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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA

CELEBRAZIONE MARIANA DI RINGRAZIAMENTO E DI IMPLORAZIONE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Katowice (Polonia), 20 giugno 1983

 

1. Sia lodato Gesù Cristo!

Cari fratelli e sorelle! Di tutto cuore vi ringrazio dell’invito a Piekary.

Il mio pellegrinaggio a Piekary Slaskie, al Santuario della Madre di Dio nella diocesi di Katowice, ha una sua storia di molti anni. Come Metropolita di Cracovia venivo invitato a predicare la Parola di Dio nell’ultima domenica di maggio, quando si svolge l’annuale pellegrinaggio degli uomini e della gioventù maschile. Questo è un avvenimento speciale nella vita della Chiesa, non solo in Slesia, ma in tutta la Polonia. Giungono allora a Piekary uomini e giovani dalla vasta regione industriale, che oltrepassa i confini della Slesia di Katowice sia all’occidente, verso Opole, sia all’oriente, verso Cracovia. Oggi avviene lo stesso, solo che la cornice del pellegrinaggio si è ampliata. Non è più solo un incontro con gli uomini, ma è un incontro generale; do il benvenuto dunque e saluto di gran cuore tutti voi qui presenti, cari fratelli e sorelle: uomini e donne, gioventù maschile e femminile, tutte le famiglie.

Attendevo questo incontro a Piekary sin dal 1978. L’attendevo con perseveranza e fiducia. E anche voi l’avete atteso con perseveranza e fiducia. E quando è divenuto possibile, si è visto che sul colle di Piekary non saremmo potuti starci tutti. E perciò si è dovuto trasferire Piekary a quest’aeroporto nei pressi di Katowice, ove ci troviamo. Per poter attuare l’odierno pellegrinaggio del Papa a Piekary è stato necessario che questa volta Piekary stessa partisse in pellegrinaggio!

2. E così infatti è successo. Nell’ambito del Giubileo del sesto centenario di Jasna Gora, giungo oggi al santuario di Piekary, e la Madre di Dio mi viene benignamente incontro dal suo santuario.

Quest’incontro ha preso la forma di una grande preghiera della Chiesa di Katowice. La preghiera continua sin dall’ultima domenica di maggio, da quando l’effigie della Signora di Piekary si è mossa per l’incontro odierno, visitando per strada le singole parrocchie. E oggi qui - in quest’aeroporto - sin dalla mattina continua la preghiera, che accompagna l’arrivo dell’effigie di Piekary Slaskie. Prima di tutto c’è la preghiera del Rosario, e insieme ad essa ci sono il canto, le letture e le meditazioni, secondo il programma previsto, stabilito e attuato con precisione tutta slesiana.

Mi chiedo: dopo tante ore di preparazione in preghiera avete ancora abbastanza forza per ascoltare il Papa? Non siete troppo affaticati e stanchi?

Tuttavia, il ricordo degli incontri antecedenti a Piekary mi dice che la gente della Slesia e, in genere, tutti gli uomini del duro lavoro di questa regione industriale non si stancano facilmente di pregare. Inoltre, sanno pregare in modo così “attraente” nella loro grande comunità, che la preghiera non li stanca. Può darsi che si allontanino dal loro santuario stanchi, ma non sfiniti, perché portano con sé le fresche risorse dello spirito nel duro lavoro quotidiano.

3. E perciò ringrazio la Chiesa di Katowice per quest’odierno incontro. Ringrazio il Vescovo Herbert, il quale mi ha invitato molte volte qui come Metropolita e Cardinale, e quando decise di invitarmi anche come Papa, non si è dato pace prima di attuare questa sua decisione. Saluto insieme a lui i Vescovi Józef, Czeslaw e Janusz, che rimangono uniti nel servizio vescovile. Saluto il Capitolo e tutto il clero: voi, cari fratelli sacerdoti, con i quali mi uniscono legami a volte non meno stretti di quelli con i miei fratelli, sacerdoti dell’arcidiocesi di Cracovia. Saluto di tutto cuore gli Ordini religiosi maschili e femminili, augurando che la loro vocazione evangelica fruttifichi nella messe del grande lavoro umano, che incontrano ogni giorno. Saluto il Seminario maggiore, col quale ero legato nel passato: come professore e come Metropolita di Cracovia. Che questo Seminario continui a fiorire con abbondanza di vocazioni diocesane e missionarie.

