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LETTERA ENCICLICA
DOMINUM ET VIVIFICANTEM
DEL SOMMO PONTEFICE
GIOVANNI PAOLO II
SULLO SPIRITO SANTO
NELLA VITA DELLA CHIESA
E DEL MONDO

 
INTRODUZIONE

Venerati Fratelli, carissimi Figli e Figlie,
salute e Apostolica Benedizione!

1. La Chiesa professa la sua fede nello Spirito Santo come in colui «che è Signore e dà la vita». Così essa professa nel Simbolo di Fede, detto niceno-costantinopolitano dal nome dei due Concili -di Nicea (a. 325) e di Costantinopoli (a. 381) -, nei quali fu formulato o promulgato. Ivi si aggiunge anche che lo Spirito Santo «ha parlato per mezzo dei profeti». Sono parole che la Chiesa riceve dalla fonte stessa della sua fede, Gesù Cristo. Difatti, secondo il Vangelo di Giovanni, lo Spirito Santo è donato a noi con la nuova vita, come annuncia e promette Gesù il grande giorno della festa dei Tabernacoli: «Chi ha sete venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno».E l'evangelista spiega: «Questo egli disse riferendosi allo Spirito, che avrebbero ricevuto i credenti in lui». È la stessa similitudine dell'acqua usata da Gesù nel colloquio con la Samaritana, quando parla della «sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» e nel colloquio con Nicodemo, quando annuncia la necessità di una nuova nascita «dall'acqua e dallo Spirito» per «entrare nel Regno di Dio». La Chiesa, pertanto, istruita dalla parola di Cristo, attingendo all'esperienza della Pentecoste ed alla propria storia apostolica, proclama sin dall'inizio la sua fede nello Spirito Santo come in colui che dà la vita, colui nel quale l'imperscrutabile Dio uno e trino si comunica agli uomini costituendo in essi la sorgente della vita eterna.

2. Questa fede, professata ininterrottamente dalla Chiesa, deve essere sempre ravvivata ed approfondita nella coscienza del Popolo di Dio. Nell'ultimo secolo ciò è avvenuto più volte: da Leone XIII, che pubblicò l'Epistola Enciclica Divinum illud munus (a. 1897), interamente dedicata allo Spirito Santo, a Pio XII, che nella Lettera Enciclica Mystici Corporis (a. 1943) si richiamò allo Spirito Santo come a principio vitale della Chiesa, nella quale opera unitamente al capo del Corpo Mistico, Cristo; al Concilio Ecumenico Vaticano II, che ha fatto sentire il bisogno di una rinnovata attenzione alla dottrina sullo Spirito Santo, come sottolineava Paolo VI «Alla cristologia e specialmente all'ecclesiologia del Concilio deve succedere uno studio nuovo ed un culto nuovo sullo Spirito Santo, proprio come complemento immancabile all'insegnamento conciliare». Nella nostra epoca, dunque, siamo nuovamente chiamati dalla sempre antica e sempre nuova fede della Chiesa ad avvicinarci allo Spirito Santo come a colui che dà la vita. Ci viene qui in aiuto e ci è di sprone anche la comune eredità con le Chiese orientali le quali hanno gelosamente custodito le straordinarie ricchezze dell'insegnamento dei Padri intorno allo Spirito Santo. Anche per questo possiamo dire che uno dei più importanti eventi ecclesiali degli ultimi anni è stato il XVI centenario del I Concilio di Costantinopoli, celebrato contemporaneamente a Costantinopoli ed a Roma nella solennità della Pentecoste del 1981. Lo Spirito Santo è meglio apparso allora, grazie alla meditazione sul mistero della Chiesa, come colui che indica le vie che portano all'unione dei cristiani, anzi come la fonte suprema di questa unità, che proviene da Dio stesso ed alla quale san Paolo ha dato un'espressione particolare con le parole con cui non di rado inizia la liturgia eucaristica: «La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l'amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo sia con tutti voi». Da questa esortazione hanno preso, in un certo senso avvio e ispirazione le precedenti Encicliche Redemptor homonis e Dives in misericordia, le quali celebrano l'evento della nostra salvezza compiutosi nel Figlio, mandato dal Padre nel mondo, «perché il mondo si salvi per mezzo di lui» e «ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre». Da questa stessa esortazione nasce ora la presente Enciclica sullo Spirito Santo, che procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato: Persona divina, egli è al cuore stesso della fede cristiana ed è la sorgente e la forza dinamica del rinnovamento della Chiesa. Essa è stata attinta dal profondo dell'eredità del Concilio. I testi conciliari, infatti, grazie al loro insegnamento sulla Chiesa in sé e sulla Chiesa nel mondo, ci stimolano a penetrare sempre più nel mistero trinitario di Dio stesso, seguendo l'itinerario evangelico, patristico e liturgico: al Padre - per Cristo - nello Spirito Santo. In tal modo la Chiesa risponde anche a certe istanze profonde, che ritiene di leggere nel cuore degli uomini d'oggi: una nuova scoperta di Dio nella sua trascendente realtà di Spirito infinito, come lo presenta Gesù alla Samaritana; il bisogno di adorarlo «in spirito e verità» la speranza di trovare in lui il segreto dell'amore e la forza di una «nuova creazione» sì, proprio colui che dà la vita. Ad una tale missione di annunciare lo Spirito la Chiesa si sente chiamata, mentre insieme con la famiglia umana si avvicina al termine del secondo Millennio dopo Cristo. Sullo sfondo di un cielo e di una terra che «passano», essa sa bene che acquistano una particolare eloquenza le «parole che non passeranno». Sono le parole di Cristo sullo Spirito Santo, sorgente inesauribile dell'«acqua che zampilla per la vita eterna», quale verità e grazia salvatrice. Su queste parole essa vuol riflettere, a queste parole vuol richiamare i credenti e tutti gli uomini, mentre si prepara a celebrare - come si dirà più avanti - il grande Giubileo che segnerà il passaggio dal secondo al terzo Millennio cristiano. Naturalmente, le considerazioni che seguono non intendono esplorare compiutamente la ricchissima dottrina sullo Spirito Santo, né privilegiare una qualche soluzione di questioni ancora aperte. Esse hanno lo scopo precipuo di sviluppare nella Chiesa la coscienza che «è spinta dallo Spirito Santo a cooperare, perché sia portato a compimento il disegno di Dio, il quale ha costituito Cristo principio di salvezza per il mondo intero».

Parte I 

LO SPIRITO DEL PADRE E DEL FIGLIO,
DATO ALLA CHIESA 

1. Promessa e rivelazione di Gesù turante la Cena pasquale

3. Quando era ormai imminente per Gesù Cristo il tempo di lasciare questo mondo, egli annunciò agli apostoli «un altro consolatore». L'evangelista Giovanni, che era presente, scrive che, durante la Cena pasquale precedente il giorno della sua passione e morte, Gesù si rivolse a loro con queste parole: «Qualunque cosa chiederete nel nome mio, io la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio... Io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro consolatore, perché rimanga con voi sempre, lo Spirito di verità». Proprio questo Spirito di verità, Gesù chiama Paraclito - e parákletos vuol dire «consolatore», e anche «intercessore», o «avvocato». E dice che è «un altro» consolatore, il secondo, perché egli stesso, Gesù, è il primo consolatore, essendo il primo portatore e donatore della Buona Novella. Lo Spirito Santo viene dopo di lui e grazie a lui, per continuare nel mondo, mediante la Chiesa, l'opera della Buona Novella di salvezza. Di questa continuazione della sua opera da parte dello Spirito Santo Gesù parla più di una volta durante lo stesso discorso di addio, preparando gli apostoli, riuniti nel Cenacolo, alla sua dipartita, cioè alla sua passione e morte in Croce. Le parole, alle quali faremo qui riferimento, si trovano nel Vangelo di Giovanni, Ognuna di esse aggiunge un certo contenuto nuovo a quell'annuncio e a quella promessa. Al tempo stesso, esse sono intrecciate intimamente tra di loro non solo dalla prospettiva dei medesimi eventi, ma anche dalla prospettiva del mistero del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che forse in nessun passo della Sacra Scrittura trova un'espressione così rilevata come qui.

4. Poco dopo l'annuncio surriferito Gesù aggiunge: «Ma il consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto». Lo Spirito Santo sarà il consolatore degli apostoli e della Chiesa, sempre presente in mezzo a loro - anche se invisibile - come maestro della medesima Buona Novella che Cristo annunciò. Quell'«insegnerà» e «ricorderà» significa non solo che egli, nel modo a lui proprio, continuerà ad ispirare la divulgazione del Vangelo di salvezza, ma anche che aiuterà a comprendere il giusto significato del contenuto del messaggio di Cristo; che ne assicurerà la continuità ed identità di comprensione in mezzo alle mutevoli condizioni e circostanze. Lo Spirito Santo, dunque, farà sì che nella Chiesa perduri sempre la stessa verità, che gli apostoli hanno udito dal loro Maestro.

5. Nel trasmettere la Buona Novella, gli apostoli saranno associati in modo speciale allo Spirito Santo. Ecco come continua a parlare Gesù: «Quando verrà il consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio». Gli apostoli sono stati i testimoni diretti, oculari. Essi «hanno udito» e «hanno veduto con i propri occhi», «hanno guardato» e perfino «toccato con le proprie mani» Cristo, come si esprime in un altro passo lo stesso evangelista Giovanni. Questa loro umana, oculare e «storica» testimonianza su Cristo si collega alla testimonianza dello Spirito Santo: «Egli mi renderà testimonianza». Nella testimonianza dello Spirito di verità l'umana testimonianza degli apostoli troverà il supremo sostegno. E in seguito vi troverà anche l'interiore fondamento della sua continuazione tra le generazioni dei discepoli e dei confessori di Cristo, che si susseguiranno nei secoli. Se la suprema e più completa rivelazione di Dio all'umanità è Gesù Cristo stesso, la testimonianza dello Spirito ne ispira, garantisce e convalida la fedele trasmissione nella predicazione e negli scritti apostolici, mentre la testimonianza degli apostoli ne assicura l'espressione umana nella Chiesa e nella storia dell'umanità.

6. Ciò si rileva anche dalla stretta correlazione di contenuto e di intenzione con l'annuncio e la promessa appena menzionata, che si trova nelle parole successive del testo di Giovanni: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera; perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future». Nelle precedenti parole Gesù presenta il consolatore, lo Spirito di verità, come colui che «insegnerà» e «ricorderà», come colui che gli arenderà testimonianza»; ora dice: «Egli vi guiderà alla verità tutta intera». Questo «guidare alla verità tutta intera», in riferimento a ciò di cui gli apostoli «per il momento non sono capaci di portare il peso», è in necessario collegamento con lo spogliamento di Cristo per mezzo della passione e morte di Croce, che allora, quando pronunciava queste parole, era ormai imminente. In seguito, tuttavia, diventa chiaro che quel «guidare alla verità tutta intera» si ricollega, oltre che allo scandalum Crucis, anche a tutto ciò che Cristo «fece ed insegnò». Infatti, il mysterium Christi nella sua globalità esige la fede, poiché è questa che introduce opportunamente l'uomo nella realtà del mistero rivelato. Il «guidare alla verità tutta intera» si realizza, dunque, nella fede e mediante la fede: il che è opera dello Spirito di verità ed è frutto della sua azione nell'uomo. Lo Spirito Santo deve essere in questo la suprema guida dell'uomo, la luce dello spirito umano. Ciò vale per gli apostoli, testimoni oculari, che devono ormai portare a tutti gli uomini l'annuncio di ciò che Cristo «fece ed insegnò» e, specialmente, della sua Croce e della sua Risurrezione. In una prospettiva più lontana ciò vale anche per tutte le generazioni dei discepoli e dei confessori del Maestro, poiché dovranno accettare con fede e confessare con franchezza il mistero di Dio operante nella storia dell'uomo, il mistero rivelato che di tale storia spiega il senso definitivo.

7. Tra lo Spirito Santo e Cristo sussiste, dunque, nell'economia della salvezza, un intimo legame, per il quale lo Spirito opera nella storia dell'uomo come «un altro consolatore», assicurando in maniera duratura la trasmissione e l'irradiazione della Buona Novella, rivelata da Gesù di Nazareth. Perciò, nello Spirito Santo Paraclito, che nel mistero e nell'azione della Chiesa continua incessantemente la presenza storica del Redentore sulla terra e la sua opera salvifica, risplende la gloria di Cristo, come attestano le successive parole di Giovanni: «Egli (cioè lo Spirito) mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annuncerà». Con queste parole viene ancora una volta confermato tutto ciò che dicevano gli enunciati precedenti: «Insegnerà..., ricorderà..., renderà testimonianza». La suprema e completa autorivelazione di Dio, compiutasi in Cristo, testimoniata dalla predicazione degli apostoli, continua a manifestarsi nella Chiesa mediante la missione dell'invisibile consolatore, lo Spirito di verità. Quanto intimamente questa missione sia collegata con la missione di Cristo, quanto pienamente essa attinga a questa missione di Cristo, consolidando e sviluppando nella storia i suoi frutti salvifici, è espresso dal verbo «prendere»: «Prenderà del mio e ve l'annuncerà». Quasi a spiegare la parola «prenderà», mettendo in chiara evidenza l'unità divina e trinitaria della fonte, Gesù aggiunge: «Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo, ho detto che prenderà del mio e ve l'annuncerà». Prendendo del «mio», per ciò stesso egli attingerà a «quello che è del Padre». Alla luce di quel «prenderà», dunque, si possono spiegare ancora le altre parole sullo Spirito Santo, pronunciate da Gesù nel Cenacolo prima della Pasqua, parole significative: «È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. E quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio». Occorrerà ritornare ancora su queste parole con una riflessione a parte. 


2. Padre, Figlio e Spirito Santo

8. Caratteristica del testo giovanneo è che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo vengono nominati chiaramente come Persone, la prima distinta dalla seconda e dalla terza, e anche queste tra di loro. Gesù parla dello Spirito consolatore, usando più volte il pronome personale «egli» e, al tempo stesso, in tutto il discorso di addio, svela quei legami che uniscono reciprocamente il Padre, il Figlio e il Paraclito. Pertanto, «lo Spirito... procede dal Padre» e il Padre «dà» lo Spirito. Il Padre «manda» lo Spirito nel nome del Figlio, lo Spirito «rende testimonianza» al Figlio. Il Figlio chiede al Padre di mandare lo Spirito consolatore, ma afferma e promette, altresì, in relazione alla sua «dipartita» mediante la Croce: «Quando me ne sarò andato, ve lo manderò». Dunque il Padre manda lo Spirito Santo nella potenza della sua paternità, come ha mandato il Figlio. ma, al tempo stesso, lo manda nella potenza della redenzione compiuta da Cristo - e in questo senso lo Spirito Santo viene mandato anche dal Figlio: «Ve lo manderò». Bisogna qui notare che, se tutte le altre promesse fatte nel Cenacolo annunciavano la venuta dello Spirito Santo dopo la partenza di Cristo, quella contenuta nel testo di Giovanni 16, 7 s. include e sottolinea chiaramente anche il rapporto di interdipendenza, che si direbbe causale tra la manifestazione dell'uno e dell'altro: «Quando me ne sarò andato, ve lo manderò». Lo Spirito Santo verrà, in quanto Cristo se ne andrà mediante la Croce: verrà non solo in seguito, ma a causa della redenzione compiuta da Cristo, per volontà ed opera del Padre.

9. Così nel discorso pasquale di addio si tocca - possiamo dire - l'apice della rivelazione trinitaria. Al tempo stesso, ci troviamo sulla soglia di eventi definitivi e di parole supreme, che alla fine si tradurranno nel grande mandato missionario, rivolto agli apostoli e, per loro mezzo, alla Chiesa: «Andate, dunque, e ammaestrate tutte le nazioni», mandato che contiene, in certo senso, la formula trinitaria del battesimo: «Battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». La formula rispecchia l'intimo mistero di Dio, della vita divina che è il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, divina unità della Trinità. Si può leggere il discorso di addio come una speciale preparazione a questa formula trinitaria, nella quale si esprime la potenza vivificante del Sacramento, che opera la partecipazione alla vita di Dio uno e trino, perché dà la grazia santificante come dono soprannaturale all'uomo. Per mezzo di essa questi viene chiamato e reso «capace» di partecipare all'imperscrutabile vita di Dio.

10. Nella sua vita intima Dio «è amore», amore essenziale, comune alle tre divine Persone: amore personale è lo Spirito Santo, come Spirito del Padre e del Figlio. Per questo, egli «scruta le profondità di Dio», come amore-dono increato. Si può dire che nello Spirito Santo la vita intima del Dio uno e trino si fa tutta dono, scambio di reciproco amore tra le divine Persone, e che per lo Spirito Santo Dio «esiste» a modo di dono. È lo Spirito Santo l'espressione personale di un tale donarsi, di questo essere-amore. È Persona-amore. È Persona-dono. Abbiamo qui una ricchezza insondabile della realtà e un approfondimento ineffabile del concetto di persona in Dio, che solo la Rivelazione ci fa conoscere. Al tempo stesso, lo Spirito Santo, in quanto consostanziale al Padre e al Figlio nella divinità, è amore e dono (increato), da cui deriva come da fonte (fons vivus) ogni elargizione nei riguardi delle creature (dono creato): la donazione dell'esistenza a tutte le cose mediante la creazione. la donazione della grazia agli uomini mediante l'intera economia della salvezza. Come scrive l'apostolo Paolo: «L'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci è stato dato». 

 

3. Il donarsi salvifico di Dio nello Spirito Santo

11. Il discorso di addio di Cristo durante la Cena pasquale è in particolare riferimento a questo «donare» e «donarsi» dello Spirito Santo. Nel Vangelo di Giovanni si svela quasi la «logica» più profonda del mistero salvifico contenuto nell'eterno disegno di Dio, come espansione dell'ineffabile comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. È la «logica» divina, che dal mistero della Trinità porta al mistero della redenzione del mondo in Gesù Cristo. La redenzione compiuta dal Figlio nelle dimensioni della storia terrena dell'uomo - compiuta nella sua «dipartita» per mezzo della Croce e della Risurrezione - viene, al tempo stesso, nella sua intera potenza salvifica, trasmessa allo Spirito Santo colui che «prenderà del mio». Le parole del testo giovanneo indicano che, secondo il disegno divino, la «dipartita» di Cristo è condizione indispensabile dell'«invio» e della venuta dello Spirito Santo, ma dicono anche che allora comincia la nuova comunicazione salvifica di Dio nello Spirito Santo.

12. È un nuovo inizio in rapporto al primo, originario inizio del donarsi salvifico di Dio, che si identifica con lo stesso mistero della creazione. Ecco che cosa leggiamo già nelle prime parole del Libro della Genesi: «In principio Dio creò il cielo e la terra..., e lo spirito di Dio (ruah Elohim) aleggiava sulle acque». Questo concetto biblico di creazione comporta non solo la chiamata all'esistenza dell'essere stesso del cosmo, cioè il donare l'esistenza, ma anche la presenza dello Spirito di Dio nella creazione, cioè l'inizio del comunicarsi salvifico di Dio alle cose che crea. Il che vale prima di tutto per l'uomo il quale è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza». «Facciamo»: si può ritenere che il plurale, che il Creatore qui usa parlando di sé, suggerisca già in qualche modo il mistero trinitario, la presenza della Trinità nell'opera della creazione dell'uomo? Il lettore cristiano che conosce già la rivelazione di questo mistero, può scoprirne il riflesso anche in quelle parole. In ogni caso, il contesto del Libro della Genesi ci permette di vedere nella creazione dell'uomo il primo inizio del donarsi salvifico di Dio a misura dell'«immagine e somiglianza» di sé, da Lui concessa all'uomo.

13. Sembra, dunque che anche le parole pronunciate da Gesù nel discorso di addio debbano essere rilette in riferimento a quell'«inizio» così lontano, ma fondamentale, che conosciamo dalla Genesi «Se non me ne vado non verrà a voi il consolatore; ma, quando me ne sarò andato, ve lo manderò». Descrivendo la sua «dipartita» come condizione della «venuta» del consolatore, Cristo collega il nuovo inizio della comunicazione salvifica di Dio nello Spirito Santo al mistero della redenzione. Questo è un nuovo inizio, prima di tutto perché tra il primo inizio e tutta la storia dell'uomo - cominciando dalla caduta originale - si è frapposto il peccato, che è contraddizione alla presenza dello Spirito di Dio nella creazione ed è, soprattutto, contraddizione alla comunicazione salifica di Dio all'uomo. Scrive san Paolo che, proprio a causa del peccato, «la creazione... è stata sottomessa alla caducità..., geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto» e «attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio».

