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VISITA PASTORALE ALLA PARROCCHIA
DI SANT'IGNAZIO DI ANTIOCHIA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 16 marzo 1980

 

Cari fedeli della parrocchia di sant’Ignazio di Antiochia.

1. Desidero dirvi anzitutto la gioia di essere in mezzo a voi, convenuti così numerosi a questo incontro col vostro Vescovo per partecipare alla celebrazione dell’Eucaristia e offrire insieme con lui “il simbolo di quella carità e unità del corpo mistico, senza la quale non può esserci salvezza” (cf. Lumen Gentium, 26).

Animati dalla presenza santificatrice di Cristo, rivolgiamo insieme il nostro pensiero di venerazione e di preghiera, implorandone l’intercessione, al grande Vescovo e martire Ignazio, protettore di questa vostra parrocchia, il quale, successore di san Pietro nella sede di Antiochia e condannato alle belve per la sua testimonianza cristiana, subì il martirio a Roma verso la fine del mese di dicembre dell’anno 107. Le sue spoglie riposano nella Basilica di san Clemente sulla via Labicana.

Santificando col suo sangue il suolo romano, egli divenne così uno dei padri più illustri della fede di questa nostra gloriosa Chiesa, la quale - come egli si esprimeva - “degna di Dio, degna di gloria, degna di essere chiamata beata... presiede alla universale comunità dell’amore” (S. Ignazio d’Antiochia, Ad Romanos, 1). A proposito del suo ardentissimo desiderio di testificare la fede e di essere immolato per Cristo, mi è caro ricordare in questo momento alcuni celebri passaggi della stessa lettera da lui scritta ai Romani: “Sono frumento di Dio e devo essere stritolato dai denti delle belve, per essere trovato puro pane di Cristo... Allora sarò vero discepolo di Gesù, quando il mio corpo sara sottratto alla vista del mondo. Voi supplicate Cristo per me, affinché diventi ostia per Iddio” (S. Ignazio d’Antiochia, Ad Romanos, 4).

Un contenuto fondamentale dell’insegnamento di sant’Ignazio, riguarda l’unità della Chiesa, che si costruisce solamente attorno al Vescovo. Ascoltiamo quanto egli scriveva ai fedeli di Smirne: “Ubbidite tutti al Vescovo, come Gesù Cristo ubbidisce al Padre... Separatamente dal Vescovo nessuno faccia nulla di ciò che appartiene alla Chiesa. Dove sarà presente il Vescovo, ivi sia pure la moltitudine dei fedeli, come dove sarà Gesù Cristo ivi è la Chiesa cattolica” (S. Ignazio d’Antiochia, Ad Smyrnaeos, 8).

In questo spirito di unità e di carità rivolgo il mio saluto affettuoso a voi qui presenti, ed a tutti gli ottomila fedeli della parrocchia; in particolare desidero raggiungere col mio pensiero beneaugurante i malati, i bambini e quanti versano nel bisogno.

Il mio animo si dirige ora riconoscente al Cardinale vicario, al Vescovo ausiliare di zona monsignor Giulio Salimei, al benemerito parroco monsignor Giovanni Scorza, ai suoi zeIanti collaboratori ed a quanti hanno preparato con generoso zelo questo nostro incontro.

Saluto i religiosi e le religiose, le varie associazioni cattoliche, il gruppo dei catechisti, il gruppo di volontariato vincenziano e quanti collaborano con il parroco ed i sacerdoti nelle diverse iniziative, per quella continua conversione delle anime, delle famiglie e delle istituzioni sociali, a quei valori spirituali che debbono caratterizzare una comunità cristiana.

2. Oggi, quarta domenica di Quaresima, la Chiesa, mediante la liturgia, intende rivolgerci un fermo richiamo alla riconciliazione con Dio. Il Vangelo ce la presenta come atteggiamento fondamentale, come primario contenuto della nostra vita di fede. In questa particolare stagione dello spirito, qual è quella Quaresimale, l’invito alla riconciliazione deve risuonare con particolare forza nei nostri cuori e nelle nostre coscienze. Se siamo veramente discepoli e confessori di Cristo, il quale ha riconciliato l’uomo con Dio, non possiamo vivere senza cercare, da parte nostra, tale interiore riconciliazione.

