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PAOLO VESCOVO
SERVO DEI SERVI DI DIO
UNITAMENTE AI PADRI DEL SACRO CONCILIO
A PERPETUA MEMORIA
COSTITUZIONE PASTORALE
SULLA CHIESA NEL MONDO CONTEMPORANEO (1)
GAUDIUM ET SPES
PROEMIO
1. Intima unione della Chiesa con l'intera famiglia umana.
Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei
poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le
speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di
genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.
La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel
Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno
del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti.
Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale
con il genere umano e con la sua storia.
2. A chi si rivolge il Concilio.
Per questo il Concilio Vaticano II, avendo penetrato più a fondo il mistero
della Chiesa, non esita ora a rivolgere la sua parola non più ai soli figli
della Chiesa e a tutti coloro che invocano il nome di Cristo, ma a tutti gli
uomini. A tutti vuol esporre come esso intende la presenza e l'azione della
Chiesa nel mondo contemporaneo. Il mondo che esso ha presente è perciò quello
degli uomini, ossia l'intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà
entro le quali essa vive; il mondo che è teatro della storia del genere umano, e
reca i segni degli sforzi dell'uomo, delle sue sconfitte e delle sue vittorie;
il mondo che i cristiani credono creato e conservato in esistenza dall'amore del
Creatore: esso è caduto, certo, sotto la schiavitù del peccato, ma il Cristo,
con la croce e la risurrezione ha spezzato il potere del Maligno e l'ha liberato
e destinato, secondo il proposito divino, a trasformarsi e a giungere al suo
compimento.
3. A servizio dell'uomo.
Ai nostri giorni l'umanità, presa d'ammirazione per le proprie scoperte e la
propria potenza, agita però spesso ansiose questioni sull'attuale evoluzione del
mondo, sul posto e sul compito dell'uomo nell'universo, sul senso dei propri
sforzi individuali e collettivi, e infine sul destino ultimo delle cose e degli
uomini. Per questo il Concilio, testimoniando e proponendo la fede di tutto
intero il popolo di Dio riunito dal Cristo, non potrebbe dare una dimostrazione
più eloquente di solidarietà, di rispetto e d'amore verso l'intera famiglia
umana, dentro la quale è inserito, che instaurando con questa un dialogo sui
vari problemi sopra accennati, arrecando la luce che viene dal Vangelo, e
mettendo a disposizione degli uomini le energie di salvezza che la Chiesa, sotto
la guida dello Spirito Santo, riceve dal suo Fondatore. Si tratta di salvare
l'uomo, si tratta di edificare l'umana società.
È l'uomo dunque, l'uomo considerato nella sua unità e nella sua totalità,
corpo e anima, l'uomo cuore e coscienza, pensiero e volontà, che sarà il cardine
di tutta la nostra esposizione.
Pertanto il santo Concilio, proclamando la grandezza somma della vocazione
dell'uomo e la presenza in lui di un germe divino, offre all'umanità la
cooperazione sincera della Chiesa, al fine d'instaurare quella fraternità
universale che corrisponda a tale vocazione.
Nessuna ambizione terrena spinge la Chiesa; essa mira a questo solo:
continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l'opera stessa di Cristo,
il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità (2), a salvare e non
a condannare, a servire e non ad essere servito (3) .
LA CONDIZIONE DELL'UOMO NEL MONDO CONTEMPORANEO
4. Speranze e angosce.
Per svolgere questo compito, è dovere permanente della Chiesa di scrutare i
segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo
adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli
uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche.
Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese,
le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico. Ecco come si possono
delineare le caratteristiche più rilevanti del mondo contemporaneo. L'umanità
vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi
mutamenti che progressivamente si estendono all'insieme del globo. Provocati
dall'intelligenza e dall'attività creativa dell'uomo, si ripercuotono sull'uomo
stesso, sui suoi giudizi e sui desideri individuali e collettivi, sul suo modo
di pensare e d'agire, sia nei confronti delle cose che degli uomini. Possiamo
così parlare di una vera trasformazione sociale e culturale, i cui riflessi si
ripercuotono anche sulla vita religiosa.
Come accade in ogni crisi di crescenza, questa trasformazione reca con sé non
lievi difficoltà.
Così, mentre l'uomo tanto largamente estende la sua potenza, non sempre
riesce però a porla a suo servizio. Si sforza di penetrare nel più intimo del
suo essere, ma spesso appare più incerto di se stesso. Scopre man mano più
chiaramente le leggi della vita sociale, ma resta poi esitante sulla direzione
da imprimervi. Mai il genere umano ebbe a disposizione tante ricchezze,
possibilità e potenza economica; e tuttavia una grande parte degli abitanti del
globo è ancora tormentata dalla fame e dalla miseria, e intere moltitudini non
sanno né leggere né scrivere.
Mai come oggi gli uomini hanno avuto un senso così acuto della libertà, e
intanto sorgono nuove forme di schiavitù sociale e psichica.
E mentre il mondo avverte così lucidamente la sua unità e la mutua
interdipendenza dei singoli in una necessaria solidarietà, violentemente viene
spinto in direzioni opposte da forze che si combattono; infatti, permangono
ancora gravi contrasti politici, sociali, economici, razziali e ideologici, né è
venuto meno il pericolo di una guerra capace di annientare ogni cosa.
Aumenta lo scambio delle idee; ma le stesse parole con cui si esprimono i più
importanti concetti, assumono nelle differenti ideologie significati assai
diversi.
Infine, con ogni sforzo si vuol costruire un'organizzazione temporale più
perfetta, senza che cammini di pari passo il progresso spirituale.
Immersi in così contrastanti condizioni, moltissimi nostri contemporanei non
sono in grado di identificare realmente i valori perenni e di armonizzarli
dovutamente con le scoperte recenti.
Per questo sentono il peso della inquietudine, tormentati tra la speranza e
l'angoscia, mentre si interrogano sull'attuale andamento del mondo.
Questo sfida l'uomo, anzi lo costringe a darsi una risposta.
5. Profonde mutazioni.
Il presente turbamento degli spiriti e la trasformazione delle condizioni di
vita si collegano con un più radicale modificazione, che tende al predominio,
nella formazione dello spirito, delle scienze matematiche, naturali e umane,
mentre sul piano dell'azione Si affida alla tecnica, originata da quelle
scienze. Questa mentalità scientifica modella in modo diverso da prima la
cultura e il modo di pensare. La tecnica poi è tanto progredita, da trasformare
la faccia della terra e da perseguire ormai la conquista dello spazio
ultraterrestre. Anche sul tempo l'intelligenza umana accresce in certo senso il
suo dominio: sul passato mediante l'indagine storica, sul futuro con la
prospettiva e la pianificazione. Non solo il progresso delle scienze biologiche,
psicologiche e sociali dà all'uomo la possibilità di una migliore conoscenza di
sé, ma lo mette anche in condizioni di influire direttamente sulla vita delle
società, mediante l'uso di tecniche appropriate.
Parimenti l'umanità sempre più si preoccupa di prevedere e controllare il
proprio incremento demografico. Il movimento stesso della storia diventa così
rapido, da poter difficilmente esser seguito dai singoli uomini. Unico diventa
il destino della umana società o senza diversificarsi più in tante storie
separate. Così il genere umano passa da una concezione piuttosto statica
dell'ordine delle cose, a una concezione più dinamica ed evolutiva.
Ciò favorisce il sorgere di un formidabile complesso di nuovi problemi, che
stimola ad analisi e a sintesi nuove.
6. Mutamenti nell'ordine sociale.
In seguito a tutto questo, mutamenti sempre più profondi si verificano nelle
comunità locali tradizionali famiglie patriarcali, clan, tribù, villaggi, nei
differenti gruppi e nei rapporti della vita sociale. Si diffonde gradatamente il
tipo di società industriale, che favorisce in alcune nazioni una economia
dell'opulenza, e trasforma radicalmente concezioni e condizioni secolari di vita
sociale. Parimenti la civilizzazione urbana e l'attrazione che essa provoca
s'intensificano, sia per il moltiplicarsi delle città e dei loro abitanti, sia
per la diffusione tra i rurali dei modelli di vita cittadina. Nuovi e migliori
mezzi di comunicazione sociale favoriscono nel modo più largo e più rapido la
conoscenza degli avvenimenti e la diffusione delle idee e dei sentimenti,
suscitando così numerose reazioni a catena. Né va sottovalutato che moltissima
gente, spinta per varie ragioni ad emigrare, cambia il suo modo di vivere. In
tal modo, senza arresto si moltiplicano i rapporti dell'uomo coi suoi simili,
mentre a sua volta questa « socializzazione » crea nuovi legami, senza tuttavia
favorire sempre una corrispondente maturazione delle persone e rapporti
veramente personali, cioè la « personalizzazione ». Un'evoluzione siffatta
appare più manifesta nelle nazioni che già godono del progresso economico e
tecnico; ma essa mette in movimento anche quei popoli ancora in via di sviluppo,
che aspirano ad ottenere per i loro paesi i benefici della industrializzazione e
dell'urbanizzazione.
Questi popoli, specialmente se vincolati da più antiche tradizioni, sentono
allo stesso tempo il bisogno di esercitare la loro libertà in modo più adulto e
più personale.
7. Mutamenti psicologici, morali e religiosi.
Il cambiamento di mentalità e di strutture spesso mette in causa i valori
tradizionali, soprattutto tra i giovani: frequentemente impazienti, essi
diventano ribelli per l'inquietudine; consci della loro importanza nella vita
sociale, desiderano assumere al più presto le loro responsabilità.
Spesso genitori ed educatori si trovano per questo ogni giorno in maggiori
difficoltà nell'adempimento del loro compito.
Le istituzioni, le leggi, i modi di pensare e di sentire ereditati dal
passata non sempre si adattano bene alla situazione attuale; di qui un profondo
disagio nel comportamento e nelle stesse norme di condotta. Anche la vita
religiosa, infine, è sotto l'influsso delle nuove situazioni. Da un lato, un più
acuto senso critico la purifica da ogni concezione magica nel mondo e dalle
sopravvivenze superstiziose ed esige un adesione sempre più personale e attiva
alla fede; numerosi sono perciò coloro che giungono a un più vivo senso di Dio.
D'altro canto però, moltitudini crescenti praticamente si staccano dalla
religione. A differenza dei tempi passati, negare Dio o la religione o farne
praticamente a meno, non è più un fatto insolito e individuale.
Oggi infatti non raramente un tale comportamento viene presentato come
esigenza del progresso scientifico o di un nuovo tipo di umanesimo.
Tutto questo in molti paesi non si manifesta solo a livello filosofico, ma
invade in misura notevolissima il campo delle lettere, delle arti, dell'
interpretazione delle scienze umane e della storia, anzi la stessa legislazione:
di qui il disorientamento di molti.
8. Squilibri nel mondo contemporaneo.
Una così rapida evoluzione, spesso disordinatamente realizzata, e la stessa
presa di coscienza sempre più acuta delle discrepanze esistenti nel mondo,
generano o aumentano contraddizioni e squilibri. Anzitutto a livello della
persona si nota molto spesso lo squilibrio tra una moderna intelligenza pratica
e il modo di pensare speculativo, che non riesce a dominare né a ordinare in
sintesi soddisfacenti l'insieme delle sue conoscenze.
Uno squilibrio si genera anche tra la preoccupazione dell'efficienza pratica
e le esigenze della coscienza morale, nonché molte volte tra le condizioni della
vita collettiva e le esigenze di un pensiero personale e della stessa
contemplazione.
Di qui ne deriva infine lo squilibrio tra le specializzazioni dell'attività
umana e una visione universale della realtà. Nella famiglia poi le tensioni
nascono sia dalla pesantezza delle condizioni demografiche, economiche e
sociali, sia dal conflitto tra le generazioni che si susseguono, sia dal nuovo
tipo di rapporti sociali tra uomo e donna. Grandi contrasti sorgono anche tra le
razze e le diverse categorie sociali; tra nazioni ricche e meno dotate e povere;
infine tra le istituzioni internazionali nate dall'aspirazione dei popoli alla
pace e l'ambizione di imporre la propria ideologia, nonché gli egoismi
collettivi esistenti negli Stati o in altri gruppi.
Di qui derivano diffidenze e inimicizie, conflitti ed amarezze di cui l'uomo
è a un tempo causa e vittima.
9. Le aspirazioni sempre più universali dell'umanità.
Cresce frattanto la convinzione che l'umanità non solo può e deve sempre più
rafforzare il suo dominio sul creato, ma che le compete inoltre instaurare un
ordine politico, sociale ed economico che sempre più e meglio serva l'uomo e
aiuti i singoli e i gruppi ad affermare e sviluppare la propria dignità. Donde
le aspre rivendicazioni di tanti che, prendendo nettamente coscienza, reputano
di essere stati privati di quei beni per ingiustizia o per una non equa
distribuzione.
I paesi in via di sviluppo o appena giunti all'indipendenza desiderano
partecipare ai benefici della civiltà moderna non solo sul piano politico ma
anche economico, e liberamente compiere la loro parte nel mondo; invece cresce
ogni giorno la loro distanza e spesso la dipendenza anche economica dalle altre
nazioni più ricche, che progrediscono più rapidamente.
I popoli attanagliati dalla fame chiamano in causa i popoli più ricchi.
Le donne rivendicano, là dove ancora non l'hanno raggiunta, la parità con gli
uomini, non solo di diritto, ma anche di fatto. Operai e contadini non vogliono
solo guadagnarsi il necessario per vivere, ma sviluppare la loro personalità col
lavoro, anzi partecipare all'organizzazione della vita economica, sociale,
politica e culturale. Per la prima volta nella storia umana, i popoli sono oggi
persuasi che i benefici della civiltà possono e debbono realmente estendersi a
tutti.
Sotto tutte queste rivendicazioni si cela un'aspirazione più profonda e
universale.
I singoli e i gruppi organizzati anelano infatti a una vita piena e libera,
degna dell'uomo, che metta al proprio servizio tutto quanto il mondo oggi offre
loro così abbondantemente.
Anche le nazioni si sforzano sempre più di raggiungere una certa comunità
universale.
Stando così le cose, il mondo si presenta oggi potente a un tempo e debole,
capace di operare il meglio e il peggio, mentre gli si apre dinanzi la strada
della libertà o della schiavitù, del progresso o del regresso, della fraternità
o dell'odio. Inoltre l'uomo prende coscienza che dipende da lui orientare bene
le forze da lui stesso suscitate e che possono schiacciarlo o servirgli.
Per questo si pone degli interrogativi.
10. Gli interrogativi più profondi del genere umano.
In verità gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con
quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell'uomo. È proprio
all'interno dell'uomo che molti elementi si combattono a vicenda. Da una parte
infatti, come creatura, esperimenta in mille modi i suoi limiti; d'altra parte
sente di essere senza confini nelle sue aspirazioni e chiamato ad una vita
superiore. Sollecitato da molte attrattive, è costretto sempre a sceglierne
qualcuna e a rinunziare alle altre. Inoltre, debole e peccatore, non di rado fa
quello che non vorrebbe e non fa quello che vorrebbe (4).
Per cui soffre in se stesso una divisione, dalla quale provengono anche tante
e così gravi discordie nella società. Molti, è vero, la cui vita è impregnata di
materialismo pratico, sono lungi dall'avere una chiara percezione di questo
dramma; oppure, oppressi dalla miseria, non hanno modo di rifletterci. Altri, in
gran numero, credono di trovare la loro tranquillità nelle diverse spiegazioni
del mondo che sono loro proposte. Alcuni poi dai soli sforzi umani attendono una
vera e piena liberazione dell'umanità, e sono persuasi che il futuro regno
dell'uomo sulla terra appagherà tutti i desideri del suo cuore. Né manca chi,
disperando di dare uno scopo alla vita, loda l'audacia di quanti, stimando
l'esistenza umana vuota in se stessa di significato, si sforzano di darne una
spiegazione completa mediante la loro sola ispirazione.
Con tutto ciò, di fronte all'evoluzione attuale del mondo, diventano sempre
più numerosi quelli che si pongono o sentono con nuova acutezza gli
interrogativi più fondamentali: cos'è l'uomo?
Qual è il significato del dolore, del male, della morte, che continuano a
sussistere malgrado ogni progresso?
Cosa valgono quelle conquiste pagate a così caro prezzo?
Che apporta l'uomo alla società, e cosa può attendersi da essa?
Cosa ci sarà dopo questa vita?
Ecco: la Chiesa crede che Cristo, per tutti morto e risorto (5), dà sempre
all'uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza per rispondere alla sua
altissima vocazione; né è dato in terra un altro Nome agli uomini, mediante il
quale possono essere salvati (6). Essa crede anche di trovare nel suo Signore e
Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana.
Inoltre la Chiesa afferma che al di là di tutto ciò che muta stanno realtà
immutabili; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo, che è sempre lo
stesso: ieri, oggi e nei secoli (7).
Così nella luce di Cristo, immagine del Dio invisibile, primogenito di tutte
le creature (8) il Concilio intende rivolgersi a tutti per illustrare il mistero
dell'uomo e per cooperare nella ricerca di una soluzione ai principali problemi
del nostro tempo.
PARTE I
LA CHIESA E LA VOCAZIONE DELL'UOMO
11. Rispondere agli impulsi dello Spirito.
Il popolo di Dio, mosso dalla fede con cui crede di essere condotto dallo
Spirito del Signore che riempie l'universo, cerca di discernere negli
avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con
gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del
disegno di Dio. La fede infatti tutto rischiara di una luce nuova, e svela le
intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell'uomo, orientando così lo
spirito verso soluzioni pienamente umane.
In questa luce, il Concilio si propone innanzitutto di esprimere un giudizio
su quei valori che oggi sono più stimati e di ricondurli alla loro divina
sorgente.
Questi valori infatti, in quanto procedono dall'ingegno umano che all'uomo è
stato dato da Dio, sono in sé ottimi ma per effetto della corruzione del cuore
umano non raramente vengono distorti dall'ordine richiesto, per cui hanno
bisogno di essere purificati.
Che pensa la Chiesa dell'uomo?
Quali orientamenti sembra debbano essere proposti per la edificazione della
società attuale?
Qual è il significato ultimo della attività umana nell'universo?
Queste domande reclamano una riposta. In seguito, risulterà ancora più
chiaramente che il popolo di Dio e l'umanità, entro la quale esso è inserito, si
rendono reciproco servizio, così che la missione della Chiesa si mostra di
natura religiosa e per ciò stesso profondamente umana.
CAPITOLO ILA DIGNITÀ DELLA PERSONA UMANA
12. L'uomo ad immagine di Dio.
Credenti e non credenti sono generalmente d'accordo nel ritenere che tutto
quanto esiste sulla terra deve essere riferito all'uomo, come a suo centro e a
suo vertice.
Ma che cos'è l'uomo?
Molte opinioni egli ha espresso ed esprime sul proprio conto, opinioni varie
ed anche contrarie, secondo le quali spesso o si esalta così da fare di sé una
regola assoluta, o si abbassa fino alla disperazione, finendo in tal modo nel
dubbio e nell'angoscia.
Queste difficoltà la Chiesa le sente profondamente e ad esse può dare una
risposta che le viene dall'insegnamento della divina Rivelazione, risposta che
descrive la vera condizione dell'uomo, dà una ragione delle sue miserie, ma in
cui possono al tempo stesso essere giustamente riconosciute la sua dignità e
vocazione.
La Bibbia, infatti, insegna che l'uomo è stato creato « ad immagine di Dio »
capace di conoscere e di amare il suo Creatore, e che fu costituito da lui sopra
tutte le creature terrene (9) quale signore di esse, per governarle e servirsene a
gloria di Dio (10).
« Che cosa è l'uomo, che tu ti ricordi di lui? o il figlio dell'uomo che tu
ti prenda cura di lui?
L'hai fatto di poco inferiore agli angeli, l'hai coronato di gloria e di
onore, e l'hai costituito sopra le opere delle tue mani. Tutto hai sottoposto ai
suoi piedi » (Sal8,5).
Ma Dio non creò l'uomo lasciandolo solo: fin da principio « uomo e donna li
creò » (Gen1,27) e la loro unione costituisce la prima forma di comunione di
persone.
L'uomo, infatti, per sua intima natura è un essere sociale, e senza i
rapporti con gli altri non può vivere né esplicare le sue doti.
Perciò Iddio, ancora come si legge nella Bibbia, vide « tutte quante le cose
che aveva fatte, ed erano buone assai» (Gen1,31).
13. Il peccato.
Costituito da Dio in uno stato di giustizia, l'uomo però, tentato dal
Maligno, fin dagli inizi della storia abusò della libertà, erigendosi contro Dio
e bramando di conseguire il suo fine al di fuori di lui.
Pur avendo conosciuto Dio, gli uomini « non gli hanno reso l'onore dovuto...
ma si è ottenebrato il loro cuore insipiente »... e preferirono servire la
creatura piuttosto che il Creatore (11).
Quel che ci viene manifestato dalla rivelazione divina concorda con la stessa
esperienza.
Infatti l'uomo, se guarda dentro al suo cuore, si scopre inclinato anche al
male e immerso in tante miserie, che non possono certo derivare dal Creatore,
che è buono.
Spesso, rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio, l'uomo ha infranto
il debito ordine in rapporto al suo fine ultimo, e al tempo stesso tutta
l'armonia, sia in rapporto a se stesso, sia in rapporto agli altri uomini e a
tutta la creazione.
Così l'uomo si trova diviso in se stesso.
Per questo tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i
caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le
tenebre.
Anzi l'uomo si trova incapace di superare efficacemente da sé medesimo gli
assalti del male, così che ognuno si sente come incatenato.
Ma il Signore stesso è venuto a liberare l'uomo e a dargli forza,
rinnovandolo nell'intimo e scacciando fuori « il principe di questo mondo »
(Gv12,31), che lo teneva schiavo del peccato (12).
Il peccato è, del resto, una diminuzione per l'uomo stesso, in quanto gli
impedisce di conseguire la propria pienezza. Nella luce di questa Rivelazione
trovano insieme la loro ragione ultima sia la sublime vocazione, sia la profonda
miseria, di cui gli uomini fanno l'esperienza.
14. Costituzione dell'uomo.
Unità di anima e di corpo, l'uomo sintetizza in sé, per la stessa sua
condizione corporale, gli elementi del mondo materiale, così che questi
attraverso di lui toccano il loro vertice e prendono voce per lodare in libertà
il Creatore (13). Non è lecito dunque disprezzare la vita corporale dell'uomo.
Al contrario, questi è tenuto a considerare buono e degno di onore il proprio
corpo, appunto perché creato da Dio e destinato alla risurrezione nell'ultimo
giorno.
E tuttavia, ferito dal peccato, l'uomo sperimenta le ribellioni del corpo.
Perciò è la dignità stessa dell'uomo che postula che egli glorifichi Dio nel
proprio corpo (14) e che non permetta che esso si renda schiavo delle perverse
inclinazioni del cuore.
L'uomo, in verità, non sbaglia a riconoscersi superiore alle cose corporali e
a considerarsi più che soltanto una particella della natura o un elemento
anonimo della città umana.
Infatti, nella sua interiorità, egli trascende l'universo delle cose: in
quelle profondità egli torna, quando fa ritorno a se stesso, là dove lo aspetta
quel Dio che scruta i cuori (15) là dove sotto lo sguardo di Dio egli decide del suo
destino. Perciò, riconoscendo di avere un'anima spirituale e immortale, non si
lascia illudere da una creazione immaginaria che si spiegherebbe solamente
mediante le condizioni fisiche e sociali, ma invece va a toccare in profondo la
verità stessa delle cose.
15. Dignità dell'intelligenza, verità e saggezza.
L'uomo ha ragione di ritenersi superiore a tutto l'universo delle cose, a
motivo della sua intelligenza, con cui partecipa della luce della mente di Dio.
Con l'esercizio appassionato dell'ingegno lungo i secoli egli ha fatto
certamente dei progressi nelle scienze empiriche, nelle tecniche e nelle
discipline liberali Nell'epoca nostra, poi, ha conseguito successi notevoli
particolarmente nella investigazione e nel dominio del mondo materiale.
E tuttavia egli ha sempre cercato e trovato una verità più profonda.
L'intelligenza, infatti, non si restringe all'ambito dei soli fenomeni, ma
può conquistare con vera certezza la realtà intelligibile, anche se, per
conseguenza del peccato, si trova in parte oscurata e debilitata. Infine, la
natura intelligente della persona umana può e deve raggiungere la perfezione.
Questa mediante la sapienza attrae con dolcezza la mente a cercare e ad amare il
vero e il bene; l'uomo che se ne nutre è condotto attraverso il visibile
all'invisibile.
L'epoca nostra, più ancora che i secoli passati, ha bisogno di questa
sapienza per umanizzare tutte le sue nuove scoperte. È in pericolo, di fatto, il
futuro del mondo, a meno che non vengano suscitati uomini più saggi. Inoltre va
notato come molte nazioni, economicamente più povere rispetto ad altre, ma più
ricche di saggezza, potranno aiutare potentemente le altre.
Col dono, poi, dello Spirito Santo, l'uomo può arrivare nella fede a
contemplare e a gustare il mistero del piano divino (16).
16. Dignità della coscienza morale.
Nell'intimo della coscienza l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma
alla quale invece deve obbedire. Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a
fare il bene e a fuggire il male, al momento opportuno risuona nell'intimità del
cuore: fa questo, evita quest'altro.
L'uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al cuore; obbedire è la
dignità stessa dell'uomo, e secondo questa egli sarà giudicato (17). La coscienza è
il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli è solo con Dio, la cui
voce risuona nell'intimità (18).
Tramite la coscienza si fa conoscere in modo mirabile quella legge che trova
il suo compimento nell'amore di Dio e del prossimo (19). Nella fedeltà alla coscienza
i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere
secondo verità numerosi problemi morali, che sorgono tanto nella vita privata
quanto in quella sociale. Quanto più, dunque, prevale la coscienza retta, tanto
più le persone e i gruppi si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di
conformarsi alle norme oggettive della moralità. Tuttavia succede non di rado
che la coscienza sia erronea per ignoranza invincibile, senza che per questo
essa perda la sua dignità.
Ma ciò non si può dire quando l'uomo poco si cura di cercare la verità e il
bene, e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all'abitudine del
peccato.
17. Grandezza della libertà.
Ma l'uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà.
I nostri contemporanei stimano grandemente e perseguono con ardore tale
libertà, e a ragione. Spesso però la coltivano in modo sbagliato quasi sia
lecito tutto quel che piace, compreso il male.
La vera libertà, invece, è nell'uomo un segno privilegiato dell'immagine
divina.
Dio volle, infatti, lasciare l'uomo « in mano al suo consiglio » (20) che cerchi
spontaneamente il suo Creatore e giunga liberamente, aderendo a lui, alla piena
e beata perfezione.
Perciò la dignità dell'uomo richiede che egli agisca secondo scelte
consapevoli e libere, mosso cioè e determinato da convinzioni personali, e non
per un cieco impulso istintivo o per mera coazione esterna. L'uomo perviene a
tale dignità quando, liberandosi da ogni schiavitù di passioni, tende al suo
fine mediante la scelta libera del bene e se ne procura con la sua diligente
iniziativa i mezzi convenienti. Questa ordinazione verso Dio, la libertà
dell'uomo, realmente ferita dal peccato, non può renderla effettiva in pieno se
non mediante l'aiuto della grazia divina.
Ogni singolo uomo, poi, dovrà rendere conto della propria vita davanti al
tribunale di Dio, per tutto quel che avrà fatto di bene e di male (21).
18. Il mistero della morte.
In faccia alla morte l'enigma della condizione umana raggiunge il culmine.
L'uomo non è tormentato solo dalla sofferenza e dalla decadenza progressiva
del corpo, ma anche, ed anzi, più ancora, dal timore di una distruzione
definitiva.
Ma l'istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e
respinge l'idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua
persona.
Il germe dell'eternità che porta in sé, irriducibile com'è alla sola materia,
insorge contro la morte. Tutti i tentativi della tecnica, per quanto utilissimi,
non riescono a calmare le ansietà dell'uomo: il prolungamento di vita che
procura la biologia non può soddisfare quel desiderio di vita ulteriore,
invincibilmente ancorato nel suo cuore. Se qualsiasi immaginazione vien meno di
fronte alla morte, la Chiesa invece, istruita dalla Rivelazione divina, afferma
che l'uomo è stato creato da Dio per un fine di felicità oltre i confini delle
miserie terrene. Inoltre la fede cristiana insegna che la morte corporale, dalla
quale l'uomo sarebbe stato esentato se non avesse peccato (22), sarà vinta un giorno,
quando l'onnipotenza e la misericordia del Salvatore restituiranno all'uomo la
salvezza perduta per sua colpa. Dio infatti ha chiamato e chiama l'uomo ad
aderire a lui con tutto il suo essere, in una comunione perpetua con la
incorruttibile vita divina. Questa vittoria l'ha conquistata il Cristo
risorgendo alla vita, liberando l'uomo dalla morte mediante la sua morte (23).
Pertanto la fede, offrendosi con solidi argomenti a chiunque voglia
riflettere, dà una risposta alle sue ansietà circa la sorte futura; e al tempo
stesso dà la possibilità di una comunione nel Cristo con i propri cari già
strappati dalla morte, dandoci la speranza che essi abbiano già raggiunto la
vera vita presso Dio.
19. Forme e radici dell'ateismo.
L'aspetto più sublime della dignità dell'uomo consiste nella sua vocazione
alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l'uomo è invitato al dialogo con
Dio.
Se l'uomo esiste, infatti, è perché Dio lo ha creato per amore e, per amore,
non cessa di dargli l'esistenza; e l'uomo non vive pienamente secondo verità se
non riconosce liberamente quell'amore e se non si abbandona al suo Creatore.
Molti nostri contemporanei, tuttavia, non percepiscono affatto o esplicitamente
rigettano questo intimo e vitale legame con Dio: a tal punto che l'ateismo va
annoverato fra le realtà più gravi del nostro tempo e va esaminato con diligenza
ancor maggiore. Con il termine « ateismo » vengono designati fenomeni assai
diversi tra loro.