14. Perciò, Gesù Cristo dice nel Cenacolo: «È bene per voi che io me ne vada». «Quando me ne sarò andato, ve lo manderò». La «dipartita» di Cristo mediante la Croce ha la potenza della redenzione - e ciò significa anche una nuova presenza dello Spirito di Dio nella creazione: il nuovo inizio del comunicarsi di Dio all'uomo nello Spirito Santo. «E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, che grida: Abbà, Padre!»: scrive l'apostolo Paolo nella Lettera ai Galati. Lo Spirito Santo è lo Spirito del Padre, come testimoniano le parole del discorso di addio nel Cenacolo. Egli è, al tempo stesso, lo Spirito del Figlio: è lo Spirito di Gesù Cristo, come testimonieranno gli apostoli e, in particolare, Paolo di Tarso. Nell'invio di questo Spirito «nei nostri cuori» inizia a compiersi ciò che «la creazione stessa attende con impazienza», come leggiamo nella Lettera ai Romani. Lo Spirito Santo viene a prezzo della «dipartita» di Cristo. Se tale «dipartita» ha causato la tristezza degli apostoli, e questa doveva raggiungere il suo culmine nella passione e nella morte del Venerdì Santo, a sua volta «questa afflizione si cambierà in gioia». Cristo, infatti, inserirà nella sua «dipartita» redentrice la gloria della risurrezione e dell'ascensione al Padre. Pertanto, la tristezza, attraverso la quale traspare la gioia, è la parte che tocca agli apostoli nel quadro della «dipartita» del loro Maestro, una dipartita «benefica», perché grazie ad essa un altro «consolatore» sarebbe venuto. A prezzo della Croce, operatrice della redenzione, nella potenza di tutto il mistero pasquale di Gesù Cristo, lo Spirito Santo viene per rimanere sin dal giorno della Pentecoste con gli apostoli, per rimanere con la Chiesa e nella Chiesa e, mediante essa, nel mondo. In questo modo si realizza definitivamente quel nuovo inizio della comunicazione del Dio uno e trino nello Spirito Santo per opera di Gesù Cristo, Redentore dell'uomo e del mondo. 


4. Il Messia, unto con lo Spirito Santo

15. Si realizza anche fino in fondo la missione del Messia, cioè di colui che ha ricevuto la pienezza dello Spirito Santo per il Popolo eletto di Dio e per l'umanità intera. Letteralmente «Messia» significa «Cristo», cioè «unto» e, nella storia della salvezza, significa «unto con lo Spirito Santo». Tale era la tradizione profetica dell'Antico Testamento. Seguendola, Simon Pietro dirà nella casa di Cornelio: «Voi conoscete ciò che è accaduto in tutta la Giudea... dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè, come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth». Da queste parole di Pietro e da molte altre simili occorre risalire prima di tutto alla profezia di Isaia, chiamata a volte «il quinto Vangelo» oppure «il Vangelo dell'Antico Testamento». Alludendo alla venuta di un personaggio misterioso, che la rivelazione neotestamentaria identificherà con Gesù, Isaia ne collega la persona e la missione con una speciale azione dello Spirito di Dio Spirito del Signore. Ecco le parole del Profeta:

«Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,
un virgulto germoglierà dalle sue radici.
Su di lui si poserà lo spirito del Signore,
spirito di sapienza e di intelligenza,
spirito di consiglio e di fortezza,
spirito di conoscenza e di timore del Signore.
Si compiacerà del timore del Signore».

Questo testo è importante per l'intera pneumatologia dell'Antico Testamento, perché costituisce quasi un ponte tra l'antico concetto biblico dello «spirito», inteso prima di tutto come «soffio carismatico», e lo «Spirito» come persona e come dono, dono per la persona. Il Messia della stirpe di Davide («dal tronco di Iesse») è proprio quella persona, sulla quale «si poserà» lo Spirito del Signore. È ovvio che in questo caso non si può ancora parlare della rivelazione del Paraclito: tuttavia, con quell'accenno velato alla figura del futuro Messia si apre, per cosi dire, la via sulla quale vien preparata la piena rivelazione dello Spirito Santo nell'unità del mistero trinitario, che si manifesterà infine nella Nuova Alleanza.

16. Proprio il Messia stesso è questa via. Nell'Antica Alleanza l'unzione era divenuta il simbolo esterno del dono dello Spirito. Il Messia, ben più di ogni altro personaggio unto nell'Antica Alleanza, è quell'unico grande Unto da Dio stesso. È l'Unto nel senso che possiede la pienezza dello Spirito di Dio. Egli stesso sarà anche il mediatore nel concedere questo Spirito all'intero Popolo. Ecco, infatti, altre parole del Profeta:

«Lo Spirito del Signore Dio è su di me,
perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione;
mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri,
a fasciare le piaghe dei cuori spezzati,
a proclamare la libertà degli schiavi,
la scarcerazione dei prigionieri,
a promulgare l'anno di misericordia del Signore».

L'Unto è anche mandato «con lo Spirito del Signore»:
«Ora il Signore Dio ha mandato me insieme col suo spirito». (Is 48,16)

Secondo il Libro di Isaia l'Unto e l'Inviato insieme con lo Spirito del Signore è anche l'eletto Servo del Signore, sul quale si posa lo Spirito di Dio:

«Ecco il mio servo che io sostengo,
il mio eletto in cui mi compiaccio;
ho posto il mio spirito su di lui».

Si sa che il Servo del Signore è rivelato nel Libro di Isaia come il vero uomo dei dolori: il Messia sofferente per i peccati del mondo. Ed insieme egli è proprio colui la cui missione porterà per l'intera umanità veri frutti di salvezza:

«Egli porterà il diritto alle nazioni...». e diventerà «l'alleanza del popolo e luce delle nazioni...»; «perché porti la mia salvezza fino all'estremità della terra».

Poiché:

«Il mio spirito, che è sopra di te, e le parole, che ti ho messo in bocca, non si allontaneranno dalla tua bocca né dalla bocca della tua discendenza né dalla bocca dei discendenti, dice il Signore, ora e sempre».

I testi profetici, qui riportati, devono essere letti da noi alla luce del Vangelo - come, a sua volta, il Nuovo Testamento acquista una particolare chiarificazione dalla mirabile luce contenuta in questi testi vetero-testamentari. Il profeta presenta il Messia come colui che viene nello Spirito Santo, come colui che possiede la pienezza di questo Spirito in se e, al tempo stesso, per gli altri per Israele, per tutte le nazioni, per tutta l'umanità. La pienezza dello Spirito di Dio viene accompagnata da molteplici doni, i beni della salvezza, destinati in modo particolare ai poveri e ai sofferenti, a tutti coloro che a questi doni aprono i loro cuori - a volte mediante le dolorose esperienze della propria esistenza, ma, prima di tutto, con quella disponibilità interiore che viene dalla fede. Ciò intuiva il vecchio Simeone, «uomo giusto e pio», sul quale «era lo Spirito Santo», al momento della presentazione di Gesù al Tempio, quando scorgeva in lui la «salvezza preparata dinanzi a tutti i popoli» a prezzo della grande sofferenza - la Croce -, che avrebbe dovuto abbracciare insieme con sua Madre. Ciò intuiva ancor meglio la Vergine Maria, che «aveva concepito di Spirito Santo», quando meditava in cuor suo sopra i «misteri» del Messia, a cui era associata.

17. Occorre quindi sottolineare che chiaramente lo «spirito del Signore», che «si posa» sul futuro Messia, è, anzitutto, un dono di Dio per la persona di quel Servo del Signore. Ma costui non è una persona isolata e a sé stante, perché opera per volontà del Signore, in forza della sua decisione o scelta. Anche se alla luce dei testi di Isaia l'operare salvifico del Messia, Servo del Signore, include l'azione dello Spirito che si svolge mediante lui stesso, tuttavia nel contesto veterotestamentario non è suggerita la distinzione dei soggetti, o delle Persone divine, quali sussistono nel mistero trinitario e sono poi rivelate nel Nuovo Testamento. Sia in Isaia sia in tutto l'Antico Testamento la personalità dello Spirito Santo è completamente nascosta: nascosta nella rivelazione dell'unico Dio, come anche nell'annuncio del futuro Messia.

18. Gesù Cristo si richiamerà a questo annuncio, contenuto nelle parole di Isaia, all'inizio della sua attività messianica. Ciò avverrà nella stessa Nazareth, nella quale aveva trascorso trent'anni di vita nella casa di Giuseppe, il carpentiere, accanto a Maria, sua Madre vergine. Quando ebbe occasione di prendere la parola nella Sinagoga, aperto il Libro di Isaia, egli trovò il passo in cui era scritto: «Lo spirito del Signore è sopra di me; per questo, mi ha consacrato con l'unzione» e, dopo aver letto questo brano, disse ai presenti: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura, che voi avete udito». In questo modo confessò e proclamò di esser colui che «è stato unto» dal Padre, di essere il Messia, cioè colui nel quale dimora lo Spirito Santo come dono di Dio stesso, colui che possiede la pienezza di questo Spirito, colui che segna il «nuovo inizio» del dono che Dio fa all'umanità nello Spirito.


5. Gesù di Nazareth, «elevato» nello Spirito Santo

19. Anche se nella sua patria di Nazareth Gesù non è accolto come Messia, tuttavia, all'inizio dell'attività pubblica la sua missione messianica nello Spirito Santo viene rivelata al popolo da Giovanni Battista. Questi, figlio di Zaccaria e di Elisabetta, annuncia presso il Giordano la venuta del Messia ed amministra il battesimo di penitenza. Egli dice: «Io vi battezzo con acqua, ma viene uno che è più forte di me, al quale io non son degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Giovanni Battista annuncia il Messia-Cristo non solo come colui che «viene» nello Spirito Santo, ma anche come colui che «porta» lo Spirito Santo, come rivelerà meglio Gesù nel Cenacolo. Giovanni è qui l'eco fedele delle parole di Isaia, le quali nell'antico Profeta riguardavano il futuro, mentre nel suo proprio insegnamento lungo le rive del Giordano costituiscono l'introduzione immediata alla nuova realtà messianica. Giovanni è non solo un profeta, ma anche un messaggero: è il precursore di Cristo. Ciò che egli annuncia si realizza davanti agli occhi di tutti. Gesù di Nazareth viene al Giordano per ricevere anch'egli il battesimo di penitenza. Alla vista di colui che arriva, Giovanni proclama: «Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo». Ciò dice per ispirazione dello Spirito Santo, rendendo testimonianza al compimento della profezia di Isaia. Al tempo stesso, egli confessa la fede nella missione redentrice di Gesù di Nazareth. Sulle labbra di Giovanni Battista «Agnello di Dio» è un'affermazione della verità intorno al Redentore, non meno significativa di quella usata da Isaia: «Servo del Signore». Così, con la testimonianza di Giovanni al Giordano, Gesù di Nazareth, rifiutato dai propri concittadini, viene elevato agli occhi di Israele come Messia, cioè «Unto» con lo Spirito Santo. E tale testimonianza viene corroborata da un'altra testimonianza di ordine superiore, menzionata dai tre Sinottici. Infatti, quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto il battesimo, stava in preghiera, «il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come una colomba» e, contemporaneamente, «vi fu una voce dal cielo, che disse: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». E una teofania trinitaria, che rende testimonianza all'esaltazione di Cristo in occasione del battesimo al Giordano. Essa non solo conferma la testimonianza di Giovanni Battista, ma svela una dimensione ancora più profonda della verità su Gesù di Nazareth come Messia. Ecco: il Messia è il Figlio prediletto del Padre. La sua solenne esaltazione non si riduce alla missione messianica del «Servo del Signore». Alla luce della teofania del Giordano, questa esaltazione raggiunge il mistero della stessa persona del Messia. Egli è esaltato, perché è il Figlio del divino compiacimento.

La voce dall'alto dice: «Il Figlio mio».

20. La teofania del Giordano rischiara solo fugacemente il mistero di Gesù di Nazareth, la cui intera attività si svolgerà sotto la presenza attiva dello Spirito Santo. Tale mistero sarebbe stato da Gesù stesso svelato e confermato gradualmente mediante tutto ciò che «fece e insegnò». Sulla linea di questo insegnamento e dei segni messianici che Gesù compì prima di giungere al discorso di addio nel Cenacolo, troviamo eventi e parole che costituiscono momenti particolarmente importanti di questa progressiva rivelazione. Così l'evangelista Luca, che ha già presentato Gesù «pieno di Spirito Santo» e «condotto dallo Spirito nel deserto», ci fa sapere che, dopo il ritorno dei settantadue discepoli dalla missione affidata loro dal Maestro, mentre pieni di gioia gli raccontavano i frutti del loro lavoro, «in quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: - Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così ti è piaciuto». Gesù esulta per la paternità divina; esulta, perché gli è dato di rivelare questa paternità; esulta, infine, quasi per una speciale irradiazione di questa paternità divina sui «piccoli». E l'evangelista qualifica tutto questo come «esultanza nello Spirito Santo». Una tale esultanza, in un certo senso, sollecita Gesù a dire ancora di più. Ascoltiamo: «Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio, e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare».

21. Ciò che durante la teofania del Giordano è venuto, per così dire, «dall'esterno», dall'Alto, qui proviene «dall'interno», cioè dal profondo di ciò che è Gesù. È un'altra rivelazione del Padre e del Figlio, uniti nello Spirito Santo, Gesù parla solo della paternità di Dio e della propria figliolanza - non parla direttamente dello Spirito che è amore e, per questo, unione del Padre e del Figlio. Nondimeno, quello che dice del Padre e di sé-Figlio scaturisce da quella pienezza dello Spirito, che è in lui e che si riversa nel suo cuore, pervade il suo stesso «io» ispira e vivifica dal profondo la sua azione. Di qui quell'«esultare nello Spirito Santo». L'unione di Cristo con lo Spirito Santo, di cui egli ha perfetta coscienza, si esprime in quell'«esultanza», che in certo modo rende percepibile la sua arcana sorgente. Si ha così una speciale manifestazione ed esaltazione, che è propria del Figlio dell'uomo, di Cristo-Messia la cui umanità appartiene alla Persona del Figlio di Dio, sostanzialmente uno con lo Spirito Santo nella divinità. Nella magnifica confessione della paternità di Dio Gesù di Nazareth manifesta anche se stesso, il suo «io» divino: egli, infatti, è il Figlio «della stessa sostanza» e, perciò, «nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio», quel Figlio che «per noi uomini e per la nostra salvezza» si è fatto uomo per opera dello Spirito Santo ed è nato da una vergine, il cui nome era Maria.


6. Cristo risorto dice: «Ricevete lo Spirito Santo»

22. Grazie alla sua narrazione Luca ci conduce alla massima vicinanza con la verità contenuta nel discorso del Cenacolo. Gesù di Nazareth, «elevato» nello Spirito Santo, durante questo discorso-colloquio, si manifesta come colui che «porta» lo Spirito, come colui che lo deve portare e «dare» agli apostoli e alla Chiesa a prezzo della sua «dipartita» mediante la Croce. Col verbo «portare» qui si vuol dire, prima di tutto «rivelare». Nell'Antico Testamento, fin dal Libro della Genesi lo spirito di Dio è stato in qualche modo fatto conoscere dapprima come «soffio» di Dio che dà la vita, come «soffio vitale» soprannaturale. Nel Libro di Isaia è presentato come un «dono» per la persona del Messia come colui che su di lui si posa, per guidare dall'interno tutta la sua attività salvifica. Presso il Giordano l'annuncio di Isaia si è rivestito di una forma concreta: Gesù di Nazareth è colui che viene nello Spirito Santo e lo porta come dono proprio della sua stessa persona, per espanderlo attraverso la sua umanità: «Egli vi battezzerà in Spirito Santo». Nel Vangelo di Luca è confermata e arricchita questa rivelazione dello Spirito Santo, come intima sorgente della vita e dell'azione messianica di Gesù Cristo. Alla luce di ciò che Gesù dice nel discorso del Cenacolo, lo Spirito Santo viene rivelato in un modo nuovo e più pieno. Egli è non solo il dono alla persona (alla persona del Messia), ma è una Persona-dono. Gesù ne annuncia la venuta come quella di «un altro consolatore», il quale, essendo lo Spirito di verità, condurrà gli apostoli e la Chiesa «alla verità tutta intera». Ciò si compirà in ragione della speciale comunione tra lo Spirito Santo e Cristo: «Prenderà del mio e ve l'annuncerà». Questa comunione ha la sua fonte originaria nel Padre «Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo, ho detto che prenderà del mio e ve l'annuncerà». Provenendo dal Padre, lo Spirito Santo è mandato dal Padre. Lo Spirito Santo prima è stato mandato come dono per il Figlio che si è fatto uomo, per adempiere gli annunci messianici. Dopo la «dipartita» di Cristo-Figlio, secondo il testo giovanneo, lo Spirito Santo «verrà» direttamente - è la sua nuova missione - a completare l'opera stessa del Figlio. Così sarà lui a portare a compimento la nuova èra della storia della salvezza.

23. Ci troviamo sulla soglia degli eventi pasquali. La nuova, definitiva rivelazione dello Spirito Santo come Persona che è il dono, si compie proprio in questo momento. Gli eventi pasquali - la passione, la morte e la risurrezione di Cristo - sono anche il tempo della nuova venuta dello Spirito Santo, come Paraclito e Spirito di verità. Sono il tempo del «nuovo inizio» della comunicazione del Dio uno e trino all'umanità nello Spirito Santo, per opera di Cristo Redentore. Questo nuovo inizio è la redenzione del mondo: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito».

Già nel «dare» il Figlio, nel dono del Figlio si esprime la più profonda essenza di Dio, il quale, come amore, è fonte inesauribile dell'elargizione. Nel dono fatto dal Figlio si completano la rivelazione e l'elargizione dell'eterno amore: lo Spirito Santo, che nelle imperscrutabili profondità della divinità è una Persona-dono, per opera del Figlio, cioè mediante il mistero pasquale, in modo nuovo viene dato agli apostoli e alla Chiesa e, per mezzo di essi, all'umanità e al mondo intero.

24. L'espressione definitiva di questo mistero si ha nel giorno della Risurrezione. In questo giorno Gesù di Nazareth, «nato dalla stirpe di Davide secondo la carne» - come scrive l'apostolo Paolo - viene «costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti». Si può dire così che l'«elevazione» messianica di Cristo nello Spirito Santo raggiunga il suo zenit nella Risurrezione, nella quale egli si rivela anche come Figlio di Dio, «pieno di potenza». E questa potenza, le cui fonti zampillano nell'imperscrutabile comunione trinitaria, si manifesta, prima di tutto, nel fatto che il Cristo risorto, se da una parte adempie la promessa di Dio, già espressa per bocca del Profeta: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, ...il mio spirito», dall'altra compie la sua stessa promessa, fatta agli apostoli con le parole: «Quando me ne sarò andato, ve lo manderò». È lui: lo Spirito di verità, il Paraclito, mandato da Cristo risorto per trasformarci nella sua stessa immagine di risorto. Ecco: «La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi". Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: "Ricevete lo Spirito Santo"». Tutti i particolari di questo testo-chiave del Vangelo di Giovanni hanno una loro eloquenza, specialmente se li rileggiamo in riferimento alle parole pronunciate nello stesso Cenacolo all'inizio degli eventi pasquali. Ormai questi eventi - il triduum sacrum di Gesù, che il Padre ha consacrato con l'unzione e mandato nel mondo - raggiungono il loro compimento. Il Cristo, che «aveva reso lo spirito» sulla Croce», come Figlio dell'uomo e Agnello di Dio, una volta risorto, va dagli apostoli per «alitare su di loro» con quella potenza, di cui parla la Lettera ai Romani. La venuta del Signore riempie di gioia i presenti: «La loro afflizione si cambia in gioia», come già aveva egli stesso promesso prima della sua passione. E soprattutto si avvera il principale annuncio del discorso di addio: il Cristo risorto, quasi avviando una nuova creazione, «porta» agli apostoli lo Spirito Santo. Lo porta a prezzo della sua «dipartita»: dà loro questo Spirito quasi attraverso le ferite della sua crocifissione: «Mostrò loro le mani e il costato». È in forza di questa crocifissione che egli dice loro: «Ricevete lo Spirito Santo». Si stabilisce così uno stretto legame tra l'invio del Figlio e quello dello Spirito Santo. Non c'è invio dello Spirito Santo (dopo il peccato originale) senza la Croce e la Risurrezione: «Se non me ne vado, non verrà a voi il consolatore». Si stabilisce anche uno stretto legame tra la missione dello Spirito Santo e quella del Figlio nella redenzione. La missione del Figlio, in un certo senso, trova il suo «compimento» nella redenzione. La missione dello Spirito Santo «attinge» alla redenzione: «Egli prenderà del mio e ve l'annuncerà». La redenzione viene totalmente operata dal Figlio come dall'Unto, che è venuto ed ha agito nella potenza dello Spirito Santo, offrendosi alla fine in sacrificio sul legno della Croce. E questa redenzione viene, al tempo stesso, operata costantemente nei cuori e nelle coscienze umane - nella storia del mondo - dallo Spirito Santo, che è l'«altro consolatore».