Non possiamo rimanere nel peccato e non sforzarci di ritrovare la strada che conduce alla casa del Padre, sempre in attesa del nostro ritorno.

Nel corso della Quaresima la Chiesa ci richiama alla ricerca di un tale cammino: “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (2Cor 5,20). Soltanto riconciliandoci con Dio in nome di Cristo, possiamo gustare “quanto è buono il Signore” (Sal 33 [34],9), costatandolo, per così dire, sperimentalmente.

Non della severità di Dio parlano i confessionali nel mondo, presso i quali gli uomini manifestano i propri peccati, ma piuttosto della sua bontà misericordiosa. E quanti si avvicinano al confessionale, talora dopo molti anni e col peso di peccati gravi, nel momento di allontanarsene, trovano il desiderato sollievo; incontrano la gioia e la serenità della coscienza che fuori della confessione non potranno trovare altrove. Nessuno infatti ha il potere di liberarci dal nostro peccato, se non soltanto Dio. E l’uomo che consegue una tale remissione, riceve la grazia di una vita nuova dello spirito, che soltanto Dio può concedergli nella sua infinita bontà.

“Questo povero grida e il Signore lo ascolta; / lo libera da tutte le sue angosce” (Sal 33 [34],7).

3. Mediante la parabola del figliol prodigo, il Signore Gesù ha voluto imprimere ed approfondire questa verità, splendida e ricchissima, non solo nel nostro intelletto, ma altresì nella nostra immaginazione, nel nostro cuore e nella nostra coscienza. Quanti uomini nel corso dei secoli, quanti di quelli del nostro tempo possono ritrovare in questa parabola i tratti fondamentali della propria storia personale. Sono tre i momenti chiave nella storia di quel figliolo, col quale ciascuno di noi, in un certo senso, si identifica quando si concede al peccato.

Il primo momento: l’allontanamento. Ci allontaniamo da Dio, come si era allontanato quel figlio dal padre, quando incominciamo a comportarci nei confronti di ogni bene che è in noi, così come egli ha fatto con la parte dei beni ricevuti in eredità. Dimentichiamo che quel bene ci viene dato da Dio come un compito, come talento evangelico. Operando con esso dobbiamo moltiplicare la nostra eredità, e, in tal modo, rendere gloria a colui dal quale l’abbiamo ricevuta. Purtroppo, noi ci comportiamo, talvolta, come se quel bene che è in noi, il bene dell’anima e del corpo, le capacità, le facoltà, le forze, fossero di nostra esclusiva proprietà, di cui possiamo servirci ed abusare in qualsiasi maniera, sprecandola e dissipandola.

Il peccato, infatti, è sempre uno sperpero della nostra umanità, lo sperpero dei nostri valori più preziosi. Tale è la vera realtà, anche se possa sembrare, talora, che proprio il peccato ci permetta di conseguire dei successi. L’allontanamento dal Padre porta sempre con sé una grande distruzione in chi lo compie, in chi trasgredisce la sua volontà, e dissipa in se stesso la sua eredità: la dignità della propria persona umana, l’eredità della grazia.

Il secondo momento nella nostra parabola è quello del ritorno alla retta ragione e del processo di conversione. L’uomo deve dolorosamente riscontrare ciò che ha perso, ciò di cui si è privato commettendo il peccato, vivendo nel peccato, affinché maturi in lui quel passo decisivo: “Mi leverò e andrò da mio padre” (Lc 15,18). Deve di nuovo vedere il volto di quel Padre, al quale ha voltato le spalle e col quale ha rotto i ponti per poter peccare “liberamente”, per poter sperperare “liberamente” i beni ricevuti. Deve incontrarsi col volto del Padre rendendosi conto, come il giovane della parabola, di aver perduto la dignità di figlio, di non meritare alcuna accoglienza nella casa paterna. Al tempo stesso, egli dovrà desiderare ardentemente di ritornare. La certezza della bontà e dell’amore che appartengono all’essenza della paternità di Dio, dovrà conseguire in lui la vittoria sulla consapevolezza della colpa e della propria indegnità. Anzi, tale certezza dovrà affacciarsi come l’unica via di uscita, da intraprendersi con coraggio e fiducia.