Alcuni atei, infatti, negano esplicitamente Dio; altri ritengono che l'uomo
non possa dir niente di lui; altri poi prendono in esame i problemi relativi a
Dio con un metodo tale che questi sembrano non aver senso. Molti, oltrepassando
indebitamente i confini delle scienze positive, o pretendono di spiegare tutto
solo da questo punto di vista scientifico, oppure al contrario non ammettono
ormai più alcuna verità assoluta. Alcuni tanto esaltano l'uomo, che la fede in
Dio ne risulta quasi snervata, inclini come sono, a quanto sembra, ad affermare
l'uomo più che a negare Dio.
Altri si creano una tale rappresentazione di Dio che, respingendolo,
rifiutano un Dio che non è affatto quello del Vangelo. Altri nemmeno si pongono
il problema di Dio: non sembrano sentire alcuna inquietudine religiosa, né
riescono a capire perché dovrebbero interessarsi di religione. L'ateismo inoltre
ha origine sovente, o dalla protesta violenta contro il male nel mondo, o
dall'aver attribuito indebitamente i caratteri propri dell'assoluto a qualche
valore umano, così che questo prende il posto di Dio. Perfino la civiltà
moderna, non per sua essenza, ma in quanto troppo irretita nella realtà terrena,
può rendere spesso più difficile l'accesso a Dio.
Senza dubbio coloro che volontariamente cercano di tenere lontano Dio dal
proprio cuore e di evitare i problemi religiosi, non seguendo l'imperativo della
loro coscienza, non sono esenti da colpa; tuttavia in questo campo anche i
credenti spesso hanno una certa responsabilità.
Infatti l'ateismo, considerato nel suo insieme, non è qualcosa di originario,
bensì deriva da cause diverse, e tra queste va annoverata anche una reazione
critica contro le religioni, anzi in alcune regioni, specialmente contro la
religione cristiana.
Per questo nella genesi dell'ateismo possono contribuire non poco i credenti,
nella misura in cui, per aver trascurato di educare la propria fede, o per una
presentazione ingannevole della dottrina, od anche per i difetti della propria
vita religiosa, morale e sociale, si deve dire piuttosto che nascondono e non
che manifestano il genuino volto di Dio e della religione.
20. L'ateismo sistematico.
L'ateismo moderno si presenta spesso anche in una forma sistematica, secondo
cui, oltre ad altre cause, l'aspirazione all'autonomia dell'uomo viene spinta a
un tal punto, da far ostacolo a qualunque dipendenza da Dio. Quelli che
professano un tale ateismo sostengono che la libertà consista nel fatto che
l'uomo sia fine a se stesso, unico artefice e demiurgo della propria storia;
cosa che non può comporsi, così essi pensano, con il riconoscimento di un
Signore, autore e fine di tutte le cose, o che almeno rende semplicemente
superflua tale affermazione.
Una tale dottrina può essere favorita da quel senso di potenza che l'odierno
progresso tecnico ispira all uomo. Tra le forme dell'ateismo moderno non va
trascurata quella che si aspetta la liberazione dell'uomo soprattutto dalla sua
liberazione economica e sociale La religione sarebbe di ostacolo, per natura
sua, a tale liberazione, in quanto, elevando la speranza dell'uomo verso il
miraggio di una vita futura, la distoglierebbe dall'edificazione della città
terrena.
Perciò i fautori di tale dottrina, là dove accedono al potere, combattono con
violenza la religione e diffondono l'ateismo anche ricorrendo agli strumenti di
pressione di cui dispone il potere pubblico, specialmente nel campo
dell'educazione dei giovani.
21. Atteggiamento della Chiesa di fronte all'ateismo.
La Chiesa, fedele ai suoi doveri verso Dio e verso gli uomini, non può fare a
meno di riprovare, come ha fatto in passato (24), con tutta fermezza e con dolore,
quelle dottrine e quelle azioni funeste che contrastano con la ragione e con
l'esperienza comune degli uomini e che degradano l'uomo dalla sua innata
grandezza. Si sforza tuttavia di scoprire le ragioni della negazione di Dio che
si nascondono nella mente degli atei e, consapevole della gravità delle
questioni suscitate dall'ateismo, mossa dal suo amore verso tutti gli uomini,
ritiene che esse debbano meritare un esame più serio e più profondo. La Chiesa
crede che il riconoscimento di Dio non si oppone in alcun modo alla dignità
dell'uomo, dato che questa dignità trova proprio in Dio il suo fondamento e la
sua perfezione. L'uomo infatti riceve da Dio Creatore le doti di intelligenza e
di libertà ed è costituito nella società; ma soprattutto è chiamato alla
comunione con Dio stesso in qualità di figlio e a partecipare alla sua stessa
felicità. Inoltre la Chiesa insegna che la speranza escatologica non diminuisce
l'importanza degli impegni terreni, ma anzi dà nuovi motivi a sostegno
dell'attuazione di essi.
Al contrario, invece, se manca la base religiosa e la speranza della vita
eterna, la dignità umana viene lesa in maniera assai grave, come si constata
spesso al giorno d'oggi, e gli enigmi della vita e della morte, della colpa e
del dolore rimangono senza soluzione, tanto che non di rado gli uomini
sprofondano nella disperazione. E intanto ciascun uomo rimane ai suoi propri
occhi un problema insoluto, confusamente percepito. Nessuno, infatti, in certe
ore e particolarmente in occasione dei grandi avvenimenti della vita può evitare
totalmente quel tipo di interrogativi sopra ricordato.
A questi problemi soltanto Dio dà una risposta piena e certa, lui che chiama
l'uomo a una riflessione più profonda e a una ricerca più umile. Quanto al
rimedio all'ateismo, lo si deve attendere sia dall'esposizione adeguata della
dottrina della Chiesa, sia dalla purezza della vita di essa e dei suoi membri.
La Chiesa infatti ha il compito di rendere presenti e quasi visibili Dio Padre e
il Figlio suo incarnato, rinnovando se stessa e purificandosi senza posa sotto
la guida dello Spirito Santo (25).
Ciò si otterrà anzi tutto con la testimonianza di una fede viva e adulta,
vale a dire opportunamente formata a riconoscere in maniera lucida le difficoltà
e capace di superarle.
Di una fede simile han dato e danno testimonianza sublime moltissimi martiri.
Questa fede deve manifestare la sua fecondità, col penetrare l'intera vita
dei credenti, compresa la loro vita profana, e col muoverli alla giustizia e
all'amore, specialmente verso i bisognosi.
Ciò che contribuisce di più, infine, a rivelare la presenza di Dio, è la
carità fraterna dei fedeli che unanimi nello spirito lavorano insieme per la
fede del Vangelo (26) e si presentano quale segno di unità. La Chiesa, poi, pur
respingendo in maniera assoluta l'ateismo, tuttavia riconosce sinceramente che
tutti gli uomini, credenti e non credenti, devono contribuire alla giusta
costruzione di questo mondo, entro il quale si trovano a vivere insieme: ciò,
sicuramente, non può avvenire senza un leale e prudente dialogo. Essa pertanto
deplora la discriminazione tra credenti e non credenti che alcune autorità
civili ingiustamente introducono, a danno dei diritti fondamentali della persona
umana. Rivendica poi, in favore dei credenti, una effettiva libertà, perché sia
loro consentito di edificare in questo mondo anche il tempio di Dio. Quanto agli
atei, essa li invita cortesemente a volere prendere in considerazione il Vangelo
di Cristo con animo aperto.
La Chiesa sa perfettamente che il suo messaggio è in armonia con le
aspirazioni più segrete del cuore umano quando essa difende la dignità della
vocazione umana, e così ridona la speranza a quanti ormai non osano più credere
alla grandezza del loro destino.
Il suo messaggio non toglie alcunché all'uomo, infonde invece luce, vita e
libertà per il suo progresso, e all'infuori di esso, niente può soddisfare il
cuore dell'uomo: « Ci hai fatto per te », o Signore, «e il nostro cuore è senza
pace finché non riposa in te» (27).
22. Cristo, l'uomo nuovo.
In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il
mistero dell'uomo.
Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro (28) (Rm5,14) e cioè di
Cristo Signore.
Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del
suo amore svela anche pienamente l'uomo a se stesso e gli manifesta la sua
altissima vocazione.
Nessuna meraviglia, quindi, che tutte le verità su esposte in lui trovino la
loro sorgente e tocchino il loro vertice. Egli è « l'immagine dell'invisibile
Iddio » (Col1,15) (29) è l'uomo perfetto che ha restituito ai figli di Adamo la
somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato.
Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire
annientata (30) per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità
sublime.
Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo.
Ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con intelligenza d'uomo, ha agito con
volontà d'uomo (31) ha amato con cuore d'uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è
fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato (32). Agnello
innocente, col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita; in lui Dio
ci ha riconciliati con se stesso e tra noi (33) e ci ha strappati dalla schiavitù del
diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con l'Apostolo: il Figlio
di Dio « mi ha amato e ha sacrificato se stesso per me» (Gal2,20). Soffrendo per
noi non ci ha dato semplicemente l'esempio perché seguiamo le sue orme (34) ma ci ha
anche aperta la strada: se la seguiamo, la vita e la morte vengono santificate e
acquistano nuovo significato.
Il cristiano poi, reso conforme all'immagine del Figlio che è il primogenito
tra molti fratelli riceve «le primizie dello Spirito» (Rm8,23) (35) per cui diventa
capace di adempiere la legge nuova dell'amore (36).
In virtù di questo Spirito, che è il «pegno della eredità» (Ef 1,14), tutto
l'uomo viene interiormente rinnovato, nell'attesa della « redenzione del corpo »
(Rm 8,23): « Se in voi dimora lo Spirito di colui che risuscitò Gesù da morte,
egli che ha risuscitato Gesù Cristo da morte darà vita anche ai vostri corpi
mortali, mediante il suo Spirito che abita in voi» (Rm8,11) (37).
Il cristiano certamente è assillato dalla necessità e dal dovere di
combattere contro il male attraverso molte tribolazioni, e di subire la morte;
ma, associato al mistero pasquale, diventando conforme al Cristo nella morte,
così anche andrà incontro alla risurrezione fortificato dalla speranza (38).
E ciò vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di
buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia (39). Cristo, infatti, è
morto per tutti (40) e la vocazione ultima dell'uomo è effettivamente una sola,
quella divina; perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la
possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale.
Tale e così grande è il mistero dell'uomo, questo mistero che la Rivelazione
cristiana fa brillare agli occhi dei credenti. Per Cristo e in Cristo riceve
luce quell'enigma del dolore e della morte, che al di fuori del suo Vangelo ci
opprime. Con la sua morte egli ha distrutto la morte, con la sua risurrezione ci
ha fatto dono della vita (41), perché anche noi, diventando figli col Figlio,
possiamo pregare esclamando nello Spirito: Abba, Padre! (42).
CAPITOLO IILA COMUNITÀ DEGLI UOMINI
23. Che cosa intende il Concilio.
Il moltiplicarsi delle relazioni tra gli uomini costituisce uno degli aspetti
più importanti del mondo di oggi, al cui sviluppo molto contribuisce il
progresso tecnico contemporaneo.
Tuttavia il fraterno dialogo tra gli uomini non trova il suo compimento in
tale progresso, ma più profondamente nella comunità delle persone, e questa
esige un reciproco rispetto della loro piena dignità spirituale. La Rivelazione
cristiana dà grande aiuto alla promozione di questa comunione tra persone; nello
stesso tempo ci guida ad un approfondimento delle leggi che regolano la vita
sociale, scritte dal Creatore nella natura spirituale e morale dell'uomo.
Siccome documenti recenti del magistero della Chiesa hanno esposto
diffusamente la dottrina cristiana circa l'umana società (43), il Concilio ricorda
solo alcune verità più importanti e ne espone i fondamenti alla luce della
Rivelazione.
Insiste poi su certe conseguenze che sono particolarmente importanti per il
nostro tempo.
24. L'indole comunitaria dell'umana vocazione nel piano di Dio.
Iddio, che ha cura paterna di tutti, ha voluto che tutti gli uomini
formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro come fratelli. Tutti,
infatti, creati ad immagine di Dio « che da un solo uomo ha prodotto l'intero
genere umano affinché popolasse tutta la terra » (At17,26), sono chiamati al
medesimo fine, che è Dio stesso. Perciò l'amor di Dio e del prossimo è il primo
e più grande comandamento. La sacra Scrittura, da parte sua, insegna che l'amor
di Dio non può essere disgiunto dall'amor del prossimo, «e tutti gli altri
precetti sono compendiati in questa frase: amerai il prossimo tuo come te
stesso. La pienezza perciò della legge è l'amore » (Rm13,9); (1Gv4,20).
È evidente che ciò è di grande importanza per degli uomini sempre più
dipendenti gli uni dagli altri e per un mondo che va sempre più verso
l'unificazione.
Anzi, il Signore Gesù, quando prega il Padre perché « tutti siano una cosa
sola, come io e tu siamo una cosa sola » (Gv17,21), aprendoci prospettive
inaccessibili alla ragione umana, ci ha suggerito una certa similitudine tra
l'unione delle Persone divine e l'unione dei figli di Dio nella verità e
nell'amore.
Questa similitudine manifesta che l'uomo, il quale in terra è la sola
creatura che Iddio abbia voluto per se stesso, non possa ritrovarsi pienamente
se non attraverso un dono sincero di sé (44).
25. Interdipendenza della persona e della umana società.
Dal carattere sociale dell'uomo appare evidente come il perfezionamento della
persona umana e lo sviluppo della stessa società siano tra loro interdipendenti.
Infatti, la persona umana, che di natura sua ha assolutamente bisogno d'una
vita sociale, è e deve essere principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni
sociali (45).
Poiché la vita sociale non è qualcosa di esterno all'uomo, l'uomo cresce in
tutte le sue capacità e può rispondere alla sua vocazione attraverso i rapporti
con gli altri, la reciprocità dei servizi e il dialogo con i fratelli. Tra i
vincoli sociali che sono necessari al perfezionamento dell'uomo, alcuni, come la
famiglia e la comunità politica, sono più immediatamente rispondenti alla sua
natura intima; altri procedono piuttosto dalla sua libera volontà.
In questo nostro tempo, per varie cause, si moltiplicano rapporti e
interdipendenze, dalle quali nascono associazioni e istituzioni diverse di
diritto pubblico o privato.
Questo fatto, che viene chiamato socializzazione, sebbene non manchi di
pericoli, tuttavia reca in sé molti vantaggi nel rafforzamento e accrescimento
delle qualità della persona umana e nella tutela dei suoi diritti (46). Ma se le
persone umane ricevono molto da tale vita sociale per assolvere alla propria
vocazione, anche religiosa, non si può tuttavia negare che gli uomini dal
contesto sociale nel quale vivono e sono immersi fin dalla infanzia, spesso sono
sviati dal bene e spinti al male.
È certo che i perturbamenti, così frequenti nell'ordine sociale, provengono
in parte dalla tensione che esiste in seno alle strutture economiche, politiche
e sociali.
Ma, più radicalmente, nascono dalla superbia e dall'egoismo umano, che
pervertono anche l'ambiente sociale. Là dove l'ordine delle cose è turbato dalle
conseguenze del peccato, l'uomo già dalla nascita incline al male, trova nuovi
incitamenti al peccato, che non possono esser vinti senza grandi sforzi e senza
l'aiuto della grazia.
26. Promuovere il bene comune.
Dall'interdipendenza sempre più stretta e piano piano estesa al mondo intero
deriva che il bene comune - cioè l'insieme di quelle condizioni della vita
sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere
la propria perfezione più pienamente e più speditamente - oggi vieppiù diventa
universale, investendo diritti e doveri che riguardano l'intero genere umano.
Pertanto ogni gruppo deve tener conto dei bisogni e delle legittime
aspirazioni degli altri gruppi, anzi del bene comune dell'intera famiglia umana
(47).
Contemporaneamente cresce la coscienza dell'eminente dignità della persona
umana, superiore a tutte le cose e i cui diritti e doveri sono universali e
inviolabili. Occorre perciò che sia reso accessibile all'uomo tutto ciò di cui
ha bisogno per condurre una vita veramente umana, come il vitto, il vestito,
l'abitazione, il diritto a scegliersi liberamente lo stato di vita e a fondare
una famiglia, il diritto all'educazione, al lavoro, alla reputazione, al
rispetto, alla necessaria informazione, alla possibilità di agire secondo il
retto dettato della sua coscienza, alla salvaguardia della vita privata e alla
giusta libertà anche in campo religioso.
L'ordine sociale pertanto e il suo progresso debbono sempre lasciar prevalere
il bene delle persone, poiché l'ordine delle cose deve essere subordinato
all'ordine delle persone e non l'inverso, secondo quanto suggerisce il Signore
stesso quando dice che il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato
(48). Quell'ordine è da sviluppare sempre più, deve avere per base la verità,
realizzarsi nella giustizia, essere vivificato dall'amore, deve trovare un
equilibrio sempre più umano nella libertà (49).
Per raggiungere tale scopo bisogna lavorare al rinnovamento della mentalità e
intraprendere profondi mutamenti della società. Lo Spirito di Dio, che con
mirabile provvidenza dirige il corso dei tempi e rinnova la faccia della terra,
è presente a questa evoluzione.
Il fermento evangelico suscitò e suscita nel cuore dell'uomo questa
irrefrenabile esigenza di dignità.
27. Rispetto della persona umana.
Scendendo a conseguenze pratiche di maggiore urgenza, il Concilio inculca il
rispetto verso l'uomo: ciascuno consideri il prossimo, nessuno eccettuato, come
un altro « se stesso », tenendo conto della sua esistenza e dei mezzi necessari
per viverla degnamente (50), per non imitare quel ricco che non ebbe nessuna cura del
povero Lazzaro (51). Soprattutto oggi urge l'obbligo che diventiamo prossimi di ogni
uomo e rendiamo servizio con i fatti a colui che ci passa accanto: vecchio
abbandonato da tutti, o lavoratore straniero ingiustamente disprezzato, o
esiliato, o fanciullo nato da un'unione illegittima, che patisce immeritatamente
per un peccato da lui non commesso, o affamato che richiama la nostra coscienza,
rievocando la voce del Signore: « Quanto avete fatto ad uno di questi minimi
miei fratelli, l'avete fatto a me» (Mt25,40). Inoltre tutto ciò che è contro la
vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l'aborto, l'eutanasia e
lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l'integrità della persona
umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, le
costrizioni psicologiche; tutto ciò che offende la dignità umana, come le
condizioni di vita subumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la
schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le
ignominiose condizioni di lavoro, con le quali i lavoratori sono trattati come
semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili: tutte
queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose. Mentre guastano la
civiltà umana, disonorano coloro che così si comportano più ancora che quelli
che le subiscono e ledono grandemente l'onore del Creatore.
28. Il rispetto e l'amore per gli avversari.
Il rispetto e l'amore deve estendersi pure a coloro che pensano od operano
diversamente da noi nelle cose sociali, politiche e persino religiose, poiché
con quanta maggiore umanità e amore penetreremo nei loro modi di vedere, tanto
più facilmente potremo con loro iniziare un dialogo.
Certamente tale amore e amabilità non devono in alcun modo renderci
indifferenti verso la verità e il bene. Anzi è l'amore stesso che spinge i
discepoli di Cristo ad annunziare a tutti gli uomini la verità che salva. Ma
occorre distinguere tra errore, sempre da rifiutarsi, ed errante, che conserva
sempre la dignità di persona, anche quando è macchiato da false o insufficienti
nozioni religiose (52).
Solo Dio è giudice e scrutatore dei cuori; perciò ci vieta di giudicare la
colpevolezza interiore di chiunque (53). La dottrina del Cristo esige che noi
perdoniamo anche le ingiurie (54) e il precetto dell'amore si estende a tutti i
nemici; questo è il comandamento della nuova legge: «Udiste che fu detto: amerai
il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e
fate del bene a coloro che vi odiano e pregate per i vostri persecutori e
calunniatori » (Mt5,43).
29. La fondamentale uguaglianza di tutti gli uomini e la giustizia
sociale.
Tutti gli uomini, dotati di un'anima razionale e creati ad immagine di Dio,
hanno la stessa natura e la medesima origine; tutti, redenti da Cristo godono
della stessa vocazione e del medesimo destino divino: è necessario perciò
riconoscere ognor più la fondamentale uguaglianza fra tutti.
Sicuramente, non tutti gli uomini sono uguali per la varia capacità fisica e
per la diversità delle forze intellettuali e morali. Ma ogni genere di
discriminazione circa i diritti fondamentali della persona, sia in campo sociale
che culturale, in ragione del sesso, della razza, del colore, della condizione
sociale, della lingua o religione, deve essere superato ed eliminato, come
contrario al disegno di Dio.
Invero è doloroso constatare che quei diritti fondamentali della persona non
sono ancora e dappertutto garantiti pienamente. Avviene così quando si nega alla
donna la facoltà di scegliere liberamente il marito e di abbracciare un
determinato stato di vita, oppure di accedere a un'educazione e a una cultura
pari a quelle che si ammettono per l'uomo.
In più, benché tra gli uomini vi siano giuste diversità, la uguale dignità
delle persone richiede che si giunga a condizioni di vita più umane e giuste.
Infatti le disuguaglianze economiche e sociali eccessive tra membri e tra
popoli dell'unica famiglia umana, suscitano scandalo e sono contrarie alla
giustizia sociale, all'equità, alla dignità della persona umana, nonché alla
pace sociale e internazionale.
Le umane istituzioni, sia private che pubbliche, si sforzino di mettersi al
servizio della dignità e del fine dell'uomo. Nello stesso tempo combattano
strenuamente contro ogni forma di servitù sociale e politica, e garantiscano i
fondamentali diritti degli uomini sotto qualsiasi regime politico.
Anzi, queste istituzioni si debbono a poco a poco accordare con le realtà
spirituali, le più alte di tutte, anche se talora occorra un tempo piuttosto
lungo per giungere al fine desiderato.
30. Occorre superare l'etica individualistica.
La profonda e rapida trasformazione delle cose esige, con più urgenza, che
non vi sia alcuno che, non prestando attenzione al corso delle cose e
intorpidito dall'inerzia, si contenti di un'etica puramente individualistica. Il
dovere della giustizia e dell'amore viene sempre più assolto per il fatto che
ognuno, interessandosi al bene comune secondo le proprie capacità e le necessità
degli altri, promuove e aiuta anche le istituzioni pubbliche e private che
servono a migliorare le condizioni di vita degli uomini. Vi sono di quelli che,
pur professando opinioni larghe e generose, tuttavia continuano a vivere in
pratica come se non avessero alcuna cura delle necessità della società.
Anzi molti, in certi paesi, tengono in poco conto le leggi e le prescrizioni
sociali.
Non pochi non si vergognano di evadere, con vari sotterfugi e frodi, le
giuste imposte o altri obblighi sociali. Altri trascurano certe norme della vita
sociale, ad esempio ciò che concerne la salvaguardia della salute, o le norme
stabilite per la guida dei veicoli, non rendendosi conto di metter in pericolo,
con la loro incuria, la propria vita e quella degli altri. Che tutti prendano
sommamente a cuore di annoverare le solidarietà sociali tra i principali doveri
dell'uomo d'oggi, e di rispettarle.
Infatti quanto più il mondo si unifica, tanto più apertamente gli obblighi
degli uomini superano i gruppi particolari e si estendono a poco a poco al mondo
intero.
E ciò non può avvenire se i singoli uomini e i gruppi non coltivano le virtù
morali e sociali e le diffondono nella società, cosicché sorgano uomini nuovi,
artefici di una umanità nuova, con il necessario aiuto della grazia divina.
31. Responsabilità e partecipazione.
Affinché i singoli uomini assolvano con maggiore cura il proprio dovere di
coscienza verso se stessi e verso i vari gruppi di cui sono membri, occorre
educarli con diligenza ad acquisire una più ampia cultura spirituale,
utilizzando gli enormi mezzi che oggi sono a disposizione del genere umano.
Innanzitutto l'educazione dei giovani, di qualsiasi origine sociale, deve essere
impostata in modo da suscitare uomini e donne, non tanto raffinati
intellettualmente, ma di forte personalità, come è richiesto fortemente dal
nostro tempo. Ma a tale senso di responsabilità l'uomo giunge con difficoltà se
le condizioni della vita non gli permettono di prender coscienza della propria
dignità e di rispondere alla sua vocazione, prodigandosi per Dio e per gli
altri.
Invero la libertà umana spesso si indebolisce qualora l'uomo cada in estrema
indigenza, come si degrada quando egli stesso, lasciandosi andare a una vita
troppo facile, si chiude in una specie di aurea solitudine. Al contrario, essa
si fortifica quando l'uomo accetta le inevitabili difficoltà della vita sociale,
assume le molteplici esigenze dell'umana convivenza e si impegna al servizio
della comunità umana. Perciò bisogna stimolare la volontà di tutti ad assumersi
la propria parte nelle comuni imprese. È poi da lodarsi il modo di agire di
quelle nazioni nelle quali la maggioranza dei cittadini è fatta partecipe degli
affari pubblici, in una autentica libertà.
Si deve tuttavia tener conto delle condizioni concrete di ciascun popolo e
della necessaria solidità dei pubblici poteri. Affinché poi tutti i cittadini
siano spinti a partecipare alla vita dei vari gruppi di cui si compone il corpo
sociale, è necessario che trovino in essi dei valori capaci di attirarli e di
disporli al servizio degli altri. Si può pensare legittimamente che il futuro
dell'umanità sia riposto nelle mani di coloro che sono capaci di trasmettere
alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza.
32. Il Verbo incarnato e la solidarietà umana.
Come Dio creò gli uomini non perché vivessero individualisticamente, ma
perché si unissero in società, così a lui anche «... piacque santificare e
salvare gli uomini non a uno a uno, fuori di ogni mutuo legame, ma volle
costituirli in popolo, che lo conoscesse nella verità e santamente lo servisse
» (55). Sin dall'inizio della storia della salvezza, egli stesso ha scelto degli
uomini, non soltanto come individui ma come membri di una certa comunità Infatti
questi eletti Dio, manifestando il suo disegno, chiamò a suo popolo» (Es3,7).
Con questo popolo poi strinse il patto sul Sinai (56).
Tale carattere comunitario è perfezionato e compiuto dall'opera di Cristo
Gesù.
Lo stesso Verbo incarnato volle essere partecipe della solidarietà umana.
Prese parte alle nozze di Cana, entrò nella casa di Zaccheo, mangiò con i
pubblicani e i peccatori.
Ha rivelato l'amore del Padre e la magnifica vocazione degli uomini
ricordando gli aspetti più ordinari della vita sociale e adoperando linguaggio e
immagini della vita d'ogni giorno.
Santificò le relazioni umane, innanzitutto quelle familiari, dalle quali trae
origine la vita sociale.
Si sottomise volontariamente alle leggi della sua patria. Volle condurre la
vita di un artigiano del suo tempo e della sua regione. Nella sua predicazione
ha chiaramente affermato che i figli di Dio hanno l'obbligo di trattarsi
vicendevolmente come fratelli.
Nella sua preghiera chiese che tutti i suoi discepoli fossero una « cosa sola
».
Anzi egli stesso si offrì per tutti fino alla morte, lui il redentore di
tutti. « Nessuno ha maggior amore di chi sacrifica la propria vita per i suoi
amici » (Gv15,13).
Comandò inoltre agli apostoli di annunciare il messaggio evangelico a tutte
le genti, perché il genere umano diventasse la famiglia di Dio, nella quale la
pienezza della legge fosse l'amore. Primogenito tra molti fratelli, dopo la sua
morte e risurrezione ha istituito attraverso il dono del suo Spirito una nuova
comunione fraterna fra tutti coloro che l'accolgono con la fede e la carità:
essa si realizza nel suo corpo, che è la Chiesa.
In questo corpo tutti, membri tra di loro, si debbono prestare servizi
reciproci, secondo i doni diversi loro concessi. Questa solidarietà dovrà sempre
essere accresciuta, fino a quel giorno in cui sarà consumata; in quel giorno gli
uomini, salvati dalla grazia, renderanno gloria perfetta a Dio, come famiglia
amata da Dio e da Cristo, loro fratello.
CAPITOLO IIIL'ATTIVITÀ UMANA NELL'UNIVERSO
33. Il problema.
Col suo lavoro e col suo ingegno l'uomo ha cercato sempre di sviluppare la
propria vita; ma oggi, specialmente con l'aiuto della scienza e della tecnica,
ha dilatato e continuamente dilata il suo dominio su quasi tutta la natura e,
grazie soprattutto alla moltiplicazione di mezzi di scambio tra le nazioni, la
famiglia umana a poco a poco è venuta a riconoscersi e a costituirsi come una
comunità unitaria nel mondo intero. Ne deriva che molti beni, che un tempo
l'uomo si aspettava dalle forze superiori, oggi se li procura con la sua
iniziativa e con le sue forze.
Di fronte a questo immenso sforzo, che orrnai pervade tutto il genere umano,
molti interrogativi sorgono tra gli uomini: qual è il senso e il valore della
attività umana?
Come vanno usate queste realtà? A quale scopo tendono gli sforzi sia
individuali che collettivi?
La Chiesa, custode del deposito della parola di Dio, da cui vengono attinti i
principi per l'ordine morale e religioso, anche se non ha sempre pronta la
soluzione per ogni singola questione, desidera unire la luce della Rivelazione
alla competenza di tutti allo scopo di illuminare la strada sulla quale si è
messa da poco l'umanità.
34. Il valore dell'attività umana.
Per i credenti una cosa è certa: considerata in se stessa, l'attività umana
individuale e collettiva, ossia quell'ingente sforzo col quale gli uomini nel
corso dei secoli cercano di migliorare le proprie condizioni di vita,
corrisponde alle intenzioni di Dio.