7. Lo Spirito Santo e il tempo della Chiesa

25. «Compiuta l'opera che il Padre aveva affidato al Figlio sulla terra (Gv 17,4), il giorno di Pentecoste fu inviato lo Spirito Santo per santificare di continuo la Chiesa, e i credenti avessero così, mediante Cristo, accesso al Padre in un solo Spirito». È questi lo Spirito di vita, la sorgente dell'acqua zampillante fino alla vita eterna (Gv 4,14); (Gv 7,38), colui per mezzo del quale il Padre ridona la vita agli uomini, morti per il peccato, finché un giorno risusciterà in Cristo i loro corpi mortali (Rm 8,10)». In questo modo il Concilio Vaticano II parla della nascita della Chiesa nel giorno della Pentecoste. Questo evento costituisce la definitiva manifestazione di ciò che si era compiuto nello stesso Cenacolo già la domenica di Pasqua. Il Cristo risorto venne e «portò» agli apostoli lo Spirito Santo. Lo diede loro dicendo: «Ricevete lo Spirito Santo». Ciò che era avvenuto allora all'interno del Cenacolo, «a porte chiuse, più tardi, il giorno della Pentecoste si manifesta anche all'esterno, davanti agli uomini. Si aprono le porte del Cenacolo, e gli apostoli si dirigono verso gli abitanti e i pellegrini convenuti a Gerusalemme in occasione della festa, per rendere testimonianza a Cristo nella potenza dello Spirito Santo. In questo modo si adempie l'annuncio: «Egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio». Leggiamo in un altro documento del Vaticano II: «Indubbiamente lo Spirito Santo operava nel mondo prima ancora che Cristo fosse glorificato. Ma fu nel giorno della Pentecoste che egli discese sui discepoli, per rimanere con loro in eterno, e la Chiesa apparve pubblicamente di fronte alla moltitudine, ed ebbe inizio mediante la predicazione e la diffusione del Vangelo in mezzo ai pagani». Il tempo della Chiesa ha avuto inizio con la «venuta», cioè con la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli riuniti nel Cenacolo di Gerusalemme insieme con Maria, la Madre del Signore. Il tempo della Chiesa ha avuto inizio nel momento in cui le promesse e gli annunci, che così esplicitamente si riferivano al consolatore, allo Spirito di verità, hanno cominciato ad avverarsi in tutta potenza ed evidenza sugli apostoli, determinando così la nascita della Chiesa. Di questo parlano diffusamente e in molti passi gli Atti degli Apostoli dai quali risulta che, secondo la coscienza della prima comunità, di cui Luca esprime le certezze, lo Spirito Santo ha assunto la guida invisibile - ma in certo modo «percepibile» - di coloro che, dopo la dipartita del Signore Gesù, sentivano profondamente di essere rimasti orfani. Con la venuta dello Spirito essi si sono sentiti idonei a compiere la missione loro affidata. Si sono sentiti pieni di fortezza. Proprio questo ha operato in loro lo Spirito Santo, e questo egli opera continuamente nella Chiesa mediante i loro successori. La grazia dello Spirito Santo, infatti, che gli apostoli con l'imposizione delle mani diedero ai loro collaboratori, continua ad essere trasmessa nell'Ordinazione episcopale. I Vescovi poi col Sacramento dell'ordine rendono partecipi di tale dono spirituale i sacri ministri e provvedono a che, mediante il Sacramento della confermazione, ne siano corroborati tutti i rinati dall'acqua e dallo Spirito. Così, in certo modo, si perpetua nella Chiesa la grazia di Pentecoste. Come scrive il Concilio, «lo Spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio (1Cor 3,16); (1Cor 6,19), e in essi prega e rende testimonianza della loro adozione a figli (Gal 4,6); (Rm 8,15). Egli introduce la Chiesa in tutta intera la verità (Gv 16,13), la unifica nella comunione e nel ministero, la edifica e dirige con i diversi doni gerarchici e carismatici, la arricchisce dei suoi frutti (Ef 4,11); (1Cor 12,4); (Gal 5,22). Con la forza del Vangelo mantiene la Chiesa continuamente giovane, costantamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo».

26. I passi riportati dalla Costituzione conciliare Lumen gentium ci dicono che, con la venuta dello Spirito Santo, ebbe inizio il tempo della Chiesa. Essi ci dicono pure che questo tempo, il tempo della Chiesa, perdura. Perdura attraverso i secoli e le generazioni Nel nostro secolo, in cui l'umanità si è ormai avvicinata al termine del secondo Millennio dopo Cristo, questo tempo della Chiesa si è espresso in modo speciale mediante il Concilio Vaticano II, come Concilio del nostro secolo. Si sa, infatti, che questo è stato in maniera speciale un Concilio «ecclesiologico»: un concilio sul tema della Chiesa. Al tempo stesso, l'insegnamento di questo Concilio è essenzialmente «pneumatologico»: permeato della verità sullo Spirito Santo, come anima della Chiesa. Possiamo dire che nel suo ricco magistero il Concilio Vaticano II contiene propriamente tutto ciò «che lo Spirito dice alle Chiese» in ordine alla presente fase della storia della salvezza. Seguendo la guida dello Spirito di verità e rendendo testimonianza insieme con lui, il Concilio ha dato una speciale conferma della presenza dello Spirito Santo consolatore. In certo senso, esso l'ha reso nuovamente «presente» nella nostra difficile epoca. Alla luce di questa convinzione si comprende meglio la grande importanza di tutte le iniziative miranti alla realizzazione del Vaticano II, del suo magistero e del suo indirizzo pastorale ed ecumenico. In questo senso vanno anche ben considerate e valutate le successive Assemblee del Sinodo dei Vescovi che mirano a far sì che i frutti della verità e dell'amore - i frutti autentici dello Spirito Santo - diventino un bene duraturo del Popolo di Dio nel suo pellegrinare terreno lungo il corso dei secoli. È indispensabile questo lavoro della Chiesa, mirante alla verifica ed al consolidamento dei frutti salvifici dello Spirito, elargiti nel Concilio. A questo scopo bisogna saperli attentamente «discernere» da tutto ciò che, invece, può provenire soprattutto dal «principe di questo mondo». Questo discernimento è tanto più necessario nella realizzazione dell'opera del Concilio, in quanto questo si è aperto largamente al mondo contemporaneo, come appare chiaramente dalle importanti Costituzioni conciliari Gaudium et spes e Lumen gentium. Leggiamo nella Costituzione pastorale: «La loro comunità (dei discepoli di Cristo)... è composta di uomini, i quali, riuniti insieme in Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il Regno del Padre, e hanno ricevuto un messaggio di salvezza da propagare a tutti. Perciò, essa si sente realmente ed intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia». «La Chiesa sa bene che soltanto Dio, al cui servizio è consacrata, dà risposta ai più profondi desideri del cuore umano, che non può mai essere pienamente saziato dai beni terreni». «Lo Spirito di Dio... con mirabile provvidenza dirige il corso dei tempi e rinnova la faccia della terra».


Parte II

LO SPIRITO CHE CONVINCE IL MONDO
QUANTO AL PECCATO

1. Peccato, giustizia e giudizio

27. Allorché Gesù, durante il discorso nel Cenacolo, annuncia la venuta dello Spirito Santo «a prezzo» della propria dipartita e promette: «Quando me ne sarò andato, ve lo manderò», proprio nello stesso contesto aggiunge: «E quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio». Il medesimo consolatore e Spirito di verità, già promesso come colui che «insegnerà» e «ricorderà», come colui che «renderà testimonianza», come colui che «guiderà alla verità tutta intera», con le parole ora citate viene annunciato come colui che «convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio». Significativo sembra anche il contesto. Gesù collega questo annuncio dello Spirito Santo alle parole che indicano la propria «dipartita» mediante la Croce, ed anzi ne sottolineano la necessità: «E bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il consolatore». Ma ciò che più conta è la spiegazione che Gesù stesso aggiunge a queste tre parole: peccato, giustizia, giudizio. Dice infatti così: «Egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. Quanto al peccato, perché non credono in me; quanto alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato». Nel pensiero di Gesù il peccato, la giustizia, il giudizio hanno un senso ben preciso, diverso da quello che forse qualcuno sarebbe propenso ad attribuire a queste parole indipendentemente dalla spiegazione di chi parla. Questa spiegazione indica, altresì, come sia da intendere quel «convincere il mondo», che è proprio dell'azione dello Spirito Santo. Qui è importante sia il significato delle singole parole, sia il fatto che Gesù le abbia unite tra loro nella stessa frase. «Il peccato», in questo passo, significa l'incredulità che Gesù incontrò in mezzo ai «suoi», cominciando dai concittadini di Nazareth. Significa il rifiuto della sua missione, che porterà gli uomini a condannarlo a morte. Quando successivamente parla della «giustizia», Gesù sembra avere in mente quella giustizia definitiva, che il Padre gli renderà circondandolo con la gloria della risurrezione e dell'ascensione al Cielo: «Vado al Padre». A sua volta, nel contesto del «peccato» e della «giustizia» così intesi, «il giudizio» significa che lo Spirito di verità dimostrerà la colpa del «mondo» nella condanna di Gesù alla morte di Croce. Tuttavia, il Cristo non è venuto nel mondo solamente per giudicarlo e condannarlo: egli è venuto per salvarlo. Il convincere del peccato e della giustizia ha come scopo la salvezza del mondo, la salvezza degli uomini. Proprio questa verità sembra essere sottolineata dall'affermazione che «il giudizio» riguarda solamente il «principe di questo mondo», cioè Satana colui che sin dall'inizio sfrutta l'opera della creazione contro la salvezza, contro l'alleanza e l'unione dell'uomo con Dio: egli è «già giudicato» sin dall'inizio. Se lo Spirito consolatore deve convincere il mondo proprio quanto al giudizio, e per continuare in esso l'opera salvifica di Cristo.

28. Qui vogliamo concentrare la nostra attenzione principalmente su questa missione dello Spirito Santo che è di «convincere il mondo quanto al peccato», ma rispettando al tempo stesso il contesto generale delle parole di Gesù nel Cenacolo. Lo Spirito Santo, che assume dal Figlio l'opera della redenzione del mondo, assume con ciò stesso il compito del salvifico «convincere del peccato». Questo convincere è in costante riferimento alla «giustizia», cioè alla definitiva salvezza in Dio, al compimento dell'economia che ha come centro il Cristo crocifisso e glorificato. E questa economia salvifca di Dio sottrae, in certo senso, l'uomo dal «giudizio», cioè dalla dannazione, con la quale è stato colpito il peccato di Satana, «principe di questo mondo», colui che a causa del suo peccato è divenuto «dominatore di questo mondo di tenebra». Ed ecco che, mediante tale riferimento al «giudizio», si schiudono vasti orizzonti per la comprensione del «peccato», nonché della «giustizia». Lo Spirito Santo, mostrando sullo sfondo della Croce di Cristo il peccato nell'economia della salvezza (si potrebbe dire: «il peccato salvato»), fa comprendere come sia sua missione «convincere» anche del peccato che è già stato giudicato definitivamente («il peccato condannato»).

29. Tutte le parole, pronunciate dal Redentore nel Cenacolo alla vigilia della sua passione, si inscrivono nel tempo della Chiesa; prima di tutto, quelle sullo Spirito Santo come Paraclito e Spirito di verità. Esse vi si inscrivono in modo sempre nuovo, in ogni generazione, in ogni epoca. Ciò è confermato, per quanto riguarda il nostro secolo, dall'insieme dell'insegnamento del Concilio Vaticano II, specialmente della Costituzione pastorale «Gaudium et spes». Molti passi di questo documento indicano chiaramente che il Concilio, aprendosi alla luce dello Spirito di verità, si presenta come l'autentico depositario degli annunci e delle promesse fatte da Cristo agli apostoli ed alla Chiesa nel discorso di addio: in modo particolare, di quell'annuncio, secondo il quale lo Spirito Santo deve «convincere il mondo quanto al peccato alla giustizia e al giudizio». Ciò indica già il testo, nel quale il Concilio spiega come intende il «mondo»: «Il mondo che esso (il Concilio stesso) ha presente è perciò quello degli uomini, ossia l'intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà, entro le quali essa vive. il mondo che è teatro della storia del genere umano e reca i segni dei suoi sforzi, delle sue sconfitte e delle sue vittorie; il mondo che i cristiani credono creato e conservato dall'amore del Creatore, mondo certamente posto sotto la schiavitù del peccato, ma liberato da Cristo crocifisso e risorto, con la sconfitta del Maligno, affinché, secondo il disegno di Dio, sia trasformato e giunga al suo compimento». In riferimento a questo testo molto sintetico bisogna leggere nella medesima Costituzione gli altri passi, intesi ad esporre con tutto il realismo della fede la situazione del peccato nel mondo contemporaneo, nonché di spiegare la sua essenza, partendo da diversi punti di vista. Quando Gesù, la vigilia di Pasqua, parla dello Spirito Santo come di colui che «convincerà il mondo quanto al peccato», da una parte si deve dare a questa sua affermazione la portata più vasta possibile, in quanto comprende tutto l'insieme dei peccati nella storia dell'umanità. D'altra parte, però, quando Gesù spiega che questo peccato consiste nel fatto che «non credono in lui», tale portata sembra restringersi a coloro che hanno rifiutato la missione messianica del Figlio dell'uomo, condannandolo alla morte di Croce. Ma è difficile non notare come questa portata più «ridotta» e storicamente precisata del significato del peccato si dilati fino ad assumere un'ampiezza universale a motivo dell'universalità della redenzione, che si è compiuta per mezzo della Croce. La rivelazione del mistero della redenzione apre la strada a una comprensione, nella quale ogni peccato, dovunque ed in qualsiasi momento commesso, viene riferito alla Croce di Cristo - e, dunque, indirettamente anche al peccato di coloro che «non hanno creduto in lui» condannando Gesù Cristo alla morte di Croce. Da questo punto di vista occorre ritornare all'evento della Pentecoste.


2. La testimonianza del giorno della Pentecoste

30. Nel giorno della Pentecoste trovarono la loro più esatta e diretta conferma gli annunci di Cristo nel discorso di addio e, in particolare, l'annuncio del quale stiamo trattando: «Il consolatore... convincerà il mondo quanto al peccato». Quel giorno, sugli apostoli raccolti in preghiera insieme con Maria, Madre di Gesù, nello stesso Cenacolo, discese lo Spirito Santo promesso, come leggiamo negli Atti degli Apostoli: «Ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi», «riconducendo in tal modo all'unità le razze disperse e offrendo al Padre le primizie di tutte le nazioni». È chiaro il rapporto tra l'annuncio fatto da Cristo e questo evento. Noi vi scorgiamo il primo e fondamentale compimento della promessa del Paraclito. Questi viene mandato dal Padre, «dopo» la dipartita di Cristo, «a prezzo» di essa. Questa è dapprima una dipartita mediante la morte in Croce, e poi, quaranta giorni dopo la risurrezione, mediante l'ascensione al Cielo. Ancora nel momento dell'ascensione Gesù ordina agli apostoli «di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre»; «sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni»; «riceverete forza dallo Spirito Santo, che scenderà su di voi, e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra»"'. Queste ultime parole racchiudono un'eco, o un ricordo dell'annuncio fatto nel Cenacolo. E il giorno della Pentecoste tale annuncio si avvera in tutta esattezza. Agendo sotto l'influsso dello Spirito Santo, ricevuto dagli apostoli durante la preghiera nel Cenacolo, davanti ad una moltitudine di gente di diverse lingue, radunata per la festa, Pietro si presenta e parla. Proclama ciò che certamente non avrebbe avuto il coraggio di dire in precedenza: «Uomini d'Israele, ... Gesù di Nazareth - uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò fra voi per opera sua - dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l'avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l'avete ucciso. Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere». Gesù aveva predetto e promesso: «Egli mi renderà testimonianza, ... e anche voi mi renderete testimonianza». Nel primo discorso di Pietro a Gerusalemme tale «testimonianza» trova il suo chiaro inizio: è la testimonianza intorno a Cristo crocifisso e risorto. Quella dello Spirito-Paraclito e degli apostoli. E nel contenuto stesso di tale prima testimonianza lo Spirito di verità per bocca di Pietro «convince il mondo quanto al peccato»: prima di tutto, quanto a quel peccato che è il rifiuto del Cristo fino alla condanna a morte, fino alla Croce sul Golgota. Proclamazioni di analogo contenuto si ripeteranno, secondo il testo degli Atti degli Apostoli, in altre occasioni e in diversi luoghi.

31. Fin da questa iniziale testimonianza della Pentecoste, l'azione dello Spirito di verità, che «convince il mondo quanto al peccato» del rifiuto di Cristo, è legata in modo organico con la testimonianza da rendere al mistero pasquale: al mistero del Crocifsso e del Risorto. E in questo legame lo stesso «convincere quanto al peccato» rivela la propria dimensione salvifica. È, infatti, un «convincere» che ha come scopo non la sola accusa del mondo, tanto meno la sua condanna. Gesù Cristo non è venuto nel mondo per giudicarlo e condannarlo, ma per salvarlo. Ciò viene sottolineato già in questo primo discorso, quando Pietro esclama: «Sappia, dunque, con certezza tutta la casa d'Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù, che voi avete crocifisso». E in seguito, quando i presenti domandano a Pietro e agli apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?», ecco la risposta: «Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo». In questo modo il «convincere quanto al peccato» diventa insieme un convincere circa la remissione dei peccati, nella potenza dello Spirito Santo. Pietro nel suo discorso di Gerusalemme esorta alla conversione, come Gesù esortava i suoi ascoltatori all'inizio della sua attività messianica. La conversione richiede la convinzione del peccato, contiene in sé il giudizio interiore della coscienza, e questo, essendo una verifica dell'azione dello Spirito di verità nell'intimo dell'uomo, diventa nello stesso tempo il nuovo inizio dell'elargizione della grazia e dell'amore: «Ricevete lo Spirito Santo». Così in questo «convincere quanto al peccato» scopriamo una duplice elargizione: il dono della verità della coscienza e il dono della certezza della redenzione. Lo Spirito di verità è il consolatore. Il convincere del peccato, mediante il ministero dell'annuncio apostolico nella Chiesa nascente, viene riferito - sotto l'impulso dello Spirito effuso nella Pentecoste - alla potenza redentrice di Cristo crocifisso e risorto. Così si adempie la promessa relativa allo Spirito Santo, fatta prima di pasqua: «Egli prenderà del mio e ve l'annuncerà». Quando dunque, durante l'evento della Pentecoste, Pietro parla del peccato di coloro che «non hanno creduto» ed hanno consegnato ad una morte ignominiosa Gesù di Nazareth, egli rende testimonianza alla vittoria sul peccato: vittoria che si è compiuta, in certo senso, mediante il peccato più grande che l'uomo poteva commettere: l'uccisione di Gesù, Figlio di Dio, consostanziale al Padre! Similmente, la morte del Figlio di Dio vince la morte umana: «Ero mors tua, o mors», come il peccato di aver crocifisso il Figlio di Dio «vince» il peccato umano! Quel peccato che si consumò a Gerusalemme il giorno del Venerdì santo - e anche ogni peccato dell'uomo. Infatti, al più grande peccato da parte dell'uomo corrisponde, nel cuore del Redentore, l'oblazione del supremo amore, che supera il male di tutti i peccati degli uomini. Sulla base di questa certezza la Chiesa nella liturgia romana non esita a ripetere ogni anno, durante la Veglia pasquale, «Ofelix culpa!», nell'annuncio della risurrezione dato dal diacono col canto dell'«Exsultet!».

32. Di questa verità ineffabile, però, nessuno può «convincere il mondo», l'uomo, l'umana coscienza, se non egli stesso, lo Spirito di verità. Egli è lo Spirito, che «scruta le profondità di Dio». Di fronte al mistero del peccato bisogna scrutare «le profondità di Dio» fino in fondo. Non basta scrutare la coscienza umana, quale intimo mistero dell'uomo, ma bisogna penetrare nell'intimo mistero di Dio, in quelle «profondità di Dio» che si riassumono nella sintesi: al Padre - nel Figlio - per mezzo dello Spirito Santo. È proprio lo Spirito Santo che le «scruta», e da esse trae la risposta di Dio al peccato dell'uomo. Con questa risposta si chiude il procedimento del «convincere quanto al peccato», come mette in evidenza l'evento della Pentecoste. Convincendo il «mondo» del peccato del Golgota, della morte dell'Agnello innocente, come avviene nel giorno della Pentecoste, lo Spirito Santo convince anche di ogni peccato commesso in ogni luogo ed in qualsiasi momento nella storia dell'uomo: egli dimostra, infatti il suo rapporto con la Croce di Cristo. Il «convincere» è la dimostrazione del male del peccato, di ogni peccato, in relazione alla Croce di Cristo. Il peccato, mostrato in questa relazione, viene riconosciuto nell'intera dimensione del male, che gli è propria, per il «mistero dell'iniquità» , che in se contiene e nasconde. L'uomo non conosce questa dimensione - non la conosce in alcun modo al di fuori della Croce di Cristo. Perciò, non può essere «convinto» di essa se non dallo Spirito Santo: Spirito di verità, ma anche consolatore. Infatti, il peccato, mostrato in relazione alla Croce di Cristo, nello stesso tempo viene identificato nella piena dimensione del «mistero della pietà», come ha indicato l'Esortazione Apostolica post-sinodale Reconciliatio et paenitentia. Anche questa dimensione del peccato l'uomo non la conosce in alcun modo al di fuori della Croce di Cristo. E anche di essa egli non può essere «convinto» se non dallo Spirito Santo: da colui che «scruta le profondità di Dio».


