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SANTA MESSA PER
GLI UNIVERSITARI
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
Giovedì, 17 marzo 1983
Cari fratelli e sorelle!
1. Ci troviamo ormai al centro stesso della Quaresima 1983. Tra pochi giorni
inizierà il Giubileo straordinario dell’Anno Santo della Redenzione. In questo
momento la vostra presenza nella Basilica di San Pietro assume una eloquenza
particolare. A tutti porgo cordialmente il mio saluto: sono grato all’Onorevole
Franca Falcucci, Ministro della Pubblica Istruzione, per la sua presenza; saluto
i Rettori delle varie Università italiane; saluto i professori provenienti in
gran parte da Roma, ma anche da Milano, da Pavia e da Brescia. Saluto voi tutti
cari studenti, esprimendovi la mia sincera gioia di trovarmi con voi. I nostri
incontri nel corso della Quaresima - così come quelli nel corso dell’Avvento -
sono diventati già una prassi annuale. Desideriamo in questo modo rispondere
all’invito, che questo tempo liturgico ci indirizza a partire dal primo giorno -
cioè dal Mercoledì delle Ceneri.
Proprio in quel giorno, nel momento della imposizione delle ceneri, abbiamo
ascoltato le parole: “Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai” (cf.
Gen 3, 19) - ma pure le altre parole: “Convertitevi e credete al Vangelo (Mc
1, 15). Queste ultime parole in un certo senso completano il severo significato
delle prime. Vivendo nella prospettiva del termine terrestre, dobbiamo
utilizzare bene il tempo donato a noi. E la buona utilizzazione del tempo si
manifesta in tutto ciò che serve all’opera della conversione. Sempre dobbiamo
convertirci di nuovo, e sempre di nuovo dobbiamo “credere al Vangelo”. Questo
comporta la necessità di una continua catechesi. La Quaresima è proprio il
periodo di una catechesi particolarmente intensiva. Il nostro incontro in questo
tempo lo deve manifestare.
2. Nella catechesi quaresimale facciamo riferimento alle letture bibliche
della liturgia quotidiana. Oggi le parole del Vangelo secondo Giovanni ci
introducono in uno dei momenti di quella disputa, che Cristo condusse con i suoi
contemporanei sulla autenticità della propria missione messianica. L’azione si
svolge sullo sfondo della guarigione di uno zoppo nei pressi della piscina di
Betzata. Questa guarigione, compiuta in giorno di sabato, suscitò una reazione
da parte degli osservanti della Legge mosaica. Gesù difende la giustezza del suo
operato, sostenendo che in ciò si manifesta la potenza di Dio stesso, la quale
non può essere limitata dalla lettera della Legge. Proprio questa potenza di Dio
stesso rende testimonianza a Cristo.
“Se fossi io a render testimonianza a me stesso, la mia testimonianza non
sarebbe vera; ma c’è un altro che mi rende testimonianza, e so che la
testimonianza che egli mi rende è verace” (Gv 5, 31-32).
Dio Padre dà testimonianza a Cristo. Una conferma dell’autenticità della sua
missione messianica sono i segni, come questo appena fatto, che possono essere
compiuti soltanto con la potenza di Dio.
Questo giudizio di Dio stesso su Cristo ha trovato un’eco fedele nella
testimonianza data su di lui da Giovanni Battista nei pressi del Giordano:
Cristo lo ricorda ai suoi ascoltatori, perché tutti ritenevano che Giovanni
fosse un profeta. Tuttavia aggiunge: “Io però ho una testimonianza superiore a
quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse
che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. E anche il
Padre, che mi ha mandato, ha reso testimonianza di me” (Gv 5, 36-37).
3. Ci troviamo nel centro stesso di quella disputa, che Gesù di Nazaret
conduce con i suoi contemporanei, rappresentanti di Israele. Proprio essi, più
di qualsiasi altro, potevano riconoscere in Cristo la testimonianza di Dio
stesso. Infatti, erano a ciò particolarmente preparati. Cristo dice: “Voi
scrutate le Scritture credendo di avere in esse la vita eterna; ebbene, sono
proprio esse che mi rendono testimonianza. Ma voi non volete venire a me per
avere la vita” (Gv 5, 39-40).