L'uomo infatti, creato ad immagine di Dio, ha ricevuto il comando di
sottomettere a sé la terra con tutto quanto essa contiene (57), e di governare il
mondo nella giustizia e nella santità, e cosi pure di riferire a Dio il proprio
essere e l'universo intero, riconoscendo in lui il Creatore di tutte le cose; in
modo che, nella subordinazione di tutta la realtà all'uomo, sia glorificato il
nome di Dio su tutta la terra (58). Ciò vale anche per gli ordinari lavori
quotidiani.
Gli uomini e le donne, infatti, che per procurarsi il sostentamento per sé e
per la famiglia esercitano il proprio lavoro in modo tale da prestare anche
conveniente servizio alla società, possono a buon diritto ritenere che con il
loro lavoro essi prolungano l'opera del Creatore, si rendono utili ai propri
fratelli e donano un contributo personale alla realizzazione del piano
provvidenziale di Dio nella storia (59). I cristiani, dunque, non si sognano nemmeno
di contrapporre i prodotti dell'ingegno e del coraggio dell'uomo alla potenza di
Dio, quasi che la creatura razionale sia rivale del Creatore; al contrario, sono
persuasi piuttosto che le vittorie dell'umanità sono segno della grandezza di
Dio e frutto del suo ineffabile disegno. Ma quanto più cresce la potenza degli
uomini, tanto più si estende e si allarga la loro responsabilità, sia
individuale che collettiva.
Da ciò si vede come il messaggio cristiano, lungi dal distogliere gli uomini
dal compito di edificare il mondo o dall'incitarli a disinteressarsi del bene
dei propri simili, li impegna piuttosto a tutto ciò con un obbligo ancora più
pressante (60).
35. Norme dell'attività umana.
L'attività umana come deriva dall'uomo così è ordinata all'uomo.
L'uomo, infatti, quando lavora, non trasforma soltanto le cose e la società,
ma perfeziona se stesso. Apprende molte cose, sviluppa le sue facoltà, esce da
sé e si supera.
Tale sviluppo, se è ben compreso, vale più delle ricchezze esteriori che si
possono accumulare. L'uomo vale più per quello che « è » che per quello che
«ha» (61).
Parimenti tutto ciò che gli uomini compiono allo scopo di conseguire una
maggiore giustizia, una più estesa fraternità e un ordine più umano dei rapporti
sociali, ha più valore dei progressi in campo tecnico. Questi, infatti, possono
fornire, per così dire, la base materiale della promozione umana, ma da soli non
valgono in nessun modo a realizzarla.
Pertanto questa è la norma dell'attività umana: che secondo il disegno di Dio
e la sua volontà essa corrisponda al vero bene dell'umanità, e che permetta
all'uomo, considerato come individuo o come membro della società, di coltivare e
di attuare la sua integrale vocazione.
36. La legittima autonomia delle realtà terrene.
Molti nostri contemporanei, però, sembrano temere che, se si fanno troppo
stretti i legami tra attività umana e religione, venga impedita l'autonomia
degli uomini, delle società, delle scienze.
Se per autonomia delle realtà terrene si vuol dire che le cose create e le
stesse società hanno leggi e valori propri, che l'uomo gradatamente deve
scoprire, usare e ordinare, allora si tratta di una esigenza d'autonomia
legittima: non solamente essa è rivendicata dagli uomini del nostro tempo, ma è
anche conforme al volere del Creatore.
Infatti è dalla stessa loro condizione di creature che le cose tutte ricevono
la loro propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro
ordine; e tutto ciò l'uomo è tenuto a rispettare, riconoscendo le esigenze di
metodo proprie di ogni singola scienza o tecnica.
Perciò la ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera
veramente scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto
con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal
medesimo Dio (62).
Anzi, chi si sforza con umiltà e con perseveranza di scandagliare i segreti
della realtà, anche senza prenderne coscienza, viene come condotto dalla mano di
Dio, il quale, mantenendo in esistenza tutte le cose, fa che siano quello che
sono.
A questo proposito ci sia concesso di deplorare certi atteggiamenti mentali,
che talvolta non sono mancati nemmeno tra i cristiani, derivati dal non avere
sufficientemente percepito la legittima autonomia della scienza, suscitando
contese e controversie, essi trascinarono molti spiriti fino al punto da
ritenere che scienza e fede si oppongano tra loro (63).
Se invece con l'espressione « autonomia delle realtà temporali » si intende
dire che le cose create non dipendono da Dio e che l'uomo può adoperarle senza
riferirle al Creatore, allora a nessuno che creda in Dio sfugge quanto false
siano tali opinioni.
La creatura, infatti, senza il Creatore svanisce.
Del resto tutti coloro che credono, a qualunque religione appartengano, hanno
sempre inteso la voce e la manifestazione di Dio nel linguaggio delle creature.
Anzi, l'oblio di Dio rende opaca la creatura stessa.
37. L'attività umana corrotta dal peccato.
La sacra Scrittura, però, con cui si accorda l'esperienza dei secoli, insegna
agli uomini che il progresso umano, che pure è un grande bene dell'uomo, porta
con sé una seria tentazione.
Infatti, sconvolto l'ordine dei valori e mescolando il male col bene, gli
individui e i gruppi guardano solamente agli interessi propri e non a quelli
degli altri; cosi il mondo cessa di essere il campo di una genuina fraternità,
mentre invece l'aumento della potenza umana minaccia di distruggere ormai lo
stesso genere umano.
Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro
le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall'origine del mondo, destinata
a durare, come dice il Signore, fino all'ultimo giorno (64).
Inserito in questa battaglia, l'uomo deve combattere senza soste per poter
restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo
di grandi fatiche, con l'aiuto della grazia di Dio. Per questo la Chiesa di
Cristo, fiduciosa nel piano provvidenziale del Creatore, mentre riconosce che il
progresso umano può servire alla vera felicità degli uomini, non può tuttavia
fare a meno di far risuonare il detto dell'Apostolo: « Non vogliate adattarvi
allo stile di questo mondo » (Rm12,2) e cioè a quello spirito di vanità e di
malizia che stravolge in strumento di peccato l'operosità umana, ordinata al
servizio di Dio e dell'uomo.
Se dunque ci si chiede come può essere vinta tale miserevole situazione, i
cristiani per risposta affermano che tutte le attività umane, che son messe in
pericolo quotidianamente dalla superbia e dall'amore disordinato di se stessi,
devono venir purificate e rese perfette per mezzo della croce e della
risurrezione di Cristo.
Redento da Cristo e diventato nuova creatura nello Spirito Santo, l'uomo,
infatti, può e deve amare anche le cose che Dio ha creato.
Da Dio le riceve: le vede come uscire dalle sue mani e le rispetta.
Di esse ringrazia il divino benefattore e, usando e godendo delle creature in
spirito di povertà e di libertà, viene introdotto nel vero possesso del mondo,
come qualcuno che non ha niente e che possiede tutto (65): «Tutto, infatti, è vostro:
ma voi siete di Cristo e il Cristo è di Dio » (1Cor3,22).
38. L'attività umana elevata a perfezione nel mistero pasquale.
Il Verbo di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, fattosi carne lui
stesso e venuto ad abitare sulla terra degli uomini (66), entrò nella storia del
mondo come uomo perfetto, assumendo questa e ricapitolandola in sé (67). Egli ci
rivela « che Dio è carità » (1Gv4,8) e insieme ci insegna che la legge
fondamentale della umana perfezione, e perciò anche della trasformazione del
mondo, è il nuovo comandamento dell'amore.
Coloro pertanto che credono alla carità divina, sono da lui resi certi che la
strada della carità è aperta a tutti gli uomini e che gli sforzi intesi a
realizzare la fraternità universale non sono vani.
Così pure egli ammonisce a non camminare sulla strada della carità solamente
nelle grandi cose, bensì e soprattutto nelle circostanze ordinarie della vita.
Accettando di morire per noi tutti peccatori (68), egli ci insegna con il suo
esempio che è necessario anche portare quella croce che dalla carne e dal mondo
viene messa sulle spalle di quanti cercano la pace e la giustizia. Con la sua
risurrezione costituito Signore, egli, il Cristo cui è stato dato ogni potere in
cielo e in terra (69), agisce ora nel cuore degli uomini con la virtù del suo
Spirito; non solo suscita il desiderio del mondo futuro, ma con ciò stesso
ispira anche, purifica e fortifica quei generosi propositi con i quali la
famiglia degli uomini cerca di rendere più umana la propria vita e di
sottomettere a questo fine tutta la terra.
Ma i doni dello Spirito sono vari: alcuni li chiama a dare testimonianza
manifesta al desiderio della dimora celeste, contribuendo così a mantenerlo vivo
nell'umanità; altri li chiama a consacrarsi al servizio terreno degli uomini,
così da preparare-attraverso tale loro ministero quasi la materia per il regno
dei cieli. Di tutti, però, fa degli uomini liberi, in quanto nel rinnegamento
dell'egoismo e convogliando tutte le forze terrene verso la vita umana, essi si
proiettano nel futuro, quando l'umanità stessa diventerà offerta accetta a Dio
(70).
Un pegno di questa speranza e un alimento per il cammino il Signore lo ha
lasciato ai suoi in quel sacramento della fede nel quale degli elementi naturali
coltivati dall'uomo vengono trasmutati nel Corpo e nel Sangue glorioso di lui,
in un banchetto di comunione fraterna che è pregustazione del convito del cielo.
39. Terra nuova e cielo nuovo.
Ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l'umanità (71) e non sappiamo in
che modo sarà trasformato l'universo. Passa certamente l'aspetto di questo
mondo, deformato dal peccato (72). Sappiamo però dalla Rivelazione che Dio prepara
una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia (73), e la cui
felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel
cuore degli uomini (74).
Allora, vinta la morte, i figli di Dio saranno risuscitati in Cristo, e ciò
che fu seminato in infermità e corruzione rivestirà l'incorruttibilità (75); resterà
la carità coi suoi frutti (76), e sarà liberata dalla schiavitù della vanità
(77) tutta
quella realtà che Dio ha creato appunto per l'uomo.
Certo, siamo avvertiti che niente giova all'uomo se guadagna il mondo intero
ma perde se stesso (78). Tuttavia l'attesa di una terra nuova non deve indebolire,
bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra
presente, dove cresce quel corpo della umanità nuova che già riesce ad offrire
una certa prefigurazione, che adombra il mondo nuovo.
Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno
dallo sviluppo del regno di Cristo, tuttavia, tale progresso, nella misura in
cui può contribuire a meglio ordinare l'umana società, è di grande importanza
per il regno di Dio (79). Ed infatti quei valori, quali la dignità dell'uomo, la
comunione fraterna e la libertà, e cioè tutti i buoni frutti della natura e
della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del
Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da
ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando il Cristo rimetterà al
Padre « il regno eterno ed universale: che è regno di verità e di vita, regno di
santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace » (80).
Qui sulla terra il regno è già presente, in mistero; ma con la venuta del
Signore, giungerà a perfezione.
CAPITOLO IVLA MISSIONE DELLA CHIESA NEL MONDO CONTEMPORANEO
40. Mutua relazione tra Chiesa e mondo.
Tutto quello che abbiamo detto a proposito della dignità della persona umana,
della comunità degli uomini, del significato profondo della attività umana,
costituisce il fondamento del rapporto tra Chiesa e mondo, come pure la base del
dialogo fra loro (81).
In questo capitolo, pertanto, presupponendo tutto ciò che il Concilio ha già
insegnato circa il mistero della Chiesa, si viene a prendere in considerazione
la medesima Chiesa in quanto si trova nel mondo e insieme con esso vive ed
agisce.
La Chiesa, procedendo dall'amore dell'eterno Padre (82), fondata nel tempo dal
Cristo redentore, radunata nello Spirito Santo (83), ha una finalità salvifica ed
escatologica che non può essere raggiunta pienamente se non nel mondo futuro. Ma
essa è già presente qui sulla terra, ed è composta da uomini, i quali appunto
sono membri della città terrena chiamati a formare già nella storia dell'umanità
la famiglia dei figli di Dio, che deve crescere costantemente fino all'avvento
del Signore. Unita in vista dei beni celesti e da essi arricchita, tale famiglia
fu da Cristo « costituita e ordinata come società in questo mondo » (84) e fornita di
« mezzi capaci di assicurare la sua unione visibile e sociale » (85). Perciò la
Chiesa, che è insieme « società visibile e comunità spirituale » (86) cammina insieme
con l'umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena;
essa è come il fermento e quasi l'anima della società umana (87), destinata a
rinnovarsi in Cristo e a trasformarsi in famiglia di Dio. Tale compenetrazione
di città terrena e città celeste non può certo essere percepita se non con la
fede; resta, anzi, il mistero della storia umana, che è turbata dal peccato fino
alla piena manifestazione dello splendore dei figli di Dio.
Ma la Chiesa, perseguendo il suo proprio fine di salvezza, non solo comunica
all'uomo la vita divina; essa diffonde anche in qualche modo sopra tutto il
mondo la luce che questa vita divina irradia, e lo fa specialmente per il fatto
che risana ed eleva la dignità della persona umana, consolida la compagine della
umana società e conferisce al lavoro quotidiano degli uomini un più profondo
senso e significato. Così la Chiesa, con i singoli suoi membri e con tutta
intera la sua comunità, crede di poter contribuire molto a umanizzare di più la
famiglia degli uomini e la sua storia.
Inoltre la Chiesa cattolica volentieri tiene in gran conto il contributo che,
per realizzare il medesimo compito, han dato e danno, cooperando insieme, le
altre Chiese o comunità ecclesiali.
Al tempo stesso essa è persuasa che, per preparare le vie al Vangelo, il
mondo può fornirle in vario modo un aiuto prezioso mediante le qualità e
l'attività dei singoli o delle società che lo compongono. Allo scopo di
promuovere debitamente tale mutuo scambio ed aiuto, nei campi che in qualche
modo sono comuni alla Chiesa e al mondo, vengono qui esposti alcuni principi
generali.
41. L'aiuto che la Chiesa intende offrire agli individui.
L'uomo d'oggi procede sulla strada di un più pieno sviluppo della sua
personalità e di una progressiva scoperta e affermazione dei propri diritti.
Poiché la Chiesa ha ricevuto la missione di manifestare il mistero di Dio, il
quale è il fine ultimo dell'uomo, essa al tempo stesso svela all'uomo il senso
della sua propria esistenza, vale a dire la verità profonda sull'uomo.
Essa sa bene che soltanto Dio, al cui servizio è dedita, dà risposta ai più
profondi desideri del cuore umano, che mai può essere pienamente saziato dagli
elementi terreni.
Sa ancora che l'uomo, sollecitato incessantemente dallo Spirito di Dio, non
potrà mai essere del tutto indifferente davanti al problema religioso, come
dimostrano non solo l'esperienza dei secoli passati, ma anche molteplici
testimonianze dei tempi nostri.
L'uomo, infatti, avrà sempre desiderio di sapere, almeno confusamente, quale
sia il significato della sua vita, della sua attività e della sua morte. E la
Chiesa, con la sua sola presenza nel mondo, gli richiama alla mente questi
problemi. Ma soltanto Dio, che ha creato l'uomo a sua immagine e che lo ha
redento dal peccato, può offrire a tali problemi una risposta pienamente
adeguata; cose che egli fa per mezzo della rivelazione compiuta nel Cristo,
Figlio suo, che si è fatto uomo.
Chiunque segue Cristo, l'uomo perfetto, diventa anch'egli più uomo.
Partendo da questa fede, la Chiesa può sottrarre la dignità della natura
umana al fluttuare di tutte le opinioni che, per esempio, abbassano troppo il
corpo umano, oppure lo esaltano troppo.
Nessuna legge umana è in grado di assicurare la dignità personale e la
libertà dell'uomo, quanto il Vangelo di Cristo, affidato alla Chiesa.
Questo Vangelo, infatti, annunzia e proclama la libertà dei figli di Dio,
respinge ogni schiavitù che deriva in ultima analisi dal peccato (88) onora come
sacra la dignità della coscienza e la sua libera decisione, ammonisce senza posa
a raddoppiare tutti i talenti umani a servizio di Dio e per il bene degli
uomini, infine raccomanda tutti alla carità di tutti (89).
Ciò corrisponde alla legge fondamentale della economia cristiana.
Benché, infatti, i1 Dio Salvatore e il Dio Creatore siano sempre lo stesso
Dio, e così pure si identifichino il Signore della storia umana e il Signore
della storia della salvezza, tuttavia in questo stesso ordine divino la giusta
autonomia della creatura, specialmente dell'uomo, lungi dall'essere soppressa,
viene piuttosto restituita alla sua dignità e in essa consolidata.
Perciò la Chiesa, in forza del Vangelo affidatole, proclama i diritti umani,
e riconosce e apprezza molto il dinamismo con cui ai giorni nostri tali diritti
vengono promossi ovunque.
Questo movimento tuttavia deve essere impregnato dallo spirito del Vangelo e
dev'essere protetto contro ogni specie di falsa autonomia.
Siamo, infatti, esposti alla tentazione di pensare che i nostri diritti
personali sono pienamente salvi solo quando veniamo sciolti da ogni norma di
legge divina.
Ma per questa strada la dignità della persona umana non si salva e va
piuttosto perduta.
42. L'aiuto che la Chiesa intende dare alla società umana.
L'unione della famiglia umana viene molto rafforzata e completata dall'unità
della famiglia dei figli di Dio, fondata sul Cristo (90). Certo, la missione propria
che Cristo ha affidato alla sua Chiesa non è d'ordine politico, economico o
sociale: il fine, infatti, che le ha prefisso è d'ordine religioso (91).
Eppure proprio da questa missione religiosa scaturiscono compiti, luce e
forze, che possono contribuire a costruire e a consolidare la comunità degli
uomini secondo la legge divina.
Così pure, dove fosse necessario, a seconda delle circostanze di tempo e di
luogo, anch'essa può, anzi deve suscitare opere destinate al servizio di tutti,
ma specialmente dei bisognosi, come, per esempio, opere di misericordia e altre
simili.
La Chiesa, inoltre, riconosce tutto ciò che di buono si trova nel dinamismo
sociale odierno, soprattutto il movimento verso l'unità, il progresso di una
sana socializzazione e della solidarietà civile ed economica. Promuovere l'unità
corrisponde infatti alla intima missione della Chiesa, la quale è appunto « in
Cristo quasi un sacramento, ossia segno e strumento di intima unione con Dio e
dell'unità di tutto il genere umano» (92). Così essa mostra al mondo che una vera
unione sociale esteriore discende dalla unione delle menti e dei cuori, ossia da
quella fede e da quella carità, con cui la sua unità è stata indissolubilmente
fondata nello Spirito Santo.
Infatti, la forza che la Chiesa riesce a immettere nella società umana
contemporanea consiste in quella fede e carità effettivamente vissute, e non in
una qualche sovranità esteriore esercitata con mezzi puramente umani. Inoltre,
siccome in forza della sua missione e della sua natura non è legata ad alcuna
particolare forma di cultura umana o sistema politico, economico, o sociale, la
Chiesa per questa sua universalità può costituire un legame strettissimo tra le
diverse comunità umane e nazioni, purché queste abbiano fiducia in lei e le
riconoscano di fatto una vera libertà per il compimento della sua missione. Per
questo motivo la Chiesa esorta i suoi figli, come pure tutti gli uomini, a
superare, in questo spirito di famiglia proprio dei figli di Dio, ogni dissenso
tra nazioni e razze, e a consolidare interiormente le legittime associazioni
umane. Il Concilio, dunque, considera con grande rispetto tutto ciò che di vero,
di buono e di giusto si trova nelle istituzioni, pur così diverse, che la
umanità si è creata e continua a crearsi. Dichiara inoltre che la Chiesa vuole
aiutare e promuovere tutte queste istituzioni, per quanto ciò dipende da lei ed
è compatibile con la sua missione.
Niente le sta più a cuore che di servire al bene di tutti e di potersi
liberamente sviluppare sotto qualsiasi regime che rispetti i diritti
fondamentali della persona e della famiglia e riconosca le esigenze del bene
comune.
43. L'aiuto che la Chiesa intende dare all'attività umana per mezzo dei
cristiani.
Il Concilio esorta i cristiani, cittadini dell'una e dell'altra città, di
sforzarsi di compiere fedelmente i propri doveri terreni, facendosi guidare
dallo spirito del Vangelo.
Sbagliano coloro che, sapendo che qui noi non abbiamo una cittadinanza
stabile ma che cerchiamo quella futura (93), pensano che per questo possono
trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede
li obbliga ancora di più a compierli, secondo la vocazione di ciascuno (94).
A loro volta non sono meno in errore coloro che pensano di potersi immergere
talmente nelle attività terrene, come se queste fossero del tutto estranee alla
vita religiosa, la quale consisterebbe, secondo loro, esclusivamente in atti di
culto e in alcuni doveri morali.
La dissociazione, che si costata in molti, tra la fede che professano e la
loro vita quotidiana, va annoverata tra i più gravi errori del nostro tempo.
Contro questo scandalo (95) già nell'Antico Testamento elevavano con veemenza i
loro rimproveri i profeti e ancora di più Gesù Cristo stesso, nel Nuovo
Testamento, minacciava gravi castighi (96).
Non si crei perciò un'opposizione artificiale tra le attività professionali e
sociali da una parte, e la vita religiosa dall'altra. Il cristiano che trascura
i suoi impegni temporali, trascura i suoi doveri verso il prossimo, anzi verso
Dio stesso, e mette in pericolo la propria salvezza eterna.
Gioiscano piuttosto i cristiani, seguendo l'esempio di Cristo che fu un
artigiano, di poter esplicare tutte le loro attività terrene unificando gli
sforzi umani, domestici, professionali, scientifici e tecnici in una sola
sintesi vitale insieme con i beni religiosi, sotto la cui altissima direzione
tutto viene coordinato a gloria di Dio. Ai laici spettano propriamente, anche se
non esclusivamente, gli impegni e le attività temporali. Quando essi, dunque,
agiscono quali cittadini del mondo, sia individualmente sia associati, non solo
rispetteranno le leggi proprie di ciascuna disciplina, ma si sforzeranno di
acquistare una vera perizia in quei campi. Daranno volentieri la loro
cooperazione a quanti mirano a identiche finalità. Nel rispetto delle esigenze
della fede e ripieni della sua forza, escogitino senza tregua nuove iniziative,
ove occorra, e ne assicurino la realizzazione.
Spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, di inscrivere la
legge divina nella vita della città terrena. Dai sacerdoti i laici si aspettino
luce e forza spirituale.
Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che, ad
ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta
una soluzione concreta, o che proprio a questo li chiami la loro missione;
assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della
sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del Magistero
(97).
Per lo più sarà la stessa visione cristiana della realtà che li orienterà, in
certe circostanze, a una determinata soluzione. Tuttavia, altri fedeli
altrettanto sinceramente potranno esprimere un giudizio diverso sulla medesima
questione, come succede abbastanza spesso e legittimamente.
Ché se le soluzioni proposte da un lato o dall'altro, anche oltre le
intenzioni delle parti, vengono facilmente da molti collegate con il messaggio
evangelico, in tali casi ricordino essi che nessuno ha il diritto di rivendicare
esclusivamente in favore della propria opinione l'autorità della Chiesa.
Invece cerchino sempre di illuminarsi vicendevolmente attraverso un dialogo
sincero, mantenendo sempre la mutua carità e avendo cura in primo luogo del bene
comune.
I laici, che hanno responsabilità attive dentro tutta la vita della Chiesa,
non solo son tenuti a procurare l'animazione del mondo con lo spirito cristiano,
ma sono chiamati anche ad essere testimoni di Cristo in ogni circostanza e anche
in mezzo alla comunità umana.
I vescovi, poi, cui è affidato l'incarico di reggere la Chiesa di Dio, devono
insieme con i loro preti predicare il messaggio di Cristo in modo tale che tutte
le attività terrene dei fedeli siano pervase dalla luce del Vangelo.
Inoltre i pastori tutti ricordino che essi con la loro quotidiana condotta e
con la loro sollecitudine (98) mostrano al mondo un volto della Chiesa, in base al
quale gli uomini si fanno un giudizio sulla efficacia e sulla verità del
messaggio cristiano. Con la vita e con la parola, uniti ai religiosi e ai loro
fedeli, dimostrino che la Chiesa, già con la sola sua presenza, con tutti i doni
che contiene, è sorgente inesauribile di quelle forze di cui ha assoluto bisogno
il mondo moderno.
Con lo studio assiduo si rendano capaci di assumere la propria responsabilità
nel dialogo col mondo e con gli uomini di qualsiasi opinione.
Soprattutto però abbiano in mente le parole di questo Concilio: « Siccome
oggi l'umanità va sempre più organizzandosi in unità civile, economica e
sociale, è tanto più necessario che i sacerdoti, unendo sforzi e mezzi sotto la
guida dei vescovi e del sommo Pontefice, eliminino ogni motivo di dispersione,
affinché tutto il genere umano sia ricondotto all'unità della famiglia di Dio » (99).
Benché la Chiesa, per la virtù dello Spirito Santo, sia rimasta la sposa
fedele del suo Signore e non abbia mai cessato di essere segno di salvezza nel
mondo, essa tuttavia non ignora affatto che tra i suoi membri sia chierici che
laici (100), nel corso della sua lunga storia, non sono mancati di quelli che non
furono fedeli allo Spirito di Dio.
E anche ai nostri giorni sa bene la Chiesa quanto distanti siano tra loro il
messaggio ch'essa reca e l'umana debolezza di coloro cui è affidato il Vangelo.
Qualunque sia il giudizio che la storia dà di tali difetti, noi dobbiamo esserne
consapevoli e combatterli con forza, perché non ne abbia danno la diffusione del
Vangelo. Così pure la Chiesa sa bene quanto essa debba continuamente maturare
imparando dall'esperienza di secoli, nel modo di realizzare i suoi rapporti col
mondo.
Guidata dallo Spirito Santo, la madre Chiesa non si stancherà di «esortare i
suoi figli a purificarsi e a rinnovarsi, perché il segno di Cristo risplenda
ancor più chiaramente sul volto della Chiesa» (101).
44. L'aiuto che la Chiesa riceve dal mondo contemporaneo.
Come è importante per il mondo che esso riconosca la Chiesa quale realtà
sociale della storia e suo fermento, così pure la Chiesa non ignora quanto essa
abbia ricevuto dalla storia e dall'evoluzione del genere umano. L'esperienza dei
secoli passati, il progresso della scienza, i tesori nascosti nelle varie forme
di cultura umana, attraverso cui si svela più appieno la natura stessa dell'uomo
e si aprono nuove vie verso la verità, tutto ciò è di vantaggio anche per la
Chiesa.
Essa, infatti, fin dagli inizi della sua storia, imparò ad esprimere il
messaggio di Cristo ricorrendo ai concetti e alle lingue dei diversi popoli;
inoltre si sforzò di illustrarlo con la sapienza dei filosofi: e ciò allo scopo
di adattare il Vangelo, nei limiti convenienti, sia alla comprensione di tutti,
sia alle esigenze dei sapienti. E tale adattamento della predicazione della
parola rivelata deve rimanere la legge di ogni evangelizzazione. Così, infatti,
viene sollecitata in ogni popolo la capacità di esprimere secondo il modo
proprio il messaggio di Cristo, e al tempo stesso viene promosso uno scambio
vitale tra la Chiesa e le diverse culture dei popoli (102). Allo scopo di accrescere
tale scambio, oggi soprattutto, che i cambiamenti sono così rapidi e tanto vari
i modi di pensare, la Chiesa ha bisogno particolare dell'apporto di coloro che,
vivendo nel mondo, ne conoscono le diverse istituzioni e discipline e ne
capiscono la mentalità, si tratti di credenti o di non credenti.
È dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi,
con l'aiuto dello Spirito Santo, ascoltare attentamente, discernere e
interpretare i vari linguaggi del nostro tempo, e saperli giudicare alla luce
della parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo,
sia meglio compresa e possa venir presentata in forma più adatta.
La Chiesa, avendo una struttura sociale visibile, che è appunto segno della
sua unità in Cristo, può essere arricchita, e lo è effettivamente, dallo
sviluppo della vita sociale umana non perché manchi qualcosa nella costituzione
datale da Cristo, ma per conoscere questa più profondamente, per meglio
esprimerla e per adattarla con più successo ai nostri tempi.
Essa sente con gratitudine di ricevere, nella sua comunità non meno che nei
suoi figli singoli, vari aiuti dagli uomini di qualsiasi grado e condizione.
Chiunque promuove la comunità umana nell'ordine della famiglia, della
cultura, della vita economica e sociale, come pure della politica, sia nazionale
che internazionale, porta anche non poco aiuto, secondo il disegno di Dio, alla
comunità della Chiesa, nella misura in cui questa dipende da fattori esterni.
Anzi, la Chiesa confessa che molto giovamento le è venuto e le può venire
perfino dall'opposizione di quanti la avversano o la perseguitano (103).
45. Cristo, l'alfa e l'omega.
La Chiesa, nel dare aiuto al mondo come nel ricevere molto da esso, ha di
mira un solo fine: che venga il regno di Dio e si realizzi la salvezza
dell'intera umanità. Tutto ciò che di bene il popolo di Dio può offrire
all'umana famiglia, nel tempo del suo pellegrinaggio terreno, scaturisce dal
fatto che la Chiesa è «l'universale sacramento della salvezza» (104) che svela e
insieme realizza il mistero dell'amore di Dio verso l'uomo. Infatti il Verbo di
Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, si è fatto egli stesso carne, per
operare, lui, l'uomo perfetto, la salvezza di tutti e la ricapitolazione
universale. Il Signore è il fine della storia umana, « il punto focale dei
desideri della storia e della civiltà », il centro del genere umano, la gioia
d'ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni (105). Egli è colui che il Padre ha
risuscitato da morte, ha esaltato e collocato alla sua destra, costituendolo
giudice dei vivi e dei morti. Vivificati e radunati nel suo Spirito, come
pellegrini andiamo incontro alla finale perfezione della storia umana, che
corrisponde in pieno al disegno del suo amore: « Ricapitolare tutte le cose in
Cristo, quelle del cielo come quelle della terra » (Ef 1,10). Dice il Signore
stesso: « Ecco, io vengo presto, e porto con me il premio, per retribuire
ciascuno secondo le opere sue. Io sono l'alfa e l'omega, il primo e l'ultimo, il
principio e il fine» (Ap 22,12-13).
