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SANTA MESSA AL PONTIFICIO COLLEGIO 
DI SAN PIETRO APOSTOLO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenico, 17 ottobre 1982

 

1. “Il Figlio dell’Uomo... non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45): questo versetto conclusivo del brano evangelico della domenica odierna, letto or ora, ci suggerisce il criterio fondamentale per comprendere la vera natura della vocazione missionaria, e ci è di aiuto per una conveniente preparazione alla Giornata Mondiale delle Missioni, che la Chiesa celebrerà domenica prossima. E mi è particolarmente grato soffermarmi su tale argomento proprio in questo Collegio di san Pietro apostolo, insieme con voi, cari Studenti, che vi preparate ad essere domani nelle vostre terre araldi del Vangelo. Vi saluto ad uno ad uno ed il mio pensiero va anche ai Paesi dai quali provenite e che sono tanto cari al mio cuore.

Il suddetto criterio è quello del “servizio”, così come Gesù lo ha vissuto ed insegnato. Falseremmo il senso cristiano di “missione”, se non lo illuminassimo di questa luce, se non vedessimo la missione come “servizio”. Questo criterio dà alla missione la sua soprannaturale verità ed efficacia. Chi è infatti il servitore se non colui che è chiamato dal Superiore, e che, per obbedienza a lui, accetta l’incarico affidatogli?

Ebbene, il Superiore che il Missionario deve servire e dal quale è chiamato è Dio stesso; ed il “servizio” che il Missionario deve compiere è quello di annunciare la Parola di Dio al mondo. E per qual fine? Per la gloria di Dio e la salvezza dei fratelli, creati ad immagine di Dio, e amati per amore di Dio.

2. Se tale è la vocazione missionaria, sarà opportuno allora riflettere su taluni suoi aspetti strettamente legati al concetto evangelico del “servizio”.

La virtù primaria del servitore evangelico è l’obbedienza. La missione, infatti, che è incarico divino e soprannaturale, presuppone una vocazione dall’Alto; e non si può dare risposta concreta a tale chiamata divina senza uno spirito di soprannaturale obbedienza, senza una disponibilità generosa alla voce di Dio che ci chiama per inviarci nel mondo.

Quale dovrà essere l’obbedienza del Missionario?

Essa coinvolge le sue facoltà più preziose: intelletto e volontà. Dev’essere quindi innanzitutto obbedienza dell’intelletto a Cristo-Verità, e conseguentemente, adesione pratica della volontà: riprodurre in noi, nello Spirito, la vita stessa di Cristo, servo obbediente del Padre e primo Annunciatore della sua Parola, perché egli stesso è la Parola del Padre.

Obbedire alla verità è la virtù primaria del Missionario. E non è sempre facile. Occorrono infatti quell’equilibrio e quell’onestà intellettuali che soli consentono di accettare con franchezza e coraggio la Verità conosciuta con certezza, evitando pretesti o sotterfugi che indulgano al relativismo o al soggettivismo. E d’altra parte, è necessaria anche quell’umiltà che ci evita di dare o presentare per certo ciò che non lo è.

La Verità cristiana da annunciare al mondo è in se stessa assolutamente certa, universale, intangibile, perché proveniente da Dio eterno, fedele, immutabile. Occorre quindi che, il Missionario, con vero spirito di fede, faccia sua questa certezza, senza attribuire i propri dubbi alla Parola di Dio, ed al tempo stesso, senza voler dare alle proprie labili opinioni umane quel grado di certezza, che solo tale divina Parola può avere.

Annunciare Cristo non è né può essere, come alcuni male interpretano, un erigersi altèro a maestri, ponendosi su di un gradino superiore agli altri, ma al contrario suppone l’umiltà di accettare e quindi comunicare una dottrina che non è nostra, ma di Dio, considerandosi servitori e debitori agli altri di questa medesima dottrina.

Essere missionari significa “sentirsi” inviati da Dio perché realmente chiamati in forza di segni certi e oggettivi derivanti dall’ascolto interiore della voce divina, ed accreditati dall’approvazione e dal mandato esplicito della Chiesa, che si esprime nei suoi legittimi Pastori. Soltanto questo rende il Missionario un autentico servitore della divina misericordia.

Ritenere poi – come deve fare il Missionario – di essere in possesso di una dottrina divina ed infallibile qual è quella di Cristo, non è di per sé, come alcuni pensano, un atto di presunzione, ma umile coscienza, certa e comprovata, di aver ricevuto a propria volta tale dottrina, nella sua interezza ed autenticità, dal Magistero vivo della Chiesa, a cui Cristo invia incessantemente il suo Spirito di Verità.

