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VISITA PASTORALE ALLA DIOCESI DI CHIETI

AI LAVORATORI DELLE FABBRICHE DI SAN SALVO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Solennità di San Giuseppe
San Salvo (Chieti) - Sabato
, 19 marzo 1983 

 

Carissimi fratelli e sorelle!

1. Sono particolarmente lieto di trovarmi oggi, solennità di san Giuseppe, in mezzo a voi in questo incontro che vede riuniti i lavoratori con le loro famiglie, accompagnati anche da numerosi sacerdoti e dai Vescovi della Regione abruzzese. È un incontro col mondo del lavoro e, in pari tempo, con tutte le altre componenti di San Salvo e con le rappresentanze dell’Abruzzo.

Vi saluto tutti con grande affetto: operai e dirigenti, uomini e donne, giovani e adulti, ammalati e persone nel pieno vigore delle forze.

A ciascuno desidero assicurare che è profondamente caro al mio cuore e che gli sono vicino con sinceri sentimenti di comunione umana e cristiana, condividendo le sue pene e le sue gioie, le sue ansie e le sue legittime aspirazioni.

A tutti desidero dire che sono qui per farmi eco della voce di Cristo, che ha amato ogni uomo fino a donare la propria vita sulla croce.

Ringrazio le autorità civili e religiose per la cordiale accoglienza, che mi hanno voluto riservare all’arrivo in questa terra tanto ospitale, che ben a ragione è stata definita “forte e gentile”. Esprimo la mia gratitudine, in particolare, al Signor Ministro Remo Gaspari, al caro Arcivescovo Monsignor Vincenzo Fagiolo, al Sindaco Rinaldo Altieri e ai rappresentanti della Fabbrica Magneti-Marelli e a tutti i lavoratori per le cortesi e insieme impegnative parole, che mi hanno indirizzato, a nome anche di tutti i presenti.

Ho ascoltato con vivo interesse i vari interventi, che hanno sollevato problemi vasti ed urgenti. E vero che molto è cambiato e che molto sta cambiando nella compagine sociale ed economica dell’Abruzzo e del Molise, ma è anche vero che il progresso non è giunto dappertutto e con eguale distribuzione di risorse. A nessuno sfuggono, fra l’altro, gli squilibri tra la fascia costiera e la montagna, che costituisce gran parte del territorio; tra i centri industrializzati e quelli agricoli, che sono rimasti un po’ al margine di un effettivo progresso. Questi e altri problemi non possono lasciare indifferenti e si impongono ai responsabili della cosa pubblica con drammatica evidenza; ma interpellano, in pari tempo, le coscienze di tutti gli operatori in campo industriale, sociale ed economico e di tutti i cittadini, perché si avveri quella necessaria “cooperazione fra tutte le forze sociali” auspicata poco fa dall’Arcivescovo Monsignor Fagiolo.

2. Da questa cittadina che prende il nome dal monaco san Salvo, del quale conserva la tomba, il mio pensiero si estende a tutti i carissimi abitanti delle due regioni d’Abruzzo e Molise, che sono qui largamente rappresentate. Li raggiungo dovunque essi si trovino, nelle popolose città e nei paesi più piccoli, sulle montagne e in riva al mare. E non dimentico coloro che hanno dovuto lasciare questa terra per motivi di lavoro. Vorrei che tutti si sentissero cordialmente abbracciati dal mio benedicente saluto, che ad ognuno rivolgo da questo luogo suggestivo, dove ancora sembra risuonare l’eco del motto “Ora et labora”, dei monaci benedettini che qui si stabilirono fin dalla metà dell’VIII secolo, provenienti dalla non lontana abbazia di Montecassino. Essi posero le loro prime costruzioni precisamente sul luogo dove oggi sorge la chiesa di San Giuseppe, e all’insegna della croce e dell’aratro operarono una vasta bonifica e trasformazione del territorio, allora ricoperto dalla foresta, dando l’avvio a fiorenti coltivazioni agricole.

In questa primitiva ispirazione cristiana, che attraverso i secoli non è mai venuta meno, affonda le sue radici l’odierna cittadina di San Salvo. Essa ha saputo trarre stimolo dalla sua nobile tradizione e nel suo impegno per la realizzazione di una società più umana e più giusta e per il raggiungimento di traguardi prestigiosi nel settore industriale.

