The Holy See
back up
Search
riga

MESSA PER LA GIORNATA PER LE VOCAZIONI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Basilica di S. Pietro
10 maggio 1981

 

1. Nella quarta domenica di Pasqua contempliamo Cristo risorto, che dice di se stesso: “Io sono la porta delle pecore” (Gv 10,7).

Egli si dice anche il Buon Pastore; con quelle parole Egli completa in un certo senso quest’immagine, dandole una nuova dimensione:

“In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei” (Gv 10,1-5).

Gesù, dunque, è la porta dell’ovile. Nell’attribuirsi tale qualifica, Gesù presenta se stesso come la via obbligata per entrare pacificamente nella comunità dei redenti: Egli è infatti l’unico mediatore, per mezzo del quale Dio si comunica agli uomini e gli uomini hanno accesso a Dio. Chi non passa attraverso questa “porta” è “un ladro ed un brigante”. Attraverso tale porta, peraltro, si passa seguendo Lui, che è il vero Pastore.

“Tenete dunque bene a mente – commentava sant’Agostino – che il Signore Gesù Cristo è la porta ed è il Pastore: è la porta in quanto apre se stesso (nella rivelazione) ed è il Pastore in quanto entra da se stesso. Per la verità, o fratelli, la prerogativa di pastore l’ha comunicata anche alle sue membra; e così è pastore Pietro, e Paolo è pastore, e gli altri apostoli sono pastori, e i buoni Vescovi sono pastori. Nessuno di noi, però, osa dire di essere la porta; Cristo ha riservato a sé soltanto di essere la porta, attraverso la quale entrano le pecore” (Sant’Agostino In Io. Evang. Tr. 47, 3).

2. Quest’immagine di Cristo, che, come unico “Buon Pastore”, è al tempo stesso la “porta delle pecore”, deve stare davanti agli occhi di noi tutti.

Dovete tenerla davanti agli occhi in particolar modo voi, cari fratelli miei, che concelebrate con me questa santa Messa, con cui s’inaugura il Congresso internazionale per le Vocazioni.

Giunga a tutti ed a ciascuno il mio saluto cordiale: al Signor Cardinale Baum, Prefetto della Sacra Congregazione per l’Educazione Cattolica ed ai suoi collaboratori; ai venerati fratelli nell’episcopato ed ai sacerdoti, che sono qui convenuti come delegati o inviati delle Conferenze episcopali e dei competenti Uffici delle Conferenze medesime.

Saluto poi i Superiori e le Superiore Generali, i Moderatori di Istituti Secolari e le altre degnissime persone, che si sono rese disponibili, a prezzo anche di non lievi sacrifici, per recare il loro prezioso contributo alla comune riflessione.

Il tema del Congresso: “Sviluppi della cura pastorale delle vocazioni nelle Chiese particolari: esperienze del passato e programmi per l’avvenire”, appare singolarmente opportuno ed attuale. Esso si propone di migliorare la meditazione della Chiesa locale in ordine alle vocazioni, e non è chi non veda l’importanza di tale “momento” dell’azione pastorale per la vita della Chiesa nel mondo intero.

Sono stati consultati, a tal fine, i Piani d’Azione preparati nelle diocesi delle diverse parti del mondo ed i contributi di carattere nazionale pervenuti alla Sacra Congregazione per l’Educazione Cattolica: sulla loro base è stato redatto il “Documento di lavoro”, che è stato sottoposto alla vostra attenzione come utile traccia per le prossime discussioni.

Il Congresso si presenta, pertanto, come il punto d’arrivo di un diligente lavoro di preparazione, che non mancherà di favorirne l’ordinato e fruttuoso svolgimento. L’augurio, avvalorato dalla comune preghiera, e che esso diventi anche il punto di partenza di un nuovo impulso per la pastorale delle vocazioni in ogni Chiesa particolare. In questo modo il circolo si chiude: e si è partiti dalle varie esperienze delle Chiese particolari e ad esse ora si ritorna con la ricchezza degli apporti raccolti nel confronto con “il vissuto” delle Chiese sorelle.

Non posso nascondere la mia gioia per il fatto che il Congresso si svolga a Roma. Questo mi consente di sentirmene direttamente partecipe: lo inauguro insieme a voi in questa concelebrazione eucaristica, e vi sarò vicino col pensiero e con la preghiera.

