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SANTA MESSA PER I MALATI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Basilica di San Pietro, 11 febbraio 1982

 

“Benedicta tu inter mulieres”! (Lc 1,42)

1. Questo suggestivo saluto mariano, che ripete e fa risuonare nei secoli quello che Elisabetta “ripiena di Spirito Santo... a gran voce” (cf. Lc 1,41-42) rivolse alla Vergine Madre di Dio, mi sembra, carissimi fratelli e sorelle, particolarmente appropriato per la raccolta assemblea liturgica di questa sera. Siamo, infatti, convenuti all’interno di questo Tempio per onorare e celebrare Maria santissima nel giorno che ricorda l’evento della sua apparizione all’umile Bernardetta là, nella grotta di Massabielle, per affidarle uno speciale messaggio di misericordia e di grazia. E chi potrebbe affermare che un tale messaggio non conservi anche ai nostri giorni il suo pieno valore?

Servendosi di quella sconosciuta fanciulla, Maria intendeva richiamare soprattutto i peccatori alla conversione, sollecitando per essi e per la loro salvezza l’impegno comunitario di tutti i fedeli cristiani. Sta di fatto che un tale appello – come rileva la “Liturgia delle Ore” nella breve nota introduttiva, premessa alla memoria odierna – “suscitò nella Chiesa un fervido movimento di orazione e di carità, soprattutto a servizio degli infermi e dei poveri”.

2. È proprio quello che intendiamo fare stasera! Convocandovi per la celebrazione dell’Eucaristia, che è sacramento di pietà e vincolo di carità, ho voluto accanto a me in posizione principale e privilegiata tanti fratelli e sorelle provati dal dolore e dalla sofferenza. Nella luce del messaggio sempre attuale della Vergine di Lourdes, voi siete qui al primo posto, carissimi ammalati, perché a voi è risevato un ruolo insostituibile nell’economia salvifica, in unione con Colui che, con la sua passione, morte e risurrezione, ne è il protagonista e l’artefice: Gesù Cristo nostro Redentore e Signore.

A voi, pertanto, dopo il saluto che ho rivolto a Maria, va ora il mio affettuoso pensiero, che vuol essere anche espressione di augurio per la vostra salute, come pure un segno di ringraziamento per la vostra presenza, che so non disgiunta da qualche difficoltà e sacrificio. Né posso omettere di salutare con voi tutti coloro che, come vi hanno premurosamente accompagnato fin qui, così vi prestano in ben numerose circostanze il loro fraterno e tanto meritorio “ministero” di assistenza e di cura. Sì, io desidero salutare e ringraziare anche voi, cari dirigenti e membri dell’Associazione Nazionale UNITALSI e dell’Opera Romana Pellegrinaggi, dei quali conosco ed apprezzo il lavoro assiduo, discreto, disinteressato e generoso. Non soltanto oggi, ma quotidianamente voi svolgete un lavoro che, al di là di ogni limitatrice qualificazione sociologica o professionale, ha un nome ben definito ed onorato nel vocabolario cristiano: carità, come esercizio di evangelica sollecitudine verso i fratelli più deboli, sollecitudine che vien loro prestata in nome di Dio e del suo Figlio Gesù.

“Infirmus (eram), et visitastis me...” (Mt 25,36). Grazie a voi, anche a nome di chi, talora, non ha voce né forza per dirvelo

3. “Benedicta tu inter mulieres”! Il saluto che, ripetendo le parole “ispirate” di Elisabetta, noi rivolgiamo a Maria per onorarla in questa sua festa non sarebbe completo, se non fosse seguito ed integrato dalle altre parole che – come ci riferisce il Vangelo – furono proferite congiuntamente nella casa di Zaccaria. Come Elisabetta, senza per nulla distaccare madre e figlio, ma piuttosto intimamente associandoli, subito soggiunse: “et benedictus fructus ventris tui”, così anche noi dobbiamo indirizzarci con la prontezza di una fede viva, con la forza di un amore ardente al Signore Gesù. Anche per noi deve dimostrarsi vero, cioè realmente verificarsi il contenuto dell’espressione: “Ad Iesum per Mariam”, sicché l’odierna ricorrenza liturgica sia pur essa occasione e tramite per avvicinarci maggiormente a Gesù, confessandolo come il “frutto benedetto del seno di Maria”.

Riflettiamo: che cosa significò in quella casa della montagna di Giuda (cf. Lc 1,39) la presenza di Maria? Fu solo un atto gentile, o una premura delicata verso la “parente che aveva concepito nella sua vecchiaia”? (cf. Lc 1,36). Fu un’opera assistenziale puramente umana? No: fu quella una presenza ben più significativa e spiritualmente feconda, perché Maria apportò alla sua parente i doni incomparabili della grazia, della gioia e della luce, associando in questa elargizione alla madre il futuro precursore. Ecco infatti che l’anziana donna, “non appena ebbe udito il saluto di Maria”, non solo sentì sobbalzarle in seno il figliolo, ma fu ripiena di Spirito Santo e si sentì confortata e, direi anche, entusiasta nel ricambiare il saluto. Né basta: ella soprattutto acquistò, per illuminazione di quello Spirito che l’aveva penetrata, la superiore capacità di ravvisare nella giovane sua parente la Madre stessa del suo Signore.

