 |
SANTA MESSA PER I MALATI E UNZIONE DEGLI
INFERMI
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO
II
Basilica Vaticana
- Domenica, 5 giugno 1983
1. Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò timore?
Con queste parole del versetto responsoriale, che riflettono i sentimenti di
fiducia nel Signore che animano i partecipanti a questa celebrazione giubilare,
rivolgo il mio affettuoso saluto a voi tutti, carissimi fratelli e sorelle
ammalati, e a voi tutti che amorevolmente li assistete. È un saluto nel quale
vibra una profonda commozione e una sincera gratitudine verso di voi, che siete
convenuti così numerosi a prender parte attiva con la vostra presenza, con la
solidità della vostra fede, con l’offerta preziosa delle vostre preghiere e,
soprattutto, delle vostre sofferenze, all’immolazione incruenta, eppur vera e
realissima, di Cristo Gesù sull’altare.
Passando in mezzo a voi ho avvertito una speciale presenza di Cristo, di
Cristo che ha sofferto e che ci ha redento con la sua croce. Ecco, questo nostro
incontro è veramente pieno del mistero della Redenzione, di quell’evento
straordinario compiutosi 1950 anni fa e dal quale è dipesa e dipende la sorte
del mondo. La vostra sofferenza vi pone nel cuore di questo mistero: vi pone,
dunque, nel cuore del mondo, perché voi siete vicinissimi a Cristo crocifisso.
Guardando a voi, carissimi ammalati qui presenti, il mio pensiero va a tutti
coloro che, come voi, sono in questo momento visitati dalla sofferenza. Anche ad
essi io desidero rivolgermi, per dir loro il mio affetto e per esprimere la
riconoscenza della Chiesa, che vede in essi una porzione eletta del Popolo di
Dio in cammino sulle strade della storia verso la dimora beata del cielo.
La sofferenza è infatti una vocazione: è una chiamata ad accettare il peso
del dolore per trasformarlo in sacrificio di purificazione e di pacificazione
offerto al Padre in Cristo e con Cristo, per la propria ed altrui salvezza.
2. Abbiamo insieme ascoltato la parola del profeta Isaia: “Lo Spirito del
Signore mi ha mandato per consolare tutti gli afflitti” (Is 61, 2). Nella
sinagoga di Nazaret, voi lo sapete, Cristo applicò a se stesso tale predizione:
lui, mandato dallo Spirito, è il vero consolatore. Lui, il Verbo incarnato, che
ha voluto patire e morire in croce, piagato, assetato, dissanguato, lui può
capire il vostro stato d’animo, esservi vicino nei momenti bui, dire al vostro
cuore la parola che illumina e consola.
Insieme con Cristo, anche il cristiano potrà recare conforto a chi soffre, se
sarà mosso dallo Spirito. Può forse bastare una parola semplicemente umana a
riaccendere la luce della speranza in un cuore, che il buio della disperazione
rischia di inghiottire? No, fratelli e sorelle! È solo lo Spirito del Signore -
come ha ricordato il profeta - che manda tutti noi a consolare gli afflitti. La
nostra parola di “poveri uomini” certamente sarebbe del tutto insufficiente ed
inadeguata se non fosse interiormente rinvigorita dal soffio dello Spirito.
Abbiamo di recente celebrato la solennità della Pentecoste, e portiamo ancora
nel cuore l’eco della bella invocazione - una tra tante, e tutte suggestive -
che a lui ci fa volgere come all’“ottimo Consolatore”. È lo Spirito, dunque,
solo lo Spirito del Padre che dà consistenza a quel poco che noi uomini possiamo
fare a consolazione e conforto dei fratelli ammalati e afflitti. Questo,
infatti, noi sappiamo di certo e fermamente crediamo sulla parola del Signore
Gesù che, sul punto di prender congedo dai suoi dopo l’ultima Cena, promise la
venuta di un “altro Consolatore” (cf. Gv 14, 16. 26; 16, 7). E lui
invochiamo oggi per voi, carissimi ammalati!
3. Questa consolazione, dono dello Spirito, si sviluppa e trasforma fino a
divenire gioia del cuore. Forse sembrerà un paradosso: infatti, come può fiorire
il sorriso o la letizia dal dolore o dal travaglio di una carne martoriata?
Solo la fede dà risposta, come ci ha detto nella seconda Lettura l’apostolo
san Pietro: con la sua Risurrezione Gesù Cristo ci ha rigenerati a vivente
speranza e ci ha assicurato un’eredità inalterabile. Perciò, siamo “ricolmi di
gioia, anche se ora dobbiamo essere per un po’ di tempo afflitti”. L’afflizione
diventa così una prova permessa da Dio in vista di un bene più grande, essa è
fonte di merito, e una breve parentesi, la quale si apre sulla prospettiva della
definitiva salvezza, che ci fa “esultare di gioia indicibile e gloriosa” (cf.
1 Pt 1, 3-9).
La malattia, per chi sa accettarla con fede e sopportarla con amore, unisce
infatti misticamente a Cristo, “Uomo dei dolori” e diventa strumento prezioso di
redenzione per i fratelli. Quale sconfinato orizzonte si apre dinanzi agli occhi
di chi, nella fede e nell’amore, sa capire, accettare, offrire! Quale ruolo di
decisiva importanza nella storia dell’umanità è attribuito a chi soffre!
In questa prospettiva si capisce, allora, come la fede riesca a conciliare e
a far coesistere l’afflizione di un multiforme dolore e la consolazione di un
intimo gaudio.
4. Nel testo evangelico, che abbiamo udito, è narrato il miracolo della
guarigione del lebbroso (Mt 8, 1-4): “Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi”.
Ciascuno di noi deve far sua questa invocazione: come quel povero infelice,
quel reietto della società, si prostrò dinanzi al Signore, così ciascuno di noi
deve rivolgersi con fede a lui, medico celeste, che è anche il “Redentore
dell’uomo” e ha la virtù di sanare le nostre infermità, varie e diverse, ma in
ogni caso reali e urgenti: dalle malattie fisiche ai mali morali, che sono i
peccati.
Riprendendo, pertanto, l’invocazione del lebbroso del Vangelo, noi tutti lo
invochiamo:
- innanzitutto, per voi, cari fratelli e sorelle ammalati qui presenti, o
che, a motivo della malattia, non avete potuto lasciare il letto del vostro
dolore, affinché vi consoli col dono del suo Spirito e vi inondi della sua
gioia;
- poi, in particolare per voi, fratelli e sorelle che in questa celebrazione
giubilare state per ricevere il Sacramento dell’Unzione degli infermi; la grazia
che esso conferisce, vi dia tanta luce, forza e consolazione;
- inoltre, lo pregheremo per coloro che, per vocazione e professione,
attendono all’assistenza sanitaria, affinché dia loro la forza quotidiana per un
servizio che è sacrificio;
- infine, lo invocheremo per tutti i figli della Chiesa, affinché giungendo
loro notizia di questa speciale celebrazione giubilare, ne vogliano cogliere il
“valore esemplare” e, quindi, ricordino sempre il dovere di aver cura di quanti
sono nell’afflizione, in adempimento del supremo mandato della carità.
Signore Gesù, Medico celeste delle anime e dei corpi, Redentore universale
dell’uomo e dell’umanità, accogli queste nostre invocazioni, ed esaudiscile.
Amen!
© Copyright 1983 - Libreria Editrice
Vaticana
|