3. Un secondo punto sul quale facciamo bene a concentrare l’attenzione, è quello riguardante la natura specifica del servizio da compiere. Esso consiste nell’annunciare – come ho detto – la Parola di Dio. Ora è chiaro che il servitore dev’essere capace di eseguire il compito che gli è stato affidato. Ma annunciare la Parola di Dio è compito che oltrepassa le forze naturali dell’uomo: è compito soprannaturale. Il messaggio cristiano, per la sua origine, per il suo contenuto, per il suo fine, per i modi ed i mezzi della sua trasmissione, trascende essenzialmente anche i più elevati messaggi umanitari o culturali, improntati ad una semplice religiosità naturale. Il messaggio cristiano, per la sua divina nobiltà, richiede in chi lo comunica e in chi lo riceve, un supplemento, per così dire, d’intelligenza: l’“intellectus fidei”, tale da proporzionare il linguaggio di chi parla e l’udito di chi ascolta alla dignità del suo contenuto. In questo senso, san Paolo parla di un “linguaggio spirituale” fatto per gli “uomini spirituali” (cf. 1Cor 2).

Non dimentichiamoci mai, dunque, cari fratelli, dell’elevatezza del dono che il Missionario fa al mondo. È necessario che il Missionario coltivi la viva coscienza della preziosità di esso, con gratitudine a Dio che glielo ha affidato, e con la volontà di mantenersi sempre con Dio in quella intima comunione di carità e di filiale obbedienza, che gli consentono di trovare i mezzi adatti per trasmetterlo efficacemente al mondo.

Solo conservando questo atteggiamento di gratitudine, di filiale disponibilità e di obbedienza al Padre, mediante la spirituale comunione con Cristo e la sua Chiesa, il Missionario sarà in grado di conservare pura nel suo cuore la grandezza del messaggio ricevuto, senza avvilirlo o diluirlo nella precarietà delle ideologie terrene, senza farne uno strumento dell’orgoglio o del potere mondano, senza pensare di poterlo diffondere con altri mezzi che non siano quelli evangelici della povertà, della mitezza, del sacrificio, della testimonianza, della preghiera, nella virtù e nella potenza dello Spirito.

4. Un’ultima considerazione nasce dal concetto di missione come servizio: ciò che fa il servitore, per chi lo fa? Non per se stesso, ma per i fini del Superiore. Così il Missionario: egli non lavora per se stesso, ma per il Regno di Dio e la sua giustizia. Abbiamo anche qui un richiamo che va al di là delle prospettive semplicemente terrene od umane. Non si tratta di “prender consiglio dalla carne e dal sangue” (cf. Gal 1,16), ma di ascoltare, nell’intimo del proprio cuore, il “mormorio” di quell’“acqua”, della quale già parlò il grande Vescovo-martire sant’Ignazio di Antiochia: quell’acqua limpida e pura della fede e della carità, che gli diceva: “Vieni al Padre, offrì la tua vita per Dio e per i fratelli” (cf. S. Ignazio d’Antiochia, Epistula ad Romanos, cap. 6, 1-8, 3: Funk, I, 217-223).

Il buon servitore dimentica se stesso ed i propri interessi per eseguire il compito assegnato. Anche il servitore del Vangelo si comporterà allo stesso modo. Siccome però questo sacrificio va al di là delle forze e delle ragioni dell’umana sapienza, il Missionario, nel dire il suo “sì” incondizionato al Padre che lo invia nel mondo, confida con sempre rinnovata tranquillità solamente nel soccorso divino che gli verrà concesso soprattutto nel momento della prova, che potrebbe assurgere anche nella vetta del martirio.

E quando, nell’ora più angosciosa della sofferta testimonianza, sembra al Missionario che tutto sia perduto, proprio in quel momento la luce della fede gli fa comprendere che, unito a Gesù crocifisso, e totalmente affidato alla misericordia del Padre, egli contribuisce a diffondere la luce divina in modo molto più efficace di quanto non avrebbe potuto ottenere mediante i mezzi umani, anche i più efficienti. Non che tali mezzi non siano utili alle missioni, anzi sono benedetti; e c’è da auspicarne un continuo incremento; ma sono solo strumenti da utilizzare secondo i piani di Dio e le esigenze pastorali del suo Regno.

Cari sacerdoti, ho voluto riflettere con voi su queste verità evangeliche, reso anch’io consapevole dell’impegno missionario proprio del successore di Pietro, al quale – come si esprime il Concilio Vaticano II – è stato affidato in modo particolare il grande compito di propagare il nome cristiano.

Voi sapete che ho voluto visitare numerosi Paesi, in cui Cristo è appena conosciuto e l’annuncio del Vangelo è ancora incompiuto. Nel fare ciò ho inteso anche incoraggiare tutti coloro che sono al servizio di Cristo e del Vangelo nei suddetti Paesi.

L’Eucaristia che stiamo celebrando, e che ci rende solidali gli uni con gli altri, approfondisca in noi il generoso proposito di condividere con i più bisognosi le ricchezze spirituali della fede ed anche il pane quotidiano.

La Regina delle Missioni, Maria santissima, ci insegna il segreto e l’anima di questo Apostolato: mettersi a totale disposizione della volontà del Padre celeste in piena ed incondizionata donazione della propria vita, affinché, per la virtù e la forza dello Spirito, possiamo concepire Cristo nel nostro cuore e donarlo alle anime. Regina delle Missioni prega per noi. Amen.


© Copyright 1982 - Libreria Editrice Vaticana

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