Sono, questi, doni elettissimi che Maria, la madre della divina grazia, procura anche a noi, mentre ci porta a Gesù, o meglio – a voler dire propriamente – ci porta Gesù. Dobbiamo, dunque, accoglierla, come l’accolse Elisabetta.

4. Il Vangelo, testé ascoltato, oltre ai particolari dell’incontro, ci fa conoscere quale fu allora la risposta di Maria. Proclamata benedetta insieme col “frutto del suo seno”, proclamata “beata per aver creduto” (Lc 1,45), ella risponde, sì, ma cambiando interlocutore, perché comincia a parlare al Signore, elevando a lui nella sua “umiltà di serva” un mirabile canto di lode. Il Magnificat, vero cantico dei cantici del Nuovo Testamento, risuona quotidianamente sulle nostre labbra, fratelli; ma procuriamo di intonarlo con particolare fervore nella odierna circostanza, affinché, in unione spirituale con Maria, ripetendolo con lei parola per parola e quasi sillaba per sillaba, apprendiamo alla sua scuola come e perché noi dobbiamo celebrare e benedire il Signore.

Esso ci insegna che Dio solo è grande e, perciò, dev’essere da noi magnificato; egli solo ci salva e, perciò, il nostro spirito in lui deve esultare. Egli si china verso di noi con la sua misericordia e ci solleva fino a sé con la sua potenza. Grande, invero, ed alta è la lezione del Magnificat, che ciascuno di noi, in tutte le condizioni di vita, può e deve far suo, per attingerne, oltre a quei doni di grazia e di luce, il conforto e la serenità anche nella prova delle tribolazioni e nelle stesse sofferenze del corpo. Sia esso anche per voi, fratelli ammalati, fonte di consolazione e di pace, e vi sostenga nelle vostre preghiere e nell’offerta delle vostre sofferenze.

5. Ma io questa sera ho un’intenzione speciale da proporvi ed una richiesta particolare da presentarvi. Come certamente sapete, domattina lascerò Roma per alcuni giorni e, a Dio piacendo, mi recherò in visita in alcuni paesi Africani. Questo nuovo viaggio sarà come un ritorno, perché il Signore mi ha già concesso di visitare, nel maggio del 1980, alcune terre di quel grande e promettente Continente. Questa volta mi recherò in Nigeria, nel Benin, nel Gabon e nella Guinea Equatoriale, ed avrò in tal modo la possibilità di incontrare le numerose comunità ecclesiali che, grazie all’indefesso lavoro di tante generazioni di benemeriti Missionari, sono ivi stabilite. Viaggio missionario, appunto perché è diretto a queste Chiese giovani, e perché a muovere i miei passi è unicamente il servizio alla causa del Vangelo, nel contatto diretto con i fedeli ed i pastori delle medesime Chiese.

È proprio qui che cade l’accennata richiesta: perché l’imminente viaggio risponda a questa finalità apostolica io vi invito a pregare per me! Vogliate accompagnarmi, voi tutti fratelli e sorelle che mi ascoltate, col pensiero e con l’affetto, ma soprattutto con la carità di una speciale implorazione, affinché il Signore, che solo può darlo, a me dia l’indispensabile aiuto: è Dio che fa crescere (cf. 1Cor 3,6-7)! Egli che mi ha suggerito questa iniziativa, vorrà anche, grazie alle vostre preghiere, accompagnarla e sostenerla, onde sia efficace quella “conferma” che, in forza del mandato di successore di Pietro, io debbo ai confratelli nell’episcopato (cf. Lc 22,32), e stimolante la parola di esortazione, che recherò a quelle comunità cristiane.

Voi specialmente, che siete provati dalla malattia, vogliate unire l’offerta delle vostre sofferenze e così seguirmi da vicino durante questo viaggio. Voi potete far molto per me; ancora una volta voi siete in grado di comunicarmi quella forza, di cui già parlai all’indomani della mia nomina alla sede di Roma, e di cui anche nel periodo della mia malattia, ho sperimentato l’interiore potenza.

So bene che neppure questa volta mi mancherà il soccorso delle vostre orazioni, né il merito delle vostre sofferenze, e di tutto questo desidero ringraziarvi fin d’ora. Durante il santo Sacrificio non mancherò, a mia volta, nella comunione di carità che è come il respiro della vita della Chiesa, di pregare per voi e per la vostra salute. Così sia.

 

 

© Copyright 1982 - Libreria Editrice Vaticana

 

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