3. La testimonianza dell'inizio: la realtà originaria del peccato

33. È la dimensione del peccato che troviamo nella testimonianza dell'inizio, annotata nel Libro della Genesi. È il peccato che, secondo la Parola di Dio rivelata, costituisce il principio e la radice di tutti gli altri Ci troviamo di fronte alla realtà originaria del peccato nella storia dell'uomo e, al tempo stesso, nell'insieme dell'economia della salvezza. Si può dire che in questo peccato ha inizio il «mistero dell'iniquità», ma anche che è questo il peccato, in ordine al quale la potenza redentrice del «mistero della pietà» diventa particolarmente trasparente ed efficace. Ciò esprime san Paolo, quando alla «disobbedienza» del primo Adamo contrappone l'«obbedienza» di Cristo, il secondo Adamo: «L'obbedienza fino alla morte». Stando alla testimonianza dell'inizio, il peccato nella sua realtà originaria avviene nella volontà - e nella coscienza - dell'uomo, prima di tutto, come «disobbedienza», cioè come opposizione della volontà dell'uomo alla volontà di Dio. Questa disobbedienza originaria presuppone il rifiuto o, almeno, l'allontanamento dalla verità contenuta nella Parola di Dio, che crea il mondo. Questa Parola è lo stesso Verbo, che era «in principio presso Dio», che «era Dio» e senza il quale «niente è stato fatto di tutto ciò che esiste», poiché «il mondo fu fatto per mezzo di lui». È il Verbo che è anche eterna legge, fonte di ogni legge, che regola il mondo e specialmente gli atti umani. Quando dunque, alla vigilia della sua passione, Gesù Cristo parla del peccato di coloro che «non credono in lui», in queste sue parole, piene di dolore, vi è quasi un'eco lontana di quel peccato, che nella sua forma originaria si inscrive oscuramente nel mistero stesso della creazione. Colui che parla, infatti, è non solo il Figlio dell'uomo, ma anche colui che è «il primogenito di fronte ad ogni creatura», «poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose:.... per mezzo di lui e in vista di lui». Alla luce di questa verità si capisce che la «disobbedienza», nel mistero dell'inizio, presuppone in certo senso la stessa «non-fede», quel medesimo «non hanno creduto», che si ripeterà nei riguardi del mistero pasquale. Come abbiamo detto, si tratta del rifiuto o, almeno, dell'allontanamento dalla verità contenuta nella Parola del Padre. Il rifiuto si esprime in pratica come «disobbedienza», in un atto compiuto come effetto della tentazione, che proviene dal «padre della menzogna». Dunque, alla radice del peccato umano sta la menzogna come radicale rifiuto della verità contenuta nel Verbo del Padre, mediante il quale si esprime l'amorevole onnipotenza del Creatore: l'onnipotenza ed insieme l'amore «di Dio Padre, creatore del cielo e della terra».

34. «Lo Spirito di Dio», che secondo la descrizione biblica della creazione «aleggiava sulle acque», indica lo stesso «Spirito, che scruta le profondità di Dio»; scruta le profondità del Padre e del Verbo-Figlio nel mistero della creazione. Non solo è il testimone diretto del loro reciproco amore, dal quale deriva la creazione, ma è egli stesso questo amore. Egli stesso, come amore, è l'eterno dono increato. In lui è la fonte e l'inizio di ogni elargizione alle creature. La testimonianza dell'inizio, che troviamo in tutta la Rivelazione, a cominciare dal Libro della Genesi, su questo punto è univoca. Creare vuol dire chiamare all'esistenza dal nulla; dunque, creare vuol dire donare l'esistenza. E se il mondo visibile viene creato per l'uomo, dunque all'uomo viene donato il mondo. E contemporaneamente lo stesso uomo nella propria umanità riceve in dono una speciale «immagine e somiglianza» di Dio. Ciò significa non solo razionalità e libertà come proprietà costitutiva della natura umana, ma anche, sin dall'inizio, capacità di un rapporto personale con Dio, come «io» e «tu» e, dunque, capacità di alleanza che avrà luogo con la comunicazione salvifica di Dio all'uomo. Sullo sfondo dell'«immagine e somiglianza» di Dio, «il dono dello Spirito» significa, infine, chiamata all'amicizia, nella quale le trascendenti «profondità di Dio» vengono, in qualche modo, aperte alla partecipazione da parte dell'uomo. Il Concilio Vaticano II insegna: «Dio invisibile (Col 1,15); (1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (Es 33,11); (Gv 15,14) e si intrattiene con loro (Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé».

35. Pertanto, lo Spirito, che «scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio», conosce sin dall'inizio «i segreti dell'uomo». Proprio per questo egli solo può pienamente «convincere del peccato» che ci fu all'inizio, di quel peccato che è la radice di tutti gli altri e il focolaio della peccaminosità dell'uomo sulla terra, che non si spegne mai. Lo Spirito di verità conosce la realtà originaria del peccato, causato nella volontà dell'uomo ad opera del «padre della menzogna» - di colui che già «è stato giudicato». Lo Spirito Santo convince, dunque, il mondo del peccato in rapporto a questo «giudizio», ma costantemente guidando verso la «giustizia», che è stata rivelata all'uomo insieme con la Croce di Cristo: mediante l'«obbedienza fino alla morte». Solo lo Spirito Santo può convincere del peccato dell'inizio umano, proprio egli che è l'amore del Padre e del Figlio, egli che è dono, mentre il peccato dell'inizio umano consiste nella menzogna e nel rifiuto del dono e dell'amore, i quali decidono dell'inizio del mondo e dell'uomo.

36. Secondo la testimonianza dell'inizio, che troviamo nella Scrittura e nella Tradizione, dopo la prima (ed anche più completa) descrizione nel Libro della Genesi il peccato nella sua forma originaria è inteso come «disobbedienza», il che significa semplicemente e direttamente trasgressione di un divieto posto da Dio. Ma alla luce di tutto il contesto è pure palese che le radici di questa disobbedienza vanno ricercate in profondità nell'intera situazione reale dell'uomo. Chiamato all'esistenza, l'essere umano - uomo e donna - è una creatura. L'«immagine di Dio», consistente nella razionalità e nella libertà, dice la grandezza e la dignità del soggetto umano, che è persona. Ma questo soggetto personale è pur sempre una creatura: nella sua esistenza ed essenza dipende dal Creatore. Secondo la Genesi, «l'albero della conoscenza del bene e del male» doveva esprimere e costantemente ricordare all'uomo il «limite» invalicabile per un essere creato. In questo senso va inteso il divieto da parte di Dio: il Creatore proibisce all'uomo e alla donna di mangiare i frutti dell'albero della conoscenza del bene e del male. Le parole dell'istigazione, cioè della tentazione, come è formulata nel testo sacro, inducono a trasgredire questo divieto - cioè a superare quel «limite»: «Quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio («come dèi») conoscendo il bene e il male». La «disobbedienza» significa appunto il superamento di quel limite, che rimane invalicabile alla volontà e libertà dell'uomo, come essere creato. Dio creatore è, infatti, l'unica e definitiva fonte dell'ordine morale nel mondo, da lui creato. L'uomo non può da se stesso decidere ciò che è buono e ciò che è cattivo - non può «conoscere il bene e il male, come Dio». Sì, Dio nel mondo creato rimane la prima e suprema fonte per decidere del bene e del male, mediante l'intima verità dell'essere, la quale è il riflesso del Verbo, l'eterno Figlio, consostanziale al Padre. All'uomo creato ad immagine di Dio lo Spirito Santo dà in dono la coscienza, affinché in essa l'immagine possa rispecchiare fedelmente il suo modello, che è insieme la sapienza e la legge eterna, fonte dell'ordine morale nell'uomo e nel mondo. La «disobbedienza», come dimensione originaria del peccato, significa rifiuto di questa fonte, per la pretesa dell'uomo di diventare fonte autonoma ed esclusiva nel decidere del bene e del male. Lo Spirito, che «scruta le profondità di Dio» e che, al tempo stesso, è per l'uomo la luce della coscienza e la fonte dell'ordine morale, conosce in tutta la sua pienezza questa dimensione del peccato, che si inscrive nel mistero dell'inizio umano. E non cessa di «convincerne il mondo» in rapporto alla Croce di Cristo sul Golgota.

37. Secondo la testimonianza dell'inizio, Dio nella creazione ha rivelato se stesso come onnipotenza, che è amore. Nello stesso tempo ha rivelato all'uomo che, come «immagine e somiglianza» del suo Creatore, egli è chiamato a partecipare alla verità e all'amore. Questa partecipazione significa una vita di unione con Dio, che è la «vita eterna». Ma l'uomo, sotto l'influenza del «padre della menzogna», si è distaccato da questa partecipazione. In quale misura? Certamente non nella misura del peccato di un puro spirito, nella misura del peccato di Satana. Lo spirito umano è incapace di raggiungere una tale misura. Nella stessa descrizione della Genesi è facile notare la differenza di grado tra «il soffio del male» da parte di colui che «è peccatore (ossia permane nel peccato) fin dal principio» e che già «è stato giudicato», ed il male della disobbedienza da parte dell'uomo. Questa disobbedienza, tuttavia, significa pur sempre il voltare le spalle a Dio e, in un certo senso, il chiudersi della libertà umana nei suoi riguardi. Significa anche una certa apertura di questa libertà - della conoscenza e della volontà umana - verso colui che è il «padre della menzogna». Questo atto di scelta consapevole non è solo «disobbedienza», ma porta con sé anche una certa adesione alla motivazione contenuta nella prima istigazione al peccato e incessantemente rinnovata durante tutta la storia dell'uomo sulla terra: «Dio sa che, quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». Ci troviamo qui al centro stesso di ciò che si potrebbe chiamare l'«anti-Verbo», cioè l'«anti-verità». Viene, infatti, falsata la verità dell'uomo: chi è l'uomo e quali sono i limiti invalicabili del suo essere e della sua libertà. Questa «anti-verità» è possibile, perché nello stesso tempo viene falsata completamente la verità su chi è Dio. Il Dio creatore viene posto in stato di sospetto, anzi addirittura in stato di accusa, nella coscienza della creatura. Per la prima volta nella storia dell'uomo appare il perverso «genio del sospetto». Esso cerca di «falsare» il Bene stesso, il Bene assoluto, che proprio nell'opera della creazione si è manifestato come il bene che dona in modo ineffabile: come bonum diffusivum sui, come amore creativo. Chi può pienamente «convincere del peccato», ossia di questa motivazione della disobbedienza originaria dell'uomo, se non colui che solo è il dono e la fonte di ogni elargizione, se non lo Spirito, che «scruta le profondità di Dio» ed è l'amore del Padre e del Figlio?

38. Infatti, malgrado tutta la testimonianza della creazione e dell'economia salvifica ad essa inerente, lo spirito delle tenebre è capace di mostrare Dio come nemico della propria creatura e, prima di tutto, come nemico dell'uomo, come fonte di pericolo e di minaccia per l'uomo. In questo modo viene innestato da Satana nella psicologia dell'uomo il germe dell'opposizione nei riguardi di colui che «sin dall'inizio» deve essere considerato come nemico dell'uomo - e non come Padre. L'uomo viene sfidato a diventare l'avversario di Dio! L'analisi del peccato nella sua originaria dimensione indica che, ad opera del «padre della menzogna», vi sarà lungo la storia dell'umanità una costante pressione al rifiuto di Dio da parte dell'uomo, fino all'odio: «Amore di sé fino al disprezzo di Dio», come si esprime sant'Agostino. L'uomo sarà incline a vedere in Dio prima di tutto una propria limitazione, e non la fonte della propria liberazione e la pienezza del bene. Ciò vediamo confermato nell'epoca moderna, nella quale le ideologie atee tendono a sradicare la religione in base al presupposto che essa determini una radicale «alienazione» dell'uomo come se l'uomo venisse espropriato della propria umanità, quando, accettando l'idea di Dio, attribuisce a lui ciò che appartiene all'uomo, ed esclusivamente all'uomo! Di qui un processo di pensiero e di prassi storico-sociologica, in cui il rifiuto di Dio è pervenuto fino alla dichiarazione della sua «morte». Un'assurdità, questa, concettuale e verbale! Ma l'ideologia della «morte di Dio» minaccia piuttosto l'uomo, come indica il Vaticano II, quando, sottoponendo ad analisi la questione dell'«autonomia delle cose temporali», scrive: «La creatura... senza il Creatore svanisce... Anzi, l'oblio di Dio priva di luce la creatura stessa». L'ideologia della «morte di Dio» nei suoi effetti dimostra facilmente di essere, sul piano teoretico e pratico, l'ideologia della «morte dell'uomo».

 
4. Lo Spirito, che trasforma la sofferenza in amore salvifico

39. Lo Spirito, che scruta le profondità di Dio, è stato chiamato da Gesù nel discorso del Cenacolo il Paraclito. Infatti, sin dall'inizio «viene invocato» per «convincere il mondo quanto al peccato». Egli viene invocato in modo definitivo per mezzo della Croce di Cristo. Convincere del peccato vuol dire dimostrare il male in esso contenuto. Il che equivale a rivelare il mistero dell'iniquità. Non è possibile raggiungere il male del peccato in tutta la sua dolorosa realtà senza «scrutare le profondità di Dio». Sin dall'inizio l'oscuro mistero del peccato è apparso nel mondo sullo sfondo del riferimento al Creatore della libertà umana. Esso è apparso come un atto di volontà della creatura-uomo contrario alla volontà di Dio: alla volontà salvifica di Dio; anzi, è apparso in opposizione alla verità, sulla base della menzogna ormai definitivamente «giudicata»: menzogna che ha posto in stato di accusa, in stato di permanente sospetto, lo stesso amore creativo e salvifico. L'uomo ha seguito il «padre della menzogna», ponendosi contro il Padre della vita e lo Spirito di verità. Il «convincere del peccato» non dovrà, dunque, significare anche il rivelare la sofferenza? Rivelare il dolore inconcepibile ed inesprimibile, che, a causa del peccato, il Libro sacro nella sua visione antropomorfica sembra intravvedere nelle «profondità di Dio» e, in un certo senso, nel cuore stesso dell'ineffabile Trinità? La Chiesa ispirandosi alla Rivelazione, crede e professa che il peccato è offesa di Dio. Che cosa nell'imperscrutabile intimità del Padre, del Verbo e dello Spirito Santo corrisponde a questa «offesa», a questo rifiuto dello Spirito che è amore e dono? La concezione di Dio, come essere necessariamente perfettissimo, esclude certamente da Dio ogni dolore, derivante da carenze o ferite; ma nelle «profondità di Dio» c'è un amore di Padre che dinanzi al peccato dell'uomo, secondo il linguaggio biblico, reagisce fino al punto di dire: «Sono pentito di aver fatto l'uomo». «Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra... E il Signore si pentì di aver fatto l'uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo... Il Signore disse: "Sono pentito di averli fatti"». Ma più spesso il Libro sacro ci parla di un Padre, che prova compassione per l'uomo, quasi condividendo il suo dolore. In definitiva, questo imperscrutabile e indicibile «dolore» di padre genererà soprattutto la mirabile economia dell'amore redentivo in Gesù Cristo, affinché, per mezzo del mistero della pietà, nella storia dell'uomo l'amore possa rivelarsi più forte del peccato. Perché prevalga il «dono»! Lo Spirito Santo, che secondo le parole di Gesù «convince del peccato», è l'amore del Padre e del Figlio e, come tale, è il dono trinitario e, al tempo stesso, l'eterna fonte di ogni elargizione divina al creato. Proprio in lui possiamo concepire come personificata e attuata in modo trascendente quella misericordia, che la tradizione patristica e teologica, sulla linea dell'Antico e del Nuovo Testamento, attribuisce a Dio. Nell'uomo la misericordia include dolore e compassione per le miserie del prossimo. In Dio lo Spirito-amore traduce la considerazione del peccato umano in una nuova elargizione di amore salvifico. Da lui, nell'unità col Padre e col Figlio nasce l'economia della salvezza, che riempie la storia dell'uomo con i doni della redenzione. Se il peccato, rifiutando l'amore, ha generato la «sofferenza» dell'uomo che in qualche modo si è riversata su tutta la creazione, lo Spirito Santo entrerà nella sofferenza umana e cosmica con una nuova elargizione di amore, che redimerà il mondo. E sulla bocca di Gesù Redentore, nella cui umanità si invera la «sofferenza» di Dio, risuonerà una parola in cui si manifesta l'eterno amore, pieno di misericordia: «Misereor». Così da parte dello Spirito Santo il «convincere del peccato» diventa un manifestare davanti alla creazione «sottomessa alla caducità» e, soprattutto, nel profondo delle coscienze umane, come il peccato viene vinto mediante il sacrificio dell'Agnello di Dio, il quale è divenuto «fino alla morte» il servo obbediente che, riparando alla disobbedienza dell'uomo, opera la redenzione del mondo. In questo modo lo Spirito di verità, il Paraclito, «convince del peccato».

40. Il valore redentivo del sacrificio di Cristo è espresso con parole molto significative dall'autore della Lettera agli Ebrei, il quale, dopo aver ricordato i sacrifici dell'Antica Alleanza, in cui «il sangue dei capri e dei vitelli... purifica nella carne», soggiunge: «Quanto più il sangue di Cristo, il quale con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire il Dio vivente»? Pur consapevoli di altre possibili interpretazioni, le nostre considerazioni sulla presenza dello Spirito Santo in tutta la vita di Cristo ci portano a ravvisare in questo testo come un invito a riflettere sulla presenza del medesimo Spirito anche nel sacrificio redentore del Verbo Incarnato. Riflettiamo prima sulle parole iniziali che trattano di questo sacrificio e, in seguito, separatamente, sulla «purificazione della coscienza», da esso operata. È, infatti, un sacrificio offerto «con (= per opera di) uno Spirito eterno», il quale da esso «attinge» la forza di «convincere del peccato» in ordine alla salvezza. È lo stesso Spirito Santo che, secondo la promessa del Cenacolo, Gesù Cristo «porterà» agli apostoli il giorno della sua risurrezione, presentandosi loro con le ferite della crocifissione, e che «darà» loro «per la remissione dei peccati»: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi». Sappiamo che «Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth», come diceva Simon Pietro nella casa del centurione Cornelio. Conosciamo il mistero pasquale della sua «dipartita», secondo il Vangelo di Giovanni Le parole della lettera agli Ebrei ora ci spiegano in quale modo Cristo «offrì se stesso senza macchia a Dio» e come ciò fece «con uno Spirito eterno». Nel sacrificio del Figlio dell'uomo lo Spirito Santo è presente ed agisce così come agiva nel suo concepimento, nella sua venuta al mondo, nella sua vita nascosta e nel suo ministero pubblico. Secondo la Lettera agli Ebrei, sulla via della sua «dipartita» attraverso il Getsemani e il Golgota, lo stesso Cristo Gesù nella propria umanità si è aperto totalmente a questa azione dello Spirito-Paraclito, che dalla sofferenza fa emergere l'eterno amore salvifico. Egli è stato, dunque, «esaudito per la sua pietà. Pur essendo Figlio, imparò l'obbedienza dalle cose che patì». In questo modo tale Lettera dimostra come l'umanità, sottomessa al peccato nei discendenti del primo Adamo, in Gesù Cristo è diventata perfettamente sottomessa a Dio ed a lui unita e, nello stesso tempo, piena di misericordia verso gli uomini. Si ha così una nuova umanità, che in Gesù Cristo mediante la sofferenza della Croce è ritornata all'amore, tradito da Adamo col peccato. Essa si è ritrovata nella stessa fonte divina dell'elargizione originaria: nello Spirito, che «scruta le profondità di Dio» ed è amore e dono egli stesso. Il Figlio di Dio Gesù Cristo, come uomo, nell'ardente preghiera della sua passione, permise allo Spirito Santo, che già aveva penetrato fino in fondo la sua umanità, di trasformarla in un sacrifcio perfetto mediante l'atto della sua morte, come vittima di amore sulla Croce. Da solo egli fece questa oblazione. Come unico sacerdote, «offrì se stesso senza macchia a Dio». Nella sua umanità era degno di divenire un tale sacrificio, poiché egli solo era «senza macchia». Ma l'offrì «con uno Spirito eterno»: il che vuol dire che lo Spirito Santo agì in modo speciale in questa assoluta autodonazione del Figlio dell'uomo, per trasformare la sofferenza in amore redentivo.