Non volete . . . La controversia, che Cristo svolge con i suoi contemporanei
in Israele, riguarda la promessa che quel popolo eletto aveva ricevuto
nell’antica alleanza: Cristo viene come compimento di quella Promessa. Ed ecco,
non vogliono accoglierlo. Quindi, egli disputa con essi, richiamandosi
all’autorità che per essi era la più grande: Mosè. Dice: “Se credeste infatti a
Mosè, credereste anche a me, perché di me egli ha scritto” (Gv 5, 46). E
perciò aggiunge: “Non crediate che sia io ad accusarvi davanti al Padre; c’è già
chi vi accusa, Mosè, nel quale avete riposto la vostra speranza” (Gv 5,
45).
Così, dunque, si svolge una sorta di lite. Essa ha in un certo senso le
caratteristiche di un processo giudiziario. Cristo si richiama ai testimoni.
Testimone è Mosè e tutto il Vecchio Testamento fino a Giovanni Battista.
Testimone è la Scrittura e testimone è tutta l’attesa del Popolo eletto. Ma,
soprattutto, testimone sono le “opere” che Cristo compie per intervento del
Padre. Dinanzi a questa testimonianza, i testimoni dell’antica alleanza, e
soprattutto Mosè, assumono ancora un nuovo carattere: si prestano nel ruolo di
accusatori. Sembrano dire: perché non accogliete Gesù di Nazaret, dato che tutto
indica che proprio egli è Colui che Dio ha mandato conformemente alla Promessa?
Con questa domanda, quei testimoni sembrano però non soltanto chiedere, ma
addirittura accusare!
4. Su che cosa, tuttavia, si svolge questa lite? Soltanto sulla soggettiva
autenticità della missione di Gesù di Nazaret come Messia promesso?
Indubbiamente sì. Però la controversia va più in profondità e la liturgia
odierna pure ce lo dimostra. La controversia giunge più a fondo, e riguarda lo
stesso contenuto messianico della missione di Cristo. Si tratta qui di quel
contenuto, in cui si manifesta la Verità sostanziale della Rivelazione. Infatti,
la parola essenziale della Rivelazione è Dio nella sua stessa Verità Divina.
“Rivelazione” vuol dire che Dio parla agli uomini di se stesso. Che comunica se
stesso, in modo ovviamente accessibile agli uomini, adattandosi alle loro
possibilità e facoltà conoscitive. Ma: comunica se stesso. E vuole che l’uomo lo
accolga tale quale egli è. Che pensi a lui come a Colui che egli - Dio - è
veramente!
5. E proprio su questa Verità della storia della Rivelazione si svolge la
controversia. La liturgia odierna ci incammina innanzitutto sulle orme
particolari di questa lite già nell’antica alleanza. Ecco il momento importante:
il momento in cui Mosè è stato chiamato dinanzi alla Maestà Divina per ricevere
i Comandamenti. Nel Decalogo, Dio si presenta al Popolo eletto come Signore e
Legislatore, sollecito per tutto ciò di cui è composta la vita e la condotta di
Israele. La Legge Divina dei Comandamenti manifesta la volontà di Dio e, allo
stesso tempo, lo scopo di assicurare i fondamentali beni dell’uomo e della
comunità umana. Li rileggiamo dopo tanti secoli, e sempre arriviamo alla stessa
conclusione. Il Legislatore si manifesta nella sua Legge come il sollecito
Signore, Pastore e Padre del suo Popolo.
E, proprio in questo momento sublime, il Popolo stordito per l’assenza di
Mosè, lasciato a se stesso, commette il peccato di idolatria. Al posto del Dio
invisibile . . . “si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono
prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: Ecco il tuo Dio,
Israele; colui che ti ha fatto uscire dal paese di Egitto” (Es 32, 8).
La lettura del Libro dell’Esodo è piena di una tensione drammatica. Ci
troviamo al limite dell’elezione e del rifiuto da parte del popolo eletto.