Questa ridente cittadina di San Salvo, che si distingue per la varietà del lavoro umano e per le molteplici attività ortofrutticole che le conservano il volto della civiltà contadina, con le industrie del vetro affiancate da iniziative collaterali, e con quelle metalmeccaniche offre in questa realtà una eloquente testimonianza della laboriosità degli Abruzzesi.

Accanto a questa virtù, consentitemi di ricordare pure le altre che caratterizzano queste popolazioni; la bontà e la gentilezza dell’indole, la generosità del cuore, il senso della moralità, l’attaccamento alla famiglia, il sentimento della solidarietà, l’onestà del costume; in una parola, il culto dei valori spirituali e morali.

Nel susseguirsi delle vicende storiche, dalle più remote a quelle contemporanee, questo ricco patrimonio, tenuto costantemente vivo grazie anche alla sensibilità e dedizione pastorale di zelanti sacerdoti, operanti spesso in situazioni di povertà e di isolamento, ha alimentato il tessuto della civiltà e della vita cristiana. Esso è stato stimolo per un ordinato progresso e ha impedito il proliferare di fenomeni di violenza e di deviazione morale e sociale.

3. È a questo stesso patrimonio civile e religioso che mi riferisco nel mettere in luce lo scopo principale della mia venuta. Vengo infatti ad onorare il lavoro umano il quale, come è stato ora costì suggestivamente rievocato nella proclamazione del brano della Genesi (Gen 2, 4b-9. 15) associa gli uomini all’opera del Creatore. Iddio, infatti, dopo aver plasmato l’uomo a sua immagine e somiglianza, libero e intelligente, lo pose nel giardino dell’universo, perché “lo coltivasse e lo custodisse”, cioè perché mediante il lavoro, trasformasse la terra e condividesse con lui il dominio sulla natura, facendone sprigionare le risorse. Ma vengo soprattutto ad onorare voi, carissimi lavoratori e lavoratrici che ne siete i diretti protagonisti. Vengo per attestare la sollecitudine della Chiesa per il mondo del lavoro e per la dignità della persona di ogni lavoratore.

Non vi nascondo che sto rivivendo con voi, ancora una volta, come mi è capitato in altre simili circostanze, l’esperienza del lavoro manuale che la Provvidenza mi riservò durante la mia gioventù. Fu un momento difficile della mia vita; difficile, sì, ma felice. E ciò non soltanto per la soddisfazione che si prova nel piegare la materia al dominio dell’intelligenza, ma anche e soprattutto per la rete di amicizie e per i vincoli di solidale partecipazione con quanti sono affratellati nella medesima fatica.

Potete dunque comprendere come sgorghi dalle profondità del mio cuore l’effusione con cui mi rivolgo in questo momento a voi, alle vostre famiglie, ai vostri colleghi e a quanti lavorano, sudano e soffrono per le condizioni, talora difficili, in cui svolgono la propria attività.

4. Oggi celebriamo l’umile e sapiente figura di san Giuseppe, modesto carpentiere, sposo di Maria Vergine e padre putativo di Gesù; di quel Gesù, che fu anche lui lavoratore, per la maggior parte della sua esistenza terrena, nel silenzio della casa di Nazaret.

Come ho scritto nell’enciclica Laborem Exercens, la dottrina e l’atteggiamento della Chiesa verso il mondo del lavoro, traggono la loro essenziale ispirazione da quello che ho chiamato il “Vangelo del lavoro”. Esso contiene un messaggio di profonda e vasta incidenza: il primato dell’uomo sul lavoro.

Il mio predecessore Paolo VI proclamò solennemente durante il suo viaggio apostolico a Ginevra il 10 giugno 1969, nel discorso all’assemblea generale dell’Organizzazione internazionale del lavoro: “Nel lavoro - egli disse - è l’uomo che è il primo. Sia artista o artigiano, imprenditore, operaio o contadino, manovale o intellettuale, è l’uomo che lavora, è per l’uomo ch’egli lavora. È dunque finita la priorità del lavoro sui lavoratori, la supremazia delle esigenze tecniche ed economiche sui bisogni umani. Mai più il lavoro al di sopra del lavoratore, mai più il lavoro contro il lavoratore, ma sempre il lavoro per il lavoratore, il lavoro a servizio dell’uomo, di ogni uomo e di tutto l’uomo” (Insegnamenti di Paolo VI, VII [1969], 369-370).