Infine il terzo momento: il ritorno. Il ritorno si svolgerà come ne parla Cristo nella parabola. Il Padre aspetta e dimentica ogni male commesso dal figlio, e non prende più in considerazione tutto lo sperpero di cui il figlio è colpevole. Per il Padre rimane importante una sola cosa: che il figlio sia stato ritrovato; che non abbia perso fino in fondo la propria umanità; che, nonostante tutto, rechi in sé il risoluto proposito di vivere di nuovo come figlio, proprio in virtù dell’acquisita coscienza dell’indegnità e della colpa.

“Padre ho peccato... non sono più degno di esser chiamato tuo figlio (Lc 15,21).

4. La Quaresima è il tempo di un’attesa particolarmente amorosa del nostro Padre nei confronti di ciascuno di noi, che, anche se il più prodigo dei figli, si renda tuttavia consapevole della dilapidazione perpetrata, chiami per nome il suo peccato, e si diriga finalmente con piena sincerità verso Dio.

Tale uomo deve giungere alla casa del Padre. Il cammino che vi conduce passa attraverso l’esame di coscienza, il pentimento ed il proposito di miglioramento. Come nella parabola del figliol prodigo, sono queste le tappe in pari tempo logiche e psicologiche della conversione. Quando l’uomo avrà superato in se stesso, nel suo intimo umano, tutte queste tappe, nasce in lui il bisogno della confessione. Tale bisogno forse combatte nel vivo dell’anima con la vergogna, ma allorché la conversione è vera e autentica esso vince la vergogna: il bisogno della confessione, della liberazione dei peccati è più forte. Li confessiamo a Dio stesso, benché in confessionale li ascolti l’uomo-sacerdote. Questo uomo è l’umile e fedele servitore di quel grande mistero che si è compiuto tra il figlio che ritorna e il Padre.

Nel periodo di Quaresima aspettano i confessionali; aspettano i confessori; aspetta il Padre. Potremmo dire che si tratta di un periodo di una particolare sollecitudine di Dio per perdonare e rimettere i peccati: il tempo della riconciliazione.

5. La nostra riconciliazione con Dio, il ritorno alla casa del Padre, si attua mediante Cristo. La sua passione e morte in croce si collocano tra ogni coscienza umana, ogni peccato umano, e l’infinito amore del Padre. Tale amore, pronto a sollevare e perdonare, non è altro che la misericordia. Ognuno di noi nella conversione personale, nel pentimento, nel fermo proposito di ravvedimento, infine nella confessione, accetta di compiere una personale fatica spirituale, la quale è prolungamento e riverbero lontano di quella fatica salvifica che ha intrapreso il nostro Redentore. Ecco come si esprime l’apostolo della riconciliazione con Dio: “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio” (2Cor 5,21). Dunque questo nostro sforzo di conversione e di penitenza intraprendiamolo per lui, con lui e in lui. Se non lo intraprendiamo, non siamo degni del nome di Cristo, non siamo degni dell’eredità della redenzione.

“Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliato con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione” (2Cor 5,17-18).

6. Auguro quindi alla vostra cara parrocchia, che si onora del nome del grande martire Ignazio di Antiochia, fervido amante della passione di Cristo, di diventare in questa Quaresima un luogo privilegiato di quel servizio della riconciliazione degli uomini con Dio, che si celebra in Cristo nel sacramento della penitenza.

Non manchino a nessuno di noi, cari fratelli e sorelle, la pazienza e il coraggio di fare ammenda dei propri peccati, confessandoli nel sacramento della penitenza. Non manchi a noi soprattutto l’amore per Cristo che ha dato per noi se stesso mediante la passione e la morte sulla croce. Tale amore faccia scaturire nei vostri cuori la stessa profonda fiducia che scaturì nel cuore del figlio dell’odierna parabola: “Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato!”.

 

© Copyright 1980 - Libreria Editrice Vaticana

 

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