A tutte le operose istituzioni diocesane (tra l’altro a “Gosc Niedzielny”: “Ospite della domenica”), dico, al cospetto della Madre di Dio di Piekary, come si dice in Slesia: “Szczesc Boze” (Dio vi aiuti).

Permettete che io saluti anche i Cardinali polacchi, qui presenti: Cardinale Primate e Metropolita di Cracovia; e i Cardinali tedeschi: di Magonza e di Berlino, nonché tutti i Vescovi qui presenti, polacchi ed esteri. Vedo che c’è anche il Cardinale John Krol di Filadelfia negli Stati Uniti. Insieme a voi saluto tutti quanti.

4. Entro qui nella grande preghiera, che continua non solo fin dall’ultima domenica di maggio, non solo oggi sin dalla mattina, ma dura da generazioni, riempie ogni anno, ogni settimana e ogni giorno.

Una volta - quando ancora non vi era la Slesia di oggi, ma già c’era l’effigie della Madre di Dio a Piekary - in questa preghiera si inserì il re polacco Giovanni III Sobieski, recandosi in soccorso di Vienna.

Oggi io, Vescovo di Roma e al tempo stesso figlio della Nazione polacca, desidero inserirmi nella preghiera della Slesia odierna, che nell’effigie della Signora di Piekary fissa lo sguardo come nell’immagine della Madre della giustizia e dell’amore sociale.

E perciò desidero anche prendere lo spunto per questa preghiera dal multiforme lavoro, che voi esercitate ogni giorno, quando - proprio in mezzo al lavoro - vi scambiate questo saluto: “Szczesc Boze!” (Dio vi aiuti), “Szczesc Boze!” (Dio vi aiuti).

È così. Per arrivare fino alla radice stessa del lavoro umano - sia questo il lavoro nell’industria o quello della terra, la fatica del minatore, del metallurgico oppure di un impiegato, o l’affaccendarsi di una madre nella casa, o la fatica del servizio sanitario accanto al malati - per giungere alla radice stessa di qualunque lavoro umano, bisogna rapportarsi a Dio: “Szczesc Boze!” (Dio vi aiuti).

5. Con questo saluto “Szczesc Boze” (Dio vi aiuti) ci rivolgiamo all’uomo che lavora, e al tempo stesso rapportiamo il suo lavoro a Dio. Rapportiamo il lavoro umano in primo luogo a Dio Creatore. Prima di tutto, infatti, la stessa opera della creazione (cioè il trarre dal nulla l’essere del cosmo) è presentata nel Libro della Genesi come il “lavoro” di Dio, diviso nei sei “giorni della creazione”. Dopo questi giorni, Dio cessò da ogni suo lavoro il settimo giorno (cf. Gen 2, 2); con questo la Sacra Scrittura impone anche all’uomo l’obbligo del riposo, l’ossequio di dare a Dio il giorno santo.

Il lavoro umano è rapportato a Dio Creatore. Dio, infatti, creando l’uomo a sua immagine e somiglianza, gli diede il mandato di soggiogare la terra. Questa espressione biblica è una descrizione del lavoro particolarmente profonda e ricca di contenuto. Sull’analisi di queste parole bibliche, che sono racchiuse già nel Libro della Genesi, dovetti basare in misura rilevante l’enciclica Laborem Exercens, che due anni fa dedicai al lavoro umano.

6. Quando al lavoro ci salutiamo vicendevolmente con la frase “Szczesc Boze” (Dio vi aiuti), esprimiamo in questo modo la nostra benevolenza verso il prossimo che lavora, e al tempo stesso rapportiamo il suo lavoro a Dio Creatore, a Dio Redentore.