3. Il problema delle vocazioni sacerdotali – e anche di quelle religiose sia maschili sia femminili – è, e lo dirò apertamente, il problema fondamentale della Chiesa. È una verifica della sua vitalità spirituale ed è la condizione stessa di tale vitalità. È la condizione della sua missione e del suo sviluppo.

Ciò si riferisce tanto alla Chiesa nella sua dimensione universale, quanto anche ad ogni Chiesa locale, alla diocesi e analogicamente alle Congregazioni religiose. Bisogna quindi considerare questo problema in ciascuna di queste dimensioni, se la nostra attività nel settore del risveglio delle vocazioni vuol essere appropriata ed efficace.

Le vocazioni sono la verifica della vitalità della Chiesa. La vita genera vita. Non a caso il Decreto sulla formazione sacerdotale, trattando del dovere di “dare incremento alle vocazioni”, sottolinea che la comunità cristiana “è tenuta ad assolvere questo compito anzitutto con una vita perfettamente cristiana” (Optatam Totius, 2). Come un terreno dimostra la ricchezza dei propri umori vitali con la freschezza e il rigoglio della messe che in esso si sviluppa (il riferimento alla parabola evangelica del seminatore è qui spontaneo (Mt 13,3-23)), così una comunità ecclesiale dà prova del suo vigore e della sua maturità con la fioritura delle vocazioni, che riesce in essa ad affermarsi.

Le vocazioni sono anche la condizione della vitalità della Chiesa. Non c’è dubbio che questa dipende dall’insieme dei membri di ogni comunità, dall’“apostolato comune”, in particolare dall’“apostolato dei laici”. Tuttavia è altrettanto certo che per lo sviluppo di quest’apostolato si rivela indispensabile proprio il ministero sacerdotale. Ciò, del resto, lo sanno molto bene gli stessi laici. L’autentico apostolato dei laici si basa sul ministero sacerdotale – ed, a sua volta, manifesta la propria autenticità riuscendo, tra l’altro, a far sbocciare nel proprio ambito nuove vocazioni.

4. Ci si può chiedere perché le cose stiano così.

Tocchiamo qui la dimensione fondamentale del problema, e cioè la verità stessa sulla Chiesa: la realtà della Chiesa, così com’è stata plasmata da Cristo nel mistero pasquale e come costantemente viene plasmandosi sotto l’azione dello Spirito Santo. Per ricostruire nella coscienza, o approfondire, la convinzione circa l’importanza delle vocazioni, si deve risalire alle radici stesse di una sana ecclesiologia, così come esse ci sono state svelate dal Vaticano II. Il problema delle vocazioni, il problema del loro risveglio, appartiene in modo organico a quel grande compito, che si può chiamare “la realizzazione del Vaticano II”.

Le vocazioni sacerdotali sono verifica e insieme condizione della vitalità della Chiesa, prima di tutto perché questa vitalità trova la sua incessante sorgente nell’Eucaristia, quale centro e vertice di tutta l’evangelizzazione e della piena vita sacramentale. Scaturisce di qui il bisogno indispensabile della presenza del ministro ordinato, che sia in grado di celebrare appunto l’Eucaristia.

E che dire poi degli altri sacramenti, mediante i quali si alimenta la vita della comunità cristiana? Chi amministrerebbe, in particolare, il sacramento della Penitenza, se venissero a mancare i sacerdoti? E questo sacramento è il mezzo stabilito da Cristo per il rinnovamento dell’anima e per la sua attiva integrazione nel contesto vitale della comunità. Chi attenderebbe al servizio della Parola? E tuttavia nell’attuale economia della salvezza “la fede dipende dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo” (Rm 10,17).

Vi sono poi le vocazioni alla vita consacrata. Esse sono la verifica e insieme la condizione della vitalità della Chiesa, perché tale vitalità deve trovare, per volontà di Cristo, la sua espressione nella radicale testimonianza evangelica, resa al Regno di Dio in mezzo a tutto ciò che è temporale.

5. Il problema delle vocazioni non cessa di essere, cari fratelli, un problema che mi sta a cuore in modo tutto particolare. L’ho detto in diverse occasioni. Sono convinto che – nonostante tutte le circostanze che fanno parte della crisi spirituale esistente in tutta la civilizzazione contemporanea – lo Spirito Santo non cessa di operare nelle anime. Egli, anzi, opera ancor più intensamente. Ed è proprio da qui che si aprono anche dinanzi alla Chiesa di oggi favorevoli prospettive in fatto di vocazioni, solo che essa cerchi di essere autenticamente fedele a Cristo; solo che illimitatamente speri nella potenza della sua redenzione – e cerchi di far tutto il possibile per “avere diritto” a questa fiducia.

