discriminazioni. Sì! Il desiderio di una fratellanza e di una molteplice solidarietà, voi giovani, lo portate con voi – e non desiderate certo la reciproca lotta dell’uomo contro l’uomo sotto qualsiasi forma. Questo desiderio di fratellanza – l’uomo è il prossimo dell’altro uomo! l’uomo è fratello per l’altro uomo! – non testimonia forse il fatto (come scrive l’Apostolo) che «avete conosciuto il Padre»? Che i fratelli sono solo là dove c’è un padre. E solo là dove c’è il Padre gli uomini sono fratelli.

Se voi, dunque, portate in voi stessi il desiderio della fratellanza, ciò significa che «la parola di Dio dimora in voi». Dimora in voi quella dottrina che Cristo ha portato e che giustamente ha il nome di «Buona Novella». E dimora sulle vostre labbra, o almeno è radicata nei vostri cuori, la preghiera del Signore, che inizia con le parole «Padre nostro». La preghiera che, mentre rivela il Padre, conferma al tempo stesso che gli uomini sono fratelli – e si oppone nell’intero suo contenuto a tutti i programmi costruiti secondo un principio di lotta dell’uomo contro l’uomo in qualsiasi forma. La preghiera del «Padre nostro» allontana i cuori umani dall’inimicizia, dall’odio, dalla violenza, dal terrorismo, dalla discriminazione, dalle situazioni in cui la dignità umana e i diritti umani sono calpestati.

L’Apostolo scrive che voi, giovani, siete forti della dottrina divina: di quella dottrina che è contenuta nel Vangelo di Cristo e si riassume nella preghiera del «Padre nostro». Sì! Siete forti di questo insegnamento divino, siete forti di questa preghiera. Siete forti, perché essa infonde in voi l’amore, la benevolenza, il rispetto dell’uomo, della sua vita, della sua dignità, della sua coscienza, delle sue convinzioni e dei suoi diritti. Se «avete conosciuto il Padre», siete forti con la potenza della fratellanza umana.

Siete anche forti per la lotta: non per la lotta contro l’uomo, nel nome di qualsiasi ideologia o pratica distaccata dalle radici stesse del Vangelo, ma forti per la lotta contro il male, contro il vero male: contro tutto ciò che offende Dio, contro ogni ingiustizia e ogni sfruttamento, contro ogni falsità e menzogna, contro tutto ciò che offende ed umilia, contro tutto ciò che profana la convivenza umana e le relazioni umane, contro ogni crimine nei riguardi della vita: contro ogni peccato.

L’Apostolo scrive: «Avete vinto il maligno»! È così. Bisogna costantemente risalire alle radici del male e del peccato nella storia dell’umanità e dell’universo, così come Cristo risalì a queste stesse radici nel suo mistero pasquale della Croce e della Risurrezione. Non bisogna aver timore di chiamare per nome il primo artefice del male: il Maligno. La tattica, che egli adoperava ed adopera, consiste nel non rivelarsi, affinché il male da lui innestato sin dall’inizio, riceva il suo sviluppo dall’uomo stesso, dai sistemi stessi e dalle relazioni interumane, tra le classi e tra le nazioni... per diventare anche sempre di più peccato «strutturale», e lasciarsi sempre di meno identificare come peccato «personale». Dunque, affinché l’uomo si senta in un certo senso «liberato» dal peccato e, al tempo stesso, sempre di più sia in esso sprofondato.

L’Apostolo dice, «Giovani, siete forti»: occorre soltanto che «la parola di Dio dimori in voi». Allora siete forti: potrete così arrivare ai meccanismi nascosti del male, alle sue radici, e così riuscirete gradualmente a cambiare il mondo, a trasformarlo, a renderlo più umano, più fraterno – e, al tempo stesso, più di Dio. Non si può, infatti, staccare il mondo da Dio e contrapporlo a Dio nel cuore dell’uomo. Né si può staccare l’uomo da Dio e contrapporlo a Dio. Ciò sarebbe contro la natura del mondo e contro la natura dell’uomo – contro l’intrinseca verità, che costituisce tutta la realtà! Davvero il cuore dell’uomo è irrequieto, finché non riposi in Dio. Queste parole del grande Agostino non perdono mai la loro attualità [85].