Per redimere l’uomo, il Figlio di Dio si è fatto uomo nel seno di Maria Vergine di Nazaret, per opera dello Spirito Santo. Cristo ci ha redenti mediante la sua croce e Risurrezione, divenendo obbediente fino alla morte. Nell’opera della Redenzione entra anche tutta la vita terrena del Figlio di Dio, la sua missione messianica unita all’annunzio del Vangelo e, prima di ciò, i trent’anni di vita nascosta, che fin dai suoi inizi fu dedicata al lavoro nella bottega a fianco di Giuseppe di Nazaret. Così, dunque, nella parola della rivelazione divina è impresso il Vangelo del lavoro, che la Chiesa rilegge sempre di nuovo e di nuovo annuncia a tutti gli uomini. Il lavoro, infatti, è la vocazione fondamentale dell’uomo su questa terra.

Parlo di questo nell’anno che celebra il Giubileo straordinario della Redenzione. Tutta la Chiesa desidera quest’anno attingere in modo particolarmente profondo le sue forze spirituali dal mistero della Redenzione. L’uomo del lavoro è chiamato anche ad unirsi, mediante il suo proprio lavoro, a Cristo redentore del mondo, il quale fu anche “uomo di lavoro”.

Tutto questo contenuto così ricco viene racchiuso in queste due parole: “Szczesc Boze” (Dio vi aiuti), che così frequentemente si odono in Polonia, e specialmente in Slesia. A Cristo, al Vangelo del lavoro, al mistero della Redenzione, ci accostiamo per Maria: proprio mediante Colei che, nel suo Santuario a Piekary, è unita ad intere generazioni di uomini del lavoro nella Slesia; proprio mediante Maria, che qui in Slesia invocate come Madre della giustizia e dell’amore sociale.

7. Il lavoro umano, infatti, sta al centro di tutta la vita sociale. Mediante esso si formano la giustizia e l’amore sociale, se tutto il settore di lavoro è governato da un giusto ordine morale. Ma se manca quest’ordine, al posto della giustizia si introduce l’ingiustizia e al posto dell’amore l’odio.

Invocando Maria come Madre della giustizia e dell’amore sociale, voi, cari fratelli e sorelle, come lavoratori della Slesia e di tutta la Polonia, desiderate esprimere quanto vi stia a cuore proprio quell’ordine morale, che dovrebbe governare il settore del lavoro.

Il mondo intero ha seguito, e continua a seguire con emozione, gli avvenimenti che ebbero luogo in Polonia dall’agosto 1980. La cosa che in modo particolare fece riflettere la vasta opinione pubblica fu il fatto che in questi avvenimenti si trattava prima di tutto dell’ordine morale stesso riguardante il lavoro umano, e non solo dell’aumento del salario. Colpì anche la circostanza che questi avvenimenti erano liberi dalla violenza, che nessuno subì la morte o ferite per essi. Infine anche il fatto che gli eventi del mondo polacco del lavoro degli anni Ottanta portavano in loro il segno nettamente religioso.

Nessuno può dunque meravigliarsi che qui in Slesia - in questo grande “bacino di lavoro” - si veneri la Madre di Cristo come Madre della giustizia e dell’amore sociale.

8. Giustizia e amore sociale significano proprio pienezza dell’ordine morale, unito all’intero sistema sociale e in particolare al sistema del lavoro umano.

Il lavoro deriva il suo valore fondamentale dal fatto che viene compiuto dall’uomo. Su questo si basa anche la dignità del lavoro, che deve essere rispettata senza considerare quale tipo di lavoro l’uomo compie. L’essenziale è che lo esegue l’uomo. Compiendo un lavoro qualunque, egli imprime su di esso il segno della persona: della sua immagine e somiglianza con Dio stesso. È importante pure il fatto che l’uomo compie il lavoro per qualcuno, per gli altri.

Il lavoro è anche un obbligo dell’uomo: sia davanti a Dio come pure davanti agli uomini, sia davanti alla propria famiglia, sia davanti alla Nazione, alla società alla quale appartiene.