Questa non è una pura e semplice enunciazione di principio, ma una presa di posizione, un vigoroso criterio pratico, che riflette con chiarezza il pensiero e l’azione della Chiesa. La Chiesa non ha interessi né, tanto meno, privilegi da difendere. Essa, pienamente consapevole della sua vocazione, non si stanca di proporre le vie della salvezza eterna, in qualsiasi luogo e in qualsiasi ambiente culturale. Ma è parimenti sollecita della dignità e del benessere, anche materiale, dell’uomo perché in ogni uomo, specialmente in quello più indigente e sofferente, vede scolpita l’immagine del Cristo.

Nel prospettare le realtà celesti, verso cui tutti siamo incamminati, la Chiesa non dimentica le esigenze terrene, che ad esse costituiscono il transito obbligato. La visione religiosa e soprannaturale del lavoro è in perfetta armonia con il progresso umano. È una luce, un ideale, una forza che tiene al riparo da egoistici interessi di parte e fa servire fedelmente l’uomo e induce a porsi a servizio dell’uomo. Essa fa condividere i sentimenti del lavoratore, le condizioni in cui egli presta la sua opera, i suoi problemi, le sue ansie, le sue difficoltà e le sue aspirazioni.

Perciò nell’enciclica Laborem Exercens ho ancora affermato che “il lavoro umano è una chiave, e probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale, se cerchiamo di vederla veramente dal punto di vista dell’uomo” (Giovanni Paolo II, Laborem Exercens, 3).

Nel proporre questi obiettivi, non intendo fare un’analisi in chiave classista quasi per contrapporre un’ideologia all’altra, perché, come ho detto nel messaggio indirizzato a tutti gli operai dell’America Centrale, “la Chiesa parla partendo da una visione cristiana dell’uomo e della sua dignità: essa è convinta che non vi è bisogno di ricorrere a ideologie o proporre soluzioni violente, ma di impegnarsi a favore dell’uomo . . . partendo dal Vangelo, presupponendo per questo il valore umano e spirituale dell’uomo in quanto lavoratore, che ha diritto a che il prodotto del suo lavoro contribuisca equamente al suo proprio benessere e al benessere comune della società” (Giovanni Paolo II, Nuntius scripto datus ad operarios Americae Centralis, 2, 8 marzo 1983).

5. L’“umanizzazione” del lavoro ha compiuto notevoli progressi nella società moderna, e la Chiesa se ne rallegra. Rimangono tuttavia problemi e tensioni preoccupanti, di fronte ai quali la concezione cristiana conserva tutta la sua validità e tutta la funzione di stimolo e di fermento.

Se il lavoro è un “bene dell’uomo”, un bene “corrispondente alla dignità dell’uomo, un bene che esprime questa dignità e la accresce” (Giovanni Paolo II, Laborem Exercens, n. 9), esso è pure un diritto della persona umana, che deve essere reso accessibile a tutti. La piena occupazione, prima ancora che un problema economico, è un obiettivo altamente umano. Ogni società bene ordinata, non può non annoverarlo tra le sue primarie sollecitudini.

Viene in mente subito, a questo riguardo, il fenomeno della disoccupazione giovanile, qualunque sia il tipo di attività professionale a cui si riferisce. Esso va considerato in tutte le sue componenti, cominciando da quella iniziale della adeguata formazione e degli strumenti idonei a consentirla, fino alle conseguenze, a cui la mancanza di lavoro può portare un giovane lasciato in balia di se stesso, mortificato nella freschezza delle sue energie, deluso nel fervore delle sue speranze.

Un altro fenomeno, a cui desidero accennare, è quello dell’emigrazione che continua ad essere in troppo larga misura il prezzo - e quale prezzo! - pagato alla mancanza di occupazione in patria. Essa lascia tracce difficilmente cancellabili nel cuore e si ripercuote dolorosamente sui nuclei familiari.

È vero che disoccupazione ed emigrazione, anche per l’accresciuta interdipendenza delle risorse economiche, hanno assunto dimensioni internazionali, ma l’allargamento dell’orizzonte non solleva le istanze nazionali dalle loro responsabilità. La collaborazione che giustamente si richiede a livello internazionale, va messa in opera sul piano locale. Questo criterio vale anche per gli altri problemi che affliggono il mondo del lavoro: la stabilità e la sicurezza dell’occupazione, la prevenzione infortunistica, l’equità e la giustizia del salario, il perfezionamento professionale, la tutela di particolari categorie in particolari circostanze, come per esempio il lavoro della donna, il lavoro notturno, il lavoro a cottimo e così via.