PARTE II
ALCUNI PROBLEMI PIÙ URGENTI
46. Proemio
Dopo aver esposto di quale dignità è insignita la persona dell'uomo e quale
compito, individuale e sociale, egli è chiamato ad adempiere sulla terra, il
Concilio, alla luce del Vangelo e dell'esperienza umana, attira ora l'attenzione
di tutti su alcuni problemi contemporanei particolarmente urgenti, che toccano
in modo specialissimo il genere umano. Tra le numerose questioni che oggi
destano l'interesse generale, queste meritano particolare menzione: il
matrimonio e la famiglia, la cultura umana, la vita economico-sociale, la vita
politica, la solidarietà tra le nazioni e la pace. Sopra ciascuna di esse
risplendano i principi e la luce che provengono da Cristo; così i cristiani
avranno una guida e tutti gli uomini potranno essere illuminati nella ricerca
delle soluzioni di problemi tanto numerosi e complessi.
CAPITOLO I
DIGNITÀ DEL MATRIMONIO E DELLA FAMIGLIA E SUA VALORIZZAZIONE
47. Matrimonio e famiglia nel mondo d'oggi
Il bene della persona e della società umana e cristiana è strettamente
connesso con una felice situazione della comunità coniugale e familiare. Perciò
i cristiani, assieme con quanti hanno alta stima di questa comunità, si
rallegrano sinceramente dei vari sussidi, con i quali gli uomini favoriscono
oggi la formazione di questa comunità di amore e la stima ed il rispetto della
vita: sussidi che sono di aiuto a coniugi e genitori della loro eminente
missione; da essi i cristiani attendono sempre migliori vantaggi e si sforzano
di promuoverli.
Però la dignità di questa istituzione non brilla dappertutto con identica
chiarezza poiché è oscurata dalla poligamia, dalla piaga del divorzio, dal
cosiddetto libero amore e da altre deformazioni. Per di più l'amore coniugale è
molto spesso profanato dall'egoismo, dall'edonismo e da pratiche illecite contro
la fecondità. Inoltre le odierne condizioni economiche, socio-psicologiche e
civili portano turbamenti non lievi nella vita familiare. E per ultimo in
determinate parti del mondo si avvertono non senza preoccupazioni i problemi
posti dall'incremento demografico. Da tutto ciò sorgono difficoltà che
angustiano la coscienza. Tuttavia il valore e la solidità dell'istituto
matrimoniale e familiare prendono risalto dal fatto che le profonde mutazioni
dell'odierna società, nonostante le difficoltà che ne scaturiscono, molto spesso
rendono manifesta in maniere diverse la vera natura di questa istituzione.
Perciò il Concilio, mettendo in chiara luce alcuni punti capitali della
dottrina della Chiesa, si propone di illuminare e incoraggiare i cristiani e
tutti gli uomini che si sforzano di salvaguardare e promuovere la dignità
naturale e l'altissimo valore sacro dello stato matrimoniale.
48. Santità del matrimonio e della famiglia
L'intima comunità di vita e d'amore coniugale, fondata dal Creatore e
strutturata con leggi proprie, è stabilita dall'alleanza dei coniugi, vale a
dire dall'irrevocabile consenso personale. E così, è dall'atto umano col quale i
coniugi mutuamente si danno e si ricevono, che nasce, anche davanti alla
società, l'istituzione del matrimonio, che ha stabilità per ordinamento divino.
In vista del bene dei coniugi, della prole e anche della società, questo legame
sacro non dipende dall'arbitrio dell'uomo . Perché è Dio stesso l'autore del
matrimonio, dotato di molteplici valori e fini (106): tutto ciò è di somma importanza
per la continuità del genere umano, il progresso personale e la sorte eterna di
ciascuno dei membri della famiglia, per la dignità, la stabilità, la pace e la
prosperità della stessa famiglia e di tutta la società umana.
Per la sua stessa natura l'istituto del matrimonio e l'amore coniugale sono
ordinati alla procreazione e alla educazione della prole e in queste trovano il
loro coronamento. E così l'uomo e la donna, che per l'alleanza coniugale « non
sono più due, ma una sola carne » (Mt 19,6), prestandosi un mutuo aiuto e
servizio con l'intima unione delle persone e delle attività, esperimentano il
senso della propria unità e sempre più pienamente la conseguono.
Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il
bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano
l'indissolubile unità (107).
Cristo Signore ha effuso l'abbondanza delle sue benedizioni su questo amore
dai molteplici aspetti, sgorgato dalla fonte della divina carità e strutturato
sul modello della sua unione con la Chiesa. Infatti, come un tempo Dio ha preso
l'iniziativa di un'alleanza di amore e fedeltà (108) con il suo popolo cosi ora il
Salvatore degli uomini e sposo della Chiesa (109) viene incontro ai coniugi cristiani
attraverso il sacramento del matrimonio. Inoltre rimane con loro perché, come
egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per essa (110) così anche i coniugi possano
amarsi l'un l'altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione. L'autentico
amore coniugale è assunto nell'amore divino ed è sostenuto e arricchito dalla
forza redentiva del Cristo e dalla azione salvifica della Chiesa, perché i
coniugi in maniera efficace siano condotti a Dio e siano aiutati e rafforzati
nello svolgimento della sublime missione di padre e madre (111). Per questo motivo i
coniugi cristiani sono fortificati e quasi consacrati da uno speciale sacramento
(112)
per i doveri e la dignità del loro stato. Ed essi, compiendo con la forza di
tale sacramento il loro dovere coniugale e familiare, penetrati dello spirito di
Cristo, per mezzo del quale tutta la loro vita è pervasa di fede, speranza e
carità, tendono a raggiungere sempre più la propria perfezione e la mutua
santificazione, ed assieme rendono gloria a Dio.
Prevenuti dall'esempio e dalla preghiera comune dei genitori, i figli, anzi
tutti quelli che vivono insieme nell'ambito familiare, troveranno più facilmente
la strada di una formazione veramente umana, della salvezza e della santità.
Quanto agli sposi, insigniti della dignità e responsabilità di padre e madre,
adempiranno diligentemente il dovere dell'educazione, soprattutto religiosa, che
spetta loro prima che a chiunque altro.
I figli, come membra vive della famiglia, contribuiscono pure in qualche
modo alla santificazione dei genitori. Risponderanno, infatti, ai benefici
ricevuti dai genitori con affetto riconoscente, con pietà filiale e fiducia; e
li assisteranno, come si conviene a figli, nelle avversità della vita e nella
solitudine della vecchiaia. La vedovanza, accettata con coraggio come
continuazione della vocazione coniugale sia onorata da tutti (113). La famiglia
metterà con generosità in comune con le altre famiglie le proprie ricchezze
spirituali. Allora la famiglia cristiana che nasce dal matrimonio, come immagine
e partecipazione dell'alleanza d'amore del Cristo e della Chiesa (114) renderà
manifesta a tutti la viva presenza del Salvatore nel mondo e la genuina natura
della Chiesa, sia con l'amore, la fecondità generosa, l'unità e la fedeltà degli
sposi, che con l'amorevole cooperazione di tutti i suoi membri.
49. L'amore coniugale
I fidanzati sono ripetutamente invitati dalla parola di Dio a nutrire e
potenziare il loro fidanzamento con un amore casto, e gli sposi la loro unione
matrimoniale con un affetto senza incrinature (115). Anche molti nostri contemporanei
annettono un grande valore al vero amore tra marito e moglie, che si manifesta
in espressioni diverse a seconda dei sani costumi dei popoli e dei tempi.
Proprio perché atto eminentemente umano, essendo diretto da persona a persona
con un sentimento che nasce dalla volontà, quell'amore abbraccia il bene di
tutta la persona; perciò ha la possibilità di arricchire di particolare dignità
le espressioni del corpo e della vita psichica e di nobilitarle come elementi e
segni speciali dell'amicizia coniugale.
Il Signore si è degnato di sanare, perfezionare ed elevare questo amore con
uno speciale dono di grazia e carità. Un tale amore, unendo assieme valori umani
e divini, conduce gli sposi al libero e mutuo dono di se stessi, che si esprime
mediante sentimenti e gesti di tenerezza e pervade tutta quanta la vita dei
coniugi (116) anzi, diventa più perfetto e cresce proprio mediante il generoso suo
esercizio. È ben superiore, perciò, alla pura attrattiva erotica che,
egoisticamente coltivata, presto e miseramente svanisce.
Questo amore è espresso e sviluppato in maniera tutta particolare
dall'esercizio degli atti che sono propri del matrimonio. Ne consegue che gli
atti coi quali i coniugi si uniscono in casta intimità sono onesti e degni;
compiuti in modo veramente umano, favoriscono la mutua donazione che essi
significano ed arricchiscono vicendevolmente nella gioia e nella gratitudine gli
sposi stessi. Quest'amore, ratificato da un impegno mutuo e soprattutto
consacrato da un sacramento di Cristo, resta indissolubilmente fedele nella
prospera e cattiva sorte, sul piano del corpo e dello spirito; di conseguenza
esclude ogni adulterio e ogni divorzio. L'unità del matrimonio, confermata dal
Signore, appare in maniera lampante anche dalla uguale dignità personale che
bisogna riconoscere sia all'uomo che alla donna nel mutuo e pieno amore.
Per tener fede costantemente agli impegni di questa vocazione cristiana si
richiede una virtù fuori del comune; è per questo che i coniugi, resi forti
dalla grazia per una vita santa, coltiveranno assiduamente la fermezza
dell'amore, la grandezza d'animo, lo spirito di sacrificio e li domanderanno
nella loro preghiera. Ma l'autentico amore coniugale godrà più alta stima e si
formerà al riguardo una sana opinione pubblica, se i coniugi cristiani danno
testimonianza di fedeltà e di armonia nell'amore come anche di sollecitudine
nell'educazione dei figli, e se assumono la loro responsabilità nel necessario
rinnovamento culturale, psicologico e sociale a favore del matrimonio e della
famiglia.
I giovani siano adeguatamente istruiti, molto meglio se in seno alla propria
famiglia, sulla dignità dell'amore coniugale, sulla sua funzione e le sue
espressioni; così che, formati nella stima della castità, possano ad età
conveniente passare da un onesto fidanzamento alle nozze.
50. La fecondità del matrimonio
Il matrimonio e l'amore coniugale sono ordinati per loro natura alla
procreazione ed educazione della prole. I figli infatti sono il dono più
eccellente del matrimonio e contribuiscono grandemente al bene dei genitori
stessi. Dio che disse: « non è bene che l'uomo sia solo» (Gn 2,18) e «che creò
all'inizio l'uomo maschio e femmina » (Mt 19,4), volendo comunicare all'uomo una
speciale partecipazione nella sua opera creatrice, benedisse l'uomo e la donna,
dicendo loro: «crescete e moltiplicatevi» (Gn 1,28). Di conseguenza un amore
coniugale vero e ben compreso e tutta la struttura familiare che ne nasce
tendono, senza trascurare gli altri fini del matrimonio, a rendere i coniugi
disponibili a cooperare coraggiosamente con l'amore del Creatore e del Salvatore
che attraverso di loro continuamente dilata e arricchisce la sua famiglia.
I coniugi sappiano di essere cooperatori dell'amore di Dio Creatore e quasi
suoi interpreti nel compito di trasmettere la vita umana e di educarla; ciò deve
essere considerato come missione loro propria.
E perciò adempiranno il loro dovere con umana e cristiana responsabilità e,
con docile riverenza verso Dio, di comune accordo e con sforzo comune, si
formeranno un retto giudizio: tenendo conto sia del proprio bene personale che
di quello dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che si prevede
nasceranno; valutando le condizioni sia materiali che spirituali della loro
epoca e del loro stato di vita; e, infine, tenendo conto del bene della comunità
familiare, della società temporale e della Chiesa stessa. Questo giudizio in
ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi. Però nella
loro linea di condotta i coniugi cristiani siano consapevoli che non possono
procedere a loro arbitrio, ma devono sempre essere retti da una coscienza che
sia con forme alla legge divina stessa; e siano docili al magistero della
Chiesa, che interpreta in modo autentico quella legge alla luce del Vangelo.
Tale legge divina manifesta il significato pieno dell'amore coniugale, lo
protegge e lo conduce verso la sua perfezione veramente umana.
Così quando gli sposi cristiani, fidando nella divina Provvidenza e
coltivando lo spirito di sacrificio (117), svolgono il loro ruolo procreatore e si
assumono generosamente le loro responsabilità umane e cristiane, glorificano il
Creatore e tendono alla perfezione cristiana.
Tra i coniugi che in tal modo adempiono la missione loro affidata da Dio,
sono da ricordare in modo particolare quelli che, con decisione prudente e di
comune accordo, accettano con grande animo anche un più grande numero di figli
da educare convenientemente (118).
Il matrimonio tuttavia non è stato istituito soltanto per la procreazione; il
carattere stesso di alleanza indissolubile tra persone e il bene dei figli
esigono che anche il mutuo amore dei coniugi abbia le sue giuste manifestazioni,
si sviluppi e arrivi a maturità. E perciò anche se la prole, molto spesso tanto
vivamente desiderata, non c'è, il matrimonio perdura come comunità e comunione
di tutta la vita e conserva il suo valore e la sua indissolubilità.
51. Accordo dell'amore coniugale col rispetto della vita
Il Concilio sa che spesso i coniugi, che vogliono condurre armoniosamente la
loro vita coniugale, sono ostacolati da alcune condizioni della vita di oggi, e
possono trovare circostanze nelle quali non si può aumentare, almeno per un
certo tempo, il numero dei figli; non senza difficoltà allora si può conservare
la pratica di un amore fedele e la piena comunità di vita. Là dove, infatti, è
interrotta l'intimità della vita coniugale, non è raro che la fedeltà sia messa
in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli: allora corrono pericolo
anche l'educazione dei figli e il coraggio di accettarne altri.
C'è chi presume portare a questi problemi soluzioni non oneste, anzi non
rifugge neppure dall'uccisione delle nuove vite. La Chiesa ricorda, invece, che
non può esserci vera contraddizione tra le leggi divine, che reggono la
trasmissione della vita, e quelle che favoriscono l'autentico amore coniugale.
Infatti Dio, padrone della vita, ha affidato agli uomini l'altissima
missione di proteggere la vita: missione che deve essere adempiuta in modo degno
dell'uomo. Perciò la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la
massima cura; l'aborto e l'infanticidio sono delitti abominevoli. La sessualità
propria dell'uomo e la facoltà umana di generare sono meravigliosamente
superiori a quanto avviene negli stadi inferiori della vita; perciò anche gli
atti specifici della vita coniugale, ordinati secondo la vera dignità umana,
devono essere rispettati con grande stima. Perciò, quando si tratta di mettere
d'accordo l'amore coniugale con la trasmissione responsabile della vita, il
carattere morale del comportamento non dipende solo dalla sincera intenzione e
dalla valutazione dei motivi, ma va determinato secondo criteri oggettivi, che
hanno il loro fondamento nella dignità stessa della persona umana e dei suoi
atti, criteri che rispettano, in un contesto di vero amore, il significato
totale della mutua donazione e della procreazione umana; cosa che risulterà
impossibile se non viene coltivata con sincero animo la virtù della castità
coniugale. I figli della Chiesa, fondati su questi principi, nel regolare la
procreazione, non potranno seguire strade che sono condannate dal Magistero
nella spiegazione della legge divina (119). Del resto, tutti sappiamo che la vita
dell'uomo e il compito di trasmetterla non sono limitati agli orizzonti di
questo mondo e non vi trovano né la loro piena dimensione, né il loro pieno
senso, ma riguardano il destino eterno degli uomini.
52. L'impegno di tutti per il bene del matrimonio e della famiglia
La famiglia è una scuola di arricchimento umano. Perché però possa attingere
la pienezza della sua vita e del suo compimento, è necessaria una amorevole
apertura vicendevole di animo tra i coniugi, e la consultazione reciproca e una
continua collaborazione tra i genitori nella educazione dei figli. La presenza
attiva del padre giova moltissimo alla loro formazione; ma bisogna anche
permettere alla madre, di cui abbisognano specialmente i figli più piccoli, di
prendersi cura del proprio focolare pur senza trascurare la legittima promozione
sociale della donna. I figli poi, mediante l'educazione devono venire formati in
modo che, giunti alla maturità, possano seguire con pieno senso di
responsabilità la loro vocazione, compresa quella sacra; e se sceglieranno lo
stato di vita coniugale, possano formare una propria famiglia in condizioni
morali, sociali ed economiche favorevoli. È compito poi dei genitori o dei
tutori guidare i più giovani nella formazione di una nuova famiglia con il
consiglio prudente, presentato in modo che questi lo ascoltino volentieri;
dovranno tuttavia evitare di esercitare forme di coercizione diretta o indiretta
su di essi per spingerli al matrimonio o alla scelta di una determinata persona
come coniuge.
In questo modo la famiglia, nella quale le diverse generazioni si incontrano
e si aiutano vicendevolmente a raggiungere una saggezza umana più completa e ad
armonizzare i diritti della persona con le altre esigenze della vita sociale, è
veramente il fondamento della società. Tutti coloro che hanno influenza sulla
società e sulle sue diverse categorie, quindi, devono collaborare efficacemente
alla promozione del matrimonio e della famiglia; e le autorità civili dovranno
considerare come un sacro dovere conoscere la loro vera natura, proteggerli e
farli progredire, difendere la moralità pubblica e favorire la prosperità
domestica. In particolare dovrà essere difeso il diritto dei genitori di
generare la prole e di educarla in seno alla famiglia. Una provvida legislazione
ed iniziative varie dovranno pure proteggere ed aiutare opportunamente coloro
che sono purtroppo privi di una propria famiglia.
I cristiani, bene utilizzando il tempo presente (120) e distinguendo le realtà
permanenti dalle forme mutevoli, si adoperino per sviluppare diligentemente i
valori del matrimonio e della famiglia; lo faranno tanto con la testimonianza
della propria vita, quanto con un'azione concorde con gli uomini di buona
volontà. Così, superando le difficoltà presenti, essi provvederanno ai bisogni e
agli interessi della famiglia, in accordo con i tempi nuovi. A questo fine sono
di grande aiuto il senso cristiano dei fedeli, la retta coscienza morale degli
uomini, come pure la saggezza e la competenza di chi è versato nelle discipline
sacre.
Gli esperti nelle scienze, soprattutto biologiche, mediche, sociali e
psicologiche, possono portare un grande contributo al bene del matrimonio e
della famiglia e alla pace delle coscienze se, con l'apporto convergente dei
loro studi, cercheranno di chiarire sempre più a fondo le diverse condizioni che
favoriscono un'ordinata e onesta procreazione umana.
È compito dei sacerdoti, provvedendosi una necessaria competenza sui problemi
della vita familiare, aiutare amorosamente la vocazione dei coniugi nella loro
vita coniugale e familiare con i vari mezzi della pastorale, con la predicazione
della parola di Dio, con il culto liturgico o altri aiuti spirituali,
fortificarli con bontà e pazienza nelle loro difficoltà e confortarli con
carità, perché si formino famiglie veramente serene.
Le varie opere di apostolato, specialmente i movimenti familiari, si
adopereranno a sostenere con la dottrina e con l'azione i giovani e gli stessi
sposi, particolarmente le nuove famiglie, ed a formarli alla vita familiare,
sociale ed apostolica.
Infine i coniugi stessi, creati ad immagine del Dio vivente e muniti di
un'autentica dignità personale, siano uniti da un uguale mutuo affetto, dallo
stesso modo di sentire, da comune santità (121), cosi che, seguendo Cristo principio
di vita (122) nelle gioie e nei sacrifici della loro vocazione, attraverso il loro
amore fedele possano diventare testimoni di quel mistero di amore che il Signore
ha rivelato al mondo con la sua morte e la sua risurrezione (123).
CAPITOLO II
LA PROMOZIONE DELLA CULTURA
53. Introduzione
È proprio della persona umana il non poter raggiungere un livello di vita
veramente e pienamente umano se non mediante la cultura, coltivando cioè i beni
e i valori della natura. Perciò, ogniqualvolta si tratta della vita umana,
natura e cultura sono quanto mai strettamente connesse.
Con il termine generico di « cultura » si vogliono indicare tutti quei mezzi
con i quali l'uomo affina e sviluppa le molteplici capacità della sua anima e
del suo corpo; procura di ridurre in suo potere il cosmo stesso con la
conoscenza e il lavoro; rende più umana la vita sociale, sia nella famiglia che
in tutta la società civile, mediante il progresso del costume e delle
istituzioni; infine, con l'andar del tempo, esprime, comunica e conserva nelle
sue opere le grandi esperienze e aspirazioni spirituali, affinché possano
servire al progresso di molti, anzi di tutto il genere umano.
Di conseguenza la cultura presenta necessariamente un aspetto storico e
sociale e la voce « cultura » assume spesso un significato sociologico ed
etnologico. In questo senso si parla di pluralità delle culture. Infatti dal
diverso modo di far uso delle cose, di lavorare, di esprimersi, di praticare la
religione e di formare i costumi, di fare le leggi e creare gli istituti
giuridici, di sviluppare le scienze e le arti e di coltivare il bello, hanno
origine i diversi stili di vita e le diverse scale di valori. Cosi dalle usanze
tradizionali si forma il patrimonio proprio di ciascun gruppo umano. Così pure
si costituisce l'ambiente storicamente definito in cui ogni uomo, di qualsiasi
stirpe ed epoca, si inserisce, e da cui attinge i beni che gli consentono di
promuovere la civiltà.
Sezione 1: La situazione della cultura nel mondo odierno
54. Nuovi stili di vita
Le condizioni di vita dell'uomo moderno, sotto l'aspetto sociale e culturale,
sono profondamente cambiate, così che è lecito parlare di una nuova epoca della
storia umana (124). Di qui si aprono nuove vie per perfezionare e diffondere più
largamente la cultura. Esse sono state preparate da un grandioso sviluppo delle
scienze naturali e umane, anche sociali, dal progresso delle tecniche, dallo
sviluppo e dall'organizzazione degli strumenti di comunicazione sociale. Perciò
la cultura odierna è caratterizzata da alcune note distintive: le scienze dette
«esatte» affinano al massimo il senso critico; i più recenti studi di psicologia
spiegano in profondità l'attività umana; le scienze storiche spingono fortemente
a considerare le cose sotto l'aspetto della loro mutabilità ed evoluzione; i
modi di vivere ed i costumi diventano sempre più uniformi;
l'industrializzazione, l'urbanesimo e le altre cause che favoriscono la vita
collettiva creano nuove forme di cultura (cultura di massa), da cui nascono
nuovi modi di pensare, di agire, di impiegare il tempo libero; lo sviluppo dei
rapporti fra le varie nazioni e le classi sociali rivela più ampiamente a tutti
e a ciascuno i tesori delle diverse forme di cultura, e così poco a poco si
prepara una forma di cultura umana più universale, la quale tanto più promuove
ed esprime l'unità del genere umano, quanto meglio rispetta le particolarità
delle diverse culture.
55. L'uomo artefice della cultura
Cresce sempre più il numero degli uomini e delle donne di ogni gruppo o
nazione che prendono coscienza di essere artefici e promotori della cultura
della propria comunità. In tutto il mondo si sviluppa sempre più il senso
dell'autonomia e della responsabilità, cosa che è di somma importanza per la
maturità spirituale e morale dell'umanità. Ciò appare ancor più chiaramente se
teniamo presente l'unificazione del mondo e il compito che ci si impone di
costruire un mondo migliore nella verità e nella giustizia. In tal modo siamo
testimoni della nascita d'un nuovo umanesimo, in cui l'uomo si definisce
anzitutto per la sua responsabilità verso i suoi fratelli e verso la storia.
56. Difficoltà e compiti
In queste condizioni non stupisce che l'uomo sentendosi responsabile del
progresso della cultura, nutra grandi speranze, ma consideri pure con ansietà le
molteplici antinomie esistenti ch'egli deve risolvere. Che cosa si deve fare
affinché gli intensificati rapporti culturali, che dovrebbero condurre ad un
vero e fruttuoso dialogo tra classi e nazioni diverse, non turbino la vita delle
comunità, né sovvertano la sapienza dei padri, né mettano in pericolo il
carattere proprio di ciascun popolo?
In qual modo promuovere il dinamismo e l'espansione della nuova cultura
senza che si perda la viva fedeltà al patrimonio della tradizione? Questo
problema si pone con particolare urgenza là dove la cultura, che nasce dal
grande sviluppo scientifico e tecnico, si deve armonizzare con la cultura che,
secondo le varie tradizioni, viene alimentata dagli studi classici.
In qual maniera conciliare una così rapida e crescente diversificazione
delle scienze specializzate, con la necessità di farne la sintesi e di mantenere
nell'uomo le facoltà della contemplazione e dell'ammirazione che conducono alla
sapienza?
Che cosa fare affinché le moltitudini siano rese partecipi dei beni della
cultura, proprio quando la cultura degli specialisti diviene sempre più alta e
complessa?
Come, infine, riconoscere come legittima l'autonomia che la cultura
rivendica a se stessa, senza giungere a un umanesimo puramente terrestre, anzi
avverso alla religione?
In mezzo a queste antinomie, la cultura umana va oggi sviluppata in modo da
perfezionare con giusto ordine la persona umana nella sua integrità e da aiutare
gli uomini nell'esplicazione di quei compiti, al cui adempimento tutti, ma
specialmente i cristiani fraternamente uniti in seno all'unica famiglia umana,
sono chiamati.
Sezione 2: Alcuni principi riguardanti la retta promozione della cultura
57. Fede e cultura
I cristiani, in cammino verso la città celeste, devono ricercare e gustare le
cose di lassù (125) questo tuttavia non diminuisce, anzi aumenta l'importanza del loro
dovere di collaborare con tutti gli uomini per la costruzione di un mondo più
umano. E in verità il mistero della fede cristiana offre loro eccellenti stimoli
e aiuti per assolvere con maggiore impegno questo compito e specialmente per
scoprire il pieno significato di quest'attività, mediante la quale la cultura
umana acquista un posto importante nella vocazione integrale dell'uomo.
L'uomo infatti, quando coltiva la terra col lavoro delle sue braccia o con
l'aiuto della tecnica, affinché essa produca frutto e diventi una dimora degna
di tutta la famiglia umana, e quando partecipa consapevolmente alla vita dei
gruppi sociali, attua il disegno di Dio, manifestato all'inizio dei tempi, di
assoggettare la terra (126) e di perfezionare la creazione, e coltiva se stesso; nel
medesimo tempo mette in pratica il grande comandamento di Cristo di prodigarsi
al servizio dei fratelli.
L'uomo inoltre, applicandosi allo studio delle varie discipline, quali la
filosofia, la storia, la matematica, le scienze naturali, e coltivando l'arte,
può contribuire moltissimo ad elevare l'umana famiglia a più alti concetti del
vero, del bene e del bello e a una visione delle cose di universale valore; in
tal modo essa sarà più vivamente illuminata da quella mirabile Sapienza, che
dall'eternità era con Dio, disponendo con lui ogni cosa, giocando sull'orbe
terrestre e trovando le sue delizie nello stare con i figli degli uomini (127).
Per ciò stesso lo spirito umano, più libero dalla schiavitù delle cose, può
innalzarsi con maggiore speditezza al culto ed alla contemplazione del Creatore.
Anzi, sotto l'impulso della grazia si dispone a riconoscere il Verbo di Dio che,
prima di farsi carne per tutto salvare e ricapitolare in se stesso, già era «
nel mondo » come « luce vera che illumina ogni uomo » (Gv 1,9) (128).
Certo, l'odierno progresso delle scienze e della tecnica, che in forza del
loro metodo non possono penetrare nelle intime ragioni delle cose, può favorire
un certo fenomenismo e agnosticismo, quando il metodo di investigazione di cui
fanno uso queste scienze viene a torto innalzato a norma suprema di ricerca
della verità totale. Anzi, vi è il pericolo che l'uomo, fidandosi troppo delle
odierne scoperte, pensi di bastare a se stesso e non cerchi più valori
superiori.
Questi fatti deplorevoli però non scaturiscono necessariamente dalla odierna
cultura, né debbono indurci nella tentazione di non riconoscere i suoi valori
positivi. Fra questi si annoverano: il gusto per le scienze e la rigorosa
fedeltà al vero nella indagine scientifica, la necessità di collaborare con gli
altri nei gruppi tecnici specializzati, il senso della solidarietà
internazionale, la coscienza sempre più viva della responsabilità degli esperti
nell'aiutare e proteggere gli uomini, la volontà di rendere più felici le
condizioni di vita per tutti, specialmente per coloro che soffrono per la
privazione della responsabilità personale o per la povertà culturale. Tutti
questi valori possono essere in qualche modo una preparazione a ricevere
l'annunzio del Vangelo; preparazione che potrà essere portata a compimento dalla
divina carità di colui che è venuto a salvare il mondo.
58. I molteplici rapporti fra il Vangelo di Cristo e la cultura
Fra il messaggio della salvezza e la cultura esistono molteplici rapporti.
Dio infatti, rivelandosi al suo popolo fino alla piena manifestazione di sé nel
Figlio incarnato, ha parlato secondo il tipo di cultura proprio delle diverse
epoche storiche.
Parimenti la Chiesa, che ha conosciuto nel corso dei secoli condizioni
d'esistenza diverse, si è servita delle differenti culture per diffondere e
spiegare nella sua predicazione il messaggio di Cristo a tutte le genti, per
studiarlo ed approfondirlo, per meglio esprimerlo nella vita liturgica e nella
vita della multiforme comunità dei fedeli.