41. Nell'Antico Testamento più volte si parla del «fuoco dal cielo», che bruciava le oblazioni presentate dagli uomini. Per analogia si può dire che lo Spirito Santo è il «fuoco dal cielo», che opera nel profondo del mistero della Croce. Provenendo dal Padre, egli indirizza verso il Padre il sacrificio del Figlio, introducendolo nella divina realtà della comunione trinitaria. Se il peccato ha generato la sofferenza, ora il dolore di Dio in Cristo crocifisso acquista per mezzo dello Spirito Santo la sua piena espressione umana. Si ha così un paradossale mistero d'amore: in Cristo soffre un Dio rifiutato dalla propria creatura: «Non credono in me!». ma, nello stesso tempo dal profondo di questa sofferenza - e, indirettamente, dal profondo dello stesso peccato «di non aver creduto» - lo Spirito trae una nuova misura del dono fatto all'uomo e alla creazione fin dall'inizio. Nel profondo del mistero della Croce agisce l'amore, che riporta nuovamente l'uomo a partecipare alla vita, che è in Dio stesso. Lo Spirito Santo come amore e dono discende, in un certo senso, nel cuore stesso del sacrificio che viene offerto sulla Croce. Riferendoci alla tradizione biblica, possiamo dire: egli consuma questo sacrificio col fuoco dell'amore, che unisce il Figlio col Padre nella comunione trinitaria. E poiché il sacrificio della Croce è un atto proprio di Cristo, anche in questo sacrificio «egli riceve lo Spirito Santo». Lo riceve in modo tale, che poi egli - ed egli solo con Dio Padre - può «darlo» agli apostoli, alla Chiesa, all'umanità. Egli solo lo «manda» dal Padre. Egli solo si presenta davanti agli apostoli riuniti nel Cenacolo, «alita su di loro» e dice: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi», come aveva preannunciato Giovanni Battista: «Egli vi battezzerà nello Spirito Santo e nel fuoco». Con quelle parole di Gesù lo Spirito Santo è rivelato ed insieme è reso presente come amore che opera nel profondo del mistero pasquale, come fonte della potenza salvifica della Croce di Cristo, come dono della vita nuova ed eterna. Questa verità sullo Spirito Santo trova quotidiana espressione nella liturgia romana, quando il sacerdote, prima della comunione, pronuncia quelle significative parole: «Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che per volontà del Padre e con l'opera dello Spirito Santo morendo hai dato la vita al mondo...». E nella III Preghiera Eucaristica, riferendosi alla stessa economia salvifica, il sacerdote chiede a Dio che lo Spirito Santo «faccia di noi un sacrificio perenne a te gradito».


5. Il sangue, che purifica la coscienza

42. Abbiamo detto che, al culmine del mistero pasquale, lo Spirito Santo è definitivamente rivelato e reso presente in un mondo nuovo. Il Cristo risorto dice agli apostoli: «Ricevete lo Spirito Santo». Viene in questo modo rivelato lo Spirito Santo, perché le parole di Cristo costituiscono la conferma delle promesse e degli annunci del discorso nel Cenacolo. E con ciò il Paraclito viene anche reso presente in un modo nuovo. Egli, in realtà, operava sin dall'inizio nel mistero della creazione e lungo tutta la storia dell'antica Alleanza di Dio con l'uomo. La sua azione è stata pienamente confermata dalla missione del Figlio dell'uomo come Messia, che è venuto nella potenza dello Spirito Santo. Al culmine della missione messianica di Gesù, lo Spirito Santo diventa presente nel mistero pasquale in tutta la sua soggettività divina: come colui che deve ora continuare l'opera salvifica, radicata nel sacrificio della Croce. Senza dubbio quest'opera viene affidata da Gesù ad uomini: agli apostoli, alla Chiesa. Tuttavia, in questi uomini e per mezzo di essi, lo Spirito Santo rimane il trascendente soggetto protagonista della realizzazione di tale opera nello spirito dell'uomo e nella storia del mondo: l'invisibile e, al tempo stesso, onnipresente Paraclito! Lo Spirito che «soffia dove vuole». Le parole, pronunciate da Cristo risorto, il giorno «primo dopo il sabato», mettono in particolare rilievo la presenza del Paraclito consolatore, come di colui che «convince il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio». Infatti, solo in questo rapporto, si spiegano le parole che Gesù pone in diretto riferimento col «dono» dello Spirito Santo agli apostoli. Egli dice: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi». Gesù conferisce agli apostoli il potere di rimettere i peccati, perché lo trasmettano ai loro successori nella Chiesa. Tuttavia, questo potere, concesso ad uomini, presuppone e include l'azione salvifica dello Spirito Santo. Divenendo «luce dei cuori», cioè delle coscienze, lo Spirito Santo «convince del peccato», ossia fa conoscere all'uomo il suo male e, nello stesso tempo lo orienta verso il bene. Grazie alla molteplicità dei suoi doni, per cui è invocato come il «settiforme», ogni genere di peccato dell'uomo può essere raggiunto dalla potenza salvifica di Dio. In realtà - come dice san Bonaventura - «in virtù dei sette doni dello Spirito Santo tutti i mali sono distrutti e sono prodotti tutti i beni». Sotto l'influsso del consolatore si compie, dunque quella conversione del cuore umano, che è condizione indispensabile del perdono dei peccati. Senza una vera conversione, che implica una interiore contrizione e senza un sincero e fermo proposito di cambiamento, i peccati rimangono «non rimessi», come dice Gesù e con lui la Tradizione dell'Antica e della Nuova Alleanza. Infatti, le prime parole pronunciate da Gesù all'inizio del suo ministero, secondo il Vangelo di Marco, sono queste: «Convertitevi e credete al vangelo». La conferma di questa esortazione è il «convincere quanto al peccato» che lo Spirito Santo intraprende in modo nuovo in forza della redenzione, operata dal sangue del Figlio dell'uomo. Perciò, la Lettera agli Ebrei dice che questo «sangue purifica la coscienza». Esso, dunque, per così dire, apre allo Spirito Santo la via verso l'intimo dell'uomo, cioè il santuario delle coscienze umane.

43. Il Concilio Vaticano II ha ricordato l'insegnamento cattolico sulla coscienza, parlando della vocazione dell'uomo e, in particolare, della dignità della persona umana. Proprio la coscienza decide in modo specifico di questa dignità. Essa, infatti, è «il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimo». Essa chiaramente «dice alle orecchie del cuore: Fa' questo, fuggi quest'altro». Una tale capacità di comandare il bene e di proibire il male, inserita dal Creatore nell'uomo, è la principale proprietà del soggetto personale. Ma, al tempo stesso, «nell'intimo della coscienza l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale deve invece obbedire». La coscienza, dunque, non è una fonte autonoma ed esclusiva per decidere ciò che è buono e ciò che è cattivo; invece, in essa è inscritto profondamente un principio di obbedienza nei riguardi della norma oggettiva, che fonda e condiziona la corrispondenza delle sue decisioni con i comandi e i divieti che sono alla base del comportamento umano, come traspare fin dalla pagina del Libro della Genesi, già richiamato. Proprio in questo senso la coscienza è l'«intimo sacrario», in cui «risuona la voce di Dio». Essa è «la voce di Dio» persino quando l'uomo riconosce esclusivamente in essa il principio dell'ordine morale, di cui umanamente non si può dubitare, anche senza un diretto riferimento al Creatore: proprio in questo riferimento la coscienza trova sempre il suo fondamento e la sua giustificazione. L'evangelico «convincere quanto al peccato» sotto l'influsso dello Spirito di verità non può realizzarsi nell'uomo per altra via se non per quella della coscienza. Se la coscienza è retta, allora serve «per risolvere secondo verità i problemi morali, che sorgono tanto nella vita dei singoli quanto in quella sociale»; allora «le persone e i gruppi sociali si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità». Frutto della retta coscienza è, prima di tutto, il chiamare per nome il bene e il male, come fa ad esempio la stessa Costituzione pastorale: «Tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio l'aborto, l'eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l'integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente; gli sforzi di costrizione psicologica. tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni di vita infraumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro, con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili»; e, dopo aver chiamato per nome i molteplici peccati, così frequenti e diffusi nel nostro tempo, essa aggiunge: «Tutte queste cose e altre simili sono certamente vergognose e, mentre corrompono la civiltà umana, inquinano coloro che così si comportano ben più di quelli che le subiscono; e offendono al massimo l'onore del Creatore». Chiamando per nome i peccati che più disonorano l'uomo, e dimostrando che essi sono un male morale che grava negativamente su qualsiasi bilancio del progresso dell'umanità, il Concilio insieme descrive tutto ciò come una tappa «della lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre», che caratterizza «tutta la vita umana, sia individuale che collettiva». L'assemblea del Sinodo dei Vescovi del 1983 sulla riconciliazione e la penitenza ha precisato ancor meglio il significato personale e sociale del peccato dell'uomo.

44. Ebbene, nel Cenacolo, la vigilia della sua Passione, e poi la sera di Pasqua, Gesù Cristo si è appellato allo Spirito Santo come a colui, il quale testimonia che nella storia dell'umanità perdura il peccato. Tuttavia, il peccato è sottoposto alla potenza salvifica della redenzione. Il «convincere il mondo del peccato» non si esaurisce nel fatto che esso viene chiamato per nome e identificato per quello che è su tutta la scala che gli è propria. Nel convincere il mondo del peccato, lo Spirito di verità s'incontra con la voce delle coscienze umane. Su questa via si giunge alla dimostrazione delle radici del peccato, che sono nell'intimo dell'uomo, come mette in rilievo la stessa Costituzione pastorale: «In verità, gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quello squilibrio più fondamentale, radicato nel cuore dell'uomo. È nell'uomo stesso che molti elementi si contrastano a vicenda. Da una parte, infatti, come creatura fa l'esperienza dei suoi molteplici limiti; dall'altra, si sente illimitato nelle sue aspirazioni e chiamato ad una vita superiore. Sollecitato da molte attrattive, è costretto sempre a sceglierne qualcuna e a rinunciare alle altre. Inoltre, debole e peccatore, non di rado fa quello che non vorrebbe e non fa quello che vorrebbe». Il testo conciliare fa qui riferimento alle note parole di san Paolo. Il «convincere quanto al peccato», che accompagna la coscienza umana in ogni approfondita riflessione su se stessa, porta dunque alla scoperta delle sue radici nell'uomo, come anche dei condizionamenti della coscienza stessa nel corso della storia. Ritroviamo in questo modo quella realtà originaria del peccato, della quale si è già parlato. Lo Spirito Santo «convince quanto al peccato» in rapporto al mistero dell'inizio, indicando il fatto che l'uomo è un essere creato e, dunque, è in una totale dipendenza ontologica ed etica dal Creatore, e ricordando, al tempo stesso, l'ereditaria peccaminosità della natura umana. Ma lo Spirito Santo consolatore «convince del peccato» sempre in relazione alla Croce di Cristo. In questa relazione il cristianesimo respinge ogni «fatalità» del peccato. È «una dura lotta contro le potenze delle tenebre, lotta che, cominciata fin dall'origine del mondo, continuerà, come dice il Signore, fino all'ultimo giorno» - insegna il Concilio. «Ma il Signore stesso è venuto a liberare l'uomo e a dargli forza». L'uomo, dunque, lungi dal lasciarsi «irretire» nella sua condizione di peccato, appoggiandosi alla voce della propria coscienza, «deve combattere senza soste per aderire al bene, né può conseguire la sua unità interiore se non a prezzo di grandi fatiche, con l'aiuto della grazia di Dio». Il Concilio giustamente vede il peccato come fattore della rottura, che grava sia sulla vita personale che su quella sociale dell'uomo; ma, nello stesso tempo, ricorda instancabilmente la possibilità della vittoria.

45. Lo Spirito di verità, che «convince il mondo del peccato», s'incontra con quella fatica della coscienza umana, di cui i testi conciliari parlano in modo così suggestivo. Tale fatica della coscienza determina anche le vie delle conversioni umane: il voltare le spalle al peccato, per ricostruire la verità e l'amore nel cuore stesso dell'uomo. Si sa che riconoscere il male in se stessi a volte costa molto. Si sa che la coscienza non solo comanda o proibisce, ma giudica alla luce degli ordini e divieti interiori. Essa é anche fonte di rimorsi: l'uomo soffre interiormente a causa del male commesso. Non è questa sofferenza quasi un'eco lontana di quel «pentimento di aver creato l'uomo», che con linguaggio antropomorfico il Libro sacro attribuisce a Dio? di quella «riprovazione» che, inscrivendosi nel «cuore» della Trinità, in forza dell'eterno amore si traduce nel dolore della Croce, nell'obbedienza di Cristo fino alla morte? Quando lo Spirito di verità consente alla coscienza umana di partecipare a quel dolore, allora la sofferenza della coscienza diventa particolarmente profonda, ma anche particolarmente salvifica. Allora, mediante un atto di contrizione perfetta, si opera l'autentica conversione del cuore: è l'evangelica «métanoia». La fatica del cuore umano, la fatica della coscienza, in cui si compie questa «métanoia», o conversione, è il riflesso di quel processo per cui la riprovazione viene trasformata in amore salvifico, che sa soffrire. Il dispensatore nascosto di questa forza salvatrice è lo Spirito Santo: egli, che viene chiamato dalla Chiesa «luce delle coscienze», penetra e riempie «la profondità dei cuori» umani. Mediante una tale conversione nello Spirito Santo, l'uomo si apre al perdono, alla remissione dei peccati E in tutto questo mirabile dinamismo della conversione-remissione, si conferma la verità di ciò che scrive sant'Agostino sul mistero dell'uomo, commentando le parole del Salmo: «L'abisso chiama l'abisso». Proprio nei riguardi di questa «abissale profondità» dell'uomo della coscienza umana, si compie la missione del Figlio e dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo «viene» in forza della «dipartita» di Cristo nel mistero pasquale: viene in ogni fatto concreto di conversione-remissione, in forza del sacrificio della Croce: in esso, infatti, «il sangue di Cristo... purifica le coscienze dalle opere morte, per servire il Dio vivente». Si adempiono così di continuo le parole sullo Spirito Santo come «un altro consolatore», le parole rivolte nel Cenacolo agli apostoli e indirettamente a tutti: «Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi sarà in voi».


6. Il peccato contro lo Spirito Santo

46. Sullo sfondo di ciò che abbiamo detto finora, diventano più comprensibili alcune altre parole, impressionanti e sconvolgenti, di Gesù. Le potremmo chiamare le parole del «non-perdono». Esse ci sono riferite dai Sinottici in rapporto ad un particolare peccato, che è chiamato «bestemmia contro lo Spirito Santo». Eccole come sono state riferite nella triplice loro redazione.

Matteo:

«Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. A chiunque parlerà male del Figlio dell'uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro».

Marco:

«Tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini, e anche tutte le bestemmie che diranno, ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna».

Luca:

«Chiunque parlerà contro il Figlio dell'uomo gli sarà perdonato, ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo non sarà perdonato».

Perché la bestemmia contro lo Spirito Santo è imperdonabile?

Come intendere questa bestemmia? Risponde san Tommaso d'Aquino che si tratta di un peccato:

«irremissibile secondo la sua natura, in quanto esclude quegli elementi, grazie ai quali avviene la remissione dei peccati». Secondo una tale esegesi la «bestemmia» non consiste propriamente nell'offendere con le parole lo Spirito Santo; consiste, invece, nel rifiuto di accettare la salvezza che Dio offre all'uomo mediante lo Spirito Santo, operante in virtù del sacrificio della Croce. Se l'uomo rifiuta quel «convincere quanto al peccato», che proviene dallo Spirito Santo ed ha carattere salvifico, egli insieme rifiuta la «venuta» del consolatore - quella «venuta» che si è attuata nel mistero pasquale, in unità con la potenza redentrice del sangue di Cristo: il sangue che «purifica la coscienza dalle opere morte». Sappiamo che frutto di una tale purificazione è la remissione dei peccati. Pertanto, chi rifiuta lo Spirito e il sangue rimane nelle «opere morte», nel peccato. E la bestemmia contro lo Spirito Santo consiste proprio nel rifiuto radicale di accettare questa remissione, di cui egli è l'intimo dispensatore e che presuppone la reale conversione, da lui operata nella coscienza. Se Gesù dice che la bestemmia contro lo Spirito Santo non può essere rimessa né in questa vita né in quella futura, è perché questa «non-remissione» è legata, come a sua causa, alla «non penitenza», cioè al radicale rifiuto di convertirsi. Il che significa il rifiuto di raggiungere le fonti della redenzione, le quali, tuttavia, rimangono «sempre» aperte nell'economia della salvezza, in cui si compie la missione dello Spirito Santo. Questi ha l'infinita potenza di attingere a queste fonti: «Prenderà del mio», ha detto Gesù. In questo modo egli completa nelle anime umane l'opera della redenzione, compiuta da Cristo, dispensandone i frutti. Ora la bestemmia contro lo Spirito Santo è il peccato commesso dall'uomo, che rivendica un suo presunto «diritto» di perseverare nel male - in qualsiasi peccato - e rifiuta così la redenzione. L'uomo resta chiuso nel peccato, rendendo da parte sua impossibile la sua conversione e, dunque, anche la remissione dei peccati, che ritiene non essenziale o non importante per la sua vita. È, questa, una condizione di rovina spirituale, perché la bestemmia contro lo Spirito Santo non permette all'uomo di uscire dalla sua autoprigionia e di aprirsi alle fonti divine della purificazione delle coscienze e della remissione dei peccati.

47. L'azione dello Spirito di verità, che tende al salvifico «convincere quanto al peccato», incontra nell'uomo che si trova in tale condizione una resistenza interiore, quasi un'impermeabilità della coscienza, uno stato d'animo che si direbbe consolidato in ragione di una libera scelta: è ciò che la Sacra Scrittura di solito chiama «durezza di cuore». Nella nostra epoca a questo atteggiamento di mente e di cuore corrisponde forse la perdita del senso del peccato, alla quale dedica molte pagine l'Esortazione Apostolica Reconciliatio et paenitentia. Già il Papa Pio XII aveva affermato che «il peccato del secolo è la perdita del senso del peccato», e tale perdita va di pari passo con la «perdita del senso di Dio». Nell'Esortazione citata leggiamo: «In realtà, Dio è la radice e il fine supremo dell'uomo, e questi porta in sé un germe divino. Perciò, è la realtà di Dio che svela e illumina il mistero dell'uomo. È vano, quindi, sperare che prenda consistenza un senso del peccato nei confronti dell'uomo e dei valori umani, se manca il senso dell'offesa commessa contro Dio, cioè il senso vero del peccato». La Chiesa, perciò, non cessa di implorare da Dio la grazia che non venga meno la rettitudine nelle coscienze umane, che non si attenui la loro sana sensibilità dinanzi al bene e al male. Questa rettitudine e sensibilità sono profondamente legate all'intima azione dello Spirito di verità. In questa luce acquistano particolare eloquenza le esortazioni dell'Apostolo: «Non spegnete lo Spirito». «Non vogliate rattristare lo Spirito Santo». Soprattutto, però, la Chiesa non cessa di implorare con sommo fervore che non aumenti nel mondo quel peccato chiamato dal Vangelo «bestemmia contro lo Spirito Santo»; che esso, anzi, retroceda nelle anime degli uomini - e per riflesso negli stessi ambienti e nelle varie forme della società -, cedendo il posto all'apertura delle coscienze, necessaria per l'azione salvifica dello Spirito Santo. La Chiesa implora che il pericoloso peccato contro lo Spirito lasci il posto ad una santa disponibilità ad accettare la sua missione di consolatore, quando egli viene per «convincere il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio».

