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SANTA MESSA NELLA PARROCCHIA DI SANTA FRANCESCA ROMANA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

I Domenica di Avvento
29 novembre 1981

 

1. Regem venturum Dominum, venite adoremus!

Iniziando dalla odierna Domenica, giunge a tutta la Chiesa questo nuovo appello: l’appello dell’Avvento. Lo annunzia la liturgia, ma lo sente, al tempo stesso, tutto il Popolo di Dio con il suo senso di fede. L’Avvento costituisce non solo il primo periodo dell’anno liturgico della Chiesa, ma in pari tempo anche il contenuto interiore della vita dei suoi figli e figlie.

Regem venturum Dominum, venite adoremus!

E con tale appello vengo oggi alla vostra parrocchia per compiere in essa il principale ministero apostolico: il ministero della visita. Vi ringrazio per la cordiale accoglienza, e soprattutto per la vostra presenza; essa, infatti, mi permette di incontrare tutta la comunità del Popolo di Dio che voi costituite, ed i vari gruppi esistenti nel suo ambito.

Rivolgo innanzitutto il mio cordiale saluto al Cardinale Vicario ed al Vescovo di Zona Monsignor Clemente Riva, che hanno degnamente preparato questo incontro. Saluto anche vivamente il parroco ed i vice-parroci, dell’Ordine dei Frati Minori, che spendono le loro energie nella cura pastorale di questa parrocchia; e ad essi unisco pure i presbiteri di altre parrocchie, che li aiutano. Estendo di cuore il saluto ai religiosi ed alle religiose, che risiedono ed operano nella parrocchia. Inoltre, mi rivolgo con affetto a tutti i fedeli, e in modo particolare ai membri di associazioni, gruppi e movimenti cattolici vari, che offrono un’attiva testimonianza della loro fede. Voglio ricordare in special modo i benemeriti catechisti. Ma il mio saluto intende comprendere anche gli ammalati, ai quali assicuro la mia preghiera, e poi i cari giovani, che sono la speranza di tutti noi.

So che la parrocchia di santa Francesca Romana al Quartiere Ardeatino è di fondazione moderna, ma legata a tradizioni e a monumenti antichi. Parte del territorio abitato dai parrocchiani era nel medioevo proprietà della famiglia della santa patrona, la quale visse infiammata di carità verso i più bisognosi della Città di Roma. Sia questo esempio un invito ed uno sprone ad una vita cristiana sempre più impegnata in favore del prossimo per la gloria di Dio.

2. Nella liturgia della Domenica odierna la Chiesa apre davanti a noi in un certo senso due immagini dell’Avvento.

Ecco innanzitutto Isaia, grande profeta dell’unico e santissimo Dio, che dà espressione al tema dell’allontanamento di Dio dall’uomo. Nel suo meraviglioso testo, un vero poema teologico, che abbiamo ascoltato poco fa, egli ci da una penetrante immagine della situazione della sua epoca e del suo popolo, che dopo aver perduto il vivo contatto con Dio si è trovato su vie impraticabili: “Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema?” (Is 63,17).

Ma proprio trovandosi in questo allontanamento, l’uomo percepisce ad un certo punto così dolorosamente che senza la presenza di Dio nella sua vita è lasciato in preda della propria colpa e matura la convinzione che solo Dio è colui che lo strappa alla schiavitù, solo Dio salva, e in questo modo si fa sentire in lui ancor più fervido il desiderio della sua venuta: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi” (Is 63,19).

Isaia non si ferma tuttavia sull’analisi devota dello stato delle cose e sulla manifestazione di un appello fervido e drammatico a Dio per squarciare i cieli e venire di nuovo in mezzo al suo Popolo. Non si cura la malattia mediante la sua sola descrizione e un più vivo desiderio di uscirne! Bisogna risalire alle cause. Fare una diagnosi. Che cosa provoca questo allontanamento di Dio? La risposta del Profeta è univoca: il peccato!

“Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. Siamo divenuti tutti come cosa impura e come panno immondo sono tutti i nostri atti di nostre iniquità ci hanno portato via come il vento” (Is 64,4-5).

Di pari passo col peccato va la dimenticanza di Dio: “Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si riscuoteva per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci hai messo in balìa della nostra iniquità” (Is 64,6).

La diagnosi del Profeta è penetrante: l’allontanamento di Dio dall’uomo è dovuto alla colpa dell’uomo: è frutto del suo allontanamento da Dio. Simultaneamente a ciò, l’uomo viene dato in balia della sua iniquità.

3. È sorprendente come questa diagnosi del Libro di Isaia, che esprime la situazione dell’uomo vissuto tanti secoli fa, sia valida anche per oggi. Molti di noi, uomini del secondo millennio dopo Cristo, che sta per terminare, non sono travagliati forse da un simile senso di allontanamento da Dio? Questo senso è tanto più drammatico, perché spunta non nel contesto dell’Antica ma della Nuova Alleanza. Non è forse un dramma del nostro mondo di oggi, della odierna umanità e dell’uomo il fatto che venti secoli dopo il compimento dei fervido grido del Profeta, quando i cieli si sono squarciati, e Dio, rivestendosi di un corpo umano, scese ed abitò tra il suo popolo per rinnovare in ogni uomo la sua immagine, iscritta in lui nell’atto della creazione, e per dargli la dignità di figlio suo, – che ancora oggi, e forse ancor più di prima, l’uomo si trova in balìa della sua iniquità, e dolorosamente risente le conseguenze di questa schiavitù?!

In quale misura il mondo e l’uomo odierno la sua vita e attività, le sue istituzioni sanno esprimere la verità che tutta la realtà che ci circonda e in modo particolare l’uomo, corona della creazione, germinano dall’amore di Dio che tutto abbraccia? In che misura voi, cittadini di Roma, fedeli della Chiesa costruita sul fondamento degli Apostoli e membri della Comunità parrocchiale dedicata a santa Francesca Romana, in che misura noi qui presenti a questo incontro d’Avvento e tutti i nostri fratelli e sorelle “santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi” (1Cor 1,2) – in che misura siamo portatori e rivelatori di questo amore? Non siamo in balìa della nostra iniquità? Un andare alla deriva che allontana da Dio e crea il peccato e il vuoto. Non siamo testimoni e spesso vittime di un crescente peccato e delle sue conseguenze? Di questo “peccato del mondo”, che costringe Dio ad allontanarsi dall’uomo e dai suoi problemi, quali sono oggi l’indifferenza e l’odio.

Tutto ciò che con tanta forza non mai finora incontrata minaccia oggi l’uomo, il suo “essere uomo” e perfino la sua esistenza, non è forse un urgente segnale e avvertimento che non è questa la via? E le parole: pace, giustizia, amore, oggi così spesso e zelantemente pronunciate e divulgate forse mai come prima, e che con tanta fatica si fanno strada verso la realizzazione, non sono forse un’altra versione, cosciente o meno, delle parole del Profeta lette oggi “Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema?” (Is 63,17).

4. Vengo a voi, cari fratelli e sorelle, non per dipingere davanti ai vostri occhi una visione catastrofica dell’uomo e del mondo. Ma a noi tutti, che abbiamo creduto all’Amore, non può mancare oggi il coraggio e l’acutezza della “diagnosi” del Profeta di tanti secoli fa circa l’umana verità sull’uomo. Quando infatti questi si troverà con coraggio e umiltà in questa sua umana verità, allora si aprirà anche la divina verità su di lui.

Nella prima Domenica d’Avvento – nel periodo in cui la Chiesa ci mostrerà di nuovo tutta la storia della salvezza, e nel periodo in cui si compiranno “le grandi opere di Dio” (At 2,11) – vengo per potere insieme con voi, conforme a questa prima immagine delineata dal Profeta, ripetere e confessare dinanzi a Dio con una particolare convinzione interna e con fede: “Perché Tu sei nostro Padre” (Is 63,16).