Ma nello stesso tempo, inviata a tutti i popoli di qualsiasi tempo e di
qualsiasi luogo (129), non è legata in modo esclusivo e indissolubile a nessuna razza
o nazione, a nessun particolare modo di vivere, a nessuna consuetudine antica o
recente. Fedele alla propria tradizione e nello stesso tempo cosciente
dell'universalità della sua missione (130), può entrare in comunione con le diverse
forme di cultura; tale comunione arricchisce tanto la Chiesa stessa quanto le
varie culture.
Il Vangelo di Cristo rinnova continuamente la vita e la cultura dell'uomo
decaduto, combatte e rimuove gli errori e i mali derivanti dalla sempre
minacciosa seduzione del peccato. Continuamente purifica ed eleva la moralità
dei popoli. Con la ricchezza soprannaturale feconda dall'interno, fortifica,
completa e restaura in Cristo le qualità spirituali e le doti di ciascun popolo.
In tal modo la Chiesa, compiendo la sua missione già con questo stesso fatto
stimola e dà il suo contributo alla cultura umana e civile e, mediante la sua
azione, anche liturgica, educa l'uomo alla libertà interiore.
59. Armonizzazione dei diversi aspetti della cultura
Per i motivi suddetti la Chiesa ricorda a tutti che la cultura deve mirare
alla perfezione integrale della persona umana, al bene della comunità e di tutta
la società umana. Perciò è necessario coltivare lo spirito in modo che si
sviluppino le facoltà dell'ammirazione, dell'intuizione, della contemplazione, e
si diventi capaci di formarsi un giudizio personale e di coltivare il senso
religioso, morale e sociale.
Infatti la cultura, scaturendo direttamente dalla natura ragionevole e
sociale dell'uomo, ha un incessante bisogno della giusta libertà per svilupparsi
e le si deve riconoscere la legittima possibilità di esercizio autonomo secondo
i propri principi. A ragione dunque essa esige rispetto e gode di una certa
inviolabilità, salvi evidentemente i diritti della persona e della comunità, sia
particolare sia universale, entro i limiti del bene comune.
Il sacro Concilio, richiamando ciò che insegnò il Concilio Vaticano I,
dichiara che « esistono due ordini di conoscenza » distinti, cioè quello della
fede e quello della ragione, e che la Chiesa non vieta che «le arti e le
discipline umane (...) si servano, nell'ambito proprio a ciascuna, di propri
principi e di un proprio metodo »; perciò, « riconoscendo questa giusta libertà
», la Chiesa afferma la legittima autonomia della cultura e specialmente delle
scienze (131).
Tutto questo esige pure che l'uomo, nel rispetto dell'ordine morale e della
comune utilità, possa liberamente cercare la verità, manifestare e diffondere le
sue opinioni, e coltivare qualsiasi arte; esige, infine, che sia informato
secondo verità degli eventi della vita pubblica (132).
È compito dei pubblici poteri, non determinare il carattere proprio delle
forme di cultura, ma assicurare le condizioni e i sussidi atti a promuovere la
vita culturale fra tutti, anche fra le minoranze di una nazione (133). Perciò bisogna
innanzi tutto esigere che la cultura, stornata dal proprio fine, non sia
costretta a servire il potere politico o il potere economico.
Sezione 3: Alcuni doveri più urgenti per i cristiani circa la cultura
60. Il riconoscimento del diritto di ciascuno alla cultura e sua
attuazione
Poiché si offre ora la possibilità di liberare moltissimi uomini dal flagello
dell'ignoranza, è compito sommamente confacente al nostro tempo, in specie per i
cristiani, lavorare indefessamente perché tanto in campo economico quanto in
campo politico, tanto sul piano nazionale quanto sul piano internazionale, siano
prese le decisioni fondamentali, mediante le quali sia riconosciuto e attuato
dovunque il diritto di tutti a una cultura umana conforme alla dignità della
persona, senza distinzione di razza, di sesso, di nazione, di religione o di
condizione sociale. Perciò è necessario procurare a tutti una quantità
sufficiente di beni culturali, specialmente di quelli che costituiscono la
cosiddetta cultura di base, affinché moltissimi non siano impediti, a causa
dell'analfabetismo e della privazione di un'attività responsabile, di dare una
collaborazione veramente umana al bene comune.
Occorre perciò fare ogni sforzo affinché quelli che ne sono capaci possano
accedere agli studi superiori; ma in tale maniera che, per quanto è possibile,
essi possano occuparsi nell'umana società di quelle funzioni, compiti e servizi
che corrispondono alle loro attitudini naturali e alle competenze acquisite
(134).
Così ognuno e i gruppi sociali di ciascun popolo potranno raggiungere il pieno
sviluppo della loro vita culturale, in conformità con le doti e tradizioni loro
proprie.
Bisogna inoltre fare di tutto perché ciascuno prenda coscienza tanto del
diritto alla cultura, quanto del dovere di coltivarsi e di aiutare gli altri. Vi
sono talora condizioni di vita e di lavoro che impediscono lo sforzo culturale e
perciò distruggono l'interesse per la cultura. Questo vale in modo speciale per
gli agricoltori e gli operai, ai quali bisogna assicurare condizioni di lavoro
tali che non impediscano, ma promuovano la loro vita culturale. Le donne
lavorano già in quasi tutti i settori della vita; conviene però che esse possano
svolgere pienamente i loro compiti secondo le attitudini loro proprie. Sarà
dovere di tutti far si che la partecipazione propria e necessaria delle donne
nella vita culturale sia riconosciuta e promossa.
61. L'educazione ad una cultura integrale
Oggi vi è più difficoltà di un tempo di ridurre a sintesi le varie discipline
e arti del sapere. Mentre infatti aumenta il volume e la diversità degli
elementi che costituiscono la cultura, diminuisce nello stesso tempo la capacità
per i singoli uomini di percepirli e di armonizzarli organicamente, cosicché
l'immagine dell'«uomo universale» diviene sempre più evanescente. Tuttavia ogni
uomo ha il dovere di tener fermo il concetto della persona umana integrale, in
cui eccellono i valori della intelligenza, della volontà, della coscienza e
della fraternità, che sono fondati tutti in Dio Creatore e sono stati
mirabilmente sanati ed elevati in Cristo.
La famiglia anzitutto è come la madre e la nutrice di questa educazione; in
essa i figli, vivendo in una atmosfera d'amore, apprendono più facilmente la
gerarchia dei valori, mentre collaudate forme culturali vengono quasi
naturalmente trasfuse nell'animo dell'adolescente, man mano che si sviluppa.
Per la medesima educazione nella società odierna vi sono opportunità
derivanti specialmente dall'accresciuta diffusione del libro e dai nuovi
strumenti di comunicazione culturale e sociale, che possono favorire la cultura
universale. La diminuzione più o meno generalizzata del tempo dedicato al lavoro
fa aumentare di giorno in giorno per molti uomini le possibilità di coltivarsi.
Il tempo libero sia impiegato per distendere lo spirito, per fortificare la
salute dell'anima e del corpo; mediante attività e studi di libera scelta;
mediante viaggi in altri paesi (turismo), con i quali si affina lo spirito
dell'uomo, e gli uomini si arricchiscono con la reciproca conoscenza; anche
mediante esercizi e manifestazioni sportive, che giovano a mantenere
l'equilibrio dello spirito, ed offrono un aiuto per stabilire fraterne relazioni
fra gli uomini di tutte le condizioni, di nazioni o di razze diverse. I
cristiani collaborino dunque affinché le manifestazioni e le attività culturali
collettive, proprie della nostra epoca, siano impregnate di spirito umano e
cristiano.
Tuttavia tutte queste facilitazioni non possono assicurare la piena ed
integrale formazione culturale dell'uomo, se nello stesso tempo trascuriamo di
interrogarci profondamente sul significato della cultura e della scienza per la
persona umana.
62. Accordo fra cultura umana e insegnamento cristiano
Sebbene la Chiesa abbia grandemente contribuito al progresso della cultura,
l'esperienza dimostra tuttavia che, per ragioni contingenti, l'accordo fra la
cultura e la formazione cristiana non si realizza sempre senza difficoltà.
Queste difficoltà non necessariamente sono di danno alla fede; possono, anzi,
stimolare lo spirito ad acquisirne una più accurata e profonda intelligenza.
Infatti gli studi recenti e le nuove scoperte delle scienze, come pure quelle
della storia e della filosofia, suscitano nuovi problemi che comportano
conseguenze anche per la vita pratica ed esigono nuove indagini anche da parte
dei teologi. Questi sono inoltre invitati, nel rispetto dei metodi e delle
esigenze proprie della scienza teologica, a ricercare modi sempre più adatti di
comunicare la dottrina cristiana agli uomini della loro epoca: altro è, infatti,
il deposito o le verità della fede, altro è il modo con cui vengono espresse, a
condizione tuttavia di salvaguardarne il significato e il senso profondo (135). Nella
cura pastorale si conoscano sufficientemente e si faccia uso non soltanto dei
principi della teologia, ma anche delle scoperte delle scienze profane, in primo
luogo della psicologia e della sociologia, cosicché anche i fedeli siano
condotti a una più pura e più matura vita di fede.
A modo loro, anche la letteratura e le arti sono di grande importanza per la
vita della Chiesa. Esse cercano infatti di esprimere la natura propria
dell'uomo, i suoi problemi e la sua esperienza nello sforzo di conoscere e
perfezionare se stesso e il mondo; cercano di scoprire la sua situazione nella
storia e nell'universo, di illustrare le sue miserie e le sue gioie, i suoi
bisogni e le sue capacità, e di prospettare una sua migliore condizione. Così
possono elevare la vita umana, che esprimono in molteplici forme, secondo i
tempi e i luoghi.
Bisogna perciò impegnarsi affinché gli artisti si sentano compresi dalla
Chiesa nella loro attività e, godendo di un'ordinata libertà, stabiliscano più
facili rapporti con la comunità cristiana. Siano riconosciute dalla Chiesa le
nuove tendenze artistiche adatte ai nostri tempi secondo l'indole delle diverse
nazioni e regioni. Siano ammesse negli edifici del culto, quando, con modi
d'espressione adatti e conformi alle esigenze liturgiche, innalzano lo spirito a
Dio (136).
Così la conoscenza di Dio viene meglio manifestata e la predicazione
evangelica si rende più trasparente all'intelligenza degli uomini e appare come
connaturata con le loro condizioni d'esistenza.
I fedeli dunque vivano in strettissima unione con gli uomini del loro tempo,
e si sforzino di penetrare perfettamente il loro modo di pensare e di sentire,
quali si esprimono mediante la cultura. Sappiano armonizzare la conoscenza delle
nuove scienze, delle nuove dottrine e delle più recenti scoperte con la morale e
il pensiero cristiano, affinché il senso religioso e la rettitudine morale
procedano in essi di pari passo con la conoscenza scientifica e con il continuo
progresso della tecnica; potranno così giudicare e interpretare tutte le cose
con senso autenticamente cristiano.
Coloro che si applicano alle scienze teologiche nei seminari e nelle
università si studino di collaborare con gli uomini che eccellono nelle altre
scienze, mettendo in comune le loro forze e opinioni. La ricerca teologica,
mentre persegue la conoscenza profonda della verità rivelata, non trascuri il
contatto con il proprio tempo, per poter aiutare gli uomini competenti nelle
varie branche del sapere ad acquistare una più piena conoscenza della fede.
Questa collaborazione gioverà grandemente alla formazione dei sacri ministri,
che potranno presentare ai nostri contemporanei la dottrina della Chiesa intorno
a Dio, all'uomo e al mondo in maniera più adatta, così da farla anche da essi
più volentieri accettare (137). È anzi desiderabile che molti laici acquistino una
conveniente formazione nelle scienze sacre e che non pochi tra loro si diano di
proposito a questi studi e li approfondiscano con mezzi scientifici adeguati. Ma
affinché possano esercitare il loro compito, sia riconosciuta ai fedeli, tanto
ecclesiastici che laici, una giusta libertà di ricercare, di pensare e di
manifestare con umiltà e coraggio la propria opinione nel campo in cui sono
competenti (138).
CAPITOLO III
VITA ECONOMICO-SOCIALE
63. La vita economica e alcuni aspetti caratteristici contemporanei
Anche nella vita economico-sociale sono da tenere in massimo rilievo e da
promuovere la dignità della persona umana, la sua vocazione integrale e il bene
dell'intera società. L'uomo infatti è l'autore, il centro e il fine di tutta la
vita economico-sociale.
L'economia contemporanea, come ogni altro campo della vita sociale, è
caratterizzata da un dominio crescente dell'uomo sulla natura, dalla
moltiplicazione e dalla intensificazione dei rapporti e dalla interdipendenza
tra cittadini, gruppi e popoli, come pure da un più intenso intervento dei
pubblici poteri. Nello stesso tempo, il progresso nella efficienza produttiva e
nella migliore organizzazione degli scambi e servizi hanno reso l'economia
strumento adatto a meglio soddisfare i bisogni accresciuti della famiglia umana.
Tuttavia non mancano motivi di preoccupazione. Molti uomini, soprattutto
nelle regioni economicamente sviluppate, appaiono quasi unicamente retti dalle
esigenze dell'economia, cosicché quasi tutta la loro vita personale e sociale
viene permeata da una mentalità economicistica, e ciò si diffonde sia nei paesi
ad economia collettivistica che negli altri. In un tempo in cui lo sviluppo
della vita economica, orientata e coordinata in una maniera razionale e umana,
potrebbe permettere una attenuazione delle disparità sociali, troppo spesso essa
si tramuta in una causa del loro aggravamento o, in alcuni luoghi, perfino nel
regresso delle condizioni sociali dei deboli e nel disprezzo dei poveri. Mentre
folle immense mancano dello stretto necessario, alcuni, anche nei paesi meno
sviluppati, vivono nell'opulenza o dissipano i beni. Il lusso si accompagna alla
miseria. E, mentre pochi uomini dispongono di un assai ampio potere di
decisione, molti mancano quasi totalmente della possibilità di agire di propria
iniziativa o sotto la propria responsabilità, spesso permanendo in condizioni di
vita e di lavoro indegne di una persona umana.
Simili squilibri economici e sociali si avvertono tra l'agricoltura,
l'industria e il settore dei servizi, come pure tra le diverse regioni di uno
stesso paese. Una contrapposizione, che può mettere in pericolo la pace del
mondo intero, si fa ogni giorno più grave tra le nazioni economicamente più
progredite e le altre.
Gli uomini del nostro tempo reagiscono con coscienza sempre più sensibile di
fronte a tali disparità: essi sono profondamente convinti che le più ampie
possibilità tecniche ed economiche, proprie del mondo contemporaneo, potrebbero
e dovrebbero correggere questo funesto stato di cose. Ma per questo si
richiedono molte riforme nelle strutture della vita economico-sociale; è
necessario anche da parte di tutti un mutamento di mentalità e di abitudini di
vita. In vista di ciò la Chiesa, lungo lo svolgersi della storia, ha formulato
nella luce del Vangelo e, soprattutto in questi ultimi tempi, ha largamente
insegnato i principi di giustizia e di equità richiesti dalla retta ragione
umana e validi sia per la vita individuale o sociale che per la vita
internazionale. Il sacro Concilio, tenuto conto delle caratteristiche del tempo
presente, intende riconfermare tali principi e formulare alcuni orientamenti,
con particolare riguardo alle esigenze dello sviluppo economico (139).
Sezione 1: Sviluppo economico
64. Lo sviluppo economico a servizio dell'uomo
Oggi più che mai, per far fronte all'aumento della popolazione e per
rispondere alle crescenti aspirazioni del genere umano, giustamente si tende ad
incrementare la produzione di beni nell'agricoltura e nell'industria e la
prestazione dei servizi. Perciò sono da favorire il progresso tecnico, lo
spirito di innovazione, la creazione di nuove imprese e il loro ampliamento,
l'adattamento nei metodi dell'attività produttiva e dello sforzo sostenuto da
tutti quelli che partecipano alla produzione, in una parola tutto ciò che possa
contribuire a questo sviluppo (140). Ma il fine ultimo e fondamentale di tale sviluppo
non consiste nel solo aumento dei beni prodotti, né nella sola ricerca del
profitto o del predominio economico, bensì nel servizio dell'uomo: dell'uomo
integralmente considerato, tenendo cioè conto della gerarchia dei suoi bisogni
materiali e delle esigenze della sua vita intellettuale, morale, spirituale e
religiosa; di ogni uomo, diciamo, e di ogni gruppo umano, di qualsiasi razza o
continente. Pertanto l'attività economica deve essere condotta secondo le leggi
e i metodi propri dell'economia, ma nell'ambito dell'ordine morale
(141), in modo che
così risponda al disegno di Dio sull'uomo (142).
65. Lo sviluppo economico sotto il controllo dell'uomo
Lo sviluppo economico deve rimanere sotto il controllo dell'uomo. Non deve
essere abbandonato all'arbitrio di pochi uomini o gruppi che abbiano in mano un
eccessivo potere economico, né della sola comunità politica, né di alcune
nazioni più potenti. Conviene, al contrario, che il maggior numero possibile di
uomini, a tutti i livelli e, quando si tratta dei rapporti internazionali, tutte
le nazioni possano partecipare attivamente al suo orientamento. È necessario
egualmente che le iniziative spontanee dei singoli e delle loro libere
associazioni siano coordinate e armonizzate in modo conveniente ed organico con
la molteplice azione delle pubbliche autorità.
Lo sviluppo economico non può essere abbandonato né al solo gioco quasi
meccanico della attività economica dei singoli, né alla sola decisione della
pubblica autorità. Per questo, bisogna denunciare gli errori tanto delle
dottrine che, in nome di un falso concetto di libertà, si oppongono alle riforme
necessarie, quanto delle dottrine che sacrificano i diritti fondamentali delle
singole persone e dei gruppi all'organizzazione collettiva della produzione
(143).
Si ricordino, d'altra parte, tutti i cittadini che essi hanno il diritto e il
dovere - e il potere civile lo deve riconoscere loro - di contribuire secondo le
loro capacità al progresso della loro propria comunità. Specialmente nelle
regioni economicamente meno progredite, dove si impone d'urgenza l'impiego di
tutte le risorse ivi esistenti, danneggiano gravemente il bene comune coloro che
tengono inutilizzate le proprie ricchezze o coloro che - salvo il diritto
personale di migrazione - privano la propria comunità dei mezzi materiali e
spirituali di cui essa ha bisogno.
66. Ingenti disparità economico-sociali da far scomparire
Per rispondere alle esigenze della giustizia e dell'equità, occorre
impegnarsi con ogni sforzo affinché, nel rispetto dei diritti personali e
dell'indole propria di ciascun popolo, siano rimosse il più rapidamente
possibile le ingenti disparità economiche che portano con sé discriminazioni nei
diritti individuali e nelle condizioni sociali quali oggi si verificano e spesso
si aggravano. Similmente, in molte zone, tenendo presenti le particolari
difficoltà del settore agricolo quanto alla produzione e alla
commercializzazione dei beni, gli addetti all'agricoltura vanno sostenuti per
aumentare la produzione e garantirne la vendita, nonché per la realizzazione
delle trasformazioni e innovazioni necessarie, come pure per raggiungere un
livello equo di reddito; altrimenti rimarranno, come spesso avviene, in
condizioni sociali di inferiorità. Da parte loro gli agricoltori, soprattutto i
giovani, si impegnino con amore a migliorare la loro competenza professionale,
senza la quale non si dà sviluppo dell'agricoltura (144).
La giustizia e l'equità richiedono similmente che la mobilità, assolutamente
necessaria in una economia di sviluppo, sia regolata in modo da evitare che la
vita dei singoli e delle loro famiglie si faccia incerta e precaria. Per quanto
riguarda i lavoratori che, provenendo da altre nazioni o regioni, concorrono con
il loro lavoro allo sviluppo economico di un popolo o di una zona, è da
eliminare accuratamente ogni discriminazione nelle condizioni di rimunerazione o
di lavoro. Inoltre tutti e in primo luogo i poteri pubblici, devono trattarli
come persone, e non semplicemente come puri strumenti di produzione; devono
aiutarli perché possano accogliere presso di sé le loro famiglie e procurarsi un
alloggio decoroso, nonché favorire la loro integrazione nella vita sociale del
popolo o della regione che li accoglie. Si creino tuttavia nella misura del
possibile, posti di lavoro nelle regioni stesse d'origine.
Nelle economie attualmente in fase di ulteriore trasformazione, come nelle
nuove forme della società industriale nelle quali, per esempio, si va largamente
applicando l'automazione, si richiedono misure per assicurare a ciascuno un
impiego sufficiente e adatto, insieme alla possibilità di una formazione tecnica
e professionale adeguata; inoltre bisogna garantire la sussistenza e la dignità
umana di coloro che, soprattutto per motivi di salute e di età, si trovano in
particolari difficoltà.
Sezione 2: Alcuni principi relativi all'insieme della vita
economico-sociale
67. Lavoro, condizione di lavoro e tempo libero
Il lavoro umano, con cui si producono e si scambiano beni o si prestano
servizi economici, è di valore superiore agli altri elementi della vita
economica, poiché questi hanno solo valore di strumento.
Tale lavoro, infatti, sia svolto in forma indipendente sia per contratto con
un imprenditore, procede direttamente dalla persona, la quale imprime nella
natura quasi il suo sigillo e la sottomette alla sua volontà. Con il lavoro,
l'uomo provvede abitualmente al sostentamento proprio e dei suoi familiari,
comunica con gli altri, rende un servizio agli uomini suoi fratelli e può
praticare una vera carità e collaborare attivamente al completamento della
divina creazione. Ancor più: sappiamo per fede che l'uomo, offrendo a Dio il
proprio lavoro, si associa all'opera stessa redentiva di Cristo, il quale ha
conferito al lavoro una elevatissima dignità, lavorando con le proprie mani a
Nazareth. Di qui discendono, per ciascun uomo, il dovere di lavorare fedelmente,
come pure il diritto al lavoro. Corrispondentemente è compito della società, in
rapporto alle condizioni in essa esistenti, aiutare da parte sua i cittadini a
trovare sufficiente occupazione. Infine il lavoro va rimunerato in modo tale da
garantire i mezzi sufficienti per permettere al singolo e alla sua famiglia una
vita dignitosa su un piano materiale, sociale, culturale e spirituale, tenuto
conto del tipo di attività e grado di rendimento economico di ciascuno, nonché
delle condizioni dell'impresa e del bene comune (145).
Poiché l'attività economica è per lo più realizzata in gruppi produttivi in
cui si uniscono molti uomini, è ingiusto ed inumano organizzarla con strutture
ed ordinamenti che siano a danno di chi vi operi. Troppo spesso avviene invece,
anche ai nostri giorni, che i lavoratori siano in un certo senso asserviti alle
proprie opere. Ciò non trova assolutamente giustificazione nelle cosiddette
leggi economiche. Occorre dunque adattare tutto il processo produttivo alle
esigenze della persona e alle sue forme di vita, innanzitutto della sua vita
domestica, particolarmente in relazione alle madri di famiglia, sempre tenendo
conto del sesso e dell'età di ciascuno. Ai lavoratori va assicurata inoltre la
possibilità di sviluppare le loro qualità e di esprimere la loro personalità
nell'esercizio stesso del lavoro. Pur applicando a tale attività lavorativa, con
doverosa responsabilità, tempo ed energie, tutti i lavoratori debbono però
godere di sufficiente riposo e tempo libero, che permetta loro di curare la vita
familiare, culturale, sociale e religiosa. Anzi, debbono avere la possibilità di
dedicarsi ad attività libere che sviluppino quelle energie e capacità, che non
hanno forse modo di coltivare nel loro lavoro professionale.
68. Partecipazione nell'impresa e nell'indirizzo economico generale;
conflitti di lavoro
Nelle imprese economiche si uniscono delle persone, cioè uomini liberi ed
autonomi, creati ad immagine di Dio. Perciò, prendendo in considerazione le
funzioni di ciascuno - sia proprietari, sia imprenditori, sia dirigenti, sia
operai - e salva la necessaria unità di direzione dell'impresa, va promossa, in
forme da determinarsi in modo adeguato, la attiva partecipazione di tutti alla
gestione dell'impresa (146). Poiché, tuttavia, in molti casi non è più a livello
dell'impresa, ma a livello superiore in istituzioni di ordine più elevato, che
si prendono le decisioni economiche e sociali da cui dipende l'avvenire dei
lavoratori e dei loro figli, bisogna che essi siano parte attiva anche in tali
decisioni, direttamente o per mezzo di rappresentanti liberamente eletti.
Tra i diritti fondamentali della persona umana bisogna annoverare il diritto
dei lavoratori di fondare liberamente proprie associazioni, che possano
veramente rappresentarli e contribuire ad organizzare rettamente la vita
economica, nonché il diritto di partecipare liberamente alle attività di tali
associazioni senza incorrere nel rischio di rappresaglie. Grazie a tale
partecipazione organizzata, congiunta con una formazione economica e sociale
crescente, andrà sempre più aumentando in tutti la coscienza della propria
funzione e responsabilità: essi saranno così portati a sentirsi parte attiva,
secondo le capacità e le attitudini di ciascuno, in tutta l'opera dello sviluppo
economico e sociale e della realizzazione del bene comune universale.
In caso di conflitti economico-sociali, si deve fare ogni sforzo per giungere
a una soluzione pacifica. Benché sempre si debba ricorrere innanzitutto a un
dialogo sincero tra le parti, lo sciopero può tuttavia rimanere anche nelle
circostanze odierne un mezzo necessario, benché estremo, per la difesa dei
propri diritti e la soddisfazione delle giuste aspirazioni dei lavoratori.
Bisogna però cercare quanto prima le vie atte a riprendere il dialogo per le
trattative e la conciliazione.
69. I beni della terra e loro destinazione a tutti gli uomini
Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all'uso di tutti
gli uomini e di tutti i popoli, e pertanto i beni creati debbono essere
partecipati equamente a tutti, secondo la regola della giustizia, inseparabile
dalla carità (147). Pertanto, quali che siano le forme della proprietà, adattate alle
legittime istituzioni dei popoli secondo circostanze diverse e mutevoli, si deve
sempre tener conto di questa destinazione universale dei beni. L'uomo, usando di
questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non
solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non
unicamente a lui ma anche agli altri (148). Del resto, a tutti gli uomini spetta il
diritto di avere una parte di beni sufficienti a sé e alla propria famiglia.
Questo ritenevano giusto i Padri e dottori della Chiesa, i quali insegnavano che
gli uomini hanno l'obbligo di aiutare i poveri, e non soltanto con il loro
superfluo (149). Colui che si trova in estrema necessità, ha diritto di procurarsi il
necessario dalle ricchezze altrui (150). Considerando il fatto del numero assai
elevato di coloro che nel mondo intero sono oppressi dalla fame, il sacro
Concilio richiama urgentemente tutti, sia singoli che autorità pubbliche,
affinché - memori della sentenza dei Padri: « Dà da mangiare a colui che è
moribondo per fame, perché se non gli avrai dato da mangiare, lo avrai ucciso »
(151)
realmente mettano a disposizione ed impieghino utilmente i propri beni, ciascuno
secondo le proprie risorse, specialmente fornendo ai singoli e ai popoli i mezzi
con cui essi possano provvedere a se stessi e svilupparsi.
Nelle società economicamente meno sviluppate, frequentemente la destinazione
comune dei beni è in parte attuata mediante un insieme di consuetudini e di
tradizioni comunitarie, che assicurano a ciascun membro i beni più necessari.
Bisogna certo evitare che alcune consuetudini vengano considerate come
assolutamente immutabili, se esse non rispondono più alle nuove esigenze del
tempo presente; d'altra parte però, non si deve agire imprudentemente contro
quelle oneste consuetudini che non cessano di essere assai utili, purché vengano
opportunamente adattate alle odierne circostanze. Similmente, nelle nazioni
economicamente molto sviluppate, una rete di istituzioni sociali per la
previdenza e la sicurezza sociale può in parte contribuire a tradurre in atto la
destinazione comune dei beni. Inoltre, è importante sviluppare ulteriormente i
servizi familiari e sociali, specialmente quelli che provvedono agli aspetti
culturali ed educativi. Ma nell'organizzare tutte queste istituzioni bisogna
vegliare affinché i cittadini non siano indotti ad assumere di fronte alla
società un atteggiamento di passività o di irresponsabilità nei compiti assunti
o di rifiuto di servizio.
70. Investimenti e moneta
Gli investimenti, da parte loro, devono contribuire ad assicurare possibilità
di lavoro e reddito sufficiente tanto alla popolazione attiva di oggi, quanto a
quella futura. Tutti i responsabili di tali investimenti e della organizzazione
della vita economica globale - sia singoli che gruppi o pubbliche autorità
- devono aver presenti questi fini e mostrarsi consapevoli del loro grave
obbligo: da una parte di vigilare affinché si provveda ai beni necessari
richiesti per una vita decorosa sia dei singoli che di tutta la comunità;
d'altra parte di prevedere le situazioni future e di assicurare il giusto
equilibrio tra i bisogni attuali di consumo, sia individuale che collettivo, e
le esigenze di investimenti per la generazione successiva. Si abbiano ugualmente
sempre presenti le urgenti necessità delle nazioni o regioni economicamente meno
sviluppate.
In campo monetario ci si guardi dal danneggiare il bene della propria nazione
e delle altre. Si provveda inoltre affinché coloro che sono economicamente
deboli non siano ingiustamente danneggiati dai mutamenti di valore della moneta.
71. Accesso alla proprietà e dominio privato dei beni; problemi dei latifondi
Poiché la proprietà e le altre forme di potere privato sui beni esteriori
contribuiscono alla espressione della persona e danno occasione all'uomo di
esercitare il suo responsabile apporto nella società e nella economia, è di
grande interesse favorire l'accesso degli individui o dei gruppi ad un certo
potere sui beni esterni.