48. Nel suo discorso di addio Gesù ha unito questi tre àmbiti del «convincere» come componenti della missione del Paraclito: il peccato, la giustizia e il giudizio. Essi segnano lo spazio di quel mistero della pietà, che nella storia dell'uomo si oppone al peccato, al mistero dell'iniquità. Da un lato, come si esprime sant'Agostino, c'è l'«amore di sé fino al disprezzo di Dio»; dall'altro, c'è l'«amore di Dio fino al disprezzo di sé». La Chiesa di continuo innalza la sua preghiera e presta il suo servizio, perché la storia delle coscienze e la storia delle società nella grande famiglia umana non si abbassino verso il polo del peccato col rifiuto dei comandamenti divini «fino al disprezzo di Dio», ma piuttosto si elevino verso l'amore, in cui si rivela lo Spirito che dà la vita. Coloro che si lasciano «convincere quanto al peccato» dallo Spirito Santo, si lasciano anche convincere quanto «alla giustizia e al giudizio». Lo Spirito di verità, che aiuta gli uomini, le coscienze umane, a conoscere la verità del peccato, al tempo stesso fa sì che conoscano la verità di quella giustizia che entrò nella storia dell'uomo con Gesù Cristo. In questo modo, coloro che «convinti del peccato» si convertono sotto l'azione del consolatore, vengono, in un certo senso, condotti fuori dall'orbita del «giudizio»: di quel «giudizio», col quale «il principe di questo mondo è stato giudicato». La conversione, nella profondità del suo mistero divino-umano, significa la rottura di ogni vincolo col quale il peccato lega l'uomo nell'insieme del mistero dell'iniquità. Coloro che si convertono, dunque, vengono condotti dallo Spirito Santo fuori dall'orbita del «giudizio», e introdotti in quella giustizia, che è in Cristo Gesù, e vi è perché la riceve dal Padre, come un riflesso della santità trinitaria. Questa è la giustizia del Vangelo e della redenzione, la giustizia del Discorso della montagna e della Croce, che opera la purificazione della coscienza mediante il sangue dell'Agnello. È la giustizia che il Padre rende al Figlio ed a tutti coloro, che sono uniti a lui nella verità e nell'amore. In questa giustizia lo Spirito Santo, Spirito del Padre e del Figlio, che «convince il mondo quanto al peccato», si rivela e si rende presente nell'uomo come Spirito di vita eterna.

 

Parte III

LO SPIRITO CHE DÀ LA VITA

1. Motivo del Giubileo del Duemila: Cristo, il quale fu concepito di Spirito Santo

49. Allo Spirito Santo si volgono il pensiero e il cuore della Chiesa in questa fine del ventesimo secolo e nella prospettiva del terzo Millennio dalla venuta di Gesù Cristo nel mondo, mentre guardiamo verso il grande Giubileo con cui la Chiesa celebrerà l'evento. Tale venuta, infatti, si misura, secondo il computo del tempo, come un evento che appartiene alla storia dell'uomo sulla terra. La misura del tempo adoperata comunemente definisce gli anni, i secoli e i millenni secondo che trascorrono prima o dopo la nascita di Cristo. Ma bisogna anche tener presente che questo evento significa per noi cristiani, secondo l'Apostolo, la «pienezza del tempo», perché in esso la storia dell'uomo è stata completamente penetrata dalla «misura» di Dio stesso: una trascendente presenza del «nunc» eterno. «Colui che è che era e che viene». colui che è «l'alfa e l'omega, il primo e l'ultimo, il principio e la fine». «Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna». «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna..., perché ricevessimo l'adozione a figli». E questa incarnazione del Figlio-Verbo è avvenuta per opera dello Spirito Santo. I due evangelisti, ai quali dobbiamo il racconto della nascita e dell'infanzia di Gesù di Nazareth, si pronunciano in questa questione allo stesso modo. Secondo Luca all'annunciazione della nascita di Gesù, Maria domanda «Come avverrà questo? Non conosco uomo», e riceve questa risposta: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su di te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà, dunque, santo e chiamato Figlio di Dio». Matteo narra direttamente: «Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo». Turbato da questo stato di cose, Giuseppe riceve durante il sonno la seguente spiegazione: «Non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio, e tu lo chiamerai Gesù: egli, infatti, salverà il suo popolo dai suoi peccati». Perciò, la Chiesa sin dall'inizio professa il mistero dell'incarnazione, questo mistero-chiave della fede, riferendosi allo Spirito Santo. Recita il Simbolo Apostolico: «Il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine». Non diversamente il Simbolo niceno-costantinopolitano attesta: «Per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo». «Per opera dello Spirito Santo» si è fatto uomo colui che la Chiesa, con le parole dello stesso Simbolo, confessa essere Figlio consostanziale al Padre: «Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato». Si è fatto uomo «incarnandosi nel seno della Vergine Maria». Ecco che cosa si è compiuto, quando «venne la pienezza del tempo».

50. Il grande Giubileo, conclusivo del secondo Millennio, al quale la Chiesa già si prepara, ha direttamente un profilo cristologico: si tratta, infatti, di celebrare la nascita di Gesù Cristo. Nello stesso tempo, esso ha un profilo pneumatologico, poiché il mistero dell'incarnazione si è compiuto «per opera dello Spirito Santo». L'ha «operato» quello Spirito che - consostanziale al Padre e al Figlio - è, nell'assoluto mistero di Dio uno e trino, la Persona-amore, il dono increato, che è fonte eterna di ogni elargizione proveniente da Dio nell'ordine della creazione, il principio diretto e, in certo senso, il soggetto dell'autocomunicazione di Dio nell'ordine della grazia. Di questa elargizione, di questa divina autocomunicazione il mistero dell'incarnazione costituisce il culmine. In effetti, la concezione e la nascita di Gesù Cristo sono la più grande opera compiuta dallo Spirito Santo nella storia della creazione e della salvezza: la suprema grazia - la «grazia dell'unione», fonte di ogni altra grazia come spiega san Tommaso. A questa opera si riferisce il grande Giubileo e si riferisce anche - se penetriamo nel suo profondo - all'artefice di quest'opera, alla Persona dello Spirito Santo. Alla «pienezza del tempo» corrisponde, infatti, una particolare pienezza dell'autocomunicazione di Dio uno e trino nello Spirito Santo. «Per opera dello Spirito Santo» si compie il mistero dell'«unione ipostatica», cioè dell'unione della natura divina e della natura umana della divinità e dell'umanità nell'unica Persona del Verbo-Figlio. Quando Maria, al momento dell'annunciazione, pronuncia il suo «fiat»: «Avvenga di me quello che hai detto», ella concepisce in modo verginale un uomo, il Figlio dell'uomo, che è il Figlio di Dio. Mediante una tale «umanizzazione» del Verbo-Figlio, l'autocomunicazione di Dio raggiunge la sua pienezza definitiva nella storia della creazione e della salvezza. Questa pienezza acquista una particolare densità ed eloquenza espressiva nel testo del Vangelo di Giovanni: «Il Verbo si fece carne». L'incarnazione di Dio-Figlio significa l'assunzione all'unità con Dio non solo della natura umana, ma in essa, in un certo senso, di tutto ciò che è «carne»: di tutta l'umanità, di tutto il mondo visibile e materiale. L'incarnazione, dunque, ha anche un suo significato cosmico, una sua cosmica dimensione. Il «generato prima di ogni creatura», incarnandosi nell'umanità individuale di Cristo, si unisce in qualche modo con l'intera realtà dell'uomo, il quale è anche «carne» - e in essa con ogni «carne», con tutta la creazione.

51. Tutto ciò si compie per opera dello Spirito Santo e dunque, appartiene al contenuto del futuro grande Giubileo. La Chiesa non può prepararsi ad esso in nessun altro modo, se non nello Spirito Santo. Ciò che «nella pienezza del tempo» si è compiuto per opera dello Spirito Santo, solo per opera sua può ora emergere dalla memoria della Chiesa. Per opera sua può rendersi presente nella nuova fase della storia dell'uomo sulla terra: l'anno Duemila dalla nascita di Cristo. Lo Spirito Santo, che con la sua potenza adombrò il corpo verginale di Maria, dando in lei inizio alla maternità divina, nello stesso tempo rese il suo cuore perfettamente obbediente nei riguardi di quell'autocomunicazione di Dio, che superava ogni concetto e ogni facoltà dell'uomo. «Beata colei che ha creduto!»: così viene salutata Maria dalla sua parente Elisabetta, anche lei «piena di Spirito Santo». Nelle parole di saluto a colei che «ha creduto» sembra delinearsi un lontano (ma, in effetti, molto vicino) contrasto nei riguardi di tutti coloro, dei quali Cristo dirà che «non hanno creduto». Maria è entrata nella storia della salvezza del mondo mediante l'obbedienza della fede. E la fede, nella sua più profonda essenza, é l'apertura del cuore umano davanti al dono: davanti all'autocomunicazione di Dio nello Spirito Santo. Scrive san Paolo: «Il Signore è lo Spirito, e dove c'è lo Spirito del Signore, c'è libertà». Quando Dio uno e trino si apre all'uomo nello Spirito Santo, questa sua «apertura» rivela ed insieme dona alla creatura-uomo la pienezza della libertà. Tale pienezza si è manifestata in modo sublime proprio mediante la fede di Maria, mediante «l'obbedienza della fede» davvero, «beata colei che ha creduto!». 


2. Motivo del Giubileo: si è manifestata la grazia

52. Nel mistero dell'incarnazione l'opera dello Spirito, «che dà la vita», raggiunge il suo vertice. Non è possibile dare la vita, che in Dio è in modo pieno, che facendo di essa la vita di un Uomo, quale è Cristo nella sua umanità personalizzata dal Verbo nell'unione ipostatica. E, al tempo stesso, col mistero dell'incarnazione si apre in modo nuovo la fonte di questa vita divina nella storia dell'umanità: lo Spirito Santo. Il Verbo, «generato prima di ogni creatura», diventa «il primogenito tra molti fratelli» e così diventa anche il capo del corpo che è la Chiesa, la quale nascerà sulla Croce e sarà rivelata il giorno della Pentecoste - e nella Chiesa, il capo dell'umanità: degli uomini di ogni nazione, di ogni razza, di ogni paese e cultura, di ogni lingua e continente, tutti chiamati alla salvezza. «Il Verbo si fece carne, (quel Verbo in cui) era la vita e la vita era la luce degli uomini... A quanti l'hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio». Ma tutto ciò si è compiuto ed incessantemente si compie «per opera dello Spirito Santo». «Figli di Dio», infatti, sono - come insegna l'Apostolo - «tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio». La figliolanza dell'adozione divina nasce negli uomini sulla base del mistero dell'incarnazione, dunque grazie a Cristo, l'eterno Figlio. Ma la nascita, o rinascita, avviene quando Dio Padre «manda nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio». Allora, infatti, «riceviamo uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: "Abbà, Padre!"». Pertanto, quella figliolanza di Dio innestata nell'anima umana con la grazia santificante, è opera dello Spirito Santo. «Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo». La grazia santificante è nell'uomo il principio e la fonte della nuova vita: vita divina, soprannaturale. L'elargizione di questa nuova vita è come la risposta definitiva di Dio alle parole del Salmista, nelle quali in certo modo risuona la voce di tutte le creature: «Se mandi il tuo Spirito saranno creati e rinnoverai la faccia della terra». Colui che nel mistero della creazione dà all'uomo e al cosmo la vita nelle sue molteplici forme visibili ed invisibili, egli ancora la rinnova mediante il mistero dell'incarnazione. La creazione viene così completata dall'incarnazione e permeata fin da quel momento dalle forze della redenzione, che investono l'umanità e tutto il creato. Ce lo dice san Paolo, la cui visione cosmico-teologica sembra riprendere la voce dell'antico Salmo: la creazione «attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio», ossia di coloro che Dio, avendoli «da sempre conosciuti», ha anche «predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo». Si ha così una soprannaturale «adozione» degli uomini, di cui è origine lo Spirito Santo, amore e dono. Come tale egli viene elargito agli uomini E nella sovrabbondanza del dono increato ha inizio, nel cuore di ogni uomo, quel particolare dono creato, mediante il quale gli uomini «diventano partecipi della natura divina». Così la vita umana viene penetrata per partecipazione dalla vita divina ed acquista anch'essa una dimensione divina, soprannaturale. Si ha la nuova vita, nella quale, come partecipi del mistero dell'incarnazione, «gli uomini nello Spirito Santo hanno accesso al Padre». Vi è, dunque, una stretta relazione tra lo Spirito, che dà la vita, e la grazia santificante e quella molteplice vitalità soprannaturale, che ne deriva nell'uomo: tra lo Spirito increato e lo spirito umano creato.

53. Si può dire che tutto ciò rientra nell'ambito del grande Giubileo, sopra menzionato. Bisogna, infatti, oltrepassare la dimensione storica del fatto, considerato nella sua superficie. Bisogna raggiungere, nello stesso contenuto cristologico del fatto, la dimensione pneumatologica, abbracciando con lo sguardo della fede i due millenni dell'azione dello Spirito di verità, il quale, attraverso i secoli, ha attinto dal tesoro della redenzione di Cristo dando agli uomini la nuova vita, operando in essi l'adozione nel Figlio unigenito, santificandoli, sicché essi possono ripetere con san Paolo: «Abbiamo ricevuto lo Spirito di Dio». Ma, seguendo questo motivo del Giubileo, non è possibile limitarsi ai duemila anni trascorsi dalla nascita di Cristo. Bisogna risalire indietro, abbracciare tutta l'azione dello Spirito Santo anche prima di Cristo – sin dal principio, in tutto il mondo e, specialmente, nell'economia dell'Antica Alleanza. Questa azione, infatti, in ogni luogo e in ogni tempo, anzi in ogni uomo, si è svolta secondo l'eterno piano di salvezza, per il quale essa è strettamente unita al mistero dell'incarnazione e della redenzione, che a sua volta esercitò il suo influsso nei credenti in Cristo venturo. Ciò è attestato in modo particolare nella Lettera agli Efesini. La grazia, pertanto, porta congiuntamente in sé una caratteristica cristologica ed insieme pneumatologica, che si verifica soprattutto in coloro che espressamente aderiscono al Cristo: «In lui (in Cristo)... avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo, che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità in attesa della completa redenzione». Ma, sempre nella prospettiva del grande Giubileo, dobbiamo anche guardare più ampiamente e andare «al largo», sapendo che «il vento soffia dove vuole», secondo l'immagine usata da Gesù nel colloquio con Nicodemo. Il Concilio Vaticano II, concentrato soprattutto sul tema della Chiesa, ci ricorda l'azione dello Spirito Santo anche «al di fuori» del corpo visibile della Chiesa. Esso parla appunto di «tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore opera invisibilmente la grazia. Cristo infatti, è morto per tutti e la vocazione ultima dell'uomo è effettivamente una sola, quella divina; perciò, dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti, nel modo che Dio conosce, la possibilità di essere associati al mistero pasquale».

54. «Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». Queste parole Gesù le ha dette in un altro suo colloquio: quello con la Samaritana. Il grande Giubileo, che si celebrerà al termine di questo Millennio ed all'inizio di quello successivo, deve costituire un potente appello rivolto a tutti coloro che «adorano Dio in spirito e verità». Deve essere per tutti una speciale occasione per meditare il mistero di Dio uno e trino, il quale in se stesso è completamente trascendente nei riguardi del mondo, specialmente del mondo visibile: è infatti, Spirito assoluto, «Dio è spirito» ed insieme, in modo mirabile, è non solo vicino a questo mondo, ma vi è presente e, in certo senso, immanente, lo compenetra e vivifica dall'interno. Ciò vale in modo speciale per l'uomo: Dio è nell'intimo del suo essere, come pensiero, coscienza, cuore; e realtà psicologica e ontologica, considerando la quale sant'Agostino diceva di lui: «È più intimo del mio intimo». Queste parole ci aiutano a capir meglio quelle rivolte da Gesù alla Samaritana: «Dio è spirito». Solo lo Spirito può essere «più intimo del mio intimo» sia nell'essere, sia nell'esperienza spirituale; solo lo Spirito può essere tanto immanente nell'uomo e nel mondo, permanendo inviolabile e immutabile nella sua assoluta trascendenza. Ma in modo nuovo e in forma visibile la presenza divina nel mondo e nell'uomo si è manifestata in Gesù Cristo. In lui davvero «è apparsa la grazia». L'amore di Dio Padre, dono, grazia infinita, principio di vita, è divenuto palese in Cristo, e nell'umanità di lui si è fatto «parte» dell'universo, del genere umano, della storia. Quell'«apparizione» della grazia nella storia dell'uomo, mediante Gesù Cristo, si è compiuta per opera dello Spirito Santo, che è il principio di ogni azione salvifica di Dio nel mondo: egli, «Dio nascosto», che come amore e dono «riempie l'universo». Tutta la vita della Chiesa, quale si manifesterà nel grande Giubileo, significa andare incontro al Dio nascosto: incontro allo Spirito, che dà la vita.


3. Lo Spirito Santo nel dissidio interno dell'uomo: la carne ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito ha desideri contrari alla carne.

55. Purtroppo, risulta dalla storia della salvezza che quel farsi vicino e presente di Dio all'uomo e al mondo, quella mirabile «condiscendenza» dello Spirito incontra nella nostra realtà umana resistenza ed opposizione. Quanto sono eloquenti da questo punto di vista le parole profetiche del vegliardo di nome Simeone, il quale «mosso dallo Spirito» si recò al tempio di Gerusalemme, per annunciare davanti al bambino di Betlemme che «egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione». L'opposizione a Dio, che è Spirito invisibile, nasce in una certa misura già sul terreno della radicale diversità del mondo da lui, cioè dalla sua «visibilità» e «materialità» in rapporto a lui «invisibile» e «assoluto Spirito»; dalla sua essenziale e inevitabile imperfezione in rapporto a lui, essere perfettissimo. Ma l'opposizione diventa conflitto, ribellione sul terreno etico per quel peccato che prende possesso del cuore umano, nel quale «la carne... ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito ha desideri contrari alla carne». Di questo peccato lo Spirito Santo deve «convincere il mondo», come abbiamo detto. San Paolo è colui che in modo particolarmente eloquente descrive la tensione e la lotta, che agita il cuore umano. «Vi dico dunque - leggiamo nella Lettera ai Galati - : camminate secondo lo spirito, e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne, infatti, ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste». Già nell'uomo come essere composto, spirituale-corporale, esiste una certa tensione, si svolge una certa lotta di tendenze tra lo «spirito» e la «carne». Ma essa di fatto appartiene all'eredità del peccato, ne è una conseguenza e, nello stesso tempo, una conferma. Essa fa parte dell'esperienza quotidiana. Come scrive l'Apostolo: «Del resto, le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, ubriachezze, orge e cose del genere». Sono i peccati che si potrebbero definire «carnali». Ma l'Apostolo ne aggiunge anche altri: «Inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie». Tutto questo costituisce «le opere della carne». Ma a queste opere, che sono indubbiamente cattive, Paolo contrappone «il frutto dello Spirito», come «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé». Dal contesto risulta chiaro che per l'Apostolo non si tratta di discriminare e di condannare il corpo, che con l'anima spirituale costituisce la natura dell'uomo e la sua soggettività personale; egli tratta, invece, delle opere, o meglio delle stabili disposizioni - virtù e vizi - moralmente buone o cattive, che sono frutto di sottomissione (nel primo caso) oppure di resistenza (nel secondo) all'azione salvifca dello Spirito Santo. Perciò, l'Apostolo scrive: «Se pertanto viviamo dello spirito, camminiamo anche secondo lo spirito». E in altri passi: «Coloro infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli, invece, che vivono secondo lo spirito, alle cose dello spirito»; «Viviamo, infatti, sotto il dominio dello spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in noi». La contrapposizione che san Paolo stabilisce tra la vita «secondo lo spirito» e la vita «secondo la carne», genera un'ulteriore contrapposizione: quella della «vita» e della «morte». «I desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello spirito portano alla vita e alla pace»; di qui l'ammonimento: «Se vivete secondo la carne, voi morirete; se, invece, con l'aiuto dello Spirito fate morire le opere del corpo, voi vivrete». A ben considerare, questa è un'esortazione a vivere nella verità, cioè secondo i dettami della retta coscienza e, nello stesso tempo, è una professione di fede nello Spirito di verità, come in colui che dà la vita. Il corpo, infatti, «è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione»; «Così dunque... siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne». Siamo piuttosto debitori a Cristo, che nel mistero pasquale ha operato la nostra giustificazione, ottenendo a noi lo Spirito Santo: «Infatti, siamo stati comprati a caro prezzo». Nei testi di san Paolo si sovrappongono--e reciprocamente si compenetrano - la dimensione ontologica (la carne e lo spirito), quella etica (il bene e il male morale), quella pneumatologica (l'azione dello Spirito Santo nell'ordine della grazia). Le sue parole (specialmente nelle Lettere ai Romani e ai Galati ci fanno conoscere e sentire al vivo la grandezza di quella tensione e lotta, che si svolge nell'uomo tra l'apertura verso l'azione dello Spirito Santo e la resistenza e l'opposizione a lui, al suo dono salvifìco. I termini o poli contrapposti sono, da parte dell'uomo, la sua limitatezza e peccaminosità, punti nevralgici della sua realtà psicologica ed etica; e, da parte di Dio, il mistero del dono, quell'incessante donarsi della vita divina nello Spirito Santo. Di chi sarà la vittoria? Di chi avrà saputo accogliere il dono.