5. Ritroviamo la seconda immagine dell’Avvento nella prima lettera ai Corinzi.

L’immagine, che appartiene alla Nuova Alleanza, nasce dalla realtà della venuta di Cristo e al tempo stesso si apre verso il suo Avvento definitivo.

Lo sfondo di quell’immagine costituisce la fondamentale professione della fede del Profeta: “Signore, tu sei nostro padre”, verità che è l’apice della rivelazione già nell’Antico Testamento; ma la sua piena dimensione e significato sono stati rivelati all’uomo in Cristo, nel compiersi del suo Avvento storico.

Ascoltando le parole di san Paolo, con le quali egli ringrazia Dio Padre per i fedeli della Chiesa di Corinto, che hanno ricevuto la fede mediante il suo servizio apostolico, non possiamo non pensare, con profonda emozione e preoccupazione, allo stesso dono che è in noi. Insieme alla fede abbiamo ricevuto nel Battesimo tutta la ricchezza interiore, le doti spirituali e la garanzia di essere capaci di compiere ciò che senza quel dono è assolutamente inaccessibile all’uomo. La nostra garanzia è Dio stesso. che rimane fedele alle sue promesse, purché l’uomo non ritiri la sua fedeltà. Garanzia è per noi Cristo, che ci conferma sino alla fine ad essere irreprensibili per il giorno della seconda venuta del nostro Redentore (cf. 1Cor 1,8).

Non possiamo pensare a questo dono senza un senso di gratitudine e di responsabilità per esso. E perciò bisogna porsi la domanda: sono io, voglio essere fedele a Dio per trovarmi “irreprensibile” all’incontro definitivo con il mio Redentore? Ecco, la domanda più fondamentale che mi pone l’odierna Domenica, che mi pone il mio Avvento di quest’anno. Avendo assicurati da Dio tutti i mezzi della salvezza, dobbiamo vigilare nella prospettiva dell’ultimo Avvento, per non dissipare le possibilità messe nelle nostre mani e attendere con timore e tremore alla nostra salvezza (cf. Fil 2,12).

6. Cerchiamo di trarre le conclusioni dai testi dell’odierna liturgia.

Il modo giusto in cui dobbiamo vivere l’Avvento è quello che si racchiude nella seconda immagine, ma – se, in conformità a quest’immagine, dobbiamo in modo particolare ringraziare il nostro Dio per la grazia che ci è stata data in Cristo Gesù – contemporaneamente non può rimanere per noi indifferente l’immagine del Profeta, l’immagine dell’“allontanamento di Dio”, causato dal peccato dell’umanità e dall’oblio nei confronti di lui. Immagine che appartiene non soltanto all’Antico Testamento, ma ha, nello stesso tempo, un valore per oggi.

E perciò bisogna che nel nostro vivere l’Avvento rinasca quella fede eroica, che si manifesta nelle parole del Profeta:

“Tu, Signore, tu sei nostro Padre, / da sempre ti chiami nostro redentore. / Perché, Signore, / ci lasci vagare lontano dalle tue vie / e lasci indurire il nostro cuore, così che / non ti tema?” (Is 63,16-17).

L’uomo, quando riconosce la sua debolezza, l’errore, quando riconosce il suo peccato, deve subito aggiungere: “Tu, Signore, tu sei nostro Padre”, e allora il suo lamento: “Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie”, è veritiero, acquista una forza di trasformazione, diventa conversione. Ogni riflessione sulla miseria, l’infedeltà, la sventura, il peccato dell’uomo, che professa dinanzi a Dio: “Tu sei nostro Padre”, è creatrice, non conduce alla depressione, alla disperazione, ma al riconoscimento e all’accettazione di Dio come Padre, quindi come Amore che perdona e guarisce.