La proprietà privata o un qualche potere sui beni esterni assicurano a
ciascuno una zona indispensabile di autonomia personale e familiare e bisogna
considerarli come un prolungamento della libertà umana. Infine, stimolando
l'esercizio della responsabilità, essi costituiscono una delle condizioni delle
libertà civili (152).
Le forme di tale potere o di tale proprietà sono oggi varie e vanno
modificandosi sempre di più di giorno in giorno. Nonostante i fondi sociali, i
diritti e i servizi garantiti dalla società, le forme di tale potere o di tale
proprietà restano tuttavia una fonte non trascurabile di sicurezza. Tutto ciò
non va riferito soltanto alla proprietà dei beni materiali, ma altresì dei beni
immateriali, come sono ad esempio le capacità professionali.
La legittimità della proprietà privata non è in contrasto con quella delle
varie forme di proprietà pubblica. Però i1 trasferimento dei beni in pubblica
proprietà non può essere fatto che dalla autorità competente, secondo le
esigenze ed entro i limiti del bene comune e con un equo indennizzo. Spetta
inoltre alla pubblica autorità impedire che si abusi della proprietà privata
agendo contro il bene comune (153).
Ogni proprietà privata ha per sua natura anche un carattere sociale, che si
fonda sulla comune destinazione dei beni (154). Se si trascura questo carattere
sociale, la proprietà può diventare in molti modi occasione di cupidigia e di
gravi disordini, così da offrire facile pretesto a quelli che contestano il
diritto stesso di proprietà.
In molti paesi economicamente meno sviluppati esistono proprietà agricole
estese od anche immense, scarsamente o anche per nulla coltivate per motivi di
speculazione; mentre la maggioranza della popolazione è sprovvista di terreni da
lavorare o fruisce soltanto di poderi troppo limitati, e d'altra parte,
l'accrescimento della produzione agricola presenta un carattere di evidente
urgenza. Non è raro che coloro che sono assunti come lavoratori dipendenti dai
proprietari di tali vasti possedimenti, ovvero coloro che ne coltivano una parte
a titolo di locazione, ricevono un salario o altre forme di remunerazione
indegne di un uomo, non dispongono di una abitazione decorosa o sono sfruttati
da intermediari. Mancando così ogni sicurezza, vivono in tale stato di
dipendenza personale, che viene loro interdetta quasi ogni possibilità di
iniziativa e di responsabilità e viene loro impedita ogni promozione culturale
ed ogni partecipazione attiva nella vita sociale e politica. Si impongono
pertanto, secondo le varie situazioni, delle riforme intese ad accrescere i
redditi, a migliorare le condizioni di lavoro, ad aumentare la sicurezza
dell'impiego e a favorire l'iniziativa personale; ed anche riforme che diano
modo di distribuire le proprietà non sufficientemente coltivate a beneficio di
coloro che siano capaci di farle fruttificare. In questo caso, devono essere
loro assicurate le risorse e gli strumenti indispensabili, in particolare i
mezzi di educazione e le possibilità di una giusta organizzazione cooperativa.
Ogni volta che il bene comune esige l'espropriazione della proprietà,
l'indennizzo va calcolato secondo equità, tenendo conto di tutte le circostanze.
72. L'attività economico-sociale e il regno di Cristo
I cristiani che partecipano attivamente allo sviluppo economico-sociale
contemporaneo e alla lotta per la giustizia e la carità siano convinti di poter
contribuire molto alla prosperità del genere umano e alla pace del mondo. In
tali attività, sia che agiscano come singoli, sia come associati, brillino per
il loro esempio. A tal fine è di grande importanza che, acquisite la competenza
e l'esperienza assolutamente indispensabili, mentre svolgono le attività
terrestri conservino una giusta gerarchia di valori, rimanendo fedeli a Cristo e
al suo Vangelo, cosicché tutta la loro vita, individuale e sociale, sia
compenetrata dello spirito delle beatitudini, specialmente dello spirito di
povertà. Chi segue fedelmente Cristo cerca anzitutto il regno di Dio e vi trova
un più valido e puro amore per aiutare i suoi fratelli e per realizzare, con
l'ispirazione della carità, le opere della giustizia (155).
CAPITOLO IV
LA VITA DELLA COMUNITÀ POLITICA
73. La vita pubblica contemporanea
Ai nostri giorni si notano profonde trasformazioni anche nelle strutture e
nelle istituzioni dei popoli; tali trasformazioni sono conseguenza della
evoluzione culturale, economica e sociale dei popoli. Esse esercitano una grande
influenza, soprattutto nel campo che riguarda i diritti e i doveri di tutti
nell'esercizio della libertà civile e nel conseguimento del bene comune, come
pure in ciò che si riferisce alla regolazione dei rapporti dei cittadini tra di
loro e con i pubblici poteri.
Da una coscienza più viva della dignità umana sorge, in diverse regioni del
mondo, lo sforzo di instaurare un ordine politico-giuridico nel quale siano
meglio tutelati nella vita pubblica i diritti della persona: ad esempio, il
diritto di liberamente riunirsi, associarsi, esprimere le proprie opinioni e
professare la religione in privato e in pubblico. La tutela, infatti dei diritti
della persona è condizione necessaria perché i cittadini, individualmente o in
gruppo, possano partecipare attivamente alla vita e al governo della cosa
pubblica.
Assieme al progresso culturale, economico e sociale, si rafforza in molti il
desiderio di assumere maggiori responsabilità nell'organizzare la vita della
comunità politica.
Nella coscienza di molti aumenta la preoccupazione di salvaguardare i diritti
delle minoranze di una nazione, senza che queste dimentichino il loro dovere
verso la comunità politica. Cresce inoltre il rispetto verso le persone che
hanno altre opinioni o professano religioni diverse. Contemporaneamente si
instaura una più larga collaborazione, tesa a garantire a tutti i cittadini, e
non solo a pochi privilegiati, l'effettivo godimento dei diritti personali.
Vengono condannate tutte quelle forme di regime politico, vigenti in alcune
regioni, che impediscono la libertà civile o religiosa, moltiplicano le vittime
delle passioni e dei crimini politici e distorcono l'esercizio dell'autorità dal
bene comune per farlo servire all'interesse di una fazione o degli stessi
governanti.
Per instaurare una vita politica veramente umana non c'è niente di meglio che
coltivare il senso interiore della giustizia, dell'amore e del servizio al bene
comune e rafforzare le convinzioni fondamentali sulla vera natura della comunità
politica e sul fine, sul buon esercizio e sui limiti di competenza dell'autorità
pubblica.
74. Natura e fine della comunità politica
Gli uomini, le famiglie e i diversi gruppi che formano la comunità civile
sono consapevoli di non essere in grado, da soli, di costruire una vita capace
di rispondere pienamente alle esigenze della natura umana e avvertono la
necessità di una comunità più ampia, nella quale tutti rechino quotidianamente
il contributo delle proprie capacità, allo scopo di raggiungere sempre meglio il
bene comune (156).
Per questo essi costituiscono, secondo vari tipi istituzionali, una comunità
politica.
La comunità politica esiste dunque in funzione di quel bene comune, nel quale
essa trova significato e piena giustificazione e che costituisce la base
originaria del suo diritto all'esistenza.
Il bene comune si concreta nell'insieme di quelle condizioni di vita sociale
che consentono e facilitano agli esseri umani, alle famiglie e alle associazioni
il conseguimento più pieno della loro perfezione (157).
Ma nella comunità politica si riuniscono insieme uomini numerosi e
differenti, che legittimamente possono indirizzarsi verso decisioni diverse.
Affinché la comunità politica non venga rovinata dal divergere di ciascuno verso
la propria opinione, è necessaria un'autorità capace di dirigere le energie di
tutti i cittadini verso il bene comune, non in forma meccanica o dispotica, ma
prima di tutto come forza morale che si appoggia sulla libertà e sul senso di
responsabilità.
È dunque evidente che la comunità politica e l'autorità pubblica hanno il
loro fondamento nella natura umana e perciò appartengono all'ordine fissato da
Dio, anche se la determinazione dei regimi politici e la designazione dei
governanti sono lasciate alla libera decisione dei cittadini (158).
Ne segue parimenti che l'esercizio dell'autorità politica, sia da parte della
comunità come tale, sia da parte degli organismi che rappresentano lo Stato,
deve sempre svolgersi nell'ambito dell'ordine morale, per il conseguimento del
bene comune (ma concepito in forma dinamica), secondo le norme di un ordine
giuridico già definito o da definire. Allora i cittadini sono obbligati in
coscienza ad obbedire (159). Da ciò risulta chiaramente la responsabilità, la dignità
e 1 importanza del ruolo di coloro che governano.
Dove i cittadini sono oppressi da un'autorità pubblica che va al di là delle
sue competenze, essi non rifiutino ciò che è oggettivamente richiesto dal bene
comune; sia però lecito difendere i diritti propri e dei concittadini contro gli
abusi dell'autorità, nel rispetto dei limiti dettati dalla legge naturale e dal
Vangelo.
Le modalità concrete con le quali la comunità politica organizza le proprie
strutture e l'equilibrio dei pubblici poteri possono variare, secondo l'indole
dei diversi popoli e il cammino della storia; ma sempre devono mirare alla
formazione di un uomo educato, pacifico e benevolo verso tutti, per il vantaggio
di tutta la famiglia umana.
75. Collaborazione di tutti alla vita pubblica
È pienamente conforme alla natura umana che si trovino strutture
giuridico-politiche che sempre meglio offrano a tutti i cittadini, senza alcuna
discriminazione, la possibilità effettiva di partecipare liberamente e
attivamente sia alla elaborazione dei fondamenti giuridici della comunità
politica, sia al governo degli affari pubblici, sia alla determinazione del
campo d'azione e dei limiti dei differenti organismi, sia alla elezione dei
governanti (160).
Si ricordino perciò tutti i cittadini del diritto, che è anche dovere, di
usare del proprio libero voto per la promozione del bene comune (161).
La Chiesa stima degna di lode e di considerazione l'opera di coloro che, per
servire gli uomini, si dedicano al bene della cosa pubblica e assumono il peso
delle relative responsabilità.
Affinché la collaborazione di cittadini responsabili possa ottenere felici
risultati nella vita politica quotidiana, si richiede un ordinamento giuridico
positivo, che organizzi una opportuna ripartizione delle funzioni e degli organi
del potere, insieme ad una protezione efficace dei diritti, indipendente da
chiunque.
I diritti delle persone, delle famiglie e dei gruppi e il loro esercizio
devono essere riconosciuti, rispettati e promossi non meno dei doveri ai quali
ogni cittadino è tenuto. Tra questi ultimi non sarà inutile ricordare il dovere
di apportare allo Stato i servizi, materiali e personali, richiesti dal bene
comune.
Si guardino i governanti dall'ostacolare i gruppi familiari, sociali o
culturali, i corpi o istituti intermedi, né li privino delle loro legittime ed
efficaci attività, che al contrario devono volentieri e ordinatamente favorire.
Quanto ai cittadini, individualmente o in gruppo, evitino di attribuire un
potere eccessivo all'autorità pubblica, né chiedano inopportunamente ad essa
troppi servizi e troppi vantaggi, col rischio di diminuire così la
responsabilità delle persone, delle famiglie e dei gruppi sociali.
Ai tempi nostri, la complessità dei problemi obbliga i pubblici poteri ad
intervenire più frequentemente in materia sociale, economica e culturale, per
determinare le condizioni più favorevoli che permettano ai cittadini e ai gruppi
di perseguire più efficacemente, nella libertà, il bene completo dell'uomo. Il
rapporto tra la socializzazione (162) l'autonomia e lo sviluppo della persona può
essere concepito in modo differente nelle diverse regioni del mondo e in base
alla evoluzione dei popoli. Ma dove l'esercizio dei diritti viene
temporaneamente limitato in vista del bene comune, si ripristini al più presto
possibile la libertà quando le circostanze sono cambiate. È in ogni caso inumano
che l'autorità politica assuma forme totalitarie, oppure forme dittatoriali che
ledano i diritti della persona o dei gruppi sociali.
I cittadini coltivino con magnanimità e lealtà l'amore verso la patria, ma
senza grettezza di spirito, cioè in modo tale da prendere anche
contemporaneamente in considerazione il bene di tutta la famiglia umana, di
tutte le razze, popoli e nazioni, che sono unite da innumerevoli legami.
Tutti i cristiani devono prendere coscienza della propria speciale vocazione
nella comunità politica; essi devono essere d'esempio, sviluppando in se stessi
il senso della responsabilità e la dedizione al bene comune, così da mostrare
con i fatti come possano armonizzarsi l'autorità e la libertà, l'iniziativa
personale e la solidarietà di tutto il corpo sociale, la opportuna unità e la
proficua diversità. In ciò che concerne l'organizzazione delle cose terrene,
devono ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali e
rispettare i cittadini che, anche in gruppo, difendono in maniera onesta il loro
punto di vista.
I partiti devono promuovere ciò che, a loro parere, è richiesto dal bene
comune; mai però è lecito anteporre il proprio interesse a tale bene.
Bisogna curare assiduamente la educazione civica e politica, oggi
particolarmente necessaria, sia per l'insieme del popolo, sia soprattutto per i
giovani, affinché tutti i cittadini possano svolgere il loro ruolo nella vita
della comunità politica. Coloro che sono o possono diventare idonei per
l'esercizio dell'arte politica, così difficile, ma insieme così nobile (163). Vi si
preparino e si preoccupino di esercitarla senza badare al proprio interesse e a
vantaggi materiali. Agiscono con integrità e saggezza contro l'ingiustizia e
l'oppressione, l'assolutismo e l'intolleranza d'un solo uomo e d'un solo partito
politico; si prodighino con sincerità ed equità al servizio di tutti, anzi con
l'amore e la fortezza richiesti dalla vita politica.
76. La comunità politica e la Chiesa
È di grande importanza, soprattutto in una società pluralista, che si abbia
una giusta visione dei rapporti tra la comunità politica e la Chiesa e che si
faccia una chiara distinzione tra le azioni che i fedeli, individualmente o in
gruppo, compiono in proprio nome, come cittadini, guidati dalla loro coscienza
cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i
loro pastori.
La Chiesa che, in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna
maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema
politico, è insieme il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della
persona umana.
La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l'una
dall'altra nel proprio campo. Ma tutte e due, anche se a titolo diverso, sono a
servizio della vocazione personale e sociale degli stessi uomini. Esse
svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti in maniera tanto più
efficace, quanto più coltiveranno una sana collaborazione tra di loro, secondo
modalità adatte alle circostanze di luogo e di tempo. L'uomo infatti non è
limitato al solo orizzonte temporale, ma, vivendo nella storia umana, conserva
integralmente la sua vocazione eterna.
Quanto alla Chiesa, fondata nell'amore del Redentore, essa contribuisce ad
estendere il raggio d'azione della giustizia e dell'amore all'interno di
ciascuna nazione e tra le nazioni. Predicando la verità evangelica e illuminando
tutti i settori dell'attività umana con la sua dottrina e con la testimonianza
resa dai cristiani, rispetta e promuove anche la libertà politica e la
responsabilità dei cittadini.
Gli apostoli e i loro successori con i propri collaboratori, essendo inviati
ad annunziare agli uomini il Cristo Salvatore del mondo, nell'esercizio del loro
apostolato si appoggiano sulla potenza di Dio, che molto spesso manifesta la
forza del Vangelo nella debolezza dei testimoni. Bisogna che tutti quelli che si
dedicano al ministero della parola di Dio, utilizzino le vie e i mezzi propri
del Vangelo, i quali differiscono in molti punti dai mezzi propri della città
terrestre.
Certo, le cose terrene e quelle che, nella condizione umana, superano questo
mondo, sono strettamente unite, e la Chiesa stessa si serve di strumenti
temporali nella misura in cui la propria missione lo richiede. Tuttavia essa non
pone la sua speranza nei privilegi offertigli dall'autorità civile. Anzi, essa
rinunzierà all'esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove
constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua
testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni.
Ma sempre e dovunque, e con vera libertà, è suo diritto predicare la fede e
insegnare la propria dottrina sociale, esercitare senza ostacoli la propria
missione tra gli uomini e dare il proprio giudizio morale, anche su cose che
riguardano l'ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali
della persona e dalla salvezza delle anime. E farà questo utilizzando tutti e
soli quei mezzi che sono conformi al Vangelo e in armonia col bene di tutti,
secondo la diversità dei tempi e delle situazioni.
Nella fedeltà del Vangelo e nello svolgimento della sua missione nel mondo,
la Chiesa, che ha come compito di promuovere ed elevare tutto quello che di
vero, buono e bello si trova nella comunità umana (164) rafforza la pace tra gli
uomini a gloria di Dio (165).
CAPITOLO V
LA PROMOZIONE DELLA PACE E LA COMUNITÀ DELLE NAZIONI
77. Introduzione
In questi nostri anni, nei quali permangono ancora gravissime tra gli uomini
le afflizioni e le angustie derivanti da guerre ora imperversanti, ora
incombenti, l'intera società umana è giunta ad un momento sommamente decisivo
nel processo della sua maturazione. Mentre a poco a poco l'umanità va
unificandosi e in ogni luogo diventa ormai più consapevole della propria unità,
non potrà tuttavia portare a compimento l'opera che l'attende, di costruire cioè
un mondo più umano per tutti gli uomini e su tutta la terra, se gli uomini non
si volgeranno tutti con animo rinnovato alla vera pace. Per questo motivo il
messaggio evangelico, in armonia con le aspirazioni e gli ideali più elevati del
genere umano, risplende in questi nostri tempi di rinnovato fulgore quando
proclama beati i promotori della pace, «perché saranno chiamati figli di Dio»
(Mt 5,9).
Illustrando pertanto la vera e nobilissima concezione della pace, il
Concilio, condannata l'inumanità della guerra, intende rivolgere un ardente
appello ai cristiani, affinché con l'aiuto di Cristo, autore della pace,
collaborino con tutti per stabilire tra gli uomini una pace fondata sulla
giustizia e sull'amore e per apprestare i mezzi necessari per il suo
raggiungimento.
78. La natura della pace
La pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi unicamente a
rendere stabile l'equilibrio delle forze avverse; essa non è effetto di una
dispotica dominazione, ma viene con tutta esattezza definita a opera della
giustizia » (Is 32,7). È il frutto dell'ordine impresso nella società umana dal
suo divino Fondatore e che deve essere attuato dagli uomini che aspirano
ardentemente ad una giustizia sempre più perfetta. Infatti il bene comune del
genere umano è regolato, sì, nella sua sostanza, dalla legge eterna, ma nelle
sue esigenze concrete è soggetto a continue variazioni lungo il corso del tempo;
per questo la pace non è mai qualcosa di raggiunto una volta per tutte, ma è un
edificio da costruirsi continuamente. Poiché inoltre la volontà umana è labile e
ferita per di più dal peccato, l'acquisto della pace esige da ognuno il costante
dominio delle passioni e la vigilanza della legittima autorità.
Tuttavia questo non basta. Tale pace non si può ottenere sulla terra se non è
tutelato il bene delle persone e se gli uomini non possono scambiarsi con
fiducia e liberamente le ricchezze del loro animo e del loro ingegno. La ferma
volontà di rispettare gli altri uomini e gli altri popoli e la loro dignità, e
l'assidua pratica della fratellanza umana sono assolutamente necessarie per la
costruzione della pace. In tal modo la pace è frutto anche dell'amore, il quale
va oltre quanto può apportare la semplice giustizia.
La pace terrena, che nasce dall'amore del prossimo, è essa stessa immagine ed
effetto della pace di Cristo che promana dal Padre. Il Figlio incarnato infatti,
principe della pace, per mezzo della sua croce ha riconciliato tutti gli uomini
con Dio; ristabilendo l'unità di tutti in un solo popolo e in un solo corpo, ha
ucciso nella sua carne (166) l'odio e, nella gloria della sua risurrezione, ha diffuso
lo Spirito di amore nel cuore degli uomini.
Pertanto tutti i cristiani sono chiamati con insistenza a praticare la verità
nell'amore (Ef 4,15) e ad unirsi a tutti gli uomini sinceramente amanti della
pace per implorarla dal cielo e per attuarla.
Mossi dal medesimo spirito, noi non possiamo non lodare coloro che,
rinunciando alla violenza nella rivendicazione dei loro diritti, ricorrono a
quei mezzi di difesa che sono, del resto, alla portata anche dei più deboli,
purché ciò si possa fare senza pregiudizio dei diritti e dei doveri degli altri
o della comunità.
Gli uomini, in quanto peccatori, sono e saranno sempre sotto la minaccia
della guerra fino alla venuta di Cristo; ma in quanto riescono, uniti
nell'amore, a vincere i1 peccato essi vincono anche la violenza, fino alla
realizzazione di quella parola divina « Con le loro spade costruiranno aratri e
falci con le loro lance; nessun popolo prenderà più le armi contro un altro
popolo, né si eserciteranno più per la guerra» (Is 2,4).
Sezione 1: Necessità di evitare la guerra
79. Il dovere di mitigare l'inumanità della guerra
Sebbene le recenti guerre abbiano portato al nostro mondo gravissimi danni
sia materiali che morali, ancora ogni giorno in qualche punto della terra la
guerra continua a produrre le sue devastazioni. Anzi dal momento che in essa si
fa uso di armi scientifiche di ogni genere, la sua atrocità minaccia di condurre
i combattenti ad una barbarie di gran lunga superiore a quella dei tempi
passati. La complessità inoltre delle odierne situazioni e la intricata rete
delle relazioni internazionali fanno sì che vengano portate in lungo, con nuovi
metodi insidiosi e sovversivi, guerre più o meno larvate. In molti casi il
ricorso ai sistemi del terrorismo è considerato anch'esso una nuova forma di
guerra.
Davanti a questo stato di degradazione dell'umanità, il Concilio intende
innanzi tutto richiamare alla mente il valore immutabile del diritto naturale
delle genti e dei suoi principi universali. La stessa coscienza del genere umano
proclama quei principi con sempre maggiore fermezza e vigore. Le azioni pertanto
che deliberatamente si oppongono a quei principi e gli ordini che comandano tali
azioni sono crimini, né l'ubbidienza cieca può scusare coloro che li eseguono.
Tra queste azioni vanno innanzi tutto annoverati i metodi sistematici di
sterminio di un intero popolo, di una nazione o di una minoranza etnica; orrendo
delitto che va condannato con estremo rigore. Deve invece essere sostenuto il
coraggio di coloro che non temono di opporsi apertamente a quelli che ordinano
tali misfatti.
Esistono, in materia di guerra, varie convenzioni internazionali, che un gran
numero di nazioni ha sottoscritto per rendere meno inumane le azioni militari e
le loro conseguenze. Tali sono le convenzioni relative alla sorte dei militari
feriti o prigionieri e molti impegni del genere. Tutte queste convenzioni
dovranno essere osservate; anzi le pubbliche autorità e gli esperti in materia
dovranno fare ogni sforzo, per quanto è loro possibile, affinché siano
perfezionate, in modo da renderle capaci di porre un freno più adatto ed
efficace alle atrocità della guerra. Sembra inoltre conforme ad equità che le
leggi provvedano umanamente al caso di coloro che, per motivi di coscienza,
ricusano l'uso delle armi, mentre tuttavia accettano qualche altra forma di
servizio della comunità umana.
La guerra non è purtroppo estirpata dalla umana condizione. E fintantoché
esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un'autorità internazionale
competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di
un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una
legittima difesa. I capi di Stato e coloro che condividono la responsabilità
della cosa pubblica hanno dunque il dovere di tutelare la salvezza dei popoli
che sono stati loro affidati, trattando con grave senso di responsabilità cose
di così grande importanza. Ma una cosa è servirsi delle armi per difendere i
giusti diritti dei popoli, ed altra cosa voler imporre il proprio dominio su
altre nazioni. La potenza delle armi non rende legittimo ogni suo uso militare o
politico. Né per il fatto che una guerra è ormai disgraziatamente scoppiata,
diventa per questo lecita ogni cosa tra le parti in conflitto.
Coloro poi che al servizio della patria esercitano la loro professione nelle
file dell'esercito, si considerino anch'essi come servitori della sicurezza e
della libertà dei loro popoli; se rettamente adempiono il loro dovere,
concorrono anch'essi veramente alla stabilità della pace.
80. La guerra totale
Il progresso delle armi scientifiche ha enormemente accresciuto l'orrore e
l'atrocità della guerra. Le azioni militari, infatti, se condotte con questi
mezzi, possono produrre distruzioni immani e indiscriminate, che superano
pertanto di gran lunga i limiti di una legittima difesa. Anzi, se mezzi di tal
genere, quali ormai si trovano negli arsenali delle grandi potenze, venissero
pienamente utilizzati, si avrebbe la reciproca e pressoché totale distruzione
delle parti contendenti, senza considerare le molte devastazioni che ne
deriverebbero nel resto del mondo e gli effetti letali che sono la conseguenza
dell'uso di queste armi.
Tutte queste cose ci obbligano a considerare l'argomento della guerra con
mentalità completamente nuova (167). Sappiano gli uomini di questa età che dovranno
rendere severo conto dei loro atti di guerra, perché il corso dei tempi futuri
dipenderà in gran parte dalle loro decisioni di oggi.
Avendo ben considerato tutte queste cose, questo sacro Concilio, facendo
proprie le condanne della guerra totale già pronunciate dai recenti sommi
Pontefici dichiara (168):
Ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere
città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la
stessa umanità e va condannato con fermezza e senza esitazione.
Il rischio caratteristico della guerra moderna consiste nel fatto che essa
offre quasi l'occasione a coloro che posseggono le più moderne armi scientifiche
di compiere tali delitti e, per una certa inesorabile concatenazione, può
sospingere le volontà degli uomini alle più atroci decisioni. Affinché dunque
non debba mai più accadere questo in futuro, i vescovi di tutto il mondo, ora
riuniti, scongiurano tutti, in modo particolare i governanti e i supremi
comandanti militari a voler continuamente considerare, davanti a Dio e davanti
alla umanità intera, l'enorme peso della loro responsabilità.
81. La corsa agli armamenti
Le armi scientifiche, è vero, non vengono accumulate con l'unica intenzione
di poterle usare in tempo di guerra. Poiché infatti si ritiene che la solidità
della difesa di ciascuna parte dipenda dalla possibilità fulminea di
rappresaglie, questo ammassamento di armi, che va aumentando di anno in anno,
serve, in maniera certo paradossale, a dissuadere eventuali avversari dal
compiere atti di guerra. E questo è ritenuto da molti il mezzo più efficace per
assicurare oggi una certa pace tra le nazioni.
Qualunque cosa si debba pensare di questo metodo dissuasivo, si convincano
gli uomini che la corsa agli armamenti, alla quale si rivolgono molte nazioni,
non è una via sicura per conservare saldamente la pace, né il cosiddetto
equilibrio che ne risulta può essere considerato pace vera e stabile. Le cause
di guerra, anziché venire eliminate da tale corsa, minacciano piuttosto di
aggravarsi gradatamente. E mentre si spendono enormi ricchezze per la
preparazione di armi sempre nuove, diventa poi impossibile arrecare sufficiente
rimedio alle miserie così grandi del mondo presente. Anziché guarire veramente,
nel profondo, i dissensi tra i popoli, si finisce per contagiare anche altre
parti del mondo. Nuove strade converrà cercare partendo dalla riforma degli
spiriti, perché possa essere rimosso questo scandalo e al mondo, liberato
dall'ansietà che l'opprime, possa essere restituita una pace vera.
È necessario pertanto ancora una volta dichiarare: la corsa agli armamenti è
una delle piaghe più gravi dell'umanità e danneggia in modo intollerabile i
poveri; e c'è molto da temere che, se tale corsa continuerà, produrrà un giorno
tutte le stragi, delle quali va già preparando i mezzi.
Ammoniti dalle calamità che il genere umano ha rese possibili, cerchiamo di
approfittare della tregua di cui ora godiamo e che è stata a noi concessa
dall'alto, per prendere maggiormente coscienza della nostra responsabilità e
trovare delle vie per comporre in maniera più degna dell'uomo le nostre
controversie. La Provvidenza divina esige da noi con insistenza che liberiamo
noi stessi dall'antica schiavitù della guerra.
Se poi rifiuteremo di compiere tale sforzo non sappiamo dove ci condurrà la
strada perversa per la quale ci siamo incamminati.
82. La condanna assoluta della guerra e l'azione internazionale per
evitarla
È chiaro pertanto che dobbiamo con ogni impegno sforzarci per preparare quel
tempo nel quale, mediante l'accordo delle nazioni, si potrà interdire del tutto
qualsiasi ricorso alla guerra. Questo naturalmente esige che venga istituita
un'autorità pubblica universale, da tutti riconosciuta, la quale sia dotata di
efficace potere per garantire a tutti i popoli sicurezza, osservanza della
giustizia e rispetto dei diritti. Ma prima che questa auspicabile autorità possa
essere costituita, è necessario che le attuali supreme istanze internazionali si
dedichino con tutto l'impegno alla ricerca dei mezzi più idonei a procurare la
sicurezza comune. La pace deve sgorgare spontanea dalla mutua fiducia delle
nazioni, piuttosto che essere imposta ai popoli dal terrore delle armi. Pertanto
tutti debbono impegnarsi con alacrità per far cessare finalmente la corsa agli
armamenti. Perché la riduzione degli armamenti incominci realmente, non deve
certo essere fatta in modo unilaterale, ma con uguale ritmo da una parte e
dall'altra, in base ad accordi comuni e con l'adozione di efficaci garanzie
(169).
Non sono frattanto da sottovalutare gli sforzi già fatti e che si vanno
tuttora facendo per allontanare il pericolo della guerra. Va piuttosto
incoraggiata la buona volontà di tanti che pur gravati dalle ingenti
preoccupazioni del loro altissimo ufficio, mossi dalla gravissima responsabilità
da cui si sentono vincolati, si danno da fare in ogni modo per eliminare la
guerra, di cui hanno orrore pur non potendo prescindere dalla complessa realtà
delle situazioni. Bisogna rivolgere incessanti preghiere a Dio affinché dia loro
la forza di intraprendere con perseveranza e condurre a termine con coraggio
quest'opera del più grande amore per gli uomini, per mezzo della quale si
costruisce virilmente l'edificio della pace. Tale opera esige oggi certamente
che essi dilatino la loro mente e il loro cuore al di là dei confini della
propria nazione, deponendo ogni egoismo nazionale ed ogni ambizione di
supremazia su altre nazioni, e nutrendo invece un profondo rispetto verso tutta
l'umanità, avviata ormai così faticosamente verso una maggiore unità.