56. Purtroppo, la resistenza allo Spirito Santo, che san Paolo sottolinea nella dimensione interiore e soggettiva come tensione, lotta, ribellione che avviene nel cuore umano, trova nelle varie epoche della storia e, specialmente, nell'epoca moderna la sua dimensione esteriore, concretizzandosi come contenuto della cultura e della civiltà, come sistema filosofico, come ideologia, come programma di azione e di formazione dei comportamenti umani. Essa trova la sua massima espressione nel materialismo, sia nella sua forma teorica - come sistema di pensiero, sia nella sua forma pratica - come metodo di lettura e di valutazione dei fatti e come programma, altresì, di condotta corrispondente. Il sistema che ha dato il massimo sviluppo e ha portato alle estreme conseguenze operative questa forma di pensiero, di ideologia e di prassi, è il materialismo dialettico e storico, riconosciuto tuttora come sostanza vitale del marxismo. In linea di principio e di fatto il materialismo esclude radicalmente la presenza e l'azione di Dio, che è spirito nel mondo e, soprattutto, nell'uomo per la fondamentale ragione che non accetta la sua esistenza, essendo un sistema essenzialmente e programmaticamente ateo. È il fenomeno impressionante del nostro tempo, al quale il Concilio Vaticano II ha dedicato alcune pagine significative: l'ateismo. Anche se non si può parlare dell'ateismo in modo univoco né si può ridurlo esclusivamente alla filosofia materialistica, dato che esistono varie specie di ateismo e forse si può dire che spesso si usa tale parola in senso equivoco, tuttavia è certo che un vero e proprio materialismo, inteso come teoria che spiega la realtà e assunto come principio-chiave dell'azione personale e sociale, ha carattere ateo. L'orizzonte dei valori e dei fini dell'agire, che esso delinea, è strettamente legato all'interpretazione come «materia» di tutta la realtà. Se esso parla a volte anche dello «spirito e delle questioni dello spirito», per esempio nel campo della cultura o della morale, ciò fa soltanto in quanto considera certi fatti come derivati (epifenomeni) dalla materia, la quale secondo questo sistema è l'unica ed esclusiva forma dell'essere. Ne consegue che, secondo tale interpretazione, la religione può essere intesa solamente come una specie di «illusione idealistica», da combattere nei modi e con i metodi più opportuni secondo i luoghi e le circostanze storiche, per eliminarla dalla società e dal cuore stesso dell'uomo. Si può dire, pertanto, che il materialismo è lo sviluppo sistematico e coerente di quella «resistenza» e opposizione, denunciate da san Paolo con le parole: «La carne ha desideri contrari allo spirito». Questa conflittualità è, però, reciproca, come mette in rilievo l'Apostolo nella seconda parte del suo aforisma: «Lo spirito ha desideri contrari alla carne». Chi vuole vivere secondo lo Spirito nell'accettazione e nella corrispondenza alla sua azione salvifica, non può non respingere le tendenze e le pretese, interne ed esterne, della «carne», anche nella sua espressione ideologica e storica di «materialismo» antireligioso. Su questo sfondo così caratteristico del nostro tempo si devono sottolineare i «desideri dello spirito» nei preparativi al grande Giubileo, come richiami che risuonano nella notte di un nuovo tempo di avvento, in fondo al quale, come duemila anni fa, «ogni uomo vedrà la salvezza di Dio». Questa è una possibilità e una speranza, che la Chiesa affida agli uomini di oggi. Essa sa che l'incontro-scontro, tra i «desideri contrari allo spirito», che caratterizano tanti aspetti della civiltà contemporanea, specialmente in alcuni suoi àmbiti, e i «desideri contrari alla carne», con l'avvicinarsi di Dio, con la sua incarnazione, con la sua sempre nuova comunicazione nello Spirito Santo, può presentare in molti casi un carattere drammatico e forse risolversi in nuove sconfitte umane. Ma essa crede fermamente che, da parte di Dio, è sempre un comunicarsi salvifico, una venuta salvifica e, semmai, un salvifico «convincere del peccato» ad opera dello Spirito.

57. Nella contrapposizione paolina dello «spirito» e della «carne» è inscritta anche la contrapposizione della «vita» e della «morte». Grave problema, questo, circa il quale bisogna dire subito che il materialismo, come sistema di pensiero, in ogni sua versione, significa l'accettazione della morte quale definitivo termine dell'esistenza umana. Tutto ciò che è materiale, è corruttibile e, perciò, il corpo umano (in quanto «animale») è mortale. Se l'uomo nella sua essenza è solo «carne», la morte rimane per lui un confine e un termine invalicabile. Allora si capisce come si possa dire che la vita umana è esclusivamente un «esistere per morire». Bisogna aggiungere che sull'orizzonte della civiltà contemporanea - specialmente di quella più sviluppata in senso tecnico-scientifico - i segni e i segnali di morte sono diventati particolarmente presenti e frequenti. Basti pensare alla corsa agli armamenti e al pericolo, in essa insito, di un'autodistruzione nucleare. D'altra parte, si è rivelata sempre più a tutti la grave situazione di vaste regioni del nostro pianeta, segnate dall'indigenza e dalla fame apportatrici di morte. Si tratta di problemi che non sono solo economici, ma anche e prima di tutto etici. Senonché, sull'orizzonte della nostra epoca si addensano «segni di morte» anche più cupi: si è diffuso il costume - che in alcuni luoghi rischia di diventare quasi un'istituzione - di togliere la vita agli esseri umani prima ancora della loro nascita, o anche prima che siano arrivati al naturale traguardo della morte. E ancora: nonostante tanti nobili sforzi in favore della pace, sono scoppiate e sono in corso nuove guerre, che privano della vita o della salute centinaia di migliaia di uomini. E come non ricordare gli attentati alla vita umana da parte del terrorismo, organizzato anche su scala internazionale? Purtroppo, questo è solo un abbozzo parziale ed incompleto del quadro di morte che si sta componendo nella nostra epoca, mentre ci avviciniamo sempre di più alla fine del secondo Millennio cristiano. Dalle tinte fosche della civiltà materialistica e, in particolare, da quei segni di morte che si moltiplicano nel quadro sociologico-Storico, in cui essa si è attuata, non sale forse una nuova invocazione, più o meno consapevole, allo Spirito che dà la vita? In ogni caso, anche indipendentemente dall'ampiezza delle speranze o delle disperazioni umane, come delle illusioni o degli inganni, derivanti dallo sviluppo dei sistemi materialistici di pensiero e di vita, rimane la certezza cristiana che lo Spirito soffia dove vuole e che noi possediamo «le primizie dello Spirito», e che perciò, possiamo anche essere soggetti alle sofferenze dei tempo che passa, ma «gemiamo interiormente aspettando... la redenzione del nostro corpo», ossia di tutto il nostro essere umano, corporeo e spirituale. Gemiamo, sì, ma in un'attesa carica di indefettibile speranza, perché proprio a questo essere umano si è avvicinato Dio, che è Spirito. Dio Padre ha mandato «il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e, in vista del peccato, ha condannato il peccato». Al culmine del mistero pasquale, il Figlio di Dio, fatto uomo e crocifisso per i peccati del mondo, si è presentato in mezzo ai suoi apostoli dopo la risurrezione, ha alitato su di loro e ha detto: «Ricevete lo Spirito Santo». Questo «soffio» continua sempre. Ed ecco, «lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza».


4. Lo Spirito Santo nel rafforzamento dell'«uomo interiore»

58. Il mistero della Risurrezione e della Pentecoste è annunciato e vissuto dalla Chiesa, che è l'erede e la continuatrice della testimonianza degli apostoli circa la risurrezione di Gesù Cristo. Essa è la testimone perenne di questa vittoria sulla morte, che ha rivelato la potenza dello Spirito Santo e ha determinato la sua nuova venuta, la sua nuova presenza negli uomini e nel mondo. Infatti nella risurrezione di Cristo lo Spirito Santo Paraclito si è rivelato soprattutto come colui che dà la vita: «Colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito, che abita in voi». Nel nome della risurrezione di Cristo la Chiesa annuncia la vita, che si è manifestata oltre il limite della morte, la vita che è più forte della morte. Al tempo stesso, essa annuncia colui che dà questa vita: lo Spirito vivificatore; lo annuncia e con lui coopera nel dare la vita. Infatti, se «il corpo è morto a causa del peccato..., lo spirito è vita a causa della giustificazione», operata da Cristo crocifisso e risorto. E in nome della risurrezione di Cristo la Chiesa serve la vita che proviene da Dio stesso, in stretta unione ed in umile servizio allo Spirito. Proprio per questo servizio l'uomo diventa in modo sempre nuovo la «via della Chiesa», come ho già detto nell'Enciclica su Cristo Redentore ed ora ripeto in questa sullo Spirito Santo. Unita con lo Spirito, la Chiesa è consapevole più di ogni altro della realtà dell'uomo interiore, di ciò che nell'uomo è più profondo ed essenziale, perché spirituale ed incorruttibile. A questo livello lo Spirito innesta la «radice dell'immortalità», dalla quale spunta la nuova vita: cioè, la vita dell'uomo in Dio, che, come frutto della sua autocomunicazione salvifica nello Spirito Santo, può svilupparsi e consolidarsi solo sotto l'azione di costui. Perciò, l'Apostolo si rivolge a Dio in favore dei credenti, ai quali dichiara: «Piego le ginocchia davanti al Padre..., perché vi conceda... di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell'uomo interiore». Sotto l'influsso dello Spirito Santo matura e si rafforza quest'uomo interiore, cioè «spirituale». Grazie alla divina comunicazione lo spirito umano, che «conosce i segreti dell'uomo», si incontra con lo «Spirito che scruta le profondità di Dio». In questo Spirito, che è il dono eterno, Dio uno e trino si apre all'uomo, allo spirito umano. Il soffio nascosto dello Spirito divino fa sì che lo spirito umano si apra, a sua volta, davanti all'aprirsi salvifico e santificante di Dio. Per il dono della grazia, che viene dallo Spirito, l'uomo entra in «una vita nuova», viene introdotto nella realtà soprannaturale della stessa vita divina e diventa «dimora dello Spirito Santo», «tempio vivente di Dio». Per lo Spirito Santo, infatti, il Padre e il Figlio vengono a lui e prendono dimora presso di lui. Nella comunione di grazia con la Trinità si dilata l'«area vitale» dell'uomo, elevata al livello soprannaturale della vita divina. L'uomo vive in Dio e di Dio: vive «secondo lo Spirito» e «pensa alle cose dello Spirito».

59. L'intima relazione con Dio nello Spirito Santo fa sì che l'uomo comprenda in modo nuovo anche se stesso la propria umanità. Viene così realizzata pienamente quell'immagine e somiglianza di Dio, che è l'uomo sin dall'inizio. Tale intima verità dell'essere umano deve essere di continuo riscoperta alla luce di Cristo, che è il prototipo del rapporto con Dio, e, in lui, deve essere anche riscoperta la ragione del «ritrovarsi pienamente attraverso un dono sincero di sé» con gli altri uomini, come scrive il Concilio Vaticano II: proprio in ragione della somiglianza divina che «manifesta che nella terra l'uomo... è l'unica creatura che Dio abbia voluto per se stessa», nella sua dignità di persona, ma aperta all'integrazione e alla comunione sociale. La conoscenza efficace e l'attuazione piena di questa verità dell'essere avvengono solo per opera dello Spirito Santo. L'uomo impara questa verità da Gesù Cristo e la attua nella propria vita per opera dello Spirito, che egli stesso ci ha dato. Su questa via - sulla via di una tale maturazione interiore, che include la piena scoperta del senso dell'umanità - Dio si fa intimo all'uomo, penetra sempre più a fondo in tutto il mondo umano. Dio uno e trino, che in se stesso «esiste» come trascendente realtà di dono interpersonale, comunicandosi nello Spirito Santo come dono all'uomo, trasforma il mondo umano dal di dentro, dall'interno dei cuori e delle coscienze. Su questa via il mondo, reso partecipe del dono divino, diventa - come insegna il Concilio - «sempre più umano, sempre più profondamente umano», mentre in esso matura, mediante i cuori e le coscienze degli uomini, il Regno in cui Dio sarà definitivamente «tutto in tutti»: come dono e amore. Dono e amore: è questa l'eterna potenza dell'aprirsi di Dio uno e trino all'uomo e al mondo, nello Spirito Santo. Nella prospettiva dell'anno Duemila dalla nascita di Cristo si tratta di ottenere che un numero sempre più grande di uomini «possa ritrovarsi pienamente... attraverso un dono sincero di sé», secondo la citata espressione del Concilio. Che sotto l'azione dello Spirito Paraclito si realizzi nel nostro mondo quel processo di vera maturazione nell'umanità, nella vita individuale e in quella comunitaria, in ordine al quale Gesù stesso, «quando prega il Padre perché "tutti siano una cosa sola, come io e te siamo una cosa sola" (Gv 17,21), ci ha suggerito una certa similitudine tra l'unione delle Persone divine e l'unione dei figli di Dio nella verità e nella carità». Il Concilio ribadisce tale verità sull'uomo, e la Chiesa vede in essa un'indicazione particolarmente forte e determinante dei propri compiti apostolici. Se, infatti, l'uomo è la via della Chiesa, questa via passa attraverso tutto il mistero di Cristo, come divino modello dell'uomo. Su questa via lo Spirito Santo, rafforzando in ciascuno di noi «l'uomo interiore», fa sì che l'uomo sempre meglio «si ritrovi attraverso un dono sincero di sé». Si può dire che in queste parole della Costituzione pastorale del Concilio si riassuma tutta l'antropologia cristiana: quella teoria e prassi, fondata sul Vangelo, nella quale l'uomo scoprendo in se stesso l'appartenenza a Cristo e, in lui, l'elevazione a figlio di Dio, comprende meglio anche la sua dignità di uomo, proprio perché è il soggetto dell'avvicinamento e della presenza di Dio, il soggetto della condiscendenza divina, nella quale è contenuta la prospettiva ed addirittura la radice stessa della definitiva glorificazione. Allora si può veramente ripetere che «gloria di Dio è l'uomo vivente, ma vita dell'uomo è la visione di Dio»: l'uomo, vivendo una vita divina, è la gloria di Dio, e di questa vita e di questa gloria lo Spirito Santo è il dispensatore nascosto. Egli - dice il grande Basilio - «semplice nell'essenza, molteplice nelle sue virtù..., si diffonde senza che subisca alcuna diminuzione, è presente a ciascuno di quanti sono capaci di riceverlo come se fosse lui solo, ed in tutti infonde la grazia sufficiente e completa».

60. Quando, sotto l'influsso del Paraclito, gli uomini scoprono questa dimensione divina del loro essere e della loro vita, sia come persone che come comunità, essi sono in grado di liberarsi dai diversi determinismi derivati principalmente dalle basi materialistiche del pensiero, della prassi e della sua relativa metodologia. Nella nostra epoca questi fattori sono riusciti a penetrare fin nell'intimo dell'uomo, in quel santuario della coscienza dove lo Spirito Santo immette di continuo la luce e la forza della vita nuova secondo la «libertà dei figli di Dio». La maturazione dell'uomo in questa vita è impedita dai condizionamenti e dalle pressioni, che su di lui esercitano le strutture e i meccanismi dominanti nei diversi settori della società. Si può dire che in molti casi i fattori sociali, anziché favorire lo sviluppo e l'espansione dello spirito umano, finiscono con lo strapparlo alla genuina verità del suo essere e della sua vita - sulla quale veglia lo Spirito Santo - per sottometterlo al «principe di questo mondo». Il grande Giubileo del Duemila contiene, pertanto, un messaggio di liberazione ad opera dello Spirito, che solo può aiutare le persone e le comunità a liberarsi dai vecchi e nuovi determinismi, guidandole con la «legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù», così scoprendo e attuando la piena misura della vera libertà dell'uomo. Infatti - come scrive san Paolo - là «dove c'è lo Spirito del Signore, c'è libertà». Tale rivelazione della libertà e, dunque, della vera dignità dell'uomo acquista una particolare eloquenza per i cristiani e per la Chiesa in stato di persecuzione - sia nei tempi antichi, sia in quello presente: perché i testimoni della Verità divina diventano allora una vivente verifica dell'azione dello Spirito di verità, presente nel cuore e nella coscienza dei fedeli, e non di rado segnano col loro martirio la suprema glorificazione della dignità umana. Anche nelle comuni condizioni della società i cristiani, come testimoni dell'autentica dignità dell'uomo, per la loro obbedienza allo Spirito Santo, contribuiscono al molteplice «rinnovamento della faccia della terra», collaborando con i loro fratelli per realizzare e valorizzare tutto ciò che nell'odierno progresso della civiltà, della cultura, della scienza, della tecnica e degli altri settori del pensiero e dell'attività umana, è buono, nobile e bello. Ciò fanno come discepoli di Cristo, che - come scrive il Concilio - «con la sua risurrezione costituito Signore,... opera nel cuore degli uomini con la virtù del suo Spirito, non solo suscitando il desiderio del mondo futuro, ma per ciò stesso anche ispirando, purificando e fortificando quei generosi propositi, con i quali la famiglia degli uomini cerca di rendere più umana la propria vita e di sottomettere a questo fine tutta la terra». Così essi affermano ancor più la grandezza dell'uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, grandezza che s'illumina al mistero dell'incarnazione del Figlio di Dio, il quale «nella pienezza del tempo», per opera dello Spirito Santo, è entrato nella storia e si è manifestato vero uomo, lui generato prima di ogni creatura, «in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui».


5. La Chiesa sacramento dell'intima unione con Dio

61. Avvicinandosi la conclusione del secondo Millennio, che deve ricordare a tutti e quasi render di nuovo presente l'avvento del Verbo nella «pienezza del tempo» la Chiesa ancora una volta intende penetrare nell'essenza stessa della sua costituzione divino-umana e di quella missione, che la fa partecipare alla missione messianica di Cristo, secondo l'insegnamento e il progetto sempre valido del Concilio Vaticano II. Seguendo questa linea, possiamo risalire al Cenacolo, dove Gesù Cristo rivela lo Spirito Santo come Paraclito, come Spirito di verità, e parla della propria «dipartita» mediante la Croce quale condizione necessaria della sua «venuta»: «È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il consolatore; ma, quando me ne sarò andato, ve lo manderò». Abbiamo visto che questo annuncio ha avuto la prima realizzazione già la sera del giorno di Pasqua e poi durante la celebrazione gerosolimitana della Pentecoste, e che da allora esso si verifica nella storia dell'umanità mediante la Chiesa. Alla luce di quell'annuncio prende pieno significato anche ciò che Gesù, sempre durante l'Ultima Cena, dice a proposito della sua nuova «venuta». È, infatti, significativo che nello stesso discorso di addio egli annunci non solo la sua «dipartita», ma anche la sua nuova «venuta». Dice appunto: «Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi». E nel momento del definitivo congedo, prima di salire al Cielo, ripeterà ancora più esplicitamente: «Ecco io sono con voi», lo sono «tutti i giorni, fino alla fine dei mondo». Questa nuova «venuta» di Cristo, questo suo continuo venire per essere con gli apostoli, con la Chiesa, questo suo «sono con voi fino alla fine del mondo», non cambia certo il fatto della sua «dipartita». Segue ad essa dopo la conclusione dell'attività messianica di Cristo sulla terra, ed avviene nell'ambito del preannunciato invio dello Spirito Santo e, per così dire, s'inscrive all'interno della sua stessa missione. E tuttavia si compie per opera dello Spirito Santo, il quale fa sì che il Cristo, che è andato via, venga ora e sempre in modo nuovo. Questo nuovo venire di Cristo per opera dello Spirito Santo e la sua costante presenza e azione nella vita spirituale si attuano nella realtà sacramentale. In essa il Cristo, che è andato via nella sua umanità visibile, viene, è presente e agisce nella Chiesa in modo talmente intimo da costituirla come suo corpo. Come tale, la Chiesa vive opera e cresce «fino alla fine del mondo». Tutto ciò avviene per opera dello Spirito Santo.