16. Ecco dunque, giovani amici, io depongo nelle vostre mani questa Lettera, che si colloca nella scia del colloquio evangelico di Cristo col giovane e scaturisce dalla testimonianza degli apostoli e delle prime generazioni di cristiani. Vi consegno questa Lettera nell’Anno della Gioventù, mentre ci stiamo avvicinando al termine del secondo Millennio cristiano. Ve la consegno nell’anno in cui ricorre il ventesimo della conclusione del Concilio Vaticano II, che chiamò i giovani «speranza della Chiesa» [86] ed ai giovani di allora – come a quelli di oggi e di sempre – indirizzò quel suo «ultimo Messaggio», in cui la Chiesa è presentata come la vera giovinezza del mondo, come colei che «possiede ciò che fa la forza e l’attrattiva dei giovani: la capacità di rallegrarsi per ciò che comincia, di donarsi gratuitamente, di rinnovarsi e di ripartire per nuove conquiste» [87]. Ciò faccio nella Domenica delle Palme, giorno in cui mi è dato di incontrarmi con molti di voi, pellegrini in Piazza San Pietro, qui a Roma. Proprio in questo giorno il Vescovo di Roma prega insieme con voi per tutti i giovani di tutto il mondo, per ciascuna e ciascuno. Stiamo pregando nella comunità della Chiesa, affinché – sullo sfondo dei tempi difficili in cui viviamo – siate «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi». Sì, proprio voi, perché da voi dipende il futuro, da voi dipende il termine di questo Millennio e l’inizio del nuovo. Non siate, dunque, passivi; assumetevi le vostre responsabilità in tutti i campi a voi aperti nel nostro mondo! Per questa stessa intenzione pregheranno insieme con voi i vescovi e i sacerdoti nei diversi luoghi.

E pregando così nella grande comunità dei giovani di tutta la Chiesa e di tutte le Chiese, abbiamo davanti agli occhi Maria, la quale accompagna il Cristo all’inizio della sua missione tra gli uomini. Questa è Maria di Cana di Galilea, che intercede per i giovani, per gli sposi novelli, quando al banchetto nuziale viene a mancare il vino per gli ospiti. Allora la Madre di Cristo rivolge agli uomini, ivi presenti per servire durante il banchetto, queste parole: «Fate quello che egli vi dirà» [88]. Egli, il Cristo.

Io ripeto queste parole della Madre di Dio e le rivolgo a voi, giovani, a ciascuno e a ciascuna: «Fate quello che Cristo vi dirà». E vi benedico nel nome della Trinità Santissima. Amen.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 31 marzo, domenica delle Palme «de Passione Domini», dell’anno 1985, settimo di Pontificato.

 

GIOVANNI PAOLO II



 

[1]1Pt 3,15.

[2] Cfr. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Redemptor hominis, n.14.

[3] Cfr. Rm 8,19.21; Ef 4, 4; Fil 3,10s; Tt 3,7; Eb 7,19; 1Pt 1,13.

[4]1Pt 3,15.

[5] Cfr. Mc 10,17-22; Mt 19,16-22; Lc 18,18-23.

[6] Mc 10,17-19.

[7] Mc 10,20 s.

[8] Mc 10,22.

[9] Cfr. Lc 8,49-56.

[10] Cfr. Lc 7,11-17.

[11] Ap 21,6.

[12] Gv 3, 16.

[13] 1Gv 4,8.16.

[14] Cfr. 2Ts 2,7.

[15] Gv 14,9.

[16] Cfr. Eb 13,8.

[17] Cfr. Gen 1,26.

[18] Gv 3,19; cfr. 1,9.

[19] Gv 1,5.

[20] Rm 6,9.

[21] Lc 2,34.

[22] Gv 11,25.

[23] Gv 3,16.

[24] 1Cor 7,31.

[25] Eb 9,27.

[26] Ibidem.