Soprattutto, però, siamo testimoni di come il Dio della Redenzione combatte con
la limitatezza degli uomini, che al posto dell’Invisibile Signore e Padre,
Pastore e Legislatore, mettono un’altra divinità e sono pronti a renderle
adorazione. Al posto dell’Assoluto spirituale - che è Fonte dell’esistenza e
della vita, della verità e del bene - sono pronti a deificare l’immagine
sensibile di una forza primitiva simbolizzata in un animale.
6. Quando ormai sono passate tante generazioni dai tempi di Mosè e della
Rivelazione sul monte Sinai, Gesù Cristo parla - secondo il testo del Vangelo di
Giovanni - con i figli del Popolo eletto, suoi contemporanei. E non soltanto lui
stesso disputa con loro sull’autenticità della propria missione messianica. Non
soltanto lui. In Gesù Cristo, lo stesso Dio della Rivelazione - che è Padre e
Figlio e Spirito Santo - continua, in un certo senso e in una nuova tappa, a
lottare con l’uomo, perché questi accetti la Divina Verità della Rivelazione.
Questa verità è il Mistero definitivo di Dio. Mediante essa egli è, in un certo
senso, “racchiuso” più profondamente nella sua Divinità. E contemporaneamente,
mediante la comunicazione di questo suo Mistero definitivo, il Dio della
Rivelazione è più largamente “aperto” verso l’uomo e verso il mondo.
Egli, infatti, è quel Dio che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio
unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv
3, 16).
Ecco: questo Dio, Padre eterno, che viene verso il mondo e parla all’uomo
nell’Unigenito Figlio, lotta nelle parole di Gesù di Nazaret con gli uomini
d’allora, perché accolgano la verità su di lui! Perché coloro che già credono
che egli è, che è Creatore, supremo Legislatore e giusto Giudice, accettino
anche la verità che egli è Padre, il quale nell’Unigenito Figlio dà al mondo il
suo Amore infinito: l’Amore che è misericordia!
7. Nell’odierna Liturgia quaresimale della Parola di Dio si svolge, quindi,
una disputa sul contenuto messianico stesso della missione di Cristo. Dobbiamo
forse soffermarci su questo? Dobbiamo riconoscere questa sorta di lite soltanto
come uno splendido avvenimento che appartiene al passato, così come ad un
passato ancor più remoto appartiene la lite di Mosè col popolo, di cui fu capo
nel deserto?
No. Non possiamo fermarci qui. In tal caso, non avremmo letto fino in fondo
il testo liturgico. Il testo liturgico ci fa passare sempre dal passato al tempo
presente. La Chiesa lo legge, come se si riferisse contemporaneamente a noi:
oggi e qui.
Infatti, Cristo non disputa forse - oggi e qui, cioè nella nostra epoca,
nella nostra generazione - con l’uomo, con ciascuno in modo diverso, sul
contenuto messianico della sua missione? Il Dio della Rivelazione non disputa
forse in Cristo, che “è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb 13, 8), con
ogni uomo sull’accettazione dell’intera Verità di questa Rivelazione? Non
aspetta forse categoricamente che l’uomo pensi a lui secondo questa Verità e che
lo professi in essa?
8. La Liturgia della Quaresima è una particolare sfida in tale senso. Essa
grida la profondità della nostra relazione con Dio, grida l’intimità con lui
nella verità, in tutta la verità della Rivelazione.
In un’epoca, in cui il mondo sembra chiudersi in se stesso e l’uomo chiudersi
nel mondo, staccando la propria esistenza dalle sorgenti fondamentali del
proprio senso, Cristo sembra dire con una nuova forza: “Io sono venuto nel nome
del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo
ricevereste. E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri,
e non cercate la gloria che viene da Dio solo?” (Gv 5, 43-44).
Ecco: così, cari fratelli e sorelle, in questa meditazione quaresimale
tocchiamo i punti più profondi del nostro rapporto con Dio in Gesù Cristo.
Soffermiamoci su questi punti più profondi.
Apriamoci alla Verità della Divina Rivelazione.
Confessiamo nel Sacramento della Penitenza i nostri peccati.
Uniamoci con Cristo nell’Eucaristia.
Entriamo nel tempo beato della Pasqua.
Incominciamo l’Anno Santo della Redenzione.
Amen.
© Copyright 1983 - Libreria Editrice
Vaticana
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