A quest’obbligo - cioè il dovere del lavoro - corrispondono anche i diritti dell’uomo del lavoro, che si devono formulare nel vasto contesto dei diritti umani. La giustizia sociale consiste nel rispetto e nell’attuazione dei diritti dell’uomo in rapporto a tutti i membri di una data società.

Su questo sfondo acquistano una giusta eloquenza quei diritti, che riguardano direttamente il lavoro compiuto dall’uomo. Non entro nei dettagli, nomino solo i più importanti. Prima di tutto, il diritto del giusto salario, giusto, cioè tale che basti anche per il mantenimento della famiglia. Poi, il diritto all’assicurazione in caso di incidenti sul lavoro. E ancora il diritto al riposo (ricordo quante volte abbiamo toccato a Piekary la questione della domenica libera dal lavoro).

9. Alla sfera dei diritti dei lavoratori si unisce anche il problema dei sindacati. Riporto ciò che a questo proposito ho scritto nell’enciclica Laborem Exercens (n. 20): “. . . i moderni sindacati sono cresciuti sulla base della lotta dei lavoratori, del mondo del lavoro e, prima di tutto, dei lavoratori industriali, per la tutela dei loro giusti diritti nei confronti degli imprenditori e dei proprietari dei mezzi di produzione. La difesa degli interessi esistenziali dei lavoratori in tutti i settori, nei quali entrano in causa i loro diritti, costituisce il loro compito. L’esperienza storica insegna che le organizzazioni di questo tipo sono un indispensabile elemento della vita sociale, specialmente nelle moderne società industrializzate. Ciò, evidentemente, non significa che soltanto i lavoratori dell’industria possano istituire associazioni di questo tipo. I rappresentanti di ogni professione possono servirsene per assicurare i loro rispettivi diritti. Esistono, quindi, i sindacati degli agricoltori e dei lavoratori di concetto . . ., essi sono un esponente della lotta per la giustizia sociale, per i giusti diritti degli uomini del lavoro a seconda delle singole professioni” (Giovanni Paolo II, Laborem Exercens, 20). In seguito l’enciclica parla anche dei doveri, del modo, dei limiti dell’attività dei sindacati.

In questo spirito mi sono pronunciato nel mese di gennaio del 1981 durante l’udienza concessa in Vaticano alla Delegazione di Solidarnosc accompagnata dal Delegato del Governo polacco per i contatti permanenti di lavoro con la Santa Sede.

E qui, in Polonia, il Cardinale Stefan Wyszynski disse: “Si tratta del diritto ad associarsi degli uomini; non è questo un diritto concesso da qualcuno, poiché è un proprio diritto innato. Perciò questo diritto non ci è dato dallo Stato, il quale ha soltanto il dovere di proteggerlo e sorvegliare che esso non venga violato. Questo diritto è dato dal Creatore, che ha fatto l’uomo come un essere sociale. Dal Creatore proviene il carattere sociale delle aspirazioni umane, il bisogno di associarsi e di unirsi gli uni con gli altri” (Stefan Wyszynski, Discorso, 6 febbraio 1981).

10. Così, dunque, carissimi, la questione che è in atto in Polonia nell’arco degli ultimi anni possiede un profondo senso morale. Essa non può essere risolta diversamente, che sulla via di un vero dialogo dell’autorità con la società. A tale dialogo l’Episcopato polacco ha chiamato molte volte.

Perché i lavoratori in Polonia - e, del resto, dappertutto nel mondo - hanno diritto ad un tale dialogo? Perché l’uomo che lavora non è soltanto uno strumento di produzione, ma anche un soggetto, che in tutto il processo della produzione ha la precedenza davanti al capitale. L’uomo, mediante il suo lavoro, diventa il vero gestore del banco di lavoro, del processo del lavoro, dei prodotti del lavoro e della loro distribuzione. È disposto anche alle rinunce quando si sente un vero cogestore e può influire sulla giusta distribuzione di ciò che si è riuscito a produrre insieme.