“Condizione della “communio” specifica del Popolo di Dio – ho detto in altra circostanza – è la pluralità delle vocazioni e anche la pluralità dei carismi. È unica la vocazione cristiana comune: la chiamata alla santità; ed unico è il fondamentale carisma dell’essere cristiano: il sacramento del Battesimo; tuttavia, sul suo fondamento si individuano le vocazioni particolari, come quella sacerdotale e religiosa e, accanto a queste, la vocazione dei laici che, a sua volta, porta con sé tutto il complesso delle varietà possibili. I laici, infatti, in diversi modi possono partecipare alla missione della Chiesa nel suo apostolato.

“Servono la comunità stessa della Chiesa, prendendo, per esempio, parte alla catechesi o al servizio caritativo e, contemporaneamente, aprono nel mondo le strade in tanti campi dell’impegno ad essi specifico.

“Servire la comunione del Popolo di Dio nella Chiesa significa curare le diverse vocazioni ed i carismi nella loro specificità ed operare affinché si completino reciprocamente, così come le singole membra, nell’organismo (cf. 1Cor 12,12ss)”.

Possiamo guardare con fiducia verso il futuro delle vocazioni, possiamo contare sulla efficacia dei nostri sforzi che mirano al loro risveglio, se allontaniamo da noi in modo consapevole e decisivo quella particolare “tentazione ecclesiologica” dei nostri tempi, che da diverse parti e con molteplici motivazioni cerca di introdursi nelle coscienze e negli atteggiamenti del popolo cristiano. Voglio alludere alle proposte che mirano a “laicizzare” il ministero e la vita sacerdotale, a sostituire i ministeri “sacramentali” con altri “ministeri” ritenuti più rispondenti alle esigenze pastorali odierne, e anche a privare la vocazione religiosa del carattere di testimonianza profetica del Regno, orientandola esclusivamente verso funzioni di animazione sociale o addirittura di impegno direttamente politico. Questa tentazione tocca l’ecclesiologia, come lucidamente si espresse il Papa Paolo VI, il quale, parlando all’Assemblea generale della Conferenza episcopale Italiana sui problemi del sacerdozio ministeriale, dichiarava: “Ciò che ci affligge a questo riguardo è la supposizione, più o meno penetrata in certe mentalità, che si possa prescindere dalla Chiesa, qual è, dalla sua dottrina, dalla sua costituzione, dalla sua derivazione storica, evangelica e agiografica, e che si possa inventarne e crearne una nuova, secondo dati schemi ideologici e sociologici, mutevoli anch’essi e non suffragati da intrinseche esigenze ecclesiali; così che talora vediamo che a scuotere e a indebolire la Chiesa a questo riguardo non sono tanto i suoi nemici di fuori, quanto alcuni suoi figli, alcuni che pretendono essere suoi liberi fautori di dentro” (Insegnamenti di Paolo VI, VIII [1970] 302).

6. Cristo è la porta delle pecore!

Che tutti gli sforzi della Chiesa – e in particolare del vostro Congresso! – che tutte le preghiere della nostra odierna assemblea eucaristica riconfermino questa verità!

Che diano ad essa l’efficacia piena! Entrino attraverso tale “porta” sempre nuove generazioni di pastori della Chiesa. Sempre nuove generazioni di “amministratori dei misteri di Dio”! (1Cor 4,1). Sempre nuove schiere di uomini e di donne che con tutta la loro vita, mediante la povertà, la castità e l’obbedienza liberamente accettate e professate diano testimonianza al Regno, che non è di questo mondo e che non passa mai.

Che Cristo – Porta delle pecore – si apra largamente verso il futuro del Popolo di Dio in tutta la terra. E accetti tutto ciò che secondo le nostre deboli forze – ma appoggiandoci sull’immensità della sua grazia – cerchiamo di fare per risvegliare le vocazioni.

Interceda per noi in queste iniziative l’umile Serva del Signore, Maria, che è il modello più perfetto di tutti i chiamati; Lei che alla chiamata dall’Alto rispose: “Eccomi! avvenga di me quello che hai detto” (cf. Lc 1,38).

 

© Copyright 1981 - Libreria Editrice Vaticana

 

top