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VISITA PASTORALE ALLA PARROCCHIA ROMANA 
DI SAN SEBASTIANO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 21 marzo 1982 

 

Cari fratelli e sorelle!

1. Dice Gesù a Nicodemo le seguenti parole: “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14s).

Ricordiamo, prima, il fatto al quale si riferisce il Signore nel colloquio con Nicodemo. Il popolo di Israele, in cammino verso la terra promessa, subì nel deserto la prova dei serpenti velenosi, che fecero morire molti israeliti. Allora Dio, per intercessione di Mosè, ordinò di costruire un serpente di rame e di esporlo in alto agli occhi del popolo: chi lo guardava restava in vita (cf. Nm 21,6-9).

2. Il serpente che Mosè innalzò nel deserto è divenuto figura di Cristo innalzato sulla croce.

In questo “innalzare”, cioè nella crocifissione di Cristo, si rivelerà – secondo le parole di questo stesso Cristo pronunciate a Nicodemo – l’amore di Dio per il mondo:
“Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

L’amore di Dio per il mondo – per l’uomo vivente nel mondo – è a “misura” di Dio. Il metro di Dio è la Vita eterna. Secondo questa misura, Dio ha programmato il mondo e l’uomo nel mondo.

Perciò l’ha creato come sua “immagine e somiglianza”. Il segno della vocazione alla vita eterna, secondo il testo dei primi capitoli della Bibbia (Gen 3), era “l’albero della vita”. Da questo “albero” l’uomo si è staccato mediante il peccato, ed è stato da esso allontanato per il corso della storia umana.

Non però nell’eterno pensiero e nella volontà di Dio, che è amore e misericordia.

Leggiamo, a questo proposito, nella lettera agli Efesini le parole di san Paolo: “... Dio ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatto rivivere con Cristo” (Ef 2,4s).

L’albero della croce è diventato per l’umanità, dopo il peccato, l’albero della vita.

Cristo dice a Nicodemo: “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3,17).

“Salvo” vuol dire introdotto alla vita eterna, alla partecipazione della vita di Dio stesso.

Scrive ancora l’Apostolo: “Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù” (Ef 2,8-10)

3. Leggiamo le magnifiche e profonde parole dell’odierna Liturgia, che attingono – in un certo senso alterandosi – dal Vangelo di Giovanni e dalla lettera agli Efesini. Mediante la parola di Dio ascoltiamo ed accettiamo la chiamata alla partecipazione alla vita di Dio stesso, come nostro eterno destino.

Al tempo stesso, guardiamo la Croce di Cristo. Il nostro destino è scritto definitivamente in questo Segno. In quanti luoghi lo troviamo! In quanti lo collochiamo! Dappertutto si parla solo di questo: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna”.

La Croce è il segno del dono di Dio: il più grande eternamente ideato, soprannaturale, a misura di Dio. Ed è anche il segno della fede. Ovunque, in tutti i luoghi della terra, di fronte a tutti gli uomini e ai popoli, la croce significa la stessa cosa: l’amore di Dio e il dono della vita eterna. Se nei singoli luoghi, nell’ambito di vita di alcuni uomini o di gruppi di uomini, notiamo la mancanza di questo segno, potrebbe voler dire che manca la fede; a volte una lotta programmata contro la fede e contro la croce.

“... Perché chiunque crede in lui, abbia la vita eterna”. La fede stessa è un dono di Dio, che rende idonei alla vita eterna, che condiziona l’acquisizione di quest’ultimo dono. Questo non è solo una condizione per il futuro: nella fede, infatti, già ora troviamo il fondamento della partecipazione alla vita di Dio. Già in questo mondo.

Con quali ardenti parole scrive a questo proposito l’autore della lettera agli Efesini: “Per questa grazia infatti siete stati salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi ma è dono di Dio; né viene dalle opere perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo” (Ef 2,8-10).

Sarebbe difficile presentare in modo ancora più splendido la ricchezza della fede come dono di Dio. Veramente, mediante questo dono, siamo “creati in Gesù Cristo per le opere buone”.

4. Bisogna che noi guardiamo la Croce con la più profonda gratitudine e con una fiducia immensa.

Al tempo stesso, bisogna che la guardiamo con il senso della più grande responsabilità.

Tutto il piano divino è opera d’Amore – d’Amore misericordioso. Al tempo stesso esso è indirizzato all’uomo, il quale – proprio perché è immagine di Dio – è anche libero. E può dire a Dio “no”. Così ha detto già all’inizio; e lo dice o può continuare a dirlo: sia prima che apparisse nella sua storia la Croce di Cristo, sia dopo.

“Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’Unigenito Figlio di Dio” (Gv 3,17s).

Dunque, la Croce è anche il segno del giudizio.

Che cosa significano queste parole: “Chi non crede è già stato condannato”?

A quanto pare, ciò avviene non solamente “dopo... in seguito...”. Il Vangelo dice: “Già”. Può l’uomo essere già condannato mentre è in vita?

Ascoltiamo come Cristo, rispondendo a Nicodemo, che è “maestro in Israele”, spiega in che cosa consista questo giudizio, del quale la Croce è anche il segno.

“E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio” (Gv 3,19-21).

Sì. La Croce è segno del giudizio. E il giudizio ha un duplice compito: distinguere il bene dal male ed emettere una sentenza.

Secondo le parole di Cristo a Nicodemo, colui che emette la sentenza, però, è prima di tutto l’uomo stesso. L’uomo mediante le sue opere – buone o cattive. La sentenza viene emessa prima di tutto nella coscienza.

La Croce di Cristo è testimone di quel giudizio e di quella sentenza. Un testimone muto? No! Un testimone eloquente. Di essa dà testimonianza Colui che il Padre ha “mandato nel mondo”, perché il mondo si salvi per mezzo di lui: Testimone e Salvatore. E noi, a nostra volta, siamo “creati in Cristo Gesù per le opere buone”.

Se, dunque, non veniamo salvati, se ci condanniamo mediante le opere del male, è perché “non siamo venuti alla luce”: a questa Luce, che è proprio la Croce di Cristo. Non “abbiamo operato la verità”. Non abbiamo cercato “che le nostre opere siano fatte in Dio”: fatte cioè, in questa Luce che viene dalla “verità” delle parole di Cristo e della sua Croce. Queste realtà, infatti, testimoniano l’amore di Dio, il quale è la fonte, la misura e l’ispirazione di ogni opera buona, così come è anche il suo scopo e il suo definitivo compimento.

5. Accogliete, cari fratelli e sorelle, questa meditazione. Essa riguarda i problemi di ogni uomo, i problemi più profondi, e pone davanti ai nostri occhi il Mistero della Croce di Cristo nella sua luce divina. La mia visita nella vostra parrocchia cade nella quarta Domenica di Quaresima; e alla Liturgia di questa Domenica dobbiamo la Parola di Dio, che è divenuta il canovaccio della presente riflessione.

Desidero allo stesso tempo salutare tutti i presenti a questa Liturgia, a partire dal Cardinale Vicario, al Vescovo di Zona Clemente Riva, al signor Parroco ed ai suoi Collaboratori più diretti, compresa la Comunità Francescana che regge la cura di questa Basilica e delle annesse Catacombe.

In modo particolare intendo salutare tutte le forze vive della parrocchia di san Sebastiano: le numerose Famiglie religiose qui presenti ed operanti, i vari gruppi laicali pastoralmente impegnati, come l’Azione Cattolica, i soci volontari dell’Unitalsi, il gruppo del Vangelo e quello giovanile del dopo-Cresima.

Voglio specialmente sottolineare l’importanza della Catechesi parrocchiale ai vari livelli e nei vari momenti della vita sacramentale della Comunità, e perciò voglio lodare e incoraggiare quanti con generosità e competenza si dedicano ad essa: soprattutto le Catechiste, ma anche i Genitori, che invito a partecipare sempre più responsabilmente all’educazione dei giovani alla fede.

Proprio ai giovani rivolgo la mia parola particolarmente sentita, perché sappiano scoprire sempre più in Cristo il senso della loro vita e poi testimoniarlo al mondo con gioia e con decisione. Saluto, inoltre, con speciale affetto gli infermi e assicuro loro la mia preghiera per la loro guarigione e perché siano sempre forti nella fede.

Tutti voi, cari parrocchiani di san Sebastiano, avete un posto nel mio cuore, e prego il Signore che vi assista sempre nella vostra vita familiare e professionale; e che faccia ognor più della vostra parrocchia un’autentica comunità cristiana, che viva a fondo il Vangelo e lo sappia luminosamente presentare agli altri.

6. Cari fratelli e sorelle!

Che non vi abbandoni mai la Croce di Cristo come fonte di certezza che “Dio ha amato il mondo in essa”: che ha amato l’uomo.

Che non vi abbandoni mai la speranza della vita eterna.

Non cessate di tendere ad essa, amando la luce – ed avvicinandovi sempre ad essa. A questa luce che è la Croce di Cristo. E la sua Risurrezione. Alla luce che è Cristo stesso (Gv 8,12).

Amen.

 

 

© Copyright 1982 - Libreria Editrice Vaticana

 

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