11. Ci rivolgiamo a Maria come Madre della giustizia sociale, affinché questi principi fondamentali dell’ordine sociale, dai quali dipende il vero senso del lavoro umano, e insieme ad esso il senso dell’esistenza dell’uomo, si rivestano di una forma reale di vita sociale della nostra terra. L’uomo infatti non è in grado di lavorare, quando non vede il senso del suo lavoro, quando questo senso non è più trasparente. Quando gli viene in un certo modo offuscato. Perciò rivolgiamo la nostra ardua preghiera alla Madre della giustizia sociale, affinché ridia il senso al lavoro, lavoro di tutti gli uomini in Polonia.

Al tempo stesso invochiamo Maria come Madre dell’amore sociale. Mettendo in pratica i principi della giustizia sociale diventa possibile l’amore, del quale Cristo parlò ai suoi discepoli: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri (Gv 13, 34). Questo amore sociale è niente altro che la “civiltà dell’amore” costantemente ricordata da Papa Paolo VI, verso la quale si deve dirigere tutto lo sviluppo della vita della società e della vita internazionale.

Egli ha detto tra l’altro: “Una civiltà che, proprio perché originata dall’amore per l’umanità e protesa a fargliene godere la beata esperienza, dovrà essere rivolta alla ricerca e all’affermazione dei veri e completi valori della vita, anche ciò solleverà . . . incomprensioni, difficoltà, opposizioni” (Paolo VI, Allocutio in Audientia generali, 21 gennaio 1976: Insegnamenti di Paolo VI, XIV [1976] 41).

12. L’amore è più grande della giustizia. E l’amore sociale è più grande della giustizia sociale. Se è vero che la giustizia deve preparare il terreno all’amore, allora la verità ancora più grande è che solo l’amore può assicurare la pienezza della giustizia. Bisogna dunque che l’uomo sia veramente amato, se devono essere pienamente assicurati i diritti dell’uomo. Questa è la prima e la fondamentale dimensione dell’amore sociale.

La seconda dimensione è la famiglia. La famiglia è anche la prima ed essenziale scuola dell’amore sociale. Bisogna far di tutto, affinché questa scuola possa rimanere se stessa. Al tempo stesso, la famiglia deve essere talmente forte di Dio - cioè dell’amor reciproco di tutti coloro che la formano - da saper rimanere un baluardo per l’uomo in mezzo a tutte le correnti distruttive e le prove dolorose.

Un’ulteriore dimensione dell’amore sociale è la Patria: i figli e le figlie della stessa Nazione permangono nell’amore del bene comune, che attingono dalla cultura e dalla storia, trovando in esse il sostegno per la loro identità sociale, e insieme fornendo questo sostegno al prossimo, ai connazionali. Questa cerchia dell’amore sociale ha un particolare significato nella nostra esperienza storica polacca, e nella nostra contemporaneità.

L’amore sociale è aperto verso tutti gli uomini e verso tutti i popoli. Se esso si forma profondamente e solidamente nei suoi anelli fondamentali (l’uomo, la famiglia, la patria), allora supera anche l’esame in un ambito più vasto.

13. Così, dunque, cari partecipanti all’odierno incontro nella Slesia, accettate ancora una volta dal vostro connazionale e successore di Pietro in questa nostra grande comunità il Vangelo del lavoro, e accettate il Vangelo della giustizia e dell’amore sociale. Che esso ci unisca profondamente intorno alla Madre di Cristo nel suo santuario a Piekary, così come ha unito qui intere generazioni.

Che esso si irradi ampiamente sulla vita degli uomini del duro lavoro in Slesia e in tutta la Polonia.

Ricordiamo ancora tutti i lavoratori defunti, coloro ai quali sono occorsi incidenti mortali nelle miniere o negli altri luoghi, coloro che recentemente hanno perso la vita nei tragici avvenimenti. Tutti.

Ci attende, per noi che viviamo, un grande sforzo morale legato al Vangelo del lavoro: lo sforzo che mira a introdurre nella vita polacca la giustizia e l’amore sociale.

Sotto il segno di Maria - con il suo aiuto!

Per questo sforzo e per questa fatica: “Szczesc Boze” (Dio vi aiuti)!

 

© Copyright 1983 - Libreria Editrice Vaticana

 

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