Per ciò che riguarda i problemi della pace e del disarmo, bisogna tener conto
degli studi approfonditi, già coraggiosamente e instancabilmente condotti e dei
consessi internazionali che trattarono questi argomenti e considerarli come i
primi passi verso la soluzione di problemi così gravi; con maggiore insistenza
ed energia dovranno quindi essere promossi in avvenire, al fine di ottenere
risultati concreti. Stiano tuttavia bene attenti gli uomini a non affidarsi
esclusivamente agli sforzi di alcuni, senza preoccuparsi minimamente dei loro
propri sentimenti. I capi di Stato, infatti, i quali sono mallevadori del bene
comune delle proprie nazioni e fautori insieme del bene della umanità intera,
dipendono in massima parte dalle opinioni e dai sentimenti delle moltitudini. È
inutile infatti che essi si adoperino con tenacia a costruire la pace, finché
sentimenti di ostilità, di disprezzo e di diffidenza, odi razziali e ostinate
ideologie dividono gli uomini, ponendoli gli uni contro gli altri. Di qui la
estrema, urgente necessità di una rinnovata educazione degli animi e di un nuovo
orientamento nell'opinione pubblica. Coloro che si dedicano a un'opera di
educazione, specie della gioventù, e coloro che contribuiscono alla formazione
della pubblica opinione, considerino loro dovere gravissimo inculcare negli
animi di tutti sentimenti nuovi, ispiratori di pace. E ciascuno di noi deve
adoperarsi per mutare il suo cuore, aprendo gli occhi sul mondo intero e su
tutte quelle cose che gli uomini possono compiere insieme per condurre l'umanità
verso un migliore destino.
Né ci inganni una falsa speranza. Se non verranno in futuro conclusi stabili
e onesti trattati di pace universale, rinunciando ad ogni odio e inimicizia,
L'umanità che, pur avendo compiuto mirabili conquiste nel campo scientifico, si
trova già in grave pericolo, sarà forse condotta funestamente a quell'ora, in
cui non potrà sperimentare altra pace che la pace terribile della morte.
La Chiesa di Cristo nel momento in cui, posta in mezzo alle angosce del tempo
presente, pronuncia tali parole, non cessa tuttavia di nutrire la più ferma
speranza. Agli uomini della nostra età essa intende presentare con insistenza,
sia che l'accolgano favorevolmente, o la respingano come importuna, il messaggio
degli apostoli: a Ecco ora il tempo favorevole » per trasformare i cuori, «ecco
ora i giorni della salvezza» (170).
Sezione 2: La costruzione della comunità internazionale
83. Le cause di discordia e i loro rimedi
L'edificazione della pace esige prima di tutto che, a cominciare dalle
ingiustizie, si eliminino le cause di discordia che fomentano le guerre. Molte
occasioni provengono dalle eccessive disparità economiche e dal ritardo con cui
vi si porta il necessario rimedio. Altre nascono dallo spirito di dominio, dal
disprezzo delle persone e, per accennare ai motivi più reconditi, dall'invidia,
dalla diffidenza, dall'orgoglio e da altre passioni egoistiche. Poiché gli
uomini non possono tollerare tanti disordini avviene che il mondo, anche quando
non conosce le atrocità della guerra, resta tuttavia continuamente in balia di
lotte e di violenze. I medesimi mali si riscontrano inoltre nei rapporti tra le
nazioni. Quindi per vincere e per prevenire questi mali, per reprimere lo
scatenamento della violenza, è assolutamente necessario che le istituzioni
internazionali sviluppino e consolidino la loro cooperazione e la loro
coordinazione e che, senza stancarsi, si stimoli la creazione di organismi
idonei a promuovere la pace.
84. La comunità delle nazioni e le istituzioni internazionali
Dati i crescenti e stretti legami di mutua dipendenza esistenti oggi tra
tutti gli abitanti e i popoli della terra, la ricerca adeguata e il
raggiungimento efficace del bene comune richiedono che la comunità delle nazioni
si dia un ordine che risponda ai suoi compiti attuali, tenendo particolarmente
conto di quelle numerose regioni che ancor oggi si trovano in uno stato di
intollerabile miseria.
Per conseguire questi fini, le istituzioni internazionali devono, ciascuna
per la loro parte, provvedere ai diversi bisogni degli uomini, tanto nel campo
della vita sociale (cui appartengono l'alimentazione, la salute, la educazione,
il lavoro), quanto in alcune circostanze particolari che sorgono qua e là: per
esempio, la necessità di aiutare la crescita generale delle nazioni in via di
sviluppo, o ancora il sollievo alle necessità dei profughi in ogni parte del
mondo, o degli emigrati e delle loro famiglie.
Le istituzioni internazionali, tanto universali che regionali già esistenti,
si sono rese certamente benemerite del genere umano. Esse rappresentano i primi
sforzi per gettare le fondamenta internazionali di tutta la comunità umana al
fine di risolvere le più gravi questioni del nostro tempo: promuovere il
progresso in ogni luogo della terra e prevenire la guerra sotto qualsiasi forma.
In tutti questi campi, la Chiesa si rallegra dello spirito di vera fratellanza
che fiorisce tra cristiani e non cristiani, e dello sforzo d'intensificare i
tentativi intesi a sollevare l'immane miseria.
85. La cooperazione internazionale sul piano economico
La solidarietà attuale del genere umano impone anche che si stabilisca una
maggiore cooperazione internazionale in campo economico. Se infatti quasi tutti
i popoli hanno acquisito l'indipendenza politica, si è tuttavia ancora lontani
dal potere affermare che essi siano liberati da eccessive ineguaglianze e da
ogni forma di dipendenza abusiva, e che sfuggano al pericolo di gravi difficoltà
interne.
Lo sviluppo d'un paese dipende dalle sue risorse in uomini e in denaro.
Bisogna preparare i cittadini di ogni nazione, attraverso l'educazione e la
formazione professionale, ad assumere i diversi incarichi della vita economica e
sociale. A tal fine si richiede l'opera di esperti stranieri, i quali nel
prestare la loro azione, si comportino non come padroni, ma come assistenti e
cooperatori. Senza profonde modifiche nei metodi attuali del commercio mondiale,
le nazioni in via di sviluppo non potranno ricevere i sussidi materiali di cui
hanno bisogno. Inoltre, altre risorse devono essere loro date dalle nazioni
progredite, sotto forma di dono, di prestiti e d'investimenti finanziari: ciò si
faccia con generosità e senza cupidigia, da una parte, e si ricevano,
dall'altra, con tutta onestà.
Per instaurare un vero ordine economico mondiale, bisognerà rinunciare ai
benefici esagerati, alle ambizioni nazionali, alla bramosia di dominazione
politica, ai calcoli di natura militaristica e alle manovre tendenti a propagare
e imporre ideologie. Vari sono i sistemi economici e sociali proposti; è
desiderabile che gli esperti possano trovare in essi un fondamento comune per un
sano commercio mondiale. Ciò sarà più facile se ciascuno, rinunciando ai propri
pregiudizi, si dispone di buon grado a condurre un sincero dialogo.
86. Alcune norme opportune
In vista di questa cooperazione, sembra utile proporre le norme seguenti:
a) Le nazioni in via di sviluppo tendano soprattutto ad assegnare,
espressamente e senza equivoci, come fine del progresso la piena espansione
umana dei cittadini. Si ricordino che questo progresso trova innanzi tutto la
sua origine e il suo dinamismo nel lavoro e nella ingegnosità delle popolazioni
stesse, visto che esso deve sl far leva sugli aiuti esterni, ma, prima di tutto,
sulla valorizzazione delle proprie risorse nonché sulla propria cultura e
tradizione. In questa materia, quelli che esercitano sugli altri maggiore
influenza devono dare l'esempio.
b) È dovere gravissimo delle nazioni evolute di aiutare i popoli in via di
sviluppo ad adempiere i compiti sopraddetti. Perciò esse procedano a quelle
revisioni interne, spirituali e materiali, richieste da questa cooperazione
universale. Così bisogna che negli scambi con le nazioni più deboli e meno
fortunate abbiano riguardo al bene di quelle che hanno bisogno per la loro
stessa sussistenza dei proventi ricavati dalla vendita dei propri prodotti.
c) Spetta alla comunità internazionale coordinare e stimolare lo sviluppo,
curando tuttavia di distribuire con la massima efficacia ed equità le risorse a
ciò destinate. Salvo il principio di sussidiarietà, ad essa spetta anche di
ordinare i rapporti economici mondiali secondo le norme della giustizia.
Si fondino istituti capaci di promuovere e di regolare il commercio
internazionale, specialmente con le nazioni meno sviluppate, e destinati pure a
compensare gli inconvenienti che derivano dall'eccessiva disuguaglianza di
potere fra le nazioni. Accanto all'aiuto tecnico, culturale e finanziario, un
simile ordinamento dovrebbe mettere a disposizione delle nazioni in via di
sviluppo le risorse necessarie ad ottenere una crescita soddisfacente della loro
economia.
d) In molti casi è urgente procedere a una revisione delle strutture
economiche e sociali. Ma bisogna guardarsi dalle soluzioni tecniche premature,
specialmente da quelle che, mentre offrono all'uomo certi vantaggi materiali, si
oppongono al suo carattere spirituale e alla sua crescita. Poiché « non di solo
pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio » (Mt 4,4). Ogni
parte della famiglia umana reca in sé e nelle sue migliori tradizioni qualcosa
di quel tesoro spirituale che Dio ha affidato all'umanità, anche se molti
ignorano da quale fonte provenga.
87. La cooperazione internazionale e l'accrescimento demografico
La cooperazione internazionale è indispensabile soprattutto quando si tratta
dei popoli che, fra le molte altre difficoltà, subiscono oggi in modo tutto
speciale quelle derivanti da un rapido incremento demografico. È urgente e
necessario ricercare come, con la cooperazione intera ed assidua di tutti,
specie delle nazioni più favorite, si possa procurare e mettere a disposizione
dell'intera comunità umana quei beni che sono necessari alla sussistenza e alla
conveniente istruzione di ciascuno. Alcuni popoli potrebbero migliorare
seriamente le loro condizioni di vita se, debitamente istruiti, passassero dai
vecchi metodi di agricoltura ai nuovi procedimenti tecnici di produzione,
applicandoli con la prudenza necessaria alla situazione propria e se
instaurassero inoltre un migliore ordine sociale e attuassero una più giusta
distribuzione della proprietà terriera.
Nei limiti della loro competenza, i governi hanno diritti e doveri per ciò
che concerne il problema demografico della nazione; come, ad esempio, per quanto
riguarda la legislazione sociale e familiare, le migrazioni dalla campagna alle
città, o quando si tratta dell'informazione relativa alla situazione e ai
bisogni del paese. Oggi gli animi sono molto agitati da questi problemi. Si deve
quindi sperare che cattolici competenti in tutte queste materie, in particolare
nelle università, proseguano assiduamente gli studi già iniziati e li sviluppino
maggiormente.
Poiché molti affermano che l'accrescimento demografico nel mondo, o almeno in
alcune nazioni, debba essere frenato in maniera radicale con ogni mezzo e con
non importa quale intervento dell'autorità pubblica, il Concilio esorta tutti ad
astenersi da soluzioni contrarie alla legge morale, siano esse promosse o
imposte pubblicamente o in privato. Infatti, in virtù del diritto inalienabile
dell'uomo al matrimonio e alla generazione della prole, la decisione circa il
numero dei figli da mettere al mondo dipende dal retto giudizio dei genitori e
non può in nessun modo essere lasciata alla discrezione dell'autorità pubblica.
Ma siccome questo giudizio dei genitori suppone una coscienza ben formata, è di
grande importanza dare a tutti il modo di accedere a un livello di
responsabilità conforme alla morale e veramente umano, nel rispetto della legge
divina e tenendo conto delle circostanze. Tutto ciò esige un po' dappertutto un
miglioramento dei mezzi pedagogici e delle condizioni sociali, soprattutto una
formazione religiosa o almeno una solida formazione morale. Le popolazioni poi
siano opportunamente informate sui progressi della scienza nella ricerca di quei
metodi che potranno aiutare i coniugi in materia di regolamentazione delle
nascite, una volta che sia ben accertato il valore di questi metodi e stabilito
il loro accordo con la morale.
88. Il compito dei cristiani nell'aiuto agli altri paesi
I cristiani cooperino volentieri e con tutto il cuore all'edificazione
dell'ordine internazionale, nel rispetto delle legittime libertà e in amichevole
fraternità con tutti. Tanto più che la miseria della maggior parte del mondo è
così grande che il Cristo stesso, nella persona dei poveri reclama come a voce
alta la carità dei suoi discepoli. Si eviti questo scandalo: mentre alcune
nazioni, i cui abitanti per la maggior parte si dicono cristiani, godono d'una
grande abbondanza di beni, altre nazioni sono prive del necessario e sono
afflitte dalla fame, dalla malattia e da ogni sorta di miserie. Lo spirito di
povertà e d'amore è infatti la gloria e il segno della Chiesa di Cristo.
Sono, pertanto, da lodare e da incoraggiare quei cristiani, specialmente i
giovani, che spontaneamente si offrono a soccorrere gli altri uomini e le altre
nazioni. Anzi spetta a tutto il popolo di Dio, dietro la parola e l'esempio dei
suoi vescovi, sollevare, nella misura delle proprie forze, la miseria di questi
tempi; e ciò, secondo l'antico uso della Chiesa, attingendo non solo dal
superfluo, ma anche dal necessario.
Le collette e la distribuzione dei soccorsi materiali, senza essere
organizzate in una maniera troppo rigida e uniforme, devono farsi secondo un
piano diocesano, nazionale e mondiale; ovunque la cosa sembri opportuna, si farà
in azione congiunta tra cattolici e altri fratelli cristiani. Infatti lo spirito
di carità non si oppone per nulla all'esercizio provvido e ordinato dell'azione
sociale e caritativa; anzi l'esige. È perciò necessario che quelli che vogliono
impegnarsi al servizio delle nazioni in via di sviluppo ricevano una formazione
adeguata in istituti specializzati.
89. Efficace presenza della Chiesa nella comunità internazionale
La Chiesa, in virtù della sua missione divina, predica il Vangelo e largisce
i tesori della grazia a tutte le genti. Contribuisce così a rafforzare la pace
in ogni parte del mondo, ponendo la conoscenza della legge divina e naturale a
solido fondamento della solidarietà fraterna tra gli uomini e tra le nazioni.
Perciò la Chiesa dev'essere assolutamente presente nella stessa comunità delle
nazioni, per incoraggiare e stimolare gli uomini alla cooperazione vicendevole.
E ciò, sia attraverso le sue istituzioni pubbliche, sia con la piena e leale
collaborazione di tutti i cristiani animata dall'unico desiderio di servire a
tutti.
Per raggiungere questo fine in modo più efficace, i fedeli stessi, coscienti
della loro responsabilità umana e cristiana, dovranno sforzarsi di risvegliare
la volontà di pronta collaborazione con la comunità internazionale, a cominciare
dal proprio ambiente di vita. Si abbia una cura particolare di formare in ciò i
giovani, sia nell'educazione religiosa che in quella civile.
90. La partecipazione dei cristiani alle istituzioni internazionali
Indubbiamente una forma eccellente d'impegno per i cristiani in campo
internazionale è l'opera che si presta, individualmente o associati, all'interno
degli istituti già esistenti o da costituirsi, con il fine di promuovere la
collaborazione tra le nazioni. Inoltre, le varie associazioni cattoliche
internazionali possono servire in tanti modi all'edificazione della comunità dei
popoli nella pace e nella fratellanza. Perciò bisognerà rafforzarle, aumentando
il numero di cooperatori ben formati, con i necessari sussidi e mediante un
adeguato coordinamento delle forze. Ai nostri giorni, infatti, efficacia
d'azione e necessità di dialogo esigono iniziative collettive. Per di più simili
associazioni giovano non poco a istillare quel senso universale, che tanto
conviene ai cattolici, e a formare la coscienza di una responsabilità e di una
solidarietà veramente universali.
Infine è auspicabile che i cattolici si studino di cooperare, in maniera
fattiva ed efficace, sia con i fratelli separati, i quali pure fanno professione
di carità evangelica, sia con tutti gli uomini desiderosi della pace vera.
Adempiranno così debitamente al loro dovere in seno alla comunità
internazionale. Il Concilio, poi, dinanzi alle immense sventure che ancora
affliggono la maggior parte del genere umano, ritiene assai opportuna la
creazione d'un organismo della Chiesa universale, al fine di fomentare dovunque
la giustizia e l'amore di Cristo verso i poveri. Tale organismo avrà per scopo
di stimolare la comunità cattolica a promuovere lo sviluppo delle regioni
bisognose e la giustizia sociale tra le nazioni.
CONCLUSIONE
91. Compiti dei singoli fedeli e delle Chiese particolari
Quanto viene proposto da questo santo Sinodo fa parte del tesoro dottrinale
della Chiesa e intende aiutare tutti gli uomini del nostro tempo--sia quelli che
credono in Dio, sia quelli che esplicitamente non lo riconoscono - affinché,
percependo più chiaramente la pienezza della loro vocazione, rendano il mondo
più conforme all'eminente dignità dell'uomo, aspirino a una fratellanza
universale poggiata su fondamenti più profondi, e possano rispondere, sotto
l'impulso dell'amore, con uno sforzo generoso e congiunto agli appelli più
pressanti della nostra epoca.
Certo dinanzi alla immensa varietà delle situazioni e delle forme di civiltà,
questa presentazione non ha volutamente, in numerosi punti, che un carattere del
tutto generale; anzi, quantunque venga presentata una dottrina già comune nella
Chiesa, siccome non raramente si tratta di realtà soggette a continua
evoluzione, l'insegnamento presentato qui dovrà essere continuato ed ampliato.
Tuttavia confidiamo che le molte cose che abbiamo esposto, basandoci sulla
parola di Dio e sullo spirito del Vangelo, possano portare un valido aiuto a
tutti, soprattutto dopo che i cristiani, sotto la guida dei pastori, ne avranno
portato a compimento l'adattamento ai singoli popoli e alle varie mentalità.
92. Il dialogo fra tutti gli uomini
La Chiesa, in forza della missione che ha di illuminare tutto il mondo con il
messaggio evangelico e di radunare in un solo Spirito tutti gli uomini di
qualunque nazione, razza e civiltà, diventa segno di quella fraternità che
permette e rafforza un sincero dialogo.
Ciò esige che innanzitutto nella stessa Chiesa promuoviamo la mutua stima, il
rispetto e la concordia, riconoscendo ogni legittima diversità, per stabilire un
dialogo sempre più fecondo fra tutti coloro che formano l'unico popolo di Dio,
che si tratti dei pastori o degli altri fedeli cristiani. Sono più forti infatti
le cose che uniscono i fedeli che quelle che li dividono; ci sia unità nelle
cose necessarie, libertà nelle cose dubbie e in tutto carità (171).
Il nostro pensiero si rivolge contemporaneamente ai fratelli e alle loro
comunità, che non vivono ancora in piena comunione con noi, ma ai quali siamo
uniti nella confessione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e dal
vincolo della carità, memori che l'unità dei cristiani è oggi attesa e
desiderata anche da molti che non credono in Cristo.
Quanto più, in effetti, questa unità crescerà nella verità e nell'amore,
sotto la potente azione dello Spirito Santo, tanto più essa diverrà per il mondo
intero un presagio di unità e di pace. Perciò, unendo le nostre energie ed
utilizzando forme e metodi sempre più adeguati al conseguimento efficace di così
alto fine, nel momento presente, cerchiamo di cooperare fraternamente, in una
conformità al Vangelo ogni giorno maggiore, al servizio della famiglia umana che
è chiamata a diventare in Cristo Gesù la famiglia dei figli di Dio.
Rivolgiamo anche il nostro pensiero a tutti coloro che credono in Dio e che
conservano nelle loro tradizioni preziosi elementi religiosi ed umani,
augurandoci che un dialogo fiducioso possa condurre tutti noi ad accettare con
fedeltà gli impulsi dello Spirito e a portarli a compimento con alacrità.
Per quanto ci riguarda, il desiderio di stabilire un dialogo che sia ispirato
dal solo amore della verità e condotto con la opportuna prudenza, non esclude
nessuno: né coloro che hanno il culto di alti valori umani, benché non ne
riconoscano ancora l'autore, né coloro che si oppongono alla Chiesa e la
perseguitano in diverse maniere.
Essendo Dio Padre principio e fine di tutti, siamo tutti chiamati ad essere
fratelli. E perciò, chiamati a una sola e identica vocazione umana e divina,
senza violenza e senza inganno, possiamo e dobbiamo lavorare insieme alla
costruzione del mondo nella vera pace.
93. Un mondo da costruire e da condurre al suo fine
I cristiani, ricordando le parole del Signore: «in questo conosceranno tutti
che siete i miei discepoli, se vi amerete gli uni gli altri» (Gv 13,35), niente
possono desiderare più ardentemente che servire con maggiore generosità ed
efficacia gli uomini del mondo contemporaneo. Perciò, aderendo fedelmente al
Vangelo e beneficiando della sua forza, uniti con tutti coloro che amano e
praticano la giustizia, hanno assunto un compito immenso da adempiere su questa
terra: di esso dovranno rendere conto a colui che tutti giudicherà nell'ultimo
giorno.
Non tutti infatti quelli che dicono: « Signore, Signore », entreranno nel
regno dei cieli, ma quelli che fanno la volontà del Padre e coraggiosamente
agiscono (172). Perché la volontà del Padre è che in tutti gli uomini noi riconosciamo
ed efficacemente amiamo Cristo fratello, con la parola e con l'azione, rendendo
così testimonianza alla verità, e comunichiamo agli altri il mistero dell'amore
del Padre celeste.
Così facendo, risveglieremo in tutti gli uomini della terra una viva
speranza, dono dello Spirito Santo, affinché alla fine essi vengano ammessi
nella pace e felicità somma, nella patria che risplende della gloria del
Signore. « A colui che, mediante la potenza che opera in noi, può compiere
infinitamente di più di tutto ciò che noi possiamo domandare o pensare, a lui
sia la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù, per tutte le generazioni nei secoli
dei secoli. Amen» (Ef 3,20-21).
Tutte e singole le cose stabilite in questo Decreto sono piaciute ai Padri
del Sacro Concilio. E Noi, in virtù della potestà Apostolica conferitaci da
Cristo, unitamente ai Venerabili Padri, nello Spirito Santo le approviamo, le
decretiamo e le stabiliamo; e quanto stato così sinodalmente deciso comandiamo
che sia promulgato a gloria di Dio.
Roma, presso San Pietro
7 dicembre 1965.
Io PAOLO Vescovo della Chiesa Cattolica
Seguono le
firme dei Padri.
SOSPENSIONE DELLA LEGGE PER I DECRETI PROMULGATI NELLA
SESSIONE IX
Il Beatissimo Padre ha stabilito la dilazione, quanto alle nuove leggi che
sono contenute nei decreti ora promulgati, fino al 29 giugno 1966, cioè fino alla
festa dei Ss. Apostoli Pietro e Paolo dell’anno prossimo.
Nel frattempo il Sommo Pontefice emanerà le norme per l’applicazione di dette
leggi.
† Pericle Felici
Arcivescovo tit. di Samosata
Segretario Generale del Ss. Concilio
Firme dei Padri
Ego PAULUS Catholicae Ecclesiae Episcopus
† Ego EUGENIUS Episcopus Ostiensis ac Portuensis et S. Rufinae Cardinalis
TISSERANT, Sacri Collegii Decanus.
† Ego IOSEPHUS Episcopus Albanensis Cardinalis PIZZARDO.
† Ego BENEDICTUS Episcopus Praenestinus Cardinalis ALOISI MASELLA.
† Ego FERDINANDUS Episcopus tit. Veliternus Cardinalis CENTO.
† Ego HAMLETUS IOANNES Episcopus tit. Tusculanus Cardinalis CICOGNANI.
† Ego IOSEPHUS Episcopus tit. Sabinensis et Mandelensis Cardinalis FERRETTO.
† Ego IGNATIUS GABRIEL Cardinalis TAPPOUNI, Patriarcha Antiochenus Syrorum.
† Ego MAXIMUS IV Cardinalis SAIGH, Patriarcha Antiochenus Melkitarum.
† Ego PAULUS PETRUS Cardinalis MEOUCHI, Patriarcha Antiochenus Maronitarum.
† Ego STEPHANUS I Cardinalis SIDAROUSS, Patriarcha Alexandrinus Coptorum.
† Ego EMMANUEL TIT. Ss. Marcellini et Petri Presbyter Cardinalis GONÇALVES
CEREJEIRA, Patriarcha Lisbonensis.
† Ego ACHILLES titulo S. Sixti Presbyter Cardinalis LIÉNART, Episcopus
Insulensis.
Ego IACOBUS ALOISIUS titulo S. Laurentii in Damaso Presbyter Cardinalis
COPELLO, S. R. E. Cancellarius.
Ego GREGORIUS PETRUS titulo S. Bartholomaei in Insula Presbyter Cardinalis
AGAGIANIAN.
† Ego VALERIANUS titulo S. Mariae in Via Lata Presbyter Cardinalis GRACIAS,
Archiepiscopus Bombayensis.
† Ego IOANNES titulo S. Marci Presbyter Cardinalis URBANI, Patriarcha
Venetiarum.
Ego PAULUS titulo S. Mariae in Vallicella Presbyter Cardinalis GIOBBE, S. R.
E. Datarius.
† Ego IOSEPHUS titulo S. Honuphrii in Ianiculo Presbyter Cardinalis GARIBI Y
RIVERA, Archiepiscopus Guadalajarensis.
Ego CAROLUS titulo S. Agnetis extra moenia Presbyter Cardinalis CONFALONIERI.
† Ego PAULUS titulo Ss. Quirici et Iulittae Presbyter Cardinalis RICHAUD,
Archiepiscopus Burdigalensis.
† Ego IOSEPHUS M. titulo Ss. Viti, Modesti et Crescentiae Presbyter
Cardinalis BUENO Y MONREAL, Archiepiscopus Hispalensis.
† Ego FRANCISCUS titulo S. Eusebii Presbyter Cardinalis KÖNIG, Archiepiscopus
Vindobonensis.
† Ego IULIUS titulo S. Mariae Scalaris Presbyter Cardinalis DÖPFNER,
Archiepiscopus Monacensis et Frisingensis.
Ego PAULUS titulo S. Andreae Apostoli de Hortis Presbyter Cardinalis MARELLA.
Ego GUSTAVUS titulo S. Hieronymi Illyricorum Presbyter Cardinalis TESTA.
Ego ALOISIUS titulo S. Andreae de Valle Presbyter Cardinalis TRAGLIA.
† Ego PETRUS TATSUO titulo S. Antonii Patavini de Urbe Presbyter Cardinalis
DOI, Archiepiscopus Tokiensis.
† Ego IOSEPHUS titulo S. Ioannis Baptistae Florentinorum Presbyter Cardinalis
LEFEBVRE, Archiepiscopus Bituricensis.
† Ego BERNARDUS titulo S. Ioachimi Presbyter Cardinalis ALFRINK,
Archiepiscopus Ultraiectensis.
† Ego RUFINUS I. titulo S. Mariae ad Montes Presbyter Cardinalis SANTOS,
Archiepiscopus Manilensis.
† Ego LAUREANUS titulo S. Francisci Assisiensis ad Ripam Maiorem Presbyter
Cardinalis RUGAMBWA, Episcopus Bukobaënsis.
† Ego IOSEPHUS titulo Ssmi Redemptoris et S. Alfonsi in Exquiliis Presbyter
Cardinalis RITTER, Archiepiscopus S. Ludovici.
† Ego IOANNES titulo S. Silvestri in Capite Presbyter Cardinalis HEENAN,
Archiepiscopus Vestmonasteriensis, Primas Angliae.
† Ego IOANNES titulo Ssmae Trinitatis in Monte Pincio Presbyter Cardinalis
VILLOT, Archiepiscopus Lugdunensis et Viennensis, Primas Galliae.
† Ego PAULUS titulo S. Camilli de Lellis ad Hortos Sallustianos Presbyter
Cardinalis ZOUNGRANA, Archiepiscopus Uagaduguensis.
† Ego HENRICUS titulo S. Agathae in Urbe Presbyter Cardinalis DANTE.
Ego CAESAR titulo D.nae N.ae a Sacro Corde in Circo Agonali Presbyter
Cardinalis ZERBA.
† Ego AGNELLUS titulo Praecelsae Dei Matris Presbyter Cardinalis ROSSI,
Archiepiscopus S. Pauli in Brasilia.
† Ego IOANNES titulo S. Martini in Montibus Presbyter Cardinalis COLOMBO,
Archiepiscopus Mediolanensis.
† Ego GUILLELMUS titulo S. Patricii ad Villam Ludovisi Presbyter Cardinalis
CONWAY, Archiepiscopus Armachanus, totius Hiberniae Primas.
† Ego ANGELUS titulo Sacri Cordis Beatae Mariae Virginis ad forum Euclidis
Presbyter Cardinalis HERRERA, Episcopus Malacitanus.
Ego ALAPHRIDUS S. Mariae in Domnica Protodiaconus Cardinalis OTTAVIANI.
Ego ALBERTUS S. Pudentianae Diaconus Cardinalis DI JORIO.
Ego FRANCISCUS S. Mariae in Cosmedin Diaconus Cardinalis ROBERTI.
Ego ARCADIUS SS. Blasii et Caroli ad Catinarios Diaconus Cardinalis LARRAONA.