Come già ho detto agli operai dell’America Centrale: “Il giusto salario . . . considera in primo luogo e prima di tutto il soggetto, vale a dire il lavoratore. Lo riconosce come socio e collaboratore nel processo produttivo e lo rimunera per ciò che egli è in detto processo, oltre che per ciò che ha prodotto. Esso deve tener conto, naturalmente, dei membri della sua famiglia e dei loro diritti, affinché possano vivere in modo degno nella comunità e possano così avere le debite opportunità per il proprio sviluppo e il mutuo aiuto . . . Il suo salario deve essere tale che il lavoratore e la sua famiglia possano godere i benefici della cultura, dando loro anche la possibilità di contribuire alla elevazione della cultura della nazione e del popolo” (Giovanni Paolo II, Nuntius scripto datus ad operarios Americae Centralis, 4, 8 marzo 1983).

A mano a mano che la tecnica progredisce e mette a disposizione nuovi strumenti, porta sul tappeto questioni nuove. Ideologie e movimenti di ispirazione materialistica vi trovano talora facile esca per alimentare conflittualità che non giovano certo a promuovere il senso del rispetto per la dignità dell’uomo e la necessaria intesa fondata su un dialogo schietto e costruttivo, condotto con pari impegno da tutte le parti interessate.

I lavoratori cristiani perseguono con convinzione la via del dialogo e della solidarietà con tutti i membri della comunità lavorativa e con l’intera compagine del mondo del lavoro; una solidarietà, questa, a cui spetta il nome più preciso e più vincolante di fraternità universale.

Come è noto, la Chiesa è contraria, decisamente, al gioco della gretta conservazione. La Chiesa è per il riconoscimento pieno ed effettivo dei diritti del lavoratore, e vuole che questo fine sia raggiunto con mezzi onesti e limpidi, basati sulla reciproca comprensione e cooperazione, tali da assicurare il conseguimento di un autentico progresso, che offra al lavoratore la possibilità non soltanto di avere di più, ma di essere di più: più uomo, più libero, e quindi maggiormente in grado di mettere a profitto le sue qualità umane e professionali. In tal modo gli ideali cristiani saranno di forte stimolo per un serio e generoso impegno nella promozione della giustizia sociale.

6. Perciò, carissimi fratelli e sorelle, vi rivolgo un pressante invito a rendere sempre più vive e vivificanti le vostre tradizioni cattoliche. La fede non è un deposito da custodire passivamente, ma domanda di essere vissuta in continua novità: e sempre in armonia con le esigenze del lavoro, il quale, se accettato con spirito di fede, come espressione della condizione umana orientata verso Dio, costituisce un atto meritorio.

Ma questa elevazione del lavoro, non dispensa da momenti di riflessione e di preghiera, da vere e proprie soste dello spirito, che consentano un dialogo con Dio e con la coscienza personale. Ecco l’importanza della festa, del “giorno del Signore” dedicato sia al riposo fisico che alle celebrazioni comunitarie e alle opere di carità.

Ecco la necessità della frequenza ai Sacramenti per restaurare - con la Confessione - i vincoli con Dio spezzati dal peccato, per alimentare - alla mensa del Pane Eucaristico - la propria anima.

Ecco l’esigenza di approfondire la conoscenza delle verità della fede mediante un’adeguata istruzione catechetica, destinata a illuminare la mente in un momento, in cui ideologie contrastanti seminano dubbi e incertezze.

Ecco l’urgenza che l’ambiente stesso del lavoro, mediante una presenza autenticamente cristiana, diventi un luogo sereno e costruttivo, in cui Cristo e il suo messaggio di pace e di liberazione siano testimoniati da una coerente ed esemplare condotta di vita.

Siamo a pochi giorni dall’inizio dell’Anno Santo della Redenzione. Il 25 marzo, festa dell’Annunciazione, avrò la gioia di aprire la Porta Santa, simbolo di un nuovo accesso a Cristo Redentore dell’uomo, che chiama tutti a partecipare alla grazia della Redenzione.

Vi auguro di cuore, miei cari, che questa singolare stagione spirituale sia particolarmente fruttuosa per voi, per le vostre famiglie, per i vostri bambini, per i vostri malati, per la cara gioventù, per tutti gli uomini di buona volontà. Affido voi e i vostri cari alla protezione della Vergine santissima e di san Giuseppe, suo sposo, e tutti vi benedico nel nome di Cristo, nostra felicità e speranza.

 

© Copyright 1983 - Libreria Editrice Vaticana

 

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