[27] Gv 11,25 s.

[28] Cfr. Es 34,1; Dt 9,10; 2Cor 3,3.

[29] Cfr. Dt 4,5-9.

[30] Mc 10,20.

[31] Cfr. Mt 5-7.

[32] Cfr. Mt 22,37-40; Mc 12,29-31; Lc 10,27.

[33] Rm 2,14.

[34] Rm 2,15.

[35] Ibidem.

[36] Mc 10,19.

[37] Eb 9,27.

[38] Col 3,14.

[39] Cfr. 1Cor 13,13.

[40] Cfr. Mt 22,38.

[41] «La legge morale – ha lasciato detto Confucio – non è lontana da noi... L’uomo saggio non sbaglia molto in quanto riguarda la legge morale. Egli ha per principio: non fate agli altri quello che non vorreste che gli altri facessero a voi» (Tchung-Yung – Il giusto Mezzo, 13). Un antico maestro giapponese (Dengyo Daishi, detto anche Saicho, vissuto tra il 767-822 d.C.) esorta a essere «dimentichi di se stessi, benefici verso gli altri, perché qui sta il vertice dell’amicizia e della compassione» (cfr. W. Th. De Bary, Sources of Japanese Tradition, New York 1958, vol. I, 127). E come non ricordare il Mahatma Gandhi, il quale ha inculcato la «forza della verità» (satyagraha) che vince senza violenza, col dinamismo proprio che è intrinseco all’azione giusta?

[42] Cfr. Rm 2,15.

[43] Cfr. Gv 1,9; Conc. Ecum. Vat. II, Dichiar. sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane Nostra aetate, 2.

[44] Gen 1,31.

[45] Cfr. Gv 2,25.

[46] Cfr. Lc 22,61.

[47] Cfr. Ef 1,4.

[48] Mt 19,20.

[49] 1Cor 7,31.

[50] Col 3,1.

[51] Rm 5,5.

[52] Cfr. Mt 5,3-12.

[53] Mt 19,21.

[54] Cfr. Mc 10,21; Gv 1,43; 21,23.

[55] Cfr. Mt 19,12.

[56] Cfr. ad esempio Giovanni Paolo II, Esort. Apost. Redemptionis donum: AAS 76 (1984), 513-546.

[57] Mt 9,37.

[58] Mt 9,37 s.

[59] Cfr. Conc. Ecum. Vat. II, Costit. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 39-42.

[60] Cfr. Conc. Ecum. Vat. II, Costit. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 43-44.

[61] Conc. Ecum. Vat. II, Costit. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 1.

[62] Gv 4,l0.

[63] Mt 5,8.

[64] Cfr. 1Gv 4,8.16.

[65] Cfr. Ef 5,32.

[66] Cfr. 1Cor 13,4-7.

[67] Gen 2,24; cfr. Mt 19,5.

[68] Es 20,12; Dt 5,16; Mt 15,4.

[69] Cfr. Mt 25,14-30; Lc 19,12-26.

[70] Gen 3,19.

[71] Gv 8,32.

[72] Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Laborem exercens, 9: AAS 73 (1981), 599 s.

[73] Cfr. Lc 21,19.

[75] Lc 17,1s.

[76] Lc 2,52.

[77] Cfr. ad es. Sal 104[l03]; 19[18]; Sap 13,1-9; 7,15-20.

[78] Pr 4,5s.

[79] Cfr. 1Cor 9,24-27.

[80] Conc. Ecum. Vat. II, Costit. pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 24.

[81] 1Gv 2,13s.

[82] Conc. Ecum. Vat. II, Costit. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 1.

[83] 1Gv 2,13s.

[84] 1Gv 5,4.

[85] Cfr. Agostino (s.), Confess. I,1: CSEL 33, 1.

[86] Conc. Ecum. Vat. II, Dichiar. sull’Educazione cristiana Gravissimum educationis, 2.

[87] Cfr. AAS 58 (1966), 18.

[88] Gv 2,5.

 

© Copyright 1985 - Libreria Editrice Vaticana

 

top