62. La più completa espressione sacramentale della «dipartita» di Cristo per mezzo del mistero della Croce e della Risurrezione è l'Eucaristia. In essa si realizza ogni volta sacramentalmente la sua venuta, la sua presenza salvifica: nel sacrificio e nella comunione. Si realizza per opera dello Spirito Santo, all'interno della sua propria missione. Mediante l'Eucaristia lo Spirito Santo realizza quel «rafforzamento dell'uomo interiore», di cui parla la Lettera agli Efesini. Mediante l'Eucaristia le persone e le comunità, sotto l'azione del Paraclito consolatore, imparano a scoprire il senso divino della vita umana, richiamato dal Concilio: quel senso, per cui Gesù Cristo «svela pienamente l'uomo all'uomo», suggerendo «una certa similitudine tra l'unione delle Persone divine e l'unione dei figli di Dio nella verità e nella carità». Una tale unione si esprime e si realizza specialmente mediante l'Eucaristia, nella quale l'uomo, partecipando al sacrificio di Cristo, che tale celebrazione attualizza, impara anche a «ritrovarsi... attraverso un dono... di sé», nella comunione con Dio e con gli altri uomini, suoi fratelli. Per questo i primi cristiani, sin dai giorni successivi alla discesa dello Spirito Santo, «erano assidui nella frazione del pane e nelle preghiere», formando in questo modo una comunità unita all'insegnamento degli apostoli. Così essi «riconoscevano» che il loro Signore, risorto e già asceso al cielo, nuovamente veniva in mezzo a loro, nella comunità eucaristica della Chiesa e per suo mezzo. Guidata dallo Spirito Santo, la Chiesa sin dall'inizio espresse e confermò se stessa mediante l'Eucaristia. E così è stato sempre, in tutte le generazioni cristiane, fino ai nostri tempi, fino a questa vigilia del compimento del secondo Millennio cristiano. Certo, dobbiamo, purtroppo, constatare che questo Millennio, ormai trascorso, è stato quello delle grandi separazioni tra i cristiani. Tutti i credenti in Cristo, dunque, sull'esempio degli apostoli, dovranno mettere ogni impegno nel conformare pensiero e azione alla volontà dello Spirito Santo, «principio di unità della Chiesa», affinché tutti i battezzati in un solo Spirito per costituire un solo corpo, si ritrovino fratelli uniti nella celebrazione della medesima Eucaristia, «sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità!».

63. La presenza eucaristica di Cristo - il suo sacramentale «sono con voi» - permette alla Chiesa di scoprire sempre più profondamente il proprio mistero, come attesta tutta l'ecclesiologia del Concilio Vaticano II, per il quale «la Chiesa è in Cristo come un sacramento, o segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano». Come sacramento, la Chiesa si sviluppa dal mistero pasquale della «dipartita» di Cristo, vivendo della sua sempre nuova «venuta» per opera dello Spirito Santo, all'interno della stessa missione del Paraclito-Spirito di verità. Proprio questo è il mistero essenziale della Chiesa, come professa il Concilio. Se in forza della creazione Dio è colui nel quale noi tutti «viviamo, ci muoviamo ed esistiamo», a sua volta la potenza della redenzione perdura e si sviluppa nella storia dell'uomo e del mondo come in un duplice «ritmo», la cui fonte si trova nell'eterno Padre. È il ritmo, da un lato, della missione del Figlio, che è venuto nel mondo, nascendo da Maria Vergine per opera dello Spirito Santo; e, dall'altro, è anche il ritmo della missione dello Spirito Santo, quale è stato rivelato definitivamente da Cristo. Per la «dipartita» del Figlio, lo Spirito è venuto e viene continuamente come consolatore e Spirito di verità. E nell'ambito della sua missione, quasi nell'intimo dell'invisibile presenza dello Spirito, il Figlio, che «era andato via» nel mistero pasquale, «viene» ed è continuamente presente nel mistero della Chiesa, ed ora si cela, ora si manifesta nella sua storia, sempre conducendone il corso. Tutto ciò avviene in modo sacramentale per opera dello Spirito Santo, il quale, attingendo alle ricchezze della redenzione di Cristo, continuamente dà la vita. Nel prendere sempre più viva coscienza di questo mistero, la Chiesa vede meglio se stessa soprattutto come sacramento. Ciò avviene anche perché, per volere del suo Signore, mediante i vari Sacramenti la Chiesa compie il suo ministero salvifico nei riguardi dell'uomo. Il ministero sacramentale, ogni volta che si attua, porta con sé il mistero della «dipartita» di Cristo mediante la Croce e la Risurrezione, in forza della quale viene lo Spirito Santo. Viene e opera: «dà la vita». I Sacramenti, infatti, significano la grazia e conferiscono la grazia: esprimono la vita e danno la vita. La Chiesa è la dispensatrice visibile dei sacri segni, mentre lo Spirito Santo vi agisce come il dispensatore invisibile della vita che essi significano. Insieme con lo Spirito c'è ed agisce Cristo Gesù.

64. Se la Chiesa è il sacramento dell'intima unione con Dio, tale è in Gesù Cristo, in cui questa stessa unione si attua come realtà salvifca. Tale è in Gesù Cristo per opera dello Spirito Santo. La pienezza della realtà salvifica, che è il Cristo nella storia, si diffonde in modo sacramentale nella potenza dello Spirito Paraclito. In questo modo lo Spirito Santo è l'«altro consolatore», o nuovo consolatore, perché mediante la sua azione la Buona Novella prende corpo nelle coscienze e nei cuori umani e si espande nella storia. In tutto ciò è lo Spirito Santo che dà la vita. Quando usiamo la parola «sacramento» in riferimento alla Chiesa, dobbiamo tener presente che nel testo conciliare la sacramentalità della Chiesa appare distinta da quella che è propria, in senso stretto, dei Sacramenti. Leggiamo infatti: «La Chiesa è... come un sacramento, o segno e strumento dell'intima unione con Dio». Ma ciò che conta ed emerge dal senso analogico con cui la parola è impiegata nei due casi, è il rapporto che la Chiesa ha con la potenza dello Spirito Santo, colui che solo dà la vita: la Chiesa è segno e strumento della presenza e dell'azione dello Spirito vivificante. Il Vaticano II aggiunge che la Chiesa è «un sacramento... dell'unità di tutto il genere umano». Si tratta evidentemente dell'unità che il genere umano, in se stesso variamente differenziato, ha da Dio e in Dio. Essa si radica nel mistero della creazione ed acquista una dimensione nuova nel mistero della redenzione, in ordine all'universale salvezza. Poiché Dio «vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità», la redenzione comprende tutti gli uomini e, in certo modo, tutta la creazione. Nella stessa universale dimensione della redenzione agisce, in forza della «dipartita» di Cristo, lo Spirito Santo. Perciò la Chiesa, radicata mediante il suo proprio mistero nell'economia trinitaria della salvezza, a buon diritto intende se stessa come «sacramento dell'unità di tutto il genere umano». Essa sa di esserlo per la potenza dello Spirito Santo, della quale è segno e strumento nell'attuazione del piano salvifico di Dio. In questo modo si realizza la «condiscendenza» dell'infinito amore trinitario: l'avvicinarsi di Dio, Spirito invisibile, al mondo visibile. Dio uno e trino si comunica all'uomo nello Spirito Santo sin dall'inizio mediante la sua «immagine e somiglianza». Sotto l'azione dello stesso Spirito l'uomo e, per suo mezzo, il mondo creato, redento da Cristo, si avvicinano ai loro definitivi destini in Dio. Di questo avvicinamento dei due poli della creazione e della redenzione, Dio e l'uomo, la Chiesa è «un sacramento, cioè segno e strumento». Essa opera per ristabilire e rafforzare l'unità alle radici stesse del genere umano: nel rapporto di comunione che l'uomo ha con Dio come suo Creatore, Signore e Redentore. E una verità che, in base all'insegnamento del Concilio, possiamo meditare, spiegare e applicare in tutta l'ampiezza del suo significato in questa fase di passaggio dal secondo al terzo Millennio cristiano. E ci è caro prendere una coscienza sempre più viva del fatto che dentro l'azione svolta dalla Chiesa nella storia della salvezza, inscritta nella storia dell'umanità, è presente e operante lo Spirito Santo, colui che col soffio della vita divina pervade il pellegrinaggio terreno dell'uomo e fa confluire tutta la creazione - tutta la storia - al suo termine ultimo, nell'oceano infinito di Dio.


6. Lo Spirito e la Sposa dicono: «Vieni!»

65. Il soffio della vita divina, lo Spirito Santo, nella sua maniera più semplice e comune, si esprime e si fa sentire nella preghiera. È bello e salutare pensare che, dovunque si prega nel mondo, ivi è lo Spirito Santo, soffio vitale della preghiera. È bello e salutare riconoscere che, se la preghiera è diffusa in tutto l'orbe, nel passato, nel presente e nel futuro, altrettanto estesa è la presenza e l'azione dello Spirito Santo, che «alita» la preghiera nel cuore dell'uomo in tutta la gamma smisurata delle situazioni più diverse e delle condizioni ora favorevoli, ora avverse alla vita spirituale e religiosa. Molte volte, sotto l'azione dello Spirito, la preghiera sale dal cuore dell'uomo nonostante i divieti e le persecuzioni, e persino le proclamazioni ufficiali circa il carattere areligioso, o addirittura ateo della vita pubblica. La preghiera rimane sempre la voce di tutti coloro che apparentemente non hanno voce - e in questa voce risuona sempre quel «forte grido», attribuito a Cristo dalla Lettera agli Ebrei. La preghiera è anche la rivelazione di quell'abisso, che è il cuore dell'uomo: una profondità, che è da Dio e che solo Dio può colmare, proprio con lo Spirito Santo. Leggiamo in Luca: «Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!». Lo Spirito Santo è il dono, che viene nel cuore dell'uomo insieme con la preghiera. In questa egli si manifesta prima di tutto e soprattutto come il dono, che «viene in aiuto alla nostra debolezza». È il magnifico pensiero sviluppato da san Paolo nella Lettera ai Romani quando scrive: «Noi nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili». Dunque, lo Spirito Santo non solo fa sì che preghiamo, ma ci guida «dall'interno» nella preghiera, supplendo alla nostra insufficienza, rimediando alla nostra incapacità di pregare: egli è presente nella nostra preghiera e le dà una dimensione divina. Così «colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio». La preghiera per opera dello Spirito Santo diventa l'espressione sempre più matura dell'uomo nuovo, che per mezzo di essa partecipa alla vita divina. La nostra difficile epoca ha uno speciale bisogno della preghiera. Se nel corso della storia - ieri come oggi - numerosi uomini e donne hanno dato testimonianza dell'importanza della preghiera, consacrandosi alla lode di Dio e alla vita di orazione soprattutto nei monasteri con grande vantaggio per la Chiesa, in questi anni va pure crescendo il numero delle persone che, in movimenti e gruppi sempre più estesi, mettono al primo posto la preghiera ed in essa cercano il rinnovamento della vita spirituale. È questo un sintomo significativo e consolante, giacché da tale esperienza è derivato un reale contributo alla ripresa della preghiera tra i fedeli, che sono stati aiutati a meglio considerare lo Spirito Santo come colui che suscita nei cuori un profondo anelito alla santità. In molti individui e in molte comunità matura la consapevolezza che, pur con tutto il vertiginoso progresso della civiltà tecnico-scientifica, nonostante le reali conquiste e le mète raggiunte, l'uomo è minacciato, l'umanità è minacciata. Dinanzi a questo pericolo, e anzi sperimentando già la paurosa realtà della decadenza spirituale dell'uomo, persone singole e intere comunità, quasi guidate da un senso interiore della fede, cercano la forza capace di risollevare l'uomo, di salvarlo da se stesso, dai propri sbagli e abbagli, che spesso rendono nocive le sue stesse conquiste. E così scoprono la preghiera, nella quale si manifesta lo «Spirito che viene in aiuto alla nostra debolezza». In questo modo i tempi, in cui viviamo, avvicinano allo Spirito Santo molte persone, che ritornano alla preghiera. Ed io confido che tutte trovino nell'insegnamento di questa Enciclica un nutrimento per la loro vita interiore e riescano ad irrobustire, sotto l'azione dello Spirito, il loro impegno di preghiera in consonanza con la Chiesa e col suo Magistero.

66. In mezzo ai problemi, alle delusioni e alle speranze, alle diserzioni e ai ritorni di questi tempi, la Chiesa rimane fedele al mistero della sua nascita. Se è un fatto storico che la Chiesa è uscita dal Cenacolo il giorno di Pentecoste, in un certo senso si può dire che non lo ha mai lasciato. Spiritualmente l'evento della Pentecoste non appartiene solo al passato: la Chiesa è sempre nel Cenacolo, che porta nel cuore. La Chiesa persevera nella preghiera, come gli apostoli insieme a Maria, Madre di Cristo, ed a coloro che in Gerusalemme costituivano il primo germe della comunità cristiana e attendevano, pregando, la venuta dello Spirito Santo. La Chiesa persevera nella preghiera con Maria. Questa unione della Chiesa orante con la Madre di Cristo fa parte del mistero della Chiesa fin dall'inizio: noi la ve diamo presente in questo mistero, come è presente in quello di suo Figlio. Ce lo dice il Concilio: «La Beata Vergine..., adombrata dallo Spirito Santo, ... diede alla luce il Figlio, che Dio ha posto quale primogenito tra molti fratelli (Rm 8,29), cioè tra i fedeli, alla cui rigenerazione e formazione essa coopera con materno amore». ella è «per le sue singolari grazie e funzioni... intimamente congiunta con la Chiesa: è figura della Chiesa». «La Chiesa, contemplando l'arcana santità di lei ed imitandone la carità, diventa anch'essa madre» e «ad imitazione della Madre del suo Signore, con la virtù dello Spirito Santo, conserva verginalmente integra la fede, salda la speranza, sincera la carità: essa pure (cioè la Chiesa) è vergine, che custodisce... la fede data allo Sposo». Si capisce così il senso profondo del motivo, per cui la Chiesa, unita con la Vergine Madre, si rivolge ininterrottamente quale Sposa al suo divino Sposo, come attestano le parole dell'Apocalisse, riportate dal Concilio: «Lo Spirito e la Sposa dicono al Signore Gesù: "Vieni!"». La preghiera della Chiesa è questa invocazione incessante, nella quale «lo Spirito stesso intercede per noi»: in certo modo, egli stesso la pronuncia con la Chiesa e nella Chiesa. Lo Spirito, infatti, è dato alla Chiesa, affinché per la sua potenza tutta la comunità del Popolo di Dio, per quanto largamente ramificata e varia, perseveri nella speranza: in quella speranza, nella quale «siamo stati salvati». È la speranza escatologica, la speranza del definitivo compimento in Dio, la speranza del Regno eterno, che si attua nella partecipazione alla vita trinitaria. Lo Spirito Santo, dato agli apostoli come consolatore, è il custode e l'animatore di questa speranza nel cuore della Chiesa. Nella prospettiva del terzo Millennio dopo Cristo, mentre «lo Spirito e la Sposa dicono al Signore Gesù: "Vieni!"», questa loro preghiera è carica, come sempre, di una portata escatologica, destinata a dare pienezza di significato anche alla celebrazione del grande Giubileo. E una preghiera rivolta in direzione dei destini salvifici, verso i quali lo Spirito Santo apre i cuori con la sua azione attraverso tutta la storia dell'uomo sulla terra. Nello stesso tempo, però, questa preghiera si orienta verso un preciso momento della storia, in cui è messa in rilievo la «pienezza del tempo», scandita dall'anno Duemila. A questo Giubileo la Chiesa desidera prepararsi nello Spirito Santo, come dallo Spirito Santo fu preparata la Vergine di Nazareth, nella quale il Verbo si fece carne.

 

CONCLUSIONE

67. Vogliamo concludere queste considerazioni nel cuore della Chiesa e nel cuore dell'uomo. La via della Chiesa passa attraverso il cuore dell'uomo, perché è qui il luogo recondito dell'incontro salvifico con lo Spirito Santo, col Dio nascosto, e proprio qui lo Spirito Santo diventa «sorgente di acqua, che zampilla per la vita eterna». Qui egli giunge come Spirito di verità e come Paraclito, quale è stato promesso da Cristo. Di qui egli agisce come consolatore, intercessore, avvocato - specialmente quando l'uomo, o l'umanità, si trova davanti al giudizio di condanna di quell'«accusatore», del quale l'Apocalisse dice che «accusa i nostri fratelli davanti al nostro Dio giorno e notte». Lo Spirito Santo non cessa di essere il custode della speranza nel cuore dell'uomo: della speranza di tutte le creature umane e, specialmente, di quelle che «possiedono le primizie dello Spirito» ed «aspettano la redenzione del loro corpo». Lo Spirito Santo, nel suo misterioso legame di divina comunione col Redentore dell'uomo, è il realizzatore della continuità della sua opera: egli prende da Cristo e trasmette a tutti, entrando incessantemente nella storia del mondo attraverso il cuore dell'uomo.

Qui egli diventa - come proclama la Sequenza liturgica della solennità di Pentecoste - vero «padre dei poveri, datore dei doni luce dei cuori»; diventa «dolce ospite dell'anima», che la Chiesa saluta incessantemente sulla soglia dell'intimità di ogni uomo. Egli, infatti, porta «riposo e riparo» in mezzo alle fatiche, al lavoro delle braccia e delle menti umane; porta «riposo» e «sollievo» in mezzo alla calura del giorno, in mezzo alle inquietudini, alle lotte e ai pericoli di ogni epoca; porta, infine, la «consolazione», quando il cuore umano piange ed è tentato dalla disperazione. Per questo, la stessa Sequenza esclama: «Senza la tua forza nulla è nell'uomo, nulla è senza colpa». Solo lo Spirito Santo, infatti, «convince del peccato», del male, allo scopo di instaurare il bene nell'uomo e nel mondo umano: per «rinnovare la faccia della terra». Perciò, egli opera la purificazione da tutto ciò che «deturpa» l'uomo, da «ciò che è sordido»; cura le ferite anche più profonde dell'umana esistenza; cambia l'interiore aridità delle anime, trasformandole in fertili campi di grazia e di santità. Quello che è «rigido - lo piega», quello che è «gelido - lo riscalda», quello che è «sviato - lo raddrizza» lungo le vie della salvezza. Pregando così, la Chiesa incessantemente professa la sua fede: c'è nel nostro mondo creato uno Spirito che è un dono increato. È questi lo Spirito del Padre e del Figlio: come il Padre e il Figlio, è increato, immenso, eterno, onnipotente, Dio, Signore. Questo Spirito di Dio «riempie l'universo», e tutto ciò che è creato in lui riconosce la fonte della propria identità, in lui trova la propria trascendente espressione, a lui si volge e lo attende, lo invoca col suo stesso essere. A lui, come a Paraclito, a Spirito di verità e di amore, si rivolge l'uomo che vive di verità e di amore e che senza la fonte della verità e dell'amore non può vivere. A lui si rivolge la Chiesa, che è il cuore dell'umanità, per invocare per tutti ed a tutti dispensare quei doni dell'amore, che per mezzo suo «è stato riversato nei nostri cuori». A lui si rivolge la Chiesa lungo le intricate vie del pellegrinaggio dell'uomo sulla terra: e chiede, incessantemente chiede la rettitudine degli atti umani come opera sua; chiede la gioia e la consolazione, che solo lui, il vero consolatore, può portare scendendo nell'intimo dei cuori umani; chiede la grazia delle virtù, che meritano la gloria celeste; chiede la salvezza eterna, nella piena comunicazione della vita divina, a cui il Padre ha eternamente «predestinato» gli uomini, creati per amore ad immagine e somiglianza della Santissima Trinità. La Chiesa col suo cuore, che in sé comprende tutti i cuori umani, chiede allo Spirito Santo la felicità, che solo in Dio ha la sua completa attuazione: la gioia «che nessuno potrà togliere», la gioia che è frutto dell'amore e, dunque, di Dio che è amore; chiede «la giustizia, la pace e la gioia nello Spirito Santo», in cui, secondo san Paolo, consiste il Regno di Dio. Anche la pace è frutto dell'amore: quella pace interiore, che l'uomo affaticato cerca nell'intimo del suo essere. quella pace chiesta dall'umanità, dalla famiglia umana dai popoli, dalle nazioni, dai continenti, con una trepida speranza di ottenerla nella prospettiva del passaggio dal secondo al terzo Millennio cristiano. Poiché la via della pace passa in definitiva attraverso l'amore e tende a creare la civiltà dell'amore, la Chiesa fissa lo sguardo in colui che è l'amore del Padre e del Figlio e, nonostante le crescenti minacce, non cessa di aver fiducia, non cessa di invocare e di servire la pace dell'uomo sulla terra. La sua fiducia si fonda su colui che, essendo lo Spirito-amore, è anche lo Spirito della pace e non cessa di esser presente nel nostro mondo umano, sull'orizzonte delle coscienze e dei cuori, per «riempire l'universo» di amore e di pace. Davanti a lui io m'inginocchio al termine di queste considerazioni, implorando che, come Spirito del Padre e del Figlio, egli conceda a noi tutti la benedizione e la grazia, che desidero trasmettere, nel nome della Santissima Trinità, ai figli e alle figlie della Chiesa ed all'intera famiglia umana.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 18 maggio, Solennità di Pentecoste, dell'anno 1986, ottavo del mio Pontificato.

  

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