Ego FRANCISCUS SS. Cosmae et Damiani Diaconus Cardinalis MORANO.
Ego GUILLELMUS THEODORUS S. Theodori in Palatio Cardinalis HEARD.
Ego AUGUSTINUS S. Sabae Diaconus Cardinalis BEA.
Ego ANTONIUS S. Eugenii Diaconus Cardinalis BACCI.
Ego FRATER MICHAEL S. Pauli in Arenula Diaconus Cardinalis BROWNE.
Ego FRIDERICUS S. Ioannis Bosco in via Tusculana Diaconus Cardinalis Callori
DI VIGNALE
NOTE
(1) La Costituzione Pastorale "Sulla
Chiesa nel mondo contemporaneo" consta di due parti, ma un tutto unitario. La
Costituzione detta "Pastorale" perché, basata sui principi dottrinali, intende
esporre l’atteggiamento della Chiesa verso il mondo e gli uomini d’oggi. Non
manca dunque né l’intento pastorale nella prima parte, né l’intento dottrinale
nella seconda. Nella prima parte la Chiesa sviluppa la sua dottrina sull’uomo,
sul mondo nel quale l’uomo inserito e sul suo rapporto con queste realtà . Nella
seconda considera pi da vicino i diversi aspetti della vita odierna e della
società umana, e precisamente in particolare le questioni e i problemi che ai
nostri tempi sembrano pi urgenti in questo campo. Per cui in questa seconda
parte la materia, soggetta ai principi dottrinali, consta di elementi non solo
immutabili, ma anche contingenti. Perciò la Costituzione dev’essere interpretata
secondo le norme generali dell’interpretazione teologica, e ciò tenendo conto,
soprattutto nella sua seconda parte, delle mutevoli circostanze con le quali
sono connessi, per loro natura, gli argomenti di cui si tratta.
(2) Cf. Gv 18,37.
(3) Cf. Gv 3,17; Mt 20,28; Mc
10,45.
(4) Cf. Rm 7,14ss.
(5) Cf. 2 Cor 5,15.
(6) Cf. At 4,12.
(7) Cf. Eb 13,8.
(8) Cf. Col 1,15.
(9) Cf. Gen 1,26; Sap 2,23.
(10) Cf. Sir 17,3-10.
(11) Cf. Rm 1,21-25.
(12) Cf. Gv 8,34.
(13) Cf. Dn 3,57-90.
(14) Cf. 1 Cor 6,13-20.
(15) Cf. 1 Sam 16,7; Ger 17,10.
(16) Cf. Sir 17,7-8.
(17) Cf. Rm 2,14-16.
(18) Cf. PIO XII, Messaggio radiofonico sulla
retta formazione della coscienza cristiana nei giovani,
La famiglia è la culla, 23 marzo 1952: AAS 44 (1952), p. 271.
(19) Cf. Mt 22,37-40; Gal 5,14.
(20) Cf. Sir 15,14.
(21) Cf. 2 Cor 5,10.
(22) Cf. Sap 1,13; 2,23-24; Rm
5,21; 6,23; Gc 1,15.
(23) Cf. 1 Cor 15,56-57.
(24) Cf. PIO XI, Encicl.
Divini Redemptoris, 19 marzo 1937: AAS 29 (1937), pp. 65-106 [in parte
Dz 3771-74]; PIO XII, Encicl.
Ad Apostolorum Principis,
29 giugno 1958: AAS 50 (1958), pp. 601-614; GIOVANNI XXIII, Encicl.
Mater et Magistra, 15 maggio 1961: AAS 53 (1961), pp. 451-453; PAOLO VI,
Encicl.
Ecclesiam Suam, 6 ag. 1964: AAS 56 (1964), pp. 651-653.
(25) Cf. CONC. VAT. II, Cost. dogm. sulla Chiesa
Lumen Gentium, cap. I, n. 8: AAS 57 (1965), p. 12 [pag. 129ss].
(26) Cf. Fil 1,27.
(27) S. AGOSTINO, Confess., I,1: PL 32,
661.
(28) Cf. Rm 5,14. Cf. TERTULLIANO, De
carnis resurr., 6: "Tutto quello che il fango significava, si riferiva a
Cristo, l’uomo futuro": PL 2, 802 (848); CSEL 47, p. 33, l. 12-13.
(29) Cf. 2 Cor 4,4.
(30) Cf. CONCILIO DI COSTANTINOP. II, can. 7:
"Né il Verbo Dio passato nella natura della carne, né la carne si trasformata
nella natura del Verbo": Dz 219 (428) [Collantes 4.026]. - Cf. anche CONC. DI
COSTANTINOP. III: "Come la santissima, immacolata, animata sua carne deificata
non fu distrutta ( theótheisa ouk anèrethè), ma rimase nel suo proprio stato e
modo d’essere": Dz 291 (556) [Collantes 4.071]. - Cf. CONC. DI CALCED.: "Dev’essere
riconosciuto inconfusamente, immutabilmente, senza divisione, inseparabilmente
in due nature": Dz 148 (302) [Collantes 4.012].
(31) Cf. CONC. DI COSTANTINOP. III: "Così non
stata distrutta la sua volontà umana": Dz 291 (556) [Collantes 4.071].
(32) Cf. Eb 4,15.
(33) Cf. 2 Cor 5,18-19; Col
1,20-22.
(34) Cf. 1 Pt 2,21; Mt 16,24;
Lc 14,27.
(35) Cf. Rm 8,29; Col 1,18.
(36) Cf. Rm 8,1-11.
(37) Cf. 2 Cor 4,14.
(38) Cf. Fil 3,10; Rm 8,17.
(39) Cf. CONC. VAT. II, Cost. dogm. sulla Chiesa
Lumen Gentium, cap. II, n. 16: AAS 57 (1965), p. 20 [pag. 151ss].
(40) Cf. Rm 8,32.
(41) Cf. Liturgia Paschalis Bizantina.
(42) Cf. Rm 8,15; Gal 4,6; Gv
1,12 e 1 Gv 3,1-2.
(43) Cf. GIOVANNI XXIII, Encicl.
Mater et Magistra, 15 maggio 1961: AAS 53 (1961), pp. 401-464 [in parte
Dz 3931-53], e Encicl.
Pacem in terris, 11 apr. 1963: AAS 55 (1963), pp. 257-304 [in parte Dz
3955-97]; PAOLO VI, Encicl.
Ecclesiam Suam, 6 ag. 1964: AAS 56 (1964), pp. 609-659.
(44) Cf. Lc 17,33.
(45) Cf. S. TOMMASO, I Ethic., Lez. 1.
(46) Cf. GIOVANNI XXIII, Encicl.
Mater et Magistra: AAS 53 (1961), pp. 418; PIO XI, Encicl.
Quadragesimo anno, 15 maggio 1931: AAS 23 (1931), p. 222ss.
(47) Cf. GIOVANNI XXIII, Encicl.
Mater et Magistra: AAS 53 (1961), p. 417.
(48) Cf. Mc 2,27.
(49) Cf. GIOVANNI XXIII, Encicl.
Pacem in terris: AAS 55 (1963), p. 266.
(50) Cf. Gc 2,15-16.
(51) Cf. Lc 16,19-31.
(52) Cf. GIOVANNI XXIII, Encicl.
Pacem in terris: AAS 55 (1963), pp. 299-300 [in parte Dz 3996-97].
(53) Cf. Lc 6,37-38; Mt 7,1-2;
Rm 2,1-11; 14,10-12.
(54) Cf. Mt 5,45-47.
(55) CONC. VAT. II, Cost. dogm. sulla Chiesa
Lumen Gentium, Cap. II, n. 9: AAS 57 (1965), pp. 12-13 [pag. 133ss.
(56) Cf. Es 24,1-8.
(57) Cf. Gen 1,26-27; 9,2-3; Sap
9,2-3.
(58) Cf. Sal 8,7 e 10.
(59) Cf. GIOVANNI XXIII, Encicl.
Pacem in terris: AAS 55 (1963), p. 297.
(60) Cf. Messaggio a tutti gli uomini
indirizzato dai Padri all’inizio del Concilio Vaticano II, 20 ott. 1962: AAS 54
(1962), pp. 822-823 [pag. 1113ss].
(61) Cf. PAOLO VI,
Disc. al Corpo diplomatico,
7 genn. 1965: AAS 57 (1965), p. 232.
(62) Cf. CONC. VAT. I, Cost. dogm. sulla
fede cattolica
Dei Filius, cap. III. Dz 1785-86 (3004-05) [Collantes 1.061-63].
(63) Cf. PIO PASCHINI, Vita e opere di Galileo Galilei, 2 vol., Pont.
Accademia delle Scienze, Città del Vatic. 1964.
(64) Cf. Mt 24,13; 13,24-30 e 36-43.
(65) Cf. 2 Cor 6,10.
(66) Cf. Gv 1,3 e 14.
(67) Cf. Ef 1,10.
(68) Cf. Gv 3,14-16; Rm 5,8-10.
(69) Cf. At 2,36; Mt 28,18.
(70) Cf. Rm 15,16.
(71) Cf. At 1,7.
(72) Cf. 1 Cor 7,31; S. IRENEO, Adversus Haereses, V, 36, 1: PG
7, 1222.
(73) Cf. 2 Cor 5,2; 2 Pt 3,13.
(74) Cf. 1 Cor 2,9; Ap 21,4-5.
(75) Cf. 1 Cor 15,42 e 53.
(76) Cf. 1 Cor 13,8; 3,14.
(77) Cf. Rm 8,19-21.
(78) Cf. Lc 9,25.
(79) Cf. PIO XI, Encicl.
Quadragesimo anno: AAS 23 (1931), p. 207.
(80) Messale romano, prefazio della festa di Cristo Re.
(81) Cf. PAOLO VI, Encicl.
Ecclesiam suam, III: AAS 56 (1964), pp. 637-659.
(82) Cf. Tt 3,4: «philanthropia».
(83) Cf. Ef 1,3.5-6.13-14.23.
(84) Cf. CONC. VAT. II, Cost. dogm. sulla Chiesa
Lumen Gentium, cap. I, n. 8: AAS 57 (1965), p. 12 [pag. 129ss].
(85) CONC. VAT. II, Cost. dogm. sulla Chiesa
Lumen Gentium, cap. II, n. 9: AAS 57 (1965), p. 14 [pag. 133ss]; cf. n.
8: AAS, l.c., p. 11 [pag. 129ss].
(86) CONC. VAT. II, Cost. dogm. sulla Chiesa
Lumen Gentium, cap. I, n. 8: AAS 57 (1965), p. 11 [pag. 129ss].
(87) Cf. CONC. VAT. II, Cost. dogm. sulla Chiesa
Lumen Gentium, cap. IV, n. 38: AAS 57 (1965), p. 43 [pag. 209ss] con la
nota 120.
(88) Cf. Rm 8,14-17.
(89) Cf. Mt 22,39.
(90) Cf. CONC. VAT. II, Cost. dogm. sulla Chiesa
Lumen Gentium, cap. II, n. 9: AAS 57 (1965), pp. 12-14 [pag. 133ss].
(91) Cf. PIO XII,
Discorso a cultori di storia e di arte, 9 marzo
1956: AAS 48 (1956), p. 212: “Il suo Divino Fondatore, Gesù Cristo, non le ha
conferito nessun mandato né fissato alcun fine d’ordine culturale. Lo scopo che
il Cristo le assegna è strettamente religioso (...). La Chiesa deve condurre gli
uomini a Dio, perché si donino a lui senza riserva (...). La Chiesa non può
perdere mai di vista questo fine strettamente religioso, soprannaturale. Il
senso di ogni sua attività, fino all’ultimo canone del suo Codice, non può che
riferirsi ad esso direttamente o indirettamente”.
(92) CONC. VAT. II, Cost. dogm. sulla Chiesa
Lumen Gentium, cap. I, n. 1: AAS 57 (1965), p. 5 [pag. 115].
(93) Cf. Eb 13,14.
(94) Cf. 2 Ts 3,6-13; Ef 4,28.
(95) Cf. Is 58,1-12.
(96) Cf. Mt 23,3-33; Mc 7,10-13.
(97) Cf. GIOVANNI XXIII, Encicl.
Mater et Magistra, IV: AAS 53 (1961), pp. 456-457 e I: l.c., pp. 407,
410-411.
(98) Cf. CONC. VAT. II, Cost. dogm. sulla Chiesa
Lumen Gentium, cap. III, n. 28: AAS 57 (1965), pp. 34-35 [pag. 185ss].
(99) Cf. CONC. VAT. II, Cost. dogm. sulla Chiesa
Lumen Gentium, cap. III, n. 28: AAS, l.c., pp. 35-36 [pag. 185ss].
(100) Cf. S. AMBROGIO, De virginitate, cap. VIII, n. 48: PL 16, 278.
(101) CONC. VAT. II, Cost. dogm. sulla Chiesa
Lumen Gentium, cap. II, n. 15: AAS 57 (1965), p. 20 [pag. 149ss].
(102) Cf. CONC. VAT. II, Cost. dogm. sulla Chiesa
Lumen Gentium, cap. II, n. 13: AAS 57 (1965), p. 17 [pag. 143ss].
(103) Cf. GIUSTINO, Dialogus cum Triphone, cap. 110: PG 6, 729; ed.
Otto, 1897, pp. 391-393: “...ma quanto più ci vengono inflitte queste pene,
tanto più altri diventano fedeli e pii per il nome di Gesù”. Cf. TERTULLIANO,
Apologeticus, cap. L, 13: PL 1, 534; Corpus Christ., ser. lat. I, p. 171:
“Diventiamo anzi sempre di più ogni volta che siamo mietuti da voi: il sangue
dei Cristiani è seme!”). Cf. CONC. VAT. II, Cost. dogm. sulla Chiesa
Lumen Gentium, cap. II, n. 9: AAS 57 (1965), p. 14 [pag. 133ss].
(104) CONC. VAT. II, Cost. dogm. sulla Chiesa
Lumen Gentium, cap. VII, n. 48: AAS 57 (1965), p. 53 [pag. 233ss].
(105) Cf. PAOLO VI,
Discorso pronunciato il 3 feb. 1965: L’Osservatore
Romano, 4 febr. 1965.
(106) Cf. S. AGOSTINO, De bono coniugali: PL 40, 375-376 e 394; S.
TOMMASO, Summa Theol., Suppl. Quaest. 49, art. 3 ad 1; Decretum pro
Armenis: Dz 702 (1327) [Collantes 9.343]; PIO XI, Encicl.
Casti Connubii: AAS 22 (1930), pp. 543-555; Dz 2227-28 (3703-14) [in
parte anche Collantes 9.381-86].
(107) Cf. PIO XI, Encicl.
Casti Connubii AAS 22 (1930), pp. 546-547; Dz 2231 (3706) [Collantes
9.383].
(108) Cf. Os 2; Ger 3,6-13; Ez 16 e 23; Is 54.
(109) Cf. Mt 9,15; Mc 2,19-20; Lc 5,34-35; Gv
3,29; 2 Cor 11,2; Ef 5,27; Ap 19,7-8; 21,2 e 9.
(110) Cf. Ef 5,25.
(111) Cf. CONC. VAT. II, Cost. dogm. sulla
Chiesa
Lumen Gentium: AAS 57 (1965), pp. 15-16;
40-41; 47.
(112) Cf. PIO XI, Encicl.
Casti Connubii: AAS 22 (1930), p. 583.
(113) Cf.1 Tm 5,3.
(114) Cf. Ef 5,32.
(115) Cf. Gen 2,22-24; Pr 5,18-20;
31,10-31; Tb 8,4-8; Ct 1,1-3; 2,16; 4,16-5,1; 7,8-11; 1 Cor
7,3-6; Ef 5,25-33.
(116) Cf. PIO XI, Encicl.
Casti Connubii: AAS 22 (1930), pp. 547-548;
Dz 2232 (3707).
(117) Cf. 1 Cor 7,5.
(118) Cf. PIO XII,
Discorso Tra le visite,
20 gen. 1958: AAS 50 (1958), p. 91.
(119) Cf. PIO XI, Encicl.
Casti Connubii: AAS 22 (1930), pp. 559-561;
Dz 3716-18 [in parte]; PIO XII,
Discorso al Convegno dell’Unione Italiana
Ostetriche 29 ott. 1951: AAS 43 (1951), pp. 835-854; PAOLO VI,
Discorso agli Em.mi Padri Cardinali, 23 giugno 1964: AAS 56 (1964) pp.
581-589. Alcuni problemi, che hanno bisogno di analisi ulteriori e più
approfondite, per ordine del Sommo Pontefice sono stati demandati alla
Commissione per lo studio della popolazione, della famiglia e della natalità,
perché il Sommo Pontefice dia il suo giudizio dopo che essa avrà concluso il suo
compito. Stando a questo punto la dottrina del Magistero, il S. Concilio non
intende proporre immediatamente soluzioni concrete.
(120) Cf. Ef 5,16; Col 4,5.
(121) Cf. Sacramentarium Gregorianum: PL
78, 262.
(122) Cf. Rm 5,15 e 18; 6,5-11; Gal
2,20.
(123) Cf. Ef 5,25-27.
(124) Cf. Esposizione introduttiva di questa
Costituzione, nn. 4-10 [pag. 849-863].
(125) Cf. Col 3,1-2.
(126) Cf. Gen 1,28.
(127) Cf. Pr 8,30-31.
(128) Cf. S. IRENEO, Adv. Haer., III, 11,
8: ed. Sagnard, p. 200; cf. Ib., 16, 6: pp. 290-292; 21, 10-22: pp. 370-372; 22,
3: p. 378; ecc.
(129) Cf. Ef 1,10.
(130) Cf. le parole di PIO XI all’Ecc.mo Sig.
Roland-Gosselin: “Non bisogna perdere mai di vista che l’obiettivo della Chiesa
è di evangelizzare e non di civilizzare. Se essa civilizza, è per
l’evangelizzazione” (Semaine Sociale de Versailles, 1936, pp. 461-462).
(131) Cf. CONC. VAT. I, Cost. dogm. sulla fede
catt.
Dei Filius, cap. IV: Dz 1795, 1799 (3015, 3019) [Collantes 1.080-84]. Cf.
PIO XI, Encicl.
Quadragesimo anno: AAS 23 (1931), p. 190 [in parte Dz 3725).
(132) Cf. GIOVANNI XXIII, Encicl.
Pacem in terris: AAS 55 (1963), p. 260 [Dz 3959].
(133) Cf. GIOVANNI XXIII, Encicl.
Pacem in terris: AAS 55 (1963), pp. 283 [Dz 3989]; PIO XII,
Messaggio radiofon
Nell'alba e nella luce., 24 dic. 1941: AAS 34 (1942), pp. 16-17.
(134) Cf. GIOVANNI XXIII, Encicl.
Pacem in terris: AAS 55 (1963), pp. 260 [Dz 3960].
(135) Cf. GIOVANNI XXIII,
Discorso tenuto all’inizio del Concilio l’11 ott. 1962: AAS 54 (1962),
p. 792 [pag. 1103].
(136) Cf. CONC. VAT. II, Cost. sulla Sacra Liturgia
Sacrosanctum Concilium, n. 123: AAS 56 (1964), p. 131 [pag. 81ss]; PAOLO
VI, Discorso agli artisti romani, 7 maggio 1964: AAS 56 (1964), pp. 439-442.
(137) Cf. CONC. VAT. II, Decr. sulla
formazione sacerdotale
Optatam totius: e Dich. sull’educazione cristiana
Gravissimum educationis.
(138) Cf. CONC. VAT. II, Cost. dogm. sulla
Chiesa
Lumen Gentium, cap. IV, n. 37: AAS 57
(1965), pp. 42-43 [pag. 207ss].
(139) Cf. PIO XII, Messaggio
La famiglia è la culla, 23 marzo 1952: AAS 44 (1952), p. 273; GIOVANNI
XXIII,
Discorso alle A.C.L.I., 1° maggio 1959: AAS 51 (1959), p. 358.
(140) Cf. PIO XI, Encicl.
Quadragesimo anno: AAS 23 (1931), p. 190ss [in parte Dz 3725ss]; PIO XII,
Messaggio
La famiglia è la culla, 23 marzo 1952: AAS 44 (1952), p. 276ss; GIOVANNI
XXIII, Encicl.
Mater et Magistra: AAS 53 (1961), p. 450; CONC. VAT. II, Decreto sugli
strum. di comunic. sociale
Inter mirifica, cap. I, n. 6: AAS 56 (1964), p. 147 [pag. 99].
(141) Cf. Mt 16,26; Lc 16,1-31;
Col 3,17.
(142) Cf. LEONE XIII, Encicl.
Libertas praestantissimum, 20 giugno 1888: ASS 20 (1887-1888), pp. 597ss
[in parte Dz 3252-53); PIO XI, Encicl.
Quadragesimo anno: AAS 23 (1931), p. 191ss.; ID.,
Divini Redemptoris: AAS 29 (1937), p. 65ss; PIO XII, Messaggio natalizio
Nell'alba e nella luce 1941: AAS 34 (1942), p 10ss; GIOVANNI XXIII,
Encicl.
Mater et Magistra: AAS 53 (1961), pp. 401-464 [in parte Dz 3935-53].
(143) Quanto al problema dell’agricoltura, cf.
soprattutto GIOVANNI XXIII, Encicl
Mater et Magistra: AAS 53 (1961), pp. 431ss.
(144) Cf. LEONE XIII, Encicl.
Rerum Novarum: ASS 23 (1890-91), pp. 649-662 [in parte Dz 3268ss]; PIO
XI, Encicl.
Quadragesimo anno: AAS 23 (1931), p. 200-201; ID, Encicl.
Divini Redemptoris: AAS 29 (1937), p. 92 [Dz 3774]; PIO XII, Messaggio
radiofonico nella vigilia del Natale del Signore 1942:Con
sempre nuova freschezza AAS 35 (1943), p. 20; ID., Discorso 13
giugno 1943: AAS 35 (1943), p. 172; ID., Messaggio radiofonico diretto agli
operai di Spagna, 11 marzo 1951: AAS 43 (1951), p. 215; GIOVANNI XXIII, Encicl.
Mater et Magistra: AAS 53 (1961), p. 419 [Dz 3944].
(145) Cf. GIOVANNI XXIII, Encicl.
Mater et Magistra: AAS 53 (1961), pp. 408, 424 [Dz 3948], 427; il
termine “curatione” [=conduzione] è desunto dal testo latino dell’Encicl.
Quadragesimo anno: AAS 23 (1931), p. 199 [Dz 3733]. Riguardo
all’evoluzione del problema cf. anche: PIO XII,
Discorso 3 giugno 1950: AAS 42
(1950), pp. 485-488; PAOLO VI,
Discorso, 8 giugno 1964: AAS 56 (1964), pp. 574-579.
(146) Cf. PIO XII, Encicl.
Sertum laetitiae: AAS 31 (1939), p. 642; GIOVANNI XXIII, Discorso
concistoriale: AAS 52 (1960), pp. 5-11; ID., Encicl.
Mater et Magistra: AAS 53 (1961), p. 411.
(147) Cf. S. TOMMASO, Summa Theol., II-II, q.
32, a. 5 ad 2; Ibid. q. 66, a. 2; cf. la spiegazione in LEONE XIII, Encicl.
Rerum Novarum: ASS 23 (1890-1891), p. 651 [Dz 3267]; cf. anche PIO XII,
Discorso 1° giugno 1941: AAS 23 (1941), p. 199; ID., Messaggio radiofonico
natalizio
Ecce ego declinabo 1954: AAS 47 (1955), p. 27.
(148) Cf. S. BASILIO, Hom. in illud Lucae:
Destruam horrea mea, n. 2: PG 31, 263; LATTANZIO, Divinarum Institutionum,
lib. V, sulla giustizia: PL 6: 565B; S. AGOSTINO, In Ioann. Ev., tr. 50, n. 6:
PL 35, 1760; ID., Enarratio in Ps. CXLVII, 12: PL 37, 1922; S. GREGORIO
M., Homiliae in Ev., om. 20, 12: PL 76, 1165; ID., Regulae Pastoralis liber,
pars III, c. 21: PL 77, 87; S. BONAVENTURA, In III Sent., d. 33, dub. 1: ed.
Quaracchi III, 728; ID., In IV Sent., d. 15, p. II, a. 2, q. 1: ibid., IV, 371b;
Quaest. de superfluo: ms. Assisi, Bibl. comun. 186, ff. 112a-113a; S. ALBERTO
M., In III Sent, d. 33, a. 3, sol. I: Ed. Borgnet XXVIII, 611; ID., In IV Sent.,
d. 15, a. 16: ibid., XXIX, 494-497. Quanto alla determinazione del superfluo ai
nostri tempi, cf. GIOVANNI XXIII,
Messaggio radiotelevisivo 11 sett. 1962: AAS 54 (1962), p. 682: “Dovere
di ogni uomo, dovere impellente del cristiano è di considerare il superfluo con
la misura delle necessità altrui, e di ben vigilare perché l’amministrazione e
la distribuzione dei beni creati venga posta a vantaggio di tutti”.
(149) Vale in tal caso l’antico principio: “In
estrema necessità tutto è in comune, cioè da comunicare”. D’altra parte, per il
criterio, l’estensione e il modo con cui si applica il principio proposto nel
testo, oltre ai sicuri autori moderni, cf. S. TOMMASO, Summa Theol.,
II-II, q. 66, a. 7. Com’è evidente, per una corretta applicazione del principio,
si devono osservare tutte le condizioni moralmente richieste.
(150) Cf. Gratiani Decretum, c. 21, dist.
LXXXVI: ed. Friedberg, I, 302. Questo detto si trova già in PL 54, 491A e in PL
56, 1132B. Cf. in Antonianum 27 (1952), pp. 349-366.
(151) Cf. LEONE XIII, Encicl.
Rerum Novarum: ASS 23 (1890-91), pp. 643-646 [in parte Dz 3265-67]; PIO
XI, Encicl.
Quadragesimo anno: AAS 23 (1931), p. 191; PIO XII,
Messaggio radiofonico 1° giugno 1941: AAS 33 (1941), p. 199; ID., Messaggio
radiofonico nella vigilia del Natale del Signore 1942
Con sempre nuova freschezza: AAS 35 (1943), p. 17; ID., Messaggio
radiofonico, 1° set. 1944
Oggi al compiersi: AAS 36 (1944), p. 253; GIOVANNI XXIII, Encicl.
Mater et Magistra: AAS 53 (1961), pp. 428-429.
(152) Cf. PIO XI, Encicl.
Quadragesimo anno: AAS 23 (1931), p. 214; GIOVANNI XXIII, Encicl.
Mater et Magistra: AAS 53 (1961), p. 429.
(153) Cf. PIO XII,
Messaggio radiofonico per la Pent. 1941: AAS 33 (1941), p. 199; GIOVANNI
XXIII, Encicl.
Mater et Magistra: AAS 53 (1961), p. 430 [Dz 3952].
(154) Per il giusto uso dei beni secondo la
dottrina del Nuovo Testamento cf. Lc 3,11; 10,30ss; 11,41; 1 Pt
5,3; Mc 8,36; 12,29-31; Gc 5,1-6; 1Tm 6,8; Ef 4,28; 2 Cor
8,13ss; 1 Gv 3,17-18.
(155) Cf. GIOVANNI XXIII, Encicl.
Mater et Magistra: AAS 53 (1961), p. 417.
(156) Cf. GIOVANNI XXIII, Encicl.
Mater et Magistra: AAS 53 (1961), p. 417.
(157) Cf. Rm 13,1-5.
(158) Cf. Rm 13,5.
(159) Cf. PIO XII,
Messaggio radiof., 24 dic.
1942
Con sempre nuova freschezza: AAS 35 (1943), pp. 9-24; 24 dic. 1944: AAS
37 (1945), pp. 11-17; GIOVANNI XXIII, Encicl.
Pacem in terris: AAS 55 (1963), pp. 263 [Dz 3968], 271, 277-278.
(160) Cf. PIO XII,
Messaggio radiof., 1° giu. 1941: AAS 33 (1941), p. 200; GIOVANNI XXIII,
Encicl.
Pacem in terris, l. c., pp. 273-274 [in parte Dz 3984-85].
(161) Cf. GIOVANNI XXIII, Lett. Encicl.
Mater et Magistra: AAS 53 (1961), pp. 415-418.
(162) Cf. PIO XI, Discorso Ai dirigenti della
Federazione Universitaria cattolica: Discorsi di Pio XI: ed. Bertetto,
Torino, vol. I, 1960, p. 743.
(163) Cf. CONC. VAT. II, Cost. dogm. sulla
Chiesa
Lumen Gentium, n. 13: AAS 57 (1965), p. 17
[pag. 143ss].
(164) Cf. Lc 2,14.
(165) Cf. Ef 2,16; Col 1,20-22.
(166) Cf. GIOVANNI XXIII, Encicl.
Pacem in terris, 11 apr. 1963: AAS 55 (1963), pp. 291: “Perciò in questa
nostra età, che si vanta della forza atomica, è contrario alla ragione essere
sempre predisposti alla guerra per ricuperare i diritti violati”.
(167) Cf. PIO XII,
Discorso 30 set. 1954: AAS 46
(1954), p. 589; ID.,
Messaggio radiofonico, 24 dic. 1954
Ecce ego declinabo: AAS 47 (1955), pp. 15ss; GIOVANNI XXIII, Encicl.
Pacem in terris: AAS 55 (1963), pp. 286-291 [in parte Dz 3991]; PAOLO
VI,
Discorso all’Assemblea delle Nazioni Unite, 4 ott. 1965: AAS 57 (1965), pp.
877-885.
(168) Cf. GIOVANNI XXIII, Encicl.
Pacem in terris, dove si parla di disarmo: AAS 55 (1963), p. 287
[Dz 3991].
(169) Cf. 2 Cor 6,2.
(170) Cf. GIOVANNI XXIII, Encicl.
Ad Petri Cathedram, 29 giugno 1959: AAS 51 (1959), p. 513.
(171) Cf. Mt 7,21.
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