Di pari passo con una tale fede, che si manifesta anche mediante la confessione dei propri peccati, va dunque una fervida speranza: “Orecchio non ha sentito, / occhio non ha visto, / che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto / per chi confida in Lui” (Is 64,3).

E perciò il grido: “Ritorna per amore dei tuoi servi, / per amore delle tribù, tua eredità” (Is 63,17).

7. Quale deve essere quindi il nostro Avvento? Quale dev’essere l’Avvento degli uomini del XX secolo, l’Avvento vissuto in questa parrocchia?

Deve unire in sé un nuovo desiderio di avvicinamento di Dio all’umanità, all’uomo, e la prontezza a vigilare, cioè la disposizione personale ad essere vicino a Dio. “Ma come potremo gioire nel Signore – chiede sant’Agostino se egli è tanto lontano da noi? Lontano? No. Egli non è lontano, a meno che tu stesso non lo costringa ad allontanarsi da te. Ama e lo sentirai vicino. Ama ed egli verrà ad abitare in te” (S. Agostino, Sermo 21,1-4: CCL 41,278).

Perciò, con una tale consapevolezza, noi facciamo nostre e pronunciamo col cuore le parole del Salmo responsoriale: “Tu, pastore d’Israele, ascolta... rifulgi... / Risveglia la tua potenza / e vieni in nostro soccorso... / Dio degli eserciti, volgiti, / guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna... / Sia la tua mano sull’uomo della tua destra, / sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte. / Da te più non ci allontaneremo, / ci farai vivere e invocheremo il tuo nome” (Sal 80,2.3.15.18-19).

Quel desiderio diventa tanto più vivo, quanto più profondamente risentiamo “la minaccia” collegata con l’allontanamento di Dio.

E la vigilanza non è niente altro che lo sforzo sistematico per restare vicini a Dio e non permettere l’allontanamento da Lui. Significa essere costantemente pronti all’incontro.

8. Tale programma dell’Avvento è annunziato oggi dal Vangelo. Questo brano costituisce l’epilogo del discorso escatologico, che Gesù pronunciò, lasciando il Tempio, alcuni giorni prima della sua Passione e Risurrezione. In questo breve testo si ripete quattro volte la parola “vigilare” o “vegliare” e una volta “stare attenti”. Quanto è eloquente l’ultima frase: “Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!” (Mc 13,37).

Cristo dice quindi a noi tutti, riuniti qui oggi per celebrare l’Eucaristia, dice a ciascuno: “Vigilate”, perché il momento è sconosciuto, ma è sicuro che esso verrà. La cosa più importante è la fedeltà al compito affidato e al dono che ci rende capaci di eseguirlo. A ciascuno è stato affidato un dovere che gli è proprio, quella “casa” di cui deve avere cura. Questa casa è ciascun uomo, è la sua famiglia, l’ambiente nel quale vive, lavora, riposa. È la parrocchia, la città, il paese, la Chiesa, il mondo, di cui ciascuno è corresponsabile davanti a Dio e agli uomini. Qual è la mia sollecitudine per questa “casa” affidatami, perché regni in essa l’ordine voluto da Dio, che corrisponde alle aspirazioni e ai desideri più profondi dell’uomo? Qual è il mio contributo in quest’opera, che esige un costante mettere ordine, il rinnovamento, la fedeltà? Ecco le nostre domande e i compiti dell’Avvento.

9. “Mostraci, Signore, la tua misericordia / e donaci la tua salvezza” (Canto al Vangelo).

Ciò che è in noi debole grida alla tua misericordia, perché più forte è il desiderio della tua salvezza: “Noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma”. Non metterci in balia della nostra iniquità, non ci porti essa via come il vento! Dacci il beato Avvento, “perché tu sei nostro Padre”.

 

© Copyright 1981 - Libreria